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Introduzione

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Avvertenza Capitolo I
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INTRODUZIONE.




§ 1. Il Sextarius servì di misura tanto dei liquidi quanto degli aridi anche sotto i Romani1: sei Sextarii formavano il Congius, misura del vino2, come d’altra parte sedici Sextarii entravano nel Modius, misura dei grani3. Così pure due Quartarii formavano una Hemina; due Heminae o quattro Quartarii un Sextarius4. Per gli aridi la misura massima è il Modius, ma pei liquidi non è già il Congius ma sibbene il Culeus, sicchè quattro Congii sono eguali ad un’Urna, due Urnae, od otto Congii, ad un’Amphora o Cadus, venti Amphorae ad un Culeus. Il Modius romano era la sesta parte del Medimno attico, e la suddivisione di queste maggiori misure era spinta fino al Cyathus: ma in ultima analisi la base di queste misure di capacità era la stessa e pei liquidi e per gli aridi5; il Cyathus degli uni e degli altri corrispondeva a litri 0,0456, l’Acetabulum a litri 0,0684, il Quartarius a litri 0,137, la Hemina a [p. 10 modifica]litri 0,274, il Sextarius a litri 0,547. La differenza che si trova nelle misure superiori a queste dipende dal differente numero di Sextarii che entrò a formare ciascuna di esse: il Modius dei grani con 16 Sextarii corrisponde a litri 8,754; mentre il Congius dei liquidi di soli 6 Sextarii contiene litri 3,283, quindi la Urna litri 13,13 l’Amphora o Cadus litri 26,26, infine il Culeus litri 525,276.

§ 2. La base di queste misure era il peso. È bensì vero che il Quadrantal od Amphora7 dovea essere un recipiente che avesse la capacità di un piede cubico8, ma una volta che si introdusse il sistema di verificare queste misure col peso dell’acqua, del vino, dell’olio e così via, e una volta che si comprese quale difficoltà vi fosse nel verificare le minori suddivisioni mediante le misure di lunghezza, era naturale che il peso diventasse la norma generale per guarentirsi della esattezza delle misure di capacità. Quindi è, che sebbene gli antichi definissero il Quadrantal o Κεράμιον come un vaso della contenenza di un piede cubico ed indicassero persino il modo col quale andava costruito9, si ebbe però cura di stabilire il peso esatto dei contenuto, così di questa, come dell’altre misure, e col plebiscito Siliano venne sanzionato: ­­«ex ponderibus publicis, quibus hac tempestate populus oetier solet, uti coequator se (sine) dulo malo, uti quadrantal vini octoginta pondo siet, congius vini decem pondo siet, sex sextari congius siet vini, IIL sextari quadrantal siet vini — sedecinque librari in medio sient10.» Conferma, oltre a parecchie altre testimonianze, questo fatto il così detto Congio Farnese, dove la iscrizione, [p. 11 modifica]oltrecchè ci fa sapere che fu verificato sotto Vespasiano, ce ne indica anche la contenenza colle parole P(ondo) X11, le quali concordano perfettamente colle prescrizioni del plebiscito Siliano qui sopra riportate. La capacità era ragguagliata ora sull’acqua piovana, che si teneva per la più sicura guida in questo argomento12, ora sull’acqua usuale13, che si credeva avesse peso uguale al vino14, ora sull’olio15, ora sul vino stesso16, e persino sul miele17, ma se non era appariscente il divario che correva fra l’acqua ed il vino, si avea cura d’altra parte di stabilire l’esatto rapporto di peso che correva fra l’olio, il vino ed il miele, e di indicare il corrispondente peso delle diverse misure di capacità18. Quest’era l’uso comune, sebbene una esperienza intelligente ed accorta avesse fatto comprendere, collo andare del tempo, che una differenza di peso esisteva, non solo fra l’acqua ed il vino, o fra i vini prodotti in disparate situazioni, ma persino fra l’acque, sia che si attingessero nei fiumi, sia che si attingessero nei pozzi od alle pure sorgenti19.

§ 3. Augusto avea introdotto nel novello impero unità di pesi e di misure20: dalla capitale si spedivano gli esemplari nelle provincie21, ma la cura colla quale le città non solo, ma anche i luoghi di campagna veniano provveduti di un ponderario e in pari tempo dei campioni di misure degli aridi e dei liquidi22, indica che la frode, e mille altre cause, concorrevano ad alterare queste misure, sì da recare. gravi sconcerti nelle giornaliere contrattazioni. La legislazione23 e insieme la poesia24 parlano dei pondera iniqua e delle heminae iniquae: la iniquità [p. 12 modifica]dei pesi e delle misure fu quella che decise gli Edili, probabilmente di Rimini, a provvedere la loro città dei pesi e della stadera25, e senza dubbio le differenze, che si trovano oggidì nel peso dei diversi esemplari sopravvissuti, sono da ascriversi, od alla mala fede, ovvero alla imperizia colla quale erano costrutti, verificati o racconciati26. Il regno dei Goti fu troppo breve e troppo travagliato, perchè ci sia dato anche solo di sospettare che siensi potute introdurre delle modificazioni in questo sì grave negozio: i Langobardi si attennero pure al sistema romano di monete e di misure27, ed anche là dove introdussero certo una modificazione verso il finire del loro regno, cioè nelle misure agrarie, il sistema però ereditato da Roma rimase quasi inalterato (v. Appendice III. § 11 seg.): tuttavia si può immaginare agevolmente che in mezzo a tanta confusione ed a tante barbarie, una esatta concordanza cogli antichi esemplari non sarà stata che un desiderio od una presunzione. Carlo Magno, come ad ogni altra cosa, rivolse la sua attenzione anche all’importantissimo obbietto dei pesi e delle misure: introdusse quel sistema monetario, che, almeno di nome, durò fino ad oggidì28: aumentò il valore dell’antica libbra romana29 e, preoccupato dai bisogni del commercio nel vasto suo impero, sull’esempio di Augusto, volle nelle misure una perfetta uniformità30. A noi non è dato rintracciare fino a qual punto il sistema introdotto da questo grande conquistatore abbia potuto sradicare sistemi che qui vigevano da secoli, poichè le nostre misure di capacità, come vedremo, sono una creazione del secolo undecimo; [p. 13 modifica]quelle di superficie sono un ricordo dell’epoca langobarda (v. Appendice III. § 11 seg.); la libbra, ora detta sottile, ci pervenne quasi inalterata da quando l’Italia era la sede di un impero mondiale (v. Appendice I.); il peso di marco da noi non fu introdotto che nella prima metà del secolo decimoterzo (v. Append. II. §§ 1, 2): forse unico ricordo di quella conquista rimase il Braccio, parte di una più lunga misura colla quale nei secoli di mezzo si misuravano le tele, i panni, e probabilmente in alcuni luoghi anche i terreni (v. Append. III. § 9). Ma certo il valore delle misure romane ricevette da Carlo Magno un colpo mortale31, e se gli antichi nomi sopravvissero ancora quasi inalterati fino ad oggidì32, tuttavia, in mezzo allo scompiglio politico e sociale che tenne dietro alla morte del grande conquistatore, in mezzo alle usurpazioni dei diritti signorili ed alle prepotenze del più forte33, il solo nome non può essere per noi sufficiente indizio per argomentare del valore di quelle misure. Se Carlo Magno, abbandonando del tutto il sistema romano, abbia attinto dagli Arabi il suo sistema34, non è questione che possa essere trattata qui: fino a qual punto in questi nostri paesi abbiano agito l’uno sull’altro i due sistemi posti dalla conquista l’uno accanto all’altro, manca ogni documento per poterlo dire: certo è però che ogni ragguaglio delle misure attuali con quelle, che troviamo accennate nei nostri documenti dalla caduta del regno langobardo al secolo undecimo, riesce, non pure difficile, ma quasi impossibile, e questo non solo, ma non ci è neppure concesso di poter dire con qualche certezza in questo periodo di [p. 14 modifica]tempo quanti Sextarii entrassero nel Congius, quanti nel Modius35. Poichè, oltre a tutto, quanto più andava sciogliendosi il potere centrale e la vita politica si sminuzzava e si disgregava in numerosissimi centri, e quanto più ognuno di questi tentava di trarre a sè le bricciole di una frantumata sovranità, tanto più anche le monete e le misure dovevano risentire la influenza di questa condizione di cose, sicchè, per citare due o tre esempi, un documento del 963 ci attesta di già la esistenza della moneta cremonese36: qui a Bergamo per lo meno dal 985 i contratti si facevano in moneta milanese37, come nel 915 la pavese correva in Lomellina38: nel 897 è già ricordata la «iusta statera Mediolani39:» come nello stesso anno pei grani si trova ricordata la «iusta mensura mediolanensis40

§ 4. Il Sextarius, che fu stabilito dai nostri avi nel secolo undecimo, vige ancora nelle abusive contrattazioni in mezzo ad un popolo, che non dovrebbe soltanto ubbidire supinamente ad inveterate abitudini, ma avere almeno la coscienza delle gloriose memorie, che vanno congiunte a questa plateale misura. Non era più l’epoca, è vero, in cui Augusto imponeva a tutto l’orbe romano unità di monete, di pesi e di misure; in cui Carlo Magno alla testa di eserciti vincitori, sconvolgendo un ordinamento radicato da secoli, introduceva una unità di sua creazione: erano piccole città, che cominciavano a conoscere di poter rivolgere da sè la loro attenzione a questi sì vitali interessi, e sentivano la forza di attuare i loro ordinamenti, afferrando nelle giovanili mani una parte così importante della sovranità. I potenti mezzi di [p. 15 modifica]comunicazione, che atterrarono secolari barriere, e aprirono un orizzonte sconfinato alla umana attività, fanno ogni dì più sentire il bisogno di una unificazione nei sistemi metrologici dei varii popoli; ma se questa è reazione contro il passato, la quale trae la sua forza da potenti e da elevate ragioni, non fu meno una reazione contro un passato, che ogni dì più dovea diventare impossibile, quella che indusse i nostri Comuni a crearsi le loro misure, a guarentirne la esattezza, svincolandosi così da ogni esterna ingerenza, e cominciando con questi atti a dare libero corso alle forze locali ed al loro completo sviluppo. Sui primi albori di una delle più splendide giornate, che un benigno sorriso di cielo abbia mai concesso a questa terra travagliata, i nostri avi crearono il loro Sextarius; e quando questa misura entrò nelle loro abitudini, si preparava nella vita dei nostri Comuni un’era luminosissima, destinata a far risentire alle più lontane generazioni la più feconda e la più benefica influenza; un’era, che forza umana non varrà mai a cancellare nè dalla nostra storia, nè dai nostri cuori.



Note

  1. [p. 69 modifica]Veggasi la significante espressione di Galeno in Metrol. Script. reliqu. 1 p. 210, 16, Hultsch.
  2. [p. 69 modifica]Sex Sestari Congius siet vini. Fest. in Metr. Script. 2 p. 72, 2.
  3. [p. 69 modifica]Metr. Script. 1 p. 198, 16 e in altri luoghi.
  4. [p. 69 modifica]Fest. ibid. 2 p. 76,23; Hultsch, griech. und röm. Metrol. p. 90 Nota 10.
  5. [p. 69 modifica]Hultsch, Metrol. p. 94 seg.: il sistema romano delle misure di capacità è copiato interamente dal greco, lo stesso p. 91.
  6. [p. 69 modifica]La enumerazione di queste misure si trova in Volusius Maecianus (distrib. part. in Metrolog. Script. 2 p. 71): Mensurarum liquoris atque grani expeditior et forma et ratio est: nam quadrantal, quod nunc plerique amphoram vocant, habet urnas duas, modios tres, semodios sex, congios octo, sextarios quadraginta octo, heminas nonaginta sex, quartarios centum nonaginta, cyathos quingentos septuaginta sex. Riporteremo più sotto (§ 2) il brano del plebiscito Siliano, che ha importanza pari, se non superiore a questo. I ragguagli delle misure romane colle odierne decimali furono presi dalle Tabelle di Hultsch, Metrol. p. 306.
  7. [p. 69 modifica]V. sopra Nota 6: aggiungi Festo (in Metr. Scr. 2 p. 79, 11): quadrantal vocabant antiqui quam ex Graeco amphoram dicunt.
  8. [p. 69 modifica]Euclid. in Metrol. Script. 1 p. 198, 15; Heron. fragm. ibid. p. 205; Fest. ibid. 2 p. 79, 12: (quadrantal) quod vas pedis quadrati octo et XL capit sextarios. Sulla forma pes quadratus per piede cubico v. Hultsch, Metrol. p. 8 An. 2, e i seguenti due passi di Balbo (in Metr. Scr. 2 p. 59, 124), che pongono la cosa fuori di dubbio: Solidum est quod Graeci stereon appellant, nos quadratos pedes appellamus; e altrove: Pes quadratus sic [p. 70 modifica]observabitur: longitudinem per latitudinem metiemur, deinde per crassitudinem, et sic efficit pedes solidos.
  9. [p. 70 modifica]Nel Carmen de Ponderibus v. 59 seg. (in Metr. Scr. 2, p. 88 seg.) attribuito a Prisciano si legge:
    pes lungo in spatio latoque altoque notetur,
    angulus ut par sit quem daudit linea triplex,
    amphora fit cybus hic, quam ne violare liceret,
    sacravere Jovi Tarpeio in monte Quirites.
    Sulla esatta interpretazione v. Hultsch., Metrol. p. 89 Nota 3.
  10. [p. 70 modifica]Fest. in Metr. Scr. 2 p. 78 seg.
  11. [p. 70 modifica]La iscrizione su questo Congio dice: Imp. Caesare-Vespas. VI. T. Caes. Aug. F. IIII. Cos. — Mensurae-Exactae. In - Capitolio - P. X.: v. Hultsch, Metrol. p. 95 seg. La figura di questo Congius, si trova in Fabretti, Inscript. p. 526 e, per citare un’opera alla portata di tutti, in Rich, Diz. delle antich. gr. e rom. 1 p. 198.
  12. [p. 70 modifica]Galen. in Metr. Script. 2 p. 233, 241, 250.
  13. [p. 70 modifica]Hultsch, Metrol. p. 98.
  14. [p. 70 modifica]Metrol. Script. 1 p. 229, 250. Pari a quello dell’acqua era tenuto anche il peso dell’aceto, ibid. p. 241, 5, 250, 21. E l’autore del Carmen de Ponderibus v. 93 seg. cantava:
    nam librae, ut memorant, bessem sextarius addit,
    seu puros pendas latices seu dona Lyaei.
  15. [p. 70 modifica]Hultsch. Prolegorn. in Script. Graec. 1 p. 69, 72, 73,78 ecc. e nell’Index gr. 2 p. 176 sotto la voce ἲλαιον.
  16. [p. 70 modifica]Il plebiscito Siliano al peso delle misure di capacità mette per base il vino. Per ulteriori prove, se pure ne fa bisogno, v. Metr. Scr. 1 p. 223, 22; 224, 9; 229, 10 ecc.
  17. [p. 70 modifica]Metrol. Scr. 1 p. 223, 22; 224, 10; 239, 8 ecc.
  18. [p. 70 modifica]Rimettiamo il lettore per maggiori prove all’Indice gr. di Hultsch in Metrol. Scr. 2 p. 176, 192, 203 sotto le voci ἲλαιον, μὶλι, οἰ̃νος. Basti qui accennare, che, chiamando con 1 il peso del vino (o, che è lo stesso, dell’acqua e dell’aceto), quello dell’olio sarebbe stato di 0,9 e quello del miele di 1,5. Questo rapporto però non è in tutto esatto. La gravità specifica dell’olio d’oliva è di 0,915 (Pouillet, Elem. di Fisica. 2 p. 73), quello del miele è di 1,450 (Berti Pichat, Istit. di Agric. 1 p. 788), sicchè i rispettivi rapporti tra il peso ed il volume [p. 71 modifica]andrebbero di alcun poco modificati, anche non tenendo conto delle differenze di peso specifico fra l’acqua, il vino e l’aceto. Non è fuor di luogo anche il notare, che il rapporto tra il peso del vino e quello del miele non è dato costantemente per l’amphora e sue frazioni come da 80 a 108, e da 1 a l,35 (Metrol. Scr. 1 p. 239,7; 237,8) e quindi, a cagion d’esempio, al Congius si attribuiscono 9 libbre di olio, 10 di vino, 13 1/2 di miele: sulle quali divergenze v. Hultsch, Proleg. in Metr. Scr. 1 p. 92, 100, 103 ecc.
  19. [p. 71 modifica]V. il Carmen de Ponderibus v. 97 seg. dove acutamente si nota:
    haec tamen adsensu facili sunt credita nobis:
    namque nec errantes undis labentibus amnes
    nec mersi puteis latices aut fonte perenni
    manantes par pondus habent, non denique vina
    quae campi aut colles nuperve aut ante tulere.
  20. [p. 71 modifica]Dione, 52, 30.
  21. [p. 71 modifica]Fabretti, Inscr. dom. p. 528 n. 380: Mensurae ad exemplum earum quae in Capitolia sunt, auctore sanctissimo Caes. per regiones missae cur(ante) D. Simonio Iuliano praef. urbi v. c. L’incarico adunque di spedire questi esemplari spettava al Praefectus urbi. Il Borghesi (Oeuvres, 3 p. 478) giudica che sia dell’epoca di Gordiano il bronzo che ci ha conservalo questa interessante notizia.
  22. [p. 71 modifica]Bruzza. Ant. iscriz. Vercell. p. 55, che dietro il Gazzera o il Promis ha con molta dottrina illustrato la frammentaria iscrizione. Menzione di edifici, detti Ponderarii, nei paghi si ha in Gruter. 1020, 10; Bulletin. dell’Instit. 1845 p. 132: Mommsen, Inscr. R. Neap. 5331; Allegranza, opusc. erudit. p. 227. Questi Ponderarii erano eretti anche da privati, con molta verisimiglianza dove la povertà de’ luoghi non comportava tali spese da parte del pubblico: nelle città i pesi e le misure, che doveano esser provveduti a carico dell’erario municipale, spesso lo erano a spese dei magistrati, come a Consa (Gruter. 225, 1; Orelli 3849), a Brescia (Henzen 7073), ad Ostia (Orelli 3882), a Benevento (Zaccaria, Stor. letteraria d’Ital. 8 p. 264), a Lanciano (Murat. 483, 9). Oltre ai campioni dei pesi nel Ponderano vi era anche una stadera, come si conosce da iscrizioni beneventane (De Vita, Antich. Benev. p. 134) e da [p. 72 modifica]altra, che recheremo fra breve (Nota 25), scoperta alla Cattolica. Il Ponderano vercellese fu eretto da un T. Sestio, ascritto alla tribù Voltinia, e quindi straniero all’Italia Superiore, dove non vi ha alcuna città, compresa la nostra, che sia ascritta ad una tale tribù (Grotefend, Imp. rom. trib. descr. p. 2 Annot. 4; p. 173).
  23. [p. 72 modifica]Digest. 19, 1, 32.
  24. [p. 72 modifica]Pers. Satyr. 1, 130.
  25. [p. 72 modifica]Bullett. dell’Inst. 1840 p. 96 dove la tavoletta di bronzo trovata alla Cattolica suona così: ex iniquitatibus mensurarum et ponder... aed(iles) staleram aerea et pondera decret. decur. ponenda curaverunt.
  26. [p. 72 modifica]Hultsch, Metrol. p. 115. I diversi campioni sopravissuti discendono dal peso normale di gram. 327,5 a quello di gram. 282,7 (Böckh, Metrol. Untersuch. p. 170 seg.) I pesi di serpentino del già Museo Borbonico di Napoli esaminati da Cagnazzi (Sui valori delle misure p. 120 seg. della vers. ted.) darebbero per la libbra gram. 325,8, gram. 328,5, gram. 323,2, gram. 326. Dei due campioni trovati a Cuenca in Spagna l’uno darebbe gram. 325,06, l’altro gram. 325,4. Il peso della libbra sotto Teodosio discese a gram. 324, e il peso normale dell’epoca di Giustiniano era di gram. 323,51 (Hultsch, p. 116, 119 Nota 14), e quindi al di sotto della libbra mantenutasi presso di noi in gram. 325,13 (Nota 156 e Append. I. § 5).
  27. [p. 72 modifica]Schupfer, Ist. polit. longobard. p. 145. Rispetto alle misure agrarie, salve le modificazioni delle quali ci occuperemo a parte (v. Append. III. § 11 seg.), fu mantenuto lo Iugerm, colla sua 12ma parte;, dai Romani detta Uncia (Columella, R. R. 5, 1) ora pertica jugialis e colla sua 288ma parte ai tempi romani detta scripulum ed ora tabula (Leggi di Ahistulf in Padelletti, Fontes iur. ital. med. aev. p. 296: qui non habent casas massarias et habent quadraginta jugis terrae. Hist. Patr. Mon. 13 col. 26, 31, 38 seg., 49, 82 ecc.): come pure alla misura lineare dei terreni fu mantenuto il nome di pertica (Hist. Pat. Mon. 14, col. 69, 82 ecc.). Per le altre misure di lunghezza o di grossezza la base è sempre il piede; Capit. extra Ed. vagant. in Padelletti, p. 282 seg.: quia quindecim tegulas viginti pedes lebant — vadant per solidum unum pedes ducenti vigniti quinque — si quis puteum fecerit ad pedes centum cet.; Hist. Patr. Mon. 13 col. 44 dell’anno 761: ad pedes septuaginta sex per longum; col. 45, [p. 73 modifica]usque ad pedes numero quinquaqinta sex; col. 47, ad pedes triginta sex per longum; col. 48, pedes manuales numero viginti quinque (sul pes manualis v. Excerpt. ex Isid. in Metrol. Script. 2 p. 137 seg.). Per le misure degli aridi, Capit. cit. in Padelletti p. 282: segale modia tria, legumen sextaria quattuor, sale sextario uno; Convenzione del 730 fra re Liutprando e quelli di Comacchio in Hist. Patr. Mon. 13 col. 18; decimas vero dare debeant sale modios XVIII. Per le misure dei liquidi, Capit. cit. in Padelletti a. l. c., vinum urna una. Per misura del vino troviamo anche la fiola in una carta del 768 riguardante dei fondi in Monza (vinum ternas fiolas, Hist. Patr. Mon. 13 col. 66 c). Evidentemente qui si tratta di una corruzione di phiala, ma come questo vaso, del quale non vi ha alcuna menzione negli antichi metrologi, e del quale più particolarmente si faceva uso nei sacrifici (Rich. 1 p. 161, 181), sia passato ad indicare una misura di capacità, non ci è possibile dirlo con tutta certezza. In un senso affatto generale usa phialas anche il nostro poeta Moisè del Brolo (Pergam. v. 249), ma che la phiala dovesse essere una misura effettiva, che durò anche nei tempi posteriori all’epoca longobarda, lo prova il Liber Iurium reip. Gen. (in Hist. Patr. Mon. 7 col 34) dove sotto l’anno 1128 troviamo phialam unam olei. Probabilmente il nome di fiala era sinonimo di qualcuno dei nomi legali delle nostre misure esistenti, ma a quale di esse potesse corrispondere, non abbiamo documenti per investigarlo. Rispetto poi alle misure di peso sarebbe quasi inutile addurne prove speciali, poichè la maggior prova è la sopravvivenza della libbra romana fino ad oggidì in quasi tutte le nostre città. Tuttavia citeremo Capitula ext. Ed. vag. 5 in Padelletti a. l. c. lardo libras decem: Hist. Patr. Mon. 13 col. 18; Modio vero (salis) pensato libras triginta — oleo libra una, garo libra una, piper uncias duas; ibid. col. 60, auri puri libras CCCCC; ibid. col. 108, oleum libras duecenti. Quanto poi alle monete troviamo in uso quelle dell’epoca costantiniana: il solidus, il tremissis terza parte del solidus, e persino la siliqua (Capit. cit. 6 in Padelletti a. l. c.), che era la 24.ª parte del solidus (Hultsch, p. 253; Marquardt, röm. Staatsverw. 2 p. 31, 70).
  28. [p. 73 modifica]Vuitry, Régime monetaire de la Monarch. féodale, nel Compte-rendu de l’Acadam. de sciences mor. et politiqu. 1876 p. 273, 282 seg.
  29. [p. 74 modifica]Vuitry, o. c. p. 282 seg. ha riassunto la questione della libbra di Carlo Magno senza risolverla: reca i risultati di Le Blanc e Garnier, che le attribuiscono un peso di grani parigini 6912 o gram. 567,13, e quelli di Guérard, seguito da Leber, che la porterebbe a grani par. 7680 o grammi 407,92. V. anche Repossi, Milano e la sua Zecca p. 46; cfr. Carli, delle Monete e Zecche d’Italia, 1 pag. 282 seg.
  30. [p. 74 modifica]Nel Capitolare Italicum, 109 (Padelletti, o. c. p. 360) troviamo: de mensuris ut secundum iussionem nostram aequales fiant. Nei Capitolari di Carlo Magno editi dal Canciani (Barbar. leg. ant. vol. 3: sfortunatamente la nostra Biblioteca non ha altre edizioni) troviamo (3 cap. 90): ut aequales mensuras et rectas et pondera iusta omnes habeant, sive in civitatibus, sive in monasteriis, sive ad dandum invicem, sive ad accipiendum; altrove (1 cap. 126), dove si stabilisce il prezzo dei grani per ogni moggio, si aggiunge: et ipse modius sit quem omnibus habere constitutum est. Et unusquisque habeat aequam mensuram et aequales modios. In altro luogo (addiction. 3 pag. 395) è chiamato turpe lucrum — pondera injusta vel mensuras habere. In un’epoca posteriore, sotto Carlo il Calvo, nell’Edictum Pistense del 864 (c. 9, 20) troviamo: volumus ut unusquisque iudex in suo ministerio mensuram modiorum, sextariorum cet. eo tenore habeat sicut et in palatio habemus. — Et ipsi homines qui per villas de denariis providentiam jurati habebunt ipsi etiam de mensura ne adulteretur provideant. Se, e fino a qual punto, questi saggi provvedimenti abbian potuto esser mandati ad effetto nei nostri paesi, è ciò che non possiamo dire.
  31. [p. 74 modifica]Nella Convenzione commerciale del 730 fra re Luitprando e quei di Comacchio pel trasporto del sale ed altri oggetti lungo i fiumi del regno langobardo (Troya, Cod. diplom. 3,480, Hist. Patr. Mon. 13 col. 18) troviamo: Modio vero pensato libras triginta più volte ripetuto. Ma cinquantasette anni appresso, quando qui s’era stabilita la conquista franca, si voleva esigere maiorem modium — id est ad libres XLV (Hist. Patr. Mon. 13 col. 117 d), per cui Carlo Magno, sentite le giuste lagnanze, ordinò: tamen nos pro mercedis nostre argumento concessimus eis in elemosinam videlicet nostram, ut in tali tenore ipsum modium, dare deberent, sicut et illi a nostris hominibus accipiebant, et nullatenus maiorem, id est per libras triginta [p. 75 modifica](ibid. col. 117 d, 118 a). Non si può credere che di proprio arbitrio gli esattori dei dazii avessero recato un sì notevole aumento nel valore del Modius, quando non avesse cominciato a pigliar piede un corrispondente aumento della capacità del Modius o per lo meno del peso della libbra. Infatti, in un inventario Bresciano del 905 (ibid. col. 727 b) troviamo: invenimus etiam in eodem monasterio de terra arabilis ad seminandum inter totam modia CCLIX, de vinca ad modios francischos CCXLII. Qui il Modius francischus si può intendere in due maniere: o come una misura agraria fondata sul rapporto che praticamente esisteva fra una quantità data di semente ed una data estensione di terreno (cfr. Tab. Heron. 5 § 15 in Metrol. Scr. 1 p. 190; Balb. Tab. de Mens. ibid. 2 p. 124, 14: in centuria agri iugera CCl, modii DC): oppure come un dato del prodotto medio della vigna, come oggidì nel contado si dice che il tal fondo è di tante staja (di frumento), e la tal vigna di tante brente (di produzione media). Esempi del Modius del vino ne abbiamo in Du Cange s. v. Ad ogni modo, in un caso o nell’altro perchè sia possibile questo ragguaglio, è necessario che si tratti di una misura di capacità fissa ed entro un certo àmbito pienamente conosciuta, precisamente come da noi erano lo stajo e la brenta, o come nel 905 dovea essere il Modius Francischus in opposizione ad un’altra specie di Modii. È da notarsi infine che il sistema delle misure di capacità introdotto da Carlo Magno (Saigey, Traité de Métrol. p. 112 seg.) è quello che maggiormente si addimostra connesso con quelli che sopravvissero fino ad oggidì, mentre dopo di lui non abbiamo trovato un sol documento che ci lasci anche solo con qualche verisimiglianza argomentare, che, dove troviamo una di queste misure con nome romano, si debba ritenere che anche la capacità si fosse, per quanto era possibile, mantenuta inalterata. Probabilmente la introduzione del sistema francese di misure di capacità avvenne fra noi tra il 799 ed il 806. Non potremmo dare altra spiegazione più verosimile al fatto, che il vescovo Tachimpaldo col suo testamento del 799 avea stabilito che si distribuissero ai poveri triginta modia grano vino anforas tres (Lupi, I, 643 seg.) mentre nel 806, non sapendo se un tale prodotto poteasi ottenere dai fondi legati, lascia in arbitrio dei custodi delle Basiliche beneficate di fare la distribuzione in [p. 76 modifica]quella quantità che crederanno opportuno. Il Ronchetti attribuisce questa clausola del nostro vescovo alla incertezza dei prodotti di questi poderi (Mem. stor. 1 p. 150): ma Tachimpaldo, che era già vescovo dal 796 e che giovanissimo non sarà salito sulla cattedra bergomense, se già nel 799 redigeva il suo testamento, non doveva per una lunga esperienza ignorare fino a qual punto potevano essere adempiuti i suoi legati. Ma la espressione, modo vero quod Dei iudicio non scio quomodo de ipsas res fruges exire debeat cet. (Lupi, 1, 645), può darci il modo di spiegare il fatto. Tachimpaldo, che con tutta probabilità era langobardo, avea assistito alla dolorosa caduta della sua gente avvenuta per imperscrutabile giudizio di Dio: le conseguenze di questo fatto si facevano sentire ancora dopochè il nostro Vescovo avea redatto il suo testamento, perchè il conquistatore, andando contro a secolari abitudini, avea abolito le antiche misure, e n’avea introdotte altre di sua creazione e al tutto differenti: ora, per lo meno il Modius non veniva ad esser più una misura di litri 8,75, ma sibbene di litri 157,5 (Saigey p. 113): la disposizione testamentaria quindi di Tachimpaldo veniva ad essere notevolmente alterata, o meglio ancora, poteva esser fonte di future controversie o pretensioni. A quel modo che Paolo Warnefrido non osò tramandare ai posteri la disfatta e l’assoggettamento de’ suoi connazionali, così il nostro Vescovo non fe’ che attribuire al Dei iudicio le ragioni per le quali trovavasi obbligato a mutare il suo legato a favore dei poveri, tacendo quelle circostanze che poteano riuscir gravi al suo cuore od al suo orgoglio di langobardo. V. Nota 118.
  32. [p. 76 modifica]Recheremo alcuni esempi anteriori al secolo undecimo, al qual punto si fermano le indagini di questa breve introduzione: I.° Per il Modius o Modium misura dei grani, il qual nome alla forma neutra si trova non solo nei nostri documenti medievali, ma anche nei Metrologi Iatini (Isid. in Metrol. Scr. 2 p. 142, 4, 7) e greci (ibid. 1 p. 190, 16; 271, 15 ecc.): Ann. 800, quinque modia grano medietate grosso et medietiate minuto (Lup. 1, 627); ann. 806, triginta modia grano (ibid. 645); ann. 806, decem et octo modia meleo (Hist. Patr. Mon. 13, col. 154 c); ann. 822, grano omni genere modio tertio (ibid col. 179 b); ann. 835, secale modios XXXV (ibid. col. 225); ann. 837, de [p. 77 modifica]grano grosso (frumento, segale) — mundo vel legumen mundo modio quarto (ibid. col. 230 c); ann. 854, persolvamus in vestra cella pro omni anno circuli ex ipsis rebus grano vel ficto siligine modio uno sicale modia dua et panico modia duo ad iusta mensura (ibid. col. 314 b); ann. 881, modia grani (ibid. col. 515 a); ann. 915, unde reddet annue censum afictuario nomine promiscua ad justam mensuram mediolanensem modios octo (ibid. 790 c); ann. 940, modios tres (ibid. col. 948, b); ann. 968, frumento bono modio uno — modia duodecim (Lup. 2, 283); ann. 997, segale modia tres et frumento modio uno panico modia trex (ibid. 413).
    II.° Per il Sextarius o Sextarium (Isidor. in Metrol. Scr. 2 p. 119 seg.): ann. 877, modia dua sextaria quatuor (Hist. P. M. 13 col. 460 d); ann. 897, seligine staria duodecim et faba similiter staria duodecim ordeo et scandella staria octo (ibid. col. 621 a); ann. 905. frumentum sextaria XII (ibid. col. 703, a); ann. 905, de segale modia XXX staria III (ibid. col. 707 b); ann. 934, segale modios tres cum staria quattuor (ibid. col. 931 c); ann. 957, frumentum starias II (ibid. col. 1071 c); ann. 963, unum stario de formento bello et bono reculmo et bene gribellato (ibid. col. 1175 c); ann. 968, segale sextaria quinque sandillo sextaria quinque (Lupi, 2. 285); ann. 986, secale bona sextaria quinque panico bono sextaria quinque (ibid. 381).
    III.° Per la Hemina o Mina. La Mina si trova nominata in un documento milanese del 905, la cui genuinità soffre eccezioni (Hist. P. M. 13 col. 485 seg.): ann. 905, del mel Mina I (ibid. col. 712, d); ann. 996, grano grosso sextaria septem et mina una — grano minuto sextaria septem mina una (Lupi, 2, 409).
    IV.° Per le misure dei liquidi: ann. 796, et pro lavores (interessi) eorum persolvamus vobis in vindimia esta proxima veniente vino bono ad mensura insta ad pleno urnas tres (Hist. P. Mon. 13 col. 128); ann. 806, tres anforas vino (Lupi 1, 645); ann. 835, vinum anforas XII (Hist. P. M. 13 col. 225); ann. 837, et si vites posuerimus exinde reddemus anfora quarta (ibid. col. 230 c); ann. 852, vino de Gellone de Blexuni qui est Congia decim (ibid. col. 302 b); ann. 905, de vino anforas tres et urnam — de vino anforam unam et urnam; de vino anforas VIII et urnam; de vino anforas XXI et urnam; de vino Concia II; [p. 78 modifica]de vino urnas tres; de vino anforas XIV et conzias IV; de vino anforas X et conzias VI; de vinea ad anforas I Staria V(ibid. col. 709, 710, 712, 714, 720, 724); ann. 940, quinque anphoras vini et urnam (Giulini, mem. stor. di Mil. 9 p. 24; cfr. 2 p. 148). L’inventario del 905 dei beni del monastero di S. Giulia in Brescia, di cui qui abbiamo dati gli estratti più salienti, lascia supporre che per le misure dei liquidi, se non la contenenza, almeno le partizioni dell’epoca romana rimanessero inalterate, e che quindi, come misura di maggior capacità fosse prima l’amphora, poi l’urna, indi il Congius infine il Sextarius. La carta del 940 citata dal Giulini non contraddice a questa supposizione, ma i documenti sono sì scarsi, che non possiamo applicare a tutti i luoghi, che a noi sono più vicini, una tale supposizione. Rispetto alla capacità di queste misure non fa bisogno neppure parlarne, perchè vedremo nel secolo undecimo mantenersi i nomi di Congius, Sextarius, Hemina, Quartarius, quantunque il valore di queste misure fosse del tutto differente.
  33. [p. 78 modifica]Un brevissimo, ma significante tratto delle condizioni nostre a quest’epoca fu dato da Hegel, Stor. della Cost. dei Munic. ital. p. 379 della vers. it.
  34. [p. 78 modifica]Questo è quanto vorrebbe provare Saigey, Métrol. pag. 109-115.
  35. [p. 78 modifica]Dai brani dei documenti più sopra recati (Nota 32) si potrebbe argomentare che nel Modius non entrassero più di otto Sextarii, perchè non vediamo mai questo numero sorpassato dai Sextarii uniti ai Modii. Ma troppi sono i documenti o periti, od a noi sconosciuti perchè con tutta sicurezza sia concesso venire ad una tale conclusione. Rispetto alle misure del vino valga l’osservazione già fatta in fine della citata Annotazione. Naturalmente, per la connessione che vi ha fra le notizie di un’epoca precedente e di una posteriore a questo periodo, noi non possiamo restare in dubbio nell’ammettere che il Sextarius, come a’ tempi romani, si dividesse in due Heminae e quattro Quartarii: le ulteriori suddivisioni e i loro nomi ci sono perfettamente sconosciuti. Vi ha però un punto, che può essere posto in luce con una certa verisimiglianza, ed è che le misure degli aridi di questo periodo devono essersi discostate di ben poco da quelle che qui troviamo in uso a cominciare dal secolo undecimo. Questo si può ricavare dai [p. 79 modifica]canoni d’affitto, per quanto sieno imperfette le cognizioni che abbiamo su questo riguardo. Così nella locazione di una Sorte posta in Isione sull’Adda fatta nel 968 (Lupi, 2, 283) dove si esige un canone di 1 Moggio di frumento, di 5 Staja di segale, di altrettante di scandella, e di 12 Moggia di non sappiamo qual grano per la corrosione della carta, avremmo un canone, stando alle antiche misure romane (Hultsch, Metrol. Tab. XI p. 306) di poco più di 119 litri di grani: il che non è neppure ad immaginarsi. Si conferma ciò col documento del 996, dove, per la quarta parte di una Sorte posta in Sussiago (che era nei contorni di Calcinate), il locatario si obbliga a pagare per la festa di s. Lorenzo grano grosso (orzo, frumento, segale) Sextaria septem et Mina una, e per la festa di s. Martino grano minuto (miglio, panico) Sextaria septem et Mina una, (Lup. 2, 409). Ora, una mezza Sorte, secondo un nostro documento del 1170 (Lupi 2, 1265), si calcolava di circa quattro jugeri, o Pertiche 48 (v. Append. III § 12): nella stessa proporzione poi il quarto di Sorte veniva ad essere poco su, poco giù di Iugeri 2 o Pertiche 24 pari ad Ettari 1.59. Ognuno vede che, sopra questa estensione di terreno, quando si fossero mantenute le antiche misure romane, il locatario avrebbe corrisposto annualmente litri 4,10 di grani grossi ed altrettanti di grani minuti, in complesso litri 8,20, che equivalgono ad un terzo di litro (litri 0,342) per Pertica. Ma nel 1098, dopo che era avvenuta già la riforma del nostro Stajo, l’affitto di un fondo in Almè era calcolato in uno Staio di frumento per Pertica (Lupi 2, 805), ossia in litri 21 circa ogni 6,62 are, dal che si vede che, per quanto si voglia tener conto delle più disparate condizioni, sarebbe difficile ad ammettersi che nel corso di un secolo l’affitto medio in grano per pertica fosse aumentato di più che sessanta volte, mentre non si presenta alcuna difficoltà nell’ammettere che il Sextarius prima del mille non dovesse essere gran fatto differente da quello che troveremo stabilito nel secolo undecimo. E quando fosse indubitato che il Modius quem omnibus habere constitutum est (v. sopr. nota 30) non fosse stato altro che il cubo del cubito degli Arabi (Saigey p. 113), e che al pari del Modius posteriore al secolo undecimo fosse diviso in 8 Sextarii, potremmo presentare i seguenti dati approssimativi, che in mezzo a tanta oscurità, non dovrebbero riuscire affatto privi di interesse:
    [p. 80 modifica]
    Modius 1 litri 157,46
    Sextarius 8 1 " 19,68
    Hemina 16 2 1 " 9,84
    Quartarius 32 4 2 1 " 4,92
  36. [p. 80 modifica]In una carta Cremonese si legge: argentum bono monetatum expendibilem denarium unum de moneta nostra (Hist. P. M. 13, col. 1175: in altra del 999 vi ha (ibid. col. 1704): de bona moneta nostra cremonensi.
  37. [p. 80 modifica]Donazione alla chiesa di s. Alessandro a favore della quale il giorno di s. Martino saranno pagati argentum denarios bonos mediolanenses numero sex (Lupi, 2, 379). Già prima, cioè nel 972, in una locazione di beni fra l’Adda e l’Oglio, fatta da Radoaldo patriarca di Aquileja al nostro vescovo Ambrogio, è stabilito che si debbano annualmente pagare argenteos denarios bonos mediolanenses solidos quinque aut de Venetia solidos decem (ibid. 301).
  38. [p. 80 modifica]In un affitto di fondi in Lomellina: in arientum denarios bonos papienses solidus tres boni (Hist. P. M. 13 col. 1670).
  39. [p. 80 modifica]Et lino scosso ad statera iusta Mediolani libras octo (H. P. M. 13 col 621; Giulini, Mem. Stor. di Mil., 2 p. 63).
  40. [p. 80 modifica]Omni grano bono ad insta mensura Mediolani (H. P. M. 13 col. 621); ann. 915 (ibid. col. 790): ad iustam mensuram mediolanensem modios octo. Abbiamo citato questi pochi esempi: ma basti vedere nel solo Du Cange sotto le voci Modius, Sextarium, Pertica ecc. a qual punto fosse giunto il caos delle misure in questi secoli. Pochi altri esempi sono recati nella Appendice III § 13.