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XIV XVI
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XV.

Quello che Virginio Lorini aveva incominciato a sentire di sè, prendeva forma a grado a grado, e corpo e senso di verità. Nella casa ch’era stata sua per oltre vent’anni, egli diventava straniero un giorno più dell’altro. Quella non era più abbastanza la casa Bertòla, ed era già troppo la casa Spilamberti. Il conte Attilio ci prendeva radice; ancora un po’ di tempo, e non l’avrebbero più smosso neanche colla leva d’Archimede.

E come mai poteva egli guadagnar tanto nell’animo del suocero? Non già coll’unto, di cui il signor Demetrio ben conosceva la pessima qualità, e che il conte, del resto, non s’ostinava più a dargli; ma piuttosto per virtù di pazienza, che [p. 224 modifica] dà tempo al tempo e vittoria alla consuetudine. Il conte Attilio, finalmente, era il babbo di quei due diavolini che empivano dei loro strilli, delle loro risa argentine, delle loro amabili prodezze tutta la casa, dandole un’aria di gioventù, di freschezza, che non aveva avuta mai; neanche ai bei tempi di Fulvia, figlia unica, sola creaturina là dentro, e del sesso meno chiassoso. Quel conte, poi, era pentito degli errori commessi; e con una gravità costante, di tutti i giorni, di tutte le ore, dava fidanza di un mutamento, che certo era un bene per lui, ma che sarebbe poi sempre tornato di grande utilità alla famiglila. Aggiungete che quel conte non disprezzava il Eottegone e mostrava di prendere amore ai fatti del piccolo commercio. Quell'amore poteva esser nato dal bisogno; ma quanti amori non cominciano così? Il bisogno si muta in abitudine; l’abitudine genera la curiosità; la curiosità si trasforma in sollecitudine: la sollecitudine è già principio d’amore, e non d’amor pazzo, che suole esser fuoco di paglia, ma severo, profondo, continuo, come fuoco di querce, che con un cepperello vi riscalda per tutta una sera d’inverno.

Da principio, per verità, il signor Demetrio si sarebbe passato di quel ficcanaso; lo avrebbe veduto più volentieri a passeggio che non al Bottegone. Poteva mantenere quella bocca inutile, ed altre ancora, senza sentirne alcun danno. Ma quella bocca inutile voleva rendersi utile; che farci? Dopo tutto, non era un gran guaio, e si poteva lasciar correre la mania operosa di quel poveraccio, che aveva esordito con una vera girandola di disegni, uno più stravagante dell’altro, ma poi a mano a mano aveva abbassate le ali, vedendo coi proprii oochi le cose e ricredendosi umilmente di tutte le sue scioccherie.

— Come avevi ragione, babbo! — diceva egli al signor Demetrio. — Come avevi ragione a ridere sotto i baffi, della mia tracotanza! Vedo bene, ora che ci ho fatto un po’ di pratica, che avevi pensato a tutto, e che qui non c’è da far nulla di nuovo. Il Bottegone non può dare più [p. 225 modifica] di quello che dà, non essendoci più niente da aggiungere, trovandocisi oramai tutto quello che la gente può chiedere. Non resta, la riconosco, che di seguitare sul vecchio solco, e di far fruttare la buona semente.

— Ah, sia lodato il cielo! — rispondeva il signor Demetrio. — Tu sei dunque persuaso, che non c’era più da inventare la polvere? —

Ed era più contento di quella vittoria, l’inventore del Bottegone, che non sarebbe stato di sentirsi dimostrare la certezza di guadagnar ventimila lire di più od ogni fin d’anno.

Gli uomini si pigliano pel loro debole, come le mosche. Il conte Spilamberti, che aveva fatta in principio tutta quella pompa della sua superiorità intellettuale, delle sue cognizioni finanziarie, del suo colpo d’occhio infallibile, era diventato di giorno in giorno più dolce e più remissivo. Infine, se anche a Mercurano aveva dato in ciampanelle, si era assai prontaanente ricondotto in carreggiata. Ed anche per gli errori commessi a Roma, non era da usargli misericordia? Nel fatto, non ne aveva commessi più di tanti e tanti altri, gran finanzieri ed autentici, che erano andati come lui a gambe levate. Lo stesso principe Andolfi, presidente della «Nuova Esperia», non era rimasto sul lastrico? E il banchiere Spitzbolzen, anche lui, così forte cacciatore di scudi nel cospetto del Signore, non aveva dovuto chiedere la moratoria? Dopo quei due esempi solenni, si poteva intendere il caso del conte Spilamberti. Quella di Roma era stata una crisi generale, universale, come il diluvio; per iscamparne, sarebbe stato necessario esserne avvisati prima, tanto da aver tempo a rifugiarsi nell’arca e magorì fabbricarsene una.

Quel povero conte Spilamberti, rimasto ignudo bruco in quella catastrofe, non aveva perduto il coraggio; si rimetteva a lavorare, e nella forma più umile, quasi a dimostrare nella sua serena modestia di non aver meritata del tutto la sua grande sventura. Non istava già dietro il banco a vendere. Altro ci sarebbe voluto; ad [p. 226 modifica] esempio, gran destrezza di mano, un occhio al panno e l'altro alla canna, la cognizione minuta e pronta di tutti i prezzi delle cose, il fiuto ingenito, inesplicabile, infallibile, dei difetti dell’avventore, per tener su quei prezzi o per abbassarli d’un tanto, e via via cento piccole cose che non s’insegnano, che non s’imparano per grammatica, ma che debbono svolgersi naturalmente, coll’aiuto delle circostanze, come le qualità essenziali d’un giudice istruttore o d’un can da tartufi.

E poi, se anche avesse amato star lui al banco, non ce lo avrebbe voluto il signor Demetrio, per non far torto a nessuno dei suoi giovani di negozio. Neppur egli ci stava mai, al tco; non poteva vederci volentieri il suo genero, che era spiantato fin che si voleva, ma conte, e certe umiliazioni gli andavano risparmiate. Quel conte aveva per caso una bella mano di scritto: domandava di copiare, d’intestar registri, di scriver lettere, conti, fatture: quello era il pan pe’ suoi denti. Così, come si offriva, fu messo a scrivere, ed ebbe parte alla corrispondenza del Bottegone.

Quella povera corrispondenza, Virginio se la vide levar di sotto con una destrezza, con una grazia, con una leggerezza di mano, che egli a tutta prima non si fece neanche un’idea del colpo. Così, quando un ladro ci leva di tasca il portafoglio, o ci strappa dall’occhiellc della sottoveste la catenella dell’orologio, non sentiamo lì per lì che un lieve urto, quasi lo strofinìo del gomito d’un viandante frettoloso. E gli dava anche aiuto dei suoi consigli, quante volte il signor conte si facesse a domandargliene. A breve andare non furono più consigli, ma semplici informazioni che quell’altro chiedeva; sempre e per il migliore andamento del servizio, per il più sollecito disbrigo degli affari.

— Non c’è male; — diceva il signor Demetrio, vedendo tutta quella smania di fare. — Caveremo da te qualche cosa.

— Eh! — rispondeva il genero, facendo bocca da ridere, — bisognerà bene che mi adoperiate, [p. 227 modifica] voi altri, se non volete farmi mangiare il pane a tradimento. —

Qualche volta il signor conte sospirava le sue grandezze perdute; ma non troppo profondamente, e mescolando un po’ di celia alramaro della sua condizione mutata.

— In verità, — diceva il signor Demetrio, — non so come ti adatti a questa vita.

—; Per forza, san Marco! — rispondeva quelTaltro. — Ed è gran fortuna, nella disgrazia, quel che mi tocca. Non a tutti i fannulloni miei pari è dato di trovare un babbo come te. Conveniamo, per altro, che in certe cose la fortuna avrebbe potuto usarmi gualche riguardo maggiore. Vedi, ad esempio, i miei beni, come sono stati venduti a stracciamercato. Valevano il triplo, a dir poco. Il mio castello di San Cesario!... Quello, poi, è per me uno schianto di cuore. E bisogna vedere come lo fanno figurare! Mi scrive un amico da Modena, che è diventato un gioiello, in mano al suo nuovo proprietario.

— E non si sa chi sia?

— Un notaio, dicono; ma certo non ha comprato per sè. Si può immaginare un notaio che vuol fare il castellano? Comunque, benedetto lui, che ama quelle povere pietre e mostra di pregiarle per quel che valgono. Un giorno o l’altro, dopo averci spese diecimila lire oltre il prezzo d’acquisto, venderà la rocca a qualche inglese, per un centinaio di mila lire.... Basta, non ci pensiamo, e sia pure quel che il destino ha voluto. —

Con questa filosofia il signor conte si metteva al lavoro. E le domande di ragguagli fioccavano ogni giorno, esercitavano la pazienza di Virginio, che sempre più si mostrava premuroso e sommesso, come un inferiore verso il suo superiore. Un altro al suo posto avrebbe fatto sentire in qualche modo i suoi diritti, non pure acquistati tacitamente col tempo, ma riconosciuti formalmente dal vero suo superiore, che era il signor Demetrio Bertòla. Ma, per far questo, Virginio non aveva la necessaria mediocrità di [p. 228 modifica] spirito. Del resto, era così naturale che il marito di Fulvia primeggiasse là dentro, su tutti gl’impiegati del Bottegone! Anche il signor Demetrio, che vedeva tutta quella ingerenza e taceva, non dava col suo silenzio ragione al modo di operare del suo riveritissimo genero?

Così a poco a poco Virginio’ Lorini, già segretario e factotum di casa Bertòla, si ritrovò spodestato. Aveva sempre la cura del libro maestro, segnava le partite, tirava giù i conti, ma come uno a cui potevano essere riveduti; e non solamente dal suo principale. Raccoglieva ogni sera la nota e il ricavato delle vendite fatte, ed aveva in consegna la cassa. Questa, poi, la teneva senza vincoli di sindacato: sarebbe stato troppo levargliela, e più ancora mostrargli diffidenza con ispezioni solenni e periodiche. Ma anche senza venire a tal forma d'indagini, il conte Attilio sapeva sempre, e spesso mostrava di conoscere a puntino che somme ci fossero in cassa; vedeva l'impiego del denaro, e consigliava un collocamento piuttosto che l’altro. Così l’ufficio di Virginio Lorini, essendo ancora di grande malleveria, non tornava più di quella soddisfazione morale, che rende la malleveria sopportabile e grata.

Tutto ciò sarebbe stato ancor nulla, se quella inferiorità fosse stata avvertita solamente da lui: ma il guaio era che la sentivano e la notavano tutti. Delle sette persone che lavoravano al servizio del signor Demetrio, una lo compiangeva sinceramente, ed era il garzone pizzicagnolo, il suo vecchio maestro d’aritmetica; le altre lo stimavano meno, e delle sue osservazioni, quando pur ne faceva, non si davano più pensiero come una volta. C’erano poi quelli che lo disprezzavano apertamente; e Maddalena più di tutti, Maddalena che non sentiva più il bisogno di tener vive le relazioni con qualche frase studiata, fra la celia e la tenerezza, e già prendeva a guardarlo dall’alto in basso, con gli occhi socchiusi e il labbro inferiore fuori di riga, in atto superbamente regale. [p. 229 modifica]

E il signor Demetrio, frattanto? Il signor Denietrio faceva un po’ come quei capi di casa che approfittano volentieri del lavoro alttrui, per non far nulla essi medesimi e non darsi pensiero di nulla. Vedeva formarsi una nuova condizione di cose, avviata di per sè stessa al necessario equilibrio, senza stratte, senza strappi, senza strepiti, e aveva l’aria di dire in cuor suo: non guastiamo con le nostre osservazioni quello che cammina tanto bene da sè.

Nel fatto, che cosa accadeva? Ch’egli avesse due segretarii in luogo di uno, e senza spendere un soldo di più. Ottima condizione per lui, che poteva appisolarsi più spesso sul canapè del salottino, e far più lunghe le sue sedute a tarocchi.

— Dunque avete preso il vostro genero con voi? — gli dicevano gli amici. — Fortunato ucmo che siete! con un conte a tenervi i conti!

— Ma sì, veramente; — rispondeva egli ridendo. — Ed io non tengo forse e non mantengo i suoi? Ah ah, che ve ne pare? Questa è nuova di zecca. —

Quella condizione di cose durò un anno a formarsi; in capo a quell’anno, Virginio si trovò fuori del tutto. E dava ancora informazioni; ma quelle informazioni erano chieste per via d’interrogatorii. Che cosa significava la tal partita al libro maestro? Perchè si era scritto al tale? Perchè non si era scritto al tal altro? A tutto doveva rispondere, vedendo qualche volta batter le labbra del superiore scontento. E un giorno, Dio santo, non gli avvenne di sentirsi dire che il suo metodo di scrittura era antiquato, buono soltanto per non far capire una saetta alla gente?

Scattò, quella volta. La pazienza ha i suoi limiti. Che metodo antiquato? Quel metodo, a buon conto, aveva dovuto inventarselo lui; prima di lui si tenevano i conti a sacchetto, a mente e borsa, senza niente scritto. Col metodo suo, il signor Bertòla aveva sempre avuto ragione di tutto, e il Bottegone era giunto fin lì, prosperando a vista d’occhio. Del suo metodo, infine, mediocre o cattivo che fosse, non amxmetteva [p. 230 modifica] tro giudice che il signor Bertòla in persona, che solo poteva trovargli a ridire, e magari dargli il suo ben servito. Il conte alzò la voce anch’egli, e più forte di lui; tanto che fu sentito dal piano di sopra, e Fulvia discese in fretta, per metter pace tra i due.

— Attilio! — aveva detto ella, affacciandosi sulla soglia del salottino. — Che scene son queste!

— Tu? — esclamò il conte, voltandosi in soprassalto. — Ma che credi? — ripigliò subito, tentando di padroneggiarsi. — Ch’io sia alterato? Neanche per sogno. È lui. Faccio un’osservazione puramente accademica, e il signor Lorini la prende per un’offesa. —

E se ne andò, approfittando della presenza di sua moglie, come uno che non volesse trascendere, esser tirato pei capelli e dire di più.

Fulvia si accostò a Virginio, ch’era rimasto là, accanto al leggìo, col gomito sul libro maestro, guardando il tavolato e tentennando il capo.

— Perdoni; — gli disse, con accento dimesso.

Virginio levò la fronte, e Fulvia potè scorgere negli occhi di lui un principio di lagrime.

— Vedo bene, — riprese ella, — intendo.... intendo ogni cosa.... —

E gli stese, così dicendo, la mano, ch’egli non osò altrimenti di prendere.

— Fatelo per i miei figliuoli, che non ci han colpa; — soggiunse ella, passando dal Lei cerimonioso al Voi amichevole. — Perdonate! —

Solo allora, pensando che il trattenersi più a lungo sarebbe parso scortese, solo allora Virginio prese la mano che Fulvia gli offriva.

— Dio, come brucia, la vostra! — esclamò la signora. — Ma voi siete sempre stato così buono! che cosa vi costa esser tale ancora? —

Virginio si scosse, facendo l’atto di scacciare un molesto pensiero dal capo.

— Non mi dica altro, contessa; — mormorò, stringendo convulsivamente la mano di lei, e tosto lasciandola. — Non mi dica altro; sarà obbedita. [p. 231 modifica]

Poi col gesto le additò rispettosamente Tuscio dond’ella era venuta, e l’accompagnò silenzioso fino al piè della scala.

Mezz’ora dopo ritornò il conte Attilio; e anch’egli, ma senza fermarsi, passò davanti all’uscio del salottino, avviato alla scala. Virginio gli mosse, incontro, lo raggiunse al primo scalino e con accento grave gli disse:

— Signor conte, poc’anzi sono stato troppo vivo.... Avevo inteso male e male interpretato un suo giudizio.

— Oh, alla buona di Dio! — gridò il conte. — Siamo intesi; non se ne parli più. —

Faceva grazia, il signor conte. E non se ne parlò più, e non ebbe a saperne niente il signor Demetrio, che in tutto quel tempo era stato fuori, giuocando a tarocchi, colla solita partita d’amici.

Ma quello che non seppe lui, seppero tutti, al Bottegone. Si era sentito l’alterco; si era veduto andar via il conte, e poi s’era veduto ritornare. Origliando agli usci che davano nel pozzo delle scale, si udì ancora Virginio far le sue scuse, e il conte Spilamberti accettarle.

— L’ha messo a posto; — disse quella sera Maddalena, tutta ringalluzzita, ai suoi compagni di lavoro, poi che fu chiuso il Bottegone.

— Il signor Zufoletto, che si credeva di doverla far sempre da padrone lì dentro, ha trovato il fatto suo, finalmente. E non è nulla ancora! Presto vedremo che dovrà rendere i conti.

— Che cosa dite, Maddalena? — esclamava Pietro, il commesso delle pannine. — È ricco e non si può credere....

— So io quel che dico; — interrompeva Maddalena. — Chi è ricco per dieci, vorrebbe esser ricco per venti e per trenta; ed è più facile che i denari rimangano appiccicati alle dita di chi li maneggia, che non alle vostre o alle mie, ne convenite? Aggiungete che non è sempre stato ricco, il signor Zufoletto; la sua ricchezza si può dire di ieri. E poi, avete mai saputo che cos’abbia veramente ereditato dallo zio arciprete? Tutto questo segretume non mi va, vi dico io, non mi va. — [p. 232 modifica]

Un’eco di quelle ciance venne all’orecchio di Virginio, che ne fu a tutta prima addolorato.

Ma di afflizioni oramai ne aveva già tante, che non gli fu malagevole portare anche il peso di quella. L’essenziale era che non avesse ragione a turbarsene. «Male non fare, paura non avere» dice il proverbio popolare, con tunisina eleganza rendendo il concetto della nobile sentenza dantesca intorno alla sicurezza della coscienza, «la buona compagnia che l’uom francheggia, sotto l’usbergo del sentirsi pura». Unica vendetta ch’egli fece di quel principio d’ostilità, che appariva dai discorsi e dagli atti dei suoi compagni di lavoro, fu questa, di non darsene per inteso, e di seguitare a trattar tutti con la solita urbanità. Ma perchè egli non poteva usare benevolenza di parole dove non c’era invitato da altrettanta benevolenza di aspetti, la sua urbanità parve degnazione, sostenutezza e sussiego.

Venne intanto la fine del mese, e colla fine del mese la verifica di magazzino. Era quel una buona usanza da molti anni introdotta nell’azienda del Bottegone, mercè la quale, notate e descritte tutte le merci e derrate restanti, e ragguagliata la parte invenduta colla parte venduta, non pure si vedevano tornare i conti, ma ancora si riconosceva con certezza matematica quali generi e in quale misura dovessero rinnovarsi con opportune provviste. Quella novità era stata introdotta da Virginio, fin dal primo anno ch’egli aveva assunta la direzione degli affari: il signor Demetrio l’aveva approvata, e se n’era in processo di tempo rallegrato moltissimo, vedendoci fondata e assicurata la prosperità del suo traffico.

Per quella trafila ci passavano tutti i rami di commercio, tutte le divisioni del Bottegone. Anche quella volta, incominciando dalla pizzicheria e procedendo oltre fin all’ultima bottega, si fece un conto esatto e un diligente ragguaglio tra il venduto e l’avanzato. Qua e là naturalmente, balzavano fuori le piccole differenze, dove in più, dove in meno; e allora si rifacevano le somme, si mettevano in chiaro le ragioni [p. 233 modifica] dell’errore, e tutto si aggiustava con soddisfazione universale.

Non così nella cartoleria, dove scoppiarono i guai, per essere stata accertata la mancanza di ventisei risme di carta da protocollo e di sette di carta da lettere, che non apparivano per contro nel registro dell’uscita, nè in quello delle somme passate alla cassa. Maddalena, la formosissima bionda, a cui toccava quella piccola noia, si turbò grandemente: e da prima con gesti d’impazienza, poi con atti di persona offesa protestò contro un’accusa che nessuno le aveva ancor fatta.

— Chetatevi, Maddalena! — le disse Virginio. Non c’è niente di strano.... Anche di là, nelle pannine, c’era una differenza un po’ grossa; ma poi s’è ritrovato ogni cosa, e i conti si son ragguaiati. Bisogna rifare con pazienza le somme. —

Ripigliò il lavoro egli stesso, con tutta quella pazienza che raccomandava agli altri, ed anche maggiore; poichè infatti Maddalena lo aiutava male, muovendo gli involti e le scatole con certo suo garbo stizzoso, ammonticchiando, confondendo, per modo che ad ogni tratto bisognava rifarsi da capo. Gira e rigira, mancavano sempre quelle trentatrè risme di carta negli scaffali, e dal registro giornaliero non apparivano vendute.

— Come può essere questo? — mormorava Virginio.

— Ve lo dico io; — rispose Maddalena. — Sarà effetto di un errore dell’altra verifica.

— Mi par difficile; — disse Virginio. — Allora i conti tornavano.

— Già! — ribattè Maddalena. — È infallibile, il signorino.

— Non infallibile; — rispose pacatamente Virginio. — C’eravate voi, Maddalena, e avete trovato in ordine ogni cosa. C’era anche presente, me ne ricordo, il signor Demetrio. —

Il signor Demetrio, presente anche questa volta, assentiva del capo.

— Dunque, — ripigliò Maddalena, facendosi rossa come una brace, e guardando Virginio con occhi di basilisco, — io sono una ladra? [p. 234 modifica]

— Chi ha detto questo? — domandò Virginio, stupito di quella uscita improvvisa.

— Ladra a me? Ladra a me? — gridò Maddalena, riscaldandosi a grado a grado, quasi ubbriacandosi delle sue stesse parole — Ad altri, non a me, si rivedano i conti. —

Ma ella si era così presto infiammata, che la voce le si spense nella gola; e la bella stizzosa si lasciò cadere sulla seggiola dietro il suo banco, rompendo in un diluvio di lagrime.

Virginio si era molto seccato. Quell'accenno agli altri, cui si dovevano rivedere i conti, mise il colmo alla misura.

— Signor Demetrio, mi pare che non sia da perdere altro tempo per poche risme di carta; diss’egli. — Chiedete piuttosto, ve ne prego, alla signorina Maddalena che cosa abbia inteso di dire. E ad altri si rivedano pure i conti; incominciando da me, sarà finita più presto. —

Il signor Demetrio si seccò due volte più del suo segretario, e diede senz’altro nei lumi.

— Ah, questa è nuova di zecca. La discordia in casa mia! Mi avevano detto che avesse trovato alloggio in un convento di frati, e che laggiù si ritrovasse bene. Ma non pare; eccola qua, in casa Bertòla. Maddalena!... ehi Maddalena, dico, rizzate la faccia e statemi a sentire. Non voglio di queste scene, m’avete capito?

— Ho capito, sì; ho capito; — rispose Maddalena, asciugandosi gli occhi ma singhiozzando ancora. — Lei tenga pure sul mio stipendio la differenza delle trentatrè risme. Mi leverò di bocca, un tozzo di pane, e non sentirò più altre accuse al mio onore.... alla mia probità.

— Chi vi dice questo? chi vuol questo da voi? — ripigliò il signor Demetrio inviperito. — Non mi fate scappar la pazienza. Non sono un santo, e ci corre, vi domando di esser più calma, e di non montare per una sciocchezza sul cavallo d’Orlando. La verifica è una formalità necessaria; tocca a voi come a tutti. Non se ne lagnano gli altri; non ve ne lagnate voi. C’è una differenza? Ebbene, che cosa vuol dire? Ce ne sono state delle [p. 235 modifica] altre, per effetto di qualche dimenticanza, e il Bottegone, che noa è andato ia rovina per quelle, non andrà, spero, in rovina per queste. Finiamola coi piagnistei; lasciate piangere quell’altra, delle Maddalene, che aveva di ben altro a pentirsi.

— Ma io ho fatto sempre il mio dovere; — ripicchiò Maddalena.

— E dalli! Vi ho detto di farla finita, di farla finita, di farla finita.

— Me ne andrò, se non mi si rende giustizia, me ne andrò; — singhiozzava Maddalena. — Ma tutto il paese lo saprà, come sono stata trattata.

— E andate al diavolo, e Dio vi assista; mi avete mortalmente seccato. Oh guardate che cosa mi tocca di sentire! Un uomo che ama la pace, che vuol finire in pace i suoi giorni, e deve trovarsi sempre la guerra tra i piedi!... —

Così dicendo il signor Demetrio Bertòla se ne ritornava nel salottino; donde, non potendo più star fermo oramai, salì al primo piano, per andarsi a chiudere nella sua stanza. Maddalena seguitava a disperarsi, a singhiozzare, a strepitar dietro il banco, ricusando tutte le consolazioni che i suoi compagni di lavoro le andavano a porgere in bella gara fraterna.

Fu necessario, per aver pace con lo sue convulsioni, condurla a casa sua e metterla a letto. Il medico, chiamato al suo capezzale, non trovò altro di male fuorchè un resto di fenomeni isterici, e ordinò i soliti calmanti, colla giunta di un bagno tiepido.

Il giorno seguente andò il signor Demetrio a visitarla, e la trovò guarita, e la confortò a ritornare. Veramente, l’avrebbe lasciata volentieri dove l’aveva mandata: ma cedeva alle esortazioni di Virginio, che quella mattina si era fatto ad intercedere per lei.

— Che benedetto ragazzo! — aveva detto il signor Demetrio fra sè. — È lui che scopre le magagne, e poi raccomanda il perdono. Capisco, per altro.... Ieri è stato un po’ duro, e se ne pente. Non gli succede qualche volta perfino con me? [p. 236 modifica]

Da qualche tempo non è più lui, poveraccio, e credo che gli dia la volta al cervello. —

E ben dovette credere che così foss la cosa, quando, ritornato al Bottegone, trovò Virginio uori di sè.

— Signor Demetrio, — gli disse il giovane, a mala pena lo ebbe veduto, — vi prego, poichè la verifica del magazzino è fatta, vogliate rivedere i miei conti. —

Che cos’era avvenuto? Ecco qua. Uscito il signor Bertòla per recarsi da Maddalena e metter pace nell’animo di quella matta rissosa, Virginio aveva avuto una conversazione agrodolce col conte Spilamberti, disceso allora nel salottino.

— Mio suocero? — aveva chiesto il conte.

— È andato or ora dai Pasquati; — aveva risposto Virginio; — per calmar Maddalena e dirle che ritorni al suo posto.

— Ben fatto; — sentenziò allora il conte. — Tanto più che lei, signor Lorini, se lo lasci dire, è stato un po’ duro con quella povera ragazza.

— Io? — esclamò Virginio. — Ma io non sono uscito dai termini del mio ufficio, e del mio dovere. I conti non tornavano.

— Un’inezia, non Le pare?

— Forse; ma non ero io che dovessi dire se si trattasse di poco o di molto. Il signor Demetrio era presente, del resto, e poteva decider lui, aggistar lui le cose a suo modo.

— Mio suocero, — replicò il conte Attilio, — non avrà voluto toglierle autorità, mettendo bocca nel discorso. Ma certamente si trattava di un’inezia. Del resto, i conti tornano qualche volta, e qualche altra non tornano.

— Mi perdoni; — disse Virginio, sforzandosi di sorridere; — ma questo non è in nessun trattato d’aritmetica. Quando i conti non tornano, è segno che ci sta dentro un errore.

— Verissimo; ma allora, le tornano sempre, a Lei? —

Virginio rimase a tutta prima un po’ sconcertato dall’attacco: ma subito si riebbe, e brevemente rispose; [p. 237 modifica]

— Sì.

— Beato Lei! — ribattè prontamente quell’altro.

Questo era il dialogo occorso tra loro, che Virginio aveva creduto prudente di troncare, non rispondendo più nulla. Ma egli aveva un diavolo per occhio, e a mala pena il signor Demetrio gli era comparso davanti, lo aveva salutato con quelle parole: — vogliate rivedere i miei conti.

— I tuoi conti! — ripetè il signor Demetrio stupito. — Che novità è mai questa?

— Una novità a cui penso da un pezzo; — rispose Virginio. — Fatemi questo piacere. Sono un po’ stanco di questo carico; ed è la prima grazia che io vi domando, dopo vent’anni di servizio; liberatemi da una responsabilità che mi pesa.

— Se tu lo vuoi....

— Sì, e ve ne supplico, anzi. E i conti, vi voglio rendere, ed anche le chiavi della cassa.

— Di bene in meglio. Ma già, capisco, se vuoi rendere i conti, è segno che non vuoi tenere la cassa. Ma se ci pensavi da un pezzo, figliuol mio, perchè non dirlo anche prima? Sapete che tra tutti, coi vostri dissapori, colle vostre bizze, mi avete seccato parecchio? —

Virginio si strinse nelle spalle, non volendo accettar battaglia su quello sdrucciolo terreno.

Quella mattina il signor Demetrio ebbe un lungo colloquio a porte chiuse col conte suo genero. Virginio non ne seppe nulla: ma indovinò poi, dalla sostenutezza del vecchio, che il dialogo non era tornato a favore dei terzi; anzi diciamo del terzo, poichè era uno solo. Il signor Demetrio, sicuramente, s’era messo in testa che Virginio non avesse condotte le cose a quell’estremità se non per levarsi il conte da’ piedi. Che idea pazza era quella, se mai! E come poteva il signor Demetrio aver creduto ciò dal suo segretario, sperimentato sempre così ragionevole, e piuttosto remissivo che caparbio? Lui, dunque, proprio lui accusato di volersi disfare del conte, di voler mettere fuori di casa Bertòla il genero, la figlia, [p. 238 modifica] i bambini?. Perchè, naturalmente, uscendo uno, dovevano uscire anche gli altri. Ma sì, non c’era da dubitarne: quella sostenutezza del vecchio significava che una idea simile aveva preso forma nella mente di lui. E forse Virginio, non s’ingannava. Sappiamo anche noi che il signor Demetrio cominciava a credere il suo segretario un po’ matto. A farlo apposta, quel benedetto ragazzo non pretendeva che si cominciasse a rivedergli i conti quel medesimo giorno?

— Domattina, domattina, che diamine! — aveva risposto il signor Demetrio, facendo una spallata delle solite. — Di mattina si trattan gli affari. —

La mattina seguente fu contentato Virginio. Anno per anno, partita per partita, s’incominciò a rivedere ogni cosa. Il conte Attilio era presente, ed aiutava, a rivedere anche lui.

— Per impratichirmi; — diceva, osservando tutto con diligenza, e ricevendo spiegazioni di tutto.

Venivano fuori, tra l’altro, appunti di collocamento di denaro, a cui rispondevano le opportune chiamate ad istrunti notarili; note di agenti di cambio, a cui erano accompagnati numeri di vecchi giornali.

— Questi, — diceva Virginio, — per assicurarvi dei corsi della rendita nel giorno stesso che i titoli sono stati comperati.

— Che Iddio ci benedica! — esclamava il signor Demetrio. — Tu sei feroce, con la tua precisione. —

Sì, veramente feroce. Virginio non ne perdonava una. E durò sette giorni così; implacabile come il fato, quel benedetto ragazzo squadernar va registri, conti, fatture, ricevute, ed altri documenti giustificativi. Come tutto quell’immane lavorò fu compiuto, e il signor Demetrio Bertòla ebbe apposto il suo ultimo visto, Virginio si volse al conte Spilamberti e gli disse:

— Vede ora? I miei conti, per norma sua, tornano sempre.

— Me ne congratulo; — rispose il conte Attilio, diventandoci verde. [p. 239 modifica]

Il signor Demetrio udì quel bireve dialogo, e intese che quello era un resto di vecchia ruggine tra loro.

— Ehi, dico: — gridò; — che cos’è questo litigio?

— Niente litigio; — rispose Virginio; — solamente una giustificazione necessaria, dopo la quale ritorneremo amici.... come prima. Non le pare? — soggiunse, volgendosi al conte Spilamberti.

Aveva l’aria di dirgli: eravamo tali così poco, che non si farà molta fatica davvero.

Il conte la intese per quel verso, ed assentì del capo, mentre sotto i baffi si mordeva un pochino le labbra.

— Ed ora a voi la chiavi della cassa, signor Demetrio; — rispose Virginio. — Se mai vi occorreranno schiarimenti, un biglietto a Bercignasco, e sarò sempre ai vostri ordini. Qui niente manca; tutto è in ordine, mi pare.

— Non tutto; — brontolò il signor Demetrio.

— Non tutto, voi dite?

— Lascia correre; non ho parlato per te, ho parlato per me. Aspetta, piuttosto. — Così dicendo, il signor Demetrio andò alla scrivania; prese un foglio di carta bollata e ci mise dentro questi pochi versi di suo:

«Mi riconosco debitore all’amico Virginio Lorini di Lire Sessantaanila, ch’egli ha pagate per me, e che io gli restituirò dentro l’anno.»

Ciò scritto, il signor Demetrio v’aggiunse la data e la firma, e passò il foglio a Virginio Lorini.

— Per la morte, come per la vita; — gli disse; — e poichè tu non vorresti oggi obbligarmi a vendere tremila cinquecento lire di rendita....

— Che è? che dite voi mai? — gridò Virginio, il quale aveva bensì presa la carta dalle mani del vecchio, ma non ancora aveva posti gli occhi allo scritto. — Io non v’intendo. Oh, fate il piacere! — soggiunse, guardando allora la carta e riconoscendo una obbligazione. — Fra il signor Demetrio Bertòla e Virginio Lorini c’è la [p. 240 modifica] parola, e deve bastare. Del resto, sapete bene come sono andate le cose, e con che animo io.... —

Non voleva dire di più, essendo presente quell’altro. Perciò, non curandosi di finire il pensiero, ripigliò:

— Lasciamo questo discorso. Se vorrete dare ad ogni costo, vi obbedirò, accettando; se vorrete farmi grazia, non parlerete più di questa inezia. Sì, dico, inezia; e mi permetterete di fare in due pezzi un foglio che non è fatto per me. —

E senza aspettar licenza del vecchio, lacerò lo scritto, gettando nel cestino i due pezzi.

— Sei generoso; — brontolò il signor Demetrio. Ma a buon patto, bada, a buon patto! e mi obbligherai a far più presto il mio dovere con te, per paura che il tempo venga a mancarmi. Parliamo d’altro; — soggiunse, non volendo ascoltare ciò che stava per rispondergli il suo segretario. — Mi lasci, dunque? te ne vai?

— Sì, se permettete, me ne vado; — disse Virginio. — Sapete pure che ho tante cose da fare a Bercignasco.

— Oh sì, grandi cose; grandi cose in verità; — ribattè il signor Demetrio, stizzito. — Imbottar nebbia, far la fodera alle bocce, gli occhi alle pulci e il manico alle panicce; conosco, conosco tutte queste importantissime occupazioni, ed altre ancora di pari utilità. Divertiti, e stammi sano. —

Quello era lì per lì un commiato, e non domandava altre parole per giunta. Ma avendo da far le valigie, Virginio Lorini non potè esimersi dall’obbligo di accettare una tarda cortesia del suo vecchio principale, che gli diceva di restare a pranzo. Fu un triste pranzo, e sarebbe stato meglio per tutti che Virginio non fosse rimasto. Erano tutti impacciati, a tavola; un’aria grave di musoneria incombeva sulla mensa; nè bastavano Lamberto e Guido, i due innocenti, ignari di tutto, a riempire coi loro strilli una conversazione così vuota.

Eulvia non aveva aperto bocca, se non per rispondere con monosillabi a qualche domanda di [p. 241 modifica] suo padre. Era stata informata d’ogni cosa da lui, e non aveva stimato conveniente intromettersi. Quando il povero Virginio andò a prender commiato da lei, la bella signora si fece pallida in viso, chinò gli occhi a terra, in atto di profonda mestizia, e gli stese amicamente la mano.

— Mi duole; — mormorò essa con un filo di voce. — Per colpa nostra....

— No, no, non lo dica; — rispose Virginio. — È il destino. —