Canto IX

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Canto VIII Canto X
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CANTO NONO


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O Darwin precettore, o Darwin padre,
     Quante fotte in tuo nome odon le genti!
     Quanti confusi van fra le tue squadre
     Mercatanti di nubi e cavadenti!
     Quante evoluzioni ibride e ladre!
     Quante ree lotte e turpi adattamenti!
     E quante glorie esotiche e nostrane
     D’arroganza impastate e di panzane!

Dal corpo tuo, giacchè d’ognun lo stame
     Logora il Tempo, ed anche tu sei morto,
     Importuno, insolente un bulicame
     Di risse amante e di rumori è sorto;
     E poi che d’oro e non di vero ha fame,
     A fini indegni il tuo principio ha torto,
     E con superbia intollerante e matta
     Ad ogni ubbia le tue tre leggi adatta.

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Per le vie, per le piazze e le baracche
     Empion di te la bocca i ciarlatani,
     A cui le ciurme ipnotiche e bislacche
     Con crescente favor batton le mani;
     Inventapanacee, speculacacche,
     Scavitolabacilli e sbuzzacani,
     Scimmie, ch’aria d’apostoli si danno,
     Tutti del nome tuo frasca si fanno.

Ma mentre io parlo a’ mani tuoi, che certo
     Devon di tali obbrobrj esser frementi,
     I Pellegrini miei lascian l’aperto,
     E vanno ad ammirar nuovi portenti;
     Entrano in un androne umido, incerto,
     Che di latrati echeggia e di lamenti,
     E con la nausea che lor monta a gola
     Di Linceo vanno a visitar la scuola.

Scuola e cattedra inver questa è chiamata,
     Ma un tinello è piuttosto, anzi una stalla,
     Da la soffitta bassa e affumicata,
     Dal suol che qui s’ammonta e là si avvalla;
     V’è da un lato una tavola, grommata
     D’una materia piaccicosa e gialla;
     Una lignea tinozza evvi nel centro
     Di sterco piena, e il professor v’è dentro.

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Non così lontra astuta o foca sconcia
     In putid’acqua si dimena e sguazza,
     Come dentro alla fetida bigoncia
     Fino al mento costui nuota e gavazza;
     E sì la broda ove s’attuffa il concia,
     Che bestia par d’eterogenea razza,
     Anzi un vivente cesso, onde le gole
     Inghiotton fecce e sfiatano parole.

Quattro alunni sparuti e stomacosi,
     Che dello schifo pajono i ritratti,
     Gli stan dintorno attenti e curiosi,
     Ma co’ nasi tappati e i volti attratti.
     Sospende ad ora ad ora i gloriosi
     Tuffi il maestro, e con sermoni adatti
     In quelle quattro bocche semiaperte
     Gitta i tesori delle sue scoperte.

Ed ora, in un bicchier messo tre dita
     Di quella zozza torbida e fetente,
     Ad assaggiarla il più vicino invita,
     Ora a scrutarla ben gli offre la lente:
     Una cieca, diversa orda infinita
     Brulicar vede il vigile studente,
     E così nelle viscere commosso
     Riman, che rece al professore addosso.

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All’entrare dei Due la barba oscena
     Levò costui dal putrido cibreo,
     E in chioccia voce d’alterigia piena
     Esclamò non pregato: Io son Linceo!
     A questa pura ed odorosa vena
     Io da più anni mi disseto e beo,
     E andando su e giù come stantuffo
     Gli alti secreti di Natura acciuffo.

Stomaco insigne, e qual da così fatto
     Mestier, tosto la Donna a dir gli prese,
     Vantaggio mai l’umana gente ha tratto,
     Qual bene o gloria il tuo gentil paese?
     Soffiò, strillò, come assalito gatto,
     Linceo, nè il fin della domanda attese;
     E sguazzando fra quelle orride zuppe,
     Digrignò i denti verdi, e sì proruppe:

Qual onore? Qual pro? De’ miei divini
     Studj udito non hai dunque gli squilli?
     Io scoprii quante specie di pollini
     Han sotto a’ genitali organi i grilli;
     Io scoprii quanti anelli e quanti uncini
     Ha il tènia, quanti peli hanno i bacilli,
     Io le genti scoprii viscide e strane,
     A cui fu patria un cacherel di cane!

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Di questa crema in cui mi vedi immerso,
     Scrutando or vo gli abitatori industri,
     E alle genti aprirò nuovo universo
     Ed insolite stirpi e fatti illustri;
     A pro dell’uomo io mezzi gli occhi ho perso;
     Consumato al suo bene ho i mesi e i lustri;
     A questa età calamitosa e guasta
     Gloria eterna procaccio, e ancor non basta?

O palombaro nobile e grifagno,
     Edea soggiunse, o Galileo dei bachi,
     Così ti giovi ognor codesto bagno,
     E il suo vapor t’esalti e t’ubbriachi,
     Deh permetti, in favor, che il mio compagno,
     A gloria tua, dinanzi a te si sbrachi,
     E al genio tuo, perchè più alto sorga,
     Materia acconcia a nuovi studj porga!

Alla supplica amena, in riso tale
     Scoppiar gli alunni macilenti e tristi,
     Che, non solita cosa in quelle sale,
     Dal rider tanto lacrimar fûr visti;
     Tu, famoso Linceo, fatto di sale,
     Due volte e tre la sconcia bocca apristi,
     Ma gorgogliante dalla rabbia il detto
     Ti restò nella strozza a tuo dispetto.

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Con liete ciglia allora al giovin vòlta:
     È questo, disse Edea, l’ultimo segno,
     A cui la borghesia di senno tolta
     Spinga il ventóso e tracotante ingegno;
     Qui della sua scienza ibrida e stolta
     E d’ogni vizio suo finisce il regno;
     Onde possiam, come tu certo agogni,
     Correre finalmente il Mar dei Sogni.

Qual da un incubo immane all’improvviso
     Sussultando, anelando uom si ridesta,
     E tra’ biechi fantasmi e il ver diviso
     Buona pezza in fra due trepido resta;
     Tal Esperio diviene al caro avviso,
     A cui molta da pria fede non presta,
     Finchè, scesi dal monte, al limitare
     Vengon del lido, e prendon lesti il mare.

Tratto allora un sospir dalle profonde
     Visceri Esperio, e col pensier solerte
     Datosi tutto a spaziar su l’onde
     Con tutte l’ali della brama aperte:
     O pietosa, esclamò, che m’hai le immonde
     Piaghe dell’età rea tutte scoverte,
     E sotto agli occhi miei col ferro alterno
     L’hai tentate or del riso or dello scherno;

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Io devo a te, se alfin libero e scosso
     Da' piedi il fango dell’età bugiarda,
     Forte del tuo favor volgere or posso
     Teco a quel regno a cui giunger mi tarda.
     A te palpita e s’apre il cor commosso,
     Te velato di pianto il ciglio guarda,
     Te che trasfigurata e di più chiari
     Raggi or vestita e più che donna appari.

Tal da’ grigj vapori, onde turbato
     È l’orizzonte al mar trepido in fondo,
     Liberando la luna il disco aurato,
     Nitida sorge e ingentilisce il mondo:
     Dal glǎuco del cielo arco gemmato
     Cala dei Sogni il popolo giocondo,
     E su’ flutti di liquidi diamanti
     Balsami versa, e danze intreccia e canti.

Ben di sogni tu parli, Edea rispose,
     E in vaghi sogni il tuo pensier s’immerge,
     Su questo mar, tra queste aure odorose
     Ove d’ogni bruttura il cor si terge.
     Una fragranza languida di rose
     Su da le spume susurranti emerge;
     Propagando si va per le vivaci
     Bocche dell’onde un’armonia di baci.

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Vagolar vedi all’aure iridescenti
     Vaporosi fantasmi indefiniti,
     Che con vaghi, leggiadri atteggiamenti
     Ti fan da lungi affettuosi inviti?
     Altri aliando van soli e silenti.
     Altri in pensosi abbracciamenti uniti,
     Finchè nel ciel si perdono, d’un blando
     Chiarore la commossa aria segnando.

I generosi spiriti son questi,
     Che disdegnosi dell’età ferrigna,
     Puri, animosi e dolcemente mesti
     Muovon per questa region benigna;
     Muovon su l’ale dei lor sogni onesti
     Là dove il fiore della Pace alligna,
     Al luminoso, interminato impero
     Dell’eterna Utopia, madre del Vero.

E son giovani pii dal guardo intento
     A un ciel profondo, a un Ideal remoto,
     Per cui dolce è il lavor, sacro il tormento,
     E a cui l’anima casta offrono in voto:
     Ideale d’amor, da cui redento
     Sarà lo schiavo al cenno altrui devoto,
     E al cui governo libero e giocondo
     Terran la Pace e la Giustizia il mondo.

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Giovani pii, che in generose carte
     Han la parola della vita attinta,
     Che poi su le divine ali dell’Arte,
     Difesa col pensier, di sangue tinta,
     Sorgerà viva e gloriosa in parte,
     Donde mai non sarà dispersa e vinta,
     E da cui d’un fulgore ampio ed intenso
     Schiarirà del futuro il cielo immenso.

E son vegliardi intemerati, a cui
     Gl’impeti giovanili età non scema,
     E a cui l’Idea, che in nequitosi, e bui
     Tempi li accese, è fede alta e suprema:
     Felici, se vissuti al ben d’altrui
     Dar possano ad altrui la vita estrema;
     Beati, se mirar possano in sorte
     Viva l’Idea, quand’ei son presso a morte.

Splendono per l’azzurra aria, siccome
     Bianche meteore in notti rugiadose,
     Vergini che tra’ gigli hanno le chiome,
     Austere madri e vereconde spose:
     Vive Idee, che non han grido nè nome,
     Cui di raggi e di fiori Amor compose;
     Sogni di carità splendidi e cari,
     Ch’ardon modesti in su gelosi altari.

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Erminia Fusinato è tra costoro,
     Donna esimia d’ingegno e di bellezza,
     Al cui senno il saper cresce decoro,
     E pregio ad ambedue la gentilezza;
     Ma il suo vanto migliore, il suo tesoro
     È appunto quel che meno il mondo apprezza.
     L’onestà dico, senza il cui bel fregio,
     Saper, senno, beltà perde ogni pregio.

Irradiati dal costor sorriso
     Mille prodi tentar vedi il sentiero,
     Che tra gli sterpi della vita inciso
     Segna le faticose erte del Vero:
     Cerule forme dall’aereo viso,
     Pallide fronti dallo sguardo austero,
     Sofi e guerrieri, apostoli e poeti,
     Tribuni audaci ed operosi asceti.

Oh gloriosi e ben d’invidia degni,
     Se a questo inebbriante ètere danno
     Candidamente i pertinaci ingegni,
     E sol patria di questo e amor si fanno!
     Su la cima de’ miei floridi regni
     Sede non pur ma paradiso avranno,
     Fruendo eterni entro a perpetuo lume
     Quel Ben che vita in tra’ bei sogni assume.

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Ma su tutti infelici, ove da molli
     Ozj o da bieche immagini sedotti,
     Credano ombre vane e sogni folli
     Le Idee che l’hanno a questo mar condotti!
     Schivi d’ogni alto oprar, d’oro satolli,
     Di tedio stanchi e di dormir sol ghiotti,
     Marciranno laggiù torpidi e crassi,
     Corpi che fûr già stelle e poi son sassi.

Laggiù, vedi? un’eguale, ampia campagna
     Di viscide, carnose erbe verdeggia:
     Là, sopra un lago che dormendo stagna,
     L’Ozio e l’Accidia in sorte ebber la reggia;
     L’onda che la negghiente isola bagna
     Mormora sonnecchiosa e la careggia;
     In una calma senza mutamento
     Pende il ciel nebuloso e tace il vento.

Una perpetua primavera, un mite
     Aere che non mai gela o s’accende,
     La privilegia sì, che alle fiorite
     Piante sempre maturo il frutto pende:
     Umili piante come tetto unite,
     Ed in loro umiltà nove e stupende,
     Che statura hanno eguale, egual sembianza
     Ed in simili frutti egual sostanza.

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Come pigri papaveri, le teste
     Piegano tutte sonnolenti e stanche,
     E lentamente in tardi gruppi inteste
     Gittan le simiglianti ibride branche;
     Latticinose pendono da queste
     Pesanti bacche dalle polpe bianche,
     Mezzo nascoste tra le foglie flosce,
     Quali in madido vel morbide cosce.

Quivi, non pria l’ardor natio sbollisce,
     Ogni deluso spirito si adima,
     E in corpo enorme ed in cotenne lisce
     Oblioso s’insacca e si concima;
     Quivi all’accidiosa ombra poltrisce,
     E il sonno è sua beatitudin prima;
     L’opera sola, a cui sudar gli tocca,
     È cogliere alcun frutto e porlo in bocca:

Opera faticosa, ond’ei più volte
     Il cielo invido accusa e la fortuna,
     Che far non volle, che senz’esser colte
     Caschin le frutta in bocca ad una ad una;
     Non senza protestar, che fra le molte
     Sarebbe la più grave opra quest’una,
     Se travaglio più duro e maggior pena
     Non fosse alleggerir l’epa già piena.

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A questa piaggia appunto, a cui siam presso,
     Ora convien che il nostro legno arrivi,
     Perchè l’aer ne provi, e da te stesso
     Deliberi se meglio è restar quivi:
     Se da tal prova non rimani oppresso,
     Nè t’inveschi tra questi ozj cattivi,
     Fuor d’ogni rischio e d’ogni indugio ingrato
     Ai padiglioni miei giunger t’è dato.

Turbasi Esperio a tal proposta un poco,
     E assai gli sembra inopportuna e nova,
     Non già che rimaner tema in quel loco,
     Chè l’ozio sempre in lui fe’ mala prova;
     Ma chi dell’Ideale arde nel foco,
     Comodo e bello il ritardar non trova:
     Pur si fa core, e tacito si atterga
     A lei che il guida ove l’Accidia alberga.

Sparsa l’isola tutta è di giacigli
     Boffici al rezzo della selva nana;
     Un russar cupo, un suon d’alti sbadigli
     Vi fanno un’armonia perpetua e strana,
     La quale, salvo error, par che somigli
     Ad una melopea wagneriana,
     Grave, continua, interminata, lenta
     Che stupisce, stordisce ed addormenta.

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Un uom dalla selvosa e grigia chioma,
     Dal tardo corpo e dall’arcigno aspetto,
     È della gente, che dal ciel qui toma,
     Il campion vero e l’esemplar perfetto;
     S’un gli gridasse: Ajuto, in fiamme è Roma!
     Non caccerebbe un piè fuor del suo letto,
     Ma dando volta al suo corpo di tonno,
     Si darebbe di nuovo in preda al sonno.

Alderoni è costui, che in volto alpestre
     E in selvatiche membra alma ha gentile,
     E a cui le Muse, che gli fûr maestre,
     Spirâr l’ingegno e illeggiadrîr lo stile;
     Ma fortuna ed amor d’aure sì destre
     Lo carezzâr nel rigoglioso aprile,
     Che fra gli ozj soavi a poco a poco
     Gli si smorzò de’ sacri impeti il foco.

Ben dal suo limitar, mentr’egli avvolto
     Tra pugne liete in obliose piume,
     Ai gloriosi studj ed a sè tolto
     Credeasi intero all’incostante nume,
     Con dolce voce, con benigno volto
     Il chiamò l’Arte a più gentil costume,
     E ad invogliarlo a genial lavoro,
     Gli additò presso un ramuscel d’alloro;

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Ma pur di non levarsi egli un istante
     Dai molli strati o almen tender la mano,
     Tollerò che la dea, ch’erane amante,
     Il suo favor sollecitasse invano.
     Lui vedendo sì tardo e repugnante,
     Ritornò questa al suo balzo sovrano,
     E lo mandò sdegnosa alla malora,
     Ma non così che nol rammenti ancora.

Giorno verrà, così tra sè favella,
     Mentre gli volge indispettita il dorso,
     Che derelitto dall’età più bella,
     Di questi ozj volgari avrai rimorso;
     Dell’alato destrier montare in sella
     Vorrai di nuovo e me seguire al corso,
     Ma rude e pigro cavalier, gli amanti
     Solerti miei vedrai passarti avanti.

Disperando alla fin d’esser tra’ primi
     Tu che da me fosti tra’ primi eletto,
     E vedendo ch’a’ miei regni sublimi
     Ben altri io scelgo e per fedeli accetto,
     Avverrà, triste a te, che a tal si adimi
     L’ingegno tuo da te troppo negletto,
     Che seppellita in una immensa noja
     Entro a te vivo ancor l’anima muoja.

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Lo riconobbe Esperio, e con dischiuse
     Braccia incontro gli corse, e: O dolce amico,
     Scotendolo dicea, le nostre muse
     Dunque scordasti e il nostro affetto antico?
     Ei le torbide in lui palpebre schiuse,
     Qual uom d’ogni più lieve opra nemico;
     Scrollò le spalle, e socchiudendo i rossi
     Occhi, calmo ghignando, addormentossi.

Move oltre Esperio, e qua e là seduti
     All’uggia dei succosi alberi lenti,
     Giovani vede inerti e ben pasciuti
     Come tranquilli ed aderbati armenti:
     Adipose han le pance, i crin canuti,
     Smorti gli sguardi, i volti indifferenti,
     Se non quanto si muta il lor cipiglio
     In un lungo, sonante, ampio sbadiglio.

Matta Lascivia di buon’ora a queste
     Piagge li ha tratti e affascinati e vinti;
     E poi che insinuò l’acre sua peste
     Nei molli corpi e l’ebbe quasi estinti,
     Spremendone con dolci arti funeste
     L’ardor nativo e i generosi istinti,
     A riempirne le sgonfiate cuoja
     Gittolli in preda all’Ozio ed alla Noja.

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Soffiò l’un dentro i corpi esausti e vani,
     E di vento li empì, d’anima invece,
     Sì che beati, non pur belli e sani,
     A sè stessi ed altrui creder li fece;
     Li attirò l’altra co’ suoi sguardi strani,
     Li ninnò, li spalmò della sua pece,
     Tal che s’anco mutar volesser tempre,
     Con lei congiunti resterebber sempre.

Li culla essa leggendo in suon sommesso
     Fiabe da balia, isterici bozzetti,
     Manuali di clinica, che adesso
     Romanzi psicologici son detti,
     Monografie da tapezzarne il cesso,
     Drammi da far venir freddo ai sorbetti,
     Alcaiche strofe stupide e polite
     Dalla fucina bolognese uscite.

Il tepor lene, la fragranza grave,
     Che l’aria molle e sonnolenta impregna,
     La strana orchestra delle genti ignave,
     Ch’ogni suon vince e inesorabil regna,
     Entro al sangue del Giovine un soave
     Oblio spargean d’ogn’alta cosa e degna,
     Un contagio spargean fumido e lento,
     Che il pensiero gli annebbia e il sentimento.

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Una crescente languidezza, un vago
     Desiderio di pace il cor gli prende,
     Mentre in un ondeggiar cheto di lago
     Su le palpebre stanche il sonno scende;
     Della compagna sua la chiara immago
     Non più qual prima alla sua vista splende,
     Ma qual face che sè stessa consuma,
     Vacilla e in un vapor trepido sfuma.

Miralo Edea, ma non che il tragga o il chiami,
     Lascia ch’ei sieda e s’addormenti e sogni,
     Però che certa fede ha, che dai grami
     Sonni ei presto si scuota e ne vergogni,
     Sì che alfin, dispettando i lacci infami,
     Giunger più presto al ciel bramato agogni,
     Al puro cielo ove, perpetue stelle,
     Giustizia e Libertà splendon gemelle.