Storia di Torino (vol 2)/Libro IV/Capo I

Libro IV - Capo I

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Libro IV Libro IV - Capo II
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Libro Quarto


Capo Primo


Strada Nuova. — Piazza di San Carlo. — Palazzi che la circondano. — Conte Tana, monaco della Trappa col nome di fra Palemone. — Il conte Pioletto, commedia piemontese d’un marchese Tana. — Colpe del marchese di Fleury, e grandezza d’animo di Carlo Emmanuele ii. — Palazzo della villa, ora Collobiano, abitato da Vittorio Alfieri. — Denominazioni di alcune strade e piazze di Torino al tempo del governo Francese. — Feroce duello in piazza di San Carlo il 27 febbraio 1662. — Palazzo già Caraglio, poi Del Borgo, ora dell’Accademia Filarmonica. — Statua equestre di Emmanuele Filiberto. — Degli imitatori servili.


La strada Nuova fu aperta nel 1615 sui disegni di Ascanio Vittozzi, e fu la prima che porse ai forestieri [p. 484 modifica]occasione d’ammirare il beli’ effetto della simmetrica eleganza che, convertendo più case, anzi intere isole, in un solo palazzo, lo impronta di grandezza e di maestà.

In fine di questa strada era l’antico muro di cinta della città in cui si praticò una porta, onde aver l’accesso, senza risalire a porta Marmorea, al perimetro assegnato da Carlo Emmanuele i alle costruzioni della città nuova.

Nel 1640 la prima fabbrica che s’incontrasse, entrando per questo lato nella città nuova, era la chiesa di San Carlo, divisa per vasto spazio ancor vacuo dall’antica.

La reggente Maria Cristina, già prima de’ moti di guerra intestini, e molto più poich’ebbe composto le discordie coi principi suoi cognati, volse l’animo a metter ad esecuzione il concetto del duca suo marito, ordinando la formazione d’una piazza reale su disegno uniforme dell’architetto conte Carlo di Castellamonte. Uno dei primi ad ottenervi concessione di sito, fu Gian Antonio Turinetti, il quale era, insieme con suo fratello banchiere di corte, e fu nel 1641 investito del feudo di Bonavalle. Egli n’ebbe privilegio per patenti del 23 d’ottobre 1638. Ma il conte Giorgio Turinetti, presidente delle Finanze, fu quello che nel 1644 edificò il palazzo ora posseduto dal marchese Turinetti di Cambiano, e che allora comprendeva anche l’attiguo palazzo dei conti [p. 485 modifica]Panissera; poichè troviamo che nel 1649 il detto presidente alienò parte della sua casa al marchese Saluzzo Miolans Spinola, barone di Cardé.1

Il palazzo Turinetli fu rifatto nel secolo scorso per la parte che guarda a mezzodì, lungo la strada di San Carlo, sui disegni dell’architetto Borra. Di fronte a questo palazzo, sulla piazza di San Carlo, ebbe nel 1648 concessione d’ampio sito per fabbricare D. Francesco Delpozzo marchese di Voghera, generale d’artiglieria. Allato a quello avea più tardi dono d’una casa una bella dama francese, sposa d’uno de’ principali nostri cavalieri, della quale il duca era invaghito, ed è quella che appartenne di poi ai conti Pastoris, e fu restaurata nell’interno dal conte di Tavigliano, ed ora spetta a S. E. la contessa di Saluzzo. Il palazzo che ora appartiene alla signora marchesa Enrichetta di San Tommaso, era quello de’ marchesi di Fleury, che ne aveano avuto dono da Madama Reale Maria Cristina, dai quali passò più tardi nei marchesi di Barolo.

Dal 1647 al 1662 fabbricava di fronte alla chiesa di San Carlo il nobile suo casamento il conte Federigo Tana, capitano della guardia degli archibugieri a cavallo. Rammenta questo palazzo la mirabile conversione di Ludovico Felice Tana chiamato il conte di Santena; era egli tanto sviato che pareva non essere ornai più possibile che ritornasse sul buon cammino, uomo altierissimo ed arrogantissimo, la [p. 486 modifica]sua nobiltà, il suo spirito, il suo genio, il quale inchinavalo all’altrui disprezzo ed alla mordacità degli scherzi più pungenti aveangli guasto ed enfiato il cuore a segno che rendevasi intollerabile a quelli che non gli erano a grado.2

Circa agli altri peccati egli stesso protestò più volte che s’era profondato in tutti i disordini, e che se alcuno ve n’era che non avesse commesso, derivava piuttosto da mancanza d’allettamento o di occasione che di volontà.

Andando col suo reggimento da Lilla a Bethune, e dovendo far quel viaggio in carrozza, per la ferita che aveva in una gamba, si pose a leggere per passar tempo la storia di Giuseppe nell’Antico Testamento. La notte non potè chiuder l’occhio per una grande inquietudine che l’agitava. Passò nondimeno il giorno seguente all’ordinario. Ma venuta la notte tornarono a colpirlo gravi e pungenti pensieri. Udiamo quel che egli stesso ne scrivea più tardi ricercatone da un amico... dopo aver passati alcuni giorni in qualche travaglio di spirito la stessa notte che morì mio padre mi punse una sinderesi acuta oltre modo si che per una o due ore non seppi trovar sollievo. Quando all’improvviso mi rivolsi a Dio e gli dissi: Ah mio Dio io son certo che se vengo a voi di buon cuore accetterete le mie preghiere e mi consolerete e mi farete misericordia. Appena ebbi dette queste parole, o per dir meglio [p. 487 modifica]conceputo nel cuore questo pensiero che mi gettai da letto colla faccia a terra chiedendo misericordia e feci proponimento di portarmi colf aiuto di Dio il giorno seguente a’ piedi d’un confessore. Sul far del giorno mi levai avendo passato il rimanente della notte non solamente in riposo, ma in grande tranquillità. Da quel tempo in poi ho avuto giusto titolo di stimar piccola in paragone di quella che ha fatto a me la misericordia, che Gesù Cristo fece al buon ladrone poichè nessuno mai la meritò meno di me. Voi già sapete quello che poi ri è seguito e come Dio ha sottratta la mia fiacchezza dal pericolo delle occasioni... V’aggiungo di più che non ostante tutto il mio demerito e le miserie mie che mi rendono indegno di nominare il suo santo nome tuttavia egli adempie in me quel che disse nel suo vangelo che il suo giogo è dolce e il suo peso leggiero; perchè v’assicuro che non ho mai goduto un riposo e una pace così tranquilla in verun tempo della vita mia] e con ogni sincerità vi dico che noi aspettiamo la morte con tanta allegrezza che il mondo non la può dare nè la sa comprendere.

Il conte di Santena dopo d’aver mutato vita era andato a visitare la famosa badia della Trappa, riformata con tutto il più aspro rigore delle primitive osservanze dall’abate Armando di Rancè. In quel monastero posto in luogo lontano da ogni abitazione nel seno d’una gran valle, ricinto e quasi steccato [p. 488 modifica]di selve e colline, che lo nascondono agli occhi e lo segregano dal mondo, cinto di nove stagni che formano come una seconda barriera a proibirne l’accesso, erano que’ monaci come tanti cadaveri nel sepolcro, non solamente per non saper più nulla ne de’ parenti, ne degli amici, ne de’ successi del mondo, ma per levarsi ancora da tutte le pratiche della vita sociale con que’ medesimi co’ quali convivono, lavorando, pregando, mangiando insieme, vivendo e morendo senza mai parlarsi, a guisa d’ombre.

In quel luogo, dove ancora vivea l’austero riformatore abbate di Rancé, andò una prima volta nel 1691 per semplice curiosità il conte di Santena, e fu commosso dalla scena che gli si aperse dinanzi, mesta ad un tempo e sublime. Tornò dopo qualche tempo, e trovò esser morto e vide esposto nel coro un monaco chiamato Palemone, stato come lui peccatore, come lui gentiluomo e capitano di genti da guerra, e che ravvedutosi avea dato in quella solitudine frutti mirabili di penitenza. Benchè l’avesse dimesticamente conosciuto nel mondo non poteva già ravvisarlo per quanto gli ficcasse gli occhi bramosi nel volto. Perchè, all’antiche fattezze, le quali erano dure e grosse, erano sottentrati lineamenti che parean d’angelo, ed una soavissima aria di paradiso, sicchè niuno sapea saziarsi di contemplarlo. Il conte di Santena fu preso da insolito turbamento; onde poichè, compiute le esequie, l’ebbe veduto a porre in [p. 489 modifica]terra con una verde fronda sotto al capo, mentre i monaci colla fronte sul pavimento recitavano i sette salmi penitenziali, si sentì tale una stretta al cuore che, ritiratosi nella cappella di Sta Maria Egiziaca, sfogò con Dio la piena de’ prorompenti affetti, orando; e sul fine della sua preghiera: Frate Palemone, sclamò, or che siete come io credo, alla presenza di Dio, ottenetemi grazia di conoscere quello ch’egli vuole ch’io faccia. Appena dette queste parole gli parve di sentir una voce che internamente gli parlasse così: Prendi il mio posto e il mio nome e finisci i tuoi giorni nel luogo ove tu sei.

E così fu. Il conte di Santena diventò fra Palemone. All’eroismo del suo cuore parean lievi gli eccessi d’austerità di quell’ordine religioso, sicchè malato di malattia mortale supplicava l’abate, non gli consentisse il trattamento meno rigida che la regola ammette in tali casi. In luglio del 1692 fece la sua professione: il 9 novembre 1694, dopo lunghi patimenti sostenuti con serena letizia, prosteso, secondo l’usanza, sopra una croce di cenere coperta di poca paglia sulla nuda terra, rendette lo spirito a Dio nelle mani dell’abate di Rancé in presenza di tutti i monaci.3

Dopo quella grande ed austera figura di Palemone, che in quell’età non pigmea, segnalata per grandi errori e grandi conversioni, fu degno di far corteggio al fondator della Trappa, il palazzo Tana ci [p. 490 modifica]rammenta ancora l’imagine della scherzosa Talia in una commedia che fu, credo, la prima stampata in dialetto piemontese; il conte Pioletto, e il cui autore fu il marchese Carlo Giambatista Tana d’Entraque.

Verso la meta del secolo scorso, insieme con un acceso desiderio d’investigare le antichità e le storie della patria nostra, nacque vaghezza d’ingentilire il vecchio nostro dialetto, di ridurne la grammatica a certe regole, di purgarne il vocabolario da certe foresterie che in un dialetto vivente trovano facile e continuo accesso; di valersene insomma e in prosa e in versi, onde emulare, se fosse possibile, se non il dialetto veneziano e il siculo, almeno gli altri meno privilegiati; il genovese, per esempio, nel quale s’ ha un intero volume di commedie stampate. Il conte Pioletto è una prova di questa novella tendenza. Un nuovo gentiluomo, che si chiama conte perchè ha comprato due punti di giurisdizione d’un feudo, vecchio, spolmonato, spiantato, vorrebbe ristorarsi, sposando una giovanetta, creduta figlia d’un vignaiuolo ed assai agiata de’ beni di fortuna. I versi di questa commedia sono molto volgari; e non hanno che fare con quelli del cav. Borelli, del conte Orsini, di Silvio Balbis, d’Odoardo Calvo, d’Emiliano Aprati, di Angelo Brofferio; anzi neppure coi Toni,4 d’un vecchio marchese di San Marzano, avo del celebre ministro che mancò di vita [p. 491 modifica]nel 1828, né con quelli d’alcuni fra i più chiari successori di lui.

De’ quali poeti piemontesi, il Borelli sollevò il nostro dialetto con grandissima felicita in alcuni sonetti all’onore dell’epopea; l’Orsini alla gravita d’un linguaggio filosofico e morale. La grazia ora Tibulliana ed ora Anacreontica del Calvo non ha mestieri di essere commendata. Brofferio è un felicissimo imitatore del Beranger, e tra le molte e belle sue canzoni, noto come carissima quella intitolata Sor Cavajer.

Ho già accennalo come nel lato della piazza che guarda a levante s’alzava il palazzo del marchese di Fleury. Allato al medesimo abitava una bella dama, la marchesa di...5 la quale il duca, giovane d’anni, ed anche in ciò di giudizio, amava di caldo amore, e da cui si credeva riamato. Il Fleury fu preso allo stesso vischio, e, sebbene la riverenza che doveva al duca suo signore, da cui era stato in molte guise beneficato, dovesse rattenerlo, la passione prevalse; né punto crudele si mostrò la bella dama al novello adoratore. Anzi fatto un buco nel muro divisorio si vedeano e stavano insieme a loro grand’agio. Avea la marchesa uno staffiere francese chiamato Francesco Cornavin, il quale, non si sa se per isdegno d’essere stato congedato, o per cupidità, si recò al Valentino, onde informar S. A. di tali tresche. Interrogato dal conte Caresana, primo paggio, del [p. 492 modifica]motivo che l’avea colà portato, e dettogli che il duca era ammalato e non poteva udirlo, il Cornavin gli svelò ogni cosa pregandolo di riferirlo al duca.

Il paggio, da buon cortigiano che non reca al suo signore fuorchè lieti annunzi, e non suscita imbarazzi alle favorite, ed anche da uomo prudente che non presta fede ai rapporti d’un servo che tradisce il padrone, fu sollecito d’informarne, non Carlo Emmanuele ii, ma la marchesa, la quale raccontò il fatto al Fleury.

Pochi giorni dopo, il 6 luglio 1666, alcuni pescatori ritrovarono sulle sponde di Stura un cadavere d’un uomo ucciso con un colpo di pistola sotto l’ascella, e con più colpi di falcetta nel collo. Recato a porta Castello si riconobbe pel Cornavin.

Cominciata l’inquisizione, si seppe che era stato arrestato dal Fleury coll’aiuto d’alcuni arcieri nella piazza Reale (così chiamavasi la piazza di San Carlo), condotto alla Cascinetta che possedeva alle Maddalene, poi trascinato dai soli arcieri in un bosco sulle sponde di Stura, e là, per aver gridato e tentato di fuggire, ucciso. In qual ira salisse il duca all’intendere l’enorme reato, e l’insulto fatto al proprio onore dal Fleury, è facile imaginarlo. Offeso in un sentimento de’ più teneri e più profondi, offeso nell’amor proprio, il quale, se talvolta è gigante nei piccini, non può essere tanto scarso nei principi, fece sostenere, ma solo per un momento nel proprio [p. 493 modifica]palazzo, la marchesa, fe’ trarre il Fleury nel castello, ordinò che la giustizia avesse il suo corso e vietò al marchese di San Trivier fratello di lui, e ad altri suoi attinenti, e specialmente al marchese di Pianezza, signore del sangue, di domandargli in alcun tempo la grazia di quell’indegno.

Il Senato avendo sollecitamente proceduto, con sentenza del 2 dicembre di quell’anno medesimo condannò a morte gli uccisori; e pei con altra sentenza del 21 giugno 1666, condannò il marchese di Fleury nella pena della galera perpetua solamente; perchè il mandato d’uccidere Cornavin non era stato formale ed assoluto, ma condizionale.

La crescente civiltà non aveva ancora abolita la turpe usanza, per cui talvolta il principe, disagiato sempre di moneta sonante, permetteva ai condannati di ricomprarsi per danaro da ogni pena. Quest’unica, e per la natura del caso, debolissima luce di speranza rimaneva al Fleury, il quale addì 17 d’ottobre scrisse un’umilissima lettera al duca, colla quale, confessando la propria iniquità, implorando grazia e misericordia, offeriva centomila scudi per ottenerla.

La risposta del duca è monumento d’animo veramente regio, degno d’essere conservato, e dice così:


« Voglio che voi sappiate che tutte le ricchezze del mondo non potrebbero bastare a rendervi la libertà, [p. 494 modifica]nè a fare in me la menoma impressione. Perciò ricuso di rendervela al prezzo che mi offerite. Ma non posso ricusare alla mia bontà di continuarvene gli effetti. Voi ne avete veduto chiari segni in tutta la mia condotta, poichè ho mostrato di saper comandare alle mie passioni abbandonando alla giustizia la punizione dei vostri misfatti, alcuni dei quali erano d’un indole tanto rea contro di me che avrei potuto mancar di pazienza, e lasciarmi trasportare dall’ira, senza esserne biasimato. Voi sapete meglio di me quanto l’avreste meritato. Ma perchè sia noto al mondo ch’io sono superiore alle vostre offerte ed alle vostre offese, ricuso di nuovo i centomila scudi; e se voi ve ne siete servito per offendermi, non me ne voglio servire a perdonarvi... Vi fo dunque sortir di prigione, comandandovi un esilio perpetuo da’ miei Stati. »

Così vendicavasi delle offese Carlo Emmanuele ii, il quale scrivea poi al marchese di Pianezza, che fin da principio, quando si mostrava così risentito, e gli vietava di domandargli la grazia del Fleury, aveva in animo di governarsi a questo modo. Di ciò dava anche informazione al padre Graneri, Gesuita suo confidente, che allora si trovava a Roma, dicendogli: «Vi scrivo questo, padre mio, come ad uno de’ miei amici; ma anche più volonticri per che vi trovate a Roma, dove potrete ottenermi assoluzione della vanità che sento d’essere stato [p. 495 modifica]così buono, e di perdonar delitti che offendono tanto sensibilmente l’amore, l’amicizia, il dovere».6

La famiglia de’ marchesi di Fleury continuò poi a fiorire in grande stato in Piemonte. L’ultimo di quella stirpe trovavasi al teatro Regio dove si rappresentava il dramma di Mitridate che moriva in pubblico in sulla scena, quando, sentendosi colpito d’apoplessia, gridò: Io faccio la morte di Mitridate, e cadde estinto. Così quell’animo di forti tempre piacevoleggiava in faccia alla morte!

La casa che sta sul canto verso la chiesa di San Carlo, già propria dei conti della Villa, ed ora dei conti Avogadro di Collobiano, ha una grande memora. Fu abitata da Vittorio Alfieri; presso ad una di quelle finestre quell’uomo di forte volontà si fe’ legare dallo staffiere al seggiolone, affinchè, se la continua vista della casa che si leva dal lato opposto della piazza, abitata da una lusinghiera ch’egli amava, ma che non potea stimare, gli facesse forza, e lo traesse contro al fatto proposito a rivederla, il legame materiale potesse più che l’irrazionale appetito. Così trionfò di quella malnata passione un uomo, che in età molle, e in letteratura tra’ vezzi, e baci, colombescamente lasciviente, ebbe tempera sì robusta, e facoltà cotanto operativa da rinvigorir la tempera della nazione. Onoriamone la grandezza, e lasciamo all’invidia degli stranieri la cura di [p. 496 modifica]scrutarne per minuto i difetti, de’ quali niuno è scevro, e talora più abbonda chi più risplende.

Durante il governo Francese chiamavasi strada Alfieri quella che ora si chiama strada di San Carlo.

La piazza di San Carlo, anticamente chiamala piazza Reale, denominavasi piazza Napoleone. La via che da questa piazza mette a Porta Nuova, strada Paolina, dal nome della più bella fra le sorelle del gran capitano. La via dell’Arsenale fino a via nuova, strada d’Austerlitz, poi strada di Jena. La via del teatro d’Angennes, strada di Tilsitt; quella che dalla piazza Carlina mette al baluardo di levante, strada di Marengo; la via del Carmine fino al suo sbocco nella via d’Italia, strada Campana, dal nome di Federigo Campana, socio del collegio di giurisprudenza nell’università di Torino, il quale accesa la mente d’ardenza repubblicana, gittata la toga e datosi all’armi, fu generale di brigata negli eserciti francesi, e fu ucciso nella campagna di Polonia del 1806, poco lunge da Ostrolenko. Piazza Castello denominavasi piazza Imperiale. I viali della cittadella dicevansi corso Borghese. Non si creda che P ossequio reso al gran tragico derivasse dai governanti stranieri: erano cittadini teneri dell’onor nazionale che esaltavano le glorie nostre domestiche.

Addì 27 febbraio 1662, un giovane cavaliere attraversava in lettiga la piazza di San Carlo; giunto [p. 497 modifica]innanzi al palazzo del barone di Carde, non lunge dalla chiesa delle Carmelite, uscì dai portici, ove era stato assai tempo baloccando, un altro giovinotto, e accostatosi alla lettiga, invitò chi v’era portato ad uscire. Così fece. Dopo brevi parole poser mano alle spade. Fatti pochi colpi, l’aggressore punse l’avversario sotto la mammella destra con tanta forza, che il ferro uscì dall’opposto lato. Ritrattolo fuggì. Uno degli spettatori alzò da terra il ferito; e lo sostenne; ma fatti appena due passi lo vide mutarsi in viso, tremare e morire.

L’ucciso in quel feroce duello era Francesco Gerolamo Ternengo conte di Mussano, genero del presidente Truchi. Il provocatore ed omicida, il cavaliere Vittorio Bernardino Scaglia de’ conti di Verrua, il quale, a’ 28 d’aprile di quell’anno medesimo fu giudicato in contumacia a perder la testa.

Uno dei più bei palagi da cui la piazza San Carlo venga nobilitata, è quello del marchese Solaro Del Borgo, già proprio de’ marchesi di Caraglio, e che ora appartiene all’Accademia Filarmonica. L’interno del medesimo fu rifabbricato sui disegni del conte Alfieri, e riluce d’uno splendor principesco. Ivi furono nell’aprile del 1771 date dall’ambasciador di Francia le feste pel matrimonio di Madama Giuseppina di Savoia, sposa del conte di Provenza; infelice principessa destinata a vedere le prime scene crudeli della rivoluzione francese, ed a portar nell’esilio [p. 498 modifica]un vano titolo di regina di Francia e di Navarra. I disegni degli addobbi usati in tal occasione furono dati dal conte Giambattista Nicolis di Robilant, e vennero intagliati in rame.

Il vôlto della sala di questo palazzo è stato dipinto dai fratelli Galliari. Concorsero ad ornare questi nobili appartamenti i pennelli di Cignaroli, Gili e Rapous.

Vi ha degna sede, come abbiam detto, l’Accademia Filarmonica, la quale ebbe cominciamento dai privati concerti d’alcuni giovani dilettanti, che fin dal 1815 cominciarono a radunarsi per intendere a sì lodevoli esercizi. Crebbe poi di numero e andò via via stendendo l’ale questa soave insti tuzione, e cominciò in pubbliche esercitazioni a render ottimo conto di sè; e prima fece costrurre un’ampia sala sul Mercato delle legna, poi, acquistato il palazzo Del Borgo, aggiunse ai vasti appartamenti, occupando una loggia e parte del cortile, una sala ottimamente appropriata a quest’uso, sui disegni dell’accademico cavaliere Talucchi; sicchè si può dir francamente che niun corpo scientifico od armonico (che son cose disparate) possiede più magnifica stanza.

Il re Carlo Felice e S. M. il re Carlo Alberto sono stati larghi di protezione e d’aiuti all’Accademia Filarmonica, la quale volendo rendersi non solo piacente, ma utile, insti luì fin dal 1827 una scuola gratuita di canto pe’ giovani d’ambo i sessi, dalla [p. 499 modifica]quale sono già usciti alunni ed alunne che comparirono con plauso sui primi teatri.

Fino dal 1838 sorge nel bel mezzo di questa piazza per volere del re Carlo Alberto sovra un piedestallo di granito di Baveno, adorno di bassirilievi e di fregi in bronzo, la statua equestre d’Emmanuele Filiberto, dello stesso metallo. Questo monumento del Marochetti, originario piemontese, ha fama europea. Il gran capitano, nell’atto di rientrare nella sua capitale, raffrena il focoso destriero con una mano, e coll’altra ricaccia nel fodero la vincitrice sua spada, deliberato ornai di darsi tutto all’arti di pace, e di cambiar il lauro contro al Palladio ulivo.7 La foga del cavallo arrestato in un punto da quella man poderosa non è scolpita, ma vera; e lo scultore dipartendosi dall’antico, seppe trovare una novità fortunata in argomento assai trito e tante volte riprodotto; dimostrando come la sapiente imitazione non procede incatenata, ma libera; non copia, ma s’inspira ai tipi del bello antico, e crea. Cotesto non fanno quelli che in fatto di lettere e d’arti si strascinano penosamente dietro all’orme di chi ci ha preceduti, che a gran ragione il Marini chiamava ebrei; perchè ostinati a non voler avanzare; perchè quanto è in loro piantano un chiodo nell’ali del progresso; perchè delle bellezze, del giudicio, della grandezza antica, non sprone a virtù, ma strame fanno alla propria infingardaggine e dappochezza. [p. 500 modifica]La piazza di San Carlo era tenuta la più bella d’Italia dopo San Marco, fin dai tempi del Gemelli.8 Or che sarà, dopoché vedesi ornata di sì splendido monumento da dugent’anni progettato, ma non mai fino ai dì nostri eseguito? Ora che perfetta la rende la nobile facciata teste aggiunta alla chiesa che le dà il nome?


Note

  1. [p. 505 modifica]Archivi del signor marchese di S. Germano.
  2. [p. 505 modifica]Così da lettera d’un testimonio della sua conversione.
  3. [p. 505 modifica]Conversione e morte di fra Palemone, nel secolo, Ludovico Felice Tana, conte di Santena. Torino 1696. L’illustre signor di Chateaubriand, nel mosaico intitolalo Vita di Rancé, scrive che Giovanni Battista Marini, andato in Francia nel 1609, vi portò l’amore dei concetti. Con buona pace del grande scrittore, il Marini era assai meno concettista di quel che lo fossero e prima e dopo di lui i begli spiriti soliti frequentare l’hotel de Rambouillet; ed eralo con molto maggior dose d’ingegno e di giudizio. Perchè poi, dopo d’aver giustamente dannato i concetti, e datone ingiustamente carico all’Italia, ne ha egli infiorato il suo stile, massimamente in quest’ultima opera sua la Vita di Rancé? (4) Così chiamansi certe canzoni popolaresche sul far delle antiche leggende. Vedi ne’ miei Opuscoli storici e letterarii, stampati a Milano, il Saggio sul dialetto Piemontese. (5) Fu madre di donna Cristina di Savoia, sposata di poi al principe di Masserano. (6) Della causa criminale s’ha il sommario stampato. Le lettere sono negli Archivi di corte.
  4. [p. 505 modifica]Così chiamansi certe canzoni popolaresche sul far delle antiche leggende. Vedi ne’ miei Opuscoli storici e letterarii, stampati a Milano, il Saggio sul dialetto Piemontese.
  5. [p. 505 modifica]Fu madre di donna Cristina di Savoia, sposata di poi al principe di Masserano.
  6. [p. 505 modifica]Della causa criminale s’ha il sommario stampato. Le lettere sono negli Archivi di corte.
  7. [p. 506 modifica]

    EMMANVELI FILIBERTO

    CAROLI III F.

    ALLOBROGVM DVCI

    REX CAROLVS ALBERTVS

    PRIMVS NEPOTVM

    ATAVO FORTISSIMO

    VINDICI ET STATORI

    CENTIS SVAE


    A. MDCCCXXXVIII.

    L’iscrizione del lato settentrionale rammenta il primo ingresso d’Emmanuel Filiberto nella sua città capitale.

    Il monumento è alto in tutto metri 8. 62. — V. Bertololti, Descrizione di Torino. 96.

  8. [p. 506 modifica]Viaggi per l’Europa.