Prefazioni e polemiche/VII. Prefazione a tutte l’opere di Niccolò Machiavelli (1772)

VII. Prefazione a tutte l’opere di Niccolò Machiavelli (1772)

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VII. Prefazione a tutte l’opere di Niccolò Machiavelli (1772)
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[p. 151 modifica]VII PREFAZIONE A TUTTE l’opere DI NICCOLÒ MACHIAVELLI {1772) [p. 152 modifica] [p. 153 modifica]Niccolò Machiavelli nacque in Firenze a’ 3 di maggio 1469. Il padre suo si chiamò Bernardo e la madre fu Bartolomea di Stefano Nelli. L’una e l’altra famiglia erano patrizie, e s’è trovato che dalla prima istituzione della repubblica fiorentina sino al nostro Niccolò, la Machiavella s’ebbe tredici gonfalonieri e cinquantacinque signori, che oggi si direbbe in Genova tredici dogi e cinquantacinque senatori. Sono quasimente due secoli ch’ella è spenta. Della Nella non tengo altra contezza se non che dura in Firenze tutta-via, e che uno de’ suoi presenti individui, chiamato Giambattista, è uomo assai dotto, come ne fanno fede alcune sue opere stampate. Bernardo Machiavelli professò la giurisprudenza, e Bartolomea sua moglie pizzicò di poetessa. Qual sorte d’educazione si dessero al figlio, non credo sia più possibile saperlo; ma, congetturando da* multiplici scritti che di lui ci rimangono, è duopo inferire ch’egli l’avesse molto dura, rispetto al corpo, e studiosa molto, rispetto alla mente. Da quelli scritti egli appare essere stato sommo spregiatore d’ogni mollizie, molto attivo, molto laborioso, e tanto fermo di cuore che inclinava al feroce anzi che al mansueto. Si vuole da più d’un autore che Niccolò fosse un tratto collato per sospetto d’aver avuta parte in una congiura contro a’ Medici, e che sostenesse il tormento tacito e con viso sereno: prova non piccola di quella gagliarda fermezza di cuore, tanto visibile in tante parti dell’opere sue. La gente s’è avvezza da dugent’anni e più a considerarlo come un gran politico, né sono molti quelli che l’abbiano mentovato come grandissimo precettore dell’arte militare. Nulladimeno, [p. 154 modifica]

né la sua Storia fiorentina, né i suoi Discorsi sopra Tito Livio, né il suo Principe, né la sua Lettera a papa Leone mostrano tanto l’ampiezza della sua mente quanto la mostra il suo trattato di quell’arte. Ho letto di molti libri che l’insegnano a minuto, massime de’ francesi, né mai ho trovato Niccolò nominato in essi, abbenché tutto quello che contengono di piú principale e di piú massiccio si possa con ragione considerare come dirivato in loro dal trattato di Niccolò. E vero che ogni sua idea è stata da ogni successivo scrittore allargata o raffinata a misura che l’arte s’è ita intendendo meglio; pure tutti quelli che hanno dato regole e precetti d’essa, tutti hanno, chi piú chi meno, fabbricato su de’ fondamenti che Niccolò eresse o, per me’ dire, che Niccolò trasse di sotto a di molti mucchi d’ignoranza e di barbarie. Né riuscirebbe punto difficile il provare che l’odierno costume di far consistere il nerbo della guerra ne’ fanti anzi che ne’ cavalli, derivò da quel suo trattato; e questo è pure il massimo punto di quell’arte. Cosa da maravigliarsene molto, quando si voglia riflettere a due cose: l’una, che Niccolò non fu mai soldato; l’altra, che ne’ suoi tempi si faceva pochissimo caso delle fanterie. Non aver militato mai, e dichiararsi contro un costume universale e combatterlo con tali ragioni da rimuovere finalmente ogni persona dalle antiche opinioni e dalle usanze antiche, sono pur cose che debbono farci stimare quest’uomo per questo verso anche piú che non lo stimiamo come storico e come politico, e indurci ad aggiungere il terzo a que’ suoi due titoli, vale a dire quello di grandissimo maestro di guerra.

A questi tre titoli vien dietro quello d’uom di Stato, vale a dire quello di politico in pratica, poiché quell’altro politico si riferisce alla teorica solamente. Gran ventura s’ebbe il mondo quando si trassero di non so quale biblioteca e si diedero in luce quelle lettere da lui scritte duranti le sue diverse ambascerie, e quell’altre dettate quando serviva la sua repubblica in qualitá di segretario!

Dalle prime si scorge quanto grande fosse la sua diligenza, la sua sagacitá, la prontezza di mente, l’accortezza e la disinvoltura [p. 155 modifica]

sua nel maneggiare ogni sorta di persone. Bisogna internarsi bene in quelle lettere per vedere di che raro ingegno la natura l’aveva dotato e il bell’uso che ne sapeva fare! Come seppe aggirare e tener a stecco quella crudel bestia del duca Valentino, e far ischizzar fuori di quell’anima buia ogni disegno piú recondito, ogni trama piú celata, sempre facendo faccia con astutissima semplicitá ad ogni sua diabolica doppiezza, sempre indovinandolo, né lasciandogli capir mai che sempre l’ indovinasse I Come seppe destreggiare con quell’altro malvagio di Gianpaolo Baglioni, e abbatacchiarlo d’ogni banda, e scuotergli il perfido cuore, e rannuvolargli la mente con cento paure che l’avrebbono rimosso dal suo saldo proposito, se fosse stato nel potere d’alcun uomo l’operare un tanto prodigio! Come seppe tórre il panno pel verso con Giulio secondo, papa terribilissimo, e secondargli l’umore, e rendersegli accettissimo, e poco meno che innamorarlo della sua repubblica!

Gran peccato che non sappiamo eziandio come s’avvoltasse con un imperadore e con un re di Francia, a’ quali pure fu mandato ! E qual conto non ne faremmo, se avessimo sotto agli occhi que’ tanti discorsi da lui fatti a tant’ altri principi e uomini magni, co’ quali egli ebbe altresí tante volte a trattare di tante faccende pubbliche? e se avessimo quelle tante parlate, colle quali egli potette infuocar li animi in guisa, d’alcuni de’ suoi principali concittadini, che li spinse a congiurare contro a quelli da lui giudicati (ancorché ingiustamente, come vedremo piú sotto) oppressori e tiranni della sua patria?

Dalle seconde lettere poi, cioè da quelle che scrisse come segretario della repubblica, e’ si scorge molto bene come da’ raggi suoi erano principalmente illuminati i consigli pubblici, e com’egli sapeva con mirabile accortezza tirare ogni suo maggiore in ogni suo disegno, e indurre bellamente ciascuno a pigliare ogni partito da lui proposto, infondendo poi in ogni minor agente dello Stato una qualche parte delle proprie virtú e qualitá, suggerendo prudenza a questo, destando valore in quello, togliendo ogni dubbiezza a quell’altro, ad ognuno indicando il dover suo, esortando, laudando, biasimando e riprendendo; e [p. 156 modifica]

sempre opportunamente, e sempre secondo che richiedevano i tempi, le faccende, le circostanze e le persone !

Pigliamole tutte insieme queste cose, pesiamole accuratamente, e poi allacciancela bene insú, e trattiamolo di sciocco, come hanno fatto infiniti frati, e nominatamente il gesuita Lucchesini! Niccolò non era per certo un uomo di buona morale, come vedremo tosto; ma ch’egli fosse un uomo sciocco! Gesummaria! e’ bisogna ben essere frate da capo a piedi per arrischiarsi a dire di queste cose!

Ai tanti gravi pensieri di governo, quanti ne debbono aver richiesti i pesanti incarichi ch’egli s’ebbe indosso, Niccolò congiunse poi una lepidezza tanto viva, un bell’umore tanto vario e tanto scintillante, che par proprio s’avesse due anime in quel suo corpo, l’una composta tutta di serietá e l’altra tutta di facezia. Leggano la sua novella di Belfegorre costoro che sono tanto ghiotti del Decamerone, e poi mi dicano se v’ha novella quivi da compararsele. Nessuna in veritá, vuoi per pellegrina invenzione, vuoi per grazia e piacevolezza di successivi pensieri, o vuoi per nitidezza di narrare; cosicché, se Niccolò s’avesse voluto sconciare a comporne un competente numero, è cosa molto piú che probabile che messer Giovanni non terrebbe il primo scanno come novelliere. E che diremo poi delle commedie sue? Che unitá d’azione, di tempo e di luogo! che caratteri naturali ! che intrecci chiari ! che facili sviluppi ! E ciascuna cosa corredata da una proprietá e vivezza d’espressione, da una veritá di costume, da un’abbondanza di motti, da una rapiditá di dialogo e da una compagnevolezza ed urbanitá, che ti tocca il cuore, che t’addolce la mente e che t’ assorbe l’attenzione in modo da farti scordare, in mentre che tu leggi, come colui che le compose ti sarebbe riuscito un uomo spaventevole, se avessi avuto a trattar con esso di quelle cose che tanto importano ai regni ed alle repubbliche! E qui pure esclamiamo a coro col reverendo Lucchesini e con un mezzo milione d’altri reverendi: — Oh che sciocco, oh che sciocco!

Ma perché l’umanitá nostra non saglia in orgoglio, e perché nessuno si creda troppo maggiore delli altri quando si [p. 157 modifica]

sente piú delli altri dovizioso d’ingegno e di varietá di sapere, e’ piacque mò al signor Dio di darci una certa sozza natura, per la quale quanto piú l’uomo s’alza dall’ un lato, tanto piú s’abbassa dall’altro; di maniera che bisogna pure al fin del conto noi vegniamo a mostrarci, tutti quanti siamo, una mano di poveri peccatori! E qui si, che se m’avessi un cappuccio in capo e una corda intorniata a’ fianchi, qui si, che mi s’aprirebbe un bel campo di snocciolare della sana dottrina e di provare questa cosa che non ha bisogno di prova: cioè che ciascun uomo è sempre un guazzabuglio, un viluppo, un composto matto di bene e di male! Resistendo nondimeno, malgrado la bellezza dell’occasione, alla smania di farla qui da predicatore, tiriamo innanzi a dire di questo famoso fiorentino; e poiché si sono tócche le varie buone qualitá che erano in lui, vegniamo anche a toccarne alcuna di quelle che erano cattive, onde la giustizia storica s’abbia il debito suo.

Chi dunque lo crederebbe che Niccolò, il quale per naturale ampiezza di cervello e per acquistata universalitá di sapere non ebbe forse mai in Italia chi l’agguagliasse; chi lo crederebbe che fu poi tanto semplice da inghiottirsi delle opinioni archibislacche, e cosi sommamente perverso in quelle da impegfnarsi quindi con tutta quanta l’anima per farcele adottare come se fossero state altrettanti vangeli?

Egli l’aveva, esempligrazia, molto fitta e ribadita nel capo, che in questo mondo non v’è bene di sorta alcuna se non per chi vive suddito d’una qualche repubblica; né si può dire come arrovellava quando pensava al vituperio e al malanno di passare questa grama vita come suddito d’un qualche assoluto sovrano.

Ogni sovrano assoluto, chi volesse stare al dire di Niccolò, non ha né può aver mai altro mestiero se non quello di sbarbare ogni virtú del suo paese e di seminarlo quindi d’ogni razza di vizi; e cosi seminatolo, di letamarli poi tutti e annacquarli in siffatta guisa e con tanto studiata diligenza, che vengano tosto suso grandi e grossi come zucche vernine; quando per lo contrario, dicev’egli, è faccenda d’ogni repubblica il pensare [p. 158 modifica]

incessantemente a formare dalli uomini valorosi, delli uomini dotti, delli uomini dabbene. Povero Niccolò! Delle corbellerie di questa fatta e’ n’aveva in testa le dozzine; e non è possibile dire quanto s’affacchinò a propagarle pertutto e a farle ingoiare alla gente come veritá nulla punto controvertibili.

Ma come potett’egli dare in simiglianti ghiribizzi, egli che sapeva anche meglio di noi come il mondo era ito ne’ due secoli che precedettero il suo? In que’ due secoli, e nel suo medesimo, li stessi suoi signori fiorentini s’ebber eglino altri pensieri, se non quelli di scannarsi li uni li altri, di bruciarsi a gara le case, di bandirsi dalla patria li uni e li altri a belle brigate? Quale fu la virtú che fiori nella sua repubblica in tutto quel tratto di tempo, quando l’efferata voglia di sovrastare alli altri e la crudeltá si escludano, come si devono escludere, dal numero delle virtú?

Quello che si operava in Firenze repubblica, si operava né piú né meno in tutte l’altre italiche cittá repubblicanamente governate come Firenze. Leggete tutte le storie di que’ tempi e leggete quella medesima di Niccolò, se volete vedere come ogni cittadino di qualche importanza in ognuna di quelle si metteva ad ogni sbaraglio e s’acconciava ad ogni immaginabile misfatto, per venir a capo d’ogni suo brutto desiderio. Sará vero che le stesse iniquitá regnavano pure comunemente in ogni cittá e in ogni provincia monarchicamente governate; ma se la cosa iva allora di pie pari ne’ principati come nelle repubbliche, e se il numero de’ ribaldi era uguale a un dipresso dappertutto, perché dare a queste la preferenza su quelli? perché dire e credere e voler far credere che il vivere in repubblica sia un paradiso, e che ogni corruttela e ogni malanno esista nel principato ?

L’essere cosi disperatissimo repubblicone fu quello che l’indusse a scrivere il libro del Principe, dal quale la fama sua venne quindi tanto bruttata e il suo cognome reso antonomasiamente l’appellativo d’ogni mal uomo. Con quel libro, se la sapessimo tutta, egli si pensò forse di pigliare, come si suol dire, due colombi ad una fava: presentando dall’ un lato a’ suoi [p. 159 modifica]

fiorentini come schietta e naturale una caricata e mostruosa immagine d’un sovrano assoluto, affinché si risolvessero a non averne mai alcuno; e cercando dall’altro di tirare insidiosamente i Medici a governarsi in guisa che s’avessero poi a snodolare il collo, seguendo i fraudolenti precetti da lui con molta adornezza sciorinati in quella sua dannata opera.

Non pare troppo lontano dal vero che l’uno e l’altro di questi due fini si proponesse Niccolò, quando si fece a scrivere quel libro che intitolò // principe e che doveva intitolare // tiranno; e quando sia vero che se li sia proposti, bisogna pur confessare, leggendola, ch’egli la sapeva lunga. I Medici tuttavia la seppero assai piú lunga di lui, che non diedro nel lacciuolo ancorch’egli l’avesse teso con un’arte da ingannarci il diavolo; perché, facendo anzi ogni cosa alla rovescia di quello che Niccolò avrebbe voluto indurli a fare con quel suo scaltro libro, e usando cortesia e liberalitá e beneficenza in casa, e adoperandosi al di fuora con accortezza sommissima, e da principi veri e non punto da tiranni, vennero finalmente ad ottenere col consenso della maggior parte del popolo fiorentino quella sovranitá, che il mal precettore avrebbe voluto veder loro procacciare adoperandosi tirannescamente e secondo i dettati del suo libro. E quali furono i mali che accompagnarono quindi la sovranitá loro? I mali furono, checché Niccolò si fantasticasse o profeteggiasse, che la bella Firenze, la quale per piú di due secoli era stata un albergo di rabbia e di tumulti, una scuola di tradimenti e di discordie, venne sotto il dominio loro a riempiersi poco a poco di costumi grandemente inzuccherati, a convertirsi in una sede di somma pace, d’ogni bell’arte e d’ogni generazione di buon sapere. Tali furono li effetti prodotti da quel governo, che il nostro repubblicone considerava e voleva far considerare da ciascuno come una tirannia da mettere piú paura che non ne mette l’inferno.

Ma l’intiera metamorfosi della sua patria Niccolò non ebbe tanta vita da vederla, come non aveva avuta bastevole sagacitá da prevederla. Pure il suo non averla né veduta né preveduta, anzi il suo essere stato persuasissimo che il principato [p. 160 modifica]

avrebbe dato l’ultimo tracollo allo Stato fiorentino, non fa che noi non abbiamo una irrefragabile prova come il governo repubblicano, considerato puramente in opposizione al monarchico, non è sempre da preferirsi a questo con quella prosuntuosa ed insolente autorevolezza con cui egli lo preferiva.

E giacché siamo a dire, diciamo ancora, per corroborare questa osservazione, come si vedono oggidí in Italia dieci governi affatto indipendenti l’un dall’altro, alcuni de’ quali vengono amministrati da piú persone e alcuni da una sola: e tuttavia dov’è l’uomo spassionato, il quale voglia asseverare di nove d’essi, che l’uno meriti una notabile preferenza sull’altro o l’altro sull’uno? che, verbigrazia, il viniziano sia al paragone migliore del piemontese, o il parmigiano peggiore del lucchese? Lo Stato pontificio è quello che si pretende da molti sia il piú mal governato di tutti: cosa però che non si dovrebbe credere a furia da chi sa come il sovrano di quello è sempre una persona santissima. Li altri nove vanno presso a poco tutti dello stesso trotto, e in ciascuno v’è del bene e v’è del male, perché tutte le cose delli uomini devono a forza essere una pazza mistura di beni e di mali. Ma che un tal ordine di governo produca ogni bene e che un tal altro non partorisca se non male, escluso anche ogn’ intervento d’altre cause, e’ sono fantasie di cervelli sgangherati davvero, checché se n’abbiano cianciato Niccolò e altri grand’uomini ne’ tempi passati, e checché se ne cianci e disputi al di d’oggi ne’ caffè di Londra e nelle stufe di Stocolmo.

Se Niccolò andava errato quando decideva intorno alla migliore o peggior forma del governare li Stati, andava poi erratissimo quantunque volte si faceva a dettare precetti per uso di quelli che mirano ad acquistarsi dominio o ad allargarselo; comeché, <&. dir vero, io m’abbia per fermo che costi egli insidiasse i Medici, come giá ho detto, e che fosse lontanissimo dal parlare di buon cuore. Checché ne sia di questa mia credenza, egli diceva che non importa per quali mezzi uno il faccia, purché s’aggrandisca e si renda signore della sua o dell’altrui patria. Gabba, dicev’egli, gabba ciascuno sempre che tu puoi, e non [p. 161 modifica]

ti dare punto briga di parola che tu dia, né di promessa che tu sottoscriva. Nessuno è chiamato spergiuro, traditore, omicida, quando la gli va netta; e purché tu ti renda possente, o di riffe o di raffe che tu il faccia, ogni tuo atto sará approvato, sará laudato, sará santificato da ogni parte.

Il Principe non meno che i Discorsi del nostro Niccolò sono pieni stivati di questi be’ precetti ; e per darne il pegno in mano della bontá loro, e’ volle esemplificarli narrando le felicitá di Castruccio, il quale, perché ben provvisto d’essi, di povero bastardo ch’egli era, venne ad essere signore di Lucca; e sarebbelo stato di tutto lo Stato fiorentino, se da una scarmana inopinata non fosse stato còlto la vigilia della festa.

Chi dicesse che tali precetti sono li antipodi di que’ di Dio, farebbe come chi dicesse che il sole allumina, che l’acqua bagna, che il fuoco arde, o altra tale astrusa veritá. Considerando però l’umanitá nostra senza occhiali, vale a dire come cosa che non ha se non pochi anni di durata, perché ci daremo noi l’incomodo d’essere malvagi, e d’esserlo a tant’alto segno? e tanto piú che, non cogliendo nelli scopi propostici, n’avremo le beffe oltre al danno?

Siamo nuUadimeno malvagi e facciamo tutto quello che Niccolò ne ha esortati a fare: ma crediamo noi che, operando gfiusta le sue norme, la ci riuscirá netta? A me pare di no, perché chi fa male insegna altrui a far male; chi manca di parola non può aver fede in parola che gli si dia; chi mente, chi tradisce, chi ruba, chi ammazza conferisce ad altrui il diritto di mentire, di tradire, di rubare, d’ammazzare. Che bel paese sarebbe quello in cui ogni tal precetto di Niccolò fosse adottato da ogni uomo ! come pieno di feste, d’allegrie e d’ogni cosa conducente ad alleviare la noia di questa vita! che pace, che tranquillitá non vi si godrebbe dal di della Circoncisione giú fino a quello di san Salvestro, e come vi si dormirebbono tutte le notti a gambe tese! Niccolò tuttavia poteva risparmiarsi la fatica d’insegnare e di esemplificare que’ suoi precetti, poiché all’uomo che si risolve d’essere un furfante non occorrono tanti insegnamenti: non ci volendo alcun miracoloso sforzo di

G. Bari.tti, Prefazioni e polemiche. li [p. 162 modifica]

ingegno per diventar dotto nell’arte di prometter bene e poi dar male, di giurare e poi non osservare, di assicurare la vita a chi si vuol fidar di te e poi cacciargli un coltello nella gola. L’essere ingannevole, spergiuro, spietato, sono cose che ogni gaglioffo le può imparare senza l’aiuto de’ libri; e se l’essere tale ne potesse facilmente condurre alla ricchezza, all’autoritá, alla possanza, chi mai sarebbe povero? quanti non diverrebbero grandi e potentissimi in pochissimo tempo?

Tornando adesso per poco a quella prosuntuosa affermazione che il governo repubblicano sia migliore del monarchico a mille doppi, come piú conducente di questo ad ogni grandezza umana; e pendendo, come pendo, dall’opinione che né quelle grandezze né la felicitá universale delli uomini sieno gran fatto dirivanti dal modo del governo; e tenendo, come tengo, che la differenza fra i due sia si poca da non meritar neppure che un uom dabbene allunghi un dito per fare che l’uno preponderi all’altro; e leggendo quindi la vita di quel Castruccio da Lucca e dando per concesso che ogni sillaba d’essa sia indubitatamente vera; e’ m’è venuto cento volte fatto d’andare arzigogolando come l’avrei disputata nel Palazzo vecchio contro a Niccolò, nel caso ch’egli ed io fossimo stati i due soli consiglieri della Signoria di Firenze a’ tempi di quel formidabile Castruccio.

Pieno Niccolò di quelle idee che da lui e da molt’ altri del suo conio sono, e certamente con piú arroganza che non giustizia, chiamate «idee di libertá», è cosa assai naturale ch’egli avrebbe arringato messer lo gonfaloniere e madonna la Signoria con ogni possibile fierezza, e che chiamando Castruccio «bastardo» ad ogni virgola, e «spergiuro» e «traditore» e «tiranno», avrebbe procurato con infuocatissima eloquenza d’ inanimire l’auditorio suo, non soltanto a difendere la cittá loro contro colui che procacciava bruttamente di farsene padrone, ma eziandio a divincolarsi ciascuno come un drago, per ispegnerlo insieme con tutti i suoi e per rendersi padroni essi stessi della patria di quel malandrino.

— Magnifici signori — avrebbe detto Niccolò, — noi abbiamo un esercito composto di quaranta mila uomini, e quello di Castruccio a mala pena tocca de’ venticinque mila. Che domine [p. 163 modifica]

dunque facciamo, che non cavalchiamo a Monte Carlo? Perché lo lasciamo noi braveggiare a suo senno, e perché ci stiamo noi qui con le mani in mano, intanto ch’egli si toglie Fucecchio e San Miniato e la Lastra e altri luoghi di grandissimo conto, con infinito danno e con infamia eterna delle magnifiche Signorie Vostre? Siamo noi fiorentini o siamo noi cucchi? Via, magnifici signori: usciamo a campo tosto, e appicchiamo la giornata, e facciamo fette di lui e di tutta la sua gente, onde il nostro si riabbia e gli si toglia il suo. Forse la vittoria ne costerá un po’ cara e una metá de’ nostri perirá forse nella zuffa, perché, a dargli il suo dovuto, quel Castruccio è uomo che sa il suo mestiero, cosi non lo sapesse ! E qua’ suoi sono tutti disperatacci com’esso, che non si lasceranno vincere con quella tanta sollecitudine che noi vorremmo. Adoperianci nondimeno co’ denti e coU’ugne, che n’avremo la meglio in ogni modo, non solo perché anche noi abbiamo il naso e la bocca com’essi, ma eziandio perché, a questo tratto, abbiamo poco meno che il vantaggio del due contr’uno; onde non si può che non gli rompiamo l’esercito. E quando gliel ’avremo rotto e preso lui o ammazzatolo, sará pur forza che Lucca ne spalanchi le porte suo malgrado e si faccia nostra schiava; di maniera che chi di noi soprawiverá a cosi gloriosa intrapresa, oltre a quel tanto bene che giá si gode come membro della repubblica nostra, s’avrá altresí come per giunta quello che gliene verrá come partecipante neir acquistato dominio, il quale non limiterassi a Lucca solamente, ma s’estenderá oltre sino a Pietrasanta, sino a Librafatta e sino a Monte Catino.

Terminato questo discorso, il gonfaloniere m’avrebbe fatto cenno perché dicessi la mia, la quale sarebbe stata di questo tenore:

— Corpo di san Cresci ! Che ne va questo Niccolò infradiciando? e perché vuol egli che corriamo a romperci le teste con quel indemoniato lucchese? Affé che se noi facciamo a modo di questo nostro segretario, noi n’avremo la mala pasqua! Se Castruccio, di povero bastardo ch’egli era, ha saputo alzarsi tanto che finalmente s’è fatto principe della sua patria e capitano di [p. 164 modifica]

venticinque mila disperatacci , vogliamo noi dire che si lascerá ora disfare in fretta in fretta e pigliare da noi come un poltronaccio? Supponghiamo, con tutto ciò, che la giornata sia nostra: crediamo noi che lo sará in guisa da lasciarci forze bastevoli onde poter entrare difilato nella sua Lucca, malgrado i molti de’ loro che pareranno colá dietro la zuffa? Ma se in vece di manomettere Castruccio, e’ manomettesse noi, come domine andrebb’ella? Io voglio credere che nemmeno per questo e’ ne piglierebbe Firenze. Ma che sarebbe del contado d’essa e delle nostre ville e d’ogni nostra terra? Castruccio arderebbe, Castruccio diroccherebbe, Castruccio struggerebbe ogni cosa. A che giuoco dunque giuochiamo?

Volete voi, signori miei, ch’io ve ne dica una alla rovescia di quelle di Niccolò? Noi, magnifiche Signorie, non abbiamo troppo il modo di mostrare la magnificenza nostra, perché lo Stato che tegniamo è troppo meschina cosa. Dunque allarghiamolo. Ma in qual modo? State zitti, ch’io ve lo voglio apprendere. La sola via d’allargarcelo è quella di non essere piú quel che siamo: vale a dire, di non continuare piú ad essere Signorie repubblichiste, ma diventando Signorie monarchiche. In vece dunque di mangiarci arrabbiatamente l’anima l’un l’altro, come tuttodi facciamo, scegliamoci un padrone che ne meni tutti eguali, e questi sia questo medesimo indemoniato Castruccio. Si, signori, chiamiamolo a Firenze onde sia nostro assoluto sovrano, e coli ’unico patto che venga a piantare la sua real sede in questa nostra cittá. Egli ha venticinque mila uomini. Diamogli per giunta i nostri quaranta mila. A tanto esercito, capitanato da un tanto capitano, chi potrá far fronte mai? Tutta Toscana sará sua in meno che non lampeggia. E’ passerá quindi i monti e Bologna sará sua; e Imola e Cesena e Rimini e Pesaro e tutta Romagna sará sua, che tutti cotesti Bentivogli e Fortebracci e Piccinini e Baglioni e Orsini e Vitelli e Malatesti e Ordelaffi e quanti sono, tutti saranno disfatti immediate; e poi la Marca tutta sará sua, e cosi l’Umbria e ogni cosa sino a Roma, dove stanno que’ papi che ne vanno tratto tratto scomunicando. A misura che Castruccio fará de’ passi, l’esercito suo anderá [p. 165 modifica]

ingrossando, di maniera che volgendosi quindi verso il Regno, il signor di Taranto avrá di grazia tenergli la staffa e Ruberto gli stregghierá il cavallo. Sua Eccellenza dará poi volta e sempre piú grosso di gente; sicché tutta Lombardia sará tosto sua, e Milano lo riceverá per donno, e messer Matteo si fuggirá in Calicutte. Di cotesti duchi di Mantova e di Ferrara non vi dico nulla, che si sciorranno come neve al primo sguardo di Castruccio; e i signori viniziani, sopraffatti dall’improvvisa rovina, bisognerá pure s’affoghino per dispetto in quelle loro lagune. Altro che Lucca e Pietrasanta! altro che Monte Catino e Librafatta! Tutta quanta Italia sará del signor nostro, o io straveggo. E quando la sará tutta sua, chi porrá egli a governare le cittá e le provincie cosi tolte a questo, a quello e a quell’altro? Io, suggeritore di tanto gran consiglio, m’aspetterò al peggio de’ peggi esser fatto podestá di Sinigaglia, e voi che siete de’ magnati v’ingozzerete ciascuno de’ bocconi anche piú grossi. È vero che, pigliando costui per signore, messer Tale non sará piú delli Otto, né messer Quale di Balia, né messer Cotale de’ Buoni uomini ; ma quando Castruccio, con nostra buona licenza, sia diventato come un Alessandro, non è egli chiaro che molti de’ nostri Boccansacchi e Bencivenni e Sederini e Capponi e Rinuccini e Gianfígliazzi e Malegonelle e Be’ culacci e altri e altri e altri, diventeranno come altrettanti Efestioni e Seleuchi e Lisimachi e Antigoni e Parmenioni e che so io? A questa foggia, Firenze nostra si fará forse bel bello un caput mundi come l’antica Roma, e forse il parlare fiorentino diverrá la lingua d’ogni gente: il che avvenendo, come pare probabilissimo, non è da dire se sará un bengodi, una cuccagna, una beatitudine da sguazzarvi dentro, checché si gracchi questo malfusso di Niccolò in vituperio de’ regni e in commendazione delle repubbliche.

Tenendo saldo il punto che Castruccio e i fiorentini fossero nelle circostanze narrateci da Niccolò, né piú né meno, chi non vede che il mio consiglio sarebbe riuscito molto migliore del suo, pigliata la cosa dal canto dell’interesse, e che, ingiustizia per ingiustizia, l’ingfiustizia mia avrebbe resi i Boccansacchi [p. 166 modifica]

e i Gianfigliazzi e quelli altri di sopra nominati molto maggiori persone che noi furono quindi, per avere tutti insieme preso goffamente il partito di conservarsi repubblichisti in una congiuntura in cui s’avrebbono dovuto risolvere ad essere tutti monarchisti?

L’avere in capo per indubitatamente vere tante cose, che se non sono false sono per lo meno moltissimo problematiche, fu cagione altresí che Niccolò, ogni qual volta si faceva a narrare alcuna spropositata furfanteria commessa da alcuno per mantenere una qualche repubblica o per distruggerla e farsene signore, egli la narrava, se non con diletto e con approvazione, almeno senza stizza e senza detestazione. Guai che in tali casi gli venisse mai in pensiero di dire la minima cosa ohe sapesse un po’ del cristiano o almeno almeno del semplice moralista! Guai ch’egli riflettesse mai come il mal operare delli altri non ne conferisce il diritto di operar male a nostra posta! Cosi, esempligrazia, egli si mostra nimico acerrimo di papi e vomita ira di Dio sempre che gli vengono tra mani: ma un tratto che un papa si fa capo d’una perfidissima trama contro ai due fratelli Medici, Niccolò se la passa via leggiera leggiera, e senza dirne quel male che avrebbe dovuto dirne, tenendo (come teneva) quel papa per complice, anzi per capo di quella congiura. Cosi egli non fa punto cenno di disapprovazione mentovando quell’arcivescovo Salviati e que’ de’ Pazzi e Iacopo di messer Poggio e Bernardo Bandini e una turba d’altri sciagurati, che con quel papa s’entrarono in quella trama. Cosi ne dipinge cent ’altre anime dannate come se fossero stati eroi di prima riga, perché, a suggestione d’un malinconico pedante di Mantova, trucidarono bestialmente un duca di Milano.

A che buttare il tempo noverando i vari traditori e assassini, scambiati da Niccolò per gente degna di laude quanto Bruto e Cassio? Basta dire che, odiando egli quel Giuda del duca Valentino, come appare che l’odiava dalle lettere che scrisse alla Signoria durante il tempo che stette presso papa Giulio e da alcuni versi d’uno de’ suoi due Decennali, e’ potette nondimeno soffocarsi quell’odio in petto- e proporci quello stesso duca come [p. 167 modifica]

un perfetto modello di vera politica saviezza: tanto il suo vano speculare sulla bellezza dell’esser principe, senza aversi una previa provigione di buona morale, gli torse l’ingegno e gli sconvolse il raziocinio !

Che Niccolò sia stato cieco a segno di stivare l’opere sue di precetti, di massime e d’assiomi riboccanti d’ogni tristizia, non è possibile si nieghi da chi non voglia fare d’ogn’erba fascio; e l’unica cosa che un suo parziale, quale io sono, possa dire per alleviargli la colpa di un tanto fallo, è l’ossers’are come piú d’uno de’ suoi critici avrebbe probabilmente pensato e scritto com’esso, se per disavventura sua fosse nato e vissuto a que’ suoi tempi, e avuto ingegno pari al suo, e fattosi a scrivere di cose politiche com’esso.

L’Italia formicolava a que’ suoi tempi d’una generazione di uomini, che non si reggevano con altra norma se non con quella che veniva loro prescritta dalla rabbia di rendersi principi. Bastava allora che un cittadino un po’ cospicuo si trovasse nello scrigno un certo numero di ducati, perché immediate formasse il bel disegno di rendersi almeno unico ed assoluto signore della propria patria.

Il metodo che veniva per lo piú seguito da ognuno che meditava intraprese di tal sorte, era di cominciar a rizzare una bandiera, chiamando ogni scapigliato a farsi soldato suo. Ragunatine cosi quanti piú ne poteva pagare, colui s’appigionava con essi, e sotto nome di «condottiere», a qualche repubblica o a qualche principe; e siccome l’Italia tutta era allora avvolta in tanta anarchia che i limiti del mio e del tuo non erano troppo noti a nessuno, e’ bastava che al condottiere venisse fatto, durante il tempo della sua condotta, d’accrescere il numero di quelli che militavano seco, perché, finita quella, egli se ne tornasse poi alla propia cittá con essi; dove giunto, e sbirciata una poca probabilitá d’insignorirsene, s’accingeva tosto a farlo, e senza che gli nascesse il minimo ribrezzo al pensiero di quel molto innocente sangue che bisognava pure spargere per venire a capo dell’empia faccenda. Né importava nell’atto dello strignerla che Tizio gli fosse amico e Sempronio parente e Caio benefattore, [p. 168 modifica]

che il condottiere li menava tutti eguali e faceva di tutti spietatissimo macello, sul menomo barlume di poter trovare in essi ostacolo o contraddizione.

Ella è cosa che fa propio fremere il leggere in tutte le storie di que’ tempi le scelleraggini, che si commisero allora per tutta Italia e che dirivarono da queir universal modo di pensare: talché non mi faccio io maraviglia se Niccolò, intorniato da una tanta folla di ribaldi, tutti parati a far di tutto per acquistarsi dominio; non mi faccio io maraviglia, dico, se egli aveva pregno il capo delle idee che predominavano e che avevano predominato, né piú né meno, ne’ due secoli che l’avevano preceduto. Portando ciascuno la berretta, come potev’egli pensare a coprirsi la zucca con un cappello o con un turbante? Perché dunque dannar tanto la sua memoria? perché tanto maladirlo? perché bruciare l’immagine sua in una piazza pubblica, come fecero un tratto certi animalacci tedeschi, quando possiamo arguire come senza miracolo non era possibile non venisse anche egli infetto da quella pestilenza, che scorreva ne’ suoi tempi per tutta quanta la sua contrada? E s’egli appare sia stato piú infetto delli altri, non bassi ad attribuire a sua personale perversitá di cuore, ma sibbene a quella mente vastissima, la quale potette piú agevolmente che non quella d’alcun altro suo contemporaneo rinvenire mezzi di rendersi tiranno, secondo la moda che allora correva, e digerire que’ mezzi ordinatamente e ridurli a sistema. E quando il sistema fu un tratto concepito, è egli da farsene le croci per lo spavento, se, ricco di sapere com’egli era e con una fantasia che aggiungeva dappertutto, seppe quindi architettarlo con quell’arte con cui egli l’ha architettato?

Checché però si pensi e si dica di lui e dell’opere sue a’ di nostri, non se ne pensò punto male a’ suoi di sicuramente. Lunge dall’esservi alcuno allora, che trovasse che apporre a quell’opere e che dannasse con quella cordialitá con cui alcuni buoni e molti ipocriti le dannano di presente, le incontrarono anzi tanta grazia e tanto favore nel mondo, che un papa se ne lasciò dedicar una e un principe un’altra: né li eredi suoi si sbigottirono, dopo la morte di lui, di ricorrere ad un altro papa pel privilegio esclusivo di stamparle tutte insieme. [p. 169 modifica]

Rassettata però l’Italia mediante la rovina e l’annichilamento di molti de’ tanti usurpatorelli spicciolati qua e lá per essa, e succedendo l’amore d’ogni sorta di sapere, spalleggiato dalla buona critica, al lungo furore de’ guelfi e de’ ghibellini e alle guerre napoletane, viniziane e francesi; molti furono i dotti che si fecero ad esaminare quelle tante nozioni, le quali senza intoppare in contraddicimenti ed ostacoli s’erano propagate liberamente per tutte le italiche regioni: fra le quali nozioni, quelle tante di Niccolò furono poco meno che le prime che vennero a crivello, com’era dovere, poiché piú di quelle di qualunqu’ altro scrittore avevano buon bisogno d’essere dizizzaniate.

Il cardinale Reginaldo Polo, personaggio rispettabilissimo non meno per dottrina che per nascita, fu, credo, tra i primi che si posero di buon proposito a mostrare di quanta perfidia i libri di Niccolò riboccavano e la necessitá che il mondo aveva d’un possente antidoto contro il veleno sottile troppo e mortifero, da esso sparso non soltanto nel Principe quanto eziandio qui e qua per tutti li altri suoi scritti.

Lungo molto sarebbe il catalogo, chi lo volesse fare, non tanto de’ critici quanto delli strapazzatori, che dietro al cardinale Polo si scagliarono contro al povero Niccolò. Non bisogna però tacere che se furono molti quelli che lo criticarono e strapazzarono, molti pure si * dichiararono in favor suo e si fecero campioni d’alcune di quelle stesse dottrine che venivano da tanti condannate: cosa da non parere fuori del naturale a chi riflette che, quantunque la misura del cattivo ne’ libri di Niccolò sia grande, pure la misura del buono è tale, che non solamente agguaglia l’altra, ma fors’anco la vince; onde non è strano se molti, abbagliati dallo splendore di quel suo buono, duravano fatica a veder poi il buio di quel suo cattivo, e se sostenevano baldantemente che ogni cosa nelli scritti di Niccolò era un pezzo di luce.

La conseguenza di que’ tanti esami e di quelle tante dispute fu quale doveva essere. La corte di Roma, che da molto tempo mostra timore d’essere danneggiata dalle penne delli scrittori e che da Leon decimo in qua si è incessantemente adoperata [p. 170 modifica]

per annichilare tutti i libri che non aiutano le sue mire spirituali e temporali, avvertita da molti frati delle dottrine, a lei pochissimo favorevoli, contenute in quelli di Niccolò, e incoraggiata specialmente da quella gente che si è arrogata il modestissimo titolo di Compagnia di Gesú: la corte di Roma, dico, resa oggimai formidabile in Italia e fuori da’ molti Stati o ricovrati o rapiti nel pontificato del prefato Giulio secondo, e per conseguenza piú valorosa che non era stata nel secolo che precedette quel bellicoso papa, si fece tosto, dietro a que’ gesuitici avvertimenti, a fulminare scomuniche e interdetti d’ogni colore contro ciascuno che avesse osato senza sua licenza leggere l’opere di quel cattivacelo, il quale in cento luoghi d’esse l’aveva, e probabilmente con mille torti, malmenata senza punta di paura, anzi pure senza la minima briciola di buona creanza.

Che la corte di Roma s’avesse diritto di cosi proibire in casa sua la lettura di quell’opere, non è da dubitarne un momento; ma che l’avesse di far lo stesso anche in casa d’altri, è cosa negata da’ parlamenti di Francia, da’ senati di Venezia e da vari altri venerandi ceti di persone, che pur si pregiano d’essere cattoliche, apostoliche e romane quanto li stessi cardinali e monsignori di Roma. Checché ne sia, a me pare che coloro i quali la consigliarono a scagliar giú dal pinnacolo del Vaticano quegl’ interdetti e quelle scomuniche, non conoscessero troppo bene la natura di quella bestia chiamata «uomo»; la qual bestia è si fattamente caparbia, che con quanta piú furia tu la sproni perché vada di qua, con tanta piú ostinatezza fa forza per andare di lá. Voglio dire che li uomini degni di tal nome, al solenne fulminare di que’ tanto terribili divieti, furono presi dalla smania di disubbidirli, talmente che si fecero a leggere ogni scomunicata pagina con molto maggiore attenzione che non avrebbono forse fatto, se Niccolò non fosse stato reso tanto cospicuo e tanto famosissimo dalla tanto inopportuna stizza che si mostrò contr’esso da troppa gente.

Fra i tanti dunque che vollero leggere i libri di lui, non era possibile molti non rinvenissero con facilitá che, se Niccolò doveva a ragione essere abbominato in un luogo, non doveva poi [p. 171 modifica]

contro ragione essere calunniato in un altro, anzi in cent’altri, dove parla poco meno che come un santo padre. Il vedere un uomo malmenato da molti a un tratto è cosa che ripugna a quella certa dolcezza che la natura ha posto ad ognuno nel cuore, e massime quando si dá il caso che i molti che malmenano l’uno sieno gente dammeno di quell’uno. Ciascun uomo è naturalmente proclive a soverchiare tutti li altri; ma nessun uomo ama la soverchieria in altrui, come che l’ami in se stesso. Frai troppi zelanti che, prima e dopo della fulminazione di quelle scomuniche, si fecero a versare ogni genere di vitupèri addosso al povero Niccolò, molti erano gente dabbene; ma molti erano altresí cialtroni tali da non meritare d’allacciargli le scarpe, malgrado anche le tante turpi cosacce uscitegli dalla penna. Aggiugniamo a questo, che non pochi di que’ cialtroni cercarono troppo apertamente di sostituire alle cattive dottrine di Niccolò delle dottrine cattive egualmente, e non direi forse male se dicessi anche peggiori, poiché ad un empio genere di tirannia inculcato da lui tentarono di sostituirne un altro non meno empio e vieppiú insopportevole.

Lo zelo mal composto di coloro, aggiunto a quelle scomuniche, fu cagione, come dissi, che chiunque s’ebbe un po’ di senapa nell’animo non si raccapricciò punto di leggere quell’opere; e molti furono eziandio si burberi e si perversi, che s’avventurarono perfino a multiplicarne li esemplari pel facile mezzo delle stampe, onde chiunque s’avesse la foia che avevano avuta essi potesse presto cavarsela. Né si fecero quelle ristampe solamente in que’ paesi che si comprendono sotto l’appellativo d’«eretici», ma in alcuni altresí che vanno sotto quell’altro di «cattolici».

La presente edizione non è fatta in paese cattolico né da cattolica persona, ma in Inghilterra e da un libraio inglese, il quale non cura interdetti né scomuniche, e bada solo a quello che giudica potergli riuscire lucroso sul mestiero che professa. Il motivo che l’ha indotto a raccogliere tutto quello che va a stampa di Niccolò e a ridurlo in questi tre volumi, è dunque