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Parte seconda - I Parte seconda - III
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II.


Prima di salire sull’apparecchio che i meccanici già trattenevano e che urlava colla voce formidabile del suo motore — allo spazio, al mare, al cielo — il suo desiderio impaziente e frenetico di slanciarsi nella fuga folle, di librarsi pel volo audacissimo, Ettore Noris si chinò e baciò la terra.

Cento occhi lo fissarono stupiti e interroganti.

Un giornalista americano che era venuto ad assistere alla partenza per conto del maggior giornale di New-York e che aveva già riempito di appunti due taccuini, interrogò l’aviatore nel suo italiano bizzarro.

— Perchè avete fatto questo?

Noris sorrise senza rispondergli e si rivolse a Dauro.

— Non si sa mai, — disse, — se perdo la partita, la terra non la tocco più.

Un brivido passò nelle vene di una isolana che guardava estatica confusa nella folla.

— Può morire? — ella domandò all’individuo che le stava vicino.

— È la cosa più probabile che gli possa capitare, — disse quello tranquillamente. E soggiunse, stringendosi nelle spalle: — È un pazzo.

Un altro giornalista segnò il giudizio dello [p. 195 modifica]sconosciuto mettendovi accanto una parentesi: impressioni del pubblico.

— Può essere interessante, — pensò.

Il pubblico convenuto ad assistere all’avvenimento straordinario era limitatissimo.

Noris aveva seguito il consiglio di Dauro di partire da Horta, nell’isola di Fayal, la più occidentale fra le Azzorre, e il piccolo porto aperto sull’Oceano non era il punto più adatto per un convegno numeroso di interessati e di curiosi.

A parte Giorgio Dauro, che rappresentava anche Noris presso il Comitato incaricato di controllare le condizioni della partenza, e un gruppo di giornalista, il pubblico era costituito unicamente di aviatori d’ogni nazione chiamati ad assistere alla prova da un interessamento naturale e vivissimo. E c’erano, sullo spiazzo donde Noris si accingeva a spiccare il volo, tutti gli abitanti della cittadina — pescatori, operai del piccolo porto, navigatori — che mai aveva noverato un avvenimento così importante. Pochissime donne — e nessuna che conoscesse Noris.

Minerva Fabbri, che aveva dovuto rassegnarsi a rinunciare al volo, era partita da Genova dodici giorni prima ed era andata a imbarcarsi all’Havre per New-York dove attendeva ora Noris con un’ansia che pareva un’anomalia nel suo temperamento alteramente chiuso e freddo.

A New-York, insieme a Minerva Fabbri era andato anche Ugo, cosicchè a Horta, soltanto Dauro, Lorenzo Rolla, Paolo Adelio e due meccanici avevano accompagnato l’aviatore, e gli stavano intorno con una deferenza commossa.

Nessun scetticismo professionale valeva a vincere la commozione suscitata dalla grandezza della prova imminente. Quello che Noris si accingeva a fare poteva essere eroico o soltanto folle, ma era troppo capitale e definitivo il suo gesto per sottrarsi al fascino che lo circondava.

Quante cose ignote nella prova audace! La solidità dell’apparecchio, la praticità delle [p. 196 modifica]trovate, la portata della sua resistenza e quella dell’aviatore che lo pilotava. Tutte le affrontava Noris colla serena imperturbabilità che nessuna cosa valeva a smentire.

Se il piccolo uomo che ora montava sul velivolo rispondendo con un sorriso buono agli auguri degli amici, fosse uscito vittorioso dal cimento formidabile non sarebbe stato eccessivo battezzarlo eroe.

Ma nessuno fra quanti lo salutavano aveva la persuasione che egli avrebbe trionfato. Dauro stesso aveva la fede ma non aveva la speranza: era sicuro dell’apparecchio, ma non altrettanto sicuro della resistenza della fibra di Noris. Certo se la cosa era umanamente possibile, Noris l’avrebbe compiuta. La sua fede era ancora condizionale.

Il dubbio era più vivo negli altri che non avevano, come il giovane ingegnere, ragione di credere nella sicurezza dell’apparecchio e proporzionata al dubbio era la loro trepidazione.

Mentre stringeva la mano dell’amico, Paolo Adelio pensava:

— Non ti rivedrò più, — e una commozione invincibile alterò a un tratto il suo maschio viso.

Invece, Noris disse tranquillo così a lui come a Lorenzo Rolla:

— Arrivederci!

E alzò la mano accennando ai meccanici.

Il velivolo fuggì via velocissimo travolgendo nel rombo del motore il grido di saluto e di augurio uscito irrefrenabile da tutti i cuori, da tutte le labbra, in quell’istante che segnava un destino: poi si staccò dal suolo seguendo la manovra solita, compì un largo girò sull’isola e fu sul mare, librato fra due infiniti, colla prora rivolta tutta ad occidente sulla linea retta ideale in capo alla quale era la meta.

Erano le cinque di sera, e il sole, alto ancora sull’orizzonte, pareva segnare la via al velivolo in un solco di fulgore e di gloria. Noris aveva scelto quell’ora prossima al tramonto per [p. 197 modifica]affrontare la notte in condizioni di resistenza e di energia complete, non ancora infirmate dalla stanchezza.

Adesso i suoi occhi non si staccavano dal barometro: aspettava che il velivolo avesse raggiunto l’altezza utile onde far azionare il motore dell’energia elettrica. Quando il barometro segnò la cifra, le due assicelle metalliche fissate nella parte superiore del motore cominciarono a vibrare insistentemente. L’energia nuova entrava in funzione.

Ora la benzina che gli aveva servito per portarsi fino a quell’altezza diventava superflua: isolata dall’accensione spenta, essa diventava una riserva che avrebbe potuto diventare preziosa ancora solo in caso d’un’eventuale irregolarità di funzionamento di quella parte dell’apparecchio che doveva usufruire dell’altra energia.

Ma l’apparecchio funzionava benissimo e filava con una rapidità vertiginosa. L’ora era tutta, di calma e tutta d’oro: non un soffio di vento, non una nube in alto: il sole scendeva all’orizzonte estremo fatto di due azzurri fusi in un’unica linea evanescente: fra due ore sarebbe scomparso in mare ma la sua traccia sarebbe durata a lungo nello spazio limpidissimo poichè era quella la stagione dei lunghi tramonti e delle albe precoci.

Nei calcoli fatti da Noris, sei ore erano concesse alla notte, al buio, al genio delle tenebre; fra le nove e mezzo di sera e le tre e mezzo del mattino. Quando fosse di nuovo spuntata l’alba, egli sarebbe stato a metà del suo viaggio.

Avrebbe avuto una traversata facile? Tutto confortava la sua speranza: il tempo magnifico, il funzionamento perfetto del motore che non tradiva l’alterazione più breve nella isocronia della sua voce possente, le disposizioni sue di forza e di lucidità.

Si sentiva benissimo e aveva il controllo più perfetto di tutto il suo modo di essere; aveva i nervi riposati, distesi, tranquillissimi e il suo cuore non dava un palpito di più e non si sentiva [p. 198 modifica]il menomo turbamento. Aveva avuto la fortuna, di poter dormire fino quasi all’ora di mettersi in viaggio e adesso sentiva che quel lungo riposo al quale lo avevano costretto Paolo Adelio e Giorgio Dauro era stato davvero benefico.

— Purchè non faccia troppo freddo stanotte, — pensò, — questo viaggio si ridurrà a un giuoco.

Per precauzione, egli si era premunito anche contro il freddo, ma era poco probabile che la notte si presentasse soverchiamente fresca. L’unica cosa che lo preoccupasse veramente era la lunga immobilità. Una seccatura, non un pericolo. Al pericolo non pensava, assolutamente, o almeno non ne vedeva. Se il motore continuava a funzionare come funzionava ormai da due ore, e se il tempo si manteneva buono, davvero non avrebbe avuto di che preoccuparsi.

Quelle prime ore di viaggio gli erano passate rapidissime. L’aereoplano correva vertiginosamente lanciato come un bolide nello spazio, fra i due azzurri senza confine, sopra una traiettoria perfettamente orizzontale e Noris aveva l’impressione di trovarsi sempre nello stesso punto, tanto uniforme era la visione che lo circondava: un chiarore luminoso che la velocità del velivolo faceva sembrare striato da innumeri solchi vicinissimi impercettibili al disopra del suo capo, e una superficie sconfinata, palpitante dinanzi a sè, sotto, intorno; una distesa punteggiata d’oro, striata d’azzurro, di verde, di viola, di bianco dove la fantasia vedeva quello che gli occhi non riuscivano a distinguere; le lievi spume bianche delle larghissime onde che la brezza in un avvicendarsi continuo formava, sollevava e sfrangiava.

A un tratto, improvviso, all’orizzonte estremo, il sole scomparve, s’inabissò come inghiottito dal mare e sul mare parve dissolversi la sua luce in una coloritura meravigliosa di porpora liquida, di oro disciolto, che insieme si fusero in un’unica vampa che prese tutto l’orizzonte.

Un grido d’entusiasmo sfuggì dal petto di [p. 199 modifica]Noris: poi, mentre rapidamente l’ardore del cielo e del mare andavano spegnendosi in una luminosità violacea preannunziante la sera vicina, l’esaltazione subitanea del suo spirito cadde per far posto a una commozione piena di dolce malinconia.

Ecco, il giorno si spegneva e la notte calava rapida. Gli parve che, colle tenebre, più assoluta dovesse farsi la sua solitudine; poi, sorrise di questa impressione assurda e si chinò a guardare l’orologio. Erano le otto.

A quell’ora, alle sue spalle, spuntava già, sul ciclo d’oriente, la prima stella. Egli ne sentì nelle pupille e nell’anima il bagliore tremulo come la voce d’un piccolo cuore palpitante.

Da tre ore durava il suo viaggio ed egli non ne era che all’inizio. Pensò che la traversata del Cervino — la sua maggiore impresa — non era durata tanto. Ma quale differenza tra quel viaggio e questo! Qui non c’era preoccupazione ai possibili ostacoli: tutto lo spazio gli era amico: gli dava non solo la via ma ancora l’energia per percorrerla. E non c’era la necessità di salire oltre le nubi per superare la vetta immane del gigante e il vento non tendeva l’insidia dei suoi vortici allo sbocco delle gole tenebrose urlanti l’eterna minaccia colla voce dei torrenti scroscianti in fondo alle loro pareti granitiche ripide e inviolabili.

Tutte le impressioni di quel viaggio lontano, datante da un anno ormai, gli ritornarono vive vive.

Si sentì, come allora, perduto nella nebbia, ne provò l’angoscia e il disagio fisico, l’ansia di uscirne e lo sforzo per raggiungere la liberazione. E anche la gioia della liberazione, sentì, e riudì la voce della folla acclamante e gli parve, un’altra volta, di smarrire il controllo delle proprie forze, come allora....

Il ricordo continuò, rievocò il villaggio di Evolena, il profilo gentile della piccola nipote del parroco, il turbamento intravveduto attraverso la sua ingenua ammirazione, il distacco da quella [p. 200 modifica]dolcissima figura apparsa sul suo cammino come una visione per la durata breve di una visione.

Un altro viso femminile venne a sovrapporsi a quello, soave di tutta la bontà e di tutta la rinunzia, fatto spirituale dal martirio, suggellato dalla morte: e le sue labbra mormorarono un nome:

— Susanna!

Con dolcezza malinconica la ripensò, come una cara piccola sorella spirituale partita prima di lui, vegliante su di lui.... Chissà se Susanna lo vedeva? se gli era accanto? se pregava per lui? o se invece aspettava la sua morte coll’impazienza e il desiderio della passione ineluttabile? No, non sognava la sua morte, Susanna.

Eva, sì: non Susanna.

Eva doveva aspettarlo da tanto, da tanto col suo ardente cuore che lo spavento e l’amore avevano spezzato, colle sue gracili braccia e tenaci corse da un ardore che neppur la morte doveva avere assiderato.... Forse, a quell’ora, la piccola bocca che tante volte egli aveva baciata sussurrava:

— Sarà per oggi? per oggi?

Un brivido corse per le vene del giovane: non di paura, di desiderio. Tutto l’impeto della sua giovinezza costretta e soffocata da due anni ormai nel dolore, nel ricordo, nell’incessante lavoro, nel perseguito pericolo che gli desse la liberazione, risorgeva adesso dietro l’evocazione della dimenticata. Più vicina egli la sentiva dacchè il rischio poneva lui pure sul limitare della morte oltre il quale la diletta gli sorrideva e lo invitava. Quando, dove avrebbe ritrovato Eva? Fra poco? nei flutti dell’Oceano che si apriva sotto le fragili ali sostenute dalla sua audacia e dal prodigio? in quella notte imminente? sotto le stelle? o all’alba nella rinnovata luce della primissima ora del giorno?

Serenamente interrogava il destino, ma il destino era muto e nessun segno dava di quanto aveva scritto. [p. 201 modifica]

Una stella brillò nel cielo diventato di cobalto cupo: anche l’occidente si ingemmava. Gli occhi di Noris vi si affissarono e ne ritrassero una dolcezza che si diffuse in tutto il suo essere.

La pace profonda dell’ora divina influiva sul suo spirito e lo compenetrava.

Adesso, anche l’anima sua rifletteva la serenità purissima del cielo tutto sgombro da vapori e da nubi: come quello di chi crede era il dovere di adorazione che sentiva incombergli per una legge superiore e l’adorazione diventava in lui anche consenso e rassegnazione. Sì, tutto accettava: il martirio dell’attesa e il peso della vita, la malinconia del ricordo e il dovere di operosità.

La morte poteva essergli vicina: fosse la benvenuta! Poteva irridergli e fuggirsene lontana: così accettava.

Eva lo attendeva? Sì, ma il suo viso non aveva più l’ardore tragico della passione disperata: anche su quel viso la rassegnazione aveva imposto la sua forza e la sua pace e il sorriso che rivolgeva a Noris era, in questo momento, sopratutto di dolcezza e di malinconia.

Il sorriso della stella, lassù.

Era Eva o Susanna che gli sorrideva da quella stella?

Un istante, Noris ebbe davvero l’impressione d’una vicinanza soprasensibile che si traducesse per lui in assistenza e in affettuosa protezione. Non respinse la convinzione che da quella impressione gli veniva. Troppo piena di nostalgie di spiritualità era la sua anima perchè gli ripugnasse ammettere l’esistenza del soprannaturale e l’ora che egli attraversava era fatta per parlare di Dio anche al più ottuso fra gli uomini.

Sempre Dio si avvicina man mano che l’uomo si allontana dagli uomini. Ettore Noris era lontano non solo dagli uomini ma anche dalla terra e dalla vita e le sole cose che lo circondavano — il cielo, l’oceano, lo spazio, l’inviolata [p. 202 modifica]solitudine arcana — parlavano al suo spirito il linguaggio delle cose eterne.

Adesso, alla prima stella comparsa sul suo orizzonte, innumeri altre erano seguite. Il cielo era tutto trapunto delle infinite gemme palpitanti sopra l’angoscia e la miseria della terra.

Noris si immerse nella contemplazione delle stelle: mai ne aveva viste tante perchè mai il suo sguardo aveva abbracciato un orizzonte così grandioso. E mai il firmamento gli era parso così vicino come in quella notte meravigliosa.

Le belle stelle! parevano così simili all’osservazione superficiale ed erano invece così diverse l’una dall’altra! ciascheduna pareva avere una fisionomia propria timida o provocante, umile e modesta o superba e sfolgorante, buona o minacciosa. Sì, c’erano anche le stelle che sapevano di minaccia: avevano una luce rossastra che rifletteva bagliori di sangue. C’erano invece quelle limpidissime, dalla luce che pareva argento liquido e altre dorate come un minuscolo sole e altre azzurrognole come un zaffiro stemperato in un raggio lunare. C’erano le piccolette raggruppate in piccoli arcipelaghi siderei e le solitarie e grandiose come soli sfolgoranti e le maestose avvicinate in costellazioni regolari e quelle che palpitavano violente come immensi cuori sollevati da una fiamma e quelle che guizzavano mostrando sfaccettature di brillanti vivi e quelle ancora che ardevano immote o quasi come lontane lampade votive.

Dio, che meravigliosa cosa erano le stelle e come pochi uomini le conoscevano! A Noris pareva ai scoprirle allora per la prima volta o almeno di comprenderne allora, per la prima volta, tutta la bellezza e tutto il mistero.

O forse erano quelle le stelle dell’Oceano contese allo sguardo degli uomini, note solo ai naviganti che da secoli ne proclamavano la magnificenza e la poesia.

No. Egli rammentava adesso d’aver contemplato un orizzonte simile a quello, al disopra [p. 203 modifica]della campagna umbra. Vivo vivo il ricordo di una notte d’Assisi passata a percorrere lentamente con Eva le stradine fitte d’ombra della piccola città mistica sorse dinanzi al suo spirito.

Quattro anni prima, in una notte d’estate come quella. Stretto accanto alla piccola cara egli era uscito dal paese e insieme s’erano avviati su per la collina. Nei giardini sovrastanti ad Assisi s’erano soffermati a contemplare, ombra più cupa nella diffusa penombra della notte estiva, la distesa infinita della campagna e la linea vaga delle colline ondulate chiudente l’orizzonte estremo. Un orizzonte sconfinato, basso, vicinissimo, acceso da milioni di stelle. Le campane di un convento prossimo suonavano discrete nel silenzio il richiamo del mattutino e la loro voce teneva afferrato e costretto il cuore di Noris.

Ma Eva guardava le stelle, era rapita nelle stelle.

Ancora egli udì la sua voce dirgli tremante di commozione:

— È un firmamento soprannaturale, questo: pare una visione!

Ma allora, Noris non era ancora abbastanza affinato, spiritualmente, per comprendere la dilettissima. Adesso sì, la comprendeva e con lei pensava che certe notti stellate sono alla fede una suggestione viva più efficace d’un’argomentazione.

Gli occhi del giovane intenti alla vôlta celeste, videro a un tratto staccarsi dal firmamento un bolide luminoso, descrivere una vertiginosa scia luminosa e scomparire nel mare. Lo seguì fin che la tenebra dell’Oceano lo ebbe inghiottito e ancora dopo i suoi occhi si soffermarono sull’abisso. L’uniforme buio laggiù: solo di tanto in tanto la luminosità diffusa delle stelle veniva raccolta e rivelata dall’incresparsi lieve d’un’onda. Ma era un lampo. Il chiarore spariva e ancora era, sulla distesa immobile, l’uniforme silenzio e l’uniforme tenebra.

A un tratto, Noris credette di distinguere, ud po’ dietro di sè, alla sua destra, il bagliore [p. 204 modifica]tremulo d’una luce diffusa sull’acqua, per un tratto breve, che si spostava e avanzava regolarmente.

— Il riflesso dei fanali d’una nave, — pensò.

Con meraviglia avvertì che il suo cuore prendeva a battere più veloce. Il pensiero che altre creature umane erano laggiù e dividevano con lui il fascino solenne e impressionante di quelle tenebre e di quella solitudine gli dava una commozione strana.

Come si sentiva vicino a quegli ignoti dei quali non sapeva cosa alcuna; non la nazionalità, non il numero, non il modo di essere, non lo scopo del viaggio!

— Forse, — pensò, — quella è una delle controtorpediniere incaricate di scortare il velivolo.

E anche quell’idea di una protezione sensibile gli fece bene.

Si sovvenne allora soltanto che aveva trascurato di accendere le lampadine elettriche delle quali l’apparecchio era munito, collocate, due al disotto dello scafo, due ai lati, una al disopra e una, infine, in modo da illuminare l’orologio, l’aneroide e la bussola.

Girò la chiave e le lampade si accesero. Subito, come a un segnale, rispose dalla nave il fischio acutissimo e prolungato della sirena che Noris riuscì ad avvertire vagamente come una voce diversa che si sovrapponeva al rombo del motore o che forse, più che percepire indovinò, perchè contemporaneamente un razzo luminoso s’era staccato dalla nave ed era salito verso le stelle solcando d’una stria luminosa la notte buia.

La commozione dell’aviatore si fece più intensa.

— Mi hanno veduto! — egli esclamò ad alta voce, — e forse aspettavano di vedere le luci e mi cercavano e temevano per me!

La sua energia sempre alta e vigile parve intensificarsi.

— Come debbono essere lieti di vedere che tutto va bene! — pensò.

Guardò l’orologio: segnava mezzanotte e tre quarti. [p. 205 modifica]

— Quanto tempo è passato! — si disse, felice.

Non se ne era avveduto. Già da quasi otto ore durava il suo viaggio ed egli non avvertiva il più lieve senso di stanchezza. Adesso, non dubitava più della vittoria.

Poichè la bussola segnava che l’aereoplano proseguiva direttissima la sua rotta, la terza parte del percorso era ormai compiuta. Dopo pochi minuti, i suoi sguardi che si erano rivolti a seguire la nave, non la distinsero più. Il velivolo fuggiva velocissimo e un’altra volta, ormai, tornava nella solitudine più profonda.

Verso l’alba, quando le stelle cominciarono a impallidire e qualcuna a spegnersi nel primissimo chiarore appena sensibile, Noris avvertì insieme il primo brivido di freddo e un vago senso di stanchezza. L’aria s’era fatta più fredda e la immobilità forzata anchilosava le ginocchia del giovane. Contro il freddo, egli reagì bevendo per la prima volta un sorso di un cordiale di latte, ova e cognac che doveva costituire il suo solo nutrimento per la durata del viaggio. La bottiglia, collocata a portata della sua mano, era, di quelle che hanno la proprietà di mantenere caldi i liquidi, cosicchè egli trasse un beneficio sensibile da quel leggero ristoro. Subito dopo, la necessità di attendere più energicamente alla manovra dell’apparecchio, gli fece dimenticare anche il freddo e la stanchezza. Il vento s’era levato da tramontana e investiva il velivolo di fianco infliggendogli delle scosse che lo facevano sussultare violentemente.

Intento alla manovra, Noris spiava ogni trasalto brusco della sua macchina per rimediarvi con miracoli di ristabilito equilibrio: non dubitava della resistenza dell’apparecchio preparato per la difesa, armato in modo specialissimo per ogni genere d’aggressione, ma temeva di sè, adesso. Il senso di stanchezza lieve avvertito un istante prima lo preoccupava: se per un attimo solo egli avesse perduto il controllo di tutta la macchina, sarebbe stata finita.

Un istante, ebbe anche la tentazione di deviare [p. 206 modifica]un poco dalla sua rotta per affrontare il vento almeno in direzione ovest-nord-ovest, ma poi rinunziò a quell’idea. Cambiar rotta significava prolungare il viaggio di qualche ora ed egli aveva invece bisogno di abbreviarlo il più che fosse possibile. Guardò l’orologio: segnava vicine le quattro. Forse, col sorgere del sole, anche quel vento sarebbe cessato o almeno diminuito. Meglio valeva sostenere l’assalto e lottare fin che l’apparecchio fosse uscito dalla zona dell’aggressione. A un certo punto, una raffica più violenta delle altre passò sotto l’ala di destra, la squassò come volesse sollevarla e svellerla. I tiranti d’acciaio raddoppiati e rinforzati opposero all’assalto la vibrazione di tutta la loro metallica anima e l’ala resistette ma tutto l’apparecchio fu per un istante piegato a sinistra, con un così immediato pericolo di venir capovolto, che Noris sentì i capelli drizzarglisi sul capo. Ancora, la sua mano fu pronta a ristabilire l’equilibrio ma quando il pericolo fu vinto, il suo sangue pulsava nelle arterie con una violenza che diceva l’emozione provata.

— Se la macchina non aveva questa velocità, stavolta era finita, — si disse.

Quasi cedesse le armi dopo quella sconfitta, il vento a un tratto diminuì e cadde; la calma ritornò, intorno, rotta appena di tanto in tanto da qualche breve improvvisa raffica sperduta.

Passata appena l’ora di lotta intensa, Noris tornava a provare la tentazione della depressione. Aveva freddo e gli dolevano gli occhi. Se soltanto avesse potuto chiuderli un momento gli pareva che ne avrebbe provato un grande riposo.

Un momento, poichè la calma, intorno, era perfetta, e l’apparecchio filava sicuro sulla sua rotta, cedette alla tentazione e chiuse gli occhi. Li riaperse subito: un senso di vertigine intenso e doloroso lo aveva assalito immediatamente appena le palpebre s’erano calate sopra le sue pupille ed egli aveva sentito che dietro quella vertigine improvvisa c’era, violento e irresistibile, il sonno. [p. 207 modifica]

Bisognava reagire.

Ecco, ad aiutare il suo proposito, sorgeva adesso il sole.

Come per un prodigio, Noris vide a un tratto avvivarsi e accendersi tutto l’orizzonte e ricolorarsi il mare e sorridere l’azzurro opalino del cielo.

Ritornava il giorno, ritornava la vita! Ed ecco, anche nell’aviatore risorgevano la fede e la forza. Più veloce avrebbe voluto il motore, più ravinto il vento? oltre metà del viaggio era compiuta, oltre metà della prova vinta. Prima che quel sole, salito adesso all’orizzonte d’oriente, avesse percorso tutto l’arco di cielo che sovrastava l’Oceano, Noris sarebbe giunto.... Ora, la ripresa d’energia si mutava per lui in impazienza. Più veloce avrebbe avuto il motore, più rapida la corsa. Il velivolo solcava lo spazio come un proiettile e pareva a Noris che troppo lento fosse il suo volo e troppo placido.

Il freddo dell’alba era fugato dal sole.

Noris bevve un altro sorso di cordiale e preparò mentalmente la sua giornata. Si guardò attorno, per trarre un pronostico dall’aspetto del cielo e del mare. Il mare era lievemente agitato, appariva come una distesa color di azzurro cupo striata regolarmente da strisce bianche: la spuma delle onde. Fin dove l’occhio del giovane giungeva, la distesa era deserta: non una nave, non una traccia di fumo: soltanto all’estremo occidente, dove si fondevano le linee del cielo e del mare, una striscia bruna si disegnava percettibile appena.

Una nave?

Noris rimase un poco in forse.

— Nuvole, — disse coll’esperienza del suo sguardo abituato a discernere anche assai lontano. E soggiunse: — Male!

Un’ora dopo la nube, che man mano era andata ingrossando, era vicinissima e ingombrava colla sua massa bruna tutto l’orizzonte come una minaccia.

Noris interrogò successivamente la bussola e [p. 208 modifica]l’aneroide per vedere se vi fosse un modo di evitare quella minaccia: deviare? innalzarsi al disopra della nube? proseguendo sulla linea della sua rotta, l’aereoplano avrebbe, fra poco, attraversato in pieno la nube. La cosa non sarebbe stata grave se la traversata si fosse compiuta tutta prima che la nube si sciogliesse in temporale. Ma Noris non era ben sicuro della cosa. A ogni modo, bisognava subito scartare l’idea di deviare. La nube aveva una estensione enorme, specie verso sud-ovest. E deviare a nord, voleva dire, per Noris, perdere un tempo preziosissimo.

Restava la possibilità di innalzarsi e l’aviatore decise di tentarla. Forse, qualche centinaio di metri più su avrebbe ritrovato l’azzurro. Mentre manovrava in questo intento, un lampo attraversò la massa buia ingombrante l’orizzonte. Il temporale si annunziava più rapido di quanto Noris avesse potuto prevedere.

Adesso, non gli restava nemmeno più la possibilità di sfuggirlo. Prima che gli fosse riuscito di portare la sua macchina al disopra della nube, la tempesta si sarebbe scatenata. Ecco, al primo lampo altri ne succedevano spessi, fitti, insistenti; una raffica investì l’aereoplano, gli impresse un sussulto violento, lo abbassò come sotto un colpo assestato da una mano invisibile.

La tempesta era imminente. Noris la vedeva venirgli incontro, incombergli sopra, raccogliersi sotto la sua macchina, investirla, avvolgerla, travolgerla, forse. Con quella calma che sempre si faceva in lui quando il pericolo urgeva, l’aviatore concentrò le sue forze per la difesa. Bisognava affrontare l’uragano.

Era necessario mantenere la macchina sulla linea della sua rotta poichè ormai qualsiasi deviazione sarebbe stata inutile. Forse la velocità, dell’apparecchio sarebbe riuscita a vincere anche la furia del vento, di solo grave pericolo per Noris era costituito dalla probabilità che l’apparecchio applicato alla sua macchina per raccogliere l’energia elettrica dell’atmosfera, diventasse uno scaricatore troppo violento dell’elettricità [p. 209 modifica]che saturava la nube. Venire avvolto nella vampa d’un fulmine poteva essere una magnifica fine rispetto all’estetica e alla poesia ma non avrebbe rappresentato precisamente una vittoria per l’aviatore.

La risoluzione sua fu pronta.

Poichè l’apparecchio era fornito anche di benzina, egli poteva bene per qualche tempo chiedere l’energia pel suo motore a quella stessa fonte che gli aveva servito per innalzarsi. Chiuse l’apparecchio d’induzione elettrica e riaperse l’accensione e fu appena in tempo a provvedere poichè proprio in quell’istante un fulmine scoppiava poco sotto il velivolo accompagnato da un rombo possente e spaventoso.

Fra gli occhi corruschi dell’aviatore si era scavata la ruga che riassumeva tutte le sue preoccupazioni nei momenti noiosi o difficili. L’ora era davvero difficile. L’aereoplano tagliava in pieno la nube e pareva gli fosse calata improvvisa, intorno, la notte, una notte solcata da lampi di fuoco, flagellata dalla pioggia, corsa da raffiche tremende, attraversata dall’urlo di misteriose voci tonanti che dicessero minaccie paurose.

La battaglia, nella sua terribilità, era così bella, che Noris sentiva centuplicate le sue forze da una specie di esaltazione entusiasta. Non sentiva la pioggia che gli batteva sulla maschera del viso, sull’elmetto, sullo scafandro, che penetrava attraverso i grossi guanti che gli proteggevano le mani, che percoteva i vetri dell’apparecchio. Non pensava nemmeno più al pericolo mentre manovrava attento, calmissimo, sicuro a riparare lo squilibrio improvviso prodotto da una raffica più forte: soltanto il gusto aspro della lotta sentiva e il bisogno di essere il più forte mentre era, col suo apparecchio, il più fragile nel duello spaventoso impegnato contro tutte le forze della natura coalizzate contro di lui. Vincere voleva — non tanto perchè perdere significasse morire quanto perchè tutto il suo essere e tutto il suo istinto si affermavano nel bisogno di mostrarsi il più forte. [p. 210 modifica]

La lotta immane durò quasi due ore. Quando Noris ne uscì, il temporale non era cessato ma la sua macchina se lo era lasciato alle spalle e al disopra dell’apparccchio splendeva alto, nel cielo candido di radiosità, il sole.

Noris gli sorrise come a un amico che con lui si congratulasse della riportata vittoria.

— Adesso — gli disse — penserai tu ad asciugarmi.

Sì, il sole poteva riparare in parte alle traccie della passata bufera, ma non poteva, per esempio, riattaccare il tirante inferiore dell’ala sinistra che lo sforzo di resistenza contro una raffica aveva strappato e nemmeno rimettere il telo di destra che si era spezzato ricadendo dentro il telaio.

Noris constatò le traccio lasciate dalla tempesta con profondo scoramento. L’ala sinistra era ancora tenuta da un tirante doppio e da un altro semplice.

— Se non incontro altri ostacoli — si disse — arrivo. Ma se debbo difendermi un’altra volta dalla furia del vento, non so.

Per fortuna, non c’erano molte probabilità di nuove tempeste.

L’orologio e il sole segnavano insieme esattamente il mezzogiorno e gli sforzi fatti da Noris, se avevano compromesso in parte la resistenza dell’aereoplano, erano però riusciti a mantenerlo esattamente sulla sua rotta.

Fra meno di cinque ore egli sarebbe giunto.

Intorno, lo spazio riposava in una pace che pareva soprannaturale, tanto più sensibile per Noris che usciva da una così terribile tempesta. Il cielo limpidissimo era tutto un bagliore d’oro e d’azzurro pallido sgombro di nubi fino all’orizzonte più lontano. E il mare era tutto una distesa scintillante radiosa come il cielo e, come quello, soffuso di pace.

Veniva da quella infinita bellezza una suggestione di riposo e di sicurezza che si traducevano, pel giovane, in energia nuova. Adesso sì, la sua speranza diventava sicurezza. [p. 211 modifica]

Figgendo lo sguardo laggiù, all’estremo occidente, egli non pensava più lo spazio infinito ma pensava la terra. Ogni palpito del suo motore, ogni giro dell’elica avvicinavano l’apparecchio alla terra, alla meta, alla vittoria. Si faceva realtà tangibile, adesso, la vittoria, non ora più sogno o soltanto speranza.

Come sollevava tutto il suo spirito quel pensiero della vittoria vicina! Non sentiva più la stanchezza, non sentiva più il disagio. Tutte le sue energie erano sovreccitate così che parevano decuplate.

Poco più di quattr’ore, ormai; cos’erano, di fronte alle venti ore che già erano passate?

Non sentiva nemmeno il languore: per non venir colto alla sprovvista da qualche improvvisa debolezza, aveva ricorso più volte al cordiale preparatogli da Giorgio Dauro, non perchè sentisse gli stimoli della fame. Tutti i bisogni fisici erano sospesi nel suo organismo, vinti dalla tensione nervosa che costituiva tutta la sua energia di resistenza.

Quattr’ore! cos’erano, ormai, per lui che si sentiva ancora forte, lucido, sicuro? cos’erano colla prospettiva di quel cielo limpido, di quell’aria tranquilla, di quella serenità piena di pace?

Appena uscito dalla tempesta egli aveva chiuso l’accensione e ristabilita l’energia elettrica. Ripensando all’utile che gli aveva reso la benzina si compiaceva d’essere riuscito a persuadere Dauro di applicare al velivolo il congegno che permetteva di adoperare indifferentemente l’una o l’altra delle energie applicate al motore e l’immagine di Dauro, evocata da quella riflessione, riportò il suo pensiero a tutti gli amici che lo seguivano a quell’ora trepidando.

— Scommetto — si disse — che Dauro ha passato una notte meno tranquilla della mia!

Fra poche ore, fra poche ore egli avrebbe ricevuto la notizia del compiuto prodigio: fra poche ore quella notizia, si sarebbe propagata in Genova e da Genova, da New-York, da Horta, si sarebbe diffusa per tutto il mondo. Quanti [p. 212 modifica]sguardi, in quell’istante, scrutavano ansiosi l’orizzonte! Quante labbra ripetevano il suo nome, quanti cuori palpitavano nell’attesa del miracolo! E quando il miracolo fosse stato conosciuto, non uno fra gli uomini avrebbe più ignorato il suo nome.

Per la prima volta, l’ebbrezza del dominio spirituale ch’era incluso nella gloria gli apparve e lo toccò; per la prima volta egli fu, nel suo intimo, sensibile anche a quell’aspetto del suo trionfo.

Gli apparve a un tratto il viso di Minerva, la cara fida amica che lo attendeva a New-York. Il pensiero di rivedere, arrivando, il viso limpido e fiero della forte amica che tanta sicura fede aveva avuto sempre nel suo trionfo e che avrebbe tanto desiderato di essergli compagna, nell’impresa, gli allargò il cuore e lo riempì di letizia. Buona Minerva! forse era, come Ugo, la sola collega che davvero avrebbe gioito del suo trionfo senza l’ombra d’un riserbo o d’una gelosia. Egli la immaginò già in vedetta, a quell’ora, già tutta presa dall’orgasmo, già intenta a scrutare l’orizzonte e a spiare i messaggi che le navi incaricate di sorvegliare la rotta dell’aereoplano dovevano aver radiotelegrafato mano mano per segnalare il suo passaggio.

Se, come era certo, le navi avevano segnalato anche la tempesta, chissà in quali angoscie doveva trovarsi la fanciulla!

Qui, Noris s’ingannava.

Minerva Fabbri aveva saputo della tempesta e non ne aveva provato alcuna angoscia. La sua fede in Noris era tale che ella non dubitava che egli avesse trionfato anche della tempesta. Dopo il lungo discorso avuto con Giorgio Dauro a Cassano, una sola cosa ella aveva temuto: che davvero Noris pensasse a lasciarsi morire.

Ma prima di accomiatarsi da lui, nell’atto di salutarlo, gli aveva chiesto:

— Vivrete, vero? Volete vivere e vincere?

Ed egli aveva risposto:

— Voglio vivere per vincere, — con uno [p. 213 modifica]sguardo che ancora adesso ella sentiva in fondo all’anima come una garanzia e come una promessa.

La sua convinzione non aveva più conosciuto dubbio da allora.

E adesso, mentre Noris la pensava forse angosciata, sotto l’incubo del possibile destino tragico che poteva essergli toccato, ella rassicurava invece Ugo che subiva l’impressione di sgomento diffusa dalla notizia della tempesta comunicata proprio allora.

— Una tempesta: ebbene? È forse la prima volta che Noris ne affronta?

— In quelle condizioni, sì.

— Egli saprà trionfare anche ora, come sempre.

Ugo obbiettava:

— Voi non tenete conto delle condizioni di stanchezza in cui deve trovarsi. Una tempesta, affrontata dopo un’ora di volo, può essere un giuoco per un aviatore della forza di Noris, ma dopo venti ore di sforzo e di tensione diventa un pericolo dieci volte più grave.

— Per qualunque uomo che non sia Noris, sì.

Minerva Fabbri aveva pronunziato queste parole tranquillissimamente. Ugo alzò gli occhi verso gli occhi sereni della fanciulla con una interrogazione in fondo alle pupille.

— Così tranquilla voi siete? — egli chiese.

— Così.

E Minerva Fabbri sorrise.

— Voi non temete dunque nulla per lui?

— Io credo nella sua forza e la credo più forte del pericolo.

Un raggio brillò negli occhi, del giovinetto. Quella fede assoluta compenetrava lui pure e fugava l’ambra del turbamento che la trepidazione e l’affetto avevano diffuso sulla sua anima. Egli guardò Minerva con ammirazione. Non nutriva troppa tenerezza per l’allieva di Noris orgogliosa e inaccessibile ma la fede e la reverenza che ella nutriva pel comune maestro lo riconciliavano con lei. Era grande e bella come una religione quella sicurezza assoluta nel trionfo dell’invincibile. [p. 214 modifica]

I due giovani si scambiavano le impressioni reciproche isolati in un angolo del campo d’atterramento preparato presso la riva del mare in uno dei sobborghi della città. Intorno al campo erano state costrutte le tribune per il publico e in un capanno improvvisato in capo al campo, dentro la staccionata, si erano insediati il Comitato pel ricevimento e la stampa.

L’audace e fervida fantasia americana, per la quale nulla è impossibile, aveva accolto con entusiasmo la prospettiva di ricevere e di festeggiare il primo aviatore che fosse riuscito ad attraversare l’Oceano, e adesso, da ventitrè ore, attendeva in orgasmo le notizie sulle traversie del viaggio.

Ogni nuovo radiogramma che portava informazioni sul velivolo provocava una nuova edizione dei principali giornali della città; e man mano le notizie si susseguivano recando la voce che l’aereoplano s’avvicinava alla costa, affluiva il pubblico intorno al campo.

Adesso, le tribune erano tutte gremite e anche il campo era in parte invaso.

Ugo e Minerva Fabbri avevano naturalmente ottenuto dal Comitato di potersi trattenere sul campo e di aver libero l’accesso verso il punto di atterramento onde essere i primi ad avvicinare l’aviatore.

— Chissà in che stato arriverà! — osservò a un tratto Ugo.

— Arrivi come vuole, — fece Minerva, — purchè arrivi.

Sì, ella pure era impaziente ma la sua impazienza era scevra d’inquietudine. Più che di aver finita la prova, ella anelava di vedere Noris e di dirgli tutta la sua gioia.

Socchiuse gli occhi cercando d’immaginarlo e gli parve di rivederlo calmo e imperturbato come lo aveva contemplato durante le lezioni che egli le aveva impartito. Ricordava benissimo la sua fisionomia da pilota. Era una fisionomia fredda e severa, limpida come il cristallo e rigida e chiusa come una maschera di marmo. [p. 215 modifica]

Non si era alterata, quella fisionomia, nemmeno il giorno in cui, l’improvvisa rottura del timone di direzione, schiantato in un viraggio troppo brusco, aveva lasciato, per pochi lunghissimi minuti, il velivolo in balia del vento con imminente e grave pericolo di vita.

Non si era turbato, Noris.

Ella ricordava perfettamente il viso che egli aveva in quell’istante, ricordava le parole che si era chinato a sussurrarle:

— Non avete paura, vero?

No, ella non aveva avuto paura ed era stata felice quando, superata la raffica, Noris le aveva detto con un buon sorriso cordiale:

— Brava; avete il sangue freddo, la prima virtù necessaria all’aviatore.

Stava ancora pensando alle parole di Noris e al suo sorriso tanto più prezioso perchè rarissimo, quando la voce di Ugo la scosse:

— Leggete, leggete! Noris ha superato la tempesta!

Una tabella affissa sopra una delle pareti dell’hangar, portava il testo di radiogrammi giunti man mano al Comitato. L’ultimo pervenuto pochi istanti prima, diceva che Noris era stato veduto a una latitudine che corrispondeva a poco più di due ore di distanza da New-York.

— Ha vinto! ha vinto! — ripeteva Ugo fuor di sè dalla gioia.

Minerva Fabbri si accontentava di osservare:

— Ve lo dicevo, io?

A un tratto, dal pubblico enorme stipato intorno al campo, un urlo enorme si levò possente cd entusiasta:

— Urrah! Noris, urrah!

Minerva si rivolse a guardare lo spazio, verso il mare, col cuore che le pulsava forte come volesse spezzarsi e, come lei, si rivolsero a interrogare l’orizzonte Ugo e mille altri.

Veniva forse, Noris?

Era forse già visibile?

No, non veniva ancora Noris, ma nella folla s’era diffusa quasi contemporaneamente la [p. 216 modifica]voce della tempesta che egli aveva dovuto affrontare e quella della vittoria che aveva ottenuta e quella folla entusiasta acclamava già a lui come fosse stato presente e avesse potuto udirla.

L’applauso si ripetè, più insistente, irrefrenato, senza fine e altissimo quando qualcuno portò nel campo la voce che dall’osservatorio astronomico l’aereoplano era stato avvistato lontanissimo attraverso un canocchiale di lunga portata.

La notizia era stata ricevuta al telefono del campo da un piccolo giornalista il quale si accontentò di diffondere urlando a squarciagola:

— È qua! è qua!

Migliaia e migliaia di teste si rivolsero d’un colpo verso il mare, fissarono gli occhi all’orizzonte estremo, attesero con un’ansia che, davvero, diventava angoscia.

Minerva Fabbri sentì piegarsi le ginocchia per la commozione improvvisa, poi, tutto il suo spirito fu d’un tratto sollevato da un’onda d’esaltazione non provata mai.

— Viene! viene! — esclamavano le sue labbra mentre le sue mani si aggrappavano convulse al braccio di Ugo. E il giovanetto non pensava più a meravigliarsi di quella inusitata aggressione perchè non se ne rendeva più conto.

Come quello di Minerva, il suo spirito non era più che un’attesa.

Veniva, Noris, veniva!

Qualcuno doveva averlo avvistato già sul mare perchè le sirene dei mille vaporetti, delle lancie, delle maggiori navi, che solcavano lo specchio d’acque prospiciente il campo d’atterramento, già lo salutavano e lo acclamavano coll’acuta voce alta e triste, piena d’angoscia e di nostalgia che formava un contrasto non lieve colla vivacità dei pavesi tutti alzati.

Dal campo all’hangar, era un correre ed accorrere frettoloso di commissari, di meccanici, di giornalisti, di fotografi. Numerosi agenti di polizia facevano sgombrare lo spazio immenso dove l’aviatore avrebbe dovuto scendere. Quattro enormi palloni frenati, levati altissimi [p. 217 modifica]nell’azzurro, vi si disegnavano immobili indicando al velivolo il punto dove finalmente, finalmente avrebbe potuto atterrare e riposare.

In tutti, l’impazienza diventava orgasmo. Il telefono era preso d’assalto: l’ufficio telegrafico improvvisato in un baraccamento elevato dentro il recinto, era gremito di corrispondenti che giuocavano d’astuzia per assicurarsi il primato nel servizio.

Finalmente, alle quattro precise, il commissario che stava al telefono annunziò che l’aereoplano avanzava al disopra della baia.

Minerva Fabbri e Ugo si slanciarono fuori sollevati da un impeto irrefrenabile.

Un agente di polizia volle fermarli. Essi mostrarono impazienti il lascia-passare del Comitato e Ugo aggiunse anche con orgoglio:

— Io sono il suo meccanico!

— Bene, — fece quello, — ma la signorina?

Ugo non rispose: era già lontano e Minerva lo seguiva non così distratta però da non udire la voce di un individuo che ella non conosceva, un giornalista, forse, o un commissario, dire all’agente:

— La signorina è la piccola amica di Ettore Noris!

Il gesto di saluto deferente che l’agente le rivolse andò perduto, ma l’insolenza dello sconosciuto venne raccolta dalla fanciulla e senza ira.

Davvero supponevano quello? Ebbene, non gliene importava nulla in quell’ora. Soltanto l’idea balenatale a un tratto che anche Noris fosse venuto a conoscere quella supposizione balorda, le diede un senso di sgomento. Se Noris ne fosse rimasto seccato? I termini si invertivano nel giudizio della bizzarra fanciulla. Lo insospettato doveva essere lui, l’eroe che di tanto sovrastava alla comune degli uomini per tutte le sue virtù d’eccezione.

Non era diminuirlo, supporgli le debolezze della comune degli uomini?

Questo pensiero stava già diffondendo una [p. 218 modifica]leggera nube sulla sua anima quando a fugarla si levò improvviso l’urlo immane della folla che vedeva avverato finalmente il prodigio.

Noris veniva!

L’aereoplano si avanzava sulla baia visibilissimo, ormai vicino e sempre più distinto. L’aria vibrò dell’onda violenta di centomila grida, dell’urlo di mille sirene, del clamore immane d’infinite voci che salivano a incontrarlo, a investirlo, ad attirarlo giù, sullo spiazzo dove una folla frenetica d’entusiasmo lo chiamava, lo voleva, lo aspettava.

Ecco, già l’aquilotto glorioso aveva lasciato il mare e roteava al disopra del campo. E tutti gli occhi erano lassù dove le pale dell’elica giravano vertiginose e senza posa da ventitrè ore, spiavano la manovra della macchina, cercavano l’uomo ancora invisibile che era riuscito a compiere il prodigio senza precedenti.

Ugo aspettava bianco in viso e con la fronte contratta.

— Ha trovato subito il campo, — disse alla compagna che gli stava vicino, — è prodigioso!

Minerva tacque. Col capo buttato all’indietro, il viso alzato tutto verso il velivolo, ella seguiva la manovra di Noris con un’ammirazione estatica e la sua bianca gola scoperta palpitava come se sotto vi battesse il cuore.

Sì, erano prodigiose quella resistenza, quella lucidità, quella sicurezza! Non solo Noris aveva subito trovato il campo ma aveva seguito perfettamente i segnali e ora si accingeva a scendere anche esteticamente. Ella sapeva l’importanza enorme che egli annetteva alla bellezza dell’atterramento che nel suo concetto doveva essere non solo esatto ma lieve e bello così da dare a chi vi assisteva la impressione della facilità, ma non credeva che Noris sarebbe giunto in condizioni da potere, una volta dippiù, tradurre in atto il suo fondamentale precetto.

Invece era così.

— Ha spento il motore, — disse a un tratto, accanto a lei, la voce di Ugo. [p. 219 modifica]

Era vero. Noris aveva descritto un ampio giro al disopra delle tribune e adesso, avvistata la linea di atterramento, calava con un volo piano diretto con un’abilità che era il risultato di un ultimo sforzo sovrumano.

Avvertì ancora il sobbalzo che la macchina diede urtando la terra, l’urlo e insieme la visione vaga della folla in delirio, la voce di Ugo che lo chiamava e, come in sogno, gli occhi di Minerva Fabbri pieni di sorriso e di lagrime.

Poi, più nulla.

Dovettero toglierlo di peso dalla macchina e trasportarlo come un morto.