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sul centesimo, speculare le goccie dell’olio, i grani del caffè, stintignare, registrare, arrabattarsi sul Dare e sull’Avere, sul capitale e gli interessi, e poi... addio paese; via a raggiungere nel fosso quegli altri che si sono incamminati prima!... Oh che cosa trista è mai la vita! Che brutto mondo! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il povero Sor Gaudenzio sudava freddo, riepilogando quelle tristezze, si voltava or su un fianco or sull’altro per trovar requie, ma invano: il lugubre quadro lo perseguitava; certe figure si staccavano vive dal fondo nero, e venivano a susurrargli proprio nelle orecchie certe parole che gli tiravano in piedi i capelli.

I suoi errori, i suoi peccatuzzi, i suoi rimorsi, eccoli che starnazzavano in quel bujo come pipistrelli, e lo flagellavano di ricordanze penose.

Ecco là in fondo la Rosetta, l’amorosa del suo figliolo Leopoldo; eccola disfatta, atterrita, piangente, come in quella sera che venne a gettarsi ai suoi piedi gemendo e giurando, che il padre di quella creatura, che stava per dare alla luce, era il suo figliolo Leopoldo.

Martina era piombata in tempo per liberarlo da quel cruccio, cacciando via quella disgraziata...