Trento, sue vicinanze, industria, commercio e costumi de' Trentini/Vicinanze di Trento

Vicinanze di Trento

../Descrizione o Guida di Trento ../Industria, Commercio e Costumi de' Trentini IncludiIntestazione 22 febbraio 2012 100% Saggi

Descrizione o Guida di Trento Industria, Commercio e Costumi de' Trentini
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Vicinanze di Trento

Chi si parte da una città senz’avere visitati i suoi dintorni, per quanta cura siasi egli preso di procurarsi notizie di tutto, non potrà mai averne piena contezza. Quelli di Trento, sono così variati nelle loro bellezze, ed offrono all’osservatore tanta materia di riflessioni, che saria un amare poco d’istruirsi il non volere visitarli. Noi invitiamo per ciò chi è curioso ed amante d’intendere ad uscir fuori a vedere, assicurandolo che nè il molesto Mercey nè il noioso Lewald verranno a turbare i nostri piaceri.

Il primo viaggio sarà breve ma dilettevole. Esca il viaggiatore per la Porta di San Martino, e piegando ivi subito a destra, salga per la ripida ma breve stradella che conduce a vedere da presso la torre del Castello. Ivi gli si presenterà alla vista, volgendo gli occhi attorno, un grato spettacolo. Il fiume, che scende a lambire il [p. 57 modifica]Borgo di San Martino, e la città dalla Torre Verde sino alla Vanghiana, e poco sotto il Ponte di San Lorenzo, scompare; una bella penisola formata da questo giro dell’Adige su la sua destra, penisola verdeggiante per viti, per gelsi, e per alberi fruttiferi; soprastante a questa lo isolato alto colle, che dalla sua forma di porro od escrescenza fu anticamente detto Verruca, ed ora nomasi Dostrento, dove sorgeva ne’ tempi andati un castello di retica origine, e fortificato dai Romani; al suo piede la villetta Piè di Castello, con un’antica chiesa; più in là di Dostrento colline e poggi coperti di belle macchie o di vigneti, ed abbelliti da vecchi e nuovi casini e rustici casali; una grande parete del monte dalla quale si precipita un ruscello formante un’alta cascata; sul monte un castagneto assai vasto; più in alto ampie praterie che inverdiscono la base dell’altissimo Picco di Bondone. E tutto questo mirasi di fronte. A sinistra si vede una parte della città e altre più lontane colline. A destra l’ampia e fertile pianura appellata Campo Trentino, e di là del fiume la stretta denominata di Vella, e a’ piè del monte la terra dello stesso nome; il quale monte, coperto di boscaglie, lascia vedere dietro a [p. 58 modifica]sè in lontananza la montagna altissima di Gaza, dove nella estate vanno pascolando le pecore. Ciò smentisce le asserzioni di coloro i quali parlarono di alpi coperte da perpetue nevi che circondano Trento, facendone rigido il clima. Le nevi cadono per ordinario su i circostanti monti alla fine di novembre, e spariscono interamente di maggio; e sul piano restano ora due, ora tre mesi, e questo non sempre, chè qualche inverno passa mite ed asciutto senza neve, come accadde dall’anno 1831 fino inclusive il 1835.

Volga quinci i passi più innanzi, e potrà osservare l’esterno verso oriente del Castello, e le mura, finchè si trovi a Porta Nuova, non molto più in giù sotto quella d’Aquileja. Là giunto vedrà il Monastero delle Dame della Carità stabilitevisi da circa un lustro per educare fanciulle povere. Vi ebbero prima sede religiosi di San Francesco. Lì pieghi a sinistra lungo il canale che introduce in città acqua derivata dal Fersina, ed inoltrandosi per l’angusta via gli verranno veduti parecchi mulini, in alcuni de’ quali si riduce in polvere la foglia del Sommaco (volgarmente Scotano, dal Mattioli detto Rhu Cotino, in latino Rhus Coriaria (che noi diciam Fojarola, [p. 59 modifica]prodotto del paese molto considerabile, il cui smercio all’estero si dee all’accortezza e all’amor patrio de’ signori Rung mercadanti. Fu primo il signor Giacopo Rung che animò i nostri contadini a far raccolta delle foglie dello scotano, che prima lasciavansi cadere e marcire neglette ne’ boschi; e il figlio di lui, Antonio, ne procurò lo smercio in Olanda, portatosi colà per questo fine.

Il Suburbano del C. Giovanelli, presso al convento de’ Riformati, che si vede in alto, sarà visitato con piacere, e si potrà ivi imparare come sia possibile, anche lavorando nelle roccie e pugnando co’ macigni, procurarsi una delizia, e cavare dallo speso capitale onestissima usura. Qui si osserva diligente coltura della vite, del gelso, e delle arbori da frutto, qui si respira la estate, salendo pel boschetto, aria salubre, qui odonsi i melodiosi canti degli usignuoli, qui, presso la fonte, all’ombra de’ cipressi tengonsi la sera dotti e piacevoli ragionamenti.

Il Ponte Cornicchio sul Fersina, ad oriente del menzionato convento, non presenta in sè gran che di raro, ma non è a trascurar di recarvisi, perciocchè si vede ivi il Fersina uscire di mezzo delle alte rupi, formare sotto [p. 60 modifica]il ponte una cateratta, ed avviarsi parte pel suo alveo, e parte per un canale a muovere le ruote de’ mulini e fornire di acqua la città. Il meglio però che quivi si può vedere si è un’amena collina, o più tosto grande falda del monte che innalzasi a settentrione, sulla quale matura in grande quantità uva, da cui si spreme vino squisito.

Dilungandovi dal ponte andremo al Convento, ch’è sopra un alto poggio. I Padri Francescani riformati ne accoglieranno amorevolmente, e ci narreranno la origine e i progressi di quel chiostro, e ne condurranno alla ricca loro biblioteca, facendone vedere le gravi fatiche del P. Giangrisostomo da Avolano, coll’ajuto delle quali, e col soccorso de’ volumi stampati del P. Bonelli da Cavalese, si potria scrivere un grande tratto di storia della Chiesa e del Principato di Trento; e sul monte, dove hanno loro orti, c’indicheranno vedute oltremodo bellissime, e ne faranno attenti alle sontuose arginazioni del Fersina, e tanto ne piacerà quel soggiorno, che ci partiremo di là non senza sentirne rincrescimento.

Giunti sul piano, ci avvieremo, prendendo la sinistra, al luogo detto San Bernardino [p. 61 modifica]Vecchio, perchè nel secolo decimoquinto fu ivi eretto con tal nome un convento che più non esiste. Lì presso potrassi osservare il filatoio del conte Bortolazzi, e la filanda del signor de Ciani, fabbrica tutta nuova, cui sta vicino un casinetto con giardino provveduto di piante esotiche e nostrane.

Più sotto, presso le mura meridionali della città, è la Piazza che dicono di Fiera, perchè vi si tengono mercati di animali. De’ quali mercati sono famosi e frequentatissimi quelli di San Martino, e della Casolara, il quale ultimo cade nella prima settimana di Quaresima. Nella primavera e nell’estate si giuoca su questa piazza alla palla e al pallone, ed è bello il vedere come i focosi giovani gareggiano in bravura, animati col battere di mani da numerosi spettatori.

Presso Porta Veronese fa bella mostra di sè un ridente casino di forma circolare, costruito con massi di marmo rosso, ora abbellito dal signor Perghem, che n’è possessore. Era stato costrutto dal Vescovo Principe e Cardinale Lodovico Madruzzo a difesa, credo, di quella porta, dandogli l’aspetto di torre. È pur osservabile, ivi presso, il civico magazzino della pubblica Annona, stabilimento [p. 62 modifica]che onora assai la città di Trento, dove il pane si mangia sempre ottimo e a mite prezzo, in grazia appunto delle providenze di questo istituto, le quali providenze saggissime ed umanissime si spiegano colle parole: Fare guadagno, negli anni d’abbondanza onde poterne dar pane di ugual peso anche negli anni di carestia. Devesi la gloria d’esserne stato secondo fondatore, perchè i capitali si erano distratti, al conte Benedetto Giovanelli podestà.

Incamminandosi verso mezzodì si passa pel crescente Borgo di Santa Croce; a capo del quale sedesi, ombreggiata da annosi tigli, la umile chiesa de’ Padri Cappuccini. Questi uomini, poveri e quieti, fanno, come i Riformati, del bene in molti modi, e specialmente colla predicazione avvalorata da una vita austerissima. Molti alla parola Frati inorridiscono. Io amo la giustizia; nè penso come Schiller, il quale volle dare ad intendere, essere i Frati nemici dell’umanità! So che molti di loro cagionarono mali gravissimi, come ne cagionò, anche più gravi, il corpo della nobiltà, de’ Letterati, ec., ec., ma so, e dico, e potrei provarlo coll’autorità, in ciò veneranda, di Voltaire, che il bene fatto dai Frati all’umanità è incalcolabile. [p. 63 modifica]Qui vicino è l’Ospitale civico, ed era un tempo chiostro di monache. L’istituto dell’ospitale è in Trento antichissimo, e trovasi proveduto di ricchi fondi, sicchè i poveri, per la cristiana carità de’ nostri vecchi buoni, ricevono ogni sorta di ajuti e di conforti, quando Iddio dispone ch’ei caggiano ammalati. Abbiam fatta menzione dell’Ospitale di Santa Marta, dell’Alemanno, di quello, detto la Casa di Dio; parleremo di un altro che ebbe nome da S. Nicolò; quelli esistevano a’ tempi andati. Di presente vi è solo questo, ma è sì bene proveduto e regolato che nulla vi manca. Si assegnarono già i fondi per ampliare la fabbrica, e provedere, portandola a maggiore altezza, che vi s’inspiri dappertutto aria sana.

Le due case, a destra e a sinistra dell’arco a tre porte, che ne mostra la via per discendere al Camposanto e al palazzo delle Albere, sono una il filatojo del signore de Ciani, e l’altra più elevata la Filanda de’Baroni Salvadori. Il Cimitero al quale si va, com’è detto, per quella via cui il menzionato arco introduce, è ampio, però forse non quanto bisognerebbe, e, appena incominciato, presenta solo il lato dalla porta di settentrione, consistente in due bellissime loggie con grandi [p. 64 modifica]colonne di bianco marmo e d’un solo pezzo in ordine dorico, nel mezzo delle quali sorgerà la cappella. Il disegno è del signor Giuseppe Dal Bosco da Trento. Alcune tombe di bianco marmo con brevi iscrizioni (non parlo di quelle piene di superfluità, chè infastidiscono) eccitano, in chi soffermasi a considerare, pii sentimenti, i quali sono rafforzati dall’umiliante pensiere: Anch’io dovrò morire. Non è mai l’uomo di tanta buona volontà che in que’ giorni ne’ quali si trova a meditare e pregare pe’ Defunti. E quando accade di vedere qualche misero sventurato, che col pallore e colla mestizia sul volto tiene fissi gli occhi sopra una Croce, e muove le labbra pregando requie a’ suoi Cari perduti, si è tentato di turbare quella sua estasi beata recitando i bellissimi versi del Saluzzese:

È il duol cimento
Ove Dio prova degli umani il cuore.
Nè infelice è chi muor, ma chi morendo
Guarda gli anni volati, ed alcun’orma
Da sè lasciata di virtù non trova.

Il palazzo delle Albere, architettato o dal Sanmicheli, o dal Serlio, o da chi altro non so, certo da un valente, benchè da lungo [p. 65 modifica]tempo abbandonato, conserva ancora le sue belle forme, non però gli a fresco che vi si ammiravano, i quali furono guasti da un incendio, e poscia ·dalle intemperie cui restarono esposti molti anni per la infelicità de’ tempi di guerra e di rivolgimenti. Un Madruzzo Vescovo Principe fu quegli che ’l fece erigere. Ed ho udito dire a più vecchi nelle tradizioni del paese assai versati, aver esso ordinata questa bella fabbrica per ricevervi ed onorare il giovane figlio di Carlo l’Imperatore, che poi fu il secondo Filippo di Spagna. Il palazzo è detto delle Albere, perchè la via che vi conduceva era fiancheggiata da due lunghe serie di pioppi italici, che noi diciamo albere.

Avvicinandosi all’Adige, sulla cui ripa è un sentiere che guida a Porta Bresciana, si vede a mezzo del cammino in fondo bene colto un casino ombreggiato da salici piangenti, delizia che preparò a sè ed ai benefiziati suoi successori, l’ab. Francesco Ravelli, come dice una lapide collocata sul lato orientale della fabbrica. Quivi, passeggiando nell’orto per li viali siepati di altea, benchè il luogo sia basso, veggonsi gli elevati dintorni della città in gradevolissimo aspetto.

[p. 66 modifica]Il secondo viaggio sarà più campestre, e pur non meno piacevole del primo. Si esce per Porta d’Aquileja, e per la via regia ascendesi su per la pendice delle Laste. Dopo un bel tratto di cammino, che poco o nulla vi affatica, perchè i colti, le case di campagna, e le belle vedute sempre nuove rallegrano, vi si affaccia il sontuoso elegantissimo palazzetto del conte Simone dei Consolati, al quale si va per una via alquanto ripida ma spaziosa, da solide alte muraglia sostenuta. Il luogo è detto Fontana Santa, Il complesso de’ fabbricati di questa amena villa è maestoso e rallegrante. Gli orti, i giardini, i vigneti, il bosco, la stretta valle, il rigagnolo che vi scorre per entro (il quale talvolta si fa torrente, che col nome di Saluga, scendendo minaccioso fin a porta d’Aquileja, sparge paura nella città), formano un tutto delizioso che indica intelligenza, buon gusto e sollecita cura. Nelle ornate camere del palazzino ha sospese il padrone preziose dipinture della sua galleria. Anche nella pulitissima cappella, collocata sola in forma di rotonda sopra un’eminenza, vedi un Riposo in Egitto del cav. Vanni, ed una Madre Amabile del valente Hayez, che ti obbliga a raccomandarti alla Santissima [p. 67 modifica]con un umile affettuoso confidenziale Ave Maria.

Di là partendo per rimettersi in su la pubblica via, ivi dov’è una croce di pietra, l’occhio si spazia sopra vicine e lontane vedute grandemente e in gradevole modo variate; le quali ameremmo di descrivere se non temessimo di fare torto al vero, e per ciò dispiacere anzichè dilettare.

Il vicino isolato edifizio, che fu convento di frati Carmelitani, costruito per volere del duce Galasso pro redemptione anime suæ, è ora Casa degli Esposti, Scuola d’Ostetricia, e Ricovero delle Partorienti, dove ritiransi a nascondere nella rigorosa secretezza de’ prudenti direttori di questo triplice istituto, spensierate giovani i loro falli. I seduttori che le abbandonano al disonore, il che è per molte causa di perdizione, appellano siffatte azioni trascorsi giovanili, fragilità umane, e ne fanno materia di scherzi e di riso! Rideranno anche gli sventurati, che di là usciti, si troveranno senza patrimonio, senza patria, senza parenti?

Prima di giungere dalla detta croce alla terra di Cognola, è, pochi passi oltre l’isolata chiesa, un bivio. Chi giuntovi s'incammina [p. 68 modifica] per la sinistra, giunge alla villetta, più su al luogo detto Trassasso, dov’è una cava di marmo lumachella, e più oltre ancora, ad una eminenza, d’onde scorge sul piano il corso del Fersina, e il Borgo di Pergine col suo Castello, e molte altre terre, e colli, e macchie, e selve, e monti erbosi in bellissima prospettiva. Nella prima delle terre, Civezzano, è un bel tempio eretto per cura del già tante volte lodato Bernardo Clesio, architettato sulla foggia di quello di Santa Maria in Trento, nel quale si vagheggiano dagl’intendenti un San Giovanni Battista, una Visitazione ed altri quadri dei Da Ponte, detti i Bassani. Di qua di Civezzano sono altre cave di marmo, d’onde si trassero colonne, uguali a quelle che vedemmo nella chiesa dell’Annunziata, le quali passarono in Inghilterra.

Non volendo portarsi dal menzionato bivio tanto innanzi, bisogna ivi prendere la destra che conduce all’antica Villa dei Madruzzo, e di quivi a Ponte Alto. La villa ha nome dai potenti signori che edificaronla; al presente però non comparisce qual era, perciocchè una parte del fabbricato precipitò, colla roccia su cui pesava, giù nella profondissima valle. Il ponte è degno di osservazione pel [p. 69 modifica]sito e per l’altezza da cui ebbe la denominazione. Il piccolo, ma nelle piene possente e terribile Fersina, scavò le due vicinissime rupi a tanta profondità, e fece in esse tanti seni tortuosi, che stando sul ponte sì puote appena vedere il suo corso. La stretta valle dond’esce il fiumetto si apre ivi un poco, e più su chiudesi di nuovo. Bisogna là discendere per lo sentiere ch’è alla sinistra del ponte a contemplare quelle angustie,

Dove le gorgoglianti acque comprime
Di qua e di là deserto orrido monte,

e ad osservare il grande argine traversale che sotto il ponte si costruì a fine di ritenervi le congerie, che condotte al basso porterebbero, come avvenne assai volte in passato, dannosissimi guasti alle campagne, e pericolo grande alla stessa città. Vedesi, stando laggiù, sopra di sè il ponte di pietra altissimo come fosse in aria sospeso, e sotto di sè, ad altrettanta profondità, un nero baratro da cui sollevasi in vapori l’acqua dalla fragorosa cateratta a bagnare le opposte muscose rupi, dalle quali sporgonsi in fuori piante che mai non veggono il sole, ed esce talvolta lugubre e spaventosa la voce dei gufi.

Per condursi di là del ponte sul piano la [p. 70 modifica]via è ripida e scoscesa, ma chi non volesse farsi condurre alle grotte che sono indi non molto lontane, ha un compenso nel trovarsi, anche venendo di là, in que’luoghi dove ricchi cittadini passano villeggiando una parte dell’estate e dello autunno. Le piccole terre della Parrocchia di Povo sono in quel tempo un allegro soggiorno, e ne’ casini sparsi qua e là per le campagne, e sulle piazzette, e ne’ viali si trovano brigate numerose di Signori e Signore, di giovinotti e donzelle che, sostenuta la fatica di ordinare e pulire negli orti i sentieri, le ajuole e le piante dilette, si fanno visita per leggere o trastullarsi insieme onestamente. Quivi accolgono essi e trattano ospitali ogni uomo civile ch’è loro presentato; e la gioventù lo invita con amabile modestia a compatire la recita di una commediola di Scribe, o di qualche altro poeta.

Descrivere minutamente questi bei luoghi la sarebbe un’ingrata lungaggine. Il viaggiatore per potersene formare una pittura dee salire ardimentoso in su il dosso o colle di Sant’Agata, su la cui sommità stava negli antichi tempi Castrum Pavi, o Pai, ed ora non evvi che una chiesetta, la quale, giudicandone [p. 71 modifica]dagli indizj di vetustà che presenta, si può credere esser la cappella del castello salvata da qualche uomo pio, mentre di quello sparivano gli ultimi avanzi. I conti Pompeati, possessori di quasi tutto questo colle, ne resero amena e piacevole la salita, praticandovi una via suffcientemente comoda e spaziosa. Dall’alto di esso vedesi, guardando per l’apertura de’ monti divisi dalla valle del Fersina, una parte delle montagne che sono più entro di Civezzano; il monte che chiamossi Argentario, per le miniere di argento che vi erano, ed ora è detto il Calumbergo (e Calumbergo nomavasi anche un forte castello che vi torreggiava), fa di sè bella mostra a settentrione per li colti, i vigneti, le case e i casini campestri, e le villette che adornano la sua falda: scorgesi, mirando ad occidente, il pendio delle colline di Povo (il cui prodotto in vino è si considerabile, che anticamente appellavansi questi luoghi La cantina di Trento), quindi sul piano la città, e più oltre su la destra dell’Adige le opposte più basse colline, e i monti, non più così alti, già sopra menzionati: riguardando a mezzodì si ha sotto gli occhi il rimanente de’ poggi e del piano che stendonsi in vago aspetto per le varie [p. 72 modifica]forme e situazioni delle terre e de’ palazzini tutto pittorico, fino al colle di San Rocco, su la cui cima è una chiesetta e l’abitazione per un Romito.

Il tratto di terreno che circonda questo colle è detto Casteller, ed è probabile che questa voce sia formata da Castel Valerio, perchè si crede essere ivi stato il castello di un Valerio romano (del quale è fatta menzione nelle antiche nostre memorie) che n’ebbe forse un altro nella Naunia, detto pur al presente Valer. A’ piè del colle sono vignati, i quali chiamansi Man, nome che supponesi i derivato da Manes, dei Mani, perchè ivi trovaronsi vestigi di sepolcri, e di un tempietto de’ tempi romani.

Dal Dosso di Sant’Agata passi il curioso alla terra di Villazzano, ed indi scenda a San Bartolommeo, per giungere di là sulla via regia, e al ponte sul Fersina. Se giunto di qua del Rivo Salè volesse farsi condurre al luogo detto Goccia d’Oro, potrebbe ivi osservare una grande cedraja, ossia Serra di agrumi, appartenente al conte Cloz, e più alto su la sinistra del Salè gli avanzi del Castello Pietrapiana. Poi salendo sopra il colle circondato e vestito di quercie, che è sotto [p. 73 modifica]alla cedraja, sentirebbesi balzare il cuore per lo diletto, che apporta il mirare di là tutto il bello della città e delle sue pertenenze, come in un quadro con mirabile arte nelle sue divisioni e proporzioni ordinato. Ma questa breve passeggiata gli parrà disagevole, senza un condottiere pratico de’ luoghi.

Ora siamo al ponte sul Fersina. In qualunque parte volgiamo qui lo sguardo, ne si offrono vicine e lontane tali vedute, che riempiono l’anima di quel sentimento che solleva a pensieri, i quali, gradevolmente succedendosi, fanno piena per alcun tempo la nostra contentezza. Da una parte una catena di collinette, che, framezzate da un castagneto, si prolungano fino a ponte Cornicchio e al convento de’ Francescani, il quale si discerne qual edifizio eretto dall’accorgimento e dalla saviezza; la casa del triplice istituto, il palazzetto Consolati, cento e più casini e rustiche abitazioni qua e là disposte per la pendice delle Laste e su per la falda del Calumbergo fino all’alta ed estrema Villamontagna. Di fronte la città vicina colle sue torri e cupole e campanili, e con Dostrento che pare sovrastarle da un lato, mentre il castello stassi a sua guardia e decoro dall’altro. A manca i [p. 74 modifica]portici del Camposanto, il palazzo delle Albere, la bella cascata di Sardagna e le sottoposte colline. Da tutte le parti alte e lontane montagne, che il lungo corso dei secoli non potè spogliare della virtù di rinverdirsi la primavera, e che coll’aspetto autorevole di vetustà remotissima pare che dir ci vogliano: Noi vedemmo gran cose che voi ignorerete per sempre! noi ci staremo qui ancora per molti secoli immote, e voi, agitati da tormentose passioni, andrete presto sotterra!

Tra viali formati da lunghe file di italici pioppi, luogo di pubblico passeggio, si rientra in città.

Il terzo viaggio ne conduce di là dell’Adige pel ponte di San Lorenzo. Ivi, a destra, è un fabbricato, che fu convento prima di Benedettini e poi di Domenicani, ai quali cedettero quelli il luogo, ricoverandosi nella vicina terra di Piè di Castello, ivi appunto, dove al presente abita il Pastor d’anime, ed era allora Abbate di San Lorenzo il benedettino Fra Bartolommeo da Trento, del quale esistono inediti pregevoli scritti. Ora la fabbrica è Casa di ricovero e d’industria per gl’indigenti non atti a lungo travaglio, e per altra gente bisognosa, o poco amica del [p. 75 modifica]lavorare, che impiegasi in varie manifatture a fine di scemare il numero de’ mendicanti, e di trasformare i maleducati di ambi i sessi in cittadini operosi e stimabili. Il lodevole santo Istituto manca ancora di fondi, ma supplisce alla spesa la beneficenza de’ filantropi, e la carità de’ Cristiani, le quali buone disposizioni, dicasi a gloria del vero, non vennero in Trento mai meno.

L’antica chiesa di Santo Apollinare, al principio della terra Piè di Castello, è osservabile specialmente al di fuori. Ne’ suoi pilastri esterni si veggono dieci pezzi di pietra, che sono frammenti di ornati d’architettura, e sei lapidi, parte intere e parte spezzate, scritte in lingua e caratteri romani. Queste iscrizioni appartengono ad Augusto e al suo legato Sesto Apulejo, all’imperatore Adriano, a Faustina moglie di Marco Aurelio, ec. Meritano particolare attenzione le lettere cubitali d’alcuni di questi avanzi. Erano sul colle per la sua forma detto latinamente Verruca, ch’è quanto dire porro o escrescenza, ora chiamato Dostrento, ove sono tuttavia reliquie del castello di cui più sopra si è parlato; Il barone Giangiacopo Cresseri scrisse intorno a questo castello, e alle dette lapidi, ed altre [p. 76 modifica]che ivi erano, un erudito libretto, ch’è assai raro, e che dovrebbesi ad onor dell’autore e della patria divulgar ristampandolo. Più ampiamente però, e certo con non minore erudizione, trattò queste materie il conte Benedetto Giovanelli nel suo libro: Trento città de’ Rezj e colonia romana. La immagine di Sant’Apollinare, ornata di cornice marmorea sul muro che guarda al maggior altare in questa chiesa, è dipinto antico di valente autore.

Veduta la Filanda dei signori Tabacchi, non lontana dalla chiesa, dee il viaggiatore decidere se vuol fare una lunga corsa per Buco di Vella a vedere nuovo paese, o se ama meglio di salire sul vicino monte per recarsi alla terra di Sardagna, o se gli piace più di portarsi a vedere da presso la cascata che da Sardagna discende, o se preferisce di trasferirsi a conoscere in altro luogo un’amenissima villa.

Questa villa è Margone, possedimento della nobile famiglia Lupis, il quale appartenne un tempo a quel Fugger che faceva edificare il palazzo Zambelli in città. Si va in già lungo la sponda dell’Adige, ed ascendesi alla villetta Pisavaca, dove fu ne’ secoli andati un castello del medesimo nome; di là si passa a [p. 77 modifica]Ravina, piccola terra, le cui colline producono vino eccellente, e di qui salendo presso il castello che dicono la Torre dell’Orco, gustato il piacere di avere considerato il bel piano che giace a mezzodì della città, e l’aspetto di questa, e delle orientali colline, giungesi sul pendío di un alto dirupato monte a notare in mezzo a bei colli circondati da frasconaje, e verso il monte da un foltissimo bosco, un palazzetto. Più sale e camere di questa solitaria abitazione sono dipinte a fresco. I soggetti rappresentano fatti della sacra Istoria, o avvenimenti dei tempi di Carlo V imperatore, che fu in questo paese, e di cui era forse favorito quegli che ordinò doversi le sue geste in questo luogo dipingere. Anche il meno intelligente ammira in queste pitture la freschezza de’ colori, che dopo tre secoli non soffrirono alterazione. Nella sala che diremo di Carlo V, arrestano l’osservatore, più degli altri soggetti, il Borbone ferito (forse da Benvenuto Cellini, che sembra vantarsene) sotto le mura di Roma, e Francesco re dei Francesi che comparisce innanzi a Carlo dopo la battaglia di Pavia: argomenti amendue, per chi ha cognizione della istoria, e sa pensare, fecondissimi di serie riflessioni. Chi vuole che Giulio Romano, [p. 78 modifica]e chi pretende che il Romanino, sia autore di parecchie di queste dipinture. Certo è che molti e valenti furono i pittori. Si conservano qui anche in buon numero quadri lavorati da mani maestre, ed altre rarità molto pregevoli.

Chi di siffatte cose non è amante, salga sul poggio, dove si può da vicino osservare la Cascata di Sardagna. Il casino ch’è sulla vetta, e la circostante campagna, novello acquisto del dottore Catturani, che se ne va formando una delizia, invitano ad andarvi almeno a fine di vedere da quella parte la città e le colline a lei prossime col resto delle sue vicinanze. Veggonsi ivi nella cappella dipinture di non piccol merito. Al burrone della cascata vassi pel bosco. Misurata l’altezza dal ciglione del monte, dove l’acqua si riversa in giù fino ai massi che percuote cadendo, si trovò essere di piedi quattrocento ottantaquattro di Parigi. Presso al detto poggio era un ospitale detto di San Nicolò. E leggiamo che il vescovo Aldrigeto, da Campo di Giudicarie, nel 1241, fece ottimi regolamenti pel buon governo di questo pio istituto.

Ardua è la salita a Sardagna, e, tranne forse un bel quadro nella chiesa, poco di notabile vi si trova; ma può essere a [p. 79 modifica]qualcuno di sprone ad andarvi la certezza di essere là su dilettato da vedute ampie e piacevolissime. Il corso dell'Avisio, che viene dalla valle di Fieme, e più su quello del Nosio, che scende giù dalla Naunia, molte terre sul piano assai vasto e su le falde dei monti, e intorno a quelle spaziosi colti e innumerabili vignati, ciò scorgesi riguardando a tramontana e nordeste. Mirando poi ad oriente e sudeste si ha sotto gli occhi, in aspetto nuovo, la città colle sue orientali colline, il corso del Fersina cogli argini che lo conducono all’Adige, il piano e i monti su la sinistra di questo fiume, che segna una lunghissima tortuosa striscia nel mezzo della vallea, parecchi villaggi, ed una parte della valle Sorda o di Vigolo che riesce al lago di Caldonazzo, dal quale trae il Brenta sua origine.

Valicando ivi il monte, o incamminandosi per la stretta di Buco di Vella, dove magnifica è la strada che ora vi si pratica, ed assicura il viandante potersi da quelle angustie uscir a rivedere ampio e lucido il cielo, entrasi nel distretto di Terlago, ove sono laghetti, dai quali il paese ha, tolta la denominazione. Anche in questi luoghi vanno a [p. 80 modifica]villeggiare alcuni signori di Trento. Più oltre è Vezzano, in lapide romana detto Vitianum, nominato poscia a’ tempi de’ Longobardi allorchè qua irrompevano i Franchi distruggendo terre e castelli. Ora ha l’onore di borgo. Qui oltre le ficaje, le viti e i gelsi, coltivansi anche gli ulivi. Chi è bramoso di vedere alcuni oliveti, batta alcun poco la strada che guida a Calavino, e non solo potrà fare paga la sua curiosità in questo, ma troverassi in così ameno paese che saprà a pena paragonargliene alcun altro. Dove non sono oliveti o vigneti veggonsi belle macchie di sempreverdi elci. E a’ piè dei poggi abbelliti da queste piante sono i due laghi di Santa Massenza e di Toblino, dal primo de’ quali si entra nel secondo per uno stretto. Ed inoltrandosi ancora si vede, costruito sopra un promontorio, che ha base nel lago, l’antico e cospicuo Castello Toblino, e di qua sopra la terra Madruzzo, non lungi dalla quale era il Castello Madruzzo, un grande parco in cui dilettavansi, col fare caccia, gli illustri non meno che ricchi madruzziani Signori; e più in là campagne con molta solerzia coltivate, e la collina detta Monte di Calavino, la quale somministra vini per la [p. 81 modifica]loro eccellenza famosi. Ma per dare una descrizione di questi luoghi, bisognerebbe avere la penna dell’Ariosto, o il pennello del Canella. A noi basta di averne fatta menzione. E sappia il viaggiatore che l’andarvi, lo starvi, e il ritornarvi domanda cinque o sei ore di tempo. Avvertiamo che presso Vezzano si scopersero vestigia di un tempio eretto Fatis Fatabusque, e che nel castello Toblino si legge una romana lapide appartenente ai riti de’ Fratelli Arvali.

Ricapitoliamo ora un poco le cose osservate in questi tre viaggi. Vedemmo alte montagne coperte di verdi zolle, e da rovereti o pineti, ma non fatte orride per folte selve, montagne per la più parte formate di pietra calcare; e poggi e colli composti altri di frammenti di questa medesima pietra, altri di terra argillosa o cretosa, ed altri di bel marmo in parte nudi e in parte coperti da terra vegetale, erbe ed arbusti. Osservammo che del marmo rosso con varie gradazioni, e del bianco, tratto dalle nostre cave, sono fabbricate così le mura come le torri e le case della città. Notammo che la pianura, fatta pingue e feconda per le deposizioni dell’Adige, e le colline tutte e le falde montane manifestano [p. 82 modifica]diligente e studiata coltura esercitata senza risparmio di fatiche e di spese. Quello che al forestiere dee parere incomprensibile si è, che, non mancando punto il paese di acqua onde irrigare, si veggono pochissimi prati. I Trentini dicono che torna loro a maggiore vantaggio lo attenersi al presente genere di coltura e comperare il fieno. Sapranno essi conoscere il loro meglio; ma all’osservazione che scarseggiasi molto di bestiame, e, perchè il poco che si ha è nutrito anche colla paglia, vi è difetto di concime, non si è ancora udita risposta che possa appagare. Anche su le viti che si coltivano nel piano potrebbonsi fare osservazioni e calcoli da indurre qualcuno a sradicare, o diradare almeno le, quasi direi, selve di salici che sono ingombro fatale alle campagne, le quali non avendo a nutrire questi parassiti darebbero e miglior uva e grano più buono e più abbondante. Ad onta però di questi inconvenienti maturano ne’ campi orzo, segale, frumento e maiz, che qui dicono Zaldo, in discreta, non però sufficiente quantità. Gli orti somministrano erbaggi teneri e saporiti, tra i quali primeggiano gli asparagi, la lattuga, l’indivia, i ramolacci, le barbabietole, i cocomeri, le carote, le [p. 83 modifica]rape, i piselli. Sul piano e su i colli non mancano, anzi abbondano, le ficaje, gli albicocchi, gli anemoni, i persici, i susini, i ciriegi , i peri, i pomi, i noci, i castagni. Ma le piante che in maravigliosa quantità si veggono dappertutto coltivate con assiduità e cura speziale sono il gelso e la vite. E guai a Trento, e guai a tutto il Trentino se qualche disgrazia avesse a colpire o queste piante o il loro prodotto!

Lo straniero, il quale cogli occhi proprj ha veduto essere vero tutto quello che noi gli dicemmo delle vicinanze di Trento, potrà, tornato alla patria, fare persuasi i suoi, che male istruiti o mentitori furono tutti coloro i quali ne scrissero altramente, ed aggiungere anco non doversi, da chi puote soffermarsi in Trento, trascurare di uscirne fuora a conoscere i suoi dintorni. E scriviamo questo, perchè un giusto amore di patria ne lo suggerisce. La nostra città, il nostro paese si conoscono male per le menzogne che ne furono scritte. E volle sventura che un libro, nel quale non si dovevano leggere che pure verità e sante dottrine, portasse in fronte una menzognera descrizione di questa città e di questo paese. Checchè sia, al presente è tutto cangiato in meglio, tranne le località e il dolce clima.