Le notti degli emigrati a Londra/Il conte Giovanni Lowanowicz/XI

Il conte Giovanni Lowanowicz - XI

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Il conte Giovanni Lowanowicz - X La Polonia e la Russia


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XI.


La perdita era irreparabile. Non avevamo salvo che il pemmican, e fortunatamente il calderino, la lamina di rame, l’accetta... ed altre piccole provvigioni nel fondo della slitta. Ma che dar a mangiare ai cani?

— Ho di che nudrirli per tre giorni, mormorò Metek. Noi cacceremo. Siamo in un paese che abbonda di renne selvagge, argali, orsi, che stanno per isvegliarsi presto e ci daranno, se Dio vuole, non poco travaglio. Frattanto giungeremo alle sponde de l’Anadyr.

— L’Anadyr non è una città, dissi io. Ed una volta colà, abbiamo ancora circa mille verste di fiume da discendere. Quanto ad Anadyrskoi-Ostrog, non voglio approssimarmivi.

— Nondimeno, soggiunse Metek, noi non possiamo restar qui. Saremo inseguiti. Questa notte bisogna viaggiare.

— Ma i cani sono sfiniti.

— Vado a regalarli, disse Metek.

Io vidi allora, con forte fremito, ch’egli, preso il coltello, andò a tagliare quanta più carne potè dalle parti più polpute dei cadaveri dei briganti. Egli l’accatastò tutta sotto i suoi piedi, nella slitta; poi si mise a tondere i muscoli delle braccia e delle spalle, e ne gettò a manate ai cani affamati. Che festa! Mentre quei lupi un po’ addomesticati si davano ad una vera [p. 243 modifica]orgia, Metek accese il fuoco. Ben presto il calderino risuonò, e il pemmican ci fece un brodo in cui stemperammo un po’ di farina di segale. Nient’altro; ma era un liquido caldo, e ci rifocillò.

Due ore dopo, giravamo la steppa macchiosa.

La notte era estremamente fredda, ma chiara; le stelle palpitavano di luce azzurrina. La neve, indurita come marmo, offriva una strada solida e sdrucciolevole. Ai primi passi, i cani caddero sulle orme di un selvaggiume. Ciò fu buona ventura: quelle bestie, che di solito fanno dieci o dodici verste all’ora, oltrepassavano in questo momento le quindici verste — il massimo della loro velocità. Un’ora e mezzo dopo, li lasciavamo respirare per una mezz’ora; poi la corsa ricominciò. Due giorni dopo, eravamo all’Anadyr, nel sito ove la Travyanaija ha le sue foci.

Bisognò riposarci un giorno. I cani non avevano più fiato. Ci credemmo, del resto, liberi dall’inseguimento degli assassini.

Non ci restavano che novecento verste di fiume da discendere.

Io mi credeva quasi al termine del mio viaggio.

— Egli è impossibile raggiungere il golfo d’Anadyr col nostro equipaggio, mi disse ad un tratto Metek. I nostri cani, quasi tutti, hanno i piedi malati. Se sanguinano, siamo spacciati.

— Che fare allora?

— Anzi tutto li calzerò di stivaletti, e continueremo con essi fin dove potremo. Ma è mestieri pensare ad altro.

— Per esempio?

— Per esempio, cacceremo alle renne, ma non col fucile, col laccio. Queste bestie se la svignano verso [p. 244 modifica]il mare Glaciale a primavera, onde sottrarsi al calore ed alle zanzare, e ritornano nelle foreste della pianura il verno per trovarvi un po’ di caldo. Le steppe dei tundrasFonte/commento: Pagina:Petruccelli Della Gattina - Le notti degli emigrati a Londra, Milano, Treves, 1872.djvu/376, della sponda sinistra dell’Anadyr, ne formicolano. L’immensa contrada che principia all’Omolone e si stende fino allo stretto di Behring, tra la via sinistra dell’Anadyr ed il mare Glaciale, è abitata dei Tsciuktscias a renne. Arriveremo quindi a procurarci una muta, il cui nutrimento non ci costerà nulla, e la cui forza e l’abitudine di soffrire sono superlativi. I nostri cani ci serviranno a cacciare le renne. Imperocchè non basta di giungere alla baia d’Onemene, nel golfo; ma bisognerà forse risalire verso il nord, o costeggiare il mare all’est per...

Metek si tacque. Aveva egli indovinato il mio segreto, al pari dell’esaule di Verknè-Kolimsk? Io penso che sì...

Le ripe dell’Anadyr sono molto erte a destra, appiattate in parte a sinistra. Da un lato si osserva la catena degli StanovoiFonte/commento: Pagina:Petruccelli Della Gattina - Le notti degli emigrati a Londra, Milano, Treves, 1872.djvu/376, che comincia là verso il mare di Okhotsk, e prolunga i suoi picchi fino al mare di Behring. Dall’altro lato, sono stagni frastagliati da piccoli laghi, numerosi torrenti e fiumi, e parecchie colline del paese dei Tsciuktscias. Vi è ancora a destra qualche selva, ma lontana, e non raggiunge nè i torendras a sinistra nè le rive del mar Glaciale. Il corso dell’Anadyr è seminato qua e là di isole, e riceve un gran numero di affluenti. Gli ostacoli, che sbarrano il suo letto, si rinnovellano di frequente, ma non sono insormontabili. Incontrammo tutti i pericoli, tutte le sofferenze, tutte le fatiche che avevamo affrontate fin qui: freddo, guerra di elementi, privazioni, inseguimenti di bestie affamate, la vista di [p. 245 modifica]qualche orso bruno, che ci fiutava con una voluttà sibaritica; poi un silenzio spaventevole dappertutto. I cervi stessi ci accompagnavano come se avessero seguito un funebre corteggio.

Il cane siberiano ringhia ed urla, ma non abbaia.

Siccome diveniva sempre più urgente di dar la caccia alle renne — due dei nostri cani sanguinavano già ai piedi — così ci fermammo al sito, ove il Kholole si precipita nell’Anadyr, il sito sembrava propizio. Un cespuglio di arboscelli si prolungava quasi fino alle sponde. La spaccatura delle rocce ci presentava una grotta, che aveva servito, prima di noi, a non pochi orsi, ma che al presente trovavasi vuota. I cani digiunavano da trenta ore. Issammo dunque la slitta sul margine destro del fiume, ed accampammo nella grotta.

Il freddo era feroce, benchè in febbraio. I cani ci aiutarono a cacciare. Fummo tanto fortunati, da uccidere un lupo ed una volpe per il desinare, atteso da così lungo tempo dalla nostra muta. Ma non una renna, neppure una lepre si presentò ai nostri sguardi. Bisognò, per quel dì, contentarci di due o tre Karaki, smarriti in que’ paraggi. All’indomani, l’istessa mala ventura; ma trovammo la traccia delle renne. Questa traccia però, andando dall’est all’ovest, ci consigliò a cacciare sulla riva sinistra del fiume. Facemmo dunque gli apparecchi pel dì seguente.

In fatti, verso il mezzodì, la vista nell’aria di qualche aquila ed altri uccelli da preda, che si librano sempre sulle gregge di renne che emigrano, ci segnalò la vicinanza di queste bestie. Continuammo ad andare nella medesima direzione, e, poco dopo, un branco di renne si offerse al nostro sguardo. [p. 246 modifica]

Se si fosse trattato semplicemente di ucciderne una o due, la preda era sicura. Ma trattavasi di avvicinarle, di tenerle ad una distanza convenevole per lanciare loro il laccio. Un colpo di fucile le avrebbe fatte partire come il vento! La steppa, coperta di neve, si allargava dinanzi a noi a perdita di vista, zebrata di cespi di ginepri ed altre piante fanerogame, malescie e nane, di cui le renne mangiavano i rimettiticci più teneri. Il capo-renna, che dirigeva il piccolo branco, il vojati, quasi sempre una renna femmina magnifica, grande come un bisonte, ci scôrse, e rizzò il superbo suo capo, ma non diede il segnale della partenza.

— Se quelle renne non appartengono a qualche Tsciuktscia, disse Metek, esse hanno avvicinato però l’uomo. Ci sarà quindi facile forse di strisciare dolcemente fino ad esse e tentare di accalapiarle.

Chiamammo i cani, che ci obbedivano con estrema difficoltà, ed io m’incaricai di ritenerli presso di me, mentre Metek si approssimava a carponi verso il piccolo gregge. Le renne non si spaventarono. Esse guardavano con attenta curiosità quell’essere ravvolto in una pelle simile alla loro, che rotolava lentamente nella loro direzione. E Metek avanzava sempre: il mio cuore batteva. Metek accelerava il suo approccio, infine il mio cuore saltò di speranza. Metek arrivava a portata di lanciare il laccio e si rizzava infatti dietro una macchia, quando una freccia fendè l’aria con un sibilo lamentevole, ed andò a conficcarsi nel cuore della renna-capo. Essa gettò un bramíto lacerante e cadde. Il piccolo branco fuggì come uno stuolo di uccelli spaventati. Immediatamente, di dietro un’altra macchia si mostrò un Jukaghir, che [p. 247 modifica]aveva abbattuto il selvaggiume. Ei s’incontrò faccia a faccia con Metek.

Il Jukaghir rassomiglia un po’ al Russo: capelli ed occhi quasi neri, viso lungo abbastanza regolare, una bianchezza straordinaria di pelle, ben fatto, di statura media. Poi, gaio, ospitale, suonando quasi tutti il violino o la balalayka, o mandolino.

Io sopraggiunsi. Il povero cacciatore non sospettava neppure il male immenso che ci aveva fatto. Metek glielo spiegò. Il Jukaghir gettò un grido di gioia, e c’informò che a 50 verste più lontano, all’est, quasi sulla riva del fiume, si trovava una yurta di Tsciuktscias, abitata da una famiglia che possedeva delle renne domestiche. Il Jukaghir ci cedè la metà della sua preda, ciò che noi non eravamo in grado di rifiutare, e si allontanò. I nostri cani furono nudriti, e noi facemmo un eccellente desinare colla lingua della renna.

Partimmo all’indomani alla ricerca della yurta. Ell’era, del resto, sulla nostra via.

Arrivati la sera al sito, ove la yurta provvidenziale doveva essere — Metek aveva presi dei ragguagli precisi — , ci fermammo. La giornata era stata orribile. Avevamo seguito una valle profonda, nella quale l’Anadyr scorre, nell’estate, quasi incassato fra due argini fiancheggiati da rupi a picco, minacciose, e sporgenti.

Intorno a noi si dondolava un vapore azzurrastro, che dava forme bizzarre alle rupi. Dall’alto di questi picchi, colle cime fantasticamente dentellate, slanciavansi delle cascate, ora rapprese dal gelo nel loro salto e formanti sulle costole del granito delle anse di diamante. La crosta del fiume presentava una [p. 248 modifica]superficie fortemente aggrinzata, quasi scompigliata. Verso sera, il vento si levò, e soffiò sì forte, che ci riescì impossibile dirizzare la tenda ed accendere il fuoco. I nostri denti battevano un galoppo formidabile. I cani sbranavano i resti della renna. Noi mordemmo un po’ di pemmican. Un po’ più giù, innanzi a noi, si apriva un gorgo, ove l’Anadyr si precipitava. La notte del 19 febbraio 1866 fu una delle più terribili del nostro viaggio, quantunque avessimo scavato un tunnel nella neve, ove, avvolti nelle nostre pellicce, ci eravamo cacciati.

Sollecitavamo l’arrivo dell’alba per metterci alla ricerca del casolare indicato.

Il tempo si ammansò. Si levarono anzi i venti tiepidi, e la temperatura si riscaldò. Un barlume di sole freddo colpito d’itterizia si avventurò all’orizzonte.

Prima di partire però cercammo di un sito coperto, ove addossare la tenda a qualche pilastro di ghiaccio — non vi erano più alberi — , ed accendemmo un magnifico fuoco, che ci permise di avere un buon brodo, ove immergemmo qualche rimasuglio di biscotto. Cesara si accocolò presso il fuoco. Le spine stesse cominciavano adesso a divenire più rare.

Uscimmo dunque a caccia. Due ore dopo, la yurta dei Tsciuktscias si offrì ai nostri sguardi. Corremmo. Era vuota! Ma le ceneri del focolaio vi erano calde ancora: il che significava che l’abitante era assente, o aveva cangiato di posto il mattino. Il nostro dubbio non si prolungò di molto. Poco dopo, due donne, cariche di bruscoli di rododendro, arrivavano al casolare. Elleno si mostrarono alquanto spaventate della nostra presenza: Metek le rassicurò. L’uomo loro cacciava, e non arriverebbe che a sera. Vicino alla yurta [p. 249 modifica]stavano due piccole slitte. Era dunque evidente che lo Tsciuktscia possedeva o aveva posseduto delle renne. Anche questo dubbio fu presto rischiarato. Alla domanda di Metek, la donna confessò che essi avevano dieci renne, forse le stesse vedute da noi qualche giorno innanzi.

Volendo ad ogni costo parlare all’abitante di quel luogo, cacciammo, aspettando l’ora del nostro colloquio con lui. Uccidemmo una volpe, due corvi, una grue, rarissima in quella stagione, e in quelle contrade. Io ritornai alla tenda, correndo. Metek ritornò alla casipola per parlare allo Tsciuktscia. I miei abiti erano umidi di traspirazione: li cacciai sotto la neve, che assorbì l’umidità e me li rese secchi come se uscissero di un forno.

Metek non riuscì nella commissione, in questo senso, che l’indigeno dimandava, in cambio delle tre renne cui consentiva cederci, del tabacco di Tsciuktscia, fortissimo, o dell’acquavite di cui noi mancavamo affatto. E’ non sapeva che farsi dei rubli, cui non avrebbe potuto barattare che recandosi alla fiera di OstrovnoyeFonte/commento: Pagina:Petruccelli Della Gattina - Le notti degli emigrati a Londra, Milano, Treves, 1872.djvu/376, vale a dire ad 800 verste all’ovest. L’indomani nonpertanto il Tsciuktscia, venne a vederci, e ci portò un mezzo argali, montone selvaggio. Ne aveva uccisi due la vigilia.

Io non fui più fortunato di Metek nel negoziato. Il selvaggio domandava adesso un fucile, o per lo manco un revolver e delle munizioni. Io non poteva disfarmi delle mie armi. Mi decisi quindi a continuare la strada coi cani, facendoli riposare qui: perocchè il Tsciuktscia mi assicurava che la contrada non mancava di selvaggiume. Ora, noi avevamo cani e fucili. L’indigeno cacciava colla picca, colle frecce, [p. 250 modifica]e venne armato del suo batase — una lama di ferro in cima di una lunga asta.

Il Tsciuktscia mangiò con noi, spiando cosa potesse rubare e toccando tutto. Egli venne in seguito ogni dì, mattina e sera, nella sua slitta, tirata da quattro renne. Egli contemplava Cesara con occhi carichi di scintille. La sua famigliarità cominciava a stancarmi. Avevamo fatta una buonissima caccia di argali ed ucciso un orso, avvegnacchè ci fosse stato impossibile avvicinare le renne selvagge e pigliarle al laccio. Fissai dunque la nostra partenza per il domani. I cani erano, se non guariti interamente, in istato di viaggiare. Una copiosa panciata di orso li mise in galloria. La giornata, relativamente calda, fu spesa nella caccia. Verso sera, Metek si ostinò a seguire le peste di un argali; io rientrai per fare qualche rattoppo alla slitta. Fui stupito nel vedere, a poca distanza dal nostro accampamento, la slitta del vicino. Accelerai il passo. Ad un tratto, lo scoppio di una pistola mi giunse all’orecchio. Corsi... mi precipitai nella tenda.

— Al soccorso, mi gridò Cesara, con le vestimenta lacere, e rovesciata al suolo.

Il Tsciuktscia lottava con lei. Vedendomi, e’ si raddrizzò, e si scagliò sopra di me, colla batase alla mano. Era stato ferito alla guancia dalla pistola di Cesara, e gliela aveva strappata di mano. Io rinculai fuori della tenda, ed afferrai l’accetta. Avevo il fucile: avrei potuto abbattere quel miserabile con una palla nella fronte come avevo fatto dell’orso; ma mi sembrò vigliaccheria. Ero forse ridicolo; ma infine la fu così. Un duello in regola cominciò tra noi due. Il selvaggio aveva il vantaggio dell’arma, io quello della ginnastica [p. 251 modifica]e della scherma. Per buona ventura, e’ non si avvisò di servirsi del revolver. Io parai a lungo, volendolo disarmare e prendergli così le renne in cambio della vita. Ma egli mi attaccò con rabbia, con acciecamento: io saltava a destra ed a manca. Ei credette che io mi avessi paura di lui, e divenne più accanito, più furibondo. Cesara uscì, e gridò:

— Guárdati, guárdati!

Lo Tsciuktscia, infatti, si abbassava per cacciarmi il batase nel ventre. Io non mi contenni più: un colpo di accetta gli aprì il cranio in due, e lo rovesciò fulminato.

Metek sopraggiunse.

Voi comprendete il resto.

Io ripresi il revolver rubato a Cesara, e mi impossessai delle renne e della slitta dell’indigeno.

Aggiogammo, come potemmo, cani e renne, e partimmo la notte stessa. Un’aurora boreale ci aiutò a tirarci dal letto dell’Anadyr, per evitare lo sdrucciolo a picco di una delle sue cascate gelate.

Il resto del viaggio si compiè senza accidenti umani, ma le difficoltà naturali ci opposero ancora mille ostacoli. Li superammo tutti finalmente, ed il 7 di marzo 1866 ci arrestammo all’imboccatura della Krusnaia, uno degli affluenti dell’Anadyr, a 300 verste dal mare.

Ci riposammo in quel sito. La contrada era divenuta sempre più selvatica. Gli alberi erano interamente scomparsi, la selvaggina presso a poco. Tenemmo consiglio. Bisognava continuare, od aspettare quivi lo scioglimento dei ghiacci?

Dopo aver bene riflettuto, pesate tutte le probabilità, considerati tutti i casi, ci decidemmo ad avanzare fino al sitoFonte/commento: Pagina:Petruccelli Della Gattina - Le notti degli emigrati a Londra, Milano, Treves, 1872.djvu/376, ove l’Anadyr cessa di essere fiume [p. 252 modifica]e diviene la baia di Onemene. Il 13 marzo, infatti, eravamo nel paese abitato dagli Tsciuktscia-Onkiloni, Tsciuktscias sedentari, mentre i nomadi, i Tsciuktscias a renne, sono accampati nella parte montagnosa della contrada, al nord-ovest del mar Glaciale.

Per quale considerazione mi era io deciso a recarmi in questa contrada, piuttosto che sulle sponde del mar Pacifico, o nella Cina, traversando il deserto?

Per le seguenti principalmente:

Io dovevo incontrare meno agenti russi sulla mia via; questa via, nel verno, era quasi sempre letto di fiumi e superficie di laghi gelati; arrivato nel golfo di Anadyr, io aveva tre probabilità di salvamento: o traversando durante l’inverno, in slitta, gli ottantaquattro chilometri che separano l’Asia dall’America, il capo Orientale dal capo del Principe di Galles, vale a dire lo stretto, come fanno ogni anno gli Tsciuktscias, che si dedicano al commercio; o, traversando lo stretto durante l’estate, approdare all’isola delle Spezie, e recarmi di là nell’America russa, come fanno nelle loro cattive baydares gli Tsciuktscias, intrepidi marini; ovvero io poteva, arridendomi la fortuna, trovare un baleniere americano od inglese, venuto alla pesca della morsa, dell’orso bianco, del vitello marino e della balena, abbondantissimi in que’ paraggi alla rottura dei ghiacci.

Questa parte della costa nord-est dell’Asia è più popolata, precisamente perchè gli anfibi e le balene la frequentano di più.

Avrei potuto avventurarmi nell’America russa e nelle regioni dei Samoiedi, quando l’avessi voluto, in due giorni; ma ciò era quello che mi conveniva meno. La mia speranza era proprio d’installarmi a [p. 253 modifica]bordo di una baleniera e di toccare così un porto dell’Arcipelago del re Giorgio, dell’Arcipelago del principe di Galles, nel nuovo Norfolk, nella nuova Cornovaglia, nel nuovo Hanovre, in qualche porto del mare di Hudson, all’isola Vancouver, o infine in un porto del territorio di Washington.

Le tribù del golfo di Anadyr non sono cattive, ma sospettose, ladre ed interessate. Io voleva avere con questi indigeni il meno di attinenza possibile. Quindi mi stabilii nell’interno delle terre, non lontano dal fiume, per aspettare il mese di giugno e l’arrivo delle baleniere. Se questa buona fortuna mi falliva, io avrei preso allora una risoluzione definitiva. Infrattanto, mandai Metek alla costa, nella baia di Onemene, per pigliar lingua, ed io mi diedi a cacciare ed a pescare.

Per pescare, forai il ghiaccio del fiume e vi cacciai dentro la rezzuola. Le renne se la cavarono da sole, come potevano, poveramente, leccando il muschio o scavando il lichene, quest’ultimo dei vegetali che copre l’ultima delle terre, come dice Linneo. Ma diveniva quasi impossibile nudrire i cani. Non potevo, pertanto, lasciarli morire di fame. Il più prezioso e il più raro oggetto del nostro mantenimento però era il legno. L’ho detto: non incontravamo più selve; bisognava andare alla ricerca dei tronchi trasportati dai flutti, che arrivano persino dalle coste di America.

Metek ritornò dopo sei giorni di assenza, seguito da un Kamakay, il capo di una tribù di Tsciuktscias, della baia di Notchene, e da due altri indigeni, in due slitte. Mi portarono in regalo una foca. Metek li aveva completamente rassicurati sulle mie intenzioni pacifiche, confermate, del resto, dalla mia posizione. [p. 254 modifica]Egli aveva detto loro che io non veniva per assoggettarli o cacciarli da quella contrada; che io era un inviato dello Czar bianco; che i ladri ci avevano spogliati delle nostre narte, ove erano le provvigioni ed i regali di tabacco e di vetrerie, che io portava loro; che la mia missione era di disegnare il paesaggio di queste coste desolate.

Ora, e’ non avevano compreso questa singolare missione. Venivano quindi ad assicurarsi coi loro occhi della verità del racconto di Metek. Il Kamakay si chiamava Ethel.

Non volendo espormi ad uccidere altri Tsciuktscias, nè esporli a rinnovare l’attentato infame che avevo punito, ricevei i miei visitatori fuori della tenda, dicendo che mio fratello era molto malato. Il Kamakay sembrava imbarazzato. La nostra storia, i nostri disegni non gli parevano troppo chiari. Per cancellare ogni cattiva idea dalla sua mente, io entrai nel pologhe, e ne uscii con un album e delle matite. Mentre io parlava, e Metek gli spiegava bene o male le mie parole, io schizzai il paese che ci circondava ed il ritratto di Ethel, perfettamente riesciti. Gli mostrai il foglio.

Quando egli vi ebbe gittati gli occhi, divenne livido e come preso da terrore: mi prese per uno sciaman, che gli gittasse un sortilegio. Lo rassicurai. E gli promisi di dargli lo schizzo contro cinque vitelli marini, dieci narte di legno galleggiante, ed una tenda più larga in pelle di renna, il tutto trasportato nel sito che io gl’indicherei bentosto. Ethel sembrò incantato del negozio. E se ne andò quasi in estasi, quando gli dissi che lo Czar bianco, figlio del sole, non potendo recarsi in quelle contrade, voleva avere [p. 255 modifica]le immagini dei Kamakay suoi amici, e ch’essi tutti passerebbero sotto gli occhi dello Czar, il quale manderebbe ad ognuno d’essi un Kamley in panno rosso.

Non ebbi mestieri aggiunger altro ed occuparmi di altro. Tutti i Kamakay del paese, a quattrocento verste intorno, accorsero per avere il loro ritratto e mi portarono regali. Ebbi tutti i ragguagli che volevo; ma sventuratamente, non affatto di mia soddisfazione.

I balenieri visitavano que’ paraggi molto irregolarmente, nè ogni anno, nè ad epoche fisse; lo stato del mare e la fortuna della pesca sopra altre coste decidevano dei loro viaggi.

Questa conoscenza più precisa della mia desolata situazione mi determinò a portare il mio accampamento sulla riva sinistra dell’Anadyr, mentre era ancora gelato, ed andare a stabilirmi più vicino del capo Orientale e della baia di San Lorenzo. Mandai Metek a scegliere il sito meno tristo di quella steppa, ove si rinvenisse un po’ di muschio per le nostre renne, ed ove il legno galleggiante non fosse nè troppo raro nè troppo lontano. Si trattava di aspettare fino al mese di agosto, forse; perocchè io aveva risoluto di non tuffarmi nell’incognito dell’America russa se non all’ultimo estremo.

Metek compiè la commissione in modo ammirabile. E alcuni giorni dopo, verso la fine di marzo, io andai ad occupare con Cesara il padiglione in pelle di renna, che Ethel mi aveva fatto innalzare vicino ad una delle numerose caverne dietro al monte Zerdzi-Kamen, tra la baia di Onemene e quella di San Lorenzo, proprio nel sito ove gli Tsciuktscias si nascosero per assassinare i Russi infami, che seguivano [p. 256 modifica]Paulowski — a circa quattordici mila chilometri da Varsavia!

La nostra dimora si addossava ad un monticello di 300 metri di altezza a picco. Esso formava una delle pareti del burrone, ove si slancia, di roccia in roccia di granito rosso, un torrente, nel mese di giugno, e che adesso rassomigliava ad una scalinata di cristallo per un gigante. Qualche aborto di larice nero ed informe tremava dal freddo sull’altro versante del precipizio; ma la vallata, che si apriva innanzi al torrente, si abbelliva nell’estate di piante, e di poche bacche di un verde-giallo clorotico. Di già sulla neve le cellule del protococcus cominciavano ad animarsi ed aggrupparsi. I paperi selvaggi venivano a fare la loro muta nei ruscelli, i palmipedi marittimi vi arrivavano in partite di piacere. Vi si pescava un po’ lo sterlet, la nelma, il mauksune e lo tscir — tutti grossi pesci della specie della trota e del salmone. I vicini non erano gente trista. Le donne vi venivano la state a raccogliere un po’ di frutti del vaciet di montagna, quando maturava. Nelle tane dei topi abbonda la radice farinosa della makarcha, ciò che mi procurava il sollazzo della visita curiosa degli orsi bruni, i quali venivano a scavare i topi, cui inghiottivano con una soddisfazione sibaritica, tirando fuori la radice.

Io non era lontano dalla costa, ove s’incontrava qualche casipola di rifugio per i cacciatori, ed ove io poteva godere dello spettacolo del mare e darmi ai miei studii topografici. Potevo andare alla caccia dell’isatis bianco o turchino, dell’orso bianco, dell’argali, della volpe, del lupo, del leone e del vitello marino, e di tutta la tribù degli uccelli viaggiatori ed [p. 257 modifica]acquatici, e dei quadrupedi che fuggivano innanzi al flagello divoratore dei dipteri succhiatori. Il ghiaccio rompevasi al mese di giugno. I blocchi di ghiaccio cumulati, formavano delle dighe, cagionavano delle inondazioni che, ritirandosi, lasciava un letto di piccoli pesci, cui si disseccavano per i cani.

Io non avevo bisogno di tutto codesto, perocchè, in qualunque modo, io non avevo a passar l’inverno sul mare Glaciale. Ma Metek? Ma chi sa? D’altronde, io dovevo giustificare la parte cui rappresentavo.

Io non saprei esprimervi lo stupore atterrito che mi prese contemplando per la prima volta, verso il principio di aprile, lo stretto di Behring. Avevo lasciato Metek e Cesara all’accampamento ed ero partito con Ethel e con alcuni altri Tsciuktscias per andare alla caccia dell’orso bianco e della foca. L’aria sembrava pura; ma eravamo appena in cammino che il vento nord-ovest ci scatenò su un nebbione denso e nero come il fumo, chiamato morok. Noi non vedevamo il compagno assiso a fianco a noi sulla stessa slitta. I cani andavano d’istinto. Avevamo a scalare un monticello conico per sboccar poi, per un torrentuolo, sulle sponde del mare. Facemmo alto alla vetta della balza onde fare riposare i cani. Ad un tratto il vento saltò al sud-est, e come un sipario di opera che si leva, il nebbione si dissipò, non so dove, ed il mare si schierò innanzi ai miei sguardi abbagliati.

Era il mare?

Figuratevi la Svizzera vista dall’alto di un pallone aerostatico, a mille metri al disopra del monte Bianco. Figuratevi la cattedrale di Milano cento volte più grande che Londra, vista dalle regioni ove spa[p. 258 modifica]zia l’aquila, ed avrete appena un’idea di quel magico spettacolo. Dei milioni di guglie d’ogni forma, bianche, verdi, azzurre, forate a giorno, ricamate, frangiate sul fondo grigio dell’aria! Un campo interminabile di picchi, di rocce, di piramidi di montagne, prendendo gli aspetti i più sinistri, i più strani, i più fantasticamente impossibili di castelli merlati, di templi greci, di pagode, di minareti! Qui la forma dell’orso, dell’elefante, più giù la forma del dragone, a lato la sega, o una tavola di marmo per giuocarvi la partita dei Titani, sur un tripode sottile come quello dei candelabri antichi. Poi, palle, poligoni scintillanti, un alce del mondo antidiluviano con le sue corna maravigliose, tutta la creazione dei mostri della primavera del mondo — i mammuth, i pterodattili, gli archeopterix, gl’ichtyosauri — tutta una creazione di delirio ammalato. Poi, valli profonde ove una neve rosea scintillava, o ponti sospesi; un arcipelago cosparso di fantasimi opachi e traslucidi, curvi, in piedi, inclinati, oscillanti; arcati, appoggiandosi gli uni sugli altri, ad ogiva, a pieno centro. Di lontano, un gruppo di torose di formazione recente — è questo il nome dei blocchi di ghiaccio — avendo ciascuno sul dorso uno o più orsi bianchi, derivando verso una spalancata polinas — crepaccio — che li inghiotte l’uno dopo l’altro. Più lontano ancora delle isole che camminano e vanno all’incontro l’una dell’altra, si urtano col rumore del tuono, si aggraffano, si frangono, s’inabissano. Uno scricchiolamento metallico formidabile di tempo in tempo, come migliaia di tuoni rauchi. Una battaglia di montagne in marcia. Degli interstizi di acqua azzurra, leggermente spolverati di brina. Più al di là ancora, lo spazio. Sulla costa, un [p. 259 modifica]seguito di balzi dentellati e merlati. E con ciò, non sole, ma un giorno di una bianchezza cadaverica, attristata da un riverbero verdognolo.... Ecco lo stretto di Behring ed il mare polare della Siberia. Mi sentivo circondato del vago, del vuoto! Era spaventevole e splendido! Mi fermai per schizzare un abozzo e, quel giorno lì non volli andare più lontano.

Verso sera, una magnifica aurora boreale dai raggi luminosi di colori diversi, illuminò il cielo e rischiarò la mia strada fino ad un’ora avanzata della notte. Vi erano circa venti gradi di freddo. I Tsciuktscias trovavano che faceva caldo. Io arrivai alla mia tenda ove mi attendevano il sorriso amato di Cesara, un’oukha succulenta di tscir alla cipolla selvatica, qualche radici che Metek aveva dissotterrate dal ghiaccio, ed un piccolo fuoco di muschio e di ossa di balena.

Percorrendo il tundras, alle sponde del lago Yukney, Metek aveva trovato una sayba — o cassa di ghiaccio innalzata su due pilastri di pietre — contenente uno di quei depositi di pesce, di carne di renna o di orso e talvolta anche delle pelli, che si trovano soventi nella Siberia abitata da orde nomade. Si mette un segno a questi depositi onde possano essere utili ad altri viaggiatori. I nostri cani ne ebbero sollazzo e noi pure. Perocchè noi non eravamo certo ghiotti della carne di morsa, di orso bianco, o della pelle di balena di cui si regalano gli indigeni....

Arrivammo così, bene o male, al mese di maggio.

La miseria degl’indigeni della Siberia, ho potuto constatarlo, è occasionata in grande parte dal rigore feroce del clima. Ma l’imprevidenza, l’inesperienza, lo spirito di fatalismo, l’incapacità dell’uomo, vi contribuiscono largamente. «Non si evita ciò che deve [p. 260 modifica]essere»! ecco il motto ordinario che riassume tutta la scienza, tutta la fede del Siberiano. Metek erasi spigliato e dirozzato. Accoppiando quindi alla sua forza ed alla sua costituzione di bronzo di Yakuto, l’agilità, la volontà, l’energia, l’ingegnosità europea, ei faceva miracoli.

Il mare è tutto per lo Tsciuktscias: prato, campo, foresta, fiume; egli vi pesca di che riscaldarsi, mangiare, vestirsi. Noi guardavamo, al contrario, la terra, per quanto lugubre la potesse essere, e le strappavamo di che vivere. La caccia dell’argali, della renna, dell’orso, ci arrise. Le androsacee, le genziane, le sassifrage, le achillee millefolium, spuntavano di già. Di già si intravedeva il grazioso cornillet dai fiori rossi, delicatamente adagiato sur un cuscino di muschio verde. La neve sembrava venata di sangue, colorata qua e là dalla tinta di ruggine dei licheni, o in rosso, in verde, in giallo, da una flora di cryptogami rudimentari. Rompendo la corazza ghiacciata del fiume, la pesca ci provvedeva largamente. Metek scoprì che la radice del boursault rampante era un eccellente condimento alla carne; che si poteva ottenere un thè non troppo cattivo, da un certo muschio del granito verde e da una specie di felce aromatica dal gusto gradevolissimo; ed un giorno egli arrivò in aria trionfale con un cavolo marino — crambe maritima — che ci dette un stchi, o zuppa saporitissima. Prevedendo l’ignoto, noi cumulavamo le provvigioni. Ma la fusione dei ghiacci cominciò per bene.

Avevamo fatte parecchie corse verso il mare, un poco per sorvegliare le numerose trappole agli isatis, ai lupi, alle volpi, che Metek, alla moda degl’in[p. 261 modifica]digeni, aveva accomodate d’ogni banda, cifrandole con un segno che dinotava la sua proprietà, ma principalmente per osservare il progresso della liquefazione. Al di qua della collina era il silenzio, l’immobilità, l’uniformità maestosa e religiosa che s’incontra per migliaia e migliaia di verste percorrendo la Siberia; dall’altra banda, era l’Oceano che si svegliava dal suo sonno di nove mesi; era l’ebbrietà vertiginosa della vita.

A destra e a manca sormontavano, alla superficie di un oceano di vapori, delle creste nere e slanciate che foravano la loro guaina di diamante e salutavano il sole, avendo i loro fianchi solcati di neve eterna, o niellati di fili di argento brunito — i ruscelli. Il sole lanciava di già raggi porpurei che coloravano tutto di tinte rosee ed animavano di uno scintillio tremolante le nappe bianche della neve, la superficie azzurra dei ghiacci. La luce scomposta dalle molecole nevose, che impregnavano l’aria, lanciavaFonte/commento: Pagina:Petruccelli Della Gattina - Le notti degli emigrati a Londra, Milano, Treves, 1872.djvu/376 sul fondo vaporoso una miriade d’archi-baleno. Il vento, di una violenza furiosa, animava il paesaggio. L’eco dei baratri ripercoteva gli urli del vento. La sabbia ed il polviglio della neve si levavano, si mischiavano, turbinavano, davano l’assalto al cielo. Di fronte era l’Oceano che rompeva la sua camiciuola di forza con un ululato terribile. I campi di ghiaccio voltolavano, correvano alla deriva, s’incontravano e si precipitavano gli uni sugli altri con una demenza che atterriva. Il masso affondato scompariva negli abissi, inzaccherando tutto della sua schiuma furibonda; ma poco dopo e’ risaliva a galla, lordo di limo verde e di sabbia, per ricominciare la lotta, avendo ripreso forza al contatto dei fondi desolati. L’immensa stesa immo[p. 262 modifica]bile entrava, a sua volta, anch’essa in furore, si metteva in moto di un sol pezzo, di un sol tratto, brontolava sordamente e poi terribilmente, si screpolava, si fiaccava, e delle montagne, sollevate dalle onde, portate sul loro dorso, solcavano lo spazio, spruzzavano verso il cielo come raggi. Il flutto corrucciato del suo lungo imprigionamento, del suo lungo silenzio, della sua lunga impotenza, era terribile adesso ed invadeva lo spazio, borbottava, gridava, correva, rovesciava, rompeva, polverizzava, urtava, distruggeva. Lo spazio illimitato diveniva un campo di battaglia, ove la nebbia che si sollevava un po’ sul ghiaccio, teneva luogo di fumo. Uno spesso vapore bleu innalzavasi allora dal fondo delle acque, come il fiato di un mare, che rinveniva dall’asfissia. L’orso bianco esso stesso era esterrefatto. Tutto si torceva sotto il dilaceramento. La creazione fantastica dell’onda, sorpresa ed immobilizzata nella vertigine che le davano i venti e le forze cosmiche, questa creazione si annientava nello scompiglio della battaglia. Dei pilastri di vapore turchino indicavano le irreparabili ferite dei campi di ghiaccio continuo, cui lo sguardo contemplava in lontananza. Si sarebbe detto che le valli delle Alpi si gonfiassero e gittassero lungi di fuori le montagne che correvano l’una sull’altra.

Il sole restava adesso in permanenza all’orizzonte — per cinquanta giorni — ma si sollevava a poca altezza, riscaldava appena. Il suo disco aveva la forma ellittica e lo si poteva fissare senza esserne abbagliati. Verso l’ora che doveva essere la notte, esso si abbassava un cotal poco, poi, due ore dopo, risollevavasi sull’orizzonte, tanto più chiaro quanto faceva più freddo, e la natura intera si apriva ad un sorriso fecondo. [p. 263 modifica]

Non crepuscolo, come non primavera nè autunno.

Ma la state non è un beneficio per il regno animale, uomo e bestie; imperciocchè appena, in giugno, spira un soffio di calore, che le miriadi di zanzare compaiono e, sotto forma di nuvola densa e scura, oscurano il cielo. Bisogna allora tuffarsi nel fumo infetto dei dimokur, quando si ha muschio o legno verde da bruciare sotto il lato del vento, e rinunziare così all’incanto della luce pura, dell’aria fresca. Gli animali fuggono verso le sponde del mare, ove il vento freddo dissipa questi insetti sanguinari. Noi fummo obbligati ad abbandonare il nostro accampamento e trasportarlo incontro allo Stretto.

Gl’indigeni ci regalarono abiti leggeri, costrutti delle budella della morsa.

Infrattanto la stagione avanzava. L’ora della speranza, e l’agonia che essa sveglia, sonava: ecco giugno. Il mare carreggiava sempre i suoi ice-bergs o torosi, ossia monti di ghiaccio. Si vedevano ancora di lontano degli spazi immobili di ghiaccio continuo; ma l’azzurro dei fiotti rivaleggiava con quello del cielo, l’acqua ribolliva, saltava, fremeva, viveva; il naviglio prendeva il posto della narta e della slitta.

Ecco il mese di luglio: e non un baleniere!

Ecco il mese di agosto: e non un baleniere! —

Abbrevio.

Io non potrei giammai comunicarvi il sentimento di ansietà spasmodica che, per quaranta giorni, oscurò le nostre veglie e popolò di fantasimi il nostro riposo. Noi eravamo giunti a considerare come una delle venture le meno lugubri il ritorno a Ya[p. 264 modifica]kutsk, vale a dire, il disonore per Cesara e per me la morte sotto lo knut.

I progetti del nostro salvamento s’incrociavano: approdare all’America Russa ed andare incontro all’incognito dei Samoiedi; risalire l’Anadyr, traversar le montagne e sboccare verso il mare di Okhotsk, al golfo di Penjinsk, recarci alle isole Aliutine, nel Kamtsciatka e di là, come Benyowski, salpare verso Canton; passare il verno alle sponde dello stretto di Behring ed attendere l’anno prossimo; o recarci nell’America russa con gli Tsciuktscias che vi vanno a cercar pelliccerie... Tutto ciò era tenebre, dolore, disperazione. Infine, io mi decisi a traversare lo Stretto in una baydara indigena, barca costrutta di costole di balena e pelli di foca, ed approdare più al sud che potessi del Capo del Principe di Galles. Ethel era pronto a condurmivici, contentandosi, per tutto prezzo, di uno dei miei revolver e di un po’ di polvere. Io potevo condurre meco Metek, la tenda, le renne, i cani, la slitta: quattro o cinque di quelle barche si mettevano a mia disposizione. Non avevo che un centinaio di leghe marine da navigare. I nostri sguardi non si distaccavano più dal mare. La mia vista aveva acquistata un’acuità incredibile. Io comprendevo il linguaggio di ogni fiotto, di ogni soffio, di ogni onda, di ogni cangiamento di tinta d’ombra e di luce. Il giorno della partenza era fisso al 7 agosto. I fagotti erano allestiti. La rassegnazione era caduta sopra di noi come il coperchio di una tomba. Lo scorruccio ci annichilava l’anima. Io cominciavo a dubitare dell’intervento divino nella vita del mondo, che la mia religione insegnavami. [p. 265 modifica]

— Bontà di Dio! Misericordia eterna! L’è una nuvola? L’è una vela? L’è un punto nero! No: l’è una delle tre isole dello Stretto! No: l’è un masso di ghiaccio che sorge dagli abissi! Che? esso si approssima. Esso ingrandisce e prende forma. Esso avanza dalla nostra parte....

Cesara ed io cademmo in ginocchio e baciammo il suolo. I nostri occhi nuotavano in lagrime di gioia. L’era una nave....

Io distinguevo la bandiera.

— No, non è la bandiera russa. È dessa inglese, olandese, americana? Guarda, guarda ancora, guarda meglio, Cesara... Le stelle americane!

Sì, era un brick di guerra degli Stati-Uniti che bordeggiava al vento per entrar nella baia. Esso aveva seguito la costa delle isole Aliutine, facendo osservazioni idrografiche ed astronomiche. Le trattative della cessione dell’America russa agli Stati-Uniti, erano cominciate e Lincoln aveva ordinato delle verifiche.

Un’ora dopo, la nostra baydara era in mare. Tre ore dopo, io parlava al capitano dell’Ocean-Queen. Cinque minuti dopo, Cesara ed io eravamo ricevuti in mezzo agli evviva entusiastici dell’equipaggio. Un deportato polacco che aveva traversato tutta la Siberia per scappare allo Czar? che festa! che trionfo! che strepito nel mondo intero!

Un’ora dopo, Cesara ed io avevamo ricevuto degli abiti da marinaio. Le nostre pelli, i nostri arnesi di Yakutsk, i nostri intestini di morsa erano orrendi!

Metek non volle seguirmi. Egli pensava passar l’inverno fra gl’indigeni, recarsi con loro alla fiera di Ostrovnoye, e con i Yakuti, che frequentano que[p. 266 modifica]sta fiera, ritornare a Yakutsk. Io gli diedi tutto: provvisioni, viveri, armi, abiti, tenda... e dugento dei trecento rubli in oro che mi restavano.

Sciogliemmo dallo Stretto cinque giorni dopo. Costeggiammo lo Kamtsciatka. Da Petropaulowski, scrissi a mia madre, e la mia lettera, nel plico del capitano pel console americano a Varsavia, fu trasportata dalle poste russe...

Sposai Cesara a New-York, ove ricevei lettera e danari da mia madre e da... mio fratello!