Storia della rivoluzione di Roma (vol. III)/Capitolo XI

Capitolo XI

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CAPITOLO XI.


[Anno 1849]


Avvenimenti della prima settimana di aprile fino alla Pasqua di risurrezione. — Farsa recitata il 1° di aprile nei locali del sant’Uffizio. — Nuovo ministero sotto la dipendenza del triumvirato. — Disposizioni prese dal governo e dai circoli per timore di una reazione interna. — Il tenente degli artiglieri Ermenegildo Rota arrestato. — Protesta del colonnello Steuart contro la illegalità di quell’arresto. — Particolarità sulla reazione. — Il marchese Campana. — Programma triumvirale poco all’unisono co’ fatti. — Disordini nelle provincie. — Gli accoltellatori in Ancona. — Lega sanguinaria in Jesi. — Lega infernale in Sinigallia. — Lista degli uccisi proditoriamente per ispirito di parte. — Colloqui del Mercier con Mamiani. — Disposizioni governative. — La croce in san Pietro la sera di venerdì santo. — La festa di Pasqua. — Articolo del Monitore Novum Pascha. — I canonici di san Pietro. — Conclusione sui disegni anti-cattolici del Mazzini.


Caduta Roma sotto il potere dittatoriale del Mazzini che tutto e tutti dominava, perchè se il triumvirato signoreggiava governo e popolo, Mazzini signoreggiava il triumvirato, qualunque ombra di libertà fu spenta nella città de’ papi. La tirannia repubblicana alzò baldanzosa la cresta, e si disse a ludibrio della umana specie, e molti pur sei credettero, che si respirassero allora aure di libertà.

Il Farini, parlando del Mazzini, dice che «governava assemblea e popolo colle lusinghe, colle congreghe settane, col fanatismo imperturbato, che par coraggio, par fede e rassicura i deboli ed i semplici: governa coll’aiuto de’ suoi fidi, colla speranza di universali rivolgimenti, colle profezie, colle filantropie mistiche avvalorate dal terrore che i settari sanno inspirare.»

A complemento poi del misticismo del Mazzini, ei sembrerebbe, secondo la descrizione del Farini, che [p. 334 modifica]null’altro mancasse se non l’estasi e le visioni. A parte però gli epigrammi, poche e sensatissime parole disse il Farini sui progetti del Mazzini tanto in merito a politica, quanto in riguardo alla religione, e consiglieremmo i nostri lettori di rileggerle prima di percorrere il presente capitolo.1

Roma dunque era divenuta completamente schiava; e salvo pochi cui non incresceva, ed altri cui piaceva di vedere i preti avviliti o raminghi, i frati travestiti, i canonici perseguitati, le monache derise; salvo questi, ripetiamo, tutte le persone presso cui il buon senso e l’onestà avevano ancora qualche valore, vedevano e sentivano, non pure osando dirlo ad alta voce, che la libertà era spenta, e che trionfava la tirannia.

Il Mazzini però non limitava le sue vedute alla trasformazione politica dell’Italia, convertendola tutta in repubblica unitaria, ma intendeva distruggere la religione cattolica, sostituendovi non sappiamo quale religione evangelica di tipo inglese, ovvero, tirando di penna su tutto, conservare soltanto il culto della Divinità, lui solo (non sappiam da chi creato) gran sacerdote e profeta.2

Egli è questo un punto storico della massima importanza per noi cattolici: nè crediamo sia d’uopo di molte prove per convincerne i nostri lettori. Tuttavia produrremo a suo tempo tale una lettera del politico-religioso riformatore, diretta ad un lord inglese (forse lord Palmerston), nella quale il suo duplice scopo viene con molta chiarezza enunciato. Basti per ora l’averne dato un cenno.

Ad agevolare però la esecuzione del suo piano conveniva screditare e distruggere le influenze del clero: al che provvidesi togliendogli non solo l’amministrazione de’ propri beni, ma proponendone la vendita e lo smembramento. Conveniva distruggere il tribunale della sacra Inquisizione il cui scopo era quello di conservare [p. 335 modifica]intemerato il dogma, intatta la fede e garantita la religione dalla intrusione dell’eresia. Conveniva distruggere la confessione auriculare: e questo si fece il mese seguente col procurare di togliere ed incendiare i confessionali. Ma di ciò tratteremo pure a suo tempo. Ora parliamo della Inquisizione e dei tentativi che fecersi per screditarla, vilipenderla e renderla esecrabile agli occhi sopra tutto del volgo ignorante. Ascoltino i nostri lettori corno si passaron le cose.

In conformità dell’avviso al pubblico del 31 di marzo, si apersero al medesimo il l° di aprile i locali del sant’Uffizio. Noi vi fummo, e vi rinvenimmo molta marmaglia e pochissime persone del mezzo ceto. Nel chiostro era una quantità di terra vegetale gittata vi di fresco, in guisa da farlo comparire sterrato. Qua e là scorgevansi delle buche con ossa di morto sfracellate, e queste ossa designavansi da alcuni espiratori dello spettacolo siccome avanzi delle vittime, e documenti parlanti de’ supplizi esecrandi colà perpetrati dalla romana Inquisizione. Inavvertentemente però si era lasciato travedere il sottoposto selciato; cosicchè chiunque avea fior di senno avvedevasi che terra e ossa umane eran mercanzie di recente trasportatevi per colorire quella farsa invereconda.

Mostravansi qua e là ne’ locali sotterranei e ferri, e uncini, e catene, e cordami, e altri ordigni fittizi: e si ebbe la impudenza perfino di designare un forno comune in uno dei pianterreni siccome destinato ad arrostirvi le vittime infelici di quello (come appellevasi) scellerato tribunale. E noi ci trovammo quando uno del volgo, alla maleavvisata esibizione non consentendo, rispondeva non poter essere quello un forno per arrostirvi uomini, essendochè vi entrava appena nell’apertura la testa umana.

Breve il discorso: fu una vera gaglioffagine spudorata la quale anzichè orrore verace, destò disprezzo ne’ savi, dubbiezze o scherni negli stessi ignoranti. Durò un giorno solo questa scenata; e forse vergognandosene gli stessi promotori, si chiuser que’ locali, e si riservarono in [p. 336 modifica]parte per abitazioni private, in parte come carceri eccezionali pei nemici della repubblica.

Egli è a sapersi però che fin da un mese prima erano stati resi accessibili quei locali privatamente a molti Romani, e coloro che v’erano stati asserivano di nulla avervi rinvenuto di ciò che mostra vasi il 1° di aprile; cosicché questo mal combinato spettacolo si risolvette in una grossolana corbellatura che volle darsi al popolo romano.

Fino allora i rivoluzionari eran riusciti assai esperti nello immaginare ed eseguire farse e scenografie per ingannare il popolo, e se n’ebber gli esempi nella famosa congiura del luglio 1847, nella stornata festa dei moccoletti la sera del 7 marzo 1848, e nella riunione della civica sulla piazza de’ santi Apostoli la sera del 19 dicembre di quello stesso anno; ma questa volta non sepper fare il loro mestiere. L’esibizione al sant’Uffizio si risolvette in un fiasco completo. Essi ebber però l’avvedutezza di non farne più parlare: e di fatti il giornalismo dopo la mala riuscita della farsa prudentemente si tacque.

A giustificazione poi della mitezza dell’Inquisizione in Roma riporteremo due sole autorità, e per prima quella del conte di Tournon insigne uomo di stato che l’imperator Napoleone I mandò in Roma col carico di prefetto. Esso dice così:

«Le funzioni di questa congregazione, sufficientemente indicate dal suo titolo, sono assai note; ma ciò che lo è meno, è la riserva che usa nelle sue decisioni, e la dolcezza attuale del suo procedere. Se.n’ebbe una prova evidente allorché le armate francesi s’impadroniron di Ro ma, poiché esse trovarono il carcere del sant’Uffizio quasi vuoto, e niuna cosa nella disposizione di questo luogo di detenzione che indicasse essere stato recentemente il teatro di scene di crudeltà. Tutto al contrario la grandezza delle sale destinate ai carcerati, la loro salubrità, la loro nettezza, eran prova di sentimenti di umanità in quelli che presiedevano a questo carcere, del quale, senza quasi [p. 337 modifica]verun cambiamento, potè farsi una casa di arresto assai ben disposta, e tanto salubre quanto lo permette la parte della città ove si ritrova.»3

Citeremo quindi per altra autorità monsignor Gazola, il quale nel suo giornale Il Positivo dice quanto appresso: «In Italia non fu mai così severa e feroce la Inquisizione qual’era nelle Spagne, e in Roma fu sempre meno se- vera che in tutti i paesi d’Italia come Firenze e Sicilia.»4

Sfuggire queste parole a monsignor Gazola, imperante in Roma il Mazzini, e inserirle nel suo Positivo, cui si fuse la stessa Italia del popolo che sotto la ispirazione di Mazzini pubblicavasi, ei sembra tal fatto, da dover meritare una seria attenzione.

Questo è quel che sappiamo sulla Inquisizione di Roma. Chi si sentisse voglioso di conoscere quella degli altri paesi potrà consultare le opere indicate a piè di pagina.5

Impossessatosi del sant’Uffizio il governo repubblicano non vi trovo che un solo ecclesiastico il quale vi espiava la condanna inflittagli dal tribunale, e ciò in comprova ulteriore di quanto abbiamo asserito più sopra.

Non ostante tutto ciò, si fecero circolare per Roma in quella occasione tre foglietti intitolati cosi:

1.° Tremendi segreti del sant’Uffizio.6
2.° Altri tremendi segreti del sant’Uffizio nuovamente scoperti.7 [p. 338 modifica]
3.° Cose scritte sul muro da vari condannati nel sant’Uffizio al giardino in un’oscura camera a pian terreno.8


Ne parlò la Pallade9 e sbagliò, asserendo come accaduto il 2 quello che accadde il 1° di aprile. Ne parlò pure il Contemporaneo, e non ebbe rossore di nominar le torture, le ossa infrante, i vivi sepolti.10

Fra i commenti bugiardi che sopra abbiamo accennato ci è forza raccontare quanto segue.

La Pallade del 2 e del 3 oltre all’aver parlato del l’orribile aspetto che presentavano i locali del sant’Uffizio, raccontò pure che molti popolani del Trastevere inorriditi per lo spettacolo delle cose vedute, si recarono al convento della Minerva ove sono i padri Domenicani per mettervi fuoco, e che i carabinieri sedarono l’incipiente tumulto.11 E pure chi crederebbe che tutto ciò fosse una falsità?

Or bene si apra la Pallade del 4 e vi si rinverrà una lettera del commissario repubblicano di Trastevere L. Uffreduzzi colla quale si dichiara che «quanto riferi la Pallade del 2 corrente n. 510 è menzogna, e che i popolani di Trastevere nè la sera del 1° aprile, nè mai si recarono al convento della Minerva dove sono i padri Domenicani per appiccarvi il fuoco.»12

Satis su questo episodio vergognoso delle nostre storie.

Ma non men vergognoso fu l’altro fatto che la sera stessa del 1° di aprile accadde.

Un sacerdote conversando con alcuni conoscenti nel caffè dei Crociferi si lasciò uscir di bocca qualche proposizione poco favorevole alla repubblica romana. Sentito il suo discorso da altri cui non piaceva, s’incominciò ad [p. 339 modifica]altercare, e formossi uà attruppamento. U sacerdote fu preso e condotto a Monte Cavallo, ove starasi preparando una ovazione a Mazzini, e colà fu costretto (se volle salva la vita) a predicare in favore delle libertà popolari.13

La ovazione a Mazzini ebbe luogo, e fu nel senso di volere una repubblica rossa e armi. Il Mazzini si affacciò al balcone, ringraziò il popolo, e promise che le armi si sarebber date.14

E così, mentre un popolo compro e fittizio chiedeva le armi a Mazzini, il che ebbe tutte le apparenze di una parte accordata, il Mazzini non sel faceva domandare due volte; e il giorno stesso, con decreto del triumvirato, costringevansi i cittadini che possedevan fucili da munizione a presentarli entro il termine di quattro giorni al comando civico.15 Per cotal guisa, ed in grazia di questo strattagemma, si veniva a disarmare il vero popolo romano per armare il popolo dalla repubblica rossa; ed a coonestare l’implorato provvedimento, si faceva muovere quella frazione di popolo ch’era ligia e venduta in anima e corpo al potere.

A questo fatto allude un biglietto tutto di pugno del Mazzini che possediamo fra i nostri documenti e che trascriviamo:


Alla commissione di guerra,


» Urge verificare quanti fucili si siano riuniti per offerta della civica o cessione de’ privati, e rivendicarli. L’invio immediato di una o due casse fucili al Garibaldi sarebbe indispensabile.

» Vi sono armieri nelle vie di Roma che hanno fucili da munizione in mostra; bisognerebbe cercarne nota [p. 340 modifica]perché il decreto nostro, occorrendo, fosso adempiuto, quando le cose stringessero.

» Salute e fratellanza.

» Pensate alla scuola della Speranza e al bersaglio.

» 6 aprile 49.»16


Intanto il popolo, dichiarato sovrano, credette di cominciare ad esercitarne i diritti il 1° di aprile manomettendo quasi, o danneggiando per lo meno, i giardini del Quirinale e del Vaticano.17 Ciò gli valse, come più sopra raccontammo, la interdizione di entrarvi: esautorato così del suo diritto di sovranità nei giardini, gli rimase quello soltanto da esercitarsi in piazza.

Designeremo come documento ulteriore della libertà nascente, che due frati di lana grossa mandavansi in Roma, dopo essere stati arrestati in Poggio Mirteto.18

Nè a cið limitavansi i fatti del 1° di aprile. Ne avemmo anche un altro, e fu che il maggiore Alessandro Calandrelli ministro interino della guerra chiedeva con indirizzo stampato e diretto ai triumviri la sua dimissione, dicendo: «non comportargli la coscienza di farsi mallevadore di quei mali a cui gli era impedito di provvedere.»19 Vuolsi che ciò fosse in conseguenza dello avere i triumviri liberato di proprio moto il colonnello Grandoni ch’era stato arrestato d’ordine del Calandrelli stesso per inobbedienza e per insulti personali fattigli.20

Promulgavasi inoltre in quel tempo un decreto per porre la guardia nazionale sotto la dipendenza del ministro della guerra.21 [p. 341 modifica]Altro pure pubblicavasi per revocare tutti i permessi di assenza accordati ai membri dell’assemblea.22

Altro infine per conferire il diritto di grazia al potere esecutivo.23

Il 2 aprile pubblicavansi i nomi del nuovo ministero dipendente dal triumvirato. Esso era cobl. composto:

Rusconi Affari esteri
Berti Pichat Interno
Sturbinetti Istruzione pubblica
Manzoni Finanze
Lazzarini Grazia e giustizia
Montecchi Commercio e lavori pubblici.24

Il cittadino Aurelio Saliceti nominavasi il detto giorno presidente del tribunale di cassazione.25

Ordinavasi pure nel medesimo giorno ai municipi ove non era un comando civico, la consegna dei fucili al capo di battaglione o al capitano.26

Il partito repubblicano quantunque imperasse in Roma, non era tranquillo del tutto. Germi di malcontento qua e là si appalesavano.

Sapevasi che il 1° di aprile incominciar dovevano in Gaeta le conferenze il cui scopo era quello di ottenere l’intervento armato. Le pratiche del ministro spagnolo Pidal per rannodar le fila di quella lega, cui s’impose il nome di cattolica e che doveva reintegrare il papa ne’ suoi diritti di sovrano, eran palesi, perchè divulgate dal giornalismo e dalle corrispondenze. Le visite che il Mercier veniva facendo in Roma in qualità di negoziatore, il suo accostarsi ai Mamiani, ai Farini, ai Pantaleoni rappresentanti del partito [p. 342 modifica]così detto moderato o costituzionale monarchico, inducevano in gravi sospetti che qualche cosa si tramasse in Roma a discapito della repubblica. Temevasi in una parola una reazione, e di questa or ora discorreremo.

Erano stimolo ed incitamento alla reazione la disfatta de’ Piemontesi a Novara ch’era vera, e le notizie egualmente vere ma esagerate della reazione nell’Ascolano capitanata dal prete Taliani.

Pertanto allo scopo di garantire il male assodato governo repubblicano si adottarono i seguenti provvedimenti.

Un’associazione nazionale formossi all’oggetto di riorganizzare sopra solide basi il partito nazionale. Ne formavan parte:

Goffredo Mameli
Luigi Zuppetta
Ariodante Fabretti
Paolo Bonetti
Antonio Zambianchi
Tito Savelli
Felice Fornaboni.27


Il circolo popolare esortava fin dal giorno 2 i soldati a star saldi in sostegno della repubblica. Emise a tal effetto un indirizzo ove dicevasi che la patria era m pericolo, non per timore di una invasione straniera, ma per la minaccia di una reazione per parte dei nemici interni.28 E sempre appoggiandosi sull’esser la patria in pericolo, lo stesso circolò popolare proponeva, con altro indirizzo del giorno 4 diretto a tutti i circoli italiani, la formazione di un comitato di sorveglianza.29

[p. 343 modifica]Intanto però che questi comitati di pubblica sorveglianza (vera parodia dei comitati di salute pubblica della francese rivoluzione) si fosser formati nel resto d’Italia, quello in Roma era bell’e formato, e lo si partecipò a’ Romani con un avviso che diceva come appresso;


«Circolo popolare nazionale di Roma.


» Romani!

» La patria è in perìcolo. Il popolo la ebbe redenta; il popolo la deve salvare. È finalmente scoperto il decreto che l’alleanza dei Papi e dei Re scriveva a caratteri di sangue. La libertà italiana dopo tanto eroismo, dopo tanti sacrifizî, dopo tante illusioni, dovea perire in un giorno, e sul campo istesso dove sarebbesi combattuta la guerra dell’indipendenza. Ma Dio e popolo disperdono i decreti dei Papi e dei Re.

» Genova e Piemonte gridarono al tradimento quando seppero del vergognoso armistizio; e giurarono di vincere o di morire per la libertà e l’indipendenza d’Italia. Romani! Genova e Piemonte manterranno il loro giuramento: ma la libertà e l’indipendenza d’Italia saranno chi sa ancora per quanti anni perdute, se la Repubblica romana avesse a cadere.

» Noi confidiamo che i triumviri preposti al governo con pieni poteri si leveranno all’altezza dei tempi che corrono supremi per noi, supremi per tutti i popoli liberi. Essi salveranno la Repubblica se hanno fede nel popolo, se non disconoscono la natura del governo che abbiam voluto giustamente distruggere.

» Il popolo intanto adempia al suo dovere. L’assemblea generale del circolo mossa dalla gravezza delle circostanze la sera del 1° corrente aprile creava un comitato di pubblica sorveglianza perchè invigili sulla pronta ed esatta esecuzione dei decreti e degli ordini del governo, insinui [p. 344 modifica]legalmente quei provvedimenti che la opinione pubblica invocherà come necessari alla salvezza della patria, si faccia insomma il centro della vita del popolo, e l’organo intermedio tra esso e il governo della Repubblica.

» Il comitato di pubblica sorveglianza è composto dei seguenti cittadini:

» N.° 1 Pietro Sterbini presidente
» 2 Giovanni Battista Niccolini vice presidente
» 3 Giovanni Battista Polidori Bracket right 4.png segretari
» 4 Giovanni Battista Luciani
» 5 Angelo Brunetti
» 6 Pietro Guerrini
» 7 Carlo Landi
» 8 Attilio Ricciardi
» 9 Felice Scifoni.


» Romani!

» Via le troppo lunghe e fatali illusioni. Due sole bandiere sono oggi possibili: quella della repubblica o quella della monarchia assoluta. Decidiamoci; ma prima guardandoci attorno pensiamo cosa sarebbe di noi, dei diritti sacrosanti del popolo se trionfasse la bandiera dei re.

» Viva la Repubblica.


» Dalle sale del circolo li 4 aprile 1849.


» Il direttore Felice Scifoni.
» Il segretario Pietro Avv. Ballauri30


L’adozione istantanea di questi temperamenti, il linguaggio allarmante negli atti scritti, la clausola costantemente inscrittavi la patria è in pericolo, presentano giusti [p. 345 modifica]motivi per sospettare che qualche principio di reazione vi fosse realmente. Esaminiamo dunque per chiarircene che cosa presentino di reale le circostanze di quel momento.

E per primo troviamo che due personaggi rispettabili vennero arrestati in quei giorni, il conte Cesare Codronchi31 e monsignor Gallo di Osimo.32

Ma l’arresto che produsse una sensazione vivissima e pose in iscompiglio anche la parte moderata, fu quello del tenente di artiglieria Ermenegildo Rota accaduto nella notte del 4 al 5 di aprile.

Tale arresto arbitrario e illegale provocò subito la seguente protesta dell’onorevole colonnello Steuart comandante del forte sant’Angelo:


«Ai Triumviri,

» Castel S. Angelo 5 aprile 1849.


» Questa notte molti individui armati, parte con veste civica, e parte con veste borgese si sono presentati sgarbatamente al domicilio del cittadino Ermenegildo Rota tenente di artiglieria, e con preteso mandato del governo hanno perquisito tutta la casa di lui, portandone via quanto danaro vi si trovava, non lasciando neppure tanto da camparvi un giorno, e portando via persin le medaglie che io doveva ritirare per distribuire domenica prossima al corpo degli artiglieri.

» Il detto Rota è stato tradotto in arresto. sono in dovere di reclamare a questa violazione delle più alte garanzie militari. Appartenendo il Rota all’artiglieria, doveva qualunque ordine di arresto emettersi coll’organo del ministero delle armi, ed eseguirsi mediante un uffiziale di piazza; su di che indignata e postasi in orgasmo tutta la uffizialltà degli artiglieri, ha preso partito di [p. 346 modifica]cogliersi a sua tutela dentro questo forte, disposta però a tenersi sempre pronta all’obbediente dei superiori.

» Aggiungo a ciò l’altro inconveniente che persuade ad una istantanea provvidenza. L’arsenale condotto dal Rota contiene più di centoquaranta operai. Quali saranno le conseguenze, se i medesimi non avranno secondo il solito la mercede serale, nè in appresso potranno continuare i lavori?

» Questo per obbligo d’uffizio devo mettere a notizia vostra.

» Salute e fratellanza.

firmatoSteuart33


Il reclamo dello Steuart, e l’attitudine assunta dagli officiali compagni d’arme del Rota produssero l’effetto che richiedevasi, perchè pochi giorni dopo il Rota venne posto in libertà, come meglio diremo a suo luogo.

Lo stesso giorno 5 aprile veniva preposto al comando delle guardie civiche, colla qualifica di generale, l’avvocato Francesco Sturbinetti, giovane d’intemerata probità, ed una delle celebrità del romano foro.34

Riflettendo pertanto agli arresti sovraccennati, all’allarme dei circoli, alle provvidenze di rigore e di sicurezza adottate, alla confessione che la patria era in pericolo, devesi convenire ch’esisteva qualche cosa di reale per giustificare questi allarmi, e che un principio di reazione esisteva realmente.

E di fatti risulta da alcune memorie particolari che possediamo, che il commendatore, poi marchese, Pietro Campana vuoi per attaccamento sincero verso la Santa Sede, vuoi per gratuirsi e reintegrarsi nel favore dei clericali, di cui prevedevasi vicino il trionfo, e presso i quali la sua [p. 347 modifica]condotta apparentemente ambigua nei primi giorni del maggio 1848, creato aveva qualche sospetto a suo carico, trovavasi, se non a capo, implicato per certo in un complotto di reazione in senso pontificio.

Risulterebbe da queste memorie che taluni della guardia svizzera fosser da esso assoldati, che alcuni officiali dei carabinieri a lui recassersi ascosamente, e che una compagnia del battaglione civico di cui il Campana era colonnello fosse più delle altre iniziata e compromessa nello schema di reazione.

Apparirebbe pure che egli mantenevasi in rapporti col Mercier incaricato segreto della repubblica francese sotto la immediazione del francese ambasciatore duca d’Harcourt allora in Gaeta. Trovavasi il Mercier in quel tempo in Roma, e formava l’anello di comunicazione fra la Francia, Gaeta, e Roma, ma non Roma repubblicana, sibbene costituzionale col papa a capo della medesima.

Vogliono alcuni che il tutto venisse rivelato al general Galletti comandante dei carabinieri nella speranza ch’egli associarsi volesse al movimento, e che il Galletti astutamente secondasse in apparenza le segrete proposte, tanto quanto bastargli potesse per conoscere e sventare le fila della trama.

In prova di che troviamo che il 6 di aprile con un ordine del giorno ai carabinieri gli esortava a perseverare in fede al governo della repubblica, dichiarando non essere ignaro che i nemici della medesima cercavan la via d’indebolire il loro attaccamento.35

E la Pallade del 7 convalidava i sospetti dicendo che per qualche timore sparso nella città, i Triumviri avevan preso energiche misure per tutelare la quiete pubblica, e che eransi fatti vari arresti.36

Abbiamo infine un documento irrefragabile sulla reale esistenza della trama di reazione nel II volume della storia [p. 348 modifica]di Federico Torre, il quale essendo sostituto al ministero della guerra trovavasi assai addentro ne’ segreti di governo. Ebbene il Torre racconta il fatto, entra in particolarità, e ci dà perfino alcuni nomi dei compromessi, attribuendo alla solerzia del Meucci il discoprimento della trama la quale doveva prorompere il giorno di Pasqua 8 di aprile.37

Il triumvirato intanto, il quale era assai più di un ministero semplice perchè rappresentava la sovranità e nel tempo stesso dominava il potere esecutivo, fece la sua professione di fede politica, la quale fu ciò che in linguaggio moderno si chiamerebbe il discorso della corona e il programma ministeriale, in un solo atto amalgamati. Compieva quest’atto il giovedì santo 5 di aprile.38 Era diretto ai cittadini e incominciava al solito con Dio e col popolo. Dichiarava che da 5 giorni essendo al potere, era tempo che il popolo udisse la sua voce, e conoscesse le norme generali colle quali intendeva di soddisfare al mandato conferitogli. Poi così diceva:

«Libertà e Virtù, Repubblica e Fratellanza devono essere inseparabilmente congiunte. E noi dobbiamo darne esempio all’Europa. La repubblica in Roma è un programma italiano: una speranza, un avvenire pei ventisei milioni d’uomini fratelli nostri. Si tratta di provare all’Italia e all’Europa che il nostro grido Dio e Popolo non è una menzogna — che l’opera nostra è in sommo grado religiosa, educatrice, morale — che false sono le accuse d’intolleranza, d’anarchia, di sommovimento, avventate alla santa bandiera, e che noi procediamo, mercè il principio repubblicano, concordi come una famiglia di buoni, sotto il guardo di Dio e dietro alle ispirazioni dei migliori per Genio e Virtù, alla conquista dell’ordine vero, Legge e Forza associate.

[p. 349 modifica]» Cosi intendiamo il noatro mandato. Coai aperiamo che tuttti i cittadini lo intenderanno a poco a poco con noi. Noi non siamo governo d’un Partito; ma governo della nazione. La nazione è repubblicana.»

Promettevansi in fine economia negl’impieghi, ordine e severità di verificazioni nella sfera finanziaria, non guerra di classi, poche e caute leggi, forza e disciplina di esercito regolare ec.

Tutte queste belle cose si promettevano. Quanto allo averle mantenute troveremmo le nostre difficoltà, poiché libertà non si ebbe, non si ebbe securtà personale, e se si ebbe, fu a prezzo di silenzio forzato, di sofferenza, di rassegnazione. Gl’impieghi, lungi dall’esser diminuiti, vennero accresciuti, e lo sperpero del denaro pubblico fu palese a tutti; nè è da meravigliarsene molto, perchè null’altro costava che un po’ di carta solcata da vernice nera. Quanto alle leggi non solo non furon poche, ma tante in quattro mesi, quante appena in un secolo potrebbero promulgarsi.

Si diceva nel programma non guerra di classi ma più di quella che fecesi ai nobili e al clero, quale altra mai si vide più acerba e crudele? I nobili preser quindi quasi tutti la fuga, e gli ecclesiastici dismisero l’abito per assumer quello laicale. Avrebbero essi ciò fatto se si fosser lasciati in pace e securtà?

Ciò quanto a Roma. Ma nelle provincie si stava ancor peggio, e proveremo che esse versavano in uno stato orribile a dirsi, e dovrem pure per debito di storici enumerarne i oasi lacrimevoli e funesti.

In Ancona erasi formata quella lega esecranda di accoltellatori che per ispirito di parte tante vittime immolò alla sua ferocia brutale.

Altra lega sanguinaria erasi formata in Jesi, ed altra associazione detta infernale funestò la città di Sinigallia patria del pontefice.

Della lega jesina esiste un regolare processo che venne stampato, e che può vedersi nella nostra raccolta. nota


39 [p. 350 modifica]Le atrocità perpetrate dalle altre posson leggersi in un’opera pubblicata nel 1853 in Firenze sotto il titolo di Fatti atroci dello spirito demagogico negli Stati romani, racconto estratto da’ processi originali. Risulterebbe dalla medesima che gli assassini politici che ebbero luogo in alcune città delle Marche e Romagne furono i seguenti:40


In Ancona

Carlo Bonelli.
Michele Baldelli.
Sante Prioli.
Vincenzo Valorani.
Girolamo Fidati.
Francesco Lazzarini.
Vincenzo Grifoni.
Antonio Mancinelli.
Gregorio Servanzi.
Elia Belluini.
Nazareno Bellomo.
Alessandro Titoni.
Girolamo Mari.
Giovanni Lelli.

Pietro Silici.
Eugenio Scalmati.
Candido Mazzarini.
Giovanni Vernizzi.
Giuseppe Ragusini.
Lorenzo Ludolini.
Angelo de-Cosmi.
Giovanni Gatti
Giovanni Paponi.
Agostino Marinelli.
Francesco Giaccaglia.
Giovanni Ricotti.
Padre Bonarelli.
Padre Okeller.


In Sinigagallia

Pio Berluti.
Domenico Lanari.
Pietro Campobassi.
Giovanni Centoscudi.
Giovanni Sbarbati.
Paolo Consolini.
Giovanni Costantini.

Lazaro Mancinelli.
Paolo Calcina.
Mariano Perilli.
Fedele Resti.
Mariano GabanelD.
Giosafat Canterini.
Canonico Specchietti.

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In Pesaro

Giuliano Nicolai.
Curzio Andreozzi.
Girolamo Cerni.
Angelo Lombardi.

Vincenzo Arnaldi.
Terenzio Seraghiti.
Giovanni Mazzocchi.



In Loreto

Antonio Albertini.


In S. Severino

Domenico e Pacifico Angelucci.
Conte Severino Servanzi Collio.



In Ranco

Lorenzo Agreste.


In Imola

Mariano Galvani.


In Corinaldo

Giuseppe Paolini.


Non volendo però noi fare a fidanza sulla detta opera alla quale non è prefisso nome di autore, volemmo consultare quella di Carlo Rusconi che fu ministro della repubblica romana per gli affari esterni nel 1849. Il medesimo ci dice quanto segue:

«Fu così che in quelle provincie trucidati venivano come avversi al regime repubblicano

» un cav. Baldelli intendente doganale,
» un marchese Nembrini,
» un capitano del Pinto,
» un marchese Consolini,
» un Perilli direttore delle poste, [p. 352 modifica]
» un Boidi custode del porto,
» uno Specchietti canonico,
» un Diamantini orologiaio,
» uno Stuard prete d’Irlanda, che dicevasi disceso dal ceppo regale di questo nome; e assassinati pure come uomini inonesti e immorali
» un Girolamo Boldreghini sensale,
» un Pasqualini confettiere,
» un Bertini veterinario,
» un Matteucci mercatante,
» Bavosi Bracket right 4.png operai,
» Finti

» e troppi più altri che la mente inorridita rifugge dal registrare, sconfortata a tale spettacolo della malvagità umana. Gli sciagurati credevano di servire la repubblica, e l’avrebbero disonorata s’essa avesse mai potuto, non che tollerare, non reprimere con tutte le forze quegli eccessi abbominandi.»41

Se dunque fatti di tale natura avevano incontestabilmente avuto luogo, con qual fronte potevansi dai programma triumvirale magnificarsi le beatitudini della repubblica romana? È forza quindi concludere che sia i programmi ministeriali, sia i discorsi della corona peccan quasi sempre di un difetto che è quello di non dire la verità e di contenere delle studiate mistificazioni.

Ad onta di ciò la parte sana di Roma obbediva esemplarmente alle leggi; molti fra gl’impiegati preser servizio e servirono fedelmente il nuovo governo, ma fra questi furonvi non pochi che consultarono preventivamente il loro direttore spirituale; i frutti del debito pubblico venner pagati come durante il governo pontificio; i prezzi dei generi di prima necessità non subirono aumento. Quanto al basso popolo, che facevasi lavorare per conto del governo, [p. 353 modifica]ebbe dai repubblicani più larghe mercedi di quelle che da un governo regolare avrebbe potuto sperare. E così si vennero a traforare in buona parte anche nel basso popolo le idee repubblicane.

La sera del venerdi santo 6 aprile si volle dare lo spettacolo della croce illuminata nella chiesa di san Pietro facendo di se quanto bella, altrettanto desiderata mostra; poichè fin dal pontificato di Leone XII erasi dimesso l’uso d’illuminarla, si disse in allora, a preservazione di scandali.42

Il Costituzionale pubblicò sulla esibizione della croce un articolo col quale qualificava di scandalosa la riunione ch’ebbe luogo in san Pietro la sera del venerdì santo. Ciò gli valse più tardi lo sdegno del circolo popolare e la sua sospensione.43

Riassumendo ora la narrazione delle disposizioni governative, diremo che con decreto del 4 aprile il locale del sant’Uffizio destinavasi ad abitazioni di famiglie, ed una commissione veniva eletta in seguito per disporre delle dette abitazioni.44

Il giorno 6 si decretava la emissione di nuovi boni della repubblica per la somma di sc. 251,595 frutti risparmiati mediante la estinzione dei boni del tesoro i quali come dicemmo a suo luogo eran fruttiferi del 3,60 per cento ed anno.45

Pubblicò su questo argomento Paolo Mazio che fu uno dei più benemeriti scrittori della Bilancia nell’anno 1847, un opuscolo in cui sosteneva che il governo rivoluzionario non annullò già assolutamente i frutti che i boni del tesoro pontificio generavano. Il governo, secondo il Mazio, gli annullò sotto la ragion di frutti, ma non così sotto quella di valore nominale circolante e progressivo: atteso che avendo calcolato i frutti che risparmiavansi in base dei tempi delle singole ammortizzazioni de’ boni e del ritardo di un mese [p. 354 modifica]per ciascuna, sostituì loro a modo di compensazione una quantità correlativa di boni effettivi.

Non fu adunque, secondo il Mazio, un vero annullamento, a parlare con proprietà; fu bensì una cumulazione calcolata, uno sviluppamento simultaneo dei frutti, progressivi per loro istituzione, ed un trasferimento del possesso dei medesimi frutti accumulati, dalle mani dei singoli portatori al governo repubblicano. Per il di più rimandiamo i nostri lettori al detto opuscolo, ove questa questione piuttosto complicata viene svolta con molta chiarezza.46

Altra misura finanziaria si ebbe (del genere, s’intende, di quelle che possono aversi in tempo di rivoluzione) nell’appello o avviso che il direttore della zecca Pietro Girometti dirigeva al pubblico per avere argento, promettendone il rimborso con un 10 per cento di aggio, pagabile quanto a due terzi in carta, ed un terzo in argento monetato.47

Misure siffatte tendevano a screditare sempre più la carta in circolazione, confermavano la diffidenza ne’ cittadini, e mettevano al nudo le piaghe del governo il quale, coll’offrire un 10 per cento di aggio, faceva chiudere negli scrigni l’oro e l’argento, e veniva aprendo la strada all’aggiotaggio progressivo degli speculatori e di que’ tanti che volgono a loro profitto i mali in cui versa la patria. Più tardi narreremo in quali tristi condizioni trovossi Roma in qualche momento per la sparizione totale dalla circolazione non solo dell’oro e dell’argento, ma per fino del rame.

Erasi divulgato di quei giorni in Roma altro giornale cui si diè il titolo di Misteri di Roma.

Detto foglio era di genere semi-clandestino perchè non portava nome di stampatore. Vende vasi però pubblicamente e portava solo il nome di un gerente [p. 355 modifica]responsabile, ma che poco, crediamo, avrebbe potuto rispondere. Veniva scritto, si disse, da alcuni giovani ultra-repubblicani, puri, rigidi, e quasi accostantisi alla severità spartana. Fra’ suoi vanti eravi quello di flagellare il favoritismo, e l’altro di censurare gli atti del governo o dei personaggi più eminenti che lo sostenevano. Gli stessi Armellini, i Campello e per fin l’Assemblea non venner risparmiati.

Siccome per altro volle in un articolo prendersela ancora col colonnello de Pasquali, provocò un cartello di sfida contro l’incognito autore dell’articolo stesso. Nacque il detto giornale col 4 di aprile, e col giorno 27 si spense la sua esistenza, lasciandoci dieci numeri in tutto che posson vedersi nella nostra raccolta.48

Come già dicemmo, trovavasi in quei giorni in Roma il signor Mercier negoziatore politico, sotto la dipendenza del duca d’Harcourt. Era suo officio di esplorare il terreno, consultando a tal uopo non già i repubblicani ma gli uomini del così detto partito moderato o costituzionale.

Figurava capo fra questi il Mamiani col quale, e forse con altri del medesimo partito tenne il Mercier inutili confabulazioni; perchè in quel tempo in Roma le parole di costituzionalismo col papa alla testa del governo sonavan come vuote di senso. Erano insomma una moneta fuori di corso.49

Adombrati però i repubblicani per queste pratiche, se ne richiamarono al governo, il quale a discarico della propria coscienza, e a tranquillità de’ suoi partigiani, credette opportuno di emettere la dichiarazione seguente:


«Cittadino presidente

» dell'assemblea costituente romana,


» Ci viene riferito da voci e dubbiezze sparse fra alcuni de’ nostri colleghi intorno a presunte pratiche di [p. 356 modifica]agenti stranieri presso il Triumvirato, concernenti basi di transazioni o proposizioni d’accordo col potere decaduto.

» I Triumviri, forti della loro coscienza e del loro mandato, non ammettono che idea siffatta possa trovare credenza nell’Assemblea. Ma afferrano volenterosi l’occasione per dichiarare, a proprio soddisfacimento ed onor del paese:

» Che nessuna proposizione d’accordo o di transazione è stata inoltrata da agenti italiani o stranieri al Triumvirato:

«Che fatta, verrebbe inesorabilmente respinta:

» Che il Triumvirato riguarderebbe come tradimento qualunque concessione, qualunque deviazione dal principio, da qualunque parte, e sotto qualunque forma venisse:

» Che pel Triumvirato, come per l’Assemblea, Roma e Repubblica sono sinonomi:

» Che ora segnatamente, quando alla guerra regia si sta sostituendo la guerra del popolo; davanti all’energia genovese; davanti al grido di Patria e d’indipendenza che suona nel fremito di tutti i buoni in Piemonte, in Toscana ed altrove; davanti alla minaccia dell’Austria, il solo pensiero di transazione sarebbe delitto, e delitto codardo.

» Vogliate, cittadino presidente, comunicare all’Assemblea questi sensi del Triumvirato e credere alla stima de’ vostri fratelli

               » I Triumviri

Il giorno 7 di aprile venne inserito nel giornale il Positivo di monsignor Gazola un lunghissimo ed interessante [p. 357 modifica]articolo nel quale contenevasi la opinione tanto dello storico Tucidide quanto del legislatore Washington, entrambi contrarie ai circoli politici per la esistenza delle repubbliche. Si lesse con avidità l’articolo: quelli ch’eran contrari per principio ai circoli si confermarono nelle loro idee, agli altri non fece la impressione che impromettevasene l’autore dell’articolo stesso; cosicché i circoli proseguirono non solo ad esistere, ma si strinsero vie maggiormente fra loro. E in questo agirono logicamente, perchè i circoli costituivano una parte essenziale della repubblica. 51

In mezzo alla trepidante incertezza in cui trovavansi i repubblicani sia per le reazioni nelle provincie, sia per quella interna di cui avevansi ormai prove non dubbie, sia finalmente per le pratiche presunte di negoziazioni col feroce nemico della repubblica (che in quel momento era il papa in Gaeta) giunse finalmente il giorno 8 di aprile, sacro alla Pasqua di resurrezione.

Nella chiesa di san Pietro ebbe luogo la funzione religiosa, ma non la solita, perchè vi mancavano il papa, i cardinali, la corte pontificia, gli arcivescovi, i vescovi e tutti quelli infine che di rubrica assister devono al solenne pontificale. Pur non ostante democraticamente si celebrò la messa detta dell’Alleluja.

I triumviri, i deputati, i ministri, il municipio e i capi dei corpi militari di ogni arma vi assisterono.

Nella panca riservata al corpo diplomatico era meschino il vedere per tutta rappresentanza delle potenze estere

Il signor Begré console svizzero.
Il cavalier Pandolfini console toscano.
Il signor Brown console degli Stati Uniti d'America.
»
Freeman pittore, e facente funzione in Ancona di console americano.

[p. 358 modifica]A questo miserabile assortimento di personaggi, salvo il rispetto individuale, si dette il nome di corpo diplomatico !

Terminata la funzione, un sacerdote per nome Spola comparti al popolo dalla loggia che prospetta sulla piazza di san Pietro la benedizione col Venerabile: facevan da assistenti al sacerdote Spola il padre Ventura ed il padre Gavazzi. Quattro bandiere nazionali in luogo degli orientali flabelli circondavano il Venerabile.

Il padre Ventura era in allora o mostrava di essere repubblicano. In seguito però da quel dotto uomo che era si riconciliò colla Chiesa romana, e fatta ammenda degli slanci di una troppo fervida immaginazione, si recò in Francia a predicarvi fervorosamente la fede cattolica. Quello spropositato per converso del padre Gavazzi predicò da saltimbanco politico-religioso le falsità protestanti. Egli sapeva così bene accoppiare alla stravaganza delle idee la eccentricità delle espressioni, che pareva che collo straziare barbaramente le orecchie aspirasse ad assicurarsi il brevetto di corruttore impudente della bellissima lingua italiana.

Non riesca discaro ai nostri lettori il sentire certi versi che sul suo conto circolarono in quel tempo in Roma. Essi dicevan cosi:


Al Barnabita
frate Alessandro Gavazzi bolognese


O frate asinonaccio sbardellato
Peggiore del peggior fra i Barnabiti,
Inverecondo, epicureo malnato,
Di taidi e ciacchi sol pronto agl’inviti,
E al cui stil ditirambico sguaiato
Vedi i tuoi pari in estasi rapiti,
Smetti quel fasto insano e quella boria,
Chè ognor mendace non sarà tua storia.

[p. 359 modifica]

E quando fia, nè guari andrà, che il vero
Disveli i tradimenti e le impostare
Onde sedotto il successor di Piero
Venner le nostre e insiem le sue sciagure,
Sol colla penna rincacciarti io spero
Nella sentina delle tue lordure:
Sol colla penna?... Or va, saprai chi sono
Quando pei tristi più non sia perdono.


Questi versi dicono abbastanza in quale concetto si tenesse dagli onesti in Roma frate Gavazzi: ma quello sciagurato di sacerdote chiamato Spola, cui non rifuggi di assumere per un momento la dignità pontificale, qual fine fece egli mai, poiché nulla più sapemmo di lui? Piangerà forse nel raccoglimento la momentanea invereconda ambizione di aver voluto occupare il posto del pontefice.

Ritornando alla solennità della Pasqua in san Pietro, diremo che vi fu, è vero, un eerto concorso di popolo; ma istituire un paragone fra ciò che presenta di ragguardevole la benedizione di Pasqua nella piazza di san Pietro allorquando vi è il papa, e quella dell’anno 1849 in cui era assente da Roma, sarebbe paragonare un convito principesco con una riunione di bettola. Ove eran difatti nel 1849 le molte e molte migliaia di stranieri di tutte le nazioni che si trattengono espressamente in Roma o vi si recano a disegno da tutte le parti del mondo? Ov’era il corpo diplomatico? Ove la nobiltà o borghesia romana, e gli equipaggi sfarzosi, e le livree di gala? Ove insomma quella eletta di tante celebrità della società umaua che vi si accoglievano negli anni antecedenti?

Quale colpo d’occhio imponente non presenta la piazza di san Pietro allorquando oltre alla esibizione di tanti segni dell’umana grandezza, ti presenta pur quelli della fede fervente che attira le infime classi della società su quella piazza smisurata per ricevervi la benedizione papale? Non è egli edificante allora la vista di tanti poveri pellegrini [p. 360 modifica]che da lontane parti affluiscono in Roma, e la presenza de’ contadini accorsi dai circostanti paesi, i quali ottenuta la benedizione, riedono consolati ne’ loro meschini casolari?

Che se la mattina dell’8 di aprile 1849 tu portavi lo sguardo nel santuario, in luogo del papa pontificante nella sua maestà di gran sacerdote, da pressochè tutto il mondo riconosciuto, tu vedevi in vece un abate Spola e un frate Gavazzi, e invano cercavi il senato cardinalizio che ricoperto di porpora ti rammenta l’antico senato romano. Non vedevi le mitre episcopali, non i prelati, non i principi assistenti al soglio, nè i capi d’ordine, nè tutto quel corredo in fine che costituisce la corte pontificale e la ecclesiastica gerarchia. Tu vedevi in vece Mazzini, Armellini e Saffi colle sciarpe tricolori, ed i membri dell’assemblea assisi in alcune panche, e li vedevi con tali ceffi torvi, tali fisonomie indevote, che tutto all’infuori di un religioso raccoglimento ispiravano.

Bastava guardarli per persuadersi all’istante non essere a quelli largito il dono della fede, non conoscere le anime loro il balsamo della speranza, ed aver chiuso il cuore alla universale carità. Che se pure qualche carità sentivano, era ella arida, ostentatrice, parziale, non quella indistinta e universale di tipo cattolico. Osservandoli in somma anche con occhio fugace, nasceva in te la convinzione che quelle non erano anime di credenti, e di leggieri ti persuadevi che confessar non potevano Gesù Cristo coloro che ne vollero scacciato il vicario dall’augusto suo tempio.

La cerimonia di quel giorno non fu dunque una pompa religiosa, ma una sfacciata profanazione, una sacrilega ipocrisia, una rivoltante impostura; direna meglio una parodia invereconda cui dar si volle il nome di cerimonia religiosa.

E pure non tutti i Romani sepper comprendere siffatta abbominazione, e più d’uno sentivi ripeterti la parola d’ordine, scaltramente diffusa nelle masse, che se era [p. 361 modifica]partito il vicario, restato era fra noi il Principale, e quindi, esser preferibile la benedizione di Cristo in Sagramento a quella di un uomo che ne facesse le veci.

Ci lasciò il triumvirato un documento importante di questa solenne impostura in quell’articolo che il 9 di aprile venne inserito nel Monitore sotto il titolo di Novum Pascha, e che così era concepito:

«Cristo è risorto anche quest’anno a Roma, dove fu collocata la pietra angolare della sua Chiesa. Il Verbo, Salvatore dell’anime umane, ha vinto anche quest’anno le potenze delle tenebre, e scoperchiato il sepolcro suggellato dalla tirannide. Il popolo cristiano ama questa festa fra tutte, perchè è la festa della libertà. I nostri padri scolpirono questa sacra parola (libertas) sotto l’immagine di Cristo risorto, nel secondo altare delle cattedrali di Lucca e di Pisa, quasi preludendo al nostro simbolo: Dio e popolo: simbolo che non sarà completo, se prima non è sciolta ogni catena; se prima non è liberata ogni anima umana dalla moltiplice servitù che l’opprime.

» Quanto più il popolo si sentirà sollevato dalle secolari miserie e dalla trista eredità del servaggio, tanto celebrerà con maggiore affetto la Pasqua, istituita dapprima, quando fu scosso il giogo di Faraone; e santificata dal Salvatore del mondo, nel gran passaggio che fece l’umanità, chiamata dal simbolo al vero, dal culto della materia a quello dello spirito, dalla legge dell’odio a quella dell’amore.

» San Pietro aperse anche quest’anno la sua magnifica cattedrale al popolo di Roma. I Triumviri, i rappresentanti del popolo, il corpo diplomatico degli stati amici, i vari magistrati e ufficiali del municipio e della Repubblica, la guardia nazionale, la milizia di ogni arma assistevano alla messa solenne dell’Alleluja. Alla musica sacra della cappella s’alternavano i suoni nazionali delle [p. 362 modifica]bande, e il bacio della pace passò di labbro in labbro, simbolo e pegno della iniziata fraternità.

» Il popolo assisteva affollato al nnovo spettacolo, assai più numeroso e commosso che non appariva negli anni decorsi. Finita la messa, dalia gran loggia del Vaticano, dalla quale il Vicario di Cristo soleva impartire la sua benedizione al popolo sottoposto, quest’anno il popolo libero la ricevette da Cristo medesimo in Sacramento.

» Nessuna parola potrebbe renderci la maestà di questo momento e la commozione del popolo, che sentiva forse la mutata sua condizione nella stessa novità del rito che si compiva. Tutte le bande squillarono, tutti i tamburi furono percossi, le campane sonarono a festa, il cannone dal vicino forte sant’Angelo rimbombò; ma più alto d’ogni suono si levò il grido della moltitudine: viva la Repubblica!

» E la benedizione del Verbo scenderà anche quest’anno copiosa e salutifera sul popolo romano, che seppe distinguere ciò che era dell’uomo, da ciò che era di Dio; la religione di Cristo, dalla scorza che l’offuscava; il vangelo, dalle decretali; la verga del Pastore, dal triregno del Papa; la stola immacolata dell’Agnello, dalla porpora superba dei Cardinali.

» Si chiederà qual cosa mancava quest’anno alla solennità della Pasqua. — Mancava, non per colpa nostra, il Vicario di Cristo: lui partito, rimase il Popolo e Dio.»52

E mentre piacque questo articolo ai repubblicani, che lo innalzarono al cielo, la Speranza dell’epoca lo condannava con queste parole:

«Non è officio nostro il teologizzare e quindi ci teniamo anche dallo sfiorare l’argomento, di cui il giornalista ufficiale fa subietto di discorso. Ufficio nostro però è [p. 363 modifica]quello di dichiarare pubblicamente, come il popolo di Roma, e la grande maggioranza del partito liberale nazionale, condannino simigliante articolo, e de respingano la solidarietà.»53

La sera fuvvi luminaria con fuochi di bengala dei tre colori sulla piazza di san Pietro, e all’una di notte comparve rapidamente la solita illuminazione di fiaccole sulla basilica e sul colonnato.54

I canonici di san Pietro essendosi ricusati di prender parte alla cerimonia, vennero condannati dal triumvirato con un decreto a pagare scudi cento venti ciascuno. Il decreto diceva cosi:

«I Canonici del capitolo Vaticano, per pena del criminoso rifiuto alle sacre funzioni ordinate dalla Repubblica il giorno di Pasqua, sono multati personalmente della somma di scudi centoventi per ciascheduno.55»

Rincrebbe soprammodo Romani tale condanna con tutte le solennità di un decreto, e fu considerata come una violenza ed un abuso di potere; poichè alla fin fine, trattandosi di cerimonie ecclesiastiche, i canonici erano responsabili soltanto verso l’autorità ecclesiastica e non ad altri per il loro operato.

Insorse difatti coraggiosamente la Speranza dell’epoca censurando quell’atto, e si attirò gli sdegni e le carica ture del Don Pirlone il quale rappresento l’ufficio della Speransa dell’epoca siccome un nido di Gesuiti.56

Il Farini, raccontando il fatto dei canonici di san Pietro, premette queste parole:

«Eppure ecco il Mazzini a cui non basta l’unità d’Italia; idea contrastata, fine a parer mio non buono [p. 364 modifica]nè bello, certamente impossibile a questi tempi: non gli basta la distruzione della monarchia; idea pessima, io credo, in questa società europea, in ogni caso più contrastata della prima, fine poco più probabile: non gli basta la democrazia pura; termine equivoco di significato, termine senza termine, a prenderlo nel significato di taluni; non gli basta la distruzione del dominio temporale dei Papi; impresa, come si vede, molto difficile: non basta: il Mazzini crede facil cosa distruggere in Italia anche il cattolicismo romano. È una stoltezza storica e politica, è un delirio da fanciulli. L’Italia, il ripeto, è cattolica, e non v’è altro cattolicismo che il romano.57»

Queste vessazioni a carico degli ecclesiastici, queste condanne rivestite dall’apparenza di legalità e che volevansi far comparire siccome necessarie a mantenere sotto il freno i chierici, non già per cose attinenti al civile consorzio (ove naturalmente esser devono sottoposti alle patrie leggi come gli altri cittadini), e per ultimo le parole stesse del Farini mostrano fino all’evidenza la giustezza del nostro asserto in principio del presente capitolo, che cioè il Mazzini non alla politica soltanto limitava la sua trasformazione, ma intendeva distruggere la religione cattolica, sostituendovene una da lui foggiata e che accostavasi all’anglicanismo.





Note

  1. Vedi Farini, vol. III, pag. 313, e pag. 322, e 323.
  2. Vedi il Farini, vol. III, dalla pag. 321 alla pag. 323.
  3. Vedi Tournon, Etudes statistiques sur Rome ec. Parigi 1831, tomo II, pag. 17.
  4. Vedi il Positivo, n. 46, pag. 183.
  5. Vedi A Paramo Lud., De origine et progressu officii sanctæ Inquisitionis ec. Matriti 1598, in folio. - Vedi Limborcu Phil., Historia Inquisitionis. Amstelodami 1692, in fol. fig. - Vedi Carena Caesar, Tractatus de officio sanctissimæ Inquisitionis. Bononiæ 1669, in folio. — Vedi Menghini Tommaso, Sacro Arsenale ec. Roma 1705 in 4. - Vedi Llorente don Juan Ant., Histoire critique de l’Inquisition d’Espagne ec. Paris 1818, volumi 4 in 8.
  6. Vedi Documenti, vol. IX, n. 1.
  7. Vedi detti, vol. IX, n. 2.
  8. Vedi Documenti, vol. IX, n. 3.
  9. Vedi la Pallade, n. 510 e 511.
  10. Vedi il Contemporaneo del 4 aprile 1849.
  11. Vedi la Pallade del 2 aprile 1849.
  12. Vedi detto del 4, n. 512.
  13. Vedi la Pallade, n. 510.
  14. Vedi il Costituzionale, n. 160.
  15. Vedi il Monitore, del 2 aprile, pag. 279. — Vedi Documenti, vol. IX, numero 4.
  16. Vedi il volume Autografi di personaggi politici, n. 19.
  17. Vedi il Costituzionale del 6 aprile 1849.
  18. Vedi il Costituzionale del 2 aprile 1849.
  19. Vedi l’indirizzo del Calandrelli Ai triumviri nel vol. LX, Documenti, n. 6.
  20. Vedi la Speranza dell’epoca del 4 aprile.
  21. Vedi il Monitore del 2 detto.
  22. Vedi il Monitore, del 2 aprile.
  23. Vedi detto, del 2 detto.
  24. Vedi detto, del 2, pag. 279.
  25. Vedi detto, del 2, pag. 280.
  26. Vedi detto, del 2, pag. 280.
  27. Vedi l’Italia del Popolo, n. 1.
  28. Vedi il detto indirizzo nel vol. IX dei Documenti, n. 8. — Vedi il Sommario, n. 79.
  29. Vedi il detto indirizzo nel vol. IX dei Documenti, n. 9. — Vedi il Sommario, n. 80.
  30. Vedi Atti officiali in un volume in folio atlantico relativo alla repubblica romana, n. 78.
  31. Vedi il Costituzionale del 4 aprile 1849.
  32. Vedi detto del 6.
  33. Vedi Documenti, vol. IX, n. 11. — Vedi il Monitore del 6 aprile, pag. 301.
  34. Vedi il Monitore del 5 aprile 1849, pag. 295.
  35. Vedi la Pallade del 7 aprile. — Vedi il Monitore del 7 pag. 305.
  36. Vedi la Pallade del 7 aprile.
  37. Vedi Torre, vol. II dalla pag. 176 alla pag. 185. — Vedi i Misteri di Roma, n. 2, pag. 8.
  38. Vedi il Monitore del 5 aprile. — Vedi la Pallade del 6, n. 514.
  39. Vedi il volume in-4 intitolato: Processo — Jesina, lega sanguinaria.
  40. Vedi Fatti atroci della spirito demagogico, ec. vol. I in-8. Firenze 1853, dalla pag. 160 alla pag. 304.
  41. Vedi la Repubblica romana (del 1849), di Carlo Rusconi, Torino 1850, in-8, vol. I, pag. 189 e 190.
  42. Vedi il Monitore del 9 aprile.
  43. Vedi il Costituzionale del 9 detto.
  44. Vedi il Monitore del 5 e del 9 aprile, pag. 312.
  45. Vedi detto, del 6 aprile.
  46. Vedi Mazio, Sul decorrimento non ripristinato dei frutti sui boni del tesoro, nel volume 22 delle Miscellanee, n. 12.
  47. Vedi il Monitore del 6 aprile 1849, pag. 801.
  48. Vedi i Misteri di Roma, legati in un volume in-4 insieme col Casotto dei burattini, ec.
  49. Vedi Farini, vol. III, pag. 316 e 316.
  50. Vedi il Monitore del 6 aprile 1849, pag. 301.
  51. Vedi il vol. IX, Documenti n. 10.
  52. Vedi il Monitore del 9 aprile 1849, pag. 309. — Vedi l’opuscolo intitolato la Pasqua di un deputato, nel vol. XXII Miscellanee, n. 9. — Vedi la Pallade del 9 aprile. — Vedi il Costituzionale di detto giorno pag. 172.
  53. Vedi la Speranza dell’epoca del 10, n. 72.
  54. Vedi la Pallade del 9.
  55. Vedi il Monitore del 10 aprile, pag. 313. - Vedi il vol. IX, Documenti, n. 13 . 16.
  56. Vedi la vignetta nel Don Pirlone del 17 aprile n. 185.
  57. Vedi il Farini edizione di Firenze del 1851, vol. III, pag. 322 e 323, edizione di Firenze del 1853, pag. 313.