Scola della Patienza/Parte prima/Capitolo I

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CAP. I.

Che sorte di pene, ò che sorte de Croci s’ha à patire nella Scuola della Patienza


V
I fù una volta una Quercia molto antica, mà tutta quanta fracassata, e rotta, che si mise à parlare con una Canna, e cominciò il suo ragionamento dalla propria rovina; poiché la malignità della Fortuna, e i casi avversi la fecero eloquente. Mirami un poco, diceva, ò mia vicina, e vedrai un specchio di calamità. A pena hò ritenuto la metà dell’esser mio, e sono, come tu vedi, tutta schiantata, e miseramente lacerata. Così mi hanno trattato i fratelli d’Eolo. Mà di qual cosa, di [p. 2 modifica]gratia mi devo più maravigliare? ò che tu sij così sana, e intiera, ò che io sia così lacerata, e guasta? Le forze tue, ò Canna, non sono uguali alle mie, e gl’occhi istessi certificano, ch’io sono più forte, e robusta, che non sono ò cento, ò mille canne insieme. Nondimeno, quando i Venti, e i Turbini impetuosamente mi battono, le mie forze non vi sono per niente, poichè sono svelta, rotta, lacerata, e miseramente gettata per terra. Mà tù ti burli della furia de i venti, combatti à ventre vuoto, e sempre vinci, e sola trionfi. Noi che siamo gl’Aiaci, siamo sempre superati e vinti. Come dunque và questa cosa? La Canna, che havea imparato à tacere, l’ascoltò, mentre disse, senza mai interromperla. Mà poi alla fine à pena così rispose. Non è, disse, di che tu deva maravigliarti, ò mia ottima Vicina; La tua forza è la tua rovina. Se tù fos[p. 3 modifica]si men robusta, saresti più sana, e intiera. Tù ti fidi (e sia ciò detto con tua pace) della tua robustezza, resisti al vento, e così sei vinta. Hai un nemico, che non sà cedere, e dalle forze ostili piglia sempre più animo, e se gl’aggiungono forze ogni volta, che con più valorosi combatte, e hà tanto più sicura, e certa la vittoria, quanto è più difficile pugna. Di qui è, che ’l vento atterra le più alte, e forti quercie, e si ride della sciocchezza di quelle, che in darno gli fanno resistenza. Io, essendo molto ben consapevole della fiacchezza mia, gli cedo, e vi sarà tal giorno, che ben seicento volte farogli riverenza con profondo inchino. Ne mi è cosa grave per conservarmi la vita, adorar anche mille volte al giorno, se tante bisognasse, un si potente nemico. Per tanto non s’hà da trattar qui con le forze, mà con la destrezza. [p. 4 modifica]

Così è à punto: non sono sicure le forze, dove manca il consiglio ò la destrezza. Il Vento della calamità tutti incontra, senza perdonar à nessuno, ò buono sia, ò cattivo, che tutti in questo mena uguali. E chi è quello, che non senta mai qualche cosa contraria? Molti però sono dalle Avversità ammaestrati, e sollevati al cielo; e non pochi, che sono da quelle vinti, vengono trabalzati all’Inferno. La cosa dunque sta in questo, non quanto sentiamo di contrario, mà nel modo che il sopportiamo.

Anderanno talvolta ad un’istessa Scuola ducento scolari, mà non tutti riescono Apollini: molti ne riportano il lauro, mà pochi sono i Febi. Dalle scuole alcuni passano alla militia, altri imparano per tener la taverna, altri per essercitar la mercantia, altri escono dalla scuola Beccamorti, ò Sagrestani, ò Contatori; altri finalmente misu[p. 5 modifica]ratori di frumento, e rusticani mietitori. E così non importa quello, che tu t’impari, mà sì bene il profitto, che fai nelle cose, che tù impari. E perchè varia è la sorte di quei, che imparono, diverso ancora è il lor profitto. A quelli manca l’ingegno, à questi il dinaro, ò l’industria; e così nè questi, ne quelli diventano dotti.

L’istesso quasi occorre nella scuola della Patienza, ò per dir meglio nella scuola di Christo. Diversa è qui la diligenza, ò la negligenza di quei, che imparano, e di qui è che il profitto ancora è totalmente diverso. Nondimeno è bellissima cosa quella, e propria solamente di questa Scuola, che ognuno vi fa qualche profitto, eccetto quegli che non vuole. Qui vi è ingegno, e dinari per tutti purchè lo scolaro porti seco un animo pronto, e desideroso d’imparare. L’industria solamente qui può fa[p. 6 modifica]re ogni cosa. E la peggior cosa che qui possa ritrovarsi, è solamente il non volere imparare.

Mà che libri s’hanno quì di bisogno? E che volumi s’hanno da usare in questa Scuola? Fù lodevole usanza degli antichi, dare à gl’invitati una lista prima, che si mettessero à tavola, ò mandarla ancora loro sin’alla casa, nella quale erano notate per ordine tutte le vivande, che vi dovevano essere. Et avvisavano ciascuno de i convitati in questo modo. Haverete queste, e queste imbandigioni, e vi saranno portate tante, e tali vivande, in tanto numero, e con tale ordine. Perciò se vi fusse qualche cosa fra le prime vivande, che non fosse così à proposito per il vostro gusto, ò per il vostro stomaco, andate trattenendo l’appetito, e conservate il luogo per le cose migliori. E così stimarono per cosa ben fatta, che si sapesse da i convitati ciò che [p. 7 modifica]lor dovea dare il Padre di famiglia.

Non sarà di minor giovamento nella Scuola della Patienza, il sapere con quali calamità e miserie sia solito Iddio essercitare i miseri mortali. E la Prima cosa, che hà da far il buon discepolo è il cercar di sapere, che libri s’hanno a leggere. Giob da questi istessi affanni essercitato diceva: Librum scribat ipse qui iudicat, ut in numero meo portem illum.1 Desiderava questo Santo, che se gli mettessero in una lista tutte le cose che havea da patire, essendo egli molto bene apparecchiato à portar volontieri questo peso.

Adunque prima d’ogn’altra cosa facciamo questa, e riduciamo tutte le sorti d’afflittioni che comunemente si chiamano Croci, e dividiamole in alcune determinate classi.

Note

  1. Iob. c. 3. 1 v. 35. Colui che giudica mi scriva il libro, acciocche io me lo porti sopra le mie spalle.