Aiace (Sofocle - Romagnoli)/Quarto episodio

Quarto episodio

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Sofocle - Aiace (445 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Quarto episodio
Terzo stasimo Quarto stasimo
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Tragedie di Sofocle (Romagnoli) I-0088.png

Dal campo dei Greci arriva un araldo.
araldo
Questa novella io vo’ prima recarvi,
amici: or ora, dalle Misie rupi
tornato è Teucro, ed alle tende presso
dei duci giunto, dagli Achivi tutti
è coperto d’insulti. Appena l’ebbero
conosciuto da lungi, a lui si fecero
tutti d’attorno; e niun fu che d’oltraggi,
chi di qua, chi di là, non lo battesse;
e fratello del pazzo lo chiamavano,
che all’esercito avea tesa l’insidia,
si che sfuggire non potrebbe a morte,
disfatto dalle pietre. E al punto giunsero,
che, tratte fuor dalla guaina, in pugno
stringevano le spade. Ed ebbe fine
la rissa, che agli estremi era ornai giunta,
pel conciliante favellar dei vecchi.
Ma dov’è Aiace, ch’io gli dica tutto?
Ché tutto riferir bisogna ai principi.

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coro
Dentro non è, da poco è uscito: a nuovi
costumi egli aggiogò nuovi propositi.
araldo
Ahimè, ahimè!
Chi m’inviava a tal messaggio, tardi
m’inviò troppo; o troppo lento io fui.
coro
Come lo zelo tuo venne in difetto?
araldo
Teucro vietò che dalla tenda uscisse,
prima che giunto egli qui fosse, Aiace.
coro
Uscito è pure, ad ottimo consiglio
rivolto, per placar l’ira dei Numi.
araldo
Piene son di follia queste parole,
se pur Calcante sa quel che predice.
coro
Che predice? Che sa di tal vicenda?

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araldo
Io tanto so: ché mi trovai presente.
Dal consesso dei principi e dal cerchio
surto Calcante, solo egli, discorde
dagli Atridi, la mano a Teucro offerse
benevolmente, e disse, ed insisté
che in questo giorno ad ogni modo Aiace
trattenere dovesse entro la tenda,
e non lasciarlo uscir, se pur volesse
vivo vederlo ancor: ché questo giorno
solo, d’Atèna l’ira ancor l’incalza.
Disse cosí. Ché gli orgogliosi, disse,
i vantatori, cadono pei colpi
inflitti dai Celesti, allor che un uomo
nato mortal, piú che mortal presume.
E Aiace, quando abbandonò la patria,
di follia si macchiò, mentre suo padre,
saviamente parlò. Gli disse il padre:
«Vincer con la tua lancia, o figlio, devi,
ma con l’aiuto dei Celesti». Ed egli,
con folle tracotanza, a lui rispose:
«Con l’aiuto dei Numi, o padre, vincere
un uom da nulla anch’esso può: la gloria
pur senza i Numi io di strappar confido».
Tale il suo vanto. E un altra volta, quando
la Diva Atena lo eccitava a volgere
contro i nemici la sanguinea mano,
queste parole orribili nefande
a lei rispose: «Agli altri Argivi, o Dea,
fatti d’accanto: ché non mai le schiere
si spezzeranno, dove io sono». E l’odio
della Diva implacato guadagnò

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con tali detti: ché piú ch’uom presunse.
Ma, se vivrà per questo giorno, forse,
con, l’aiuto del Dio, salvo l’avremo.»
Cosí disse il profeta; e Teucro súbito
m’inviò dal consesso, a darti l’ordine
di custodirlo. E spento è, se saremo
frustrati; o nulla intende piú Calcante.
coro
Sciagurata Tecmessa, vieni, o misera,
odi quanto costui dice; ché al vivo
ci piaga, e sí, che niun lieto può esserne.
Dalla tenda esce Tecmessa con Eurisace.
tecmessa
Misera me, perché mi fate sorgere
dal mio riposo ancora, allor che avevo
tregua appena dai mali innumerabili?
coro
Odi quest'uomo, che sciagura annuncia
d’Aiace, tal che me ne duole il cuore.
tecmessa
Che dici, amico, ahimè? Siamo perduti?
araldo
La tua sorte non so; ma poco spero,
per Aiace, se uscito è dalla tenda.

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tecmessa
Appunto è uscito: onde il tuo dir mi cruccia.
araldo
Dentro alla tenda custodirlo. Teucro
impose, e non lasciar che solo uscisse.
tecmessa
E Teucro, ov’ è? Perché mai dice questo?
araldo
È giunto or ora; e tale uscita pensa
che funesta sortir debba ad Aiace.
tecmessa
Ahimè, tapina! E da chi mai l’apprese?
araldo
Di Tèstore dal figlio1, in questo giorno
che recare gli deve o morte o vita.
tecmessa
Assistetemi, amici, in tal iattura.
Poi provvedete che s’affretti Teucro.
Ed alle spiagge voi d’occaso, e voi

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movete a quelle d’orïente, e Aiace
cercate ove n’andò, con tristo auspicio:
ch’ora ben vedo ch’egli m’ingannò,
che fui bandita dall’antica grazia.
Figlio, ahimè, che farò? Restar non posso.
Andrò, finché mi valgano le forze,
anche io colà. Affrettiamoci, andiamo:
non è momento da sostare, questo.
coro
Io sono pronto, e non solo a parole:
seguiranno veloci il piede e l’opera.

Tecmessa esce in furia. I corifei si dividono in due gruppi, e si
allontanano dalle due párodoi, lasciando vuota l’orchestra.
Qui interviene un cambiamento di scena, e si vede un luogo appartato
e solitario in riva al mare.


Tragedie di Sofocle (Romagnoli) I-0093.png [p. 67 modifica]

Tragedie di Sofocle (Romagnoli) I-0094.png

Aiace entra, e va a piantare la sua spada in terra, fra i cespugli. Poi torna sul davanti della scena.



aiace
Sito è il ministro di mia morte, in guisa
tale, da riuscir, chi ben consideri,
quanto si può micidiale. È dono
d’Ettore, infesto a me fra tutti gli ospiti,
odioso a vedere; ed è confitto
nell’inimico suolo della Tròade,
ed affilato or ora con la cote
voratrice del ferro; e lo confissi
con cura assai, ché riuscir benevolo
a quest’uomo dovesse, e una sollecita
morte accordargli. Pronto io sono dunque.
Ed ora, o Giove, tu per primo assistimi,
come è pur giusto: un dono io da te bramo,
non grande: un qualche messaggero invia,
che la trista novella a Teucro rechi,
perché, quando io, su questo ferro intriso
di fresco sangue sia caduto, primo
ei mi raccolga, e dei nemici alcuno
pria non mi vegga, e ai cani ed agli augelli
preda mi gitti; io ciò ti chiedo, o Giove.

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E invoco insieme Ermète sotterraneo,
guidatore dell’anime, che me
dolcemente sopisca, e senza spasimi,
con lieve balzo, allor ch’io frangerò
il fianco mio con questa spada. Invoco
a mia vendetta anche l’Erinni, vergini
sempre, che sempre dei mortali scorgono
le pene, pie’ veloci, venerabili,
perché vedan come io, misero, muoio
per colpa degli Atrídi, e quei malvagi
precipitino all’ultima rovina,
come ora io son caduto. Orsú, veloci
vendicatrici Erinni, ora lanciatevi,
risparmiato da voi non sia l’esercito.
E tu, che per il ciel sublime spingi,
Sole, il tuo carro, allor che la mia terra
patria vedrai, rattieni l’auree briglie,
e la mia sorte e il tristo fine annunzia
al vecchio padre, all’infelice madre.
Misera, allor che questa nuova udrà,
tutta empierà la rocca d’un grande ululo.
Ma versar vane lagrime, a che giova?
Compier conviene, e senza indugio, l’opera.
O Morte, o Morte, giungi adesso, e guardami,
sebben anche laggiú potrò parlarti.
Ed a te la parola volgo, o lucido
raggio del giorno, auriga Sole, a te,
l’ultima volta, e piú mai non potrò.
O luce, o sacro suol di Salamina,
della terra paterna, o focolare
dei miei maggiori, e tu, famosa Atene,
o consanguinea stirpe, a voi mi volgo,
o fonti, o fiumi, o voi, troiani campi,

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che mi nutriste: ora salvete: a voi
questa ultima parola Aiace volge.
Il resto, lo dirò giú nell’Averno.

Torna ai cespugli del fondo e si gitta sulla spada.

Tragedie di Sofocle (Romagnoli) I-0096.png

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Tragedie di Sofocle (Romagnoli) I-0097.png

Rientra in orchestra il primo scmicoro.


Semicoro a
Pena a pena s’aggiunge, ognor piú grave.
Dove mai, dove stato non son io?
E luogo alcuno esperto
non è che quanto io cerco abbia scoperto.
Zitto, zitto, ché udire mi sembra un calpestio.
Entra il secondo semicoro.
semicoro b
Siamo i compagni della vostra nave.
Semicoro a
Ebbene, ebbene?
Semicoro b
Tutti ho battuti i vespertini lidi.

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semicoro a
Ed hai trovato?
semicoro b
Di fatica gran copia; e nulla vidi.
semicoro a
E neppur su la via ch’esposta giace
ai rai del sole, abbiam veduto Aiace.

I due semicori sono arrivati in mezzo all’orchestra e si ricongiungono.


coro
Strofe
Qual degli uomini, dunque, che sul pelago,
dietro alla preda, insonni si travagliano,
quale d’Olimpo Dea, qual fiume al Bosforo
volgente, sarà mai che ci significhi
dov’è quel crudo? È strano che con prospero
corso io non possa aggiungere
un uomo infermo e stanco, io che m’attristo
fra lunghe pene, e pur non l’abbia visto.
Si ode il grido lontano di Tecmessa.
tecmessa
Ahimè, ahimè!
coro
Qual grido usci dalla macchia vicina?

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tecmessa
Oh me tapina!
coro
Vedo Tecmessa, misera captiva:
nei pianto immersa e nel cordoglio arriva.
tecmessa
Finita, morta son, venduta, amici.
coro
Che mai, che dici?
tecmessa
È steso Aiace, or or trafitto, a terra:
il corpo suo la spada in giro serra.
coro
Or non sarà ch’io più ritorni in patria:
il tuo nocchiero, o re,
tu perdesti. Oh me misero!
Donna, misera te!
tecmessa
Tutto avvenne cosi: conviene or piangere.

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coro
Da quale mano fu trafitto, misero?
tecmessa
Di propria mano: al suol confitta, questa
spada su cui piombò, chiaro l’attesta.
coro
Deh, mia sventura, deh fiero tuo scempio,
senza d’amici riparo!
Né cura io m’ebbi di farti custodia,
stolido in tutto, ignaro!
Dove il misero, dove il duro Aiace
— infausto nome! — or giace?
tecmessa
È vederlo un orror; ma io, con questo
manto lo avvolgerò da capo a piedi,
lo coprirò: ché niun di quanti l’amano
lo potrebbe mirar, com’egli soffia
fuor dalle nari e dall’aperta piaga
il negro sangue della propria strage.
Ahi, che farò? Chi ti raccoglierà
degli amici? Dov’è Teucro? Deh, come
giungerebbe in buon punto, ov’ei giungesse,
per seppellire il suo fratello! Oh Aiace,
quale tu fosti, e la tua sorte quale,
se fin dei tuoi nemici il pianto provochi!

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coro

Antistrofe
Dovevi pur, dovevi pure, o misero,
affrettar, col tuo duro animo, il termine
degl’infiniti affanni tuoi: tai gemiti
a notte, e ai rai del dí, con selvaggio impeto
scagliavi tu, con funesto delirio
contro gli Atrídi. Origine
fu di sciagure orribili il momento
che fu proposto del l’armi il cimento.
tecmessa
Ahimè, ahimè!
coro
Giú sino al cuore è a te la doglia infitta.
tecmessa
Me derelitta!
coro
Direi sinceri, anche se doppi, questi
lagni: tale fu l’uom ch’ora perdesti.
tecmessa
Tu le immagini; ed io soffro le pene.
coro
Tu dici bene.

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tecmessa
Verso il giogo servil moviamo, o figlio:
quai padroni su noi volgono il ciglio!
coro
Quale ferocia dicesti ineffabile
degli Atrídi inumani,
in cosí grande angustia!
Un Dio pur l’allontani.
tecmessa
Pur, tutto avvenne per voler dei Superi.
coro
Il male sopra voi troppo aggravarono.
tecmessa
Tale cordoglio la tremenda inflisse
Pàllade a noi, per compiacere Ulisse.
coro
Certo, nell’animo negro l’oltraggia
l’uomo dai molti raggiri,
e ride, ahimè, di riso inestinguibile,
per questi dogliosi deliri;
e la nuova n’apprende, e seco ride
e l’uno e l’altro Atríde.

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tecmessa
Ridano pur, s’allegrino dei mali
di quest’eroe; ma forse, anche se brama
non sentiron di lui vivo, potrebbero
in distrette di guerra anche rimpiangerlo.
Perché tutti gli stolti il bene ignorano
ch’anno in lor mano, avanti che lo perdano.
Amara fu la morte sua per me,
piú che dolce per essi; ma gradevole
per lui, che quanto pur bramava, ottenne,
la morte che volea. Come potrebbero
rider di lui? Per opera dei Numi
morí, non per la loro. A vuoto, dunque,
l’insolentisce Ulisse. Aiace piú
non esiste per essi; e angosce e gemiti
a me lasciando, abbandonò la vita.

Tragedie di Sofocle (Romagnoli) I-0103.png

[p. 77 modifica]Tragedie di Sofocle (Romagnoli) I-0104.png


Si ode da lontano la voce di
teucro
Ahimè, ahimè!
coro
Taci: la voce udir penso di Teucro:
alla sciagura un tal canto s’accorda.
teucro
Dilettissimo Aiace, occhio fraterno,
morto sei tu, come la fama narra?
coro
Di vita uscí l’eroe, sappilo. Teucro.
teucro
O troppo grave mia sciagura, troppo!

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coro
Poiché tale è la sorte....
teucro
                                                  Oh me tapino!
coro
Gemer conviene.
teucro
                             Ahi. troppo fiera doglia!
coro
Sí, troppo.
teucro
                     Ahimè tapino! E il figlio ov’è?
In quale parte del suolo troiano?
coro
Solo, presso alle tende.
teucro
                                              E tu non corri
a recarmelo qui, ché dei nemici
non lo ghermisca alcuno, al par di cucciolo
di lionessa orbata? Or senza indugio

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corri al riparo; poiché tutti sogliono
irridere ai defunti, allor che giacciono.
coro
Mentre vivo era ancor, l’eroe t'ingiunse
d’averne cura, come adesso l’hai.
teucro
Ahimè, di quanti orrori abbian veduti
queste pupille, il piú doglioso! Oh via
che piú d’ogni altra via crucciasti il cuore,
e ch’io battei, com’ebbi, dilettissimo
Aiace, udito il tuo destino, in furia,
a rintracciarti! Ché una fama rapida,
come d’un Nume, fra gli Achivi corse,
ch’eri tu morto. Io, misero, l’udii
da lungi; ed or ti vedo; e morto io sono.
Ahimè!
Su via, scoprilo, ch’io la mia sciagura
intera scorga.

Si scopre il cadavere.
Ahimè, terribil vista!
Amaro ardire! Ahimè, di quanti affanni
per me, col tuo morir, gittasti il seme!
Dove, fra quali genti andar potrò,
se nei tuoi crucci io nulla ti soccorsi?
Forse il tuo padre, il padre mio Telàmone
m’accoglierà con lieto ilare volto,
quando io senza di te ritornerò?

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E come no, se mai, pur nella prospera
sorte, un sorriso ei mi mostrò benevolo2?
Che cosa ei mi dirà? Quale improperio
non lancerà contro il bastardo, nato
d’una schiava di guerra, e che tradí
per codardia, per tristo animo, te,
dilettissimo Aiace, o per inganno,
per usurpare il tuo dominio, quando
tu fossi morto, e le tue case. Questo
dirà quell’iracondo, aspro per gli anni,
che per un nulla a rissa il cuore infiamma.
E sarò dalla patria alfin bandito,
servo mi chiameranno, e non piú libero.
Questo m’attende nella patria. E molti
son nella Troade a me nemici, e pochi
quelli in cui fidi. Io tutto ciò guadagno
dalla tua morte. Ahimè, che farò? Come
ti strapperò da questa amara lucida
punta, o meschino, per la cui trafitta
l’alma esalasti? Avresti mai creduto
che, pur dopo la morte, Ettore uccidere
potesse te? Di questi due mortali
considerate, per gl’lddei, la sorte.
Alla sponda del carro Ettore avvinto
col bàltëo che a lui donava Aiace,
fu trascinato, lanïato fu
sino alla morte; ed un tal dono Aiace
d’Ettore avendo, ne morí, piombandovi
su, con funesto crollo. Ora, un’Erinni
questa sua spada non foggiò, quel bàlteo
Ade, il selvaggio artefice? Dunque, io
direi che questi e ogni altro evento agli uomini
apprestano i Celesti; e a cui non piacciano

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tali sentenze, e le repudi in cuore,
egli le sue diliga, ed io le mie.
coro
Piú a lungo non parlar: bada a nascondere
nella tomba l’eroe, rifletti a quello
che presto dir dovrai. Vedo un nemico:
e da malvagio, quale è, pure, giunge
forse irridendo alle sciagure nostre.
teucro
Un uomo giunge dal campo? Chi è?
coro
È Menelao, per cui si scese in mare.
teucro
Vedo: è già presso; e ravvisarlo è facile.
Giunge, furente e minaccioso. Menelao, e si rivolge a Teucro.
menelao
Ehi, dico a te, non appressar le mani
a quella salma, e lasciala ove giace.
teucro
Che parole son queste ch’ora sperperi?

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menelao
Quelle che a me, che al duce nostro piacciono.
teucro
E dir mi vuoi quale preteslo adduci?
menelao
Che noi credemmo dalla patria amico
ed alleato degli Achivi addurlo;
ed alla prova, lo trovammo infesto
dei Frigi piú: ché macchinò la strage
contro tutto l’esercito, e di notte
piombò con l’arme, a sterminarlo; e dove
non avesse fiaccata alcun dei Numi
quella sua prova, la sciagura stessa
ch’egli sofferse, noi sofferta avremmo,
morti saremmo vittime d’un fato
piú d’ogni altro nefando; ed ei vivrebbe.
Adesso, invece, il suo furore un Dio
sviò cosí, che sopra mandre e greggi
egli piombò. Perciò, la salma sua
niun uomo c’è che tanta forza vanti
da seppellirla entro una tomba: deve
su la pallida spiaggia esser gittata,
esca agli uccelli de la spiaggia. E tu,
non opporre la tua terribile ira.
Ché, se domarlo non potemmo quando
egli era in vita, ora ch’è spento, certo,
le nostre mani, anche se tu non voglia,
di lui faran governo. Egli da vivo

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le mie parole udir non volle mai:
eppur, malvagio è l’uom privato, quando
sdegna ubbidire a chi regge il potere:
ché in nessuna città viger potrebbero
senza timor le leggi; e non potrebbe,
senza mora di tema e di rispetto
buon reggimento avere alcun esercito.
Convinto un uomo essere dee, per quanto
di membra saldo, che cadrà, se un fallo
commette, e sia pur piccolo: ché, sappilo,
l’uom che timore e reverenza alberga,
quegli va salvo. E, invece, una città
dove l’oltraggio, dove oprare è lecito
ciò che ciascuno brama, passerà
tempo, ma infine, dopo un corso prospero,
piomberà nell’abisso. Oh, sempre un equo
timor sussista, dico io, né alcuno
pensi di far quanto gli aggrada, e il fio
poi non pagar, con ciò che addolora.
Spesso mutan gli eventi. Era costui
ardente un giorno, e furïoso; ed oggi
superbire posso io, posso vietarti
di seppellirlo: ché, sepolcro dandogli,
entro la fossa piomberai tu stesso.
coro
Savie le lue sentenze. Or fa, che ai morti,
ingiurie, o Menelao, tu non arrechi.
teucro
Come stupir, se un uom di bassa origine3
fallisce, o amici, quando quei che vantano

[p. 84 modifica]

nobil progenie, sbagliano, pronunciano
tali discorsi? Or via, di’ da principio,
novellamente: dici tu sul serio
che tu quell’uomo hai preso, e l’hai condotto
alleato agli Achei? Non veleggiò
forse da sé, di sé padrone? Come
sei tu suo duce? Sulle genti ch’egli
dalla patria guidò, signoreggiare
come puoi tu? Di Sparta re venisti,
non già nostro signor; né piú diritto
di comandar su mio fratello avevi.
che costui su di te. Qui veleggiasti
soggetto ad altri, e non duce di tutti,
sí che guidar potessi Aiace. Ai tuoi
sudditi, dunque, imparti ordini, muovi
le superbe rampogne. Io di sepolcro
onorerò costui, pur se divieto
tu me ne faccia, oppur quell’altro duce,
senza temer le tue minacce. Ch’egli
non venne in campo, no, per la tua donna,
come la gente da strapazzo: venne
pei giuramenti a cui s’era legato,
e non per te: ché gli uomini da nulla
non li curava. E tu, dunque, procàcciati
copia d’araldi, e il duce; e allora torna.
Ma, finché sei quello che sei, neppure
volgere, mi farebbe il tuo scalpore.
coro
Neppur queste parole approverei
sulla bocca d’un misero: l’asprezza,
giusta sia pur sin che tu voglia, morde.

[p. 85 modifica]

menelao
L’arciere4 non dimostra umili sensi.
teucro
Né l’arte è vile ond’io venni maestro.
menelao
Se scudo avessi, assai millanteresti.
teucro
Senz’armi te saprei vincere armato.
menelao
La tua lingua il tuo cuor pasce a grandigia.
teucro
Può, chi seco ha giustizia, essere altero.
menelao
Rendere onore a chi m’uccise è giusto?
teucro
T’uccise? È strano: tu sei morto, e vivi.

[p. 86 modifica]

menelao
Un Dio m’ha salvo: ucciso egli m’avrebbe.
teucro
Non offender gli Dei che ti salvarono.
menelao
Dunque, io le leggi offenderei dei Numi?
teucro
Si, se la tomba tu contendi ai morti.
menelao
Ai miei nemici, sí: non è giustizia?
teucro
Ostile a te si oppose Aiace mai?
menelao
M’odiava odiato; e tu lo sai.
teucro
Si provò che i suffragi5 a lui frodasti.

[p. 87 modifica]

menelao
Questa colpa non fu mia: fu dei giudici.
teucro
Sei scaltro a fare il male, e poi nasconderlo.
menelao
Cruccio a qualcuno frutteran tai detti.
teucro
Non piú di quanti altrui ne infliggerò.
menelao
Seppellir non lo devi; e piú non dico.
teucro
E presto, invece, udrai che fu sepolto.
menelao
Temerario di lingua un uomo vidi
già, che i nocchieri a navigare spinse,
durante il verno; e quando nella furia
poi si trovò della tempesta, voce
di lui piú non s’udí: dentro il mantello
nascosto, a chi dei navicchier’ volesse,
calpestar si lasciava. Esser potrebbe

[p. 88 modifica]

cosí di te, del tuo linguaggio fiero:
da picciol nembo, una procella grande
soffiar potrebbe, e il gran frastuono spen1gerne.
teucro
E un uomo io vidi pieno di follia,
nelle sventure insolentir gli amici.
Lo vide un uomo a me simile in tutto
di costumi, anzi uguale, e si gli disse:
«Amico, tu non oltraggiare i morti:
ché, se lo fai, ne avrai cordoglio, sappilo».
Ammoniva in tal modo, a faccia a faccia,
lo sciagurato; ed io lo vedo; e sei
tu quello: parlo per enigmi, forse?
menelao
Vo’: ché punir con le parole, quando
puoi con la forza, a risapersi, è turpe.
teucro
Va’ pure: anche per me cosa è turpissima
un pazzo udir che vuote ciance parla.

Menelao parte.
coro
Un contrasto, una grave contesa
scoppierà. Teucro, affréttati, scava
quanto prima t’è dato, una fossa
per quest’uomo, che l’umida tomba
v’abbia, a eterna memoria degli uomini.

[p. 89 modifica]

teucro
E a momento opportuno, ecco, qui giungono
il figlio suo, la donna sua, la fossa
per apprestare all’infelice salma.
Avvicínati, o figlio; e presso qui,
come supplice stando, al padre stringiti
che ti die’ vita. Nelle man’reggendo
l’unico ben di chi supplica, riccioli
di tua madre, di me, di te medesimo,
fermo qui prega; e se mai tenti a forza
di qui scacciarti alcuno dell’esercito,
fuor dalla patria sia gittato il tristo,
senza sepolcro, tristamente, e svèlta
sia la radice di sua gente, tutta,
cosí, come io recido questo ricciolo.
Prendilo, o figlio; e il corpo veglia; e niuno
te ne allontani. A lui reclino stringiti.
Ai nocchieri.
E voi, non donne, uomini siate; presso
a lui restate, e dategli soccorso
in sin ch’io torni, e al fratel mio la tomba,
anche se niuno lo consente, appresti.

Teucro parte.

Tragedie di Sofocle (Romagnoli) I-0116.png

Note

  1. [p. 245 modifica]Il figlio di Testore è Calcante.
  2. [p. 245 modifica]Telamone non era benevolo a Teucro, fratellastro di Aiace, natogli da Esione figlia di Laomedonte.
  3. [p. 245 modifica]Un uom di bassa origine, con allusione ironica a quanto è detto addietro, pag. 80, vv. 1035 sgg.
  4. [p. 245 modifica]L’arciere è Teucro, rappresentato da Omero come abilissimo nel trar d’arco.
  5. [p. 245 modifica]I suffragi, quelli per l’aggiudicazione delle armi d’Achille.