Plico del fotografo/Libro III/Parte I/Sezione I

Sezione I

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LIBRO TERZO



PROCEDIMENTI FOTOGRAFICI.

Tre sono le parti che avremo a sviluppare nell’esporre i vari procedimenti che conducono alla produzione d’immagini fotografiche.

Nella prima parte esporremo il modo di produrre la prova negativa.

Nella seconda parte esporremo il modo di produrre la prova positiva.

Nella terza parte esporremo: 1° il modo di produrre le immagini su piastra metallica, praticato nei primi tempi della fotografia; 2° il modo di produrre immagini fotografiche col mezzo di corpi diversi da quelli comunemente usati. Il primo modo è interessante per la storia e per la scienza della fotografia; il secondo modo promette ulteriori progressi nell’arte, ed offre un vastissimo campo alle indagini ed alle osservazioni di quelli che per le circostanze loro della fotografia fanno soltanto uno studio scientifico, un passatempo, una distrazione, anzichè una professione industriale, lucrosa ed onorevole.


PARTE PRIMA.

Produzione della prova negativa.

Le immagini che si ottengono direttamente nella camera oscura sono d’ordinario con tinte inverse, cioè in esse i bianchi degli oggetti sono neri e viceversa. Queste immagini, come dissimo nella introduzione, vennero denominate prove negative, per [p. 294 modifica]distinguerle dalle prove positive, ossia dalle immagini in cui i bianchi ed i neri sono corretti, cioè corrispondono a quelli degli oggetti rappresentati.

Si hanno vari procedimenti per produrre le prove negative, o a meglio dire si hanno varie sostanze sovra cui riceverle, le quali sostanze necessitano manipolazioni diverse.

Noi descriveremo ciascun procedimento in altrettante sezioni, e ci fermeremo sopra ciascuno in ragione della sua importanza, vale a dire, descriveremo maggiormente in disteso quei procedimenti che sono di una utilità maggiore pel fotografo ad essere conosciuti a fondo, mentre passeremo oltre negli altri, dopo di averne detto tanto che basti al principiante per potere ottenere risultati sufficienti.

Incomincieremo dal procedimento all’albumina, che è il più semplice di tutti, e questo procedimento lo descriveremo con una certa estensione non per causa della sua importanza diretta, ma per causa della sua importanza relativa. Noi siamo persuasi che il principiante, prima di accingersi ad operare sul collodio, e sul collodio albuminato, farà bene esercitarsi per qualche tempo col procedimento all’albumina, perchè con questo le preparazioni sono facili ed il principiante può avvezzarsi quasi senza costo di spesa alle manipolazioni fotografiche. Questo procedimento all’albumina è dunque qui dato come mezzo e non come fine all’istruzione dell’allievo, il quale, dopo di avere gradatamente imparato le varie manipolazioni, e quell’abitudine di ordine e di attenzione, che è indispensabile alla buona riuscita, troverà nei procedimenti col collodio e col collodio albuminato un’utile occupazione.


SEZIONE I.

Prove negative su albumina.

Il procedimento conosciuto col nome di fotografia su albumina è quello, per cui si viene a produrre prove negative sopra lastre di vetro rivestite di uno strato di albumina convenientemente preparata. [p. 295 modifica]

Questo procedimento può servire per fare le vedute, ma non per fare i ritratti.

Le operazioni necessarie sono nove, cioè:

I. Preparare l’albumina.
II. Albuminare le lastre di vetro.
III. Preparare il bagno sensibilizzatore.
IV. Sensibilizzare l’albumina.
V. Esporre nella camera oscura.
VI. Preparare i liquidi sviluppatori.
VII. Sviluppare l’immagine.
VIII. Preparare il liquido fissatore.
IX. Fissare e terminare la prova.

Noi descriveremo ciascuna operazione ordinatamente, e colla più grande chiarezza che ci sia possibile.


Operazione I.

Preparare l’albumina.

Questa operazione è semplice e facile.

In una capsula di porcellana, così grande da essere capace di contenere circa un litro d’acqua, metti 100 grammi di albumina o bianco d’uovo, facendo attenzione che nella capsula non cada alcuna parte del tuorlo o rosso d’uovo, e leva via il germe, quindi aggiungi

5

grammi

d’acqua,
2

»

zuccaro,
1

»

ioduro di potassio,
0,2

»

iodio,
0,2

»

bromuro di potassio.

Quando il ioduro e bromuro di potassio saranno sciolti nell’albumina, mescola il tutto agitando vivamente con forchetta di legno. L’albumina non tarderà a crescere talmente di volume da quasi riempire la capsula, prendendo una forma spumosa, cambiandosi, come si dice, in neve. Continua ad agitare sino a [p. 296 modifica]che la neve sia diventata tanto consistente da sostenere la forchetta di legno. Ora seminavi sopra grammi 0,5 di gomma arabica polverizzata, e poscia termina agitando ancor per breve tempo l’albumina onde la gomma possa mescolarsi con essa.

Porta la capsula contenente questa neve in un sito al riparo dalla polvere e lasciavela in riposo per 24 ore circa. Durante un tale spazio di tempo l’albumina nevosa si cambia quasi tutta in albumina liquida, vischiosa, incollante, capace di venire stesa in strato uniforme sulle lastre di vetro.

Ora prendi la capsula, e senza agitarla, affine di non smuovere i precipitati che si trovano al fondo del liquido in essa contenuto, versa l’albumina in un bicchiere ben pulito, avendo la precauzione di non versare tutto il liquido, ma solamente i tre quarti circa, ed il resto lasciato nella capsula, poichè per causa dei precipitati che contiene ti guasterebbe tutta l’albumina se tu lo volessi utilizzare.


Osservazioni.

1a Modo di agire dell’iodio e dell’ioduro di potassio nell’albumina. — Il rapporto che abbiamo nella formola indicata di sopra tra albumina ed il ioduro di potassio :: 100 : 1, e quello coll’iodio :: 100 : 0,2, deve essere conservato, perchè se tu impieghi una maggior quantità di queste due sostanze verrai a produrre sulla tua albumina, nel sensibilizzarla, una troppo grande quantità di ioduro d’argento, e le prove negative risulteranno troppo intense. All’incontro se tu diminuisci i rapporti sopraddetti, i disegni che otterrai non saranno abbastanza vigorosi, i contrasti delle tinte non saranno abbastanza pronunciati.

Nella preparazione dell’albumina fotografica il iodio potrebbe tralasciarsi purchè s’impiegasse una maggior quantità di ioduro di potassio, cioè 1 ½ invece di 1 sopra 100 parti di albumina, ma allora la sensibilità dell’albumina sarebbe minore.

2a Azione del bromuro di potassio. — Questo sale nel sensibilizzare l’albumina cambiasi in bromuro d’argento. Questo [p. 297 modifica]bromuro deve essere vantaggioso, imperocchè esso da alcuni raggi colorati, come p. es. dai raggi gialli e verdi, viene più presto impressionato che non il ioduro di argento. Sembra infatti che con esso si ottenga maggiore armonia nei disegni fotografici. I fotografi non sono d’accordo sulla sua reale utilità, alcuni credendolo affatto inutile. Esso impiegato nella proporzione di del peso dell’ioduro di potassio nel preparare l’albumina mi pare essere in dose abbastanza forte.

3a Azione della gomma e del zuccaro. — Il modo di agire del zuccaro e della gomma nell’albumina fotografica non sembra che sia in modo alcuno quello di rendere l’albumina più sensibile all’azione chimica della luce.

Il zuccaro e la gomma sono due sostanze neutre, indifferenti alle reazioni che si compiono nelle loro soluzioni. La causa per cui si fece addizione di queste due sostanze consiste in ciò che con esse si viene a modificare la costituzione fisica dell’albumina, e ad accrescere così la sua forza di adesione sul vetro, la sua tenacità e sodezza contro i vari bagni che servono più tardi per sensibilizzare, sviluppare e fissare l’immagine che essa è destinata a ricevere.

Se tu volessi impiegare una maggior quantità di zuccaro o di gomma di quella prescritta, non otterresti un risultato migliore, ma l’albumina si andrebbe sempre più peggiorando, quanto più grande sarebbe l’aumento. Infatti con una più forte dose di zuccaro l’albumina ha troppo grande difficoltà a seccare, e diventa troppo tenera, mentre con una quantità maggiore di gomma essa rimane troppo cruda e fragile. Dunque anche qui non è cosa di niun valore il rapporto adottato.

4a Azione dell’acqua. — L’acqua che si aggiunge all’albumina nella proporzione di 5 su cento non è così importante che la sua quantità non si possa modificare. Si potrebbe anche sopprimerla affatto, e ciò si potrebbe soprattutto fare nella stagione estiva, nella quale il calore rende l’albumina più liquida, scorrevole, più facile a venire spalmata sulle lastre di vetro; ma d’altronde si potrebbe anche aumentare in modo notevole, principalmente nell’inverno. Però non si debbono oltrepassare certi limiti, perchè l’albumina troppo dilungata lascia sul vetro una pellicola troppo sottile, che ha l’inconveniente di non potersi lungo tempo conservare [p. 298 modifica]sensibile, mentre uno strato più denso, ottenuto con albumina poco o nulla dilungata, rimane per più mesi senza perdere la sua sensibilità primitiva.

5a Causa accelerante nell’albumina. — Non trovo esatto che uno strato più forte di albumina sia più presto impressionato dalla luce, come venne asserito. Uno strato sottilissimo viene impressionato nel tempo stesso in circostanze eguali. La differenza sta solo nella maggiore intensità di colore presso il primo per causa della maggiore quantità di materia fotogenica impressionata. Lo stesso succede quando si impiega una maggiore o minore quantità di ioduro di quella prescritta. Il sale d’argento verrà decomposto dalla luce in maggiore o minore quantità, epperciò l’immagine risulterà più o meno intensa nel tempo stesso, ma non avverrà che una immagine si ottenga con una data proporzione di ioduro, mentre con un’altra proporzione non si ottenga ancora nulla. Questo lo ho sperimentato entro limiti assai estesi, e mi pare che il fatto non si possa mettere in dubbio.

Una causa di acceleramento nell’azione fotogenica dell’albumina mi pare di trovarla solamente nell’aggiunta dell’iodio, perchè esperimenti comparativi fanno vedere che coll’aggiunta di esso si può ottenere un’immagine in uno spazio di tempo in cui, col solo ioduro di potassio, non si potrebbe ancora produrre alcuna traccia d’impressione. Pare che il iodio per le sue proprietà elettro-negative dovrebbe anzi ritardare l’azione luminosa, azione riduttrice, ma il fatto non è dubbioso, per cui si può supporre che il suo modo di agire sia d’una natura particolare, forse analogo a quello che manifestano gli acceleranti nella piastra di Daguerre.

Alcuni autori, per guadagnare in sensibilità, hanno cercato di surrogare il ioduro di potassio con altri ioduri. Egli pare infatti che i ioduri a base differente, dovendo presentare, nel momento della loro formazione dell’ioduro d’argento, una disposizione di molecole diversa, ed una parte del nuovo nitrato formatosi nel sensibilizzare rimanendo in presenza dello strato sensibile, debbano essere capaci di modificare la sensibilità. Tuttavia sin’ora niun altro ioduro, niun altro bromuro si può con deciso vantaggio sostituire all’ioduro ed al bromuro di [p. 299 modifica]potassio nella preparazione dell’albumina fotografica. Vedremo come dal modo di sensibilizzare e sviluppare l’immagine si debba piuttosto cercare la via per arrivare al maximum di sensibilità.

6a Natura dell’albumina fotografica. — Considerando l’albumina dal lato pratico, noi chiameremo l’attenzione del lettore sopra i seguenti particolari: a, Corpi microscopici nell’albumina. b, Modo di evitare questi corpi. c, Misurare l’albumina.

a) Corpi microscopici esistenti nell’albumina. — Il liquido mucilagginoso che si separa dalla neve di albumina, quantunque si manifesti quasi trasparente, contiene ancora in se stesso molte sostanze eterogenee, le quali, sebbene microscopiche, ed appena visibili ad occhio nudo, tuttavia sono capaci di portare la più grande perturbazione e sconcerto nelle operazioni seguenti, e sono tanto più a temere, in quanto che esse, per la loro piccolezza stessa, sfuggono quasi inevitabilmente all’attenzione e diligenza dell’operatore, il quale non è indotto a sospettare, e poi a persuadersi della verità di questo, tranne dopo di aver lungo tempo lavorato indarno.

b) Modo di evitare i corpi microscopici. — Per liberare l’albumina da questi corpi, così nocivi ad una perfetta riuscita, non basta il filtrarla per un piccolo setaccio a doppia seta, e rivestito inferiormente con una tela di mussolina ben fitta, perchè questi appena visibili corpicciuoli, capaci di esercitare ora attrazioni, ora ripulsioni sullo strato albuminoso che si stende sul vetro, passeranno ancora a traverso le tre tele. Tentai di filtrare il liquido con carta da filtro, ma l’albumina non può passare per essa che lentissimamente, e dopo breve tempo bisogna rinnovare il filtro, come quello che s’ingorga e non lascia più passare il liquido.

Questi corpicciuoli nocivi all’impiego dell’albumina fotografica (provenienti senza dubbio dalla membrana cellulare che ricopriva l’albume prima di batterlo in neve) hanno una gravità specifica debolmente più grande di quella dell’albumina liquida, per cui essi, non potendo seguitare il corso dell’albumina liquida, allorchè la si stende sul vetro, col mezzo della loro inerzia trattengono il liquido e gli impediscono di stendersi in modo uniforme.

Da ciò si vede, che l’operatore deve solo prendere la parte [p. 300 modifica]superiore dell’albumina e dopo di averla lasciata in riposo per molte ore, onde le prove negative ottenute vadino affatto immuni da quei punteggiamenti neri, da quegli occhielli che con tanta pertinacia si producono senza una tale precauzione.

Egli pare adunque che ciò che vi è più a temere nell’albumina fotografica siano le sostanze microscopiche, ossia le minutissime membrane cellulari che si trovano nel liquido, e che sono specificamente un po’ più pesanti di esso. Le sostanze più leggiere dell’albumina, che possono trovarsi in essa, non sono di un così grande nocumento, imperocchè lo strato superiore del liquido che venne versato sul vetro essendo sempre il primo a partire, porta naturalmente con sè ogni particella galleggiante sopra di esso. Ove si volesse evitare anche queste sostanze più leggere bisognerebbe mettere l’albumina in un bicchiere alto e stretto, lasciar riposare, quindi con una pipetta prendere il liquido intermedio, e cessare dall’aspirarne appena che si tolsero i tre quarti circa del liquido totale.

In tale maniera si ha il doppio vantaggio di evitare le particelle più pesanti e quelle più leggiere del liquido, le quali ultime potendo eventualmente trovarsi unite a qualche principio grasso sono poi capaci di produrre sull’albumina che si stende delle ripulsioni di liquore non men dannose delle attrazioni prodotte dalle particelle più pesanti.

c) Misurare l’albumina. — L’albumina avendo un peso specifico poco differente da quello dell’acqua, sarà più comodo il misurarla con un bicchiere graduato, anzichè pesarla.

Il fotografo troverà utile il graduare egli stesso i vetri per misurare, di cui ha bisogno nelle varie preparazioni che gli occorrono. L’operazione è facile ed otterrà senza fatica maggiore esattezza di quella che abbiano i vetri graduati del commercio. Si faccia così. Col mezzo di un diamante a scrivere, oppure anche col mezzo di una pietra dura tagliente, come sarebbe p. e. un pezzo di selce, o di corindone, si tiri una linea verticale sul bicchiere o tubo a graduare. Si ponga questo bicchiere in una tavola piana orizzontale, si versi nel bicchiere 40 grammi di acqua, e col diamante si faccia un segno orizzontale sulla linea verticale, dove arriva il liquido, scrivendo 40 presso il segno. Si versi nel bicchiere altri 10 grammi di acqua, e [p. 301 modifica]si faccia un secondo segno nel punto della linea verticale che è coincidente colla superficie dell’acqua, e si scriva 20. Si continui sino ad avere il numero di divisioni che si vuole. In questo bicchiere così graduato una divisione rappresenta il volume di 10 centimetri cubi, epperciò se si suddivide in 10 parti eguali, questa divisione, ogni suddivisione rappresenterà il volume di un centimetro cubo, ossia di un grammo di acqua. I diamanti a scrivere sul vetro sono diversamente montati da quelli a tagliare il vetro. Essi sono estremamente utili, e si trovano in vendita presso i negozianti di oggetti di vetro.


Operazione II.

Albuminare le lastre di vetro.

Il vetro da preferirsi per quest’operazione è certamente il così detto cristallo, o vetro da specchi, per la sua grande purezza e per la sua uniformità di spessore e di superficie. Il fotografo taglierà con un diamante le sue lastre della precisa dimensione richiesta dalla grandezza dei quadri della sua camera oscura, e dopo di averle tagliate passerà sui loro orli una piccola lima di ferro, oppure una cote per levare gli spigoli taglienti lasciati dal diamante.

L’applicazione dell’albumina sul vetro si può dividere in due parti principali: 1° Ripulimento della lastra; 2° Spargimento dell’albumina sulla lastra ripulita.

Ripulimento della lastra. — Se la lastra di vetro è nuova, non ha mai servito, lavala con acqua, ed asciugala con tovagliuolo. Poni la lastra così lavata ed asciugata in una tavola ben piana e spiravi sopra il tuo fiato, il quale condensandosi sulla lastra la ricopre di umido. Ora col mezzo di un pannolino fino e ben pulito strofina con forza la lastra, onde levare il sucidume aderente al vetro. Ma per allontanare ogni sostanza grassa che potesse ancora rimanere sul vetro, inumidisci leggermente un altro pannolino con alcool e con ammoniaca liquida, e con esso stropiccia in tutti i sensi la lastra. Finalmente termina l’operazione continuando semplicemente lo stropicciamento con un terzo pannolino ben pulito cui nulla si aggiunse. [p. 302 modifica]

Tu riconoscerai se il vetro è ripulito a sufficienza, ed in modo da lasciarsi rivestire uniformemente e solidamente coll’albumina avvicinandogli il tuo fiato. Questo dovrà condensarsi sopra di esso senza macchie, in modo uniforme, su tutta la superficie del vetro. In caso diverso bisognerebbe incominciare da capo l’operazione del fregamento.

Se invece la lastra da ripulire non è nuova, ha già servito al fotografo, sarà ricoperta di albumina o di una prova negativa che si vuole cancellare. In questa circostanza si deve toccare la parte albuminata della lastra con ammoniaca liquida, oppure con una soluzione concentrata di carbonato di soda. L’alcali ammollisce lo strato, e dopo breve tempo stropicciando con una tela ordinaria, questo si stacca compiutamente dal vetro. Si lava con acqua, si asciuga con tovagliolo, quindi si pulisce nello stesso modo che si deve fare per le lastre nuove.

Se le lastre che hanno già servito non si possono ripulire sufficientemente con tal processo, è segno che sopra di esse si depose dell’argento metallico. Perciò bisognerà trattarle con acido nitrico dilungato col suo peso di acqua, mettendole in una bacinella di porcellana o di gutta perca in cui si pose l’acido dilungato. Dopo alcuni minuti, e con la dovuta precauzione, si estraggono ad una ad una le lastre alzandole coll’aiuto di una punta di corno, si lavano nell’acqua e poi ancora con alcool ammoniacale, come dissimo.

Onde ottenere lo stesso effetto si propose di intaccare la superficie del vetro con tripoli, con rosso d’Inghilterra o con altre polveri dure bagnate con alcool o con essenza di trementina, ma ciò non è per nulla necessario, e sarebbe cosa assai noiosa e mal propria, poichè si arrischia di rigare la superficie del vetro.

Per strofinare le lastre, nel ripulirle alcuni usano il cotone in lana invece della tela. Il primo ha l’inconveniente dei peli che si attaccano agli orli delle lastre e vengono poi a mescolarsi col liquido mucilagginoso che si stende sopra di esse. La stoffa di lana, che venne proposta da taluni, è ancor meno atta a servire in questa operazione, sia perchè il vetro si caricherebbe di elettricità che attira la polvere, sia perchè la lana contiene naturalmente una materia grassa, che è quasi impossibile a togliere [p. 303 modifica]compiutamente, anche trattandola con alcool od ammoniaca liquida.

Il ripulimento delle lastre di vetro deve venir praticato dal fotografo con la più grande cura, e non mai affrettarsi di troppo, come sempre fanno i principianti, e piuttosto impiegare cinque minuti di più del dovere anzichè esporsi a mancare una prova che avrà costato tempo e fatica.

Le lastre di vetro ripulite si pongano tosto in una apposita cassetta ad incanalature, che serve a conservare le lastre, difenderle dalla polvere sino al momento di ricoprirle di albumina. Si dovrà contrassegnare la parte ripulita delle lastre per poterle preservare dal contatto delle dita nel levarle dalla cassetta. Perciò si potrebbe incollare un pezzettino di carta nel rovescio di ciascheduna lastra, ma sarà più presto fatto il rivolgerle semplicemente tutte colla faccia ripulita dalla stessa parte della cassetta che verrà contraddistinta con un segno stabile nella cassetta stessa.

Prima di terminare debbo avvertire che si incontra qualche volta una qualità di vetro, su cui è impossibile produrre un’immagine senza che si copra di macchie nel momento di svilupparla. Un tal vetro già ricevette un amalgama di mercurio, oppure è di cattiva composizione, e si deve rinunziare al suo uso se si vuole ottenere buoni risultati.

Spargimento dell’albumina sulla lastra. — Prendi con attenzione la tua lastra di vetro nella cassetta a incanalature ove la ponesti dopo di averla ripulita, e sostenendola colla mano sinistra, passa con moto celere sulla superficie ripulita un pennello largo, a pelo fino, come quelli che usano gli indoratori, per cacciare la polvere, e le piccole briccie filamentose appena visibili attratte dal vetro. Metti ora la lastra sopra piccolo scanno o treppiede, bene a livello e posto in una tavola del tuo laboratorio. La parte superiore del vetro sarà naturalmente la parte ripulita.

Col mezzo di una pipetta di vetro ben propria aspira una quantità sufficiente dell’albumina preparata che versasti in un bicchiere secondo che dissimo di sopra, e portala nel mezzo della lastra, avvicinando a questa la pipetta il più che sia possibile senza toccarla. Se non hai a tua disposizione una pipetta, versa [p. 304 modifica]direttamente l’albumina dal bicchiere sulla lastra. Se il bicchiere è fatto a becco, il liquido cade regolarmente; se non è a becco il liquido torna indietro nella parete esterna, ma ciò si evita mettendo a contatto del bicchiere e del liquido che si versa un bastoncino di vetro, questo conduce regolarmente il liquido sulla lastra. Inclina ora la lastra in tutti i sensi per ricoprire tutta la sua superficie ripulita con l’albumina versatavi sopra, aiutandoti con un piccolo bastoncino di vetro per stendere l’albumina nel caso che si formino dei vacui. Questi vacui nascono sempre quando l’albumina versata è in quantità insufficiente, o quando i vetri sono leggermente grassi, non bene ripuliti, ma possono anche dipendere da una esagerata siccità del vetro; in questo caso si facilita la scorrevolezza dell’albumina spirando leggermente il fiato sul vetro.

Distribuito che tu avrai l’albumina sopra tutta la superficie ripulita, inclina la tua lastra verso uno dei suoi angoli per raccogliere verso di esso la maggior parte del liquido, quindi, con una certa vivacità e speditezza, rialza la lastra ed abbassala dall’angolo opposto per versar via dal vetro l’albumina eccedente, e per dare nel tempo stesso all’albumina che parte un moto piuttosto rapido, onde essa possa più facilmente strascinare con sè le sostanze estranee galleggianti alla sua superficie, le quali sostanze non mancano mai di presentarsi trasportate come sono dall’aria, e continuamente prodotte nel laboratorio dall’agitazione dei nostri abiti, dal toccare degli oggetti che avviciniamo.

La lastra albuminata, da cui venne tolta l’albumina eccedente, si porta a seccare spontaneamente al sicuro dalla polvere in una cassetta apposita verticale ed a vari piani. Si deve lasciare alla lastra una leggera inclinazione verso l’angolo della lastra per cui si fece partire il liquido; mettendola piana, il liquido rimasto più abbondante verso un tal angolo ritornerebbe sopra se stesso verso il centro del vetro, e non mancherebbe di produrre un’onda saliente di albumina che guasterebbe la prova negativa. Nelle lastre seccate nel modo prescritto lo strato albuminoso è sempre leggermente più forte verso l’angolo di escita, ma lo spessore crescendo gradatamente, senza soluzione di continuità, non si ha in seguito a lamentare alcun serio inconveniente. [p. 305 modifica]

Quando non si ha tempo di aspettare si può far seccare immantinenti col calore le lastre acuminate. Abbiasi una lampada a doppia corrente d’aria, come quelle dette volgarmente pompe, o a moderatore. Queste lampade danno un calore regolare ed assai forte. La lastra albuminata, da cui si tolse l’eccesso dell’albumina, si ponga sopra la fiamma della lampada e ad una distanza sufficiente, incominciando a riscaldare l’angolo superiore della lastra, e discendendo a misura che l’albumina si riscalda con svolgimento di vapori. In poco tempo l’albumina sarà perfettamente secca. Se si riscaldasse troppo fortemente il vetro, l’albumina si screpolerebbe; e non si potrebbe far seccare il vetro albuminato vicino ai carboni accesi di un forno, o presso al fuoco di un camino, senza che lo strato di albumina si carichi di una miriade di molecole diverse che producono poi altrettanti punti neri coi liquidi rivelatori.

Molte sono le precauzioni, e le cure che l’operatore deve prendere in questa operazione di albuminare le lastre, che è senza dubbio la più delicata e la più importante di tutte per la buona riescita.

Affine di evitare il polverìo si deve albuminare in una camera ben propria, dove non vi siano correnti di aria, convien bagnare il pavimento, e spruzzare per aria dell’acqua, prima di incominciare ad albuminare.

Nel versare il liquore albuminoso sulla lastra si deve aver cura, che non si producano delle piccole bolle d’aria, che potrebbero difettare la prova che si vuol produrre, e quando queste bollicelle si formano tuttavia, giova riunirle colla bacchetta di vetro, prima di versar via l’eccesso di albumina, perchè riunite si possono far partire più agevolmente.

Non bisogna aver inquietudine che il liquido, che si sparge sul vetro, cada nell’inclinare la lastra. Si osserverà infatti, che gli orli spuliti del vetro mettono un naturale ostacolo al passaggio dell’albumina. Ma quando, per troppa incuria dell’operatore, essa pervenne ad aprirsi un varco, bisogna far bene attenzione, se no si perde inutilmente del liquido.

L’eccesso di albumina che si trova sulla lastra deve venir versato in un vaso ad hoc, onde utilizzarlo nuovamente dopo di averlo passato per un setaccio. Non è cosa tanto facile il [p. 306 modifica]giudicare del momento opportuno, in cui si deve rialzare la lastra, da cui si lascia sgocciolare l’eccesso di albumina. Se tu lasci il vetro per troppo lungo tempo inclinato, rimane su di esso uno strato troppo sottile di albumina, e trovi l’inconveniente opposto se arresti troppo presto lo sgocciolamento. Uno strato sottile oltre misura è raramente della voluta uniformità, e non potrà dare buoni risultati per mancanza di vigoria dei disegni che in esso si producono. Uno strato troppo forte rimane poco aderente al vetro, e principalmente se questo non venne ripulito colla massima perfezione; ma esso avrà il vantaggio di possedere una maggiore uniformità di spessore, e così di dare immagini più armoniche, perchè crescendo lo spessore dello strato, diminuisce il rapporto della differenza di spessore prodotta dalle ineguaglianze sulla superficie del vetro.


Osservazione.

Impiego del sapone nel lavare le lastre. — L’alcool, l’ammoniaca liquida, la potassa, la soda vengono adoperati nel ripulimento del vetro da albuminare per la loro proprietà di sciogliere le materie grasse.

Il sapone è una sostanza, che in certi casi è molto utile nel lavare le lastre. Quando si fa a caldo un’acqua di sapone piuttosto concentrata, ed a questa si aggiunge una certa quantità di carbonato di potassa, si ottiene un liquido che è eminentemente atto a sciogliere i principii grassi, e che sotto un tal rapporto mi sembra superi tutti gli altri mezzi adoperati. Il modo di agire del sapone non è solamente chimico, per cui il dissimile si attrae, ma è anche fisico, per cui il simile attrae il simile. Il sapone toglie con somma facilità il grasso, il sucidume che incontra, formando una specie di emulsione con esso. Quando le lastre vennero trattate col sapone si devono sempre ancora lavare con una soluzione di carbonato di potassa, ed in ultimo con acqua. Questo metodo di lavare le lastre è però un po’ tedioso in pratica, quindi l’operatore non dovrà ricorrere ad esso, che nei casi in cui trovasse insufficienti i mezzi prescritti più sopra.


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Operazione III.

Preparare il bagno sensibilizzatore.

In 100 grammi di acqua metti a sciogliere

8

»

nitrato d’argento, e poscia aggiungi

16

»

acido acetico cristallizzabile.

Questa soluzione designata da Talbot col nome di aceto-nitrato d’argento devi farla alla temperatura ordinaria, in un vaso di vetro o di porcellana. Ti gioverà adoperare acqua distillata, oppure acqua piovana. Potrai anche far servire l’acqua comune, ma questa, contenendo sempre in soluzione dei cloruri in maggiore o minor quantità, formerà col nitrato di argento un precipitato bianco lattiginoso più o meno abbondante che intorbida il liquido, epperciò ti converrà filtrare la soluzione ottenuta con carta da filtro in un imbuto di vetro, prima di adoperarla a sensibilizzare le tue lastre albuminate.


Osservazione.

Azione del bagno sensibilizzatore. — L’aceto-nitrato nel momento del sensibilizzare coagula, rende insolubile l’albumina, combinandosi in parte con essa, e dà origine ad una doppia reazione chimica coi sali sparsi sullo strato albuminoso, per cui il ioduro di potassio venendo in contatto col nitrato d’argento, si cambia in ioduro d’argento ed in nitrato di potassa che si scioglie nel bagno. Questa reazione viene espressa con segni chimici dalla eguaglianza seguente:


Il ioduro d’argento è principalmente quello che comunica allo strato la sua sensibilità verso i raggi luminosi. Questa sensibilità viene grandemente accresciuta dalla presenza del nitrato d’argento sullo strato stesso. [p. 308 modifica]

L’acido acetico, che trovasi nel bagno, non solo non accresce la sensibilità dell’ioduro d’argento verso l’azione luminosa, ma la rende minore. Esso è però necessario nel bagno in quanto che preserva la purezza dei bianchi delle prove.

L’unico modo di ottenere con vantaggio, che il bagno sensibilizzatore comunichi il maximum di sensibilità, è quello di portarlo al minimum di acidità. In questo caso sarà più difficile ottenere una grande costanza e regolarità di risultati, perchè le parti che debbono rimanere bianche sulla negativa tenderanno ad annerire. Se nel bagno si trovasse un acido libero, più potente di quel che sia l’acido acetico, p. e. vi si trovasse dell’acido nitrico proveniente dal nitrato d’argento, che non fosse ben neutro, allora la sensibilità che il bagno comunica sarebbe molto minore. Per correggere un tal bagno si dovrebbe aggiungergli una piccola quantità di acetato di soda.

Il bagno sensibilizzatore, quando ha già servito alcune volte a sensibilizzare, e quando rimane esposto all’aria, si ricopre costantemente di un sottilissimo strato d’argento metallico proveniente dalle sostanze riduttrici che esso contiene o dalla polvere e sostanze organiche, portate dall’aria sulla sua superficie. Allorchè si sensibilizza le lastre in un bagno in tale stato, non si ottiene le prove esenti da macchie, se non si ha la precauzione di togliere via una tale pellicola, passando una lista di carta sulla superficie del bagno stesso.

Il ioduro d’argento, che dapprima si forma nel bagno, viene da questo in parte sciolto, principalmente nelle prime volte che si adopera. Ma dopo il bagno saturandosi di ioduro d’argento, diventa senza azione dissolvente sopra di questo. Perciò l’operatore avrà cura di non preparare il sensibilizzatore con maggior dose di nitrato d’argento di quella sopra indicata, ed avrà cura di non prolungare il tempo dell’immersione delle lastre nel bagno, quando questo bagno è nuovo. Alcuni, per impedire ogni azione dissolvente nel bagno di nitrato d’argento, usano saturarlo con ioduro d’argento prima di adoperarlo; ed a tale effetto introducono nell’aceto-nitrato dell’ioduro di potassio fino a che il precipitato formatosi nuovamente si scioglie, e cessando di più aggiungerne quando il precipitato rimane in esso senza sciogliersi, e comunica al bagno una tinta lattiginosa che si [p. 309 modifica]deve far scomparire coll’aggiunta di una o due goccie di acido nitrico. Questa pratica è da raccomandarsi, perchè assai razionale, e perchè di una vera utilità pratica.


Operazione IV.

Sensibilizzare l’albumina.

L’operazione del rendere sensibile alla luce la lastra albuminata tu la devi eseguire al semplice lume di una candela; oppure in un gabinetto assai debolmente rischiarato da una piccola finestra con vetri gialli1. In mancanza di vetri gialli coprirai i vetri della finestra del gabinetto oscuro con carta che avrai tinta in giallo, o con una soluzione alcoolica di curcuma, o con una soluzione acquosa di acido picrico, e quindi resa translucida con olio.

Sensibilizzare l’albumina vuol dire toccare col mezzo dell’aceto-nitrato d’argento la pellicola di albumina che trovasi sulla lastra di vetro. Infatti, come dissimo, in contatto dell’aceto-nitrato l’albumina si coagula, diventa insolubile e rimane sopra di essa dell’ioduro d’argento sensibile alla luce.

L’aceto-nitrato d’argento, nell’atto del sensibilizzare, richiede di venir steso rapidamente, e senza soluzione di continuità, sopra tutta la superficie albuminata. È una condizione sine qua non pel buon esito dell’operazione.

Si possono seguire tre metodi differenti per arrivare ad un tale risultato. Noi, con permissione del lettore, li descriveremo qui in disteso. Essi sono la storia ed il commento di questa operazione, e serviranno al fotografo principiante per quando si occuperà dei procedimenti su collodio e su collodio albuminato, [p. 310 modifica]presso i quali l’importanza delle materie ci vieterà di arrestarci così a lungo intorno a quest’operazione.

Metodo. Questo consiste nello immergere verticalmente i vetri albuminati nell’aceto-nitrato d’argento posto in un recipiente apposito.

Un simile recipiente è in forma di un parallelepipedo oblungo, con un proporzionato spazio vuoto vicino al suo orifizio, destinato a raccogliere il liquido che si innalza nell’immergervi il vetro da sensibilizzare.

Non vi sono serie difficoltà per sensibilizzare le lastre introducendole in questo recipiente in cui si pose l’aceto-nitrato, perchè è facile immergerle in esso con grande regolarità. Gli inconvenienti che esso presenta sono due principalmente, cioè si deve bagnare col bagno il rovescio della lastra, e si deve fissare a priori la parte del cielo nella prova che sarà la parte per cui si prende il vetro per introdurlo nel bagno.

Metodo. Questo consiste nel porre il bagno sensibilizzatore in un bacino sufficientemente largo e profondo, alzare da una parte il bacino in modo che il liquido si raccolga tutto verso la parte opposta, mettere il vetro da sensibilizzare nella parte del bacino lasciato a nudo dal liquido, e finalmente con un movimento acconcio abbassare il bacino. L’aceto-nitrato viene così a ricoprire in un istante tutta l’albumina stesa sulla lastra. Per riescire bene, basta che il liquido sia in quantità sufficientemente grande.

Questo metodo è di ogni altro il più facile e sicuro. Il suo più grande inconveniente è quello che si viene a bagnare le lastre nel loro rovescio, il che è assai mal proprio per l’operatore, perciò alcuni preferiscono il

Metodo. Questo metodo è un po’ più lungo, e penoso che non i precedenti.

Primieramente si riscalda in una delle sue estremità un bastone di gutta perca, oppure un pezzo di cera resa più tenace facendola preventivamente fondere con un po’ di trementina, e questa estremità riscaldata si applica sul mezzo del rovescio della lastra albuminata.

Dopo pochi istanti il bastone tiene fortemente la lastra da permettere di maneggiarla col suo mezzo, come con un manico. [p. 311 modifica]

Si mette da parte per lasciar raffreddare perfettamente. Si versa l’aceto-nitrato d’argento in bacino largo e poco profondo, si passa sopra della superficie del liquido il margine di una cartella ben pulita per levare la pellicola di argento e le altre impurità galleggianti sul liquido. L’altezza di questo liquido non dovrà essere minore di un centimetro, onde possano più agevolmente evitarsi le bolle d’aria nel momento dell’immersione della lastra.

Il manico di gutta perca o di cera essendo perfettamente raffreddato, si prende la lastra col suo mezzo, e tenendola leggermente inclinata si abbassa sull’aceto-nitrato, facendo attenzione di portarla tutta sul liquido senza momenti d’arresto dopo che essa ha toccato la superficie del liquido.

Quando l’albumina sarà tutta a contatto della superficie del liquido, la lastra tende a galleggiarvi sopra e l’operatore approfittando di questa tendenza osserverà che essa non si bagni inutilmente nel suo rovescio.

Bisogna, come si disse, che la gutta perca o cera sia perfettamente raffreddata, perchè anche un leggerissimo calore che potesse ancora conservare di più del vetro produrrebbe una macchia rotonda disaggradevole nel centro della prova negativa. Una tale macchia dipende certamente da ciò, che il ioduro di argento col favore del calore si scioglie nella soluzione di nitrato d’argento in quantità maggiore di quella che viene sciolta nel rimanente della lastra.

In questo metodo di sensibilizzare alcuni usano prendere la lastra o con un filo di argento piegato per metà e munito di quattro uncini divergenti attaccati alle sue estremità, o col mezzo di una piccola palla pneumatica di Caoutschouc, la quale, quando vuota d’aria viene applicata pel suo orifizio al rovescio della lastra lascia un vacuo nel suo interno, per cui l’aria atmosferica fa pressione tra essa e la lastra, così che questa si può liberamente maneggiare col suo mezzo.

Un tal modo è utile, perchè dispensa dalla noia che accompagna l’uso della gutta perca o della cera. Alcuni finalmente prescrivono di introdurre la lastra nel bagno sensibilizzatore, guidandola per uno dei suoi lati col mezzo di un uncino d’argento, o di balena, ma non mi pare che con questo ultimo metodo si possa ottenere un risultato conveniente. [p. 312 modifica]

In qualunque maniera si proceda per introdurrre la lastra nel bagno sensibilizzatore bisogna aver cura che la lastra rimanga nel bagno per 25 secondi all’incirca. Dopo un tal tempo si estrae, si fa sgocciolare per un angolo sopra del bagno per pochi istanti, e si espone nella camera oscura se si vuole operare a umido, ma se si vuole operare a secco, come è regola generale, si immerge la lastra in un bacino ripieno d’acqua, ove si lascia per alcuni minuti; l’acqua toglie dalla lastra l’aceto-nitrato, il quale colla sua presenza impedirebbe che si potesse conservare la sensibilità all’albumina dopo del suo essiccamento. Il lavamento della lastra sensibile si potrebbe anche più convenientemente effettuare sotto un getto di acqua che si fa cadere da una bottiglia o da una fontana artificiale.

La lastra sensibilizzata e lavata si lascia seccare spontaneamente ad una oscurità perfetta, p. e. entro di una cassa di legno, quindi si pone nella cassetta a incanalature che serve a custodirla, ripararla dalla polvere sino al momento di inserirla nel telaio con cui portarla nella camera oscura.


Osservazioni.

1a Indicazioni della lastra sensibilizzata. — Non è che dopo di avere sensibilizzato che si possa giudicare della eguaglianza dello strato di albumina. Le più piccole molecole di polvere, e di materia estranea si tradiscono ora, sia accumulanti l’albumina in forma di altrettanti punti bianchi, che diventano poi neri nello sviluppare l’immagine dopo dell’esposizione nella camera oscura, sia rigettanti lo strato albuminoso in forma di occhielli, di piccoli circoli trasparenti, dove lo spessore dell’albumina appare piccolissimo.

Quando ciò succede sarà meglio non adoperare i vetri, che perdere il tempo e la fatica ad esporli nella camera oscura, e a sviluppare l’immagine, eccettuati i casi in cui i difetti si possano far cadere nel cielo della prova.

2a Modi per accrescere la sensibilità dell’albumina. — Si tentarono varie vie per accrescere la sensibilità dello strato albuminoso sensibilizzato coll’aceto-nitrato d’argento. Questi [p. 313 modifica]tentativi hanno ora perduto ogni loro importanza, ma la loro conoscenza è utile per l’insegnamento che in causa di analogia ne deriva pei seguenti procedimenti.

Allorchè si vuole esporre umido non si deve lavare nell’acqua la lastra prima dell’esposizione, se si desidera avere molta celerità di azione fotogenica. Ciò succede, perchè la presenza del nitrato d’argento accelera, come già avvertimmo, l’impressione dell’ioduro d’argento.

Stendendo corpi riduttori sulla superficie dell’albumina sensibilizzata, questa diventa molto più sensibile. Così una soluzione di acido gallico, mescolata con aceto-nitrato e versata sulla lastra, farà aumentare la sensibilità quasi del doppio.

Si propose di trattare lo strato sensibile con una soluzione dilungata di fluoruro di potassio. Questo sale è sempre leggermente alcalino, ed a ciò si deve attribuire la maggiore sensibilità che esso comunica. Infatti se si sparge sull’albumina sensibilizzata una dilungata soluzione di ammoniaca liquida (10 goccie in 100 grammi d’acqua), si ha una sensibilità molto più delicata.

Sgraziatamente con tutti questi mezzi di aumentare la sensibilità si cade nel pericolo di una riduzione generale dell’ioduro d’argento, la quale si manifesterà con un velo, o nebbia sulla superficie dell’albumina nell’atto di far sortire l’immagine coi liquidi sviluppatori.

È degno di osservazione che i metodi comunemente usati per preparare l’albumina e per sensibilizzarla conducono ad una sensibilità che è troppo piccola relativamente a quella che si ottiene d’ordinario col collodio e colla lamina, mentre abbiamo l’esempio di vari casi, in cui coll’albumina si ottenne una sensibilità così grande, da lasciarsi indietro quella che si può ottenere nelle migliori condizioni col collodio, e colla lamina. Infatti il signor Bacot nel 1851 indirizzò all’Accademia delle scienze in Parigi delle prove positive tirate da negative sul vetro albuminato, rappresentanti il mare con onde agitate.

L’illustre Talbot fece conoscere nello stesso anno il modo che aveva tenuto per rendere l’albumina talmente sensibile, che essa riceveva l’impronta di un disco coperto di lettere, e posto in moto rapidissimo attorno al suo asse, ed instantaneamente [p. 314 modifica]illuminato con una scintilla elettrica. Il procedimento di Talbot venne ripetuto a Londra ed a Parigi, ma niuno ha mai potuto ottenere risultati che anche per poco si avvicinassero ad una così squisita sensibilità. E lo stesso Talbot non ha forse mai più potuto ottenerli egli stesso, come successe a Bacot. Operando si incontrano alcune volte certe fortuite proporzioni di materie e tali molecolari disposizioni di sostanze, che è cosa impossibile il riprodurle a piacimento per causa della loro instabilità. Anche ammettendo che i precitati autori avessero fatto uso di oggettivi a foco molto corto, non si potrebbe spiegare in altro modo una sensibilità così grande, così fuori del comune presso l’albumina.

3a L’albumina non perde facilmente la sensibilità ricevuta. — I vetri albuminati, dopo che vennero sensibilizzati coll’aceto-nitrato d’argento, si possono conservare per lungo spazio di tempo sensibili. Questa proprietà, che hanno i vetri preparati con albumina, dipende in gran parte dal modo di preparare l’albumina. Preparando l’albumina nel modo che abbiamo detto, i vetri albuminati si possono senza inconvenienti conservare sensibili per tre mesi ed anche di più, ben inteso se si ha cura di tenerli ben riparati dalla luce in una cassetta perfettamente chiusa. Invece avendo io una volta tentato di sostituire il ioduro di ammonio all’ioduro di potassio nei preparare l’albumina, le mie lastre albuminate dopo quattro giorni dalla loro sensibilizzazione avevano perduto ogni sensibilità, e si ricoprivano di un velo bruno di argento ridotto nello sviluppare l’immagine. Li signori fratelli Alinari di Firenze hanno anch’essi trovato lo stesso inconveniente coll’uso dell’ioduro di ammonio nel preparare l’albumina.

La possibilità di conservare la sensibilità all’albumina dipende pur anche dal modo di preservarla dalla luce. Se invece di mettere le lastre nella cassetta ad incanalature si mettono in contatto con carta od altre sostanze leggermente umide viene distrutta la loro sensibilità in un tempo assai breve.

4a Bacini fotografici. — Il bacino, in cui si versa l’aceto-nitrato d’argento per sensibilizzare, seguendo il secondo ed il terzo metodo sopradescritti, è in forma di una piccola tinozza o bacinella quadrilunga e poco profonda. Vasi di questa specie vengono di [p. 315 modifica]continuo adoperati dal fotografo nelle varie operazioni. I Francesi li chiamano cuvettes, gli Inglesi dishes, i Tedeschi tassen. Se ne fabbricano di porcellana, di gutta perca, di vetro, di latta, ecc. Questi vasi, che alcune volte non si trovano della dimensione cercata, sono di molto facile costruzione. Si taglia una lastra di vetro di spessore conveniente, nella misura che occorre, la si inserisce in una cornice di legno con convenienti incavature, e dello spessore di 5 centimetri circa, e si chiude ermeticamente lo spazio che rimane vuoto nella incanalatura col mezzo di un miscuglio fatto a caldo e composto di 100 parti di colofonia e 18 parti di olio di noce. Quando si hanno ad usare bagni alcalini sarà meglio fare questi vasi di latta. I bacini che sono di un uso migliore in ogni occorrenza, sono i bacini di porcellana. I bacini di gutta perca sono convenienti per la loro leggerezza e solidità, principalmente pel fotografo che viaggia; essi valgono per ogni operazione. Però la gutta perca essendo spesso impura, non è a consigliare l’uso di un bacino di gutta perca pel bagno sensibilizzatore, o per bagni destinati a contenere del nitrato d’argento.


Operazione V.

Esporre nella camera oscura.

Prendi la tua lastra sensibilizzata e chiudila nel quadro che permette di portarla nella camera oscura, di metterla al foco della lente, ossia nel piano in cui si fa l’immagine senza preventivamente lasciarla toccare o guastare dalla luce. Questo quadro o telaio, che tu chiamar lo voglia, è ciò che i fotografi francesi chiamano chassis, gli inglesi frame ed i tedeschi rahme.

Colloca la camera oscura avanti gli oggetti che vuoi riprodurre fotograficamente. Se tali oggetti si trovano illuminati dal sole, procura che essi lo siano obbliquamente onde ottenere maggiore effetto di lumi e di ombre, e soprattutto procura che i raggi del sole non vengano a rasentare gli orli del tuo oggettivo. [p. 316 modifica]Metti al foco il vetro spulito, o appannato2 della camera oscura, facendolo avanzare o retrocedere col mezzo della parte mobile della camera, fino a che l’immagine degli oggetti vi si dipinga sopra ben nitida e distinta sia al centro, sia alle estremità. Tu osserverai quest’immagine coprendoti il capo con una tela nera, ed escludendo così la luce esterna dal vetro spulito.

Quando avrai fochizzato l’immagine fissa la parte mobile della camera oscura col mezzo della vite a ciò destinata, affinchè più non si sposti, quindi togli il vetro spulito ed al suo posto introduci la lastra sensibilizzata. Non occorre di dover dire che la superficie sensibile deve esser rivolta verso gli oggetti a riprodurre e deve occupare esattamente il piano (a meno che la lente non abbia fochi coincidenti, come vedremo presso il collodio) già occupato dalla superficie appannata del vetro spulito.

Se tutto va bene innalza ora lo sportello che ancora copre la tua lastra sensibile. La luce inviata dagli oggetti e trasmessa dalla lente verrà a percuotere, impressionare lo strato sensibile.

Dopo che avrai lasciato agire la luce per 5 — 10 — 20 minuti, o a meglio dire per uno spazio di tempo che giudicherai sufficientemente lungo secondo l’intensità e la qualità della luce, la sensibilità della lastra, la lunghezza del foco e la grandezza dell’apertura dell’oggettivo, la temperatura ed altre circostanze, chiudi di nuovo il quadro abbassando lo sportello, e levalo dalla camera oscura, al suo posto rimettendo il vetro spulito. Porta il quadro nel gabinetto oscuro, ove potrai al debole lume d’una candela scoprire la tua lastra sensibile impressionata, per farne sortire l’immagine latente col mezzo dei liquidi rivelatori.

In questa operazione molte e varie sono le cose che considerar si debbono per ottenere buoni risultati.


[p. 317 modifica]

Osservazione.

Camera oscura alla portata di tutti. — Supponendo che chi legge questa osservazione creda essere impossibile il fare delle vedute fotografiche anche a titolo di esperimento e di passatempo, senza caricarsi di una notevole spesa per comperare l’oggettivo e la camera oscura, diremo che chiunque può fare esperimenti fotografici ed ottenere risultati abbastanza perfetti senza tanto apparato.

Per produrre delle fotografie basta: 1° Avere una lente convessa qualunque (le lenti dei cannocchiali da teatro servono benissimo); 2° Coprire questa lente tull’all’intorno con carta tinta in nero, lasciando nel centro della lente uno spazio vuoto del diametro di un centimetro circa; 3° Mettere la lente in un piccolo tubo annerito internamente, e fatto con carta di spessore sufficiente o di un sottile cartone, e mettere questo tubo in un’apertura praticata nel mezzo di un lato di una cassetta fatta di legno, oppure anche solo di cartone, in un modo che il tubo possa scorrere nell’apertura stessa; 4° Fare la cassetta così spaziosa, che essa possa ricevere l’immagine che la lente è capace di produrre, ed osservare che la sua lunghezza sia un po’ più grande che la lunghezza del foco della lente, ossia eguale alla distanza che vi è tra la lente e la immagine degli oggetti poco lontani che la lente produce quando essa viene presentata ad essi; 5° Finalmente lasciare aperta la parte della cassetta opposta alla lente in modo da potervi inserire in modo stabile un piccolo quadro fatto con cornice di legno o di cartone, su cui si è incollato della carta da lettere ben unita e resa traslucida bagnandola con olio.

Con questa disposizione si avrà una camera oscura compiuta. Se si vuol prendere una veduta, si presenta la cassetta munita della sua lente ad oggetti lontani (50 metri p. e.) e si allontana o si avvicina la lente alla carta oliata sino che l’immagine sopra di questa sia nitida. La lastra albuminata, sensibilizzata, si porta quindi nella posizione della carta translucida col mezzo di un altro quadro che contiene e copre la lastra stessa [p. 318 modifica]e permette di scoprirla nella cassetta alzando un cartone che scorre nel quadro dalla parte che guarda la lente.

Questa camera oscura potrà costruirsi da se stesso il principiante che voglia divertirsi a fare delle fotografie quasi senza spesa alcuna, e provare la sua vocazione per l’arte, senza esporsi a fare inutili e costosi acquisti di istrumenti per abbandonarli più tardi. Il lavoro di questa costruzione gli sarà ancor meno imbarazzante se esso vorrà consultare la parte in cui abbiamo trattato degli istrumenti ottici, le figure che abbiamo date della camera oscura e suoi accessorii.


Operazione VI.

Preparare i liquidi sviluppatori.

La lastra sensibile, dopo di essere stata nella camera oscura esposta alle radiazioni luminose trasmesse dalla lente, contiene una immagine fotografica, della presenza della quale non si può in alcun modo dubitare, quantunque sembri in apparenza che lo strato albuminoso non abbia ricevuto alcuna modificazione.

Quest’immagine, che si nasconde al nostro sguardo, che si trova sulla lastra fotografica in uno stato latente, noi potremo renderla visibile, elegantemente svilupparla, col mezzo di sostanze chimiche in soluzione nell’acqua che siano capaci di reagire sulle parti della lastra che vennero impressionate dalia luce, mentre la loro azione è poco o nulla nelle parti della lastra, sopra cui l’impressione dei raggi luminosi fu di poco o niun riguardo.

I liquidi che convengono per sviluppare l’immagine latente sono due: una soluzione di acido gallico ed una soluzione di nitrato d’argento.

Soluzione di acido gallico. — Riempi quasi intieramente un fiasco di vetro con acqua comune, introducivi:

1 parte di acido gallico cristallizzato per ogni 100 parti di acqua3; agita alcune volte il miscuglio nell’intervallo [p. 319 modifica]preso dallo spazio di 12 ore, quindi filtra il liquido, e conservalo per l’uso in una bottiglia chiusa.

L’acido gallico essendo molto più solubile a caldo, potrai ottenere prontamente questa soluzione facendo riscaldare il miscuglio, lasciandolo raffreddare e filtrandolo. Una calda soluzione di acido gallico sarebbe più energica nello svolgere l’immagine, ma essa col raffreddarsi e coll’evaporarsi sulla lastra, non può a meno di deporre dei piccoli cristalli che aderiscono allo strato di albumina e macchiano la prova.

Soluzione di nitrato d’argento. — Metti in un vaso di vetro o di porcellana:

4

parti di nitrato d’argento,

400

parti di acqua;


terminata la soluzione del sale, filtra e conserva per l’uso in bottiglia chiusa.

Questa soluzione potresti anche farla più debole impiegando solo 2, oppure 3 per 100 di nitrato, ma sarebbe troppo attiva se fosse più concentrata.


Osservazione.

Modo di agire dei liquidi rivelatori. — La soluzione dell’acido gallico nello sviluppamento dell’immagine agisce in modo diverso della soluzione del nitrato d’argento. L’acido gallico ha una grande tendenza a combinarsi coll’ossigeno, e per una tale tendenza venendo esso a contatto di ossidi metallici, o li riduce ad un grado più basso di ossidazione, oppure li riduce intieramente allo stato metallico; questo acido è dunque un corpo riduttore. Il nitrato di argento è invece un corpo riducibile come quello che abbandona facilmente dell’ossigeno quando trovasi in contatto con corpi molto avidi di ossigeno.

Nello svolgimento dell’immagine l’acido gallico ed il nitrato

[p. 320 modifica]d’argento impiegati isolatamente non sono capaci di produrre alcun effetto visibile. È necessario che essi siano appaiati, che la loro azione sullo strato impressionato sia simultanea. Altri riduttori possono servire, p. e. l’acido pirogallico, il protosolfato di ferro; basta che essi abbiano proprietà analoghe a quelle dell’acido gallico. Ma il nitrato d’argento sin ora è il solo corpo riducibile che sia adoperato con successo.

Il disegno fotografico, col protrarre per un tempo molto lungo l’azione della luce nella camera oscura sopra lo strato sensibile, potrebbe anche svilupparsi da sè sino ad un certo punto senza l’aiuto di liquidi svelatori. Da ciò si ammise dapprincipio che i liquidi sviluppatori non facciano che continuare l’azione incominciata dalla luce sull’ioduro di argento, e che quest’azione sia in entrambi i casi della stessa natura, cioè che essa si riduca ad una semplice riduzione dell’ioduro di argento contenuto nello strato sensibile. Egli pare veramente a prima vista che il ioduro d’argento già impressionato dalla luce sia quello che sotto l’azione dei liquidi svelatori subisca direttamente una riduzione, per cui esso cede il suo argento che rimane aderente sullo strato, mentre il iodio si porta in altre combinazioni. Ma ora è provato che il nitrato d’argento subisce egli stesso una deossidazione dal liquido riduttore nell’atto dello svolgimento dell’immagine, di maniera che l’argento che esso cede viene attratto dall’ioduro d’argento impressionato dalla luce e produce l’annerimento che colle sue varie graduazioni e distribuzioni dà luogo alla formazione dell’immagine.

Quando lo svolgimento dell’immagine si effettua coll’aggiunta della sola soluzione di acido gallico, bisogna conchiudere che sullo strato impressionato si trovava del nitrato d’argento lasciatovi dal bagno sensibilizzatore.

Quest’ultimo caso si verifica quando si espone umido, ma quando si espone secco, siccome lo strato sensibilizzatore venne lavato con acqua, non succede mai che la sola azione dei liquidi riduttori possa sviluppare l’immagine. Il nitrato d’argento non è dunque soltanto il sensibilizzatore e l’acceleratore nello strato destinato a ricevere l’immagine, ma esso è anche il principale sviluppatore dell’immagine stessa.

Lo svolgimento dell’immagine col mezzo dei liquidi rivelatori [p. 321 modifica]essendo dovuto ad un processo di deossidazione, ne segue che tutto quanto può facilitare la deossidazione giova alla pronta produzione dell’immagine, e rende possibile una diminuzione nella durata del tempo della posa.

Gli acidi, principalmente gli acidi inorganici, tendono in generale a ritardare lo svolgimento dell’immagine, perchè essi hanno sempre più tendenza a promuovere l’ossidazione che ad impedirla. L’acido nitrico ha una forza ossidante assai energica, ed esso è assai nocivo ad un pronto svolgimento dell’immagine. Quest’acido può trovarsi nel nitrato di argento in stato libero, quando il nitrato non venne purificato sufficientemente con ripetute cristallizzazioni. Il nitrato d’argento fuso è ordinariamente esente da ogni traccia di acido nitrico, epperciò con esso lo svolgimento dell’immagine è più celere; ma aggiungerò pure che esso può contenere dell’ossido di argento allo stato libero proveniente da una fusione troppo attiva che decompose una parte del nitrato. Quando ciò ha luogo lo svolgimento si effettua in modo irregolare, le prove si macchiano immancabilmente. È quindi caso più sicuro che il nitrato d’argento si trovi essere leggermente acido. In questo stato lo svolgimento è bensì più lento, ma i bianchi del disegno rimangono perfettamente conservati.

Le materie coloranti, che hanno la proprietà di ossidarsi facilmente quando vengono a contatto dell’aria, sembrano poter agire come sostanze riduttrici atte a svolgere l’immagine fotografica quando vengono impiegate in concorrenza col nitrato d’argento. Le decozioni del campeggio (Heematoxylon campechianum), del bresiletto (Caesalpinia aechinata), del sumacco (Rhus coriaria), del Cachou (Mimosa catechu), adoperate in vece della soluzione di acido gallico, si dimostrano infatti capaci di svolgere discretamente bene l’immagine. Ma non si ottiene nulla dalle decozioni del legno giallo, del quercitrone, della curcuma, dell’erba goda, dell’oricello, del sandallo e della robbia. Ciò che si oppone all’uso delle materie coloranti in generale è la loro tendenza a decomporre troppo rapidamente il nitrato d’argento combinandosi coll’ossido d’argento e formando con questo una lacca insolubile.


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Operazione VII.

Sviluppare la prova.

Tolta che avrai la lastra impressionata dalla camera oscura, va a chiuderti nel gabinetto debolmente rischiarato dal lume di una candela, o da una finestra con vetri gialli.

Poni la lastra orizzontalmente sopra di un treppiede a viti calanti e nel mezzo di essa versa la soluzione di acido gallico.

Con un bioccolo di cotone ben puro da ogni estranea immondizia stendi celeremente l’acido gallico sopra tutta la superficie albuminata.

Devi fare attenzione che il liquido copra uniformemente lo strato di albumina, ed a tal fine osserverai che la lastra sia perfettamente orizzontale, e sopra vi metterai della soluzione di acido gallico in tanta quantità, sino a che essa minacci di sorpassare gli orli spuliti della lastra. Così facendo non hai a temere che il liquido, accumulandosi tutto da una parte, lasci a nudo la parte opposta della lastra. Quest’ultimo caso sarebbe assai nocivo. Infatti, quando l’azione dell’acido gallico viene interrotta da una mancanza di liquido, la prova negativa si macchia poi colla soluzione del nitrato d’argento, ricoprendosi parzialmente di un velo o nebbia sottile d’argento metallico.

Dopo che l’acido gallico rimase per 5 minuti circa sullo strato impressionato dalla luce, inclina la tua lastra verso uno dei suoi angoli e fa scolare tutto il liquido che contiene in un bicchiere ad hoc. Ciò fatto riponi la lastra nel treppiede e senza perder tempo versa nel mezzo dello strato un po’ della soluzione di nitrato d’argento composta, come dissimo, di 4 parti di nitrato d’argento e di 100 parti d’acqua.

Col mezzo di un nuovo bioccolo di cotone stendi questa soluzione colla più grande prontezza possibile sopra tutta la superficie del vetro.

L’immagine fotografica non tarderà a comparire. Quando quest’immagine, per difetto di luce, per una posa troppo breve, ecc., dopo lo spazio di 10 minuti circa non comparisca [p. 323 modifica]sufficientemente intensa, prendi la soluzione di acido gallico, che hai versato nel bicchiere come abbiamo detto, e riversala sulla lastra.

Col mezzo del bioccolo di cotone mescola tosto quest’acido gallico col nitrato d’argento sparso sopra tutta la superficie dell’albumina. Il disegno non tarderà ad acquietare una molto più grande intensità e robustezza.

Questo metodo di rendere più intenso il disegno è buono quando si ha tempo di sorvegliare bene lo svolgimento. Altrimenti si rinforza la prova troppo debole trattandola nel modo seguente che è di più certa riuscita.

Si lava con acqua lo strato di albumina per togliere da esso tutto il nitrato d’argento, e poi lo si aggredisce di nuovo con acido gallico; dopo due minuti si versa il liquido nel bicchiere, e si ripete la soluzione del nitrato di argento 4 per 100 che renderà la prova più intensa di prima; e se tuttavia essa non fosse ancora arrivata ad un sufficiente grado d’intensità, si ritornerebbe da capo coll’acido gallico, e così di seguito sino ad avere l’effetto desiderato.

Per poter giudicare della venuta del disegno, metti sul tavolo, che ti sta davanti, un foglio di carta bianca. Portando la prova a leggiera distanza dalla superficie bianca, illuminata dalla candela, potrai distinguere il grado di intensità che il disegno ha acquistato.

Qui devi essere avvertito che facilmente ti ingannerai sopra l’intensità da dare alle prove negative. Imperocchè queste si debbono sempre tenere più deboli e più chiare di quello che si crederebbe dalla loro apparenza, affinchè esse permettano di produrre le prove positive senza troppo grandi contrasti, senza troppo brusche e sproporzionate transizioni dai lumi alle ombre.

La prova negativa, che tu giudicherai venuta abbastanza, lavala nell’acqua per arrestare la combinata azione dell’acido gallico e del nitrato d’argento sopra di essa.


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Osservazioni.

1a Solidità dell’albumina sul vetro. — Lo strato di albumina quando è secco è molto solido ed aderente al vetro, epperciò non vi è pericolo di rigarlo o staccarlo stendendovi sopra l’acido gallico col mezzo del bioccolo di cotone nel modo suddetto. Ma quando questo strato è umido, e soprattutto quando è rimasto per un certo tempo sotto l’influenza dei liquidi sviluppatori, è molto men consistente ed il cotone può facilmente danneggiarlo se non si usa molta precauzione. Quando si teme di cadere in tale inconveniente, è preferibile di non far uso del cotone in lana e mescolare i liquidi in un bicchiere a parte prima di versarli sulla lastra. Si potrebbe anche mescolare i liquidi sullo strato col solo inclinare convenientemente la lastra. Col moto della lastra il liquido riceve un moto ondulatorio, che è assai favorevole per impedire il deposito dei precipitati neri sulle parti che debbono rimanere bianche sulla prova negativa.

2a Azione del calore nello sviluppare. — Il calore ha per effetto di accelerare la venuta dell’immagine. Perciò si propose di riscaldare la lastra percorrendovi sotto, ed a distanza sufficiente, una lampada ad alcool accesa. Avvertiamo che un calore troppo forte fa evaporare i liquidi rivelatori, li altera, e fa macchiare le prove, che lo strato sensibile può impressionarsi per la luce della fiamma bluastra dell’alcool, e macchiare conseguentemente l’immagine; che sotto l’azione del calore così trasmesso lo svolgimento dell’immagine è irregolare, non uniforme su tutta la lastra, per cui è raro che possa essere conveniente il ricorrere a questo mezzo.

3a Antico metodo di sviluppare. — I fotografi usavano dapprincipio un metodo un po’ diverso nel far comparire l’immagine negativa.

Mettevano la lastra impressionata in un bacino contenente una soluzione di acido gallico, ed in tanta quantità, che essa potesse coprire tutta la lastra. L’acido gallico veniva addizionato di poche goccie di aceto-nitrato d’argento.

Questo metodo può dare risultati egualmente buoni, ma per la piccola quantità di nitrato in paragone della quantità della [p. 325 modifica]soluzione di acido gallico, il tempo della posa si doveva prolungare almeno del doppio di quello che sia necessario col metodo descritto qui sopra.

4a Azione di contatto sull’immagine in via di svolgimento. — Se si lascia un fiocco di cotone in lana sulla lastra in contatto dell’immagine mentre che la si svolge col mezzo dell’acido gallico e del nitrato d’argento, osservasi, dopo qualche tempo, che il disegno diventa intensissimo nel punto di contatto, e che i bianchi di esso non vengono intaccati.

Se invece del fiocco di cotone si pone sulla prova in via di svolgersi un foglio di carta, dopo di averlo inumidito colla soluzione di acido gallico, e vi si lascia per qualche tempo, trovasi che lo strato toccato dalla carta riceve un disegno molto più intenso di quello che si produsse sulle parti che non vennero in contatto col foglio di carta. E ciò che vi ha di più curioso si è che il foglio per un tale contatto colla negativa riceve contemporaneamente un’immagine positiva assai ben venuta. Vale a dire i neri della negativa, come il cielo, danno i bianchi sulla carta mentre i bianchi danno i neri. Quest’immagine positiva sulla carta non è dunque dovuta ad una diretta azione della luce, ma ad una semplice azione di contatto, come lo è pure la maggiore intensità della negativa.

Questo modo di reagire delle sostanze, che si trovano sopra l’immagine che si svolge, è interessante per la pratica ed è importante dal lato teorico.

Si vede che la forza che fa decomporre il nitrato d’argento è una vera forza catalitica, e che questa forza è originata dapprima nell’ioduro d’argento alterato dalle ondulazioni della luce, il quale ora promuove la decomposizione dei liquidi sviluppatori quasi a guisa di un fermento. La carta che accresce questa forza catalitica è forse in uno stato analogo a quello in cui si trova il ioduro d’argento impressionato, ma la sua forza è molto più debole, per cui l’azione che essa esercita non si rende visibile sulla sua superficie che nelle parti corrispondenti alle parti della prova non impressionate dalla luce, ossia nelle ombre. Queste non potendo impadronirsi delle molecole argentee, che il rotto equilibrio ha lasciate in libertà, lasciano all’attrazione delle fibre della carta verso le molecole stesse la forza di agire e manifestarsi colla produzione di una immagine positiva.


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Operazione VIII.

Preparare il liquido fissatore.

Per rendere solida e permanente l’immagine fotografica conviene eliminare da essa i sali d’argento alterabili dalla luce.

Un tale effetto si ottiene col mezzo di sostanze chimiche in soluzione acquosa, le quali formino delle combinazioni solubili coll’ioduro e bromuro d’argento aderenti all’immagine fotografica.

Le sostanze, che si sono trovate assai convenienti per questo scopo, sono l’iposolfito di soda, il cianuro, il bromuro, il ioduro di potassio, il cloruro di sodio, ecc. Tra queste sostanze quella che generalmente si antepone a tutte le altre è l’iposolfito di soda. Perciò a noi basterà un sol liquido fissatore composto di

15

parti di iposolfito di soda

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parti di acqua.

Questa soluzione si fa a freddo in un vaso di vetro e si filtra prima di metterla in opera a fissare. Alcuni fanno senza del filtrare. Tuttavia è da raccomandarsi che i liquidi che usa il fotografo siano sempre filtrati o per carta o almeno per tela, perchè i precipitati, che i liquidi contengono quasi sempre senza una tale operazione, quando vengono sopra l’immagine aderiscono allo strato e lo imbrattano senza rimedio.

Il liquido fissatore si conserva indefinitamente, ma coll’uso sciogliendo del sale d’argento, la sua forza fissatrice diventa minore. Allora esso s’intorbida, e col tempo depone un precipitato nero di solfuro d’argento, che si attacca alle pareti del vaso in cui è contenuto. Riprenderà la sua forza primitiva addizionandolo di altro iposolfito, ma è meglio rigettare il bagno vecchio, perchè è poco costoso il prepararlo di fresco, e perchè il suo uso è più conveniente quando è puro.

Sarebbe più nocivo che utile l’accrescere la proporzione dell’iposolfito in questa soluzione, perchè ne soffrirebbe la solidità dello strato di albumina nello adoperarla a fissare.


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Operazione IX.

Fissare la prova negativa e terminarla.

In quest’operazione la prima cosa a farsi è di togliere dal vetro l’acido gallico ed il nitrato d’argento che hanno servito a rivelare l’immagine, e a tale effetto:

Prendi colla mano sinistra la lastra e versa sopra l’immagine dell’acqua in abbondanza onde lavarla assai bene. Un litro di acqua versato con sottile getto sull’immagine può lavare sufficientemente una lastra della grandezza di 0m, 18X0m,24.

La prova negativa dopo il suo lavamento nell’acqua si può dire che è già fissata per metà, imperocchè ora si potrà illuminare molto più liberamente il disegno senza pericolo di danneggiarlo.

Tu, approfittando di questa proprietà, esaminerai di nuovo con attenzione la tua prova per poterla, mentre sei ancora in tempo, riprendere con acido gallico e nitrato di argento, rinforzarla nel modo che abbiamo veduto di sopra, nel caso che essa non avesse ancor ricevuto una conveniente intensità.

L’immagine che troverai bene sviluppata tu la porterai ora fuori del gabinetto oscuro, e vi verserai sopra un poco del liquido fissatore, e questo lo farai scorrere sopra tutto lo strato albuminoso inclinando il vetro per ogni verso. Quando il liquido sarà venuto a contatto di tutta la superficie dello strato, tu metterai la lastra in un treppiede a viti calanti, e poscia aggiungerai tanto liquido fissatore, quanto la lastra, posta bene a livello, ne potrà contenere. Lascierai agire sino a che i bianchi della negativa siano diventati trasparenti, il che ha luogo in pochi minuti.

Terminata che l’iposolfito avrà la sua azione dissolvente, lava l’immagine mettendola sotto un getto d’acqua che farai cadere da una bottiglia, o da una fontana artificiale. Questa maniera di lavare gettando l’acqua sullo strato è assai efficace, ma non si ottiene un lavamento uniforme se non si fa cadere l’acqua per ogni parte dello strato, perciò sarà buona precauzione il [p. 328 modifica]mettere la lastra, già lavata nel modo ora detto, in un bacino pieno di acqua, e lasciarcela per mezz’ora, affinchè ogni traccia di iposolfito, che per caso potesse ancora rimanere sulla lastra, venga allontanato.

Infine togli la lastra dall’acqua e ponila a seccare spontaneamente inclinata contro di un muro sopra di un foglio di carta bibula, osservando che sia in un sito riparato dalla polvere, e se non hai tempo di aspettare, falla seccare sopra una lampada accesa.

In questo modo tu otterrai un’immagine negativa durevole, solidissima contro l’azione del tempo e della luce, capace di produrre un numero indefinito di immagini positive senza guastarsi. Se la tua prova sarà ben riuscita, sarà la corona dell’opera; essa avrà un valore che compenserà largamente le cure e le fatiche che vi avrai speso d’intorno nel seguire i minuti ed in apparenza puerili dettagli che siamo venuti indicando.

Per causa dell’ordine che abbiamo dovuto adottare, non faremo conoscere il modo di produrre le prove positive che dopo di aver descritto i vari procedimenti per i negativi, perciò il principiante potrà consultare la parte seconda di questo libro terzo se desidera tosto imparare il modo che si deve seguire nel produrre le prove positive col mezzo del negativo che avrà ottenuto. Ma se il principiante avrà a sua disposizione del collodio, noi vorremmo consigliarlo a voler prima studiare il metodo descritto nella seguente sezione.



  1. I vetri gialli si debbono esperimentare se siano di buona qualità, cioè se siano capaci di arrestare i raggi fotogenici. Il fotografo colle sue lastre sensibili può fare facilmente un esperimento empirico in modo abbastanza concludente, ma i vetri gialli si potrebbero anche provare più rigorosamente col mezzo dello spettroscopio, col quale si può riconoscere sino a qual grado questi vetri lasciano passare i raggi chimici.
  2. Il vetro spulito della camera oscura è tale perchè venne strofinato per un certo tempo con smeriglio finissimo che toglie la trasparenza al vetro rendendolo translucido ed appropriato a lasciar vedere l’immagine dipinta dalla luce sopra di esso. L’appannamento del vetro si potrebbe anche produrre col mezzo del gaz acido fluoroidrico, il quale rende il vetro anche più perfettamente spulito di quel che faccia lo smeriglio.
  3. Quando daremo una ricetta qualunque prescrivendo le proporzioni delle sostanze in tante parti come abbiam fatto qui sopra senza specificare se queste parti siano di volume o di peso, si deve sempre intendere che siano parti di peso, perchè occorrendo parlare di volumi ne faremo speciale menzione.