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Da qualche tempo non è più lui, poveraccio, e credo che gli dia la volta al cervello. —

E ben dovette credere che così foss la cosa, quando, ritornato al Bottegone, trovò Virginio uori di sè.

— Signor Demetrio, — gli disse il giovane, a mala pena lo ebbe veduto, — vi prego, poichè la verifica del magazzino è fatta, vogliate rivedere i miei conti. —

Che cos’era avvenuto? Ecco qua. Uscito il signor Bertòla per recarsi da Maddalena e metter pace nell’animo di quella matta rissosa, Virginio aveva avuto una conversazione agrodolce col conte Spilamberti, disceso allora nel salottino.

— Mio suocero? — aveva chiesto il conte.

— È andato or ora dai Pasquati; — aveva risposto Virginio; — per calmar Maddalena e dirle che ritorni al suo posto.

— Ben fatto; — sentenziò allora il conte. — Tanto più che lei, signor Lorini, se lo lasci dire, è stato un po’ duro con quella povera ragazza.

— Io? — esclamò Virginio. — Ma io non sono uscito dai termini del mio ufficio, e del mio dovere. I conti non tornavano.

— Un’inezia, non Le pare?

— Forse; ma non ero io che dovessi dire se si trattasse di poco o di molto. Il signor Demetrio era presente, del resto, e poteva decider lui, aggistar lui le cose a suo modo.

— Mio suocero, — replicò il conte Attilio, — non avrà voluto toglierle autorità, mettendo bocca nel discorso. Ma certamente si trattava di un’inezia. Del resto, i conti tornano qualche volta, e qualche altra non tornano.

— Mi perdoni; — disse Virginio, sforzandosi di sorridere; — ma questo non è in nessun trattato d’aritmetica. Quando i conti non tornano, è segno che ci sta dentro un errore.

— Verissimo; ma allora, le tornano sempre, a Lei? —

Virginio rimase a tutta prima un po’ sconcertato dall’attacco: ma subito si riebbe, e brevemente rispose;