Atto secondo

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ATTO SECONDO

SCENA I

Orti palatini, corrispondenti agli appartamenti imperiali, con viali, spalliere di fiori e fontane continuate. Nel fondo caduta d’acque, e innanzi grotteschi e statue.

Massimo e poi Fulvia.

Massimo. Qual silenzio è mai questo! È tutto in pace
l’imperiale albergo. In oriente
rosseggia il nuovo giorno:
e pur ancor d’intorno
suon di voci non odo, alcun non miro.
Dovrebbe pure Emilio
aver compíto il colpo. Ei mi promise
nel tiranno punir tutti i miei torti,
e pigro...
Fulvia. Ah, genitor!
Massimo. Figlia, che porti?
Fulvia. Che mai facesti?
Massimo. Io nulla feci.
Fulvia. Oh Dio!
Fu Cesare assalito. Io giá comprendo
donde nasce il pensier. Padre, tu sei
che spingi a vendicarti
la man che l’assalí.
Massimo. Ma Cesare morí?

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Fulvia. Pensa a salvarti.
Giá di guerrieri e d’armi
tutto il soggiorno è cinto.
Massimo. Dimmi se vive o se rimase estinto.
Fulvia. Nol so. Nulla di certo
compresi nel timor.
Massimo. Sei pur codarda.
Vado a chiederlo io stesso.
(in atto di partire, s’incontra in Valentiniano)

SCENA II

Valentiniano senza manto e senza lauro, con ispada nuda e séguito di pretoriani, e detti.

Valentiniano. Ogni via custodite ed ogni ingresso.
(parlando ad alcuni soldati, che partono)
Massimo. (Egli vive! Oh destin!)
Valentiniano. Massimo, Fulvia,
chi creduto l’avria?
Massimo. Signor, che avvenne?
Valentiniano. Ah! maggior fellonia mai non s’intese.
Fulvia. (Misero genitor!)
Massimo. (Tutto comprese).
Valentiniano. Di chi deggio fidarmi? I miei piú cari
m’insidiano la vita.
Massimo. (Ardir.) Come! E potrebbe
un’anima sì rea trovarsi mai?
Valentiniano. Massimo, e pur si trova; e tu lo sai.
Massimo. Io!
Valentiniano. Sì; ma il ciel difende
le vite de’ monarchi. Emilio invano
trafiggermi sperò. Nel sonno immerso
credea trovarmi, e s’ingannò. L’intesi
del mio notturno albergo
l’ingresso penetrare. A’ dubbi passi,

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al tentar delle piume,
previdi un tradimento. In piè balzai,
strinsi un acciar: contro il fellon, che fugge,
fra l’ombre i colpi affretto. Accorre al grido
stuol di custodi, e delle aperte logge
mi veggo, al lume inaspettato e nuovo,
sanguigno il ferro: il traditor non trovo.
Massimo. Forse Emilio non fu.
Valentiniano. La nota voce
ben riconobbi al grido, onde si dolse
allor che lo piagai.
Massimo. Ma per qual fine
un tuo servo arrischiarsi al colpo indegno?
Valentiniano. Il servo lo tentò: d’altri è il disegno.
Fulvia. (Oh Dio!)
Massimo. Lascia ch’io vada
in traccia del fellon. (in atto di partire)
Valentiniano. Cura è di Varo:
tu non partire.
Massimo. (Ah, son perduto!) Io forse
meglio di lui potrò...
Valentiniano. Massimo, amico,
non lasciarmi così: se tu mi lasci,
donde spero consiglio e donde aita?
Massimo. T’ubbidisco. (Io respiro.)
Fulvia. (Io torno in vita.)
Massimo. Ma chi del tradimento
tu credi autor?
Valentiniano. Puoi dubitarne? In esso
Ezio non riconosci? Ah! se mai posso
convincerlo abbastanza, i giorni suoi
l’error mi pagheranno.
Fulvia. (Mancava all’alma mia quest’altro affanno!)
Massimo. Io non so figurarmi
in Ezio un traditor. D’esserlo almeno
non ha ragion. Benignamente accolto...

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applaudito da te..., come avria core?...
È ben ver che l’amore,
l’ambizion, la gelosia, la lode
contaminan talor d’altrui la fede.
Ezio amato si vede,
è pien d’una vittoria,
arbitro è delle schiere...
e potrebbe scordarsi il suo dovere.
Fulvia. Tu lo conosci, ed in tal guisa, o padre,
parli di lui?
Massimo. Son d’Ezio amico, è vero,
ma suddito d’Augusto.
Valentiniano. E Fulvia tanto
difende un traditore? Ah! che il sospetto
del geloso mio cor vero diviene.
Massimo. Credi Fulvia capace
d’altro amor che del tuo? T’inganni. In lei
è pietá la difesa, e non amore.
La minaccia, l’orrore
di castigo e di morte
la fanno impietosir. Del sesso imbelle
la natia debolezza ancor non sai?

SCENA III

Varo e detti.

Varo. Cesare, invano il traditor cercai.
Valentiniano. Ma dove si celò?
Varo. La nostra cura
non poté rinvenirlo.
Valentiniano. E deggio in questa
incertezza restar? Di chi fidarmi?
di chi temer? Stato peggior del mio
vedeste mai?

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Massimo. Ti rassicura. Un colpo,
che a vuoto andò, del traditor scompone
tutta la trama. Io cercherò d’Emilio;
io veglierò per te. Del tutto ignoto
l’insidiator non è. Per tua salvezza
d’alcuno intanto assicurar ti puoi.
Valentiniano. Deh! m’assistete: io mi riposo in voi.
          Vi fida lo sposo,
     vi fida il regnante,
     dubbioso — ed amante,
     la vita — e l’amor.
          Tu, amico, prepara (a Massimo)
     soccorso ed aita:
     tu serbami, o cara, (a Fulvia)
     gli affetti del cor.
(parte con Varo e pretoriani.)

SCENA IV

Massimo e Fulvia.

Fulvia. E puoi d’un tuo delitto
Ezio incolpar? Chi ti consiglia, o padre?
Massimo. Folle! La sua ruina
è riparo alla mia: della vendetta
mi agevola il sentier. S’ei resta oppresso,
non ha difesa Augusto. Or vedi quanto
è necessaria a noi. Troppo maggiore
d’un femminil talento
questa cura saria: lasciane il peso
a chi di te piú visse,
e piú saggio è di te.
Fulvia. Dunque ti renda
l’etá piú giusto ed il saper.
Massimo. Se tento
l’onor mio vendicar, non sono ingiusto:

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e se lo fossi ancor, presa è la via,
ed a ritrarne il piè tardi saria.
Fulvia. Non è mai troppo tardi, onde si rieda
per le vie di virtú. Torna innocente
chi detesta l’error.
Massimo. Posso una volta
ottener che non parli? Alfin che brami?
Insegnar mi vorresti
ciò che da me apprendesti? O vuoi ch’io serva
al tuo debole amor? Fulvia, raffrena
i tuoi labbri loquaci,
e in avvenir non irritarmi e taci.
Fulvia. Ch’io taccia e non t’irriti, allor che veggio
il monarca assalito,
te reo del gran misfatto, Ezio tradito?
Lo tolleri chi può. D’ogni rispetto
o mi disciogli, o, quando
rispettosa mi vuoi, cangia il comando.
Massimo. Ah, perfida! Conosco
che vuoi sacrificarmi al tuo desio.
Va’! dell’affetto mio,
che nulla ti nascose, empia, t’abusa,
e, per salvar l’amante, il padre accusa.
          Va’! dal furor portata,
     palesa il tradimento;
     ma ti sovvenga, ingrata!
     il traditor qual è.
          Scopri la frode ordita;
     ma pensa in quel momento
     ch’io ti donai la vita,
     che tu la togli a me. (parte)

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SCENA V

Fulvia, poi Ezio.

Fulvia. Che fo? Dove mi volgo? Egual delitto
è il parlare e il tacer. Se parlo, oh Dio!
son parricida, e nel pensarlo io tremo.
Se taccio, al giorno estremo
giunge il mio bene. Ah! che all’idea funesta
s’agghiaccia il sangue e intorno al cor s’arresta!
Ah! qual consiglio mai...
Ezio, dove t’inoltri? ove ten vai? (vedendo Ezio)
Ezio. In difesa d’Augusto. Intesi...
Fulvia. Ah, fuggi!
In te del tradimento
cade il sospetto.
Ezio. In me! Fulvia, t’inganni.
Ha troppe prove il Tebro
della mia fedeltá. Chi seppe ogni altro
superar con l’imprese,
maggior d’ogni calunnia anche si rese.
Fulvia. Ma, se Cesare istesso il reo ti chiama,
s’io stessa l’ascoltai!
Ezio. Può dirlo Augusto,
ma crederlo non può. S’anche un momento
giungesse a dubitarne, ove si volga,
vede la mia difesa. Italia, il mondo,
la sua grandezza, il conservato impero
rinfacciar gli saprá che non è vero.
Fulvia. So che la tua ruina
vendicata saria; ma chi m’accerta
d’una pronta difesa? Ah! s’io ti perdo,
la piú crudel vendetta
della perdita tua non mi consola.
Fuggi, se m’ami; al mio timor t’invola.

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Ezio. Tu, per soverchio affetto, ove non sono
ti figuri i perigli.
Fulvia. E dove fondi
questa tua sicurezza?
Forse nel tuo valor? Ezio, gli eroi
son pur mortali, e il numero gli opprime.
Forse nel merto? Ah! che per questo, o caro,
sventure io ti predico:
il merto appunto è il tuo maggior nemico.
Ezio. La sicurezza mia, Fulvia, è riposta
nel cor candido e puro,
che rimorsi non ha; nell’innocenza,
che paga è di se stessa; in questa mano,
necessaria all’impero. Augusto alfine
non è barbaro o stolto:
e, se perde un mio pari,
conosce anche un tiranno
qual dura impresa è ristorarne il danno.

SCENA VI

Varo con pretoriani, e detti.

Fulvia. Varo, che rechi?
Ezio. È salva
di Cesare la vita? Al suo riparo
può giovar l’opra mia?
Che fa?
Varo. Cesare appunto a te m’invia.
Ezio. A lui dunque si vada.
Varo. Non vuol questo da te; vuol la tua spada.
Ezio. Come!
Fulvia. Il previdi!
Ezio. E qual follia lo mosse?
E possibil sará?

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Varo. Cosí non fosse!
La tua compiango, amico,
e la sventura mia, che mi riduce
un uffizio a compir contrario tanto
alla nostra amicizia, al genio antico.
Ezio. Prendi: Augusto compiangi e non l’amico.
(gli dá la spada)
          Recagli quell’acciaro
     che gli difese il trono:
     rammentagli chi sono,
     e vedilo arrossir.
          E tu serena il ciglio, (a Fulvia)
     se l’amor mio t’è caro:
     l’unico mio periglio
     sarebbe il tuo martír. (parte con guardie)

SCENA VII

Fulvia e Varo.

Fulvia. Varo, se amasti mai, de’ nostri affetti
pietá dimostra, e d’un oppresso amico
difendi l’innocenza.
Varo. Or che m’è noto
il vostro amor, la pena mia s’accresce,
e giovarvi io vorrei; ma troppo, oh Dio!
Ezio è di sé nemico: ei parla in guisa
che irríta Augusto.
Fulvia. Il suo costume altero
è palese a ciascuno. Omai dovrebbe
non essergli delitto. Alfin tu vedi
che, se de’ merti suoi cosí favella,
ei non è menzognero.
Varo. Qualche volta è virtú tacere il vero.
Se non lodo il suo fasto,

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è segno d’amistá. Saprò per lui
impiegar l’opra mia;
ma voglia il ciel che inutile non sia.
Fulvia. Non dir cosí. Niega agli afflitti aita
chi dubbiosa la porge.
Varo. Egli è sicuro,
sol che tu voglia. A Cesare ti dona,
e, consorte di lui, tutto potrai.
Fulvia. Che ad altri io voglia mai,
fuor che ad Ezio, donarmi? Ah! non fia vero.
Varo. Ma, Fulvia, per salvarlo, in qualche parte
ceder convien. Tu puoi l’ira d’Augusto
sola placar. Non differirlo; e in seno
se amor non hai per lui, fingilo almeno.
Fulvia. Seguirò il tuo consiglio,
ma chi sa con qual sorte! È sempre un fallo
il simulare. Io sento
che vi ripugna il core.
Varo. In simil caso
il fingere è permesso;
e poi non è gran pena al vostro sesso.
          Fulvia. Quel fingere affetto,
     allor che non s’ama,
     per molti è diletto;
     ma «pena» la chiama
     quest’alma non usa
     a fingere amor.
          Mi scopre, m’accusa,
     se parla, se tace,
     il labbro, seguace
     de’ moti del cor. (parte)

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SCENA VIII

Varo.

Folle è colui che al tuo favor si fida,
instabile Fortuna. Ezio, felice,
della romana gioventú poc’anzi
era oggetto all’invidia,
misura ai voti; e in un momento poi
cosí cangia d’aspetto,
che dell’altrui pietá si rende oggetto.
Pur troppo, o Sorte infida,
folle è colui che al tuo favor si fida.
          Nasce al bosco in rozza cuna
     un felice pastorello,
     e con l’aura di fortuna
     giunge i regni a dominar.
          Presso al trono in regie fasce
     sventurato un altro nasce,
     e fra l'ire della sorte
     va gli armenti a pascolar. (parte)

SCENA IX

Galleria di statue e specchi, con sedili intorno, fra’ quali uno innanzi a mano destra, capace di due persone. Gran balcone aperto in prospetto, dal quale vista di Roma.

Onoria e Massimo.

Onoria. Massimo, anch’io lo veggo; ogni ragione
Ezio condanna. Egli è rival d’Augusto:
al suo merto, al suo nome
crede il mondo soggetto. E poi che giova
mendicarne argomenti? Io stessa intesi

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le sue minacce: ecco l’effetto. E pure,
incredulo il mio core
reo non sa figurarlo e traditore.
Massimo. Oh virtú senza pari! È questo invero
eccesso di clemenza. E chi dovrebbe
piú di te condannarlo? Ei ti disprezza;
ricusa quella mano
contesa dai monarchi. Ogni altra avria...
Onoria. Ah! dell’ingiuria mia
non ragionarmi piú. Quella mi punse
nel piú vivo del cor. Superbo! ingrato!
allor che mel rammento,
tutto il sangue agitar, Massimo, io sento.
Non giá però ch’io l’ami, o che mi spiaccia
di non essergli sposa. Il grado offeso...,
la gloria..., l’onor mio...
son le cagioni...
Massimo. Eh! lo conosco anch’io;
ma nol conosce ognun. Sai che si crede
piú l’altrui debolezza
che la virtude altrui. La tua clemenza
può comparire amor. Questo sospetto,
solo con vendicarti,
puoi dileguar. Non abborrire alfine
una giusta vendetta:
tanta clemenza a nuovi oltraggi alletta.
Onoria. Le mie private offese ora non sono
la maggior cura. Esaminar conviene
del germano i perigli. Ezio s’ascolti,
si trovi il reo. Potrebbe
esser egli innocente.
Massimo. È vero; e poi
potrebbe anche pentirsi;
la tua destra accettar...
Onoria. La destra mia...
Eh! non tanto se stessa Onoria obblia.

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Se fosse quel superbo
anche signor dell’universo intero,
non mi speri ottener; mai non fia vero.
Massimo. Or ve’ com’è ciascuno
facile a lusingarsi! E pure ei dice
che ha in pugno il tuo voler, che tu l’adori,
che a suo piacer dispone
d’Onoria innamorata;
che, s’ei vuol, basta un guardo, e sei placata.
Onoria. Temerario! Ah! non voglio
che lungamente il creda. Al primo sposo,
che suddito non sia, saprò donarmi.
Ei vedrá se mancarmi
possan regni e corone,
e s’ei d’Onoria a suo piacer dispone.
(in atto di partire)

SCENA X

Valentiniano e detti.

Valentiniano. Onoria, non partir. Per mio riposo
tu devi ad uno sposo,
forse poco a te caro, offrir la mano.
Questi ci offese, è ver; ma il nostro stato
assicurar dobbiamo. Ei ti richiede;
e al pacifico invito
acconsentir conviene.
Onoria. (Ezio è pentito.)
M’è noto il nome suo?
Valentiniano. Pur troppo. Ho pena,
germana, in profferirlo. Io dal tuo labbro
rimproveri ne attendo. A me dirai
ch’è un’anima superba,
ch’è reo di poca fé, che son gli oltraggi

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troppo recenti: io lo conosco; e pure,
rammentando i perigli,
è forza che a tal nodo io ti consigli.
Onoria. (Rifiutarlo or dovrei; ma...) Senti. Alfine,
se giova alla tua pace,
disponi del mio cor come a te piace.
Massimo. Signore, il tuo disegno
io non intendo. Ezio t’insidia, e pensi
solamente a premiarlo?
Valentiniano. Ad Ezio io non pensai: d’Attila io parlo.
Onoria. (Oh inganno!) Attila!
Massimo. E come?
Valentiniano. Un messagger di lui
me ne recò pur ora
la richiesta in un foglio. È questo un segno
che il suo fasto mancò. Non è l'offerta
vergognosa per te. Stringi uno sposo,
a cui servono i re: barbaro, è vero;
ma che può, raddolcito
dal tuo nobile amore,
la barbarie cangiar tutta in valore.
Onoria. Ezio sa la richiesta?
Valentiniano. E che! Degg’io
consigliarmi con lui? Questo a che giova?
Onoria. Giova per avvilirlo e perché meno
necessario si creda:
giova perché s’avveda
che al popolo romano
utile piú d’ogni altra è questa mano.
Valentiniano. Egli il saprá; ma intanto
posso del tuo consenso
Attila assicurar?
Onoria. No: prima io voglio
vederti salvo. Il traditor si cerchi,
Ezio favelli, e poi
Onoria spiegherá gli affetti suoi.

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               Finché per te mi palpita
          timido in petto il cor,
          accendersi d’amor
          non sa quest’alma.
               Nell’amorosa face
          qual pace — ho da sperar,
          se comincio ad amar
          priva di calma? (parte)

SCENA XI

Valentiniano e Massimo.

Valentiniano. Olá! qui si conduca
il prigionier.
(esce una comparsa, la quale, ricevuto l’ordine. (parte))
Ne’ miei timori io cerco
da te consiglio. Assicurarmi in parte
potrá d’Attila il nodo?
Massimo. Anzi ti espone
a periglio maggior. Cerca il nemico
sopir la cura tua, fingersi umano,
avvicinarsi a te. Chi sa che ad Ezio
non sia congiunto? Il temerario colpo
gran certezza suppone. E poi t’è noto
che ad Attila giá vinto Ezio alla fuga
lasciò libero il passo, e a te dovea
condurlo prigioniero;
ma non volle, e potea.
Valentiniano. Pur troppo è vero.

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SCENA XII

Fulvia e detti.

Fulvia. Augusto, ah, rassicura
i miei timori! È il traditor palese?
È in salvo la tua vita?
Valentiniano. E Fulvia ha tanta
cura di me?
Fulvia. Puoi dubitarne? Adoro
in Cesare un amante, a cui fra poco
con soave catena
annodarmi dovrò. (So dirlo appena.)
Massimo. (Simula, o dice il ver?)
Valentiniano. Se il mio periglio
amorosa pietá ti desta in seno,
grata al mio cor la sicurezza è meno.
Ma potrò lusingarmi
della tua fedeltá?
Fulvia. Per fin ch’io viva,
de’ miei teneri affetti avrai l’impero.
(Ezio, perdona.)
Massimo. (Io non comprendo il vero.)
Valentiniano. Ah! se d’Ezio non era
la fellonia, saresti giá mia sposa.
Ma cara alla sua vita
costerá la tardanza.
Fulvia. Il gran delitto
dovresti vendicar. Ma chi dall’ira
del popolo, che l’ama,
assicurar ci può? Pensaci, Augusto.
Per te dubbia mi rendo.
Valentiniano. Questo sol mi trattiene.
Massimo. (Or Fulvia intendo.)

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Fulvia. E se fosse innocente? Eccoti privo
d’un gran sostegno; eccoti esposto ai colpi
d’ignoto traditore;
eccoti in odio... Ah, mi si agghiaccia il core!
Valentiniano. Volesse il ciel che reo non fosse! Ei viene
qui per mio cenno.
Fulvia. (Ah! che farò?)
Valentiniano. Vedrai
ne’ suoi detti qual è.
Fulvia. Lascia ch’io parta.
Col suo giudice solo
meglio il reo parlerá.
Valentiniano. No, resta.
Massimo. (vedendo venir Ezio) Augusto,
Ezio qui giunge.
Fulvia. (Oh Dio!)
Valentiniano. T’assidi al fianco mio. (a Fulvia)
Fulvia. Come! Suddita io sono, e tu vorrai...
Valentiniano. Suddita non è mai
chi ha vassallo il monarca.
Fulvia. Ah! non conviene...
Valentiniano. Non piú: comincia ad avvezzarti al trono.
Siedi.
Fulvia. Ubbidisco. (In qual cimento io sono!)
(siede alla destra di Valentiniano)

SCENA XIII

Ezio disarmato e detti.

Ezio. (nell’uscire, vedendo Fulvia, si ferma)
(Stelle, che miro! In Fulvia
come tanta incostanza!)
Fulvia. (Resisti, anima mia.)
Valentiniano. Duce, t’avanza.

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Ezio. Il giudice qual è? Pende il mio fato
da Cesare o da Fulvia?
Valentiniano. E Fulvia ed io
siamo un giudice solo. Ella è sovrana,
or che in lacci di sposo a lei mi stringo.
Ezio. (Donna infedel!)
Fulvia. (Potessi dir che fingo!)
Valentiniano. Ezio, m’ascolta, e a moderare impara,
per poco almeno, il naturale orgoglio,
che giovarti non può. Qui si cospira
contro di me. Del tradimento autore
ti crede ognun. Di fellonia t’accusa
il rifiuto d’Onoria, il troppo fasto
delle vittorie tue, l’aperto scampo
ad Attila permesso, il tuo geloso
e temerario amor, le tue minacce,
di cui tu sai che testimonio io sono.
Pensa a scolparti o a meritar perdono.
Massimo. (Sorte, non mi tradir!)
Ezio. Cesare, invero
ingegnoso è il pretesto. Ove s’asconde
costui che t’assalí? Chi dell’insidia
autor mi afferma? Accusator tu sei
del figurato eccesso,
giudice e testimonio a un tempo istesso.
Fulvia. (Oh Dio! si perde.)
Valentiniano. (E soffrirò l’altero?)
Ezio. Ma il delitto sia vero:
perché si appone a me? Perché d’Onoria
la destra ricusai? Dunque ad Augusto
serbai la libertá col mio sudore,
perché a me la togliesse anche in amore?
È d’Attila la fuga
che mi convince reo? Dunque io dovea
Attila imprigionar, perché d’Europa
tutte le forze e l’armi,

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senza il timor, che le congiunge a noi,
si volgessero poi contro l’impero?
Cerca per queste imprese altro guerriero.
Son reo, perché conosco
qual io mi sia, perché di me ragiono.
L’alme vili a se stesse ignote sono.
Fulvia. (Partir potessi!)
Valentiniano. Un nuovo fallo è questa
temeraria difesa. Altro t’avanza
per tua discolpa ancor?
Ezio. Dissi abbastanza.
Cesare, non curarti
tutto il resto ascoltar, ch’io dir potrei.
Valentiniano. Che diresti?
Ezio. Direi
che produce un tiranno
chi solleva un ingrato. Anche ai sovrani
direi che desta invidia
de’ sudditi il valor; che a te dispiace
d’essermi debitor; che tu paventi
in me que’ tradimenti,
che sai di meritar, quando mi privi
d’un cor...
Valentiniano. Superbo! a questo eccesso arrivi
Fulvia. (Aimè!)
Valentiniano. Punir saprò...
Fulvia. Soffri, se m’ami,
che Fulvia parta. I vostri sdegni irríta
l’aspetto mio. (s’alza)
Valentiniano. No, non partir. Tu scorgi
che mi sdegno a ragion. Siedi, e vedrai
come un reo pertinace
a convincer m’accingo.
Ezio. (Donna infedel!)
Fulvia. (torna a sedere) (Potessi dir che fingo).
Massimo. (Tutto finor mi giova.)

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Valentiniano. Ezio, tu sei
d’ogni colpa innocente. Invido Augusto
di cotesta tua gloria, il tutto ha finto.
Solo un giudicio io chiedo
dall’eccelsa tua mente. Al suo sovrano
contrastando la sposa,
il suddito è ribelle?
Ezio. E al suo vassallo,
che il prevenne in amor, quando la tolga,
il sovrano è tiranno?
Valentiniano. A quel che dici,
dunque Fulvia t’amò?
Fulvia. (Che pena!)
Valentiniano. A lui
togli, o cara, un inganno, e di’ s’io fui
il tuo foco primiero,
se l’ultimo sarò: spiegalo.
Fulvia. (a Valentiniano) È vero.
Ezio. Ah perfida! ah spergiura! A questo colpo
manca la mia costanza.
Valentiniano. Vedi se t’ingannò la tua speranza. (ad Ezio)
Ezio. Non trionfar di me. Troppo ti fidi
d’una donna incostante. A lei la cura
lascio di vendicarmi. Io mi lusingo
che ’l proverai.
Fulvia. (Né posso dir che fingo.)
Massimo. (E Fulvia non si perde!)
Ezio. In questo stato
non conosco me stesso. In faccia a lei
mi si divide il cor. Pena maggiore,
Massimo, da che nacqui, io non provai.
Fulvia. (Io mi sento morir.) (s’alza piangendo e vuol partire)
Valentiniano. Fulvia, che fai?
Fulvia. Voglio partir, ché a tanti ingiusti oltraggi
piú non resisto.
Valentiniano. Anzi t’arresta, e siegui
a punirlo cosí.

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Fulvia. No, te ne priego:
lascia ch’io vada.
Valentiniano. Io nol consento. Afferma
per mio piacer di nuovo
che sospiri per me, ch’io ti son caro,
che godi alle sue pene...
Fulvia. Ma se vero non è; s’egli è il mio bene!
Valentiniano. Che dici?
Massimo. (Aimè!)
Ezio. Respiro.
Fulvia. E sino a quando
dissimular dovrò? Finsi finora,
Cesare, per placarti; Ezio innocente
salvar credei. Per lui mi struggo; e sappi
ch’io non t’amo davvero, e non t’amai.
E se i miei labbri mai
ch’io t’amo a te diranno,
non mi credere, Augusto; allor t’inganno.
Ezio. Oh cari accenti!
Valentiniano. Ove son io! Che ascolto!
Qual ardir, qual baldanza!
Ezio. Vedi se t’ingannò la tua speranza.
(a Valentiniano)
Valentiniano. Ah temerario! ah ingrata! Olà! custodi, (s’alza)
toglietemi davanti
quel traditor. Nel carcere piú orrendo
serbatelo al mio sdegno.
Ezio. Il tuo furor del mio trionfo è segno.
Chi piú di me felice? Io cederei
per questa ogni vittoria.
Non t’invidio l’impero,
non ho cura del resto:
è trionfo leggiero
Attila vinto, a paragon di questo.
               Ecco alle mie catene,
          ecco a morir m’invio:

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          sí, ma quel core è mio;
                (a Valentiniano, accennando Fulvia)
          sí, ma tu cedi a me.
               Caro mio bene, addio.
          Perdona a chi ti adora:
          so che t’offesi, allora
          ch’io dubitai di te. (parte con le guardie)

SCENA XIV

Valentiniano, Massimo e Fulvia.

Valentiniano. Ingratissima donna, e quando mai
io da te meritai questa mercede?
Vedi, amico, qual fede
la tua figlia mi serba?
Massimo. Indegna! e dove
imparasti a tradir? Cosí del padre
la fedeltade imiti? E quando avesti
questi esempi da me?
Fulvia. Lasciami in pace,
padre; non irritarmi: è sciolto il freno.
Se m’insulti, dirò...
Massimo. Taci, o il tuo sangue...
Valentiniano. Massimo, ferma. Io meglio
vendicarmi saprò. Giacché m’abborre,
giacché le sono odioso,
voglio per tormentarla esserle sposo.
Fulvia. Non lo sperar.
Valentiniano. Ch’io non lo speri? Infida!
Non sai quanto potrò...
Fulvia. Potrai svenarmi;
ma per farmi temer debole or sei.
Han vinto ogni timore i mali miei.

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               La mia costanza
          non si sgomenta;
          non ha speranza,
          timor non ha.
               Son giunta a segno
          che mi tormenta,
          piú del tuo sdegno,
          la tua pietá. (parte)

SCENA XV

Valentiniano e Massimo.

Massimo. (Or giova il simular.) No, non sia vero
che per vergogna mia viva costei.
Cesare, io corro a lei:
voglio passarle il cor.
Valentiniano. T’arresta, amico.
S’ella muore, io non vivo. Ancor potrebbe
quell’ingrata pentirsi.
Massimo. Al tuo comando
con pena ubbidirò. Troppo a punirla
il dover mi consiglia.
Valentiniano. Perché simile a te non è la figlia?
               Massimo. Col volto ripieno
          di tanto rossore,
          piú calma nel seno,
          piú pace non ho.
               Oh, quanti diranno
          che il perfido inganno
          dal suo genitore
          la figlia imparò! (parte)

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SCENA XVI

Valentiniano.

Sdegno, amor, gelosia, cure d’impero,
che volete da me? Nemico e amante,
e timido e sdegnato a un punto io sono;
e intanto non punisco e non perdono.
Ah! lo so ch’io dovrei
obbliar quell’ingrata. Ella è cagione
d’ogni sventura mia. Ma di tentarlo
neppure ardisco, e da una forza ignota
cosí mi sento oppresso,
che non desio di superar me stesso.
          Che mi giova impero e soglio,
     s’io non voglio — uscir d’affanni,
     s’io nutrisco i miei tiranni
     negli affetti del mio cor?
          Che infelice al mondo io sia,
     lo conosco, è colpa mia;
     non è colpa dello sdegno,
     non è colpa dell’amor.