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giorno, fra il collaboratore di Noris e la sua allieva. I due giovani parlavano ancora insieme, seduti nel capanno, quando l’aviatore uscì dall’officina e mosse incontro alla Fabbri per salutarla. Ma egli non ebbe nemmeno campo di sospettare che i suoi due amici avessero parlato a lungo di lui, perchè quando si avvicinò, essi discorrevano di teatro e di artisti.


II.


Prima di salire sull’apparecchio che i meccanici già trattenevano e che urlava colla voce formidabile del suo motore — allo spazio, al mare, al cielo — il suo desiderio impaziente e frenetico di slanciarsi nella fuga folle, di librarsi pel volo audacissimo, Ettore Noris si chinò e baciò la terra.

Cento occhi lo fissarono stupiti e interroganti.

Un giornalista americano che era venuto ad assistere alla partenza per conto del maggior giornale di New-York e che aveva già riempito di appunti due taccuini, interrogò l’aviatore nel suo italiano bizzarro.

— Perchè avete fatto questo?

Noris sorrise senza rispondergli e si rivolse a Dauro.

— Non si sa mai, — disse, — se perdo la partita, la terra non la tocco più.

Un brivido passò nelle vene di una isolana che guardava estatica confusa nella folla.

— Può morire? — ella domandò all’individuo che le stava vicino.

— È la cosa più probabile che gli possa capitare, — disse quello tranquillamente. E soggiunse, stringendosi nelle spalle: — È un pazzo.

Un altro giornalista segnò il giudizio dello