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suo padre. Era stata informata d’ogni cosa da lui, e non aveva stimato conveniente intromettersi. Quando il povero Virginio andò a prender commiato da lei, la bella signora si fece pallida in viso, chinò gli occhi a terra, in atto di profonda mestizia, e gli stese amicamente la mano.

— Mi duole; — mormorò essa con un filo di voce. — Per colpa nostra....

— No, no, non lo dica; — rispose Virginio. — È il destino. —

XVI.

— Ingrato! sì, ti ripeto ch’è un ingrato; — diceva uno di quei giorni il signor Demetrio a sua figlia, che si studiava di consolarlo della partenza di Virginio Lorini. — E non m’importa proprio niente che in certe cose mi abbia fatto il grande, il generoso, come un personaggio dell’antichità. Queste sono le grandezze dei momenti solenni, quando si recita per la galleria. Nelle piccole cose, nelle piccole, lo avrei voluto più gentile, il signorino, più amoroso verso chi gli ha fatto del bene. Infine, io l'ho ricevuto in casa mia, quando era alto così; l’ho quasi raccattato sulla strada, che non lo voleva nessuno. S’è tirato su fra queste quattro mura, si è fatto uomo per me. Mi ha servito fedelmente, non dico di no, con intelligenza, con probità, con amore; per vent'anni non ho avuto che. a lodarmi di lui. Ed ecco, tutto ad un tratto, mi gira nel manico. Non vuol nessuno a comandargli, nessuno a vogargli sul remo, nessuno a metter bocca su ciò ch’egli fa. Un bell’orgoglio, ed anche una bella pretesa! Come fare a cambiar le cose, quando hanno preso un verso nuovo? Non ha avuto pazienza, lui, che aveva saputo sopportar ben altro.... il tuo rifiuto, per esempio. Ma sì, diciamo pure il tuo rifiuto. Non mi hai tu arricciato il naso, quando ti ho proposto il suo nome?