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Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche/Capitolo I

Capitolo I - Le Misure degli Aridi

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Introduzione Capitolo II
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IL


SEXTARIUS PERGAMI




CAPITOLO I.


Le Misure degli Aridi.


§ 1. Nel 1076 un certo chierico Andrea lega i suoi beni al fratello perchè passino nei primogeniti della sua progenie col peso, che nella ricorrenza della festa dei ss. Giacomo e Filippo «sexaginta panes factos ex Medio uno frumenti ad currentem Sextarium suprascripte civitatis Pergamensis dederit sexaginta pauperibus manibus propriis per unumquemque pauparem panem unum1.» D’allora questa espressione ad currentem Sextarium, ovvero Sextarius qui nunc currit, si fa frequente nei nostri documenti: in una carta inedita di locazione di fondi in Lallio, la quale spetta all’anno 1102, è prescritto «ut ipsi Vitalis et Gisalbertus et eorum heredes habeant ad tenendmn ipsas petias terre — et persolvendum exinde fictum eidem Lanfranco eiusque heredibus per singulos annos Modios duos de grano unum de sicale in S. Laurentio et alium de panico in S. Martino ad rasum Sextarium civitatis qui nunc currit2: in [p. 18 modifica]altra locazione fatta nel 1110 dai Canonici di S. Vincenzo i locatarii si obbligano a pagare annualmente «eidem Ecclesie Sextarios decem et otto sicalis in S. Laurentio et decem et octo panici in S. Martino vel infra octo dies post ea ad rasum Sextarium civitatis qui nunc currit3» e cosi espressioni presso a poco identiche si ripetono nel 1112, nel 1122, nel 1136, nel 1154, nel 1162, nei 1169, nel 1203 (44). Non vi ha dubbio che qui ci troviamo di fronte ad una riforma che nel secolo undecimo fu fatta delle nostre misure degli aridi, le quali aveano per base il Sextarius. Quando effettivamente si sentisse la necessità di dare uno stabile assetto alla contenenza di questa nostra misura, è assai difficile il poterlo dire: tuttavia vedremo, parlando delle misure dei liquidi (c. II. § 1 e Nota 120), che una tale riforma per lo meno prima del 1057 dovea essere già compita. Che il Sextarius, di cui troviamo la prima menzione nel 1076, si mantenesse inalterato fino ad oggidi, vi sono molti argomenti per ritenerlo, il primo dei quali si è, che, nè nei documenti posteriori a quest’epoca, nè nell’accurata nostra legislazione municipale, non ci fu dato trovare una sola espressione dalla quale appaja essersi introdotta alcuna modificazione in questa nostra misura (45). D’altra parte noi abbiamo il mezzo per guarentirci di questo fatto prendendo per base il multiplo dello Stajo, che è la Soma.

§ 2. La prima menzione di questa misura di conto, anzichè effettiva, dei grani ci compare in un atto inedito di investitura di fondi in Sabbio scritto nel 1154, ove troviamo: «Similiter ibi convenerunt inter se ipse Peterbonus cum ipso Teutaldo pro supradictis [p. 19 modifica]solidis quadraginta nomine mercati quadraginta et unam Somam inter blavam et legumen. Unam Somam inter fabam et nicer et robiliam. Aliam Somam frumenti. Alteram vero sicalis. duodecim sextaria millii et tolidem panici (46)». In una enfiteusi perpetua di fondi in Villa, fatta nel 1163 dai Canonici di S. Alessandro, leggiamo: «ad persolvendum exinde anni anno fictum eidem Ecclesie in S. Laurentio Somam unam frumenti et quatuor Somas sicalis sextario uno minus et in S. Martino duas Somas milii et tres panici sextario uno minus et patene sexlarios de castaneis pistis (47):» in una convenzione del 1165 si trova: «et emere debent — Somam de blava per solidos quadraginta (48):» e cosi nel testamento del canonico Alberto da Somma scritto nel 1181 i diversi legati in grani sono espressi col numero delle Some (49), e da quell'epoca la Soma è la misura di conto che si trova quasi esclusivamente adoperata nei nostri documenti sì pubblici che privati. Ora, per una tradizionale consuetudine, la cui origine deve risalire a questi tempi, da noi la Soma è misura di capacità e insieme di peso, poichè, sebbene essa risulti formata dalla misura effettiva di otto staja , tuttavia nelle contrattazioni di frumento si esige che abbia il peso di 160 libbre grosse (sedici Pesi), o, che è lo stesso, 400 libbre sottili (v. Appendice I.). Nè questa è arbitraria o recente esigenza, poiché infatti per tutti i secoli di mezzo con questo nome si indicò in generale un carico, al quale poi essendo stato attribuito a norma delle circostanze un determinato peso, venne quindi a prender posto fra le misure (50). Cosi in una lite insorta nel 1189 [p. 20 modifica]fra coloro, che riscuotevano il teloneo della fiera di S. Alessandro, ed alcuni negozianti di Novara e di Milano, parecchi testimonii chiamati in causa dichiaravano, essere antica consuetudine che si esigessero «de unoquoque plaustro tosellorum denarios quatuor — et de Soma toselli licchati (legato) denarios duos (51).» I Torselli (qui forse per errore di chi trascrisse il documento detti toselli) erano i rotoli di panno (52), il dazio dei quali non era quindi fondato sulla misura lineare, ma sibbene sul peso o Soma. Nel nostro Statuto del 1204-48 abbiamo: «Solid. sex imperial. de quolibet carro ferri cocti non laborati et denar. decemocto imperial. de qualibet Soma ipsius ferri non laborati. — Et solid. tres imper. de qualibet Soma de cavezolis et denar. duodecim imper. de qualibet Soma lignaminis laborati, et solid. tres imper. de qualibet Soma baldinelle. et solidos duos imp. de qualibet Soma vasorum lapideorum operandorum ad coquinam. et denar. duodecim imper. de qualibet Soma sacchorum (53).» Nessuno degli oggetti, che sono qui enumerati, lascia presupporre la Soma come misura di capacità, ma bensi soltanto come misura di peso, poiché nè il ferro cotto, nè i rotoli di panno, nè i vasi di pietra ollare, nè infine i sacchi potevano essere valutati con misure di capacità. Quindi nello Statuto dei Dazii del 1431 la Soma di coti grandi era calcolata di 20 Pesi (54): quella del ferro e dell’acciaio di Pesi 14 e mezzo (55): la Soma della carta in 16 Pesi (56), e, senza indicarne la portata, vi sono accennate la Soma di mercanzia e la Soma di carbone (57). Quest’uso di indicare una grande massa di oggetti mediante il peso [p. 21 modifica]determinato di una Soma non è esclusivamente nostro, ed oltre ai moltissimi esempi già citati (v. Nota 50), giovi osservare che, a cagion d’esempio, negli Statuti bresciani del secolo decimoterzo troviamo stabilito che il Sacco di chiodi da cavallo debba essere di 27 Pesi, quello dell’acciajo di 30, quello del ferro di 25 Pesi, e in pari tempo a Soma si valutano il piombo, il rame, lo stagno ed il bronzo, ed a Soma da 20 Pesi le mercanzie grosse e le minute (58).

§ 3. La Soma fu adunque in origine una misura di peso, e da essa sì trassero le misure di capacità dei grani. Questo modo di procedere nella determinazione delle misure dei grani è tutt’altro che senza esempio. Cosi in Modena il Coppello, misura effettiva del frumento, conteneva tre libbre di questo grano, e gli stessi Statuti prescrivevano che il Sacco, composto di due Staja o di quattro Mine, avesse il peso medio di 300 libbre dello stesso grano (59). Ora, tutto lascia supporre che ugualmente nel secolo undecima la nuova misura dei grani fosse fondata sopra la Soma da 16 Pesi, e che lo Stajo, ottava parte di essa, fosse un recipiente che dovesse contenere esattamente 2 Pesi e 20 libbre grosse corrispondenti a 50 libbre sottili di frumento. Era troppo naturale che si prendesse il re dei cereali come base di queste misure, e che su di esso si regolassero tutti gli altri grani. E siccome non si sarà mancato di calcolare sovra il peso medio di un buon frumento, anzichè sovra quello di un frumento di scadente qualità, così, fra il peso che può variare dai 70 agli 80 chilogrammi per ettolitro (60), prendendo per base i 76 chilogrammi, come quelli che da noi, salve [p. 22 modifica]rarissime eccezioni, rappresentano una delle buone qualità di questo grano, avremmo la capacità dello Stajo da 20 libbre corrispondente allo incirca a litri 21,30 (61). Questo ragguaglio approssimativo viene confermato dal fatto, che la Commissione istituita nel 1801 per la introduzione del nuovo sistema metrico in questi paesi, dopo accurati studii, e dopo misure eseguite sia col sistema geometrico, sia mediante il peso dell’acqua contenuta nei rispettivi vasi, stabili la capacità del nostro Stajo in litri 21,4 (62), Se questa non sarà stata fin nelle più minute frazioni la contenenza esatta del Sextarius del 1076, di poco deve discostarsene, perché non vi ha argomento per ammettere che il peso medio di una buona qualità di frumento ed il corrispondente volume abbiano potuto subire si notevoli alterazioni, da rendere dubbi quei concordi risultati ai quali siamo pervenuti per vie affatto opposte. D’altra parte fondate ragioni ci persuadono di accettare il ragguaglio della Commissione del 1801 come quello che scientificamente deve essere più prossimo al vero. La poca perfezione delle arti ed il continuo uso non potevano a meno di portare delle modificazioni, sebbene leggerissime, in queste misure: è poi probabile che il Sextarius, il quale si trovava presso i nostri Bollatori, fosse di legno, poiché infatti solo nel 1453 si stabili che lo Stajo ed il quartario costrutti per essi siano di rame (63); solo nel 1489 si diè bando a tutte le misure di legno, che si adoperavano sul mercato delle biade, ordinandosi che d’ora in avanti fossero di ferro (64): infine soltanto nello Statuto del 1493, e non prima d’allora, troviamo stabilito che lo Stajo e Quartario [p. 23 modifica]vengano assicurati entro una o due grandi pietre, le quali non possano agevolmente essere smosse, e che sieno esposti in luogo pubblico si che ad ognuno sia dato ricorrere ad essi per giustificare le proprie misure (63). Questi fatti ci persuadono che i campioni del nostro Stajo, i quali servivano pel quotidiano commercio, non avranno certo avuto il pregio della più scrupolosa esattezza, e che quindi ci sia giuocoforza tenere il campione inviato alla Commissione pe’ suoi calcoli come quello che, secondo la comune opinione, era tenuto come l’unico e legale prototipo di tutte l’altre misure degli aridi sparse nella nostra città e nel nostro contado, e secondo le nostre indagini, come il vero rappresentante di quel Sextarius, di cui la prima menzione troviamo nel 1076, e che d’una in altra generazione pervenne fino a noi. — È poi affatto naturale il supporre, che una volta fondato sopra un determinato peso di frumento il campione legale del nostro Stajo, si sarà procurato di dargli una stabile forma, che avesse per base alcuna delle nostre misure lineari. È bensì vero che per la verifica, e molto più per il giornaliero commercio, si poteva sempre ricorrere per più sicura guarentigia al peso, come oggidì si continua tuttora a fare, e che in pari tempo restava sempre il mezzo di versare o frumento o miglio dallo Stajo del Comune nelle altre Staja, affine di porre in rilievo la maggiore o minore loro esattezza, ma li difficile ammettere che, se non altro ai costruttori delle misure, non si fosse pensato a dare una norma quasi sicura, che agevolasse, e insieme rendesse alieno arbitrario l’esercizio della loro arte. Alcune misure [p. 24 modifica]prese sopra Staja, a dir vero inesattamente costruite e malamente conservate, ci indussero nella persuasione che almeno a una cert’epoca, e forse fin da principio, siensi stabiliti con qualche approssimazione i valori e pet diametro del fondo e per l’altezza delle pareti dal Sextarius, poichè le nostre ricerche ci diedero a un di presso per l’uno Once 9 1/4, per l’altra Once 6 1/2 del nostro Cavezzo: la sua capacità quindi sarebbe stata di Once cubiche 437. Ora facendo un ragguaglio sui risultati della Commissione del 1801, questa capacità assai prossimamente avrebbe dovuto essere di Once cubiche 441: la lieve differenza si può ascrivere alla alterazione, tanto della misura stessa di capacità, quanto delle lineari che servivano a costrurla, e quella differenza non deve d’altronde sorprendere, poichè anche i risultati di quella Commissione non sono che la media ottenuta, come vedemmo (Nota 62), da una parte colle misure geometriche ottenute mediante il Braccio milanese, dall’altra parte con quelle dedotte dal peso dell’acqua contenuta in quei vasi. E crediamo che i nostri avi in questa bisogna avranno usato del Cavezze, poiché, come vedremo (v. sotto § 5), appunto coll’oncia del Cavezzo si indicava anche la legale altezza delle pareti dello Stajo della Calce. Non vogliamo punto dire che alle misure di capacità abbia potuto fin dall’origine stare di fondamento una misuro lineare, come, a cagion d’esempio, a una cert’epoca si prescrisse a Modena, o come ò nell’odierno sistema metrico, poiché, e la tradizione, ed una inveterata abitudine, e gli stessi numeri frazionarii che costituiscono gli elementi di contenenza dello Stajo, e lo stesso nome [p. 25 modifica]della nostra maggiore misura, la Soma, e l’esempio di altre città, non permettono punto di ammettere ciò: vogliamo dire soltanto che, una volta stabilita la capacità dello Stajo mediante il peso del frumento in esso contenuto, si sarà dedotta anche una regola approssimativa dietro la quale potevano agevolmente venir fabbricate queste misure, ma non più in là di questo limite, poichè anche dove lo Statuto prescrive la altezza delle pareti dello Stajo della calce, trascurando gli altri elementi, ci indica che in ultima analisi era sempre il peso della materia contenuta nella misura quello che toglieva le contestazioni, che per avventura avessero potuto insorgere fra i contraenti (v. Nota 94). Questa nostra supposizione ci permette di comprendere, come nella riforma delle misure del vino, attestataci dallo Statuto del 1331 (v. sotto cap. II § 6) si desse allo Stajo dei liquidi una capacità doppia di quella dello Stajo dei grani, poiché nel far ciò si poteva agevolmente partire da due vie affatto opposte, sia costruendo un vaso che contenesse un peso di acqua doppio di quello contenuto nello Stajo dei grani, sia raddoppiando uno degli elementi fondamentali, che costituivano questo Stajo, fosse poi il diametro o l’altezza: sembra che si sia preferito il raddoppiamento dell’altezza.

§ 4. Cominciando dal 1154 fino al 1169 nei nostri documenti troviamo usato talvolta 11 nome di Modius, tal’altra quello di Soma, e sebbene non si trovi una espressione così aperta che esplicitamente risolva la questione, tuttavia ogni cosa induce a ritenere che, dopo la riforma del secolo undecimo, l’una e l’altra misura avessero la identica contenenza, e [p. 26 modifica]che la differenza stesse solo nei nomi. Come nelle misure dei liquidi, mentre la legislazione manteneva accuratamenie gli antichi nomi, accanto agli stessi nullameno ne vigevano di quelli affatto popolari (v. sotto cap. II §§ 4, 8), così possiamo credere che anche rispetto al Modius fosse avvenuto lo stesso, quantunque il nome di Soma, come quello che individuava più esattamente l’avvenuta riforma, fondata sopra un determinato peso di grano, e che per la subita alterazione poteva tenersi come una vivente creazione del linguaggio popolare, fosse destinato a pigliare il sopravvento ed a far iscomparire quasi del tutto l’antico e classico nome di Modius. Se nei documenti posteriori al 1076, quando si tratta del Modius, si trovasse qualche indicazione che accennasse ad una vecchia misura, abusivamente conservala per non recare alterazioni di sorta in antichi contratti, saremmo portati a credere che il Modius posteriore al 1076, o per la differente capacità dei suoi Sestieri, o pel diverso numero che di questi entravano a fermarlo, fosse una misura, e per nome, e per capacità, al tutto diversa dalla Soma. Ma la cura che si ha, parlando del Modius, di accennare anche la circostanza che era basato sul nuovo Stajo, ci obbliga a ritenere che il Modius rinnovato era appunto la stessa cosa che la Soma. Così, cominciando fino dal 1076, abbiamo: «ex modio uno frumenti ad currentem sextarium soprascripte civitatis Pergamensis (66);» in una locazione di fondi in Lallio già citata (sopra § 1) troviamo il canone stabilito in «modios duos de grano unum de sicale in S. Laurentio et alium de panico in S. Martino ad [p. 27 modifica]rasum sextarium civitatis qui nunc currit (67);» nella permuta delle decime fatta nel 1112 fra i Canonici di S. Alessandro e quelli di S. Vincenzo, questi ricevono anche «totam illam terram— positam in loco et fundo Albigne unde solvitur fictus sex modii et quatuor sextarii grani ad sextarium civitatis qui nunc currit (68);» da due atti di vendita ancora inediti, appartenenti al Monastero d’Astino, sotto l’anno 1169 apprendiamo che il canone perpetuo, che aggravava un molino in Paderno, era di «modio uno frumenti ad Sextarium Civitatis (69).» Parrebbe fare una eccezione la convenzione del 1120 fra Alberto conte di Soncino ed i consorti e vicini di Levate, per la quale questi si obbligano di consegnargli annualmente «modia quartuordecim de grano et staria sex (70)» senz’altra aggiunta: ma ciò non conta, e perchè per le prove addotte si comprende che lo Stajo del secolo undecimo era già radicato nell’uso, e perché inoltre abbiamo esempio, che quando nei contratti si esigeva la più vecchia misura, non si mancava di indicarlo. Così in una investitura di terre in Sabbio fatta nel 1125 troviamo: «eo tamen ordine ut ipse Albertus cum suis heredibus debet dare eidem Johanni vel a suos heredes per fructum de infrascriptis denariis donec steterint per singulos annos modio uno de furmentum et milio staria quindecim et sicale starea quinque et piste castaneis starea quinque ad starium quod preterea in retro solebant dare (71)» Quello che, a nostro vedere, conferma tale induzione è il fatto, che anche allorquando nei nostri documenti, fino ad ora sopravvissuti, troviamo per la prima volta menzionata [p. 28 modifica]la Soma, non si aggiunge alcun epiteto col quale si indichi, esser questa una misura appena entrata nella consuetudine, o la quale avesse per base un’altra misura da poco od introdotta, o modificata sovra una più antica. E ciò era troppo naturale. Il Modius avea conservato il nome antico di una misura certamente diversa per contenenza, e appunto, perché non avessero a nascere nocive confusioni, rendeasi necessario notare che il modius andava ragguagliato sul nuovo Stajo del secolo undecimo; ma d nome di Soma indicava da sé tutto il sistema qui creato; il notare che la Soma era calcolata sullo Stajo corrente nella nostra città sarebbe stata una delle più oziose e delle più insignificanti aggiunte, e perché lo stretto rapporto con essa creato fra il peso ed il volume di un dato grano porgeva facoltà di guarentirsi ad ogni momento della esattezza dell’uno col mezzo dell’altro, e perché inoltre lo Stajo corrente era appunto una parte della Soma con essa talmente legala, che non potevasi nominare l’una senza comprendere l’altro. Quindi in un atto inedito già citato di investitura in Sabbio, che risale al 1154, troviamo senz’altro: «quadraginta et unam Somam inter blavam et legumen unam Somam inter fabam et cicer ei robiliam, aliam Somam frumenti, alterato vero sicalis (72),» e lo stesso si trova in altri documenti più sopra citati (§ 2) ed in parecchi che qui si potrebbero facilmente addurre (73). Dal 1169 in avanti il nome di Soma fu quello che prevalse nei nostri documenti sì pubblici che privati, onde nel testamento del canonico Alberto da Somma fatto nel 1181 a favore della chiesa di S. Alessandro, alla quale lascia [p. 29 modifica]i fondi da lui acquistati la stesso anno in Calusco, troviamo la condizione che nell'anniversario della sua morte il Preposto «debeat dare ad manducandum centum pauperibus et pro quo convivia debeat erogari Somas quatuor de omni blava,» e fra i varii legati che «Leprosi ipsius Civitatis habeant omni anno Somas tres de blava et Croxati ejusdem Civitatis habeant totidem et hospitale S. Alexandri habeat tantum Somas duas et sacerdotes ipsius Civitatis habeant Somas quatuor (74);» nel testamento del 1183 di Bonifacio proposito di S. Alessandro, nel quale vi sono varii legati, troviamo: «item supradictus Prepositus eodem modo donavit Vasco (che era suo erede) nomine ecclesie S. Vincentii in sorte de Jusanica Somam unam frumenti et monasterio de Valle Alta in ipsa sorte Somam unam sicalis et monasterio de Astino in ipsa sorte Somam unam sicalis et monasterio de Valle Marina in ea sorte Somam unam milii . hospitalibus S. Alexandri quos d. Landulfus de la Crotta et Grassus de Scano edīficaverunt in ipsa sorte duas somas milii item eodem modo donavit domui Misellorum Somam unam frumenti — Cruxatis in ipsa terra Somam unam milii (75);» in altra carta del 1183: «d. Adelardus archidiaconus nomine ipsius ecclesie — investivit villanum ad fictum raddendum iam dicte Ecclesie Somam unam frumenti (76).» Quindi anche in documenti ufficiali, quale lo Statuto più vecchio dal 1204-48, il canone d'affitto dei possessi comunali è determinato in Some e non ad altra misura. Perciò dalle possessioni confiscate ai traditori del castello di Palosco il Comune dovea ritrarre «centum triginta quatuor Somas blave [p. 30 modifica]equabililer de frumento sicale milio et panico:» un'altra possessione era soggetta «ac fictum omni anno solvendum Comuni Pergami Somas quadraginta de blava:» altra «sumas quadraginta octo blave (77)» e così di seguito. Il nome però di Modius non si spense del tutto fra noi. Fino a una cert'epoca il Modius dalla calce composto, come vedremo (Nota 94), di dieci sestieri rimase come misura legale anche nei più recenti Statuti, a quel modo che il suo nome sopravvisse con identico significato nelle nostre valli (78): ma quello che dimostra ancor più come dopo la riforma del secolo undecimo il Modius e la Soma non differissero che di nome, si è che nelle stesse valli sussiste il nome di Moggio del carbone per indicare una determinata misura di questa merce (79). Ora, il Moggio del quale si serbò la ricordanza nelle parti più remote del nostro territorio non può essere che quella che nello Statuto dei Lazii del 1431 è indicata col nome di Soma, sei delle quali formavano un Carro (80), e questo è tanto vero, che nello stesso Statuto in due differenti luoghi troviamo la identica quantità di frumento una volta indicata a Modii, un'altra volta a Some, il che dinota apertamente che il nome di Modius, sebbene oramai caduto in disuso per le misure dei grani, si riteneva però ancora equivalente a quello di Soma rispetto alla entità della misura (81). Questi fatti ci permettono di argomentare con tutta sicurezza, che il solo nome non può essere cagione sufficiente per ammettere, che quando nei nostri documenti dal secolo undecimo in avanti troviamo indicata ora la Soma, ora il Modius, si debba ritenere senz'altro che si tratti di due misure fra loro [p. 31 modifica]differenti pel differente numero di Sestieri che contenevano (82).

§ 5. Abbiamo già detto che la persistenza con cui fino ad oggidì si calcolò la Soma in 16 Pesi dimostra anche la inalterabilità storica della sua ottava parte, che è il Sextarius: ma non mancano altri argomenti che comprovino, come le induzioni che abbiamo fatte sulla origine delle nostre misure dei grani sieno pienamente fondate. A Roma il sale si misurava colla misura di capacità (83), ma nella convenzione commerciale del 730 fra re Liutprando e quei di Comacchio si parla bensì di Modii di sale quale corrispettivo del dazio convenuto, ma si esige anche che il Modius abbia il peso di 30 libbre (84). Gli esattori di questo dazio sotto Carlo Magno pretesero di portarvi un aumento , sicché invece di un Moggio da 30 libbre, com'era prima, volevano riscuotere «maiorem modium idest ad libras quadraginta quinque (85).» Questo rapporto fra il volume ed il peso di una data materia non è altro che quello, che circa tre secoli e mezzo di poi vediamo essere stato di fondamento anche nella nostra città nel costituire il Sextarius del frumento e degli altri grani, e questo stesso rapporto fu quello che pure nella nostra città servì di base allo staio del sale. Questa era appunto una misura effettiva, poiché nello Statuto più vecchio troviamo ordinato che i rivenditori del sale e dei grani non tengano che un solo staio ed una sola rasiera (86). Ma ciò che dimostra, che anche questa misura era basata sovra un determinato peso, è il fatto, che il sale ora si pesava, ora si misurava. Cosi nel 1392, secondo il nostro cronista, il sale si vendeva [p. 32 modifica]a peso (87): nei capitoli del dazio sul sale compilati nel 1441 era stabilito che il conduttore ricevesse da Chioggia il sale a misura veneziana di Moza (moggia) e lo rivendesse a peso bergamasco (88), ma ciononostante ancora nello Statuto del 1453 (89), dove si parla di certe obblazioni, vi ha «Sextarios quatuor salis, Mina una salis.» Ora, quale fosse il rapporto fra il peso e la capacità dello staio di sale fortunatamente ce lo fa conoscere lo Statuto dei Dazii, pel quale, come siamo giunti a mettere in sodo che il Modius e la Soma non differivano che di nome, così dallo stesso luogo veniamo a sapere, che due Pesi o 20 libbre grosse di sale formavano il Sextarius (90). Questo fatto conferma perfettamente le nostre ricerche sulle misure dei grani. I nostri antenati partirono da uno stesso principio: 20 libbre di un buon frumento costituivano il Sextarius Civitatis Pergami, allo stesso modo che 20 libbre di sale servirono di base per costituire il Sextarius salis. Se, oltre a questa effettiva, vi fosse anche una maggiore misura di conto detta Modius o Soma, sebbene sia assai probabile, non possiamo affermarlo: piuttosto possiamo tener per certo che vi saranno state tutte le minori suddivisioni dello Stajo, cominciando dalla Mina, che abbiamo veduto nominata nello Statuto del 1453 (v. sotto § 6). — Né mancano altri argomenti che indirettamente ci provino la inalterabilita del nostro Stajo dei grani dal giorno in cui fu costituito fino ad oggidì. Nello Statuto più vecchio è stabilito il prezzo per ogni Modius di calce, ma in una posteriore aggiunta, la quale fu fatta nel 1244 o poco dopo, è ordinato che l'altezza interna delle pareti [p. 33 modifica]dello Staio della calce non superi le quattro once del nostro Cavezzo, o millimetri 446 circa (91). Questa ordinanza è ripetuta nei posteriori Statuti (92): è evidente però che, se si fosse trattato di uno staio di una speciale contenenza, non si sarebbe mancato di indicare anche quale dovea esserne la ampiezza del fondo. Ma si comprende agevolmente che, rispetto alla capacita, questo dovea corrispondere esattamente allo Staio dei grani, e che se si ebbe cura di limitare l'altezza delle pareti, non fu che per la ragione, che nella misura della calce era ammesso il colmo, il quale invece era affatto escluso nella misura dei grani e del sale (v. Nota 86). Lo Statuto del 1453, il quale ci fa conoscere, che dieci Staja entravano a formare il Modius della calce, ed in pari tempo esige che a formare lo stesso Modius entrino 32 Pesi di calce (93), vale a dire Pesi 3 libbre 2 per ogni Staio, ci porge il mezzo di calcolare che lo Staio colmo di calce dovea essere di circa decimetri cubi 23, i quali non si scostano punto dai decimetri cubi 21,4 dello Staio raso dei grani (94). — Gli stessi Calmerii del pane, che noi possediamo a cominciare dal 1263 (95), non escludono punto la capacita da noi stabilita pel nostro Staio in libbre 20 di frumento, e l'aumento di produzione del pane, che si trova nel Calmerio del 1340 formato dal podestà Pagano da Bizzozzero (96), si può ascrivere ad una migliore produzione nelle qualità dei frumenti, all'aumentato rimborso ai fornai delle spese da loro sostenute, come del pari a miglioramenti introdotti nella fabbricazione, o forse unicamente alla terribile carestia, la quale in quell'anno travaglio questi paesi (97) e per [p. 34 modifica]conseguenza rese i nostri più avveduti nel ricercare un più esatto rapporto fra una data quantità di frumento ed il pane con essa prodotto (98).

§ 6. Riguardo alle divisioni di queste misure abbiamo già detto che la Soma o Modius era formata da otto Sextarii. In un documento del 1110 abbiamo: «sex modii et quatuor sextarii grani (99);» in altro del 1120: «modia quatuordecim de grano et staria sex (100).» Della Mina (corruzione dell'antico Hemina), come metà dello Staio, si conservò il nome fino od oggidi nell'identico significato (101). La forma Mina la troviamo già in un documento del 996 dove abbiamo: «grano grosso sextaria septem et mina una — grano minuto sextaria septem et mina una (102).» Questa divisione la troviamo mantenuta anche dopo la riforma del secolo undecimo, poiché in una investitura di fondi in Sabbio fatta nel 1154 leggiamo: «per singulum annum quinque sextaria et Minam unam frumenti (103),» ed in altra del 1203 abbiamo: «sextaria duo et romani unam millii ad sextarium civitatis (104).» II nome di Quartarius, metà della Mina e quarta parte dello Staio, ci appare in un documento di vendita fatta nel 1204 di un pezzo di terra vicino a Bergamo, che rendeva annualmente di grano «octo sextarios et uno quartario (105).» Nell'anno 1163 troviamo la formola «quatuor somas sicalis sextario uno minus - tres (somas) panici sextario uno minus (106)» per indicare tre Some e sette Staia di segale, due Some e sette Staia di panico, come pure in un documento inedito del 1248 qer la prima volta ci appare l'altra forma «Somas quatuor et mediam frumenti et Somas quatuor et [p. 35 modifica]mediam sicalis (107)» per indicare le quattro Staia in più del numero intero di Some. Nella seguente ordinanza dello Statuto più vecchio troviamo la completa enumerazione delle suddivisioni dello Staio. «Item ne aliquis homo Civitatis vel virtutis Pergami qui sit revenditor salis vel blave teneat nec habeat plura Sextaria nec plures rasoras. Et quod dictum est de Sextario intelligatur de Mina et Quartario et Terzario et de Sedecino et de Medio Quartario (108).» Qui ci si presentano due misure che andarono perdute per noi, e delle quali, almeno a noi, non fu dato trovar più traccia nei documenti del secolo seguente, cioè del decimoquarto, e sono il Terzarius (Tertiarius) ed il Medius Quartarius. Quel primo è evidentemente la terza parte dello Stajo (109), come lo indica il suo nome, ed era in uso anche presso i Romani, come si comprende da Catone dove insegna il modo di preservare le vigne dal punteruolo (110); il secondo poi era la mela del Quartarius ed avea la capacità di due Sedecini. Probabilmente queste due misure non si usavano soltanto pei grani, ma sibbene anche pel sale, dove lo smercio giornaliero ed al minuto esigeva naturalmente più picccole e più svariate suddivisioni per meglio assecondare ai bisogni della popolazione: tuttavia, essendo certamente il Tertiarius una misura effettiva del frumento (v. Nota 108), e ad ogni modo, come vedremo, entrando essa esattamente nella divisione ventiquattresimale del Sextarius, abbiamo creduto necessario comprenderla, insieme al Medius Quartarius, nel prospetto delle misure dei grani e dei loro reciproci rapporti , il quale sarà [p. 36 modifica]dato qui appresso. — Resta a parlare di un'altra minore misura dei grani e dei legumi detta Stopellus o Stopellum. Questo nome serve ora ad indicare quella quantità in peso di grano che il mugnajo preleva per l'opera sua, ma a' tempi, de' quali noi ci occupiamo, era una misura effettiva di capacità che serviva allo stesso scopo. Nei tempi più antichi lo Staupus o Staupum era una misura da vino (111): però negli Statuti Piacentini era ordinato che ogni villa del contado avesse il suo Stajo ed il suo Stopello, misura da grano (142). La prima menzione di questa misura ci appare negli Statuti di Vertova del 1273 dove è ordinato che i mugnai tengano lo Stopello legato con catena (113): nello Statuto poi del 1331 troviamo quanto segue: «d. Vicarius inquiri faciat per ejus familiam si sextarius et alie mensure quibus utitur in mercato blave et Statere et Clodi et Clodini et Stopelli et omnes alie mensure et pondera sint iusti et iusta et bollata (114).» È chiaro che di questa misura non si faceva più uso sul mercato dei grani, perchè qui ne è fatta separata menzione, ma bensì che serviva all'uso tuttodì indicato dal suo nome: il che sarebbe confermato dal silenzio che sullo Stopello mantenne anche il nostro più vecchio Statuto nella accurata sua enumerazione. La contenenza di questa misura ci è data dallo Statuto del 1453 dove è prescritto: «quod Stopellum sit tenute unius partis tantum ex vigintiquatuor partibus unius Sextarii bladi et leguminis (115).» Siccome è assai verisimile che la consuetudine abbia conservato a questo scopo un'antica ed effettiva misura del grano, e siccome ad ogni modo 8 Stopelli [p. 37 modifica]entravano esattamente nel Tertiarius, il quale di tanto si scosta dal sistema frazionario del Sextarius pervenuto fino ad oggidì, da lasciar ammettere rispetto a quest'ultimo la coesistenza fino ad una certa epoca di un sistema ventiquattresimale di divisioni, comune anche ad altri lunghi a noi vicini (116), così, nel prospetto che qui diamo delle misure di capacità dei grani e dei legumi, facciamo luogo anche al bozzolo o Stopello:

Soma o Modius 1
Sextarius 8 1
Mina 16 2 1
Tertiarius 24 2 11/2 1
Quartarius 32 4 2 11/3 1
1/2 Quartarius 64 8 4 22/3 2 1
Sedecinus 128 16 8 51/3 4 2 1
Stopellus 192 24 12 8 6 3 11/2

La Soma o Modius adunque dopo la riforma del secolo undecimo, secondo l'unico ragguaglio che a noi sia ora possibile di accettare, conteneva litri 171,2812, il Sextarius litri 21,41015 (117). Su questa base saranno calcolate tutte le altre misure nella Tavola Ia, A, B, C.

Note

  1. [p. 80 modifica]Lupi, 2, 706. Sul peso di questi pani v. Nota 82.
  2. [p. 80 modifica]Pergam. nella civ. Biblioteca, n. 503.
  3. [p. 80 modifica]Lupi, 2, 865.