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Storia di Abu Mohammed Alkeslan
Storia d'Alaeddin Storia di Alì Mohammed il Gioielliere o del Falso califfo
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NOTTE DXVIII


STORIA


DI ABU MOHAMMED ALKESLAN.


— Un giorno che il califfo Aaron Alraschild stava seduto sul trono, circondato da tutta la sua corte, uno schiavo, tenendo in mano un diadema d’oro ricamato di perle ed adorno di diamanti, si avanzò fino ai piedi del soglio, e battendo la terra colla fronte: — Sovrano Commendatore dei credenti,» [p. 245 modifica] disse, «Zobeide, la vostra illustre sposa, mi ha ordinato di venire a presentarvi i suoi omaggi. Vostra maestà sa ch’ella si occupa già da lungo tempo a terminare questo diadema: non vi manca più che il diamante di mezzo; essa ha cercato in tutti i vostri tesori un diamante grosso abbastanza per compiere l’ornato, ma tutte le sue ricerche furono vane. —

«Il califfo ordinò tosto ai suoi primari ufficiali presenti di cercare dappertutto i più bei diamanti. Obbedirono essi, ma non potendo trovarne alcuno degno di fregiare il ricco diadema di Zobeide, Aaron, dolente di vedere che le loro ricerche avessero avuto lo stesso infelice esito di quelle della principessa, sclamò con umore: — Come! la metà della terra è sotto il mio dominio, ed io non posseggo ne’ miei tesori un diamante come lo desidera la mia sposa! Andate, informatevi da tutti i gioiellieri di Bagdad se ne hanno qualcuno che possa soddisfarla. —

«I gioiellieri, interrogati, risposero tutti che non si poteva trovare un tal diamante se non presso un uomo di Basra, chiamato Abu Mohammed Alkeslan. Il califfo comandò tosto ad uno dei suoi visiri di mandar un messo all’emiro Mohammed Alzobeidy, governatore di Basra, coll’ordine di far condurre tosto a Bagdad quell’uomo.

«Mesrur, capo degli eunuchi, incaricato del dispaccio, usò tanta diligenza, che giunse in poco tempo a Basra. Presentatosi all’emiro, ed informatolo del soggetto del suo arrivo, questi si affrettò ad eseguire l’ordine del califfo, e mandò alcuni de’ suoi ufficiali con Mesrur alla casa di colui che cercava.

«Il capo degli eunuchi avendo bussato alla porta di strada, uno schiavo venne ad aprire. — Va a dire al tuo padrone,» gli disse Mesrur, «che il sovrano Commendatore dei credenti brama vederlo.» Lo schiavo corse ad informarne il padrone, ed Abu [p. 246 modifica] Mohammed Alkeslan venne in persona a ricevere Mesrur ed i suoi seguaci.

«Inteso da essi più partitamente il soggetto della loro venuta, li invitò ad entrare; ma quelli rifiutarono, sotto pretesto che l’ordine del califfo non poteva soffrire ritardo alcuno, e che il principe attendeva con impazienza il suo arrivo. — Almeno,» soggiunse Alkeslan, «permettetemi di pormi in istato di comparire decentemente davanti a sua maestà; non ci vorrà molto tempo, e vi prego di entrare per riposarvi un poco. —

«Mesrur ed il suo seguito essendosi, dopo molta difficoltà, arresi a quell’invito, videro a destra ed a sinistra, entrando sotto il vestibolo, portiere di seta verde, ricamate da cima a fondo in oro. Alkeslan ordinò poi ad uno schiavo di condurli ad un bagno magnifico, posto nell’interno della casa.

«Le pareti ed il pavimento di quel bagno erano incrostati d’oro e d’argento; una superba vasca di marmo bianco, piena d’acqua profumata coll’essenza di rose, stava scavata nel mezzo, ed alcuni schiavi, elegantemente vestiti, si affrettavano ad ubbidire al minimo cenno.

«Mesrur ed i compagni, essendosi lavati e profumati, furono rivestiti d’abiti tessuti d’oro e di seta, ed introdotti poscia nell’appartamento del padrone di casa; ivi lo trovarono seduto su d’un magnifico sofà, ed appoggiato a cuscini ove l’oro brillava da ogni parte; sopra la testa ergevasi un baldacchino di broccato d’oro, tempestato di perle e diamanti.

«Abu Mohammed Alkeslan accolse Mesrur nel modo più distinto, e se lo fece sedere allato. S’imbandì un lauto pasto, composto dei cibi più delicati, i quali erano serviti in piatti d’oro e di porcellana della China; la magnificenza che regnava in ogni luogo era tale, che Mesrur non potè trattenersi dallo [p. 247 modifica] sclamare di non aver mai veduto nulla di simile, nemmeno alla corte dello stesso califfo.

«Passata gradevolmente la sera, Mesrur e quelli del seguito ricevettero, da parte di Abu Mohammed, una borsa di mille pezze d’oro. All’indomani mattina, fece rivestire ciascuno d’una veste di seta verde, ricamata ed adorna di frange d’oro, e render loro gli stessi onori del dì prima.

«Mesrur, entrato poi nelle stanze di Alkeslan, lo avvertì che non poteva fermarsi più a lungo a Basra. Mohammed lo pregò di passar ancora quel giorno in casa sua, promettendo di tenersi pronto a partire la mattina seguente. Infatti, appena spuntata l’alba, gli fu condotta una mula coperta d’una sella di broccato d’oro, adorna di perle e diamanti; salitovi, andò ad accommiatarsi dall’emiro Alzobeidy, ed uscì subito dalla città, insieme a Mesrur, il quale pensava così: — Il califfo sarà assai sorpreso, quando vedrà Abu Mohammed in un equipaggio sì splendido e sfarzoso, e non mancherà certo di chiedergli d’onde gli possa venire una fortuna sì prodigiosa. —

«Giunto a Bagdad, l’eunuco affrettossi a presentare Alkeslan al califfo. Il principe l’accolse con bontà, e fattoselo sedere accanto, gli permise di discorrere. — Sovrano Commendatore dei credenti,» disse Alkeslan, «mi son presa la libertà di portare qualche piccolo presente a vostra maestà, e la supplico a permettermi d’offrirglieli. —

«Aaron Alraschild avendo chiesto in cosa consistessero que’ donativi, uno schiavo s’inoltrò carico d’un forzieretto, e lo depose appiè del padrone. Alkeslan, apertolo, ne trasse parecchi alberi artificiali, il cui stelo ed i rami erano d’oro, le foglie di smeraldo, i frutti di rubini, topazi e perle abbaglianti per candidezza; ne cavò poscia, l’un dopo l’altro, molti altri stupendi donativi, ch’eranvi racchiusi come per incanto. [p. 248 modifica]«Il califfo, stupito di tal prodigio, lo fu assai più, quando Alkeslan aprì una seconda cassettina recatagli allora, o ne estrasse un padiglione di seta, ricamato di perle e rubini, che aveva il fondo d’oro, adorno di smeraldi o topazi, e le colonne che sorreggevamo d’un legno prezioso delle Indie. Questo superbo padiglione era adorno di frange ove brillavano gli smeraldi e gli zafiri; vi si scorgevano rappresentate al naturale le figure d’una moltitudine d’uccelli e di belve d’ogni specie, le cui penne ed il pelo erano formati di perle, rubini, smeraldi, zaffiri, topazi ed altre sorta di pietre preziose, frammiste, a gradazioni di colore, colla maggior arte.»

NOTTE DXIX

— Il principe, sorpreso ed abbagliato alla vista di tante ricchezze, non sapeva cosa pensare, allorchè Abu Mohammed Alkeslan gli disse: — Sovrano Commendatore de’ credenti, non è già un sentimento di timore, ma piuttosto di convenienza, che mi spinse a farvi simili presenti: ho pensato che oggetti sì preziosi non potevano convenire ad un semplice privato com’io, e non dovevano appartenere che a vostra maestà; e per farvi vedere che la paura non entra menomamente nell’omaggio che ve ne fo, voglio, se me lo permettete, mostrarvi altre meraviglie, le quali vi faranno conoscere parte della mia potenza. —

«Aaron avendo accettata la proposta con gioia, Alkeslan accostossi ad una finestra, e si chinò leggermente, rimovendo le labbra ed alzando gli occhi [p. 249 modifica] verso la balaustrata che girava intorno al palazzo; la balaustrata parve tosto inchinarsi anch’ella, quasi a restituirgli il saluto. Avendo poi fatto cenno cogli occhi, tutte le porte degli appartamenti, benchè chiuse a chiave, parvero agitarsi, e quand’ebbe profferite alcune parole che non si poterono distinguere, si udì d’improvviso il gorgheggiar d’un’infinità d’uccelli che sembravano rispondergli.

«Il califfo, sorpreso all’estremo, chiese all’abitante di Basra d’onde gli venisse quel maraviglioso potere, e se non fosse quell’Abu Mohammed Alkeslan, sì famoso per la sua pigrizia, il cui padre, chirurgo nei pubblici bagni, era morto nella più profonda miseria, non lasciando un obolo alla moglie ed al figlio.

«— Sire,» rispose l’interpellato, «l’oscurità della mia nascita, l’antica mia povertà, e la pigrizia nella quale vissi assai tempo, aumentano il meraviglioso della mia storia; dessa è piena d’avventure si sorprendenti, che meriterebbe d’essere scritta in caratteri d’oro, e meditata da tutti quelli che amano istruirsi nell’esempio, ed approfittare dei casi altrui. Se vostra maestà vuol permettermi di raccontargliela, non dubito che non la trovi interessante. —

«Alrashild avendo dimostrato che avrebbe udito il racconto con molto piacere, l’abitante di Basra cominciò in tai sensi:

«— Mio padre era infatti un povero chirurgo, il quale esercitava la sua professione nei pubblici bagni, e tutto quello che si è narrato a vostra maestà della mia eccessiva indolenza, è la pura verità, perchè, fin dall’infanzia, era sì infingardo, che quando dormiva, cosa che spesso accadevami, se il sole veniva a percuotere a piombo sul mio capo, non aveva il coraggio di alzarmi per andar all’ombra.

«Aveva compiti i quattordici anni, quando mio padre morì, lasciandomi, al par di mia madre, [p. 250 modifica] nell’estrema indigenza. Quella povera donna era costretta di fare la serva al vicinato per sussistere, e malgrado l’inopia in cui si trovava, aveva la bontà di portarmi da bere e mangiare, mentr’io non mi vergognava di restar sdraiato tutto il giorno.

«Mia madre venne un dì a trovarmi, con in mano cinque monete d’argento, frutto de’ suoi risparmi, e mi disse:

«— Figliuol mio, ho saputo testè che lo scheik Abul Mozaffer sta per partire alla volta della China. È un uomo pieno di carità pei poveri, e notissimo per la probità sua; fa uno sforzo su te stesso, figliuolo, alzati, vieni meco a portargli queste cinque monete d’argento, e pregarlo di acquistarti, in quel paese della China, onde si narrano tante meraviglie, qualche cosa che possa tornarti utile. Se non vuoi alzarti e venire con me, ti giuro che non ti rivedrò più, e ti lascerò morire di fame. —

«Ben m’avvidi, da tal discorso, che mia madre era indignata della mia scioperatezza, e temendo l’effetto delle sue minacce, stimai dover fare uno sforzo per trarmi dall’indolenza in cui viveva: io non credo esistesse allora sulla terra un animale più pigro di me; dissi dunque alla madre: — Or bene, aiutatemi ad alzarmi.» Mentre mi rendeva tal servizio, io gemeva e struggevami in lagrime, a cagione della fatica che mi toccava fare.

«La pregai quindi a portarmi le scarpe, ed essa ebbe la compiacenza di mettermeli ella medesima e prendermi sotto le ascelle per aiutar ad alzarmi; non cessò poi dallo spingermi per farmi camminare, e mi tirò per la manica dell’abito, finchè non fummo giunti sul lido del mare, ove trovammo lo scheik.

«Lo salutai, e gli chiesi il più civilmente che potei s’egli fosse il noto Abul Mozaffer, perchè confesserò, a mio disdoro, che non conosceva di vista quell’ottimo [p. 251 modifica] uomo. Sulla sua affermativa, lo pregai di voler incaricarsi delle cinque monete d’argento che gli presentai, onde mi acquistasse qualche cosa nei paese in cui andava.

«Lo scheik, sorpreso della mia domanda, si volse verso i suoi compagni di viaggio, chiedendo se mi conoscessero. — Sì signore,» gli risposero, «è Abu Mohammed Alkeslan, sì famoso per la sua infingardaggine, che di certo è uscito oggi per la prima volta, non essendo mai stato veduto fuor di casa. —

«Abul Mozaffer ricevè volentieri le mie cinque monete d’argento, promettendomi, ridendo, di disimpegnarsi della commissione ond’io lo incaricava. Lo ringraziai, e tosto feci ritorno a casa, appoggiato al braccio della genitrice.

«Il buon scheik, in compagnia di molti mercadanti, si mise in mare, e dopo una felice navigazione, sbarcò sulle coste della China. Quando ciascuno ebbe spacciate le proprie merci, e compratene altre, alzarono l’ancore per tornar a Basra.

«Erano già tre giorni che la nave vogava in alto mare, quando Mozaffer comandò d’improvviso si virasse di bordo. I negozianti, sorpresi di tal manovra, ne chiesero la ragione. — Vi ricordate voi,» rispose il capitano, «della commissione onde quel povero Mohammed Alkeslan m’aveva incaricato? Or bene, me ne sono dimenticato affatto! Bisogna assolutamente tornare indietro, e comperargli qualche cosa che possa essergli utile, per disimpegnarmi della promessa a lui fatta.

«— Di grazia, signore,» risposero i mercadanti, «non ne astringete a retrocedere; lo spazio da noi percorso è troppo considerevole onde esporci per sì poca cosa ai cattivi tempi che già provammo ed ai pericoli che abbiamo evitati sì felicemente sin qui. —

«Siccome l’onesto scheik non voleva sentir nulla, e persisteva sempre nella sua idea, i mercanti offrirono [p. 252 modifica] di raddoppiare ciascuno la somma ch’io gli avea consegnata. Abul Mozaffer trovò la proposta sì vantaggiosa per me, che credè dover accettarla.»

NOTTE DXX

— «I mercanti, continuando il viaggio, approdarono ad un’isola assai popolata, ove si faceva gran commercio di perle e diamanti. Calata l’ancora in una comoda rada, scesero tutti a terra per negoziare le loro merci.

«Passeggiando pel bazar, Abul Mozaffer scorse un uomo seduto, il quale aveva intorno gran quantità di scimie, fra cui trovavasene una tutta pelata. Fermatosi per esaminarle, osservò che quando gli animali vedevano che il loro padrone non li teneva d’occhio, si gettavano tutti sul povero compagno, maltrattandolo in guisa strana. Allorchè il padrone se ne accorgeva, alzavasi, e li batteva per farli cessare; ma aveva bel punire ed incatenare i più accaniti: appena volgeva il dorso, i maltrattamenti tornavano da capo.

«Mozaffer, impietosito al vedere quella povera bestia tormentata in tal guisa, accostossi al di lei padrone, e chiesegli se volesse venderla. — Ve n’offro,» soggiunse, «cinque scudi rimessimi da un orfano per comperargli qualche cosa. — Accelto volentieri,» rispose l’altro,» e desidero che questo acquisto sia di profitto al vostro protetto.» Lo scheik, pagata la somma convenuta, condusse seco l’animale, ed ordinò ad un suo schiavo di portarlo a bordo della nave e legarlo sul cassero. [p. 253 modifica]

«Quando i negozianti ebbero finite le loro operazioni commerciali, sciolsero le vele, dirigendo la prora verso un’altr’isola; appena calata l’ancora, si videro circondati da barche di tuffatori, i quali venivano ad offrire i propri servigi. Quegli uomini essendosi gettati in mare per pochi denari, la scimia, scorgendoli, si agitò talmente, che pervenne a staccarsi, e slanciossi nell’onde a loro esempio.

«— Buon Dio!» sclamò Mozaffer, mirando sparire la scimia; «che cosa dirà quel misero Abu Mohammed Alkeslan, non potendo neppur vedere l’animale ch’io aveva comprato per lui? —

«I tuffatori ricomparvero in breve alla superficie, e la scimia tornò anch’ella insieme ad essi, tenendo fra le zampe varie madreperle, che andò a deporre appiè di Abul Mozaffer. Questi, sorpreso di simile azione, non potè trattenersi dal credere quella scimia non fosse un ente soprannaturale, e celasse qualche mistero.

«I mercanti, rimessisi in mare, furono colpiti da una fiera tempesta, che li fece deviare dalla loro rotta, e li gettò sulla costa di un’isola, chiamata l’isola degli Zingi (1), i cui abitanti erano negri ed antropofagi. Quando quei selvaggi scopersero il vascello, vennero ad assalirlo da ogni parte colle loro barche, ed impadronitisene, legarono i mercanti, e li condussero davanti al re. Questo principe feroce ordinò di far arrostire un certo numero di quegl’infelici, e si cibò delle loro carni insieme ai principali suoi sudditi. I mercanti superstiti, testimoni della disgrazia dei compagni, vennero chiusi in una capanna, ove aspettavano, piangendo, la medesima sorte.

«Verso mezzanotte, la scimia ch’era stata messa [p. 254 modifica] in libertà, si avvicinò ad Abul Mozaffer, e sciolselo dalle catene. Questi corse subito tentoni verso gli sfortunati compagni, i quali, immaginandosi che si fosse disvincolato da sè, sclamarono: — Il cielo ha pietà di noi, avendo permesso che voi poteste spezzare le vostre ritorte, e che siate nostro liberatore. — Amici,» rispos’egli, «non fui io a spezzare le vostre catene, ma la scimia che comprai per Mohammed Alkeslan. Io voglio, per attestare la mia riconoscenza a codesto animale, dargli una borsa di mille pezze d’oro. — Ciascuno di noi,» soggiunsero gli altri, «gliene darà altrettante, se ci rende lo stesso servizio. —

«La scimia, appena ebbe intese le parole dei mercanti, si mise a svincolarli l’un dopo l’altro. Quando si trovarono liberi, corsero al vascello, da cui, per fortuna, i selvaggi nulla avevano portato via, e spiegate subito le vele, allontanaronsi da quel luogo funesto.

«Quando i mercadanti furono in alto mare, Abul Mozaffer rammentò loro la promessa fatta alla scimia, e ciascuno affrettossi di soddisfarla; anch’egli vi riunì le sue mille pezze, formando così una ragguardevole somma. Il vento, che aveva fatto felicemente abbandonare ai mercanti l’isola degli Zingi, continuò a soffiare favorevole, talchè approdarono prosperamente a Basra, dopo alcuni giorni di tragitto.

«Sparsasi tosto nella città la notizia del ritorno dei negozianti, mia madre corse da me, e mi disse: — Alzati, figlio mio, alzati; Abul Mozaffer è giunto; corri a salutarlo, e domandagli che cosa t’ha portato. Forse può essere qualche cosa da trarne profitto.

«— Aiutatemi,» risposi, stropicciandomi gli occhi, «aiutatemi, di grazia, a vestirmi; il porto è lontano, e voi sapete che non cammino tanto presto.—

«La donna mi sollevò e mi sostenne finchè fui [p. 255 modifica] fermo sulle gambe; feci poscia uno sforzo, e m’incamminai al lido, ove giunsi non senza essermi imbarazzato varie volte negli abiti. Quando Mozaffer mi vide, corse verso di me, salutandomi come il suo liberatore e quello de’ suoi compagni di viaggio. — Prendete questa scimia,» mi disse; «io l’ho comprata per voi; andate ad aspettarmi da vostra madre: non tarderò a venire.»

NOTTE DXXI

— «Sorpreso da un tale discorso, e dell’accoglienza che riceveva, presi la scimia, dicendo tra me: — Ecco, per mia fè, un bell’acquisto che Abul Mozaffer ha fatto per me, e che mi sarà utile davvero!» Giunto a casa, dissi a mia madre: — Che bella cosa è il commercio! Tutte le volte che mi vedrete dormire, abbiate cura di destarmi perchè corra al porto. Guardate,» aggiunsi, mostrando la scimia, «qual mercanzia mi hanno portato dalla China. —

«Quando fui seduto, molti schiavi di Mozaffer entrarono, e mi chiesero se fossi Abu Mohammed Alkeslan. Aveva appena risposto affermativamente, che vidi comparire lo stesso Mozaffer. Mi alzai subito per baciargli la mano, ma non me ne lasciò il tempo, e mi si gettò al collo, invitandomi ad accompagnarlo a casa sua. Benchè assai malcontento, accettai la sua proposta, non volendo disgustare un uomo che mi faceva tante gentilezze.

«Giunti alla casa di Abul Mozaffer, egli ordinò [p. 256 modifica] a due schiavi di andar a cercare la somma che mi era destinata. Obbedirono sobito, rientrando poco dopo carichi di due pesanti cassette.

«— Ecco, figliuol mio,» mi disse Mozaffer, presentandomene le chiavi, «in qual modo Dio ha fatto fruttare le cinque monete d’argento che mi consegnaste; la somma contenuta in queste due cassette vi appartiene; tornate a casa, codesti due schiavi hanno ordine di seguirvi. —

«Lieto oltremisura, attestai la più viva riconoscenza al generoso Abul Mozaffer, e tornai da mia madre, cui la vista delle due cassette cagionò la più grata sorpresa.

«— Vedete, figliuol mio,» mi diss’ella,» che la Provvidenza non vi ha abbandonato; sappiate meritarvi dunque i suoi benefizi, cercando di far ogni sforzo per vincere quell’indolenza e pigrizia nella quale siete finora vissuto.» Le promisi di seguire il suo consiglio, ed il cambiamento felice operatosi nella mia situazione, mi fece facilmente mantener la parola.

«La scimia, intanto, mi si affezionava sempre più, veniva a sedere sul sofà dov’io era assiso, e quando pranzava, mangiava e beveva con me: ma ciò, ch’io trovava incomprensibile nella sua condotta, è che spariva all’alba, non tornando mai prima di mezzogiorno; entrava allora nella mia camera, portando nelle zampe una borsa di mille pezze d’oro, che deponeva ai miei piedi, e mi sedeva quindi accanto. Continuò così per tanto tempo, che divenni immensamente ricco; acquistai terre e case di campagna, feci costruire palagi con giardini, e mi circondai di gran numero di schiavi d’ambo i sessi.

«Un giorno che la scimia mi stava seduta a fianco come al solito, la vidi guardare a destra ed a sinistra, come per assicurarsi ch’eravamo soli. — Che vuol dir ciò?» pensai tra me. Ma giudicate della mia [p. 257 modifica] sorpresa, sovrano Commendatore dei credenti, quando la vidi movere le labbra, e pronunciare distintamente il mio nome.

«Spaventato di tal prodigio, era in procinto di slanciarmi fuor dall’appartamento, quando mi disse: — Non temete, Abu Mohammed, e non vi maravigliate di udirmi parlare; io non sono una scimia comune.

«— Chi sei tu dunque?» sclamai.

«— Io sono,» rispose, «uno dei geni ribelli. Lo stato di miseria nel quale eravate, mi ha commosso, e venni per ritrarvene. Potete farvi un’idea del mio potere dalle ricchezze che vi ho prodigate: ricchezze sì immense, che voi stesso non ne conoscete la quantità; ma penso far molto più per voi, facendovi, cioè, sposare una donna, la cui beltà supera tutto quello che l’immaginazione può figurarsi di più incantevole.

«— Come mai potrò ottenere la mano di questa bella donna?» chiesi con vivacità.

«— Ascoltatemi attentamente,» ripigliò egli. «Vi vestirete domani nella foggia più ricca e magnifica, e montato sulla vostra mula, coperta d’una sella d’oro ricamata di perle e diamanti, vi recherete al bazar; ivi informatevi dov’è il magazzino dello sceriffo, entratevi e domandategli sua figlia in matrimonio. Se vi obbietta che non siete abbastanza ricco onde pretendere alla mano di sua figlia, che siete uomo volgare, e senza considerazioni personali, presentategli una borsa di mille pezze d’oro; se ne domanda di più, offritegli tutte le ricchezze che potrà desiderare, e non temete di compromettervi, offrendo al di là delle vostre facoltà; io avrò cura di provvedere a tutto, e mettervi nel caso di mantenere le vostre promesse.

«Lieto di quel discorso, promisi di seguire [p. 258 modifica] appuntino le istruzioni della mia scimia. Quando spuntò il giorno, indossai gli abiti più belli, e montato sur una mula coperta d’una sella d’oro, andai al bazar. Avendo trovato facilmente il magazzino dello sceriffo, discesi e lo salutai. Il mio aspetto, e gli schiavi ond’era circondato, avendogli imposto, ei mi salutò cortesemente, e mi chiese se potesse far qualche cosa per me.

«— Signore,» risposi, «la mia felicità ed il mio riposo stanno nelle vostre mani. Ho sentito parlare di vostra figlia assai favorevolmente, e vengo a chiederla in matrimonio.

«— Perdonatemi,» disse io sceriffo, «se oso informarmi della vostra nascita, del vostro grado, e soprattutto delle vostre facoltà; io non ho l’onore di conoscervi, e non si può maritare una figlia senza essere istruito di tutte queste cose. —

«Mi trassi allora dal seno una borsa, e glie la presentai dicendo: — Ecco la mia nascita e la mia qualità; il dovizioso non ha bisogno d’altra raccomandazione; il denaro risponde a tutte le obbiezioni. Voi conoscete il detto del Profeta: «La miglior risorsa è il denaro.» Uno dei nostri poeti ha felicemente espressi in quattro versi i vantaggi della ricchezza:

««Quando un ricco parla, ciascuno esclama: — Voi avete ragione, — anche quando non sa cosa dice.

««Quando un povero parla, gli si risponde: — Ciò è falso, — anche quando ha ragione.

««Il denaro, in tutti i paesi, fa ammirare e rispetare gli uomini.

««È una lingua per chi vuol parlare, ed un dardo per chi vuol uccidere.»»

«A tali parole, lo sceriffo chinò gli occhi e si mise a riflettere; un momento dopo mi disse: — Se così è, permettete, o signore, che vi cerchi ancora duemila pezze d’oro. — Sarete obbedito,» risposi. E subito [p. 259 modifica] spedii a casa uno schiavo, che ne tornò poco dopo carico di molte borse simili a quella che aveva già data allo sceriffo.

«Alla vista dell’oro che gli feci brillare sotto gli occhi, lo sceriffo parve soddisfatto; alzossi, ed ordinò ad un suo schiavo di chiudere il magazzino; avendo quindi riuniti i parenti e gli amici, fece stendere il contratto nuziale, e mi promise che le nozze si celebrerebbero in casa sua fra dieci giorni, e che, scorso tal tempo, mi renderebbe il felice possessore di sua figlia.»

NOTTE DXXII

— «Trasportato di gioia, tornai a casa, ed essendomi chiuso colla scimia, le partecipai il successo del mio matrimonio. Si congratulò meco della felicità cui stava per godere, lodandomi altamente pel modo con cui m’era condotto.

«La vigilia del giorno fissato dallo sceriffo, la mia scimia, avendomi trovato solo, mi favellò così con un’aria d’inquietudine e d’imbarazzo che a stento poteva dissimulare: — Domani,» disse, «tutti i vostri voti saranno esauditi; posso io sperare che, cominciando a godere della felicità ch’io v’ho preparata, vorrete farmi un servigio? Se voi me lo accordate, potrete esigere da me tutto ciò che vorrete.

«— Di che si tratta?» risposi sorpreso; «io nulla ho da rifiutarvi.

«— Nell’appartamento ove dovete passare la notte colla vostra sposa,» continuò ella, abbassando la [p. 260 modifica] voce, «v’ha un gabinetto sulla cui porta c’è un anello di rame; al disotto di quest’anello troverete un mazzo di chiavi, coll’aiuto delle quali potrete aprire la porta. Entrando nel gabinetto, vi troverete una cassettina di ferro, ai cui quattro canti sventolano quattro piccole bandiere incantate; in questa cassetta v’ha un bacino di rame pieno d’oro e di gemme, ed accanto undici serpenti: nel mezzo del bacino si vede un gallo d’abbagliante bianchezza. A fianco del cofanetto troverete una scimitarra: prendetela, uccidete il gallo, lacerate le bandiere, rovesciate la cassettina, ed uscite poi a raggiungere la vostra sposa. Ecco tutto ciò che esigo da voi pei servigi che vi resi, e per quelli che mi propongo di rendervi ancora. —

«Promisi di conformarmi alle brame della scimia senza cercare di penotrarne i motivi. All’indomani, mi recai alla casa dello sceriffo, e dopo la cerimonia nuziale, fui introdotto nell’appartamento della consorte, e scorsi facilmente l’anello e la porta di cui la scimia mi aveva parlato.

«Quando mi trovai solo colla sposa, e ch’ella ebbe alzato il velo, restai mutolo di meraviglia alla vista di tanti vezzi e perfezioni riunite. Giammai la natura aveva formata una creatura più incantevole. La regolarità de’ suoi lineamenti, la statura, il portamento, il suo rossore, il suo sorriso mi fecero tale impressione, che dimenticai quasi la scimia e le sue istruzioni.

«Alfine la voce della riconoscenza essendosi fatta sentire, non volli addormentarmi prima d’aver eseguite le ingiunzioni del mio benefattore; verso mezzanotte, vedendo la mia sposa profondamente addormentata, mi alzai con precauzione, staccai le chiavi ch’erano sotto l’anello di rame, ed aperto il gabinetto, presi la scimitarra che trovai per terra, uccisi il gallo, lacerai le quattro banderuole incantate, e rovesciai il cofanetto. [p. 261 modifica]

«In quel momento la mia sposa si destò, e scorgendo la porta del gabinetto aperta ed il gallo steso senza vita ai miei piedi: — Gran Dio!» sclamò; «eccomi dunque la vittima di quel perfido genio!» Appena ebbe pronunciate queste parole, che il genio ribelle, ch’essa sembrava temere, comparve d’improvviso, e rapilla sotto i miei occhi.

«Le grida della mia sposa e le mie risvegliarono lo sceriffo, il quale, entrato nella camera, indovinò facilmente il soggetto del mio spavento, non vedendo più sua figlia, e scorgendo la porta del gabinetto aperta.

«— Sciagurato Abu Mohammed,» mi disse, strappandosi i capelli, «aimè! che cosa mai facesti? È questa la ricompensa che destinavate a mia figlia ed a me, per le gentilezze che vi abbiamo usato? Io stesso aveva composto questo talismano, ponendolo in quel gabinetto, onde impedire a quel perfido genio di eseguire i suoi tristi progetti su mia figlia: sono sei anni ch’egli tenta d’impadronirsi di lei; ma ora non v’ha più speme, non ho più figlia..... non ho più alcuna consolazione al mondo... Andate, uscite subito di qui, m’è impossibile di soffrire più a lungo la vostra vista.

«Io mi ritirai a casa, profondamente afflitto d’essere stato lo strumento della perdita d’una persona che mi era divenuta sì cara, benchè l’avessi veduta appena pochi istanti. Cercai dappertutto la scimia per raccontarle la mia sventura, ma tutte le mie indagini furono inutili. Riconobbi allora essere stata ella stessa che mi aveva rapita la sposa, dopo avermi indotto, colle sue perfide insinuazioni, ad infrangere il talismano che metteva ostacolo all’esecuzione dei suoi iniqui disegni. Furibondo d’essere la vittima di quel genio ribelle, lacerai le vesti, mi percossi il viso, e risolsi di non restar più in un paese dove aveva perduto quanto aveva di più caro al mondo. [p. 262 modifica]

«Uscii dunque dalla città, ed inoltratomi in un deserto, camminai fin quando sopraggiunse la notte; non sapendo più dove fossi, nè dove andassi, cercava qualche ricovero, quando scorsi, al chiaror di luna, o vicino a me, due serpenti enormi, l’uno rosso, l’altro bianco, che si battevano. Mosso da pietà, senza saperne il motivo, in favore del serpente bianco, raccolsi una grossa pietra, e slanciandola con tutta forza, mirai sì giusto, che schiacciai la testa dell’altro serpente.

«Il serpente bianco fuggì subito sibilando, ma comparve poco dopo, accompagnato da dieci altri serpenti bianchi al par di lui; s’avvicinarono all’animale terribile da me steso morto nella polve, e dopo averlo fatto in pezzi, non lasciandogli intatta che la testa, presero la fuga, allontanandosi colla velocità d’un dardo.

«Mentre occupavami a riflettere sulla singolarità di quell’avventura, intesi vicino a me, senza però veder alcuno, una voce pronunciare codesto verso:

«— Non temer la fortuna ed i suoi rigori: il cielo ti promette la felicità e la gioia.»

NOTTE DXXIII

— «Quella voce, che pareva uscita dal seno della terra, mi empì di spavento invece di rassicurarmi: solo in quel deserto, io non sapeva se dovessi fuggire o restare, quando intesi distintamente un’altra voce pronunciare dietro di me codest’altre parole;

«— Musulmano, che hai la felicità di parlare la [p. 263 modifica]lingua del Corano, calma il tuo spavento, e non temer nulla da Satana e dai suoi complici; tu sei sotto la salvaguardia dei geni fedeli, che professano la stessa tua religione.

«— In nomo del Dio che adoriamo,» sclamai, «fatemi conoscere più particolarmente chi siete. — Appena proferite queste parole, vidi comparire un fantasma vestito di bianco, che mi tenne tal discorso:

«— Noi abbiamo provato la vostra beneficenza e generosità; tutti i geni, fedeli a Dio ed al suo profeta, dividono la nostra gratitudine. Se avete bisogno di noi, parlate; siamo pronti a soccorrervi e fare per voi tutto quello che sarà in nostro potere.

«— Aimè!» sclamai, «chi ha bisogno di soccorso più di me? Chi mai ha sofferto sventure pari alle mie? V’ha sulla terra uomo sfortunato da compiangere più di me?

«— Non siete voi Abu Mohammed Alkeslan?» chiese il genio. — Pur troppo lo sono,» gli risposi sospirando. — Ebbene,» soggiunse, «consolatevi, avete trovato protettori; sappiate ch’io sono fratello del serpente bianco, cui rendeste un tanto servizio, sbarazzandolo del suo nemico. Siamo quattro fratelli nati dagli stessi genitori, e tutti pronti a servirvi ed attestarvi la nostra riconoscenza. Il genio nascosto sotto la forma di scimia, col quale avete vissuto tanto tempo, è uno de’ ribelli a Dio: senza l’artificio da lui impiegato, non si sarebbe mai impadronito della vostra sposa, per la quale quel perfido avrà già da anni concepita una sfrenata passione. Tentò molte volte di rapirla, ma il talismano composto dallo sceriffo suo padre, ha messo un ostacolo all’esecuzione del suo progetto sino al momento in cui lo spezzaste. Benchè ora sia il padrone del destino di quella leggiadra giovane, non disperiamo tuttavia di [p. 264 modifica] riunirvi a lei e darvi i mezzi di punire l’indegno rapitore; il servizio che ci rendeste, ci fa un dovere d’impiegar tutte le nostre forze per aiutarvi in quest’occasione. —

«Ciò dicendo, il genio mandò un grido sì terribile, che la terra ne fu scossa, ed io durai fatica a tenermi in piedi. Essendo subito comparsa una truppa di gente armata, domandò loro se sapevano dove la scimia si fosse ritirata. — Ha fissata la sua residenza,» rispose un d’essi, «nella città di Bronzo, in quella città che il sole non illumina giammai de’ suoi raggi.

«— Abu Mohammed,» mi disse il genio, «ora vi darò uno de’ miei schiavi per condurvi, egli v’insegnerà i mezzi di ritrovare la giovane che sposaste, ma abbiate cura di non pronunciare il nome di Dio attraversando l’aria con lui, perchè questo schiavo è uno dei geni ribelli sommessi alla nostra potenza, e se, per caso, dimenticaste il mio consiglio, egli sparirebbe subito, e voi correreste pericolo di schiacciarvi cadendo. —

«Montai sulle spalle del genio ribelle, promettendo di fare la massima attenzione a quanto m’era stato prescritto; m’innalzò rapidamente nell’aere, e perdetti in breve d’occhio la terra: più non vidi che uno spazio immenso, ove gli astri, simili a gigantesche montagne, facevano intorno a me le loro rivoluzioni, e m’innalzai sì alto, che intesi distintamente i concerti degli angeli che cantavano inni ai piedi del trono dell’Onnipossente. La mia guida mi spiegò la natura e la proprietà degli oggetti che si offrivano alla mia vista da tutte le parti, intertenendomi di continuo del numero infinito delle cose create, per allontanare dal mio spirito l’idea del Creatore, e sforzandosi, coi suoi vani ragionamenti e discorsi, d’impedirmi di esprimere la mia ammirazione per ciò che vedeva, proferendo il nome di Dio. [p. 265 modifica]

«Di repente uno spirito celeste, coperto d’un mantello azzurro, ed i cui biondi capelli cadevangli inanellati sugli omeri, mi si presentò davanti; il suo viso era sfolgorante di luce, e teneva in mano una lancia da cui uscivano scintille di fuoco. — Abu Mohammed,» mi disse, «pronuncia tosto la formola: Non avvi altro Dio che il sovrano autore di tulle le cose; altrimenti ti percuoto con questa lancia.» Spaventato dalla sua minaccia, scordai tutte le mie risoluzioni, e proferii le parole che dovevano cagionare la mia rovina. Subito l’angelo di luce colpì colla lancia il genio ribelle, e lo ridusse in cenere. Io discesi rapidamente verso la terra, e caddi nell’onde.

«Stordito della caduta, restai alcun tempo sott’acqua; avendo in seguito ripresi i sensi, mi misi a nuotare con tutte le forze, ma sarei infallibilmente perito, se non fossi stato veduto da alcuni marinai che si trovavano per caso poco lungi dal luogo in cui era caduto, i quali, accorsi tosto in mio aiuto, riuscirono a salvarmi.

«Questi uomini parlavano una lingua a me sconosciuta; mi volsero molte volte la parola, ma io feci lor comprendere che non li intendeva. Verso sera gettarono le reti, e presero gran quantità di pesce, cui fecero arrostire, e ch’io mangiai con appetito. La mattina seguente diressero la prora a terra, ove sbarcammo; condottomi in una città popolatissima, mi presentarono al loro re, il quale mi accolse nel modo più distinto e lusinghiero. Essendomi informato del nome della città in cui mi trovava, seppi che, si chiamava Henad, e ch’era uno dei più ragguardevoli porti marittimi della China.

«Il re raccomandò espressamente ad uno de’ suoi visiri di prendersi cura di me, e farmi vedere tutte le curiosità del paese. Mi si raccontò che negli antichi tempi gli abitanti di quella città erano pieni di [p. 266 modifica] superstizioni, e che Dio, per punirli, li aveva trasformati in pietra. Ciò che mi sorprese di più fu la beltà degli alberi fruttiferi che crescevano nei dintorni in sì straordinaria quantità, che non mi ricordo averne mai veduti di simili.

«Passai colà un mese circa a divertirmi. Un giorno che passeggiava sulle rive del fiume che bagna le mura della città, scorsi un cavaliere venire a briglia sciolta verso di me. — Siete voi Abu Mohammed Alkeslan?» mi chiese quando fu vicino. Avendogli risposto di sì, mi disse di non ispaventarmi, che era mio amico, e che voleva attestarmi la sua riconoscenza per un servigio resogli da me.»

NOTTE DXXIV

—«Chi siete voi dunque?» gli domandai con sorpresa. — Io sono il fratello del serpente bianco, e vengo a farvi sapere che non siete lontano dal luogo dov’è chiusa la vostra sposa.» Nello stesso tempo, copertomi col suo mantello, mi fece montare dietro di lui, e partiti come un fulmine, c’internammo in una vasta foresta.

«Dopo aver galoppato molto tempo, si fermò d’improvviso, e mi fece discendere da cavallo. — Vedete voi quelle due montagne?» mi disse; «costeggiatele sinchè scorgerete la città di Bronzo; ma guardatevi bene dall’entrarvi prima ch’io vi venga a trovare, e che vi dia un mezzo di penetrarvi senza pericolo.» Sì dicendo, scomparve, lasciandomi in una spaventevole solitudine. [p. 267 modifica]

«Camminai penosamente per un’arida pianura dove, prima di me, nessun mortale era penetrato, e scopersi infine la città onde avevami parlato il genio. Le mura erano di bronzo, e sì alte, che perdevansi nelle nubi. Mi avvicinai, e ne feci il giro, pensando di trovare un luogo per entrarvi, ma le mie ricerche furono inutili. In quel momento ricomparve il fratello del serpente bianco, e mi presentò una spada incantata, colla quale io poteva, disse, penetrare nella città senza esser veduto. Presi la spada, ed il genio sparve senza lasciarmi tempo di rispondere.

«Un rumore confuso di voci avendo poco dopo colpito le mie orecchie, mi volsi, e vidi una truppa d’uomini che avevano gli occhi in mezzo al petto. Quando mi scorsero, s’avvicinarono, chiedendo chi fossi e che m’avesse condotto in quel luogo. Soddisfeci alle loro domande, e raccontai le mie avventure. Mi dissero che realmente la giovine, di cui parlava, era rinchiusa col genio ribelle nella città di Bronzo, ma che ignoravano in qual modo fosse trattata. — Quanto a noi,» aggiunsero, «voi non avete nulla a temere da parte nostra, essendo schiavi del fratello del serpente bianco. Se volete penetrare in quelle mura, andate verso quella fontana, esaminate da qual parte vien l’acqua, e seguitene il corso; essa vi condurrà nella città: è la sola strada che possiate prendere per entrarvi. —

«Io seguii il consiglio dei geni, e scorto un aquedotto, entrai, e ne percorsi tutta la lunghezza. Appena ebbi fatto qualche passo fuor dell’aquedotto, vidi la mia sposa in un’immensa prateria, seduta su d’un cuscino di broccato d’oro, e coperta d’un velo di seta, i cui orli rappresentavano un superbo giardino, pieno d’alberi carichi di frutti d’oro e di perle.

«Quando mi scorse, corse alla mia volta, [p. 268 modifica] domandando chi avesse potuto introdurmi in quel luogo inaccessibile ad ogni mortale; calmati i primi trasporti, raccontai coi più minuti dettagli tutto ciò che m’era accaduto dopo la nostra separazione, e la pregai di soddisfare a sua volta alla mia curiosità, indicandomi, se fosse possibile, i mezzi di sua liberazione.

«— L’estrema passione che questo maledetto genio ha concepita per me,» rispose la mia sposa, «lo ha spronato a nulla celarmi di ciò che può nuocergli od essergli utile: egli mi ha svelati tutti i suoi segreti, e seppi dalla medesima sua bocca, esservi qui vicino un talismano che sottomette al proprio potere tutto quello che la città contiene nelle mura. Per mezzo di questo talismano, nulla resiste a’ di lui ordini; esso è chiuso in una colonna... — Dove è questa colonna?» sclamai io vivamente, interrompendola. — Eccola,» diss’ella, accennandola; «là è concentrata la forza del nostro nemico. —

«Lieto di conoscere un segreto che poteva riescir utile, m’informai esattamente in che cosa consistesse il talismano. — È un’aquila,» mi rispose la consorte, «su cui sono incisi caratteri ignoti. Se arrivate a rendervene padrone, accostatevi subito ad una fiamma accesa, gettatevi qualche pizzico di musco, indi presentate l’aquila al fumo che se ne innalzerà; tutti i geni v’appariranno allora, pronti ad obbedire ai vostri cenni. —

«Mi avanzai subito verso la colonna senza tema di essere veduto, a cagione della spada incantata che mi rendeva invisibile, ed impadronitomi dell’aquila, volli provarne tosto la virtù. I geni essendosi presentati a me davanti, ordinai loro di tornare pel momento ai propri posti, e tenersi pronti ad obbedirmi tutte le volte che avrei bisogno del loro ministero. Tornato dalla mia sposa, le domandai se [p. 269 modifica] voleva accompagnarmi: vi acconsentii con gioia. Noi uscimmo per la strada ond’io era entrato, andando a raggiungere gli uomini straordinari che ce l’avevano indicata. Li pregai d’insegnarmi la via che doveva prendere per tornare al mio paese, ed essi lo fecero colla miglior grazia, spingendo persino là compiacenza al segno di condurmi al lido del mare, ove mi procurarono un vascello e viveri.

«Montati sulla nave, ch’era già in procinto di spiegar le vele, il vento ci fu sempre favorevole, e giungemmo felicemento a Basra. Lo sceriffo, giulivo di rivedere sua figlia, ci accolse a braccia aperte, colmandoci di carezze.

«Dopo essermi riposato qualche tempo delle fatiche sofferte, mi chiusi solo un dì nelle mie stanze, presi l’aquila che aveva conservata con gran cura, e mi misi a fare le necessarie fumigazioni. Subito i geni accorsero da tutte le parli, prosternandomisi davanti. Ordinai loro di trasportare a Basra tutte le ricchezze, le gemme ed i diamanti rinchiusi nella città di Bronzo: il che fu eseguito con prontezza indescrivibile.

«Volendo poscia pigliar vendetta del genio ribelle, che, per ingannarmi sì crudelmente, aveva presa la forma di scimia, comandai ai geni fedeli di condurmi subito quello spirito malvagio. Mi si presentò con aria umile e supplichevole, ma non mi lasciai commovere dalle sue preghiere. Dopo avergli volti i rimproveri che meritava il suo tradimento, lo feci chiudere in un vaso di rame, suggellato di piombo, e gettar in mare.

«Da quel momento, la mia sposa ed io godemmo della felicità più perfetta, e nulla mancò al nostro benessere; tutti i desiderii che posso formare sono esauditi dai geni soggetti a’ miei ordini, e tutte le ricchezze che sappia bramare mi sono subito portate. Tali sono, o Commendatore dei credenti, i favori [p. 270 modifica] singolari che ottenni dalla bontà divina, cui non cesso di ringraziare. —

«Aaron, contento del racconto di Abu Mohammed Alkeslan, accettò assai volentieri i presenti, avendo notati fra essi vari diamanti, d’una grossezza e beltà tale, che superavano d’assai i desiderii di Zobeide. Egli compartì, in concambio, ad Abu Mohammed le dimostrazioni più luminose della sua generosità e benevolenza, rimandandolo a Basra ricolmo d’onori e di benefizi.»

— Sorella,» disse Dinarzade, appena la sultana ebbe finito il racconto di Abu Mohammed, «sai che il sultano ama molto queste avventure che accadevano al califfo Aaron Alraschild quando usciva la sera di palazzo; mi ricordo d’averti udita parlare d’un incontro che fece, e pel quale fu un momento tentato di dubitare se fosse il vero califfo di Bagdad, il sovrano Commendatore dei credenti. — Tu vuoi parlare della storia di Ali Mohammed il gioielliere, o del falso califfo, sorella,» rispose Sheherazade, «e potrei raccontarla domani, se il sultano volesse lasciarmi ancora in vita.» Schahriar, interessato da quell’annuncio, risolse, per soddisfarla, di differire ancora la morte della sultana.

NOTTE DXXV

La sultana delle Indie cominciò la seguente storia in codesti sensi:


Note

  1. Forse l’isola di Zanzibar, presso la costa dello Zanguebar o della Caffreria.