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i bambini?. Perchè, naturalmente, uscendo uno, dovevano uscire anche gli altri. Ma sì, non c’era da dubitarne: quella sostenutezza del vecchio significava che una idea simile aveva preso forma nella mente di lui. E forse Virginio, non s’ingannava. Sappiamo anche noi che il signor Demetrio cominciava a credere il suo segretario un po’ matto. A farlo apposta, quel benedetto ragazzo non pretendeva che si cominciasse a rivedergli i conti quel medesimo giorno?

— Domattina, domattina, che diamine! — aveva risposto il signor Demetrio, facendo una spallata delle solite. — Di mattina si trattan gli affari. —

La mattina seguente fu contentato Virginio. Anno per anno, partita per partita, s’incominciò a rivedere ogni cosa. Il conte Attilio era presente, ed aiutava, a rivedere anche lui.

— Per impratichirmi; — diceva, osservando tutto con diligenza, e ricevendo spiegazioni di tutto.

Venivano fuori, tra l’altro, appunti di collocamento di denaro, a cui rispondevano le opportune chiamate ad istrunti notarili; note di agenti di cambio, a cui erano accompagnati numeri di vecchi giornali.

— Questi, — diceva Virginio, — per assicurarvi dei corsi della rendita nel giorno stesso che i titoli sono stati comperati.

— Che Iddio ci benedica! — esclamava il signor Demetrio. — Tu sei feroce, con la tua precisione. —

Sì, veramente feroce. Virginio non ne perdonava una. E durò sette giorni così; implacabile come il fato, quel benedetto ragazzo squadernar va registri, conti, fatture, ricevute, ed altri documenti giustificativi. Come tutto quell’immane lavorò fu compiuto, e il signor Demetrio Bertòla ebbe apposto il suo ultimo visto, Virginio si volse al conte Spilamberti e gli disse:

— Vede ora? I miei conti, per norma sua, tornano sempre.

— Me ne congratulo; — rispose il conte Attilio, diventandoci verde.