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IX.

I Pianosi ricevevano molte visite tutti i giorni, specialmente la sera, ma il giorno uffiale di ricevimento era il sabato.

In tale giorno, Edvige usciva dal suo grazioso salottino pompadour, dove gli amici erano sicuri di trovarla, quasi sempre, fra le cinque e le sei, nell’ora che precede il pranzo; e andava a prendere posto in uno dei due grandi salotti, messi in comunicazione col salottino mediante una galleria.

Di questi due salotti, le cui finestre davano sul giardino, il primo, entrando dall’anticamera, era mobiliato nello stile del primo impero; il secondo invece riuniva tutte le fantasie della moda attuale, con quel ricco miscuglio di stili, che formavano una armonia bizzarra.

Nel sabato successivo agli ultimi avvenimenti che fecero chiasso in città e alla Borsa, Edvige era disposta a dare una grande importanza al numero delle sue visite. Giovanni aveva avuto certamente un vero trionfo: la sua intelligenza negli affari, il suo colpo d’occhio, la sua fermezza e la sua lealtà, tutte le qualità che costituiscono un finanziere di primo ordine e un gentiluomo perfetto, avevano trovato una straordinaria occasione per mettersi in evidenza. Il fatto veniva commentato e apprezzato altamente dalle [p. 146 modifica]persone più competenti. Gli amici ch’ella aveva potuto vedere in quei pochi giorni, le avevano ripetuto diffusamente i discorsi, che si facevano in proposito, alla Borsa, nelle due o tre società, o club, dove suo marito era socio, e in alcune famiglie del così detto mondo bancario. Tali discorsi non avrebbero potuto essere più lusinghieri; salivano quasi fino all’entusiasmo.

Ma di lei, che cosa dicevano? Ella non osava domandarlo.

Sapeva di poter contare sulla stima e l’affezione di alcuni uomini influenti, i quali certamente l’avrebbero sostenuta.

Ma se le signore della borghesia e le non poche dame nobili ch’ella contava fra le sue più pregiate relazioni, avessero trovato conveniente di allontanarsi da lei, nessuno poteva salvarla da questo affronto.

Un momento le venne in mente di darsi per ammalata.

I biglietti di visita lasciati nella portineria le avrebbero poi rivelato i nomi dei visitatori e delle visitatrici. Su questi, sul loro numero, ella avrebbe determinata, in seguito, con maggior calma, la sua linea di condotta. Ma riflettendoci, non le parve buon pensiero. Valeva meglio affrontare la situazione. Così la mattinata fu piena d’inquietudini per lei.

Fortunatamente, il Banchiere faceva colazione fuori in quei giorni; ella ne approfittava per non uscire dalla sua camera fin verso le due.

Intorno a quell’ora trovò necessario di pensare alla importante questione dell’abbigliamento. Come si doveva vestire? Poveva indossare un [p. 147 modifica]abito semplice o sfarzoso? Essere modesta o imponente? Arduo problema!

Passò in rivista la sua guardaroba, e finalmente si decise per un abito di raso color ametista con lo strascico di velluto, che le stava d’incanto.

La sua persona leggermente corta in proporzione alle curve e alle rotondità di cui era fornita, perdeva con quell’abito il grave difetto, perchè le pieghe verticali della gonna e lo strascico la facevano parer più alta.

Sempre in grazia dello strascico potè mettersi un pajo di scarpettine scollate che avevano almeno sette centimetri di tacco: inoltre, annodare i suoi bei capelli biondi sul vertice della testa, come un diadema d’oro, scoprendo così la bella nuca bianca e facendo parere più lungo il collo.

Nessun giojello, eccetto un piccolo fermaglio di platino con una catenella per sostenere il ventaglio.

Mancavano pochi minuti alle tre ed ella stava ancora davanti allo specchio studiando l’effetto di quell’acconciatura magistrale, allorchè il domestico le presentò un biglietto.

Riconobbe subito lo stemma e la calligrafia del commendator Carlo Bardaniti, uno di quei personaggi altolocati, di cui ella aveva acquistata l’amicizia, trovandoseli spesso compagni nel gran ministero della beneficenza. Egli era pure uno di coloro, che nelle ultime vicissitudini si erano adoperati con zelo in favore del Banchiere.

Edvige aprì il biglietto con un sorriso di speranza e lesse:

«Amabile signora.

«Tutto va bene: anche la mia gotta mi lascia un poco di riposo. [p. 148 modifica]

«Spero vederla oggi prima di pranzo nel suo salotto, in mezzo a una società brillante quanto distinta.

«Comandi sempre e conti sulla buona volontà del

«Suo affezionatissimo

Servitore
«D. Carlo Bardaniti


Era una promessa. Edvige passò nel ricco salotto, col cuore franco e sicuro.

Rientrando, verso le cinque, Giovanni Pianosi trovò una mezza dozzina di broughams e tre o quattro coupés di padronato che stazionavano nel cortile. Gli sovvenne che quello era il giorno di sua moglie, e pensò alla noja di tutte quelle visite.

Se egli se ne fosse ricordato prima, non sarebbe rientrato così presto.

Ora non poteva esimersi dai fare la sua comparsa: potevano averlo visto e a lui non conveniva offendere le convenienze.

Soffocò un sospiro e salì le scale.

Nell’anticamera il domestico gli disse che c’era là tutta Milano, e che lo aspettavano.

Egli s’arrestò un momento davanti all’uscio socchiuso del primo salotto e vide uno spettacolo imponente.

L’espressione iperbolica di cui il domestico si era servito, come un moderno cronista, non gli parve più tanto esagerata.

Si trattava veramente di una dimostrazione! Tutti i suoi amici e conoscenti erano là riuniti.

Sentì qualche cosa nel cuore. [p. 149 modifica]

Rimase ancora un istante immobile davanti all’uscio, come se avesse voluto assaporare quella soddisfazione dell’amor proprio, che forse era una ironia del destino, ma di cui egli non vide al primo momento, altro che il lato buono.

Bastò che il suo sguardo giungesse in fondo all’altro salotto, perchè questa gioja gli fosse amareggiata.

Di fronte a lui, in un doppio circolo di signore e cavalieri, troneggiava Edvige, bellissima nel sapiente costume che si era scelta, trionfante, ringiovanita.

Egli la fissò un solo istante: ma questo istante bastò perchè la tempesta si scatenasse nell’animo suo. Il primo sentimento fu di stupore, come se non avesse saputo ch’ella era là; il secondo fu un impeto violento di collera.

Da lontano il fatto brutale gli si annebbiava nella mente e la immaginazione rifuggiva dal contemplarlo; ora esso gli appariva in tutta la sua crudezza: la donna che lo aveva oltraggiato impunemente per tanto tempo era ancora là, in casa sua, portava il suo nome, e riceveva con pieno diritto una larga parte delle dimostrazioni di stima e di affetto che gli uomini onesti, i suoi amici, facevano a lui.

Perchè tollerava una mostruosità simile? Perchè non l’aveva ancora scacciata?... O meglio schiacciata, come un insetto?...

Il sangue gli sali al cervello, non vide che lei, la sua sfacciataggine trionfante!...

Fece un passo avanti, alzando istintivamente il bastoncino che aveva in mano.

L’uscio si spalancò. Trenta voci, quaranta, pro[p. 150 modifica]nunciarono il suo nome, forte, con esclamazioni di gioja.

Lo circondarono, lo acclamarono.

Si trovò stretto in un circolo rumoroso, composto di amici intimi, di colleghi, di ignoti.

Confuso, sbalordito, immemore, per un momento, egli si lasciò trascinare come un automa, stringendo all’impazzata tutte le mani che incontrava, senza intendere, senza vedere.

A poco a poco il suo animo si calmò: riacquistò la padronanza di sè: potè discernere i volti, intendere le parole.

— Finalmente! — esclamava il barone Comelli: — caro Banchiere, sono proprio felice!...

— Anche noi, felicissimi davvero!... — esclamavano dieci altri in una volta. — Ce ne rallegriamo tanto! ma tanto! —

— Ce ne rallegriamo e ammiriamo — disse Angelo Bandinella un omino la cui testa non superava il livello delle schiene comuni, spingendosi innanzi a fatica, per arrivare a farsi vedere: — è stato un colpo da maestro. Caro, caro il mio Giovanni! Tutti i tuoi amici sono contenti della tua fortuna, perchè sei buono tu, perchè lo meriti.

E questo Bandinelli, col suo corpicciattolo nervoso e sottile, si dimenava come un diavoletto nell’esaltamento del suo buon cuore.

Giovanni, ora perfettamente calmo e padrone di sè, gli strinse la mano con particolare cordialità e s’intrattenne con lui un momento.

Gli altri intanto, s’inquietavano: o che non voleva più lasciar parlare nessuno quel moscerino?

Giovanni vide ancora una ventina di mani tese Verso di lui sulla soglia del secondo salotto, e fece [p. 151 modifica]alcuni passi avanti chiamando per nome il giovine Enrico Lavezzari, figliuolo di un suo collega ammalato, poi il banchiere Pisano, che aspettava maestosamente il suo turno, e gli disse con enfasi:

— Vorrei aver fatto io il colpo che hai fatto tu, te lo dice Pisano! —

Il vecchio Ernesto Terzaghi, già direttore della Banca Popolare, l’avvocato Ciani, l’avvocato Romeli, suoi vecchi amici, che non avevano voluto mancare a quella festa intima, quantunque la politica li allontanasse un poco; poi Balzarotti, Teruzzi, il dottor Riva, Emilio Berrà, Giulio Besana, Egidio Lattuada, Pietro Albasini, e tanti altri, uomini di società e uomini di banca, avvocati, giornalisti, artisti, tutti buoni amici del banchiere Pianosi, e anche buoni nemici, che volentieri lo avrebbero calpestato se fosse caduto, ma stimavano necessario di onorarlo, dacché aveva vinto.

Ma il secondo salotto reclamava. I cavalieri che erano rimasti presso le signore, cominciavano a brontolare.

C’era là naturalmente anche il cavaliere Alessandri, il vecchio giornalista brillante e galante, il quale diceva in veneziano, che quella non era la maniera d’infeudarsi il padron di casa, mentre tante signore lo desideravano.

Ma la sua frase non destava che pochi sorrisi languidi. L’attenzione generale era accaparrata da quel gruppo di uomini, in mezzo ai quali si trovava Giovanni.

I dialoghi s’intralciavano, s’interrompevano. I signori erano quasi tutti in piedi; alcune signore li imitarono.

Regnava la più grande indipendenza, quella [p. 152 modifica]de’ salotti affollati, dove i padroni di casa non possono assolutamente occuparsi di tutti in una volta.

Una signora raccontava ad alta voce, che se il signor Pianosi non fosse stato così avveduto ed onesto, il marito suo avrebbe perduto tali somme che forse, anzi certo, sarebbe stato costretto a fallire.

Il marito affermava con la testa. Altri, che avevano inteso, esclamavano:

— Ed io?

— Anch’io, com’è vero che esisto!

— E noi, dunque? —

E un’altra signora raccontava le inquietudini di suo marito, il quale sull’esempio del banchiere Pianosi, aveva affidato delle somme, importanti allo stabilimento di ferramenta e macchine.

— Chi sa — esclamava il grosso Piroli, un negoziante — chi sa che cosa sarebbe di noi in questo momento se quelli fallivano!

— Chi sa! Quel crach se ne sarebbe tirati dietro una quindicina! — sentenziava Guglielmo Ferretti, un capitalista, uomo alto e atticciato, che aveva fatto i danari sgobbando come un cane, e sul cui dosso gli abiti fini da società scricchiolavano e parevano in pericolo di scoppiare ad ogni movimento dei suoi muscoli. Ed egli si metteva a discorrere fitto fitto, con la sua voce grassa e infiochita, di cambiali, di sconti, di protesti e di altre simili diavolerie, in un circolo di negozianti di second’ordine, che lo ascoltavano con rispetto.

— Da tre mesi io teneva pronto il revolver! si sentì dire una voce fioca di vecchio, in uno di quei momenti di mezzo silenzio, che avvengono tal[p. 153 modifica]volta imprevedutamente, anche in una sala piena di persone che discorrono.

Tutti i vicini si voltarono verso quella parte; fra questi pure il padron di casa.

Vi fu un momento di stupore. Quello che aveva parlato così, forse non credendo di essere udito altro che da un amico, era un vecchietto sottile, ma forte, muscoloso, dai folti capelli grigi, dagli occhi vivi: il conte Vimercati.

Giovanni gli si accostò sorridendo.

— Era per me, che tenevi pronto il tuo revolver? — domandò.

Il conte esitò un istante, indi subito:

— No, no, amico mio! non per te, — disse, e fissandolo col suo sguardo penetrante: — per quel cane che hai lasciato fuggirei Giovanni aggrottò le sopracciglia, e nei suoi occhi, fissi in quelli del suo amico, passò un lampo. Ma egli senti il pericolo a cui andava incentro, senti la curiosità che si sollevava intorno a lui, come il marinaio esperto sente il vento che si leva in lontano.

— Bravo! — esclamò ridendo: — tu sei sempre il più ardente e il più giovine! Io però, vedi, penso che per certi cani si trova sempre un qualche accalappiatore, che ci risparmia l’incomodo di scannarli con le nostre mani.

Si rise, e tutti gli astanti approvarono questa uscita, e la trovarono arguta.

Il motto fu ripetuto, passò di gruppo in gruppo, e il successo serio dell’uomo d’affari fu raddoppiato dal successo brillante dell’uomo di spirito.

Intanto egli si sovvenne di essere già in ritardo verso le signore, che doveva complimentare. Si [p. 154 modifica]staccò dagli amici e cominciò il suo giro cercando di non dimenticare nessuna, facendo inchini e complimenti, ricevendo sorrisi e congratulazioni, e qualche gentile stretta di mano.

— Che uomo amabile, — dicevano sul suo passaggio; — che gentiluomo!

La Clelia Bellieri, quella figura lunga, secca, di declamatrice sfiatata, che era venuta con tutta la sua famiglia, lo accolse raggiante di tenerezza e lo indicò al giovinetto suo figlio (che aveva condotto là apposta) quale rarissimo esempio di virtù civile e di grandezza d’animo, in questi tempi perversi.

Anche la silenziosa Ersilia tubò un complimento. Ma Pietro Bellieri disse pateticamente:

— Io non parlo, caro Banchiere, la mia eloquenza è troppo povera: ma sottoscrivo pienamente le opinioni del mio angelo fatto donna, della mia Clelia.

Alcune amiche di Edvige intanto pensavano che ella era la più fortunata fra le donne, poichè era la moglie di un uomo simile, e, proprio, proprio, non lo meritava.

In certi gruppi la maldicenza aguzzava le sue forbici.

— Che cosa aveva fatto quella donna per essere così fortunata? domandava con voce lamentosa, una signora molto distinta, molto elegante, la quale, avendo avuto una fistola a un occhio, pareva sempre sul punto di intenerirsi.

— Molte cose che noi non ci permetteremo mai! disse una bella bionda, che non aveva dimenticato l’avvocatino Anselmi.

— Perchè noi siamo donne per bene, susurrava [p. 155 modifica]una brutta e secca, moglie di negoziante, sfarzosamente vestita di velluto granato e raso colore avorio.

Ma quelle che stavano intorno a Edvige le dicevano, ipocritamente, che quel momento di trionfo era dovuto alla sua virtù ed alla sua abnegazione.

In realtà la invidiavano quasi tutte. Lei invece prendeva tutto sul serio e rispondeva al complimento più superficiale con una parola di affetto.

Era commossa. Dai suoi occhi velati, come da lagrime contenute, emanava un dolce fascino. Aveva dei movimenti adorabili di tenerezza, come una sposina giovine, che non può contenere il tumulto de’ suoi sentimenti.

Molti uomini la guardavano con ammirazione e desiderio. E molti invidiavano Giovanni Pianosi, il quale, oltre tutto il resto, possedeva anche una moglie tanto geniale e affettuosa.

Giovanni era ora seduto in mezzo ad un gruppo di signore, che gli dicevano delle cose gentili e desideravano di piacergli; giacché questo è certo, che ogni uomo il quale si può atteggiare a vincitore nella società, diventa, naturalmente, e a volte anche a sua insaputa, un conquistatore di cuori femminili.

Alcuni visitatori, tra i quali un piccolissimo gruppo di signore dell’alta aristocrazia, che avevano fatto una visita brevissima, si accommiatavano; altri venivano introdotti.

Erano questi i frequentatori abituali che davano una capatina in quel salotto fortunato; quasi tutti scapoli, condannati all’eterna volgarità dei pranzi nei ristoranti, dopo l’incomparabile abbrutimento dell’ufficio. [p. 156 modifica]

Fra queste due infermità della loro vita, questi giovanotti, spesso canuti, sentivano l’imperioso bisogno di mettere qualche cosa di gajo: un sorriso di donna, una visione della vita elegante, una mezz’ora di conversazione in un salotto signorile o almeno per bene; o qualche cosa di tenero e d’affettuoso; una scena di famiglia, una stretta di mano delicatamente sensuale, un fruscìo di sottana, uno sfregamento di abito di seta contro le loro vesti di panno.

Più tardi, l’inevitabile bicchierino di vermuth cancellava i sogni e i languori, e eccitava lo stomaco a compiere le sue funzioni animali.

Arrivarono insieme: Michele Krauschnitz, l’avvocato Blendano, l’ingegner Santini, Vittorio Balestrieri, Giulietto Pezzi, Calderini e Usiglio, un gruppo di giornalisti. E subito dopo, attillato e rigido, il consiglier comunale Attilio Ferri, con i suoi capelli arricciati dal parrucchiere e la posa romantica di un falso Antony.

Presentarono i loro omaggi alla padrona di casa, poi ad alcune altre dame che le stavano intorno, e quindi cercarono il Banchiere; alcuni, come Santini, Blendano, Ferri, che lo avevano veduto anche il giorno prima, semplicemente per dargli una stretta di mano; gli altri per rallegrarsi e congratularsi con lui.

Ma poco dopo tornarono presso a Edvige, dove furono accolti, ciascuno secondo i loro meriti e il grado di intimità; il giovane Blendano e il poetino tedesco, per esempio, con quella cortesia famigliare, che lusinga gl’ingenui, mentre, dalla parte di certe donne, non significa proprio nulla.

L’ingegnere Santini, compassato e importante [p. 157 modifica]con quell’aria di riserbo altero, quasi di ostilità, in cui tante volte si nasconde il principio di una simpatia, che potrà essere capriccio o passione.

Vicino ad Edvige sedeva già da un quarto d’ora, il commendatore Bardaniti, uomo alto e ben disposto, dal petto largo, i capelli di un biondo ritinto opaco. Questo personaggio importante, presidente di un Istituto di Credito, ritornato recentemente da un viaggio diplomatico a una Corte straniera, passava per uomo colto e aveva una bella fama di puritano, ch’egli sapeva mitigare con una paterna indulgenza.

Edvige conosceva questa indulgenza e ne taceva gran conto.

— Avete veduto Adriani? — domando il commendatore all’ingegnere Santini, — con una vocetta da tenore di grazia, che faceva sorridere. Questi rispose che non l’aveva veduto; poi disse:

— Dev’essere andato a Roma, altrimenti a quest’ora sarebbe qui.

Edvige sorrise.

— S’inganna, — disse, — Adriani non viene mai a trovarci quando sa d’incontrarsi con molto persone: è sempre un po’ rustico.

— Oh! rusticissimo! — osservò Michele Krauschnitz, che non lo poteva soffrire.

Tutti risero, anche il Commendatore, il quale disse:

— La sua ultima commedia non è piaciuta; io ero allora a Vienna, l’ho letto nei giornali; ma egli si preparerà presto una qualche rivincita.

— Non così il povero Giuseppe Crivelli, — osservo malignamente il consiglier Ferri, mentre s. accarezzava i capelli della nuca con un gesto molle, [p. 158 modifica]alludendo alla commedia d’un suo collega che aveva fiascheggiato al Manzoni.

Il Commendatore osservò che quel Crivelli era un bravo figliuolo, ma che aveva delle idee storte.

— Ecco. — disse volgendosi principalmente a Edvige, — io lascio da parte la quistione artistica, non è di mia competenza...

Edvige lo interruppe con un gentile: — Oh! Commendatore, altro che! —

Ma egli ripigliò:

— No, no, signora, dico la verità: pur troppo, le gravi occupazioni della mia vita non mi hanno lasciato il tempo di studiare l’arte come si merita. In compenso però, credo di poter dire la mia opinione nel campo, dirò così, delle idee, della sostanza, mi spiego?... Ed è appunto la sostanza, la cosa a cui lo stesso Crivelli dà maggior peso, quella in cui penso di avere abbastanza autorità a criticarlo.

Edvige fece un piccolo cenno affermativo, mentre si preparava ad ascoltare con quell’attenzione intensa, che tanto lusinga chi parla.

Intorno a lei i giovani pure ascoltavano.

Il Commendatore continuò:

— Ma le pare, voler far credere nientemeno che i possidenti lombardi non hanno sufficiente cura dei loro contadini! che questi soffrono, che stanno male, come se i padroni non fossero pronti a soccorrerli in tutti i loro bisogni! Come se i signori milanesi non facessero le più grandi beneficenze di tutta l’Italia e anche di fuori — lo posso dire io che nel mio viaggio recente ho potuto fare qualche osservazione anche all’estero! Le chiacchiere sono chiacchiere; ma le idee per le [p. 159 modifica]quali si combatte devono essere ponderate. Crivelli non ha ponderato le sue; se lo avesse fatto non le avrebbe portate sul teatro, lui che è un uomo onesto; avrebbe capito a chi le doveva lasciare. Dico bene? Le pare, signora?

Edvige non rispose subito: pareva occupata a guardare la punta della scarpina che le usciva deliziosamente di sotto alla trina bianca della piccola gala cucita sotto l’orlo della sottana.

Anche Santini pareva occupato in quella contemplazione. Poco prima il professore Scamozzi, che gli stava seduto accanto, lo aveva urtato lievemente nel gomito per domandargli se dovevano entrare nella disputa; ma Santini, scuotendo il capo bisbigliava sorridendo:

— Ti pare? Non vedi che confonde la quistione agraria con la beneficenza?

.... È meglio che lo approviamo, sarà più divertente.

Di fatti, appena il commendatore Bardaniti si tacque, mentre Edvige di solito così pronta cercava una buona risposta, l’ingegner Santini le venne in aiuto esclamando:

— Bravo Commendatore! così penso anch’io, e mi fa piacere di trovarmi d’accordo con una autorità del suo peso. —

Edvige alzò lentamente gli occhi e glieli piantò in faccia con una espressione, che lui solo comprese.

Intanto la contessa Vimercati, una donnetta su i quarantacinque anni, piccola e grassa, con una buona faccia larga, facile a lustrare, entrò a dire tutta seria e tutta convinta:

— Davvero, Commendatore, sono contenta anch’io di avere sentito la sua opinione, così potrò [p. 160 modifica]citarla quando mi daranno torto; perchè a noi altre donne si dà su la voce, se le nostre idee non sono appoggiate da un’autorità. Ora, è tanto ch’io lo dico: il mestiere più difficile al giorno d’oggi, è quello del signore! Tutti i pesi gravitano sopra di noi; noi dobbiamo mantenere il decoro della classe colta, incoraggiare le industrie, le arti, pensare ai comodi dei contadini, che presto vanno a stare meglio di noi; contentare le esigenze dei nostri servi, che assumono un contegno sempre più ostile, e un giorno o l’altro ci compensano con una revolverata, fare tutti i giorni delle beneficenze, pensare ai poveri e anche agli oziosi — insomma, non si sa più come andare avanti, ecco!... Io penso così; ma se lo dico, sono una piagnolosa, una pessimista, una donna e basta! Ora che l’ho sentito dire al commendatore Bardaniti, mi varrò del suo nome!

— Pur troppo, signora mia, ella pensa giusto osservò il Commendatore — il male è grave, gravissimo per noi; ma non c’è rimedio; anzi sarà sempre peggio!

— È colpa questo Depretis! — disse il consigliere Ferri con un sorrisetto pallido, ficcandosi tutta la mano inguantata nei riccioli bruni, senza più rammentarsi che era in un salotto.

Una risata sonora rispose a questa uscita dell’elegante consigliere.

Il circolo s’allargò e la conversazione si arrestò un momento a Depretis. Ridevano di questo malvezzo che fa attribuire tutti i mali o tutti i beni ad una persona sola.

Un giornalista disse che per un certo tempo egli aveva tenuto nota di tutte le caricature in [p. 161 modifica]cui figurava la barba del Ministro. Era certo di averne registrato fino a duecento in un mese; poi tralasciò, perchè quel lavoro gli toglieva la forza di fare altro.

Ma una signora milanese, appartenente alla aristocrazia e nota per il suo spirito e per i suoi scritti diceva alla contessa Vimercati:

— Quanto ai tuoi lamenti, cara Violante, eredi pure che quando i ricchi si decideranno a abdicare, nessuno li rimpiangerà e il loro posto sarà preso d’assalto, malgrado le gravi miserie che gli sono annesse.

— Probabilmente non avranno nemmeno la compiacenza d’aspettare che i ricchi si decidano all’abdicazione! osservò il conte Vimercati, il vecchietto arzillo e forte, che girava come un giovinetto di gruppo in gruppo. La giovane signora intanto si era levata in piedi e salutava Edvige.

Nel passare davanti alla Vimercati, le porse la mano dicendole:

— Senza collera, eh? mia cara Violante? —

La contessa le rispose con bel garbo, assicurandola della sua amicizia, e il conte le fece dei complimenti: poichè questa signora era molto simpatica e veramente buona e i suoi scritti contenevano delle vere idee, non soltanto delle belle frasi, e per ciò la società in cui era nata le perdonava i suoi principii un po’ arditi e li considerava come un piccolo capriccio giovanile di donna superiore.

La conversazione, interrotta dalla sua partenza fu ancora ripresa.

Edvige volle difendere il Crivelli, che era un amico di casa molto gentile e un assente. [p. 162 modifica]

— Quello che io so, disse, è che il Crivelli è un uomo pieno di buone intenzioni. Non giudico i suoi principii economici e sociali, perchè è troppo facile dire delle corbellerie sopra argomenti così ardui, nei quali gli stessi scienziati non vanno d’accordo; certo però, quello ch’egli sostiene, lo sostiene in buona fede, perchè è incapace di sacrificare i suoi principii a secondi fini, nemmeno alla opportunità, nemmeno al successo!

— In questo — disse il Commendatore — sono d’accordo anch’io; Crivelli è un uomo di buona volontà, certo.

— Ma chi va al teatro non si cura della buona volontà; il pubblico vuole essere divertito, — sentenziò il giovane avvocato Blendano.

— Il pubblico vuole sopratutto l’ingegno — osservò maliziosamente l’ingegner Santini — e il Crivelli finora non ha mostrato di averne!

— Ella confonde l’ingegno, con l’attitudine teatrale — disse Edvige, guardandolo con la sua aria di superiorità. — E forse non comprende l’ingegno di Crivelli, perchè è accompagnato dalla bontà. Io invece metto la bontà sopratutto, e credo che i buoni son sempre i più intelligenti. Chi non conosce il fascino che parte da un cuore buono, da uno spirito convinto del bene, non sa nulla della vita: è un povero essere ch’io compiango.

Santini capì che quella lezione era tutta per lui, e che non doveva rispondere, sotto pena di perdere ogni speranza. Però tacque. Anzi, fece di più; chinò gli occhi e diventò serio.

Il biondo Krauschnitz, Attilio Ferri, il professor Scamozzi e il Commendatore approvarono la [p. 163 modifica]signora in diversi modi; uno diceva ch’ella parlava santamente; un altro ch’ella esprimeva la più bella verità; un terzo che per la sua bocca parlava il femminile eterno, che è la bontà stessa.

Il biondo Krauschnitz affermò che ella aveva l’ispirazione poetica e buona, come Schiller, il più dolce poeta tedesco.

Ma la sua modestia non potè sopportare il carico di tanti elogi.

— No, no, signori, — ella disse, — non è merito mio, se in questo momento sono al caso d intendere meglio di un’altra il vero tesoro della vita. Il merito è tutto dei miei amici, che in questi giorni mi hanno colmato della loro bontà, e mi hanno fatto pensare veramente che questa è la più nobile, la più ammirabile qualità umana. Posso dirlo con orgoglio: i buoni cuori, che ho potuto apprezzare in questi giorni di agitazione, mi hanno fatta ringiovanire, mi hanno ridato le illusioni dei vent’anni: certo non li dimenticherò mai. E mi pare che basterà ricordarmi i loro nomi perchè non mi sia più possibile di credere altro che il bene.

Questa conclusione un po’ enfatica, produsse un ottimo effetto.

L’enfasi era, del resto, una caratteristica della signora Pianosi e i suoi amici vi erano avvezzi; d’altra parte quel giorno, in quelle circostanze, era abbastanza giustificata; e infine, ella aveva saputo accarezzare dolcemente con le sue parole l’amor proprio di quei signori, indirizzandosi al loro cuore.

Il commendatore Bardaniti le prese la mano e la strinse con profonda espressione d’affetto. Gli [p. 164 modifica]era un po’ dispiaciuto che Edvige avesse l’aria di contraddirlo a proposito della commedia del Crivelli, e però questa delicata allusione ai servigi ch’egli le aveva resi, questo omaggio fatto in pubblico alle più nobili qualità dell’animo suo, gli riusciva tanto più gradito.

Intanto l’ora di visita, che si era prolungata quel giorno più dell’usato, stava per toccare l’ultimo limite. Già la folla era diradata di molto.

Bardaniti si mosse; prima di andarsene voleva parlare a Giovanni.

Traversando il salotto, passò vicino a un gruppo di giovanotti che discorrevano di Edvige, e sentì il romanziere Groviglio affibbiarle il titolo di «Madama Rolland da strapazzo.»

Ne fu ferito. Maldicenti e sciocchi! avrebbe voluto gridare, se la sua buona educazione non gli avesse impedito qualunque intervento chiassoso. S’accontentò di entrare un momento nel gruppo e disse al romanziere, sorridendo finamente:

— Sa, il suo frizzo non è ben trovato: la signora che ci accoglie nelle sue sale ha una superiorità inestimabile sulla donna da lei citata; non si occupa di politica.

E s’allontanò.

Un momento dopo si trovava di fronte a Giovanni, che avendolo veduto in piedi, gli era andato incontro e si affrettava a manifestargli il suo dispiacere per non avergli potuto parlare prima di quel momento, lui che doveva fargli tanti ringraziamenti!

Il Commendatore lo pregò a lasciarli da parte.

— Basta la buona amicizia fra noi, — disse con dolce affetto paterno, — i complimenti sono per la [p. 165 modifica]platea; volevo soltanto dirvi che sono proprio contento di questa riescita, così completa! Ora col credito immenso che vi siete acquistato, avete davanti a voi un grande avvenire: spero che la fortuna non vi abbandonerà!

— Farò il possibile per tenerla stretta, — disse Giovanni sorridendo.

— Fra le vostre fortune, — riprese a dire con bonarietà il vecchio signore, — mettete anche quella di avere una moglie come la signora Edvige; una alleata meravigliosa, che intende i vostri interessi e li sostiene con intelligenza ed amore. Perdonate se entro in un soggetto così intimo: la mia amicizia per voi e la mia età lo permettono troppo! dico «pur troppo» per l’età. Voi siete ancora giovane, e forse, perdonate, non intendete abbastanza il valore di una compagna come la vostra, specialmente nella nostra carriera. Ma io parlo per esperienza, io che ho avuto la disgrazia di avere al mio fianco per tanti anni una moglie rispettabilissima, poveretta, non c’era che dire, ma di una insufficenza penosa e imbarazzante!...

Egli sospirò: tacque un momento, poi, con accento di autorità, tenendo sempre la sua voce fioca in un tono basso ma pieno di efficacia, aggiunse queste parole significative:

— Tenete da conto la vostra Edvige, mio caro Giovanni! questo è il consiglio di un vero amico. Consiglio superfluo, del resto, poichè avete abbastanza spirito da intendere il vostro interesse, e ne avete dato prova recentemente; tuttavia, melio est abondare, e io ho voluto abbondare anche sapendo di dire una cosa superflua. [p. 166 modifica]

Giovanni fece un lieve inchino e tentò di sorridere.

Il Commendatore volse abilmente il discorso su alcuni affari della Banca Pianosi e Comp., e fece alcune interrogazioni, a cui Giovanni potè rispondere con minor riserbo.

Poi la loro conversazione cadde naturalmente sui nuovi progetti governativi riguardo alle strade ferrate: e il Commendatore disse che era un buon momento quello per la Banca, che bisognava approfittarne e che pure lo stabilimento di Como si sarebbe rialzato con nuove e grandiose commissioni; e infine, lasciò intendere che Giovanni avrebbe fatto bene a presentarsi come candidato nel collegio di Arona, che il Governo lo avrebbe appoggiato.

Intanto le dame e i gentiluomini prendevano congedo dalla padrona di casa, e inviavano i loro saluti al Banchiere, che fu così obbligato a interrompere il dialogo interessante. Le sale si vuotavano rapidamente; si sentiva il rumore delle vetture che partivano in fretta.

L’ora del pranzo imminente cacciava i più ostinati conversatori.

I domestici avevano portati i lumi, perchè cominciava a far notte; improvvisamente, un ultimo raggio purpureo tinse le vetrate dei balconi e investì tutto l’ambiente con la sua luce infuocata.

Nel contrasto delle due luci tutte quelle persone che si muovevano e discorrevano con animazione, scambiando saluti e strette di mano, in quelle sale ricche, dalle pareti scintillanti di specchi e di dorature fra le tappezzerie dei mobili moderni dai toni tenui, e quelle gialle del salotto [p. 167 modifica]empire, dolcemente incorniciate nel legno bianco filettato d’oro, prendevano un colore acceso, come il riflesso di una vitalità più intensa, e i loro movimenti un non so che di ritmico, di cadenzato, per cui tutta la scena ebbe un istante, l’aspetto di una grandiosa fantasmagoria.

Edvige in piedi sull’uscio fra i due salotti, distribuiva sorrisi e strette di mano. Ma i suoi sopraccigli troppo vicini accusavano una ruga; e sotto la ruga un cruccio.

L’onorevole Adriani non si era veduto e quell’assenza doveva essere notata.

Nell’andarsene, Lauretta Mantrilli le aveva assicurato che sarebbe venuto. Ma dacchè lei se ne andava prima, voleva dire ch’era convinta del contrario.

Quel puritano democratico li abbandonava dunque?... non li trovava più abbastanza immacolati?

O perchè? Di che l’accusava, lui, se il marito copriva tutto col suo perdono?...

O, forse, era appunto la condotta del marito ch’egli intendeva stigmatizzare?...

Comunque fosse, quella defezione la pungeva, non tanto perchè le dolesse di perdere un amico, quando ne aveva tanti, ma perchè avrebbe voluto una vittoria completa; e poi Giovanni stimava molto quell’uomo e il suo contegno poteva avere una grande influenza sulle sue determinazioni future.

Ora quasi tutti se ne erano andati, e insieme a loro anche quell’ultimo messaggio del sole. I salotti, improvvisamente deserti con le sedie in disordine, prendevano un aspetto nuovo nella luce [p. 168 modifica]gialla delle candele, con le ombre che si addensavano negli angoli.

La contessa Vimercati, una delle ultime a separarsi da Edvige, dopo di averla baciata in viso, bisbigliando le domandava:

— È vero che hai ripreso la Mauri?

— Certo!

— ... Ho paura che tu non abbia fatto una buona cosa!

— Oh, perchè?... Lea le vuol bene; e poi, sai, in questo momento, io non posso pensare a male; ho il cuore troppo commosso!...

Una vocina fresca risuonò nell’anticamera, e Lea entrò galoppando, dando spintoni alle sedie, arrestandosi qualche momento per rispondere ai baci e ai saluti che riceveva sul suo passaggio. Tornava dalla passeggiata con Gilda, era tutta eccitata dall’aria aperta, dall’odore di primavera che aveva aspirato ai giardini.

Gilda non entrò nel salotto. Ma la contessa Vimercati credè opportuno di farla chiamare, per farle alcune raccomandazioni e domandarle conto di sua zia, a cui il portinajo, uno zotico, aveva fatto uno sgarbo nei giorni scorsi.

Nell’andarsene la buona signora pensava che la sua amica Edvige perdeva la testa e commetteva una grande imprudenza. Nemmeno lei, che aveva il marito vecchio, si sarebbe ripresa in casa una ragazza divenuta così pericolosa.

L’ingegnere Santini da parte sua, uscendo da quella casa, insieme ai suoi colleghi, Krauschnitz e Blendano, al professor Scamozzi, allo scultore Gravigna, al dottor Bardelli e ad altri giovani eleganti, pensava pure a Edvige e ascoltava con [p. 169 modifica]piacere gli elogi che alcuni facevano di lei. Sì, essa era veramente una donna ammirabile; l’attitudine che aveva presa dopo gli ultimi avvenimenti era magistrale.

Quanta finezza e quanta abilità in tutta la sua condotta! Decisamente età degna di tenere uno dei primi posti in società, a fianco di quell’uomo così fortunato.

E non c’era dubbio, la famiglia Pianosi entrava in una nuova fase di ricchezza e di gloria: tutte quelle visite, tutte quelle dimostrazioni di amicizia lo provavano a esuberanza. Egli aveva indovinato: quello era proprio il momento buono per diventare uno degli amici di casa, più intimi e affezionati! Poteva congratularsi con sè medesimo; non era uno sciocco lui, e la signora era bella ancora; bella e nell’età in cui il bisogno di amare si sente più fortemente! L’ingegnere Santini amava molto le donne di quella età, e lo confidava a sè medesimo con un sorriso, mentre seguiva gli amici dall’Hagy a bevere il vermouth.

Ma Attilio Ferri che lo vide arrivare con quell’aria di trionfo, si chinò verso lo scultore Gravigna per dirgli:

— Guarda Santini come si pavoneggia! Vuoi scommettere che tenta di fare la conquista della Pianosi?...

— E chi ti dice che non riesca? — mormorò Gravigna che era un osservatore acuto, accarezzandosi i piccoli baffi color di canape.