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l’autorità frugando la casa del Cattabene per scoprire maggiori tracce della sua colpabilità nel furto Parodi, era venuta inaspettatamente ad aver tra le mani gl’indizi di un’altra impresa non sospettata fino allora: gli appunti, gli ordini, i piani dell’imminente invasione del Tirolo. A tal punto anche il Governo si destò, sconfessò quei preparativi e prese pronte ed energiche misure di repressione.

Gio: Battista Cattabeni, sotto il peso di una accusa così infamante e che minacciava di minare in così misero modo la bella fama acquistata a prezzo di tanti eroismi sui campi di battaglia, ne ebbe tale patema d’animo che infermò. Ma dolcissimo conforto fu per lui la visita che il generale Garibaldi volle fargli in persona il 21 giugno nelle carceri di S. Andrea di Genova, visita che era per lui, in mezzo alla disgrazia, come un attestato solenne di stima da parte del Duce, e come un fausto augurio della finale vittoria.

E la riparazione, benché tarda, venne. Il 27 settembre 1862 la sezione d’accusa della Corte d’Appello di Genova, non trovando luogo a procedere contro il Cattabeni, ne ordinava il rilascio. «Mondato per sentenza (come scrive il Zini, l. c. pag. 1019) dalla brutta imputazione», egli si imbarcò per la Grecia, in cui tornava a rinfocolarsi la rivoluzione, continuando a prestar l’opera sua a prò della patria. Ma il primo pensiero di Gio: Battista Cattabeni, appena libero, fu di correre con animo riconoscente al Varignano, dove Garibaldi si trovava ferito e prigioniero, in seguito ad Aspromonte.

Aspromonte: questo nome ricorda l’opera gloriosa di un altro Cattabeni, il maggiore Cattabeni, il quale aveva dato fra i primi il suo nome a quella spedizione, che doveva avere così sciagurato epilogo. Fu a lui che Garibaldi, allorché si trovava a Catania, aveva ordinato di impadronirsi dei due piroscafi che erano nel porto: Abbatucci e Dispaccio (Bianchi C. I martiri d’Aspromonte, pag. 112) con cui si doveva sbarcare nella penisola. E allorché il Duce nella fatal giornata del 29 agosto fu colpito al malleolo da palla italiana, il Cattabeni, che era suo aiutante di campo e si trovava prossimo al Generale nel momento che piegava a terra, lo soccorse, e poiché fu adagiato in terra, gli tolse la calza insanguinata, che serbò — doloroso