I Cairoli delle Marche - La famiglia Cattabeni/La famiglia Cattabeni

La famiglia Cattabeni

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Appendice

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A
LLORCHÉ, sul finire del 1905, apparve nei giornali di Roma la notizia che le sorelle Cattabeni avevano, per mezzo del Sen. Vaccai, offerto in dono al Museo garibaldino di quel Municipio il calzetto insanguinato e bucato da palla, tolto dal piede di Garibaldi in Aspromonte e religiosamente conservato dal loro fratello Vincenzo, a molta parte degli Italiani, io credo, sarà riuscito quel nome pressoché nuovo. Certo pochi in Italia, e vergognoso a dirsi, nelle stesse Marche natìe, conoscono esattamente quanto sia stato grande in quella famiglia il tributo di fede, di opere e di sangue alla causa nazionale. E per gli stessi storici il cognome di Cattabeni o Cattabene, che spesso incontrasi nelle pagine del risorgimento patrio, sarà oggetto di equivoci e di confusioni, avendo i Cattabeni formato una vera pleiade di patrioti.

Alla gloria di questa famiglia di valorosi noi abbiamo voluto faticosamente radunar le fronde sparse di su per le stampe, i diari e le storie dell’epoca, facendo tesoro di indicazioni specialmente genealogiche favoriteci dall’egregio prof. A. Piersantelli, loro parente. Se non che ci sarebbe sempre rimasto il timore di gravi lacune, ove da ultimo non fossimo riusciti a vincere le ritrosie dell’ing. Attilio Cattabeni, che in ben sette volumi in folio tuttora inediti, con erudizione, intelletto d’amore, pazienza e nitidezza grafica di benedettino, ha scritto la storia della sua illustre famiglia. Così, mercè la sua cortesia (di che pubblicamente lo ringraziamo) abbiamo potuto render complete le notizie di questo nostro breve studio biografico.

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La famiglia Cattabeni si vuole in antico derivata dalla tribù araba dei Kahtan, di cui fa parola anche Plinio nella sua Storia naturale. Certo si è che un discendente di quella prosapia, Flaminio, grande amico e protettore del Tasso e figlio del ferrarese Lionello, generale di Alfonso I d’Este, (che era stato alla Corte d’Urbino per trattare le nozze di Giulia Della Rovere) venne nel secolo XVI a stabilirsi a Fossombrone, formando il capostipite del ramo marchigiano. Andrea Cattabeni Di questa progenie era l’avv. Giuseppe Cattabeni da Saltara, il quale, dopo essere stato Uditore della Repubblica di Genova, nel 1797 si stabilì a Senigallia, insieme con la consorte Teresa Guerrini da Monteacuto di Ancona, da cui ebbe cinque figli maschi, che di persona e con i loro discendenti, doveano, in modo più o meno segnalato, partecipare agli avvenimenti del tempo. Il maggiore di essi, Giovambattista, entrò nel 1807 nelle Guardie d’onore del Viceré d’Italia e parti poi per la sciagurata campagna di Russia, dove con tanto altro fiore di prodi perì al fatal passo della Beresina. L’altro fratello, Pietro, nato nel 1795, fu con il giovane conte Giovanni Maria Mastai, della guardia d’onore, che a Senigallia mosse incontro a Re Gioacchino in marcia per l’impresa dell’Indipendenza. Andrea e Francesco, quasi coetanei, per esser nato il primo nel 1793 e nel 1794 l’altro, bevvero fin dagli anni fortunosi della loro prima giovinezza l’amore d’Italia.

Troncate nel 1815, così sinistramente, le patrie speranze e ridotta l’Italia «più serva, più vil, più derisa», le ardenti anime dei fratelli Cattabeni non furono insensibili al rammarico ed allo sdegno che ferirono il cuore dei liberali, fra cui era lo stesso [p. 7 modifica]loro vecchio genitore Giuseppe, che aveva visto con favore le passate rivoluzioni. Di lui infatti è parola nelle processure delle prime cospirazioni carboniche del 1816-17. Negli atti processuali per le trame di Macerata del 1820 si parla di un fratello di Francesco Cattabeni, di Senigallia, «cioè quello che ha viaggiato tanto» (certamente Cristoforo, il quale infatti da giovane viaggiò per la Dalmazia e l’Istria, esercitando la mercatura e il commercio in legnami con l’Inghilterra), ed è ricordato come Gran Maestro dei Carbonari. Francesco Cattabeni Francesco poi, impiegato a Roma nel corpo degli Ingegneri, si era portato nei mesi estivi di quell’anno a Macerata, e stava di là in corrispondenza con gli amici romani e col Gran Maestro carbonico di Forlì, che lo teneva a giorno del movimento patriottico, suscitatosi con speranze nuove anche nello Stato pontificio in seguito alla rivoluzione di Napoli. Le notizie egli poi comunicava man mano ai cospiratori di Macerata. Se non che, caduti questi in sospetto di trame alla vegliante polizia, e cominciati gli arresti, Francesco potè porsi in salvo, con infiniti stenti, nel territorio napoletano. E buon per lui, perchè uno degli arrestati, studente e suo amico, per imperdonabile debolezza rivelò i più gelosi segreti, fra cui la corrispondenza e le comunicazioni del Cattabeni. A Napoli Francesco, aggregato dal gen. Pepe nel corpo del Genio militare, cooperò alle fortificazioni difensive contro l’esercito austriaco invasore. Rimase poi occulto a Bittoli, protetto dall’ospitalità generosa della famiglia Silvestri, finché per un salvacondotto che la madre riusci a fargli ottenere per intercessione di influente sacerdote suo parente, potè venire a scagionarsi dinanzi all’autorità pontificia e [p. 8 modifica]trovare indulgenza, malgrado il suo contegno dignitoso, come io ho potuto rilevare nelle carte processuali (Archivio di Stato di Roma), ed essere in seguito ammesso ad esercitare la sua professione di ingegnere di acque e strade.

Se nel rivolgimento del 1831 Francesco Cattabeni, allora a Porto d’Anzio, partecipò solo col cuore, non così avvenne del fratello Avv. Andrea. Nominato rappresentante di Senigallia all’Assemblea delle Provincie unite, egli fece parte di quella Commissione che elaborò il progetto di Costituzione provvisoria, promulgata il 4 marzo di quell’anno. (Tivaroni. L’Italia durante il dominio austriaco. Tomo II, pagg. 187-88). Ma parte ben più segnalata Andrea Cattabeni doveva prendere al movimento patriottico dopo che nel 1846 fu assunto al trono pontificio il suo concittadino ed antico compagno di studi Giovanni Mastai, che parve sul principio destinato a far epoca nella storia dei papi e a realizzare il sogno del Gioberti e le esulcerate speranze degli Italiani.

In quell’esperimento costituzionale e liberale del papato, in cui, fin dall’atto primo dell’amnistia, fu così cospicua e caratteristica la cooperazione delle più elette menti marchigiane, il Cattabeni si gettò con tutto il fervore. Andato a Roma con la Commissione senigalliese per congratularsi col nuovo Pontefice, Pio IX lo fece rimanere per averne consiglio, ed egli lo incoraggiò sulla via delle riforme. Il D’Azeglio, colà giunto nel febbraio 1847, lo ebbe intermediario per abboccarsi col Papa, e così ne scrisse in una lettera al Balbo, che, sebbene senza data, deve presumersi del 14 di quel mese: «Sono arrivato a Roma lunedì sera. La mattina dopo mi venne a trovare persona per parte dell’avv. Cattabene, allevato col papa e suo amico, e mi disse che bisognava combinassimo col detto avvocato, il quale doveva comunicarmi che il Papa voleva vedermi. Conobbi l’avvocato, che mi espresse quelle ottime disposizioni di Sua Santità, etc. Questo avvocato è un ometto sulla cinquantina d’anni, intelligente, buono ed aperto. Mi è piaciuto assai e dice che gli son piaciuto anch’io e siamo divenuti amiconi...» 1

[p. 9 modifica]Fattosi il Cattabeni, con il prof. Orioli e con Paolo Mazio, vessillifero in Roma dei moderati, ossia dei partigiani di un graduale e non avventato progresso, prese a dirigere il periodico La Bilancia2, il cui programma di benevola ma non servile cooperazione all’indirizzo riformatore di Pio IX, se suscitò aspre critiche, specie da parte dello Sterbini che scrisse La Contro-Bilancia, raccolse anche l’adesione di sinceri liberali di tutto lo Stato pontificio, fra cui Aurelio Saffi, con una lettera notevole, che fu pubblicata nel num. 7 (28 maggio 1847), come contenente «una lucida esposizione dei caratteri in cui deve ragionevolmente informarsi il nostro progresso, e de’ principj che costituiscono la formola e il tipo dell’opinione moderata.»3

[p. 10 modifica]La Bilancia, per quanto indipendente, dalla persona del Cattabeni, che godeva la confidenza del Pontefice, parve assumere talvolta voce officiosa. Certo si è che, scritta con tono alquanto cattedratico, giornalisticamente poco incontrò, secondo dicono gli storici. Sorta il 7 maggio 1847, il 16 marzo 1848 si fuse col giornale l’Italico, dando luogo all’Epoca, che ebbe sul principio gli stessi intendimenti moderati della Bilancia, e che col nome voleva solennizzare la concessa Costituzione. Il Cattabeni ne fu condirettore con M. Pinto e L. Spini, ma solo per poco, che il 31 marzo cessò di farne parte, intendendo (come in essa fu pubblicato) ridonarsi nuovamente ed interamente alla sua professione legale.

In verità Andrea Cattabeni, per quelle imprese giornalistiche si era finanziariamente assai esposto, trascurando inoltre soverchiamente gli interessi famigliari. Agli ultimi di aprile dell’anno stesso il Cattabeni fu nominato Assessore legale nella città di Pesaro e Presidente del Tribunale commerciale di quella città, uffici che egli seguitò a coprire finché, in seguito alla fuga di Pio IX a Gaeta, egli per volontà di popolo fece prima le funzioni del Pro-Legato di Pesaro-Urbino e quindi fu dal Governo provvisorio nominato Preside di quella Provincia, rimanendo in carica anche sotto la Repubblica. Egli mostrò così di anteporre l’amor della patria alla devota amicizia per un Pontefice che aveva ormai disertato dalla causa d’Italia.

Il Cattabeni fu anche eletto fra i deputati di Pesaro e Urbino alla Costituente romana (con voti 3330), e se in principio non potè esercitare il mandato, impegnato per la sua carica di Preside a reggere, in momenti difficilissimi e pressoché sprovvisto di forza armata, quella provincia funestata da tentativi retrogradi come da eccessi sanguinari, allorché gli Austriaci occuparono Pesaro, egli accòrse a Roma, stretta d’assedio, e partecipò alla discussione della Costituzione in quell’Assemblea.

Mentre così Andrea Cattabeni serviva la causa italiana, non se ne stavano inoperosi i suoi fratelli e i suoi figli. Il nome del fratello Pietro (amministratore in Senigallia del negozio di legnami dell’altro fratello Cristoforo) figura nel 1849 fra i deputati del Circolo popolare e fra i membri del Municipio di Senigallia; e il nome dell’altro fratello Francesco, pure in [p. 11 modifica]l’anno, figura fra i consiglieri del Municipio di Urbino, dove trovavasi Ingegnere di acque e strade. (Vedi: Protocollo della Repubblica romana).

Andrea aveva due figli maschi, Vincenzo e Gio: Battista, nato il primo nel 1820 e il secondo nel 1822. Vincenzo era studente a Bologna allorché nel 1844 fu ordita colà quella cospirazione patriottica, la cui scoperta portò all’arresto fra gli altri del famoso avv. Giuseppe Galletti: come sospetto in politica fu espulso dall’Università. Gio: Battista Cattabeni Nel ’46 poi egli doveva essere arrestato come inteso in una trama rivoluzionaria dell’Anconetano; se non che, trapelata la notizia, si era salvato rimanendo nascosto nella torre Albani presso Senigallia. Entrambi ferventi patrioti, i due giovani Cattabeni, non appena nel ’48 fu bandita la guerra santa contro i Tedeschi nel Lombardo - Veneto, presero le armi e corsero sul campo volontari. Gio: Battista parti da Roma tra i primissimi, precedendo i generali Ferrari e Durando: il 27 marzo era a Bologna e si ascrisse alla legione dei Cacciatori del Reno comandata dallo Zambeccari. Impaziente poi d’azione, con un manipolo di animosi si spinse fino a Padova, diretto per Venezia.

Giunto il 16 aprile a Padova, dove trovò festose accoglienze, il giorno appresso egli, con i suoi compagni Gìov. Battista Niccolini, Andrea Mannaresi, Gaetano Ravagli e Giovanni Mazzini, sottoscrisse un ardente proclama di ringraziamento, intitolato: I Crociati romani ai fratelli lombardo-veneti, in cui fra l’altro si preannunziava l’imminente passaggio del Po «di [p. 12 modifica]ventimila soldati di Pio IX, inviati e benedetti da lui, per volare a marcie forzate all’inimico, alla vittoria», e si concludeva da ultimo con «Evviva Pio IX, evviva l’Unità e l’Indipendenza d’Italia» (Vedi N. 51 dell’Epoca di Roma, 21 aprile 1848).

Vincenzo partì da Roma il 24 marzo con le prime Legioni romane, e giunto ad Ancona, attese l’arrivo del gen. Durando per proseguire sotto di lui la marcia. Vincenzo partecipò a varie fazioni militari, fra cui la difesa dì Vicenza e si ritirò quindi con alcuni avanzi delle truppe romane a Venezia.

Ivi, già prima dell’arrivo del gen. Pepe, si era formato nel giugno il famoso Battaglione dei Cacciatori del Sile, e Gio: Battista Cattabeni ne era stato nominato 1° tenente. Nel riordinamento poi delle milizie in difesa di quella Repubblica, operatosi nel luglio del ’48, Vincenzo Cattabeni e il Pigozzi, in qualità di luogotenenti della divisione romana, entrarono a far parte dello stato maggiore del generale in capo. (Ulloa. Guerra dell’Indip. ital. 1848-49. Vol. II, pag. 117).

Gio: Battista si trova il 22 ottobre comandante la sua compagnia all’avanguardia della spedizione vittoriosa contro il Cavallino (Ulloa, l. c. Vol. II, pag. 166); lo si ritrova quindi il 27 ottobre al glorioso assalto di Mestre, insieme col fratello Vincenzo, il quale con l’altro capitano di stato maggiore Sirtori era addetto al comando della colonna del centro (Ulloa, l. c. Vol. II, pag. 173), guidata dal maggiore Rossaroll. L’avanguardia di questa colonna impegnò prima la lotta impetuosamente contro gli Austriaci ponendoli in fuga, impadronendosi di due cannoni e di prigionieri e incalzando il nemico con un distaccamento di ottanta Lombardi (Ulloa, l. c. Vol. II, pag. 176). Il gen. Pepe nel suo ordine del giorno su quell’assalto, ove cadeva ferito Alessandro Poerio, aggiunge: «Il nemico, dopo aver perduto parte della sua artiglieria, difendevasi dalle case di Mestre. Il capitano Sirtori, il maggiore Rossaroll ed il capitano Cattabene, arditi sino alla temerità, con un gruppo di bravissimi Lombardi, si diedero a cacciare gli Austriaci, casa per casa, e ad aprire la via a’ nostri, che occuparono la città militarmente.» E nel Notamento dei distinti che gli tien dietro, dopo aver ripetuto che «il maggiore Sirtori, Cosenz e Cattabene mostrarono sommo valore», afferma che fra i cacciatori [p. 13 modifica]del Sile «i tenenti Cattabene e Belli attaccarono un distaccamento nemico con ardire, e vi fecero dei prigionieri.» (Gazzetta di Venezia, mercoledì 1 novemdre 1848).

Carlo Alberto si apparecchiava alla riscossa. Il gen. Pepe nel dicembre concertò con un generale da lui inviato il piano di campagna comune, e incaricò i capitani Pigozzi e Vincenzo Cattabeni d’abboccarsi col Governo romano per concertarne la esecuzione anche da sua parte.4 Intanto sul principio del 1849 lo stesso Vincenzo Cattabeni, come il padre suo Andrea, veniva eletto dalla provincia di Pesaro e Urbino rappresentante alla Costituente romana con voti 3056. Vincenzo Cattabeni Vi si presentò egli per la prima volta nella seduta del 12 febbraio e, come risulta nei Resoconti della Costituente, vi fece, tra gli applausi, la seguente dichiarazione: «Soldato della indipendente Laguna, non mi fu dato prima d’ora far parte dell’Assemblea. Prego pertanto il signor Presidente a prender nota del mio nome, e a far menzione nel processo verbale di questa tornata, che io dichiaro di aderire pienamente al decreto di questa assemblea del giorno 9 febbraio sulla decadenza dei papi e sulla proclamazione della repubblica, sospiro della mia vita.»

Nel marzo il capitano Cattabeni, per ordine del Comitato esecutivo della Repubblica romana, ritornava al suo posto a Venezia, latore di un dispaccio con le analoghe istruzioni al presidente del Governo veneto (Monitore romano, N. 51, venerdì 23 marzo 1849). Ma egli colà non rimase a lungo, poichè [p. 14 modifica]nella distribuzione del servizio per lo stato maggiore generale della romana Repubblica, disposta dal Ministro della Guerra Avezzana nell’aprile successivo, alla Seconda Sezione figura fra i tenenti Vincenzo Cattabeni (Monitore romano, N. 34). Per decreto poi del Triunvirato in data 29 aprile, egli trovasi a far parte della Commissione centrale delle barricate, insieme con Vincenzo Caldesi ed Enrico Cernuschi, il quale doveva singolarizzare i manifesti della Commissione con l’ardito suo umorismo meneghino.

Roma, dopo una ostinata ed eroica difesa, sopraffatta dal numero delle truppe regolari francesi, dovè cessare da ogni resistenza. Il generale Audinot entrò trionfante con le sue truppe ma come nemico, fra lo sdegnoso silenzio e il corruccio popolare. Vincenzo Cattabeni era in quei momenti a fianco di Cernuschi, a capo di una schiera di dimostranti pel Corso, portando una bandiera tricolore, che fu poi issata al Caffè delle Belle arti. Avendola i Francesi tolta via, ne nacque, dinanzi allo stesso gen. Audinot, una colluttazione, in cui fu loro per un istante strappata di mano, finchè fu da essi portata alla guardiola della Posta. In quel frattempo i moderati Pantaleoni e ab. Perfetti si avventurarono ad uscire pel Corso in carrozza, non curanti del pubblico lutto e facendo sospettare che quasi si compiacessero della vittoria francese. «Un rappresentante del popolo, narra C. A. Vecchi nella sua Italia (Storia di due anni, 1848-1849, Vol. II, pag. 302) a vederli sì lieti perdette il senno e si gittò loro addosso per malmenarli L’angoscia profonda, quando trabocca, sfiora in follia.» Il Lancellotti nel suo Diario della rivoluzione di Roma nel 1848-49 (Napoli, Tip. Guerrera, 1862, pagg. 186-87), accennando all’assalto di quella carrozza, parrebbe identificare quel rappresentante del popolo, soggiungendo, a proposito del ferimento dell’ab. Perfetti, «dicesi dal figlio di Andrea Cattabeni.»

Allorchè poi il giorno appresso un battaglione di cacciatori francesi, con i moschetti impostati, penetrò nella sala dell’Assemblea in Campidoglio e Quirico Filopanti lesse loro in faccia la protesta in nome della Repubblica romana, tale protesta (come questi posteriormente raccontò in una lettera al Carducci) ebbe la firma, oltre che di lui, di Carlo Bonaparte e [p. 15 modifica]di Cattabeni, colà sopraggiunti, (Beghelli, Repubblica romana, Vol. I, pag. 17).

Mentre così Vincenzo Cattabeni aveva dato tutta l’anima sua alla difesa di Roma, il fratello Giov. Battista assisteva col valoroso suo braccio la Repubblica veneta morente. E delle sue gesta è traccia luminosa in documenti ufficiali. In un rapporto relativo all’eroica difesa del forte di Marghera, datato il 7 maggio 1849 e firmato dal comandante Girolamo Ulloa, si legge: «E qui mi fo un dovere di accennare con somma lode come una compagnia della legione del Sile, guidata dal segnalato suo capitano Cattabene, nel momento in cui infieriva la pioggia delle palle nemiche, si rendesse, fra gli evviva e le acclamazioni del presidio, alla discosta dimora del suo comandante, donde riportava in trionfo la sua bandiera, attraversando gran parte del forte.» (Monitore romano, N. 101, lunedì 14 maggio 1849). E l’Ulloa stesso così accenna a questo episodio ardimentoso nella sua storia: «Il comandante ordinò al capitano Cattabeni di prendere, colla sua compagnia, la bandiera della legione, e di fare il giro della fronte d’attacco affine di rianimare il coraggio della guarnigione; dappetutto sul suo passaggio non fu che un prolungato grido di viva l’Italia.» (Vol. II, pagg. 222-23).

Venezia aveva decretato di resistere allo straniero ad ogni costi, e resistette fino all’ultimo strenuamente. Dovutosi sgombrare il forte di Marghera ridotto un mucchio di rovine, la difesa fu concentrata alla testa del ponte della Laguna. Narra l’Ulloa (Vol. II, pag. 286) che «il capitano Cattabeni, segnalatosi specialmente nella spedizione del Cavallino e a Marghera, ebbe il comando dell’isola di San Giorgio in Alga», e osservando poi (pag. 294) che la Commissione militare sapeva distinguere il vero merito, menziona il Cattabeni fra «i principali capi che essa nominò per far fronte al nemico sul ponte e sul Brenta.» Con la difesa del ponte, nella quale cadde da valoroso l’intrepido Rossaroll, la Repubblica di Venezia diede l’anelito estremo, ma coprendo d’onore come Roma il vessillo italiano.

Eccetto che in Piemonte, il quale, fra tanta ruina, potè restare ultimo propugnacolo e custode delle speranze e [p. 16 modifica]l’anima d’Italia per i destini futuri, la reazione, appoggiata alle armi straniere, infierì dovunque trionfante. E i Cattabeni furono naturalmente fra le prime vittime: Francesco in Urbino, per aver aderito alla Repubblica, fu destituito dall’ufficio di Ingegnere di acque e strade; Andrea, colpito da sentenza di esilio, riparò in Piemonte, dove, mercè l’amicizia del D’Azeglio, fu dal Governo sardo nominato professore di letteratura italiana nel liceo di Bonneville; Gio: Battista e Vincenzo esularono anch’essi, il primo in Australia e il secondo a Ginevra, peregrinando poi a Londra e a Parigi, e di qui nel ’58, in seguito all’attentato di Orsini, rifugiandosi in Olanda, ove ebbe la sorte di esser chiamato ad insegnar lingua italiana ai figli del re.

Tornarono quasi tutti nel campo dell’azione il giorno della riscossa.

Andrea Cattabeni, nominato nel 1860 dal Commissario Valerio presidente del Tribunale di Pesaro, fu suo collaboratore per l’ordinamento giudiziario delle Marche, insieme con Filippo Bonacci, presidente del Tribunale di Ancona e Celestino Giuliani, giudice del Tribunale d’appello di Macerata, i quali tre composero la Commissione a ciò istituita. (Finali, Le Marche: Ricordanze. Ancona, Morelli, 1897, pag. 122). Fu poi deputato per la provincia di Pesaro e Urbino per recare al Re a Napoli il plebiscito delle Marche per l’annessione.5 E nessuno meglio di Andrea Cattabeni poteva andare a fronte lieta ed altera nella capitale partenopea, perchè colà i suoi due figli «belli, [p. 17 modifica]prestanti, animosi» come li chiama il Finali, aveano valorosamente militato col grado di maggiori, unitamente ad Attilio, figlio di Francesco (nato il 1836), nelle file di Garibaldi per la liberazione dell’Italia meridionale.

Vincenzo Cattabeni, venuto nel ’59 in Italia, dapprima erasi unito al gen. Ulloa, accettando l’invito di appartenere al suo stato maggiore nei Cacciatori degli Appennini in Toscana, i quali dovevano accorrere in Lombardia. Poi si era gittate nella Nazione armata voluta da Garibaldi: egli, con Medici, Cosenz, Corte, Mario era destinato per la liberazione degli Stati romani. Fallita però la spedizione Zambianchi, il Cattabeni si era imbarcato l’11 giugno 1860 con Medici, Corte, Mario per la Sicilia, dove aveva partecipato alla battaglia di Milazzo. Allorché poi Garibaldi, padrone della Sicilia, nella sera dell’8 agosto 1860 aveva ordinato al Musolino di tentare la sorpresa del forte Cavallo e l’insurrezione della Calabria, il Cattabeni era nel novero limitato dei volontari scelti fra i più audaci, insieme col Missori e col Mario (Guerzoni. Garibaldi, Firenze, Barbèra, 1882, Vol. II, Cap. 9°, pag 153). Fallita per un incidente l’impresa, quella mano di volontari aveva dovuto ritirarsi in Aspromonte, donde però, in seguito allo sbarco di Garibaldi a Melito, era discesa a prestar man forte per la presa di Reggio. Vincenzo Cattabeni, entrato da ultimo nello stato maggiore di Garibaldi, era stato al suo fianco nella battaglia del Volturno.

Il prode fratello di Vincenzo, Gio: Battista, dall’Australia, ove trovavasi esule, avute le nuove italiane, nel marzo del 1860 si era imbarcato per tornare in patria e era giunto a Torino il giorno che si annunziava la battaglia di Calatafimi. D’accordo col Bertani per la progettata spedizione negli Stati romani, a Bologna si era fatto organizzatore del battaglione dei Cacciatori bolognesi, che avrebbe avuto per obbiettivo le Marche. Ma contrastato il progetto dal Governo piemontese, il Cattabeni col suo battaglione, a cui aveva finito con l’ascriversi anche il cugino Attilio, nell’agosto si era imbarcato a Genova sul Klipper americano per il Golfo degli Aranci, donde poi, giunto il Garibaldi, aveva proseguito per la Sicilia, ed era passato nel Napoletano. Il gen. Turr il 13 settembre lo aveva inviato a Marcianise, grosso borgo in quel di Caserta, a sedare [p. 18 modifica]una sollevazione borbonica, colà scoppiata al vecchio grido di Viva Marta! E il Cattabeni, come racconta l’Abba nelle sue Noterelle d’uno dei Mille (Da Quarto al Volturno. Bologna, Zanichelli, 1891, pag. 196), era tornato dopo aver quetato tutto, con due soli morti di quattordici che n’aveva condannati.»

Essendosi ritirato il Re di Napoli con grandi forze a Gaeta, il gen. Turr, comandante delle truppe garibaldine al Volturno, con poco tatto militare, deliberò di ordinar una ricognizione Attilio Cattabeni offensiva su Capua per antivenire una battaglia che stava preparandosi dai Borbonici e per impedire ad essi di portar soccorso alla loro sinistra, ove dovevano operare le colonne di Csudafy e di Gio: Battista Cattabeni. Di ciò che il Cattabeni col suo coraggioso cugino Attilio operò, e dell’avvenutogli nella fatal giornata di Caiazzo, crediamo non poter dar qui miglior ragguaglio di quello fatto brevemente da lui stesso al padre, non appena potè, in una lettera da Napoli il 14 ottobre, lettera che fu resa di pubblica ragione (Corriere delle Marche, N. 18, 24 ottobre 1860).

«Il giorno 18 settembre ebbi ordine dal general Turr di partire con i miei bravi Cacciatori per tentare la presa di Caiazzo, La notte del 18 fu passato il Volturno, e alle 7 del mattino (19) Caiazzo era in mio potere.

Nel mentre che i miei soldati si ristoravano, i regi mi attaccarono, e fortunatamente avevo così bene disposto gli avamposti, che invece di attenderli marciai contro loro; ma avendo da combattere con forze superiori, feci suonare la ritirata, e m’impossessai di una casa, e di una posizione a noi vantaggiosa. Un fuoco vivissimo s’impegnò per due ore ed ero già circondato, quando presi la risoluzione di sortire con i più risoluti, [p. 19 modifica]attaccando alla baionetta. Questa carica decise la giornata in nostro favore, e i regi furono messi in dirotta. Ebbi qualche perdita ma non fu così grande come quella dei nostri nemici.

Il 21 alle 11 ant. fui attaccato di nuovo. Avevo fatto fare le barricate in tutti i punti. Non avevamo più da lottare contro dei battaglioni, ma contro un’armata.

Gli atti di eroismo dei miei soldati nessuno potrà dimenticarli. Il nemico almeno venti volte superiore, con artiglieria di campagna, artiglieria di montagna, cavalleria, genio, ed altro tutti combattevano contro noi. Per cinque volte riprendemmo le nostre posizioni. Nell’ultima carica alla baionetta eravamo rimasti in pochissimi, uno dei quali Attilio. Il fuoco d’artiglieria incrociato era terribile. Da un colpo di mitraglia fui colpito unitamente a Zavoli primo tenente e Fabbrini tenente.

Debbo la vita al bravo Fabbrini ferito e ad Attilio che non mi vollero abbandonare, e mi trasportarono per mezzo miglio alla prima barricata sotto una pioggia di palle. Feci medicare la mia ferita, e volli tentare di sortire; ma i regi avevano già presa la prima barricata; i soldati rimasti in pochi senza cartuccie, ma alla mia presenza volevano ancora conbattere. Una scheggia mi ferì la gamba, ed allora fui trasportato coll’ambulanza dal vescovo. Il mio battaglione fu quasi distrutto, e pochi furono quelli che si salvarono.

I regi nel dare l’assalto al palazzo del vescovo entrati nella nostra ambulanza non vollero rispettarmi. Due colpi di baionetta potei schivarli, ma il terzo con tutto l’impeto mi ferì allo stomaco e tutti mi credettero morto.

In questo momento alcuni ufficiali regi entrarono ed esposero la loro vita per salvarmi, e così quelle tigri si calmarono. Abbenchè la ferita allo stomaco fosse molto profonda pure nessuno dei visceri fu toccato. Tutte le attenzioni possibili ci furono fatte; e dopo essere bene medicato, fui messo in un carro ed a mezza notte arrivammo in Capua all’ospedale. Caiazzo era tutto in fiamme con saccheggio. Gli ufficiali regi furono umani con noi, ma non i soldati.»6

[p. 20 modifica]Il cugino Attilio, come fu al Cattabeni compagno valoroso ne’ supremi cimenti, così volle essergli compagno indivisibile nella prigionia di Capua.7 Garibaldi, rendendo omaggio all’eroismo dei Cattabeni, promosse Gio: Battista a colonnello e nominò Attilio sottotenente. Entrambi dopo alcuni giorni furono liberati nel cambio dei prigionieri.

Ben diceva io dunque che l’avv. Andrea Cattabeni, recando nel novembre del 1860, con gli altri deputati delle Marche, il plebiscito al Re in Napoli, poteva andare altero. Mai più luminoso risplenduto avea il nome della sua famiglia. L’ing. Attilio con quella sua voce commossa, con quel gesto vivo e con quel lampo degli occhi fulminei, contrastanti bizzarramente con la canizie della barba e del lungo crine, tratteggiandomi il patriottismo e le eroiche gesta de’ suoi, si compiacque accennarmi che in uno di quei giorni tutti quattro i Cattabeni che trovavansi in Napoli, si riunirono assieme a banchetto ed ebbero l’onore di ricever visita d’omaggio dal più grande apostolo della rivoluzione italiana, Giuseppe Mazzini.

Ma l’Italia non era ancora affrancata che in parte — l’Italia era fatta ma non compiuta — alla sua corona mancavano fra l’altro due gemme fulgidissime: Roma e Venezia, e finchè Roma e Venezia erano staccate dalla madre patria, l’anima dei patrioti, primo il Garibaldi, non posava. Cimentarsi con l’Austria era affar periglioso, e per agevolarlo si pensava di suscitare l’azione contemporanea di altri popoli soggetti.

I Greci intanto (1862) eransi sollevati contro il loro re, e Garibaldi progettava col Governo di fare una spedizione in loro soccorso. A comandante della prima spedizione per la Grecia era stato prescelto Gio: Battista Cattabeni.

[p. 21 modifica]Questi partecipò il 9 marzo 1862 in Genova all’Assemblea dei rappresentanti i Comitati di Provvedimento e le Associazioni unitarie, congresso che fu chiamato un piccolo Parlamento.8 Il 21 marzo Garibaldi commise al Cattabeni di ingaggiare un piroscafo della Rubattino per imbarcare 400 uomini per la Grecia. Ciò fatto il Cattabeni fu chiamato da Garibaldi a Piacenza, dove la partenza fu sospesa per i consigli del Turr. Venuta meno la opportunità della spedizione in Grecia, il piano di Garibaldi cambiò terreno, prendendo di mira il Tirolo, ed egli decise che lo stesso Cattabeni si sarebbe gittato nelle campagne del Tirolo. Nel medesimo tempo si sarebbe provocata la sollevazione dei Veneti, Ungheresi, Slavi, Romeni e Polacchi e si sarebbe tentato l’incendio dell’Impero ottomano. L’esecuzione era fissata pel 19 maggio. 9

Il Guerzoni (Garibaldi. Vol. II pag. 289) cita il Cattabeni fra i più noti luogotenenti di Garibaldi e i più celebrati agitatori del partito d’azione, che giravano apertamente di città in città ad incettar armi, a commetter vesti, a comprar scarpe, a negoziar prestiti di danaro.

Se non che il primo di maggio avviene in Genova un fatto strepitoso: alle 2 pomeridiane sei sconosciuti, di cui nessuno genovese alla favella, entrati con borse da viaggio nel Banco Parodi, sorprendono e bendano gli scrivani, pigliano ottocentodiecimila lire e se ne vanno senza che alcuno vi si opponga. La polizia riuscita ad avere in mano il bandolo del furto misterioso, e informata che i ladri (tutti bolognesi, tra cui il Ceneri) dovean fuggir con una tartana che avea nome l’Amor patrio, li fece sorprendere in alto mare, sequestrando loro gran parte della refurtiva.

In seguito alle risultanze di tali operazioni e dei primi esami, dietro requisitoria del Tribunale di Genova, fu notte tempo arrestato Gio: Battista Cattabeni ai bagni di Trescorre, dove allora si trovava ospite di Garibaldi10. A siffatto arresto «dell’eroe [p. 22 modifica]di Cajazzo, del colonnello nominato sul campo di battaglia, del soldato coperto di ferite per la patria, dell’intimo amico del Generale, dell’ospite di Garibaldi», come è detto in una pubblicazione del tempo 11, eseguito dai carabinieri mentre Garibaldi dormiva, per gettare poi il Cattabeni nel carcere assieme ai ladri del Banco Parodi, non mancò di sollevare scalpore e indignazione. Primo di tutti il Garibaldi nel mattino appresso all’arresto (13 maggio) inviava a mezzo di Federico Bellazzi alla Gazzetta di Milano la seguente protesta:

Alla Direzione del giornale la " Gazzetta di Milano „.

Il colonnello G. B. Cattabeni valoroso ufficiale coperto di nobili cicatrici, di condotta sempre intemerata, venne arrestato, senza le formalità prescritte dalle leggi, nella scorsa notte in questa casa, e tradotto a Milano come un malfattore — lo ricordo al paese, che se il governo ha l’obbligo di far rispettar la giustizia, ha pur l’obbligo di rispettare la dignità dei cittadini e principalmente dei benemeriti.

Altra lettera inviava al Ministro di Grazia e Giustizia, garantendo pel Cattabeni.

Se non che i giornali conservatori e ministeriali si affrettarono a spiegare l’arresto con misteriosi si dice, e avendo buon giuoco da una strana, disgraziata coincidenza di circostanze, che dava alla giustizia il sospetto della intesa di Gio: Battista Cattabeni nel furto del Banco Parodi, si sfogarono a malignar velenosamente contro il partito mazziniano e d’azione.12

[p. 23 modifica]Al Governo poi che trovavasi in grave imbarazzo per le accuse che gli venivano dalle corti di Vienna e di Francia di connivenza nella progettata spedizione detta di Sarnico, non parve vero profittare del coinvolgimento del povero Cattabeni nel processo pel furto Parodi, per iscagionarsi e allontanar da sé i sospetti, cogliendo altresì il destro per iscreditar l’impresa e perseguitarne impunemente i seguaci.

Difatti come racconta il Guerzoni (Garibaldi, Vol. II, pag. 290) [p. 24 modifica]l’autorità frugando la casa del Cattabene per scoprire maggiori tracce della sua colpabilità nel furto Parodi, era venuta inaspettatamente ad aver tra le mani gl’indizi di un’altra impresa non sospettata fino allora: gli appunti, gli ordini, i piani dell’imminente invasione del Tirolo. A tal punto anche il Governo si destò, sconfessò quei preparativi e prese pronte ed energiche misure di repressione.

Gio: Battista Cattabeni, sotto il peso di una accusa così infamante e che minacciava di minare in così misero modo la bella fama acquistata a prezzo di tanti eroismi sui campi di battaglia, ne ebbe tale patema d’animo che infermò. Ma dolcissimo conforto fu per lui la visita che il generale Garibaldi volle fargli in persona il 21 giugno nelle carceri di S. Andrea di Genova, visita che era per lui, in mezzo alla disgrazia, come un attestato solenne di stima da parte del Duce, e come un fausto augurio della finale vittoria.

E la riparazione, benché tarda, venne. Il 27 settembre 1862 la sezione d’accusa della Corte d’Appello di Genova, non trovando luogo a procedere contro il Cattabeni, ne ordinava il rilascio. «Mondato per sentenza (come scrive il Zini, l. c. pag. 1019) dalla brutta imputazione», egli si imbarcò per la Grecia, in cui tornava a rinfocolarsi la rivoluzione, continuando a prestar l’opera sua a prò della patria. Ma il primo pensiero di Gio: Battista Cattabeni, appena libero, fu di correre con animo riconoscente al Varignano, dove Garibaldi si trovava ferito e prigioniero, in seguito ad Aspromonte.

Aspromonte: questo nome ricorda l’opera gloriosa di un altro Cattabeni, il maggiore Cattabeni, il quale aveva dato fra i primi il suo nome a quella spedizione, che doveva avere così sciagurato epilogo. Fu a lui che Garibaldi, allorché si trovava a Catania, aveva ordinato di impadronirsi dei due piroscafi che erano nel porto: Abbatucci e Dispaccio (Bianchi C. I martiri d’Aspromonte, pag. 112) con cui si doveva sbarcare nella penisola. E allorché il Duce nella fatal giornata del 29 agosto fu colpito al malleolo da palla italiana, il Cattabeni, che era suo aiutante di campo e si trovava prossimo al Generale nel momento che piegava a terra, lo soccorse, e poiché fu adagiato in terra, gli tolse la calza insanguinata, che serbò — doloroso [p. 25 modifica]è caro ricordo —, amorosamente assistendolo in quei critici frangenti. Gli continuò poi ininterrottamente le sue cure premurose nell’incomodo tragitto fino a Scilla, dove fu tra i dieci ufficiali prescelti da Garibaldi per compagnia nel suo trasporto sul Duca di Genova per la Spezia.13 E ben si risovvenne di lui il Generale allorché si trovò a scrivere le Memorie autobiografiche. A pag. 405, accennando alle miserie, alle viltà e alle vergogne di quei giorni, egli così soggiunge: «Però in onore dell’umana famiglia devo confessare che anche i buoni vi furono, che ebber per me cura di madre, che mi custodirono con cure veramente amorevoli, filiali! E fra i primi io devo rammentare il mio Cencio Cattabeni, tolto prematuramente all’Italia.» E alla Virginia Cattabeni in Peruzzi, che verso l’80 si compiacque far sapere al Generale che possedeva la calza toltagli ad Aspromonte da suo fratello Vincenzo, egli scrisse la seguente lettera, che forma il più ambito elogio di quel valoroso:

Gentilissima Signora,

Sì — il vostro fratello Vincenzo mi fu angelo tutelare quando fui ferito ad Aspromonte. Più che compagno d’armi io lo tenevo fratello; e mi diè prova di esser tale in ogni circostanza.

La calzetta che egli stesso mi tolse è un ben povero ricordo.

Io serberò tutta la vita memoria delle cure amorose di quel mio e vostro caro.

Vi bacio la mano con affetto.

Vostro
G. Garibaldi

Povero Vincenzo! Con Corte, Guastalla, Nullo e Bruzzesi egli dalla Spezia fu accompagnato a Finestrelle ed ivi tutti furono rinchiusi; ma quella tormentosa prigionìa diede al Cattabeni eccitamenti strani, che i compagni dapprima credettero scatti di nervosismo, ma che invece erano sventuratamente sintomi morbosi. Il 5 ottobre ’62 venne data l’amnistia ai prigionieri e man mano essi furono scarcerati; ma al povero Vincenzo, cui [p. 26 modifica]una torbida vertigine aveva offeso la mente e lo aveva reso vaneggiante (come ha scritto nelle sue memorie il cugino Attilio), giunse troppo tardi la notizia della propria libertà e della dichiarata innocenza del fratello.

Ancora un braccio doveva dare la progenie dei Cattabeni agli ultimi cimenti della patria. Dichiarata nel 1866 la guerra per la liberazione del Veneto, Guglielmo, l’unico figlio di Pietro Cattabeni (nato a Senigallia nel 1843) ascoltando la voce del dovere, accorse volontario nelle file garibaldine Guglielmo Cattabeni e militò lungo il Chiese nella Legione Nicotera. Un’invida sorte tolse a Gio: Battista di dare anch’egli il suo braccio nel momento decisivo a quella Venezia, per cui nel ’48-49 aveva pugnato da eroe. Il Garibaldi aveva a lui affidato in quella guerra il comando del 1° reggimento; ma avendo il colonnello Corte fatto eccezione per tanti suoi amici, Gio: Battista Cattabeni sdegnosamente si ritirò. Si trovò egli invece a militare ancora una volta fra i primi — valoroso consigliere inascoltato — l’anno appresso sotto il general Nicotera, nella colonna dell’ala sinistra dei volontari, operante da parte di Terracina e Velletri (Cavallotti e Maineri, Storia dell’insurrezione di Roma nel 1867. Milano, Lib. D. Alighieri 1869, pagg. 429, 434, 599-601), in quel triste autunno italico che diede Mentana e Villa Glori, eroico olocausto, il quale però, bagnando di sangue le zolle attorno alla città eterna, valse a propiziare il destino di Roma.

Di tutti questi generosi figli della famiglia Cattabeni, ora è solo superstite l’ing. Attilio, ispettore delle ferrovie a riposo, che vive in Ancona, affaticando gli ultimi anni della sua indomita fibra dietro un colossale, meraviglioso lavoro dal [p. 27 modifica]titolo: L’arte divulgatrice dell’arte, in cui egli fa la storia dell’incisione riproduttrice dei capolavori artistici in tutti i paesi, dalle origini ai tempi nostri. E noi gli facciamo fervido augurio che egli riesca a condurre a termine anche questa opera della sua penna valente, come nell’interesse degli studiosi, ci auguriamo che la voluminosa storia della sua famiglia, o, quanto meno, le biografie dei patrioti suoi parenti, scritte così egregiamente e con così prezioso corredo di carteggi e di notizie, trovino presto un illuminato editore.14

Il padre di Attilio, l’ing. Francesco, riammesso nell’impiego nel 1856, fu destinato a Camerino, donde passò a Pesaro, e quindi a Macerata come capo del Genio Civile; pensionato, fu assunto da Macerata quale direttore dell’Ufficio tecnico municipale (suo è il disegno della facciata del Convitto), e cessò di vivere vecchissimo nel maggio 1884, conservando fino all’ultimo la sua fede repubblicana. Vincenzo, infermato come dicemmo, di mente, ebbe dei miglioramenti fugaci, durante i quali dimorò in quella torre Albani di Senigallia, in cui da giovane aveva passato i giorni celato alle ricerche della polizia pontificia; ma ricaduto poscia irreparabilmente, fu rinchiuso nell’ospizio di Aversa, ove terminò di soffrire il 22 ottobre 1864. Il suo genitore avv. Andrea fu promosso consigliere d’appello in Ancona; ma addolorato prima pel processo intentato a Gio: Battista, e poi per la sventura di Vincenzo, non sopravvisse a quest’ultimo che pochi mesi, e morì di colera a Senigallia nel settembre del 1865. Gio: Battista, all’indomani della campagna nell’Agro romano gravemente ammalatosi a Napoli, morì il 27 gennaio 1868, e Giorgio Imbriani ne tessè le lodi sulla bara. Guglielmo infine, persona molto colta e dedita agli studi (di lui abbiamo il Primo Canto della Divina Comedia tradotto in Volapük. Torino, [p. 28 modifica]Roux, 1889), fu Segretario nel Ministero della Pubblica Istruzione e mori, non fanno molti anni, in tale ufficio a Frascati.

Ponendo termine a queste rapide note storiche, possiamo a buon diritto affermire che la famiglia Cattabeni, nel gruppo dei suoi patrioti, riassume tutta la lunga, tormentosa epopea dell’italico risorgimento. E ben farebbe Senigallia a murare nel palazzo patrizio di questi prodi (ora proprietà del cav. Giacomo Contucci) una lapide che ricordasse agii immemori corregionali e ai venturi i Cairoli delle Marche.



Note

  1. Questa lettera che il prof. Giuseppe Cimbali riprodusse, come cosa inedita, nel Giornale d’Italia del 12 novembre 1905, può leggersi a pagg. 268-73 del libro intitolato Lettere di Massimo d’Azeglio a Giuseppe Torelli con frammenti di questo in continuazione dei Miei ricordi pubblicate per cura di Cesare Paoli (II ediz.). — Milano, P. Carrara, 1870.
  2. Tutti gli storici dicono erroneamente che la Bilancia era diretta dal prof. Orioli, mentre questi ne fu semplicemente, e solo per qualche tempo, il principale compilatore, o come oggi direbbesi il redattore-capo, e il Cattabeni ne fu il direttore responsabile, e con tutta probabilità ne stese il programma (pubblicato a parte in data 29 aprile 1847), che nel primo numero difese contro le critiche degli avversari. A far poi testimonio della purezza e nobiltà de’ sentimenti, che guidava il Cattabeni co’ suoi compagni nell’impresa giornalistica, giovi qui riportare un brano di quel programma: — A’ Governanti, vi si diceva, noi siam devoti pur molto, ma più alla coscienza nostra; di guisa che se, per un impossibile, accadesse, che la podestà imperante sdrucciolasse a operare il male, e se ci paresse uscita dal buon sentiero, per patito errore, da non potervi essere ricondotta, e da non permettere alla parola nostra rispettosa di dargliene pur cenno d’avviso, sapremmo allora tacere per ultimo divisamento, ma non adularla mai, nè, per piacerla, dargliene lode. Laonde, allorchè approvazione uscirà dalla penna nostra, ciò avverrà sempre dentro la misura da noi creduta di verità e di giustizia, e con un fine principale d’utilità pubblica, non già privata. Nè ci vogliamo interdetta quella onesta libertà d’esame, che la nuova legge del 15 marzo pur consente, e che al Governo è assai più profittevole d’ogni servile abitudine d’elogio. E tanta abbiam fede nel cuore integro ed immacolato dell’immortale Pio IX, che, unicamente ciò facendo, stimiamo essere per piacergli, come che non è questo piacere la sola nostra polare stella... Imperocchè s’esser potesse, quel che certamente non può, vale a dire, se ciò potesse dispiacere in alto luogo (e ci par grande bestemmia il dirlo, pur supponendolo, con temerità, per un istante), noi meglio ameremmo dispiacere ad altrui, sedente in sommità, che alla coscienza nostra; e niuno è di noi che non si sentisse la forza di rispondere in ogni caso estremo: — «Conducetemi o riconducetemi alle latomie.»
  3. Questa lettera del futuro triunviro della Repubblica romana, dai redattori della Bilancia allora qualificato «giovane maturo di senno e di studi economici», non figura nella edizione degli Scritti e ricordi del Saffi, fatta a cura del Municipio di Forlì. Noi crediamo opportuno riprodurla in appendice, perchè ci pare un documento interessante dello stato degli animi dei liberali; anche i più pronunciati, in quel primo periodo del pontificato di Pio IX.
  4. Ciò a detta sempre dell’Ulloa (l. c. Vol. II, pag. 199), sebbene il gen. Pepe nella sua Histoire des revolutions et des guerres d’Italie en 1847-1848-1849. (Bruxelles, Meline, 1850) non faccia parola di questo incarico dato al Cattabeni e al Pigozzi.
  5. Finali, l. c. 192. A proposito di quella deputazione marchigiana il Finali a pag. 198 si fa a raccontare un episodio ameno, che avrebbe fornito al Sacchetti lo spunto per una delle sue novelle sui piacevoli uomini della Marca. In esso figura la nota spiritosa di Andrea Cattabeni. — La sera della cerimonia della presentazione del plebiscito delle Marche e dell’Umbria al re fu pranzo a Corte. «Finito di pranzare, il re, secondo il consueto, tenne circolo, rivolgendo affabile a ciascuno qualche domanda; ed era giunto nel suo giro davanti ai deputati delle Marche, quando il più giovane di essi osò invece farla lui, e chiedergli: Maestà, vorrei sapere una cosa; andremo prima a Venezia od a Roma? — Questo dipende, rispose secco il re; che saltati due o tre, mi chiese a bassa voce: chi è quell’imbecille? Risposi, non lo conosco. La mia risposta fu quella di San Pietro Il Cattabeni, uomo gioviale, uscendo dal palazzo diceva al malaccorto interlocutore: hai avuto una bella faccia, ma ti sei anche cavata la curiosità! «
  6. Nelle Memorie autobiografiche di Garibaldi (Firenze, Barbèra, 1888) a pag. 385 si legge a proposito della battaglia di Caiazzo il nome del Cattabeni scritto inesattamente «il prode Tito Cattabene» invece di Titta.
  7. Della battaglia di Caiazzo l’ing. Attilio Cattabeni trovasi ad avere scritto una particolareggiata narrazione nel volume biografico del cugino Gio: Battista fin dal 1895. Questa narrazione, che forma uno squarcio sentito e veramente splendido di storia, noi siam lieti di poter dar per la prima volta alla luce in appendice, come saggio dei volumi preziosi e tuttora inediti del Cattabeni, molto più che di tanti che ne ànno scritto come il Guerzoni, il Dumas, il Rustow, il Lacecilia, l’Anelli, il Celiai, il Belviglieri, il Zini, il Paganelli, il Pecorini, il Palomba, lo Stroffolini, lo Stefanoni, il Bartolini, senza contare i diari e le pubblicazioni periodiche del tempo, nessuno raccontò il fatto d’armi con verità ed esattezza secondo che avvenne e con i particolari del combattimento.
  8. Vedi Luigi Zini: Storia d’Italia dal 1850 al 1866. Vol. I, parte II (Milano, Guigoni, 1875), Pag. 1010 e segg.
  9. Questi dati, come alcuni altri della mia memoria, che non recano citazioni d’autore, mi sono stati favoriti dall’ing. Attilio Cattabeni.
  10. Dai giornali del tempo come il Movimento e la Gazzetta di Genova, le cui notizie sono riprodotte dalla Lombardia di Milano. Il Cantù nella sua Cronistoria dell’Indipendenza italiana (Vol. III, pag. 577-78) accennando al fatto che egli chiama «un aneddoto bizzarro del romanzo garibaldino», mostra di aver attinto, senza coscienziosità di storico, alle prime notizie dei giornali. Egli conclude: «Tutti pensarono quel furto fosse fatto per aver danari alle meditate spedizioni; ma una metà del rubato si tenessero i veri ladri patteggiati a tal uopo.»
  11. Garibaldi e Rattazzi, ossia luce sui fatti di Sarnico ed Aspromonte. Risposta al sig. Evaristo Pimpeterre. Tradotta dal francese ed arricchita da Pietro Rossetti. Milano, Tip. Ingegneri, 1862, pag. 23. Vedi pure: Dal Volturno ad Aspromonte di Giacomo Lombroso e Davide Besana. Milano, Casa Edit. Fravega e Filippi, 1865, pag. 653.
  12. La Lombardia del 17 maggio 1862, n. 135, riproduceva ad es. dalla Gazzetta di Torino: «Ci si dice che l’arresto del Cattabeni abbia avuto luogo in seguito alla scoperta di arruolamenti clandestini che si stavano ordinando in Genova. L’essere stato il Cattabeni segretario di Mazzini (sic) farebbe supporre il tentativo e l’idea di una spedizione provengano dal partito mazziniano.» Nel n. 150 poi (2 giugno) si legge: «Riportiamo con tutta riserva i seguenti particolari che il Monitore dell’armata reca sugli arrestati del furto Parodi, ragguagli che la Costituzione dice accordare colle sue particolari informazioni: Pare che in seguito alle risultanze del processo scritto a carico degli imputati del furto Parodi, dalle quali emersero gravi sospetti di connivenza sul conto del colonnello Cattabeni, l’autorità inquirente abbia potuto credere che il famoso furto stato perpetrato con tanta maestria, non possa essere estraneo alla spedizione nel Tirolo. Infatti le dichiarazioni del derubato e suoi commessi hanno constatato che i ladri, perpetrato il furto, ebbro a dire che ciò avevano fatto pel miglior bene della patria. L’Amor di patria era infatti noleggiato dal colonnello Cattabeni — ed il Ceneri cercò subito di gettare in mare il passaporto del Cattabeni che si trovava in sue mani. Non sarebbe dunque improbabile che il partito mazziniano che organizzò la spedizione e che ha per sacro il regicidio pel bene della patria, avesse pure perpetrato un furto politico per procurarsi i mezzi per mandare ad effetto i suoi pazzi tentativi. Crediamo sapere che l’istruttoria lavori su questo terreno.» Ma prescindendo dalle malignità partigiane dei giornali, tre erano gli indizi su cui si fondava l’accusa di complicità contro il Cattabeni: 1. il primo contratto del Cattabeni trovato fra le carte del Tarabotto, capitano della nave; 2. il passaporto del Cattabeni posseduto dal Ceneri e che questi nel momento dell’arresto invano tentò di gettare premurosamente in mare; 3. la dichiarazione degli arrestati all’autorità inquirente che il furto fosse stato ordinato e sorvegliato da un tale che conoscevano sotto l’appellativo di colonnello. Invano il povero colonnello Cattabeni cercava scagionarsi dicendo il passaporto essergli stato rubato e la nave essere stata da lui in precedenza noleggiata d’intesa col Garibaldi, e di nulla sapere del furto; chi era allora quel colonnello che i ladri adducevano come organizzatore del furto in parola? Per buona sorte del Cattabeni anche questo tale colonnello si riuscì a scovare e a identificare: era un tale Bassano, già caporale nei Cacciatori delle Alpi, e per celia soprannominato dai compagni il colonnello! A questo sciagurato, che placò poi il rimorso e l’avvilimento, uccidendosi nella prigione, deve con tutta probabilità attribuirsi il furto del passaporto al Cattabeni, con cui in quel tempo trovavasi in rapporti, essendosi egli presentato ed essendo stato accettato come caposquadra per la progettata spedizione del Tirolo!
  13. In appendice riproduciamo una interessante lettera di Vincenzo al padre, scritta a bordo del Duca di Genova, dove veniva condotto prigioniero, in compagnia di Garibaldi.
  14. Ma stante lo scetticismo dell’egregio ingegnere Attilio, noi non nutriamo in proposito molte speranze. Alle nostre vive esortazioni egli rispondeva anche pochi giorni fa: «In quanto a me preferisco avere il manoscritto negli scaffali inedito, che vederlo disprezzato ed insudiciato sui banchi dei salumai. Io fido poco nella generazione presente e serbo i miei scrìtti alle venture generazioni se, chi succederà a me, li conserverà.» Oltre a queste due opere voluminose il Cattabeni trovasi ad avere inediti altri lavori che rivelano la sua molta erudizione e la sua paziente attività, tra cui uno, di più volumi, intitolato: Da Bologna ad Otranto.