Saggio critico sul Petrarca/VII. Situazioni petrarchesche

VII. Situazioni petrarchesche

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VI. Situazioni petrarchesche VIII. Situazioni petrarchesche
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VII

SITUAZIONI PETRARCHESCHE

2. Calore d’immaginazione.


Un lavoro di riflessione non può aver luogo senza qualche scapito della facoltá poetica; perché l’anima è disposta a correre piú appresso alle idee che alle immagini, ed a procedere nel suo ordito secondo una logica astratta, anzi che secondo il corso delle cose e l’impeto de’ sentimenti. Nel Petrarca la riflessione è soggiogata e gittata in un ordine secondario, quando il poeta, sopraffatto da vive impressioni, perde la tranquillitá e l’eguaglianza dell’animo, e non è piú un logico e conscio spettatore di sé stesso, ma si sente attore; o, per dirla in altre parole, quando entra nello stato di passione. Perché la passione spoltrisce l’anima, e la gitta in un vivo concitamento, si che tutte le sue forze paion fuori.

Le grandi passioni sono privilegio di certi tempi e di certi uomini, ed attestano la presenza d’una tenace giovinezza. Il Petrarca ha avuto alcuni rari momenti di gioventú, ne’ quali si è alzato a quel massimo grado di forza che gli era consentito dalla sua natura punto energica. Ci sono de’ caratteri pronti a fare, ne’ quali la passione s’annunzia con la gioia dell’orgoglio e con l’audacia della confidenza, con l’irresistibile forza dell’entusiasmo. I caratteri gentili sono inchini piú a patire che a fare, piú a difendersi che ad offendere, si piegano e si fiaccano [p. 121 modifica]facilmente, non osano guardare in faccia le cose e vi sostituiscono le illusioni d’una immaginazione esaltata dalla paura, cedono innanzi alle ombre create da loro stessi, e disperano, s’inteneriscono, si lamentano, cadono in malinconia. Il Petrarca appartiene a quest’ordine di poeti, amabili, delicati, affettuosi. Ma ebbe la fortuna spesso favorevole, stimato ed inchinato dall’universale, consultato come oracolo. Potè dunque in certi istanti salire sino all’orgoglio ed all’entusiasmo e mostrare una forza che gli veniva dal di fuori. Ed appunto perché gli veniva dal di fuori, sentite in questa forza alcun che di fattizio, una energia di pura immaginazione. Ne recherò ad esempio un sonetto, che merita d’esser pregiato piú che non si fa comunemente.

Il poeta, volgendo le spalle a Laura, s’imbarca sul Po, col pensiero sempre a lei. È un momento patetico, da cui lo scioglie la volubile immaginazione. Con l’attitudine che conosciamo in lui al riflettere e al generalizzare, oltrepassa l’emozione, e, ripiegandosi sul suo stato, lo generalizza a questo modo: — Il mio corpo va innanzi, e l’anima torna indietro — . Antitesi badiale, quando non sia radicata nell’emozione. Ma il poeta va piú innanzi, e chiedendosi ragione di quest’antitesi, si leva al concetto della superioritá dello spirito sulla natura. Il Po ha forza sul suo corpo, non sulla sua anima; il corpo è tratto innanzi, l’anima va dove vuole. È uno de’ rari casi, ne’ quali il Petrarca spiega una forza giovanile. Si pone di rincontro al Po come suo rivale, e sente orgoglio d’essere uomo, di poter dire al Po: — Tu sei potente, ma la mia anima è piú potente di te:

                                         Po, ben può’ tu portartene la scorza
Di me con tue possenti e rapid’onde,
Ma lo spirto ch’iv’entro si nasconde
Non cura né di tua né d’altrui forza.
     Lo qual, senz’alternar poggia con orza.
Dritto per l’auree al suo desir seconde.
Battendo l’ali verso l’aurea fronde,
L’acqua e ’l vento e la vela e i remi sforza.
     
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                                         Re degli altri, superbo, altero fiume,
Che ’ncontri ’l Sol quando e’ ne mena il giorno,
E ’n Ponente abbandoni un piú bel lume;
     Tu te ne vai col mio mortai sul corno;
L’altro coverto d’amorose piume,
Torna volando al suo dolce soggiorno.
     

Con che compiacenza esalta il Po per potergli dire sul viso: — Non curo di te, né se altro al mondo è ancora piú forte di te! — . Con che diligenza enumera tutte le forze del suo avversario, l’acqua, il vento, la vela, i remi, per darsi il piacere di gettarle giú con un soffio, con la rapiditá del fiat, con quel sublime «sforza», piantato li superbamente in ultimo! Innanzi a quel piccolo verbo di due sillabe, che si stacca con tanta fierezza dal rimanente, come volesse dire: moi!, si dileguano tutte le forze accumulate del Po. E come a traverso l’orgoglio del vincitore penetra la soddisfazione dell’amante, gioioso di poter essere con l’amata quando gli piaccia! È la sensazione che ti fa provare quel «batter l’ali» e quel «dolce soggiorno». Direte che il poeta è come fanciullo che si diverte con un castello di carta; che il Po non è poi un nemico che gli faccia paura; che, in somma, non si sente qui l’eco d’una seria grandezza, come nell’appassionato orgoglio di Dante. Se leggete però con attenzione questo sonetto composto d’un getto e in un solo impeto d’ispirazione, ci troverete un vero calore, senza indizio d’enfasi, di declamazione. La sua immaginazione non mette radici profonde nella realtá; qui è il difetto, o piuttosto il carattere della forza nel Petrarca: perciò rara apparizione, e povera di quella passione che vien solo da un sentimento reale lungamente nutrito, combattuto, fomentato e resistente. Il Petrarca ha avuto qui un quarto d’ora di forza; e non ne avrá molti di questi quarti d’ora.

Dove il Petrarca ha mostrato piú di vera forza, di quell’allegrezza geniale nella produzione, che attesta soprabbondanza di vita, lieta di riversarsi al di fuori con la facilitá di chi si trastulla, è in quella specie di poemetto lirico sugli occhi di [p. 123 modifica]Laura, che ha diviso in tre canzoni, chiamate le tre sorelle1.

Quasi ciascuna poesia del Petrarca ha un’occasione, un impulso venuto dal di fuori; per riscaldarsi ha bisogno di vedere il [p. 124 modifica]fuoco, senza di che sottilizza freddamente, come è il caso di parecchi sonetti. Questa poesia non si riferisce a nessun fatto, viene tutta dal di dentro. Quando ci è un’occasione, il poeta si [p. 125 modifica]sente giá, senza accorgersene, nel pieno della situazione, e non va a tentoni e non fa proloquii. Il fatto gli si presenta in un certo stadio, con certi accessorii; si trova d’aver fatto giá la [p. 126 modifica]metá del cammino. Qui non c’è d’antecedente altro che un: — Voglio cantar gli occhi di Laura — . Cominciate a leggere e vi accorgete che l’anima del poeta non è giá invasa dal soggetto, [p. 127 modifica]che lavora a freddo e con artificio, pensando piú alla rettorica che a Laura. La materia che vuol trattare non è ancora organizzata; le idee gli stanno innanzi senza colore e senza calore; [p. 128 modifica]e, come non hanno trovato un centro intorno a cui raggrupparsi e comporsi, fluttuano nello spazio a guisa di atomi erranti, che vorrebbero unirsi e non hanno ancora la forza [p. 129 modifica]d’attrarsi. Si sente che nel poeta non c’è ancora quella concentrazione, quell’obblio amoroso di sé nell’argomento, quel di due uno, specie di matrimonio intellettuale, senza di cui è impossibile una produzione geniale.

Comincia con un ars longa, vita brevis, con una di quelle solite introduzioni, che sono i luoghi comuni de’ panegiristi e degli accademici sulla brevitá della vita, l’insufficienza dell’ingegno, la difficoltá e la nobiltá del soggetto. C’è una velleitá poetica, che vorrebbe divenire estro, ma è impedita da un «ma» imperioso, dalla freddezza ed esitazione interna. Onde la poesia si riduce in un «vorrei, ma», in due movimenti, de’ quali uno l’urta innanzi, e l’altro lo tira indietro. «La vita è breve, l’ingegno è timoroso, l’impresa è alta; ma il piacere mi sprona e il soggetto m’innalza.» «La mia lode è ingiuriosa agli occhi: ma non posso contrastare al desio.» «Vorrei guardar sempre quegli occhi, morire guardandoli; ma temo d’offenderli.» «E veramente morrei guardandoli, come neve disfatta agli ardenti raggi; ma la paura riscalda il core, agghiacciando il sangue.» «La vita m’è insopportabile, vorrei togliermela, ma la paura di maggior male m’affrena.» In queste prime tre stanze le difficoltá pullulano le une sulle altre; sono un dialogo, un incalzarsi di si e di no. Nella quarta stanza il poeta si mette

[p. 130 modifica]in via, con un’apostrofe improvvisa e supplichevole a quel «ma», che lo trattiene:

                                              Dolor, perché mi meni
Fuor di cammin a dir quel ch’i’ non voglio?
Sostien ch’io vada ove ’l piacer mi spigne.
     
Non c’è ancora entusiasmo, né afletto; ma senti giá qualche cosa che si move al di dentro, la senti a questa spiritosa galanteria:
                                         Luci beate e liete;
Se non che ’1 veder voi stesse v’è tolto:
Ma quante volte a me vi rivolgete,
Conoscete in altrui quel che voi siete.
     
È un tratto finissimo, di concetto e di espressione, uno di quei tratti che rimangono. Avviatosi male, il poeta resta ne’ confini della galanteria, salvo qualche lampo di tenerezza. Rapporti ricercati, conseguenze esagerate, concetti appena formati, esprimono una certa lassitudine e pigrizia dell’anima, scontenta del fatto e poco disposta al rifare. C’è nondimeno qua e lá qualche verso, qualche tratto febee che t’arresta. Ecco un verso proverbiale:
                                         Lo star mi strugge, e ’l fuggir non m’aita.      
Qui senite ne’ suoni rotti e affannosi e lenti lo strazio interno. Troverete al contrario una elegante semplicitá in questo tratto galante:
                                         Io per me son quasi un terreno asciutto.
Colto da voi; e ’l pregio è vostro in tutto.
     

Questa prima canzone si può considerare come una masticazione, una lunga preparazione. Il poeta non è ancora nel soggetto; vi gira e scherza intorno. Ma negli uomini d’ingegno il cervello a poco a poco si mette in esercizio e prende un dolce calore. La sensibilitá, l’immaginazione si risveglia; e le idee si succedono con tanta facilitá e precisione, che sembra non siate [p. 131 modifica]voi che le andate cercando, ma sieno esse che sfilano per propria natura dalle loro nicchie: in che è posta principalmente questa genialitá e spontaneitá d’ingegno, che la natura concede si di rado e a cosí pochi. Nella prima canzone l’anima si trova in una certa mezzanitá di situazione, che la tiene lontana e dall’affetto e dall’estasi: onde il poetico rimane ne’ termini della galanteria e della grazia. Ma, incalorato dallo stesso lavoro, il poeta s’immerge nel soggetto, si sente involare a sé stesso, e nel punto che finisce la canzone, un’altra, la vera canzone, si forma nella sua anima. Indi la chiusa, mirabile di evidenza e di veritá che vale ella sola tutta la canzone:

                                         Canzon, tu non m’acqueti, anzi m’infiammi
A dir quel ch’a me stesso m’invola:
Però sia certa di non esser sola.
     
Non piú introduzioni, esitazioni, galanterie, proteste di modestia; il poeta dá dentro nel soggetto fin da’ primi versi, con tanta decisione e chiarezza di coscienza, che potete subito comprendere l’idea madre e il sentimento dominante della seconda canzone.

Il poeta è come chi dopo lungo impedimento si getta con aviditá dietro il piacere desiderato. Quel piacere, agognato e non conseguito nella prima canzone, eccolo, ora se ne sente invadere tutta l’anima.

La canzone è una lunga, un’estatica contemplazione degli occhi di Laura, un succhiare, un bere da quelli ogni dolcezza, una lunga contemplazione accompagnata da insaziabile piacere. Di che natura è questo piacere? Ecco li una bella statua; voi state fiso a riguardarla, con quel puro godimento che si chiama estetico. Ma se ii piacere scende nei vostro cuore e lo turba, e vi fa germogliare l’amore, il desiderio, la gelosia, un tumulto d’afietti; il godimento prende la forma delia passione, e per questa via si può andare tant’oltre, che il sentimento degeneri in sensazione ed il piacere in voluttá. Di che natura è qui questo piacere? La sua bellezza è nella sua indivisibilitá, [p. 132 modifica]nel suo accogliere in sé tutte queste gradazioni, ed è ciò che si chiama la contraddizione del sentimento petrarchesco, il vivo della sua poesia. Talora il godimento ha un’aria meramente intellettuale; ma nel calore dell’espressione sentite l’involontario tremito della passione. Talora il poeta, come attirato da un fato superiore, precipita fino nel senso; ma non mai si scompagna da lui un cotal ritegno, una pudicizia d’immaginazione, che non lo lascia in balia d’impressioni prettamente sensibili.

Dapprima quegli occhi sono quasi uno spettacolo estetico, bello da sé e come staccato da Laura, puro di tutt’i sentimenti che l’amata desta in lui, una bellezza creata da Dio, che conduce il riguardante dalla fattura al fattore. Ed il poeta è talmente innalzato in questa via dalla bellezza terrena alle bellezze celesti, che viene un punto che vorrebbe abbandonare anche la vista di quegli occhi per fruire la vista del cielo:

                                         Aprasi la prigion ov’io son chiuso,
E che ’l cammino a tal vista mi serra.
     
Le altre idee si schierano intorno a questa. Il dolce lume di quegli occhi gli mostra la via del cielo; in essi traluce il suo cuore, di cui hanno la chiave; son essi che lo menano alla virtú, alla gloria. E sarebbero pensieri comuni, tolti dall’arsenale platonico, se nella freschezza ed evidenza dell’espressione non sentissi l’entusiasmo d’una visione estatica, e se il poeta non vi fondesse entro la sua personalitá. Prima di conoscer Laura, non si sentiva buono a nulla, era scontento, «vile a sé stesso», come dice altrove con una di quelle espressioni che prorompono dal di dentro ad un tempo con l’idea; ora si guarda con compiacenza, e, per dirlo con una sua espressione di non minore energia, ora piace a sé stesso: perché il suo cuore prima era vóto, ora pieno di quel pensiero:
                                                             ’nsin allor io giacqui
A me noioso e grave:
Da quel di innanzi a me medesmo piacqui.
Empiendo d’un pensier alto e soave
Quel core, ond’hanno i begli occhi la chiave.
     
[p. 133 modifica]Nella terza stanza, accesasi l’immaginazione, il godimento diviene dolcezza e piacere; la visione intellettuale si trasforma in sentimento amoroso. È uno slancio lirico ornato da’ fiori dell’immaginazione, un’energia di desiderio temperata dalla grazia, la dolcezza musicale del Petrarca congiunta con una forza d’espressione e di sentimento rara. Il poeta raccoglie tutte le felicitá del mondo, per gittarle giú, presto a cangiarle «ad una rivolta d’occhi». Qui sei nel sublime, quando sopraggiugne un paragone, che ti gitta nel grazioso:
                                              Né mai stato gioioso
Amor o la volubile Fortuna
Dieder a chi piú fur nel mondo amici,
Ch’i’ noi cangiassi ad una
Rivolta d’occhi, ond’ogni mio riposo
Vien, com’ogni arbor vien da sue radici.
     
Nell’obblio dell’amore, parla a quegli occhi, li accarezza de’ piú gentili epiteti, uno e poi un altro, in sino a che gliene viene un terzo, che per novitá d’uso e costruzione testimonia l’energia ed il foco dell’anima che lo andava cercando:
                                         Vaghe faville, angeliche, beatrici
Della mia vita, ove ’l piacer s’accende
Che dolcemente mi consuma e strugge.
     
E si profonda cosí in questa ebbrezza, che dimentica l’universo e sé stesso. Questa consumazione di sé e del mondo nell’amata è sublime in sé, ma non per il Petrarca, maestro di grazia e di bellezza; il quale v’introduce un amabile paragone, un elogio ed una contemplazione di quegli occhi in mezzo all’impressione che ne prova, e usa cosí la molle melodia del verso, che attenua ciò che di troppo energico è nel sentimento. Lo diresti un fabbro, che rintuzza il taglio del ferro; e quanto gli toglie di forza, e piú gli aggiunge di bellezza:
                                         Come sparisce e fugge
Ogni altro lume dove ’l vostro splende,
Cosi dello mio core,
     
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                                         Quando tanta dolcezza in lui discende,
Ogni altra cosa, ogni pensier va fore,
E sol ivi con voi rimansi Amore.
     
È un periodo tirato d’un fiato, dove s’affollano le gradazioni d’un solo sentimento con una disinvoltura ed una pienezza che annunzia rigoglio di vita: diresti che nel possesso di un piacere lungamente ed invano desiderato il poeta vuol sorbillarlo tutto goccia a goccia. Su questa china, le immagini diventano seducenti e quasi voluttuose; l’energia cede innanzi alla grazia. Eccogli avanti le arcane gioje d’amanti felici, ecco quegli occhi in attitudine materiale, in uno de’ movimenti piú voluttuosi, il volgersi della pupilla tra il nero e il bianco:
                                         Quando voi alcuna volta
Soavemente tra ’l bel nero e ’l bianco
Volgete il lume in cui Amor si trastulla.
     

Ma, giunto alla cima del diletto, dal seno dell’appagamento germoglia il desiderio; la sua felicitá, la sua forza non ha durato un quarto d’ora; senti anche nel regno dell’immaginazione una certa impotenza d’un lungo godere; in mezzo all’infinito dell’estasi, all’ubbriachezza del piacere, si rivela il finito della negazione, il dolore della privazione. Quando gli occhi dell’amante scintillavano piú del soverchio, Laura con la mano e col velo gli intercettava la vista de’ suoi; ed il poeta se la prende col velo e con la mano. Il godimento è un istante, il desiderio è inesausto; e la canzone degenererebbe nella disperazione d’un desio sconsolato, s’egli, disposto alla gioja, non lo calmasse subito con la speranza. Prende un’aria quasi da fanciullo, che recita il confiteor alla mamma e promette di non farlo piú; ed è cosí amabile questa puerile ingenuitá nei grandi ingegni! Promette a sé stesso di sforzarsi ad esser buono, piú degno di quel caro sguardo; e cosí spera, che cosa?, spera di veder quegli occhi sinora lieti e sereni, di vederli, ultima speranza degli amanti, di vederli dolcemente tremare. Ma questa lontana [p. 135 modifica]speranza non l’appaga; il desiderio scoppia con impeto, e nel finir la canzone del godimento sente formarsi nell’anima la canzone del desiderio:

                                              Canzon, l’una sorella è poco innanzi,
E l’altra sento in quel medesmo albergo
Apparecchiarsi; ond’io piú carta vergo.
     

Questa canzone si può paragonare ad un torrente, il quale prorompe con impeto per la china insino a che nella pianura si va rilassando. Un’abbandonata allegrezza lirica non è dato al Petrarca di fruirla che pochi istanti, ed anche non senza alcun che di grazioso ed amabile che ne rattempra la forza: fatalitá della sua natura piuttosto serena che virile. Nella terza canzone l’entusiasmo ha dato giú, e l’anima è giá in uno stato riflesso. Il poeta è come un capitano che, finita la battaglia, stanco e riposato ne rumina tutti gl’incidenti e le conseguenze. Raccolto in sé, sente che lo sfogo delle parole non solo non iscema l’ardore, anzi lo strugge di piú:

                                    Anzi mi struggo al suon delle parole,
Pur com’io fossi un uom di ghiaccio al Sole.
     

Ma, trasportato dal volere e dalla speranza di render Laura pietosa, continua il canto. Questa introduzione vi mostra giá un entusiasmo raffreddo, ed invano il poeta si sforza di ricollocarsi nel primo stato, d’immergersi in quella contemplazione. Le stesse immagini ritornano, ma in una forma nuda, mal dissimulata sotto l’abilitá della frase, come: quegli occhi sono «fontana d’ogni mia salute»; «li ho posti in su la cima di me»; «senza lor a ben far non mossi un’orma», ecc.; supplisce con paragoni, cercando con occhio distratto la poesia intorno all’oggetto e non nell’oggetto. Nella stanza quinta, cioè verso la fine, il poeta si sente incalorire, ed uscendo tutt’ad un tratto da questa amena mezzanitá di stile, si leva ad un vero entusiasmo. In poche pennellate, di una decisione e d’una [p. 136 modifica]semplicita che attesta la subitaneitá dell’ispirazione, ricompariscono quegli occhi in tutto il loro fascino:

                                         Pace tranquilla, senza alcuno affanno.
Simile a quella che nel Cielo eterna,
Move dal loro innamorato riso.
     
Ma quegli occhi non li gode piú, li desidera; e meno spera, e tanto piú folli sono i desiderii. Quello che manca nella realtá, abbonda nell’immaginazione; il poeta, che non può ottenere una possibile felicitá, se ne fabbrica nel cervello un’assurda:
                                         Cosí vedess’io fiso
Com’Amor dolcemente gli governa.
Sol un giorno da presso,
Senza volger giammai rota superna;
Né pensassi d’altrui né di me stesso;
E ’l batter gli occhi miei non fosse spesso.
     
Questo delirio d’immaginazione, che per evidenza e vigore d’espressione e di suoni produce l’illusione d’una compiuta realtá, dura un istante; il risvegliarsi è subitaneo ed amaro:
                                              Lasso, che desiando
Vo quel ch’esser non puote in alcun modo;
E vivo del desir fuor di speranza.
     
Sparisce un desiderio e sorge un altro; vorrebbe innanzi a quegli occhi aver tale eloquenza, dir tali parole, che... E qui s’immagina l’effetto che ne verrebbe sopra di Laura:
                                              i’ prenderei baldanza
Di dir parole in quel punto si nove,
Che farian lacrimar chi le ’ntendesse.
     
Succede l’inevitabile «ma», il fatto reale; il poeta si vede scoraggiato;
                                         Ond’io divento smorto,
E ’l sangue si nasconde i; non so dove.
     
[p. 137 modifica]La penna gli cade di mano, resta pensoso, e la poesia si continua nel suo capo:
                                              Canzone, i’ sento giá stancar la penna
Del lungo e dolce ragionar con lei.
Ma non di parlar meco i pensier miei.
     
Alcuni impeti in mezzo ad un generale rilassamento, e negli stessi impeti non so che di lento e misurato, che ne allontana il disordine e vi conserva bellezza e grazia: ecco il carattere di queste tre canzoni. E son quelle, in cui il poeta ha mostrato piú d’energia.

La vita del Petrarca è piú ricca delle sue poesie, tutte amorose, salvo alcuni sonetti e canzoni politiche. L’immenso orizzonte di Dante, che ti spaventa di maraviglia, s’è trasformato in un bel paesaggio, grazioso a vedere.

Nella materia politica si richiede una seria e virile ispirazione, ed è qui soprattutto che possiamo studiare la forza dell’animo e dell’ingegno petrarchesco.

Ben so che alcuni estetici oggi, patrocinatori dell’arte pura, declamano contro le poesie politiche: come se il puro, si parli d’arte, di religione, o di filosofia, non fosse qualcosa d’astratto, fuori della vita. L’idea, quale si sia la sua forma, dee impregnarsi del reale, farsi uomo, con le sue debolezze, ed i suoi dolori. I momenti storici dell’idea non sono altro che i diversi gradi di questo passaggio. L’arte pura è un’utopia.

Ciò che si dee domandare al poeta è che, calando nel reale, non vi stagni, non vi s’insozzi; che vi guardi inviolata la libertá dello spirito e il sentimento dell’arte. Ora il torto del Petrarca è il contrario: è di non essere abbastanza immerso nella realtá politica, di guardarla da lontano, senza confondervisi e senza parteciparvi, ma dandosi tutta l’apparenza d’una appassionata partecipazione: onde nasce quel fattizio e rettorico, che ti rivela un’ispirazione poco seria, in gran parte letteraria. Si può chiamarlo l’antitesi di Dante: in costui il particolare spesso prevale troppo, e talora rimane vuoto e prosaico; nell’altro il [p. 138 modifica]generale fa spesso vani sforzi per entrar nella Anta, se ne dá l’aria, un’aria mentitrice, e piú rumoreggia, meno fa effetto: nell’uno, a dirla in generale, c’è ariditá; nell’altro c’è rettorica.

La politica fu per il Petrarca non vocazione, ma occasione. Lontano da’ partiti e dalle lotte, non sentí mai né il pungolo del dolore e dello sdegno e dell’odio, né la gíoja della vendetta e del successo, né i tormenti dell’inquietudine: oltre che queste passioni richiedono una forza ed una fede che gli mancavano. Avea l’anima troppo gentilmente temperata, troppo impressionabile e distratta, non capace a invasarsi d’una idea e viver di quella. Dante circonda la sua idea di tante illusioni, la veste di tutte le forme. Il Petrarca fu il poeta delle occasioni. Secondo il vento, ora ti parla della guerra santa contro gl’infedeli, ora della Repubblica romana, ora della cacciata de’ barbari, ora della Chiesa di Roma. Questa o quella occasione esalta vaio, destava la sua musa; passata l’occasione, ritornava tranquillamente a’ suoi studii, ed il tema era abbandonato, era giá esausto; la patria per lui non fu l’eterna Laura.

I suoi sonetti sulla corte di Roma sono anche oggi celebri, piú come un’arma politica, che come grande poesia. Sono invettive addossate le une sulle altre con una esplosione di collera tanto piú abbondante, quanto meno consistente. Per vigor di stile, per artifizio di verso e per unitá di getto mi par notabile soprattutto il primo sonetto:

                                         Fiamma dal ciel su le tue trecce piova.      
Delle sue canzoni sono restate famose l’una a Cola da Rienzo e l’altra all’Italia. In amendue il poeta assume un tono grave, che s’innalza qua e lá sino al concitato: qui dunque possiamo tastargli il polso, e giudicare della sua forza.

Se nella canzone a Cola da Rienzo avesse celebrata la resurrezione di Roma repubblicana, avrebbe creato l’inno politico; e, se avesse confortati gl’italiani alle armi, avrebbe creata la marsigliese del secolo decimoquarto. Ne’ due casi, avremmo ivi sentito battere il cuore di un popolo nelle sue aspirazioni e [p. 139 modifica]nelle nobili sue ricordanze. Ma lo scopo è circoscritto e quasi personale: il poeta esorta Cola alla liberazione di Roma, non senza una certa vanitá di mostrarsi, dopo il fatto, iniziatore morale dell’impresa. Rimane cosí in un campo oratorio-poetico. Il vero interesse della canzone è nella rappresentazione di Roma antica, culto della classe letterata, di Cola e del Petrarca. Gli altri sentimenti sono vaghi, vuoti d’affetti e di particolari, spesso rettorici. Il disegno è concepito freddamente e a priori, con oggetti distribuiti astrattamente e secondo un ordine logico. Nelle due prime stanze c’è una specie d’introduzione; succede l’immagine di Roma antica risurgente; in tre stanze son descritte le miserie delle discordie civili, che straziavano Roma; finisce con una esortazione. L’interesse va sempre crescendo sino alla quarta stanza, da cui comincia a declinare, insino a che nell’ultimo si raffredda quasi del tutto.

Le tre prime stanze sono le piú belle. L’Italia, o, per dir meglio, il suo «capo» Roma, gli sta innanzi personificata in una vecchia «lenta» e sonnacchiosa. C’è una indignazione composta ed austera, piena di solennitá, che ti tiene raccolto e serio, come innanzi a gravi avvenimenti. Non c’è cosa piú trista che un popolo che sta li come un cadavere che non ti risponde. È un sublime negativo che ti fa venire il freddo per le ossa, e ti fa star chino il capo in un cupo abbattimento, come senti in questi due versi ammirabili, d’un andare tanto solenne:

                                         Non spero che giammai dal pigro sonno
Mova la testa, per chiamar ch’uom faccia.
     
Questa impressione è ingagliardita dalle memorie di quel popolo, destate da ciò che solo ne sopravvive: le mura, testimoni di tante grandi cose, e i sassi, sepolcri di eroi. Nel fondo della tomba ti s’apre la vista gloriosa del passato per piú strazio. Il principio è d’una romana maestá:
                                         L’antiche mura ch’ancor teme ed ama,
E trema ’l mondo...
     
[p. 140 modifica]I concetti sono alti in una forma ridondante: gli diresti de’ gravi Romani avvolti nelle larghe pieghe delle loro toghe. Ma rimmaginazione è rasserenata dalla speranza: gli eroi escono da’ loro sepolcri col sorriso sul labbro, e l’impressione diviene irresistibile quando entra in iscena Fabrizio:
                                         Come ere’ che Fabrizio
Si faccia lieto udendo la novella!
E dica: Roma mia sará ancor bella.
     
Questo è il concetto fondamentale, ed il poetico, quello che resta della canzone. L’interesse comincia ora a rimpicciolire. Descrive lo stato de’ Romani di quel tempo in tre stanze, presentandoti da prima l’aspetto delle chiese, poi degli oppressi, poi degli oppressori. La prima parte è la meno felice. A quel tempo avean luogo giornalmente assalti di cittadini a suon di squilla:
                                         Né senza squille s’incomincia assalto.
Che per Dio ringraziar fur poste in alto.
     
Questa opposizione tra l’uso sacro delle campane e l’uso guerresco e profano, felicemente espressa, è quello solo che qui arresta il lettore; e, come è proprio all’ultimo, te lo riconcilia alquanto con l’intera stanza. L’autore ha scelto male il punto di vista. Nello spettacolo cosí drammatico che ha innanzi, non vede che le chiese deserte, chiuse a’ buoni, e i santi contristati di quell’abbandono. I soprusi dei grandi, le violenze de’ malandrini, le ire civili, tutto questo è compendiato in un piccolo verso, che si trova li come un servitore all’uscio, vergognoso di mostrar la sua faccia:
                                         Deh quanto diversi atti!      
Il che, appunto perché dice tutto, non dice nulla. Appresso vengono in iscena gli oppressi, donne, vecchi, fanciulli, fraticelli, ecc., vittime delle discordie civili, in una descrizione doveil tenero è temperato dal gentile, ma non senza un po’ d’amplificazione rettorica. Dante disse di Roma:
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                                    Vedova e sola, e di’ e notte chiama.      
Questo verso cosí semplice e tanto pieno di lacrime fa piú effetto che tutta la descrizione petrarchesca. Succedono gli oppressori, gli Orsini, i Conti, i Caetani, contro i quali vuole eccitar lo sdegno di Cola; ma questo sdegno non lo sente lui, che s’avvolge nell’inviluppo d’un linguaggio metaforico freddo e stentato. L’ultima stanza sarebbe affatto insignificante, senza l’ingegnosa conclusione:
                                    Quanta gloria ti fia
Dir: gli altri l’aitar giovine e forte;
Questi in vecchiezza la scampò da morte!
     
La chiusa è la piú bella cosa di tutta la canzone, trasportandoti il poeta con la scelta de’ particolari sul teatro dell’azione in Roma e dipingendo con tratti sicuri sé e Cola:
                                         Sopra ’l monte Tarpeo, canzon, vedrai
Un cavalier ch’Italia tutta onora,
Pensoso piú d’altrui che di se stesso.
Digli: un che non ti vide ancor da presso,
Se non come per fama uom s’innamora.
Dice che Roma ogni ora
Con gli occhi di dolor bagnati e molli,
Ti chier mercé da tutti sette i colli.
     
Si può dire che questi pochi versi sieno il microcosmo della canzone, tutto quel mondo riflesso in piccolo, ma che, ridotto cosí in compendio, ti si affaccia con proporzioni ingrandite.

Non sarò tenuto troppo severo, se dirò che questa canzone è inferiore all’argomento. Scritta con molta pretensione nella maturitá degli anni, ci si vede grand’arte, tropp’arte. C’è un disegno preconcepito, una logica distribuzione delle parti, scelta accurata d’immagini e di frasi, molto artificio di verso, [p. 142 modifica]nell’insieme un aspetto di pompa e di maestá! Ma non ci senti per entro il soffio delle passioni: ci ha sforzi di dolore, di collera, d’entusiasmo, sforzi mancanti. E ci senti un’immaginazione stracca, che scintilla qua e lá, e poi s’abbandona. T’abbatti in certi punti di una grande bellezza, che sono come avanzi mutilati d’una bella statua antica: il resto c’è appiccato col gesso.

La canzone sulla guerra santa e l’altra sulla gloria sono della stessa natura, ancora piú sotto. Di bei versi che restano, alcuni pensieri o immagini ingegnose, fino magistero d’elocuzione; niuna vera ispirazione, sotto il mantello del poeta l’erudito.

Di ben altro valore è la canzone all’Italia2, il primo fiore [p. 143 modifica]quasi del suo ingegno, lavoro di giovinezza. Non c’è ancora esperienza della vita, né senso politico; ma c’è la giovinezza con le sue nobili illusioni e le fresche riflessioni. Le idee, che [p. 144 modifica]appariscono stanche e logore nelle altre canzoni, qui splendono con l’incanto della luce che la prima volta esca dalle mani di Dio.

L’Italia qui non è il vano tema, e neppure un accessorio [p. 145 modifica]affogato e rimpicciolito da idee affini: è essa sempre e sola tutta la poesia. C’è l’Italia antica e del Medio evo, c’è l’italiano e il barbaro, c’è tutti i sentimenti che a quel tempo potevano sgorgar da quella parola, espressi col foco della giovinezza.

Chi non lo sa? I principii generali, quando si ha una certa etá, non ti si presentano se non accompagnati da molte restrizioni, da ciò che si chiama il limite del reale; il che non annulla la poesia, ma la trasforma. Presso i giovani, al contrario, quello che è nella intelligenza, è ancora nella vita; immaginazione e realtá si confondono. Se c’era caso che il Petrarca dovea usar molte cautele, era qui, indirizzandosi a principi potenti, inveleniti e guerreggiantisi, lui giovane e ancora senza nome. La prima cosa che t’alletta in questa poesia, è il personaggio che assume il poeta. Non è giá un poeta che canta l’Italia, ma è un oratore, che vuol persuadere i principi a voler mandar via i barbari assoldati e a stringersi in pace e in federazione per tener lontani gli stranieri. In questo officio mostra una certa ingenuitá, qualcosa di giovanile, che ti piace. Parla ardito, franco da ogni umano rispetto, si fa consiglierò di principi e di popolo, prende il tono di predicatore, quasi voce di Dio; lo diresti un marchese di Posa, tolto dalla situazione assurda in cui lo ha messo Schiller e divenuto un personaggio lirico.

Ma questo non è che l’occasione; nessuno ci pensa piú. Che importa chi sieno questi principi, e quei barbari, e di che si tratta, e con quale scopo? L’oratore è qui ucciso dal poeta. Il vero interesse della canzone è nel contenuto che vien fuori in questa occasione.

Nelle canzoni posteriori sull’Italia, si sente sempre un po’ di declamazione; si sente che l’antica Italia esiste solo nella memoria e nell’immaginazione; che anche nella coscienza del poeta la realtá è molto diversa. Ma in quel tempo l’Italia era ancora la regina delle nazioni; l’italiano sentiva l’orgoglio d’una razza superiore; ed in quel primo svegliarsi della civiltá, in quel primo rivelarsi del mondo latino, aveva il sentimento vivo, [p. 146 modifica]politico e letterario, che lá erano i suoi antenati, e vi si congiungeva immediatamente, gittando un’occhiata di disdegno sopra i tempi oscuri e barbari che corsero di mezzo. Oggi noi vediamo due Italie, l’Italia romana e l’altra del Medio evo; allora le due Italie innanzi allo spirito erano una sola, la stessa storia in continuazione. L’eco di questa grandezza risuona alteramente nella canzone.

Risuona come eco. Non lodi pompose, non descrizioni, non dimostrazioni. L’importanza e la ricchezza delle cose, il calore della convinzione, chiude adito ad ogni declamazione, ad ogni puro gioco di frasi. Il poeta è la voce universale, dice cose che sa ammesse e sentite da tutti. Si contenta di dire: «i nostri dolci campi, il nostro ferro, la tedesca rabbia, virtú contra furore»; e fa grande effetto, perché tutte le idee accessorie che queste semplici parole risvegliano, si affacciano tutte alla coscienza pubblica. Anche oggi, dopo tanto tempo, un italiano muta colore innanzi a queste parole, che suscitano tanti sentimenti. Il poeta è riuscito a destare le piú diverse passioni con un semplice tocco di questa e quella corda, e tutte le tocca, tutte risuonano lungamente nell’anima.

L’orgoglio nazionale e l’odio dei barbari, che sono qui i due sentimenti principali, non sono sviluppati ciascuno per sé con un ordine artificiale, com’è nella canzone a Cola. Entrano l’uno nell’altro, si condizionano e si giustificano a vicenda; sentite che quello c’è d’eccessivo nell’uno è determinato dalla presenza dell’altro. Non c’è scoppio d’orgoglio che non provochi uno scoppio di sdegno; e quando il poeta sta col piede sul barbaro, sorride alteramente, col fiero tono del romanus sum:

                                    Ed è questo del seme,
Per piú dolor, del popolo senza legge,
Al qual, come si legge,
Mario aperse si il fianco,
Che memoria dell’opra anco non langue,
Quando, assetato e stanco,
Non piú bevve del fiume acqua, che sangue.
     
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C’è in questa canzone qualche cosa d’indivisibile che non te la lascia analizzare, indivisibile come la vita. Ben possiamo artificialmente tirar di qua e di lá delle frasi e costruirne un insieme. Possiamo, per esempio, cavarne un ritratto de’ mercenarii barbari, che vendono l’anima a prezzo, passano da un campo all’altro, combattono da scherzo, non possono aver cari gli altri, avendo sé cosí a vile, gente ritrosa, che, se ci vince d’intelletto, è non sua virtú, ma nostra inerzia, gente in cui il valore è «furore», inculta e selvaggia, come i loro «deserti strani», ecc. Ma tutto questo è fuso con altri pensieri e con altri sentimenti; e tutto vien fuori come un solo impeto, col rigoglio e la facilitá della forza. Aggiunge interesse alla canzone l’individualitá del poeta, il quale è uno zucchero a sentirlo, con quel tono di baldanza e sicurezza giovanile.

                                    Poco vedete, e parvi veder molto...

Io parlo per ver dire,
Non per odio d’altrui né per disprezzo...

I’ vo gridando: pace, pace, pace.
     

Pure, al di sotto di questo Petrarca cosí giovane, si sente giá il Petrarca futuro, si sente giá una certa disposizione alla tenerezza. Commovente è il principio, dove lo vedete raccolto e a capo basso; e tra’ piú belli movimenti d’affetto, e ce ne ha tanti, è dove si sente tutt’ad un tratto assalito dalle dolci memorie, che ci rendono caro il luogo nativo:

                                         Non è questo ’l terren ch’i’ toccai pria?
Non è questo ’l mio nido,
Ove nudrito fui si dolcemente?
Non è questa la patria in ch’io mi fido,
Madre benigna e pia,
Che copre l’uno e l’altro mio parente?
     

Sono rimembranze comuni a tutti, di modo che non c’è italiano che non se ne senta intenerire. Il poeta ha perciò [p. 148 modifica]potuto ben dire, senza transizione, come se parlando di sé avesse parlato ancora degli altri:

                                              Per Dio, questo la mente
Talor vi mova...
     

Con questo passaggio s’asciuga la lagrima, e chiama di novo all’armi, in versi rimasi celebri:

                                    Virtú contra furore
Prenderá l’arme; e fia ’l combatter corto;
Che l’antico valore
Negl’italici cor non è ancor morto.
     
  1.                                          Perché la vita è breve,
    E l’ingegno paventa all’alta impresa.
    Né di lui né di lei molto mi fido;
    Ma spero che sia intesa
    Lá dov’io bramo e lá dov’esser deve
    La doglia mia, la qual tacendo i’ grido,
    Occhi leggiadri, dov’Amor fa nido.
    A voi rivolgo il mio debile stile
    Pigro da sé, ma ’l gran piacer lo sprona;
    E chi di voi ragiona,
    Tien dal suggetto un abito gentile,
    Che con l’ale amorose
    Levando, il parte d’ogni pensier vile.
    Con queste alzato vengo a dire or cose
    C’ho portate nel cor gran tempo ascose.
         Non perch’io non m’avveggia
    Quanto mia laude è ingiuriosa a voi;
    Ma contrastar non posso al gran desio
    Lo quale è in me dappoi
    Ch’i’ vidi quel che pensier non pareggia,
    Non che l’agguagli altrui parlar o mio.
    Principio del mio dolce stato rio.
    Altri che voi so ben che non m’intende.
    Quando agli ardenti rai neve divegno,
    Vostro gentile sdegno
    Forse ch’allor mia indegnitate offende.
    O. se questa temenza
    Non temprasse l’arsura che m’incende,
    Reato venir men! che ’n lor presenza
    M’è piú taro il morir, che ’l viver senza.
         Dunque, ch’i’ non mi sfaccia,
    Si frale oggetto a si possente foco.
    Non è proprio valor che me ne scampi:
    Ma la paura un poco,
    Che ’l sangue vago per le vene agghiaccia,
    Risalda ’l cor, perché piú tempo avvampi.
    O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi,
    O testimon della mia grave vita.
    Quante volte m’udiste chiamar Morte!
    Ahi dolorosa sorte!
    Io star mi strugge, e ’l fuggir non m’aita.
    Ma, se maggior paura
    Non m’affrenasse, via corta e spedita
    Trarrebbe a fin quest’aspra pena e dura:
    E la colpa è di tal che non ha cura.
         
                                             Dolor, perché mi meni
    Fuor di cammin a dir quel ch’i’ non voglio?
    Sostien ch’io vada ove ’l piacer mi spigne.
    Giá di voi non mi doglio,
    Occhi sopra ’l mortal corso sereni,
    Né di lui ch’a tal nodo mi distrigne.
    Vedete ben quanti color dipigne
    Amor sovente in mezzo del mio volto,
    E potrete pensar qual dentro fammi.
    Lá ’ve di e notte stammi
    Addosso col poder c’ha in voi raccolto,
    Luci beate e liete;
    Se non che ’l veder voi stesse v’è tolto:
    Ma quante volte a me vi rivolgete,
    Conoscete in altrui quel che voi siete.
         S’a voi fosse si nota
    la divina incredibile bellezza
    Di ch’io ragiono, come a chi la mira,
    Misurata allegrezza
    Non avria ’l cor; però forse è remota
    Dal vigor naturai che v’apre e gira.
    Felice l’alma che per voi sospira,
    Lumi del del; per li quali io ringrazio
    La vita che per altro non m’è a grado.
    Oimé, perché si rado
    Mi date quel, dond’io mai non son sazio?
    Perché non piú sovente
    Mirate qual Amor di me fa strazio?
    E perché mi spogliate immantinente
    Del ben che ad ora ad or l’anima sente?
         Dico ch’ad ora ad ora
    (Vostra mercede) i’ sento in mezzo l’alma
    Una dolcezza inusitata e nova,
    La qual ogni altra salma
    Di noiosi pensier disgombra allora,
    Sí che di mille un sol vi si ritrova.
    E se questo mio ben durasse alquanto.
    Nullo stato agguagliarse al mio potrebbe:
    Ma forse altrui farebbe
    Invido, e me superbo l’onor tanto:
    Però, lasso, conviensi
    Che l’estremo del riso assaglia il pianto:
    E ’nterrompendo quelli spirti accensi,
    A me ritorni, e di me stesso pensi.
         
                                             L’amoroso pensiero
    Ch’alberga dentro, in voi mi si discopre
    lai, che mi trae del cor ogni altra gioia:
    Onde parole ed opre
    Escon di me si fatte allor, ch’i’ spero
    Farmi immortai, perché la carne moia;
    Fugge al vostro apparir angoscia e noia;
    E nel vostro partir tornano insieme:
    Ma perché la memoria innamorata
    Chiude lor poi l’entrata.
    Di lá non vanno dalle parti estreme.
    Onde s’alcun bel frutto
    Nasce di me, da voi vien prima il seme.
    Io per me son quasi un terreno asciutto,
    Colto da voi; e ’l pregio è vostro in tutto.
         Canzon, tu non m’acqueti, anzi m’infiammi
    A dir di quel ch’a me stesso m’invola:
    Però sia certa di non esser sola.



         Gentil mia Donna, i’ veggio
    Nel mover de’ vostri occhi un dolce lume
    Che mi mostra la via ch’ai Ciel conduce;
    E per lungo costume,
    Dentro lá dove soi con Amor seggio
    Quasi visibilmente il cor traluce.
    Quest’è la vista ch’a ben far m’induce,
    E che mi scorge al glorioso fine;
    Questa sola dal vulgo m’allontana:
    Né giammai lingua umana
    Contar poria quel che le sue divine
    Luci sentir mi fanno.
    E quando il verno sparge le pruine,
    E quando poi ringiovenisce l’anno,
    Qual era al tempo del mio primo affanno.
         Io penso: se lassuso
    Onde ’l Motor eterno delle stelle
    Degnò mostrar del suo lavoro in terra,
    Son l’altriopre sí belle,
    Aprasi la prigion ov’io son chiuso,
    E che ’l cammino a tal vita mi serra.
    Poi mi rivolgo alla mia usata guerra,
    Ringraziando Natura e ’l di ch’io nacqui,
         
                                        Che reservato m’hanno a tanto bene,
    E lei, ch’a tanta spene
    Alzò ’l mio cor; che ’nsin allor io giacqui
    A me noioso e grave:
    Da quel di innanzi a me medesmo piacqui.
    Empiendo d’un pensier alto e soave
    Quel core, ond’hanno i begli occhi la chiave.
         Né mai stato gioioso
    Amor o la volubile Fortuna
    Dieder a chi piú fur nel mondo amici,
    Ch’i’ non cangiassi ad una
    Rivolta d’occhi, ond’ogni mio riposo
    Vien, com’ogni arbor vien da sue radici.
    Vaghe faville, angeliche, beatrici
    Bella mia vita, ove ’l piacer s’accende
    Che dolcemente mi consuma e strugge;
    Come sparisce e fugge
    Ogni altro lume dove ’l vostro splende,
    Cosi dello mio core.
    Quando tanta dolcezza in lui discende.
    Ogni altra cosa, ogni pensier va fore,
    E sol ivi con voi rimansi Amore.
         Quanta dolcezza unquanco
    Fu in cor d’avventurosi amanti, accolta
    Tutta in un loco, a quel ch’i’ sento, è nulla.
    Quando voi alcuna volta
    Soavemente tra ’l bel nero e ’l bianco
    Volgete il lume in cui Amor si trastulla:
    E credo, dalle fasce e dalla culla
    Al mio imperfetto, alla fortuna avversa
    Questo rimedio provvedesse il Cielo.
    Torto mi face il velo
    E la man che sí spesso s’attraversa
    Fra ’l mio sommo diletto
    E gli occhi, onde di e notte si rinversa
    Il gran desio, per isfogar il petto,
    Che forma tien dal variato aspetto.
         Perch’io veggio (e mi spiace)
    Che naturai mia dote a me non vale,
    Né mi fa degno d’un si caro sguardo;
    Sforzomi d’esser tale.
    Qual all’alta speranza si conface.
    Ed al foco gentil ond’io tutt’ardo.
    S’al ben veloce, ed al contrario tardo
         
                                        Dispregiator di quanto ’l mondo brama,
    Per sollicito studio posso fanne;
    Potrebbe forse aitarme
    Nel benigno giudicio una tal fama.
    Certo il fin de’ miei pianti,
    Che non altronde il cor doglioso chiama,
    Vien da’ begli occhi al fin dolce tremanti,
    Ultima speme de’ cortesi amanti.
         Canzon, l’una sorella è poco innanzi,
    E l’altra sento in quel mcdesmo albergo
    Apparecchiarsi; ond’io piú carta vergo.



         Poi che per mio destino
    A dir mi sforza quell’accesa voglia
    Che m’ha sforzato a sospirar mai sempre.
    Amor, ch’a ciò m’invoglia,
    Sia la mia scorta e ’nsegnimi ’l cammino,
    E col desio le mie rime contempre;
    Ma non in guisa che lo cor si stempre
    Di soverchia dolcezza; com’io temo
    Per quel ch’i’ sento ov’occhio altrui non giugne;
    Che ’l dir m’infiamma e pugne;
    Né per mio ingegno (ond’io pavento e tremo),
    Siccome talor sole.
    Trovo ’l gran foco della mente scemo;
    Anzi mi struggo al suon delle parole.
    Pur com’io fossi un uom di ghiaccio al Sole.
         Nel cominciar credia
    Trovar, parlando, al mio ardente desire
    Qualche breve riposo e qualche tregua.
    Questa speranza ardire
    Mi porse a ragionar quel ch’i’ sentia:
    Or m’abbandona al tempo, e si dilegua.
    Ma pur conven che l’alta impresa segua,
    Continuando l’amorose note;
    Sí possente è il voler che mi trasporta;
    E la ragione è morta.
    Che tenea ’l freno, e contrastar noi potè.
    Mostrimi almen ch’io dica
    Amor, in guisa che se mai percote
    Gli orecchi della dolce mia nemica.
    Non mia ma di pietá la faccia amica.
         
                                             Dico: se ’n quella etate
    Ch’ai ver onor fur gli animi sí accesi,
    L’industria d’alquanti uomini s’avvolse
    Per diversi paesi.
    Poggi ed onde passando; e l’onorate
    Cose cercando, il piú bel fior ne colse;
    Poi che Dio e Natura ed Amor volse
    Locar compitamente ogni virtute
    In quei be’ lumi, ond’io gioioso vivo.
    Questo e quell’altro rivo
    Non conven ch’i’ trapasse e terra mute;
    A lor sempre ricorro,
    Come a fontana d’ogni mia salute;
    E quando a morte desiando corro.
    Sol di lor vista al mio stato soccorro.
         Come a forza di venti
    Stanco nocchier di notte alza la testa
    A’ duo lumi c’ha sempre il nostro polo;
    Cosi nella tempesta
    Ch’i’ sostegno d’amor, gli occhi lucenti
    Sono il mio segno e ’l mio conforto solo.
    Lasso, ma troppo è piò quel ch’io ne ’nvolo
    Or quinci, or quindi, com’Amor m’informa,
    Che quel che vien da grazioso dono.
    E quel poco ch’i’ sono
    Mi fa di loro una perpetua norma:
    Poi ch’io li vidi in prima,
    Senza lor a ben far non mossi un’orma:
    Cosí gli ho di me posti in su la cima;
    Che ’l mio valor per sé falso s’estima.
         I’ non poria giammai
    Immaginar, non che narrar, gli effetti,
    Che nel mio cor gli occhi soavi fanno.
    Tutti gli altri diletti
    Di questa vita ho per minori assai;
    E tutt’altre bellezze indietro vanno.
    Pace tranquilla, senza alcuno affanno,
    Simile a quella che nel Cielo eterna.
    Move dal lor innamorato riso.
    Cosí vedess’io fiso
    Cora’Amor dolcemente gli governa,
    Sol un giorno da presso,
    Senza volger giammai rota superna;
    Né pensassi d’altrui né di me stesso;
    E ’l batter gli occhi miei non fosse spesso.
         
                                        Lasso, che desiando
    Vo quel ch’esser non puote in alcun modo;
    E vivo del desir fuor di speranza.
    Solamente quel nodo
    Ch’Amor circonda alla mia lingua, quando
    L’umana vista il troppo lume avanza,
    Fosse disciolto; i’ prenderei baldanza
    Di dir parole in quel punto sí nove,
    Che farian lacrimar chi le ’ntendesse.
    Ma le ferite impresse
    Volgon per forza il cor piagato altrove;
    Ond’io divento smorto,
    E ’l sangue si nasconde i’ non so dove,
    Né rimango qual era; e sonmi accorto
    Che questo è ’l colpo di che Amor m’ha morto.
         Canzone, i’ sento giá stancar la penna
    Del lungo e dolce ragionar con lei.
    Ma non di parlar meco i pensier miei.
         
  2.                                          Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
    Alle piaghe mortali
    Che nel bel corpo tuo si spesse veggio,
    Piacemi almen ch’e’ miei sospir sien quali
    Spera ’l Tevere e l’Arno,
    E ’l Po, dove doglioso e grave or seggio.
    Rettor del del, io cheggio
    Che la pietá che ti condusse in terra.
    Ti volga al tuo diletto almo paese:
    Vedi, Signor cortese.
    Di che lievi cagion che crudel guerra;
    E i cor, che ’ndura e serra
    Marte superbo e fero.
    Apri tu. Padre, e ’ntenerisci e snoda;
    Ivi fa che ’l tuo vero
    (Qual io mi sia) per la mia lingua s’oda.
         Voi, cui Fortuna ha posto in mano il freno
    Delle belle contrade,
    Di che nulla pietá par che vi stringa,
    Che fan qui tante pellegrine spade?
    Perché ’l verde terreno
    Del barbarico sangue si dipinga?
    Vano error vi lusinga.
    Poco vedete, e parvi veder molto;
    Che ’n cor venale amor cercate o fede.
    Qual piú gente possedè,
    Colui è piú da’ suoi nemici avvolto.
    O diluvio raccolto
    Di che deserti strani
    Per inondar i nostri dolci campi!
    Se dalle proprie mani
    Questo n’avven, or chi ha che ne scampi?
         
                                             Ben provvide Natura al nostro stato
    Quando dell’Alpi schermo
    Pose fra noi e la tedesca rabbia;
    Ma ’l desir cieco e ’ncontra ’l suo ben fermo
    S’è poi tanto ingegnato,
    Ch’ai corpo sano ha procurato scabbia.
    Or dentro ad una gabbia
    Fere selvagge e mansuete gregge
    S’annidan si che sempre il miglior geme.
    Ed è questo del seme,
    Per piú dolor, del popol senza legge
    Al qual, come si legge,
    Mario aperse si ’l fianco.
    Che memoria dell’opra anco non langue,
    Quando, assetato e stanco.
    Non piú bevve del fiume acqua, che sangue.
         Cesare taccio, che per ogni piaggia
    Fece l’erbe sanguigne
    Di lor vene, ove ’l nostro ferro mise.
    Or par non so per che stelle maligne,
    Che ’l Cielo in odio n’aggia:
    Vostra mercé, cui tanto si commise
    Vostre voglie divise
    Guastan del mondo la piú bella parte.
    Qual colpa, qual giudicio o qual destino.
    Fastidire il vicino
    Povero; e le fortune afflitte e sparte
    Perseguire; e ’n disparte
    Cercar gente, e gradire
    Che sparga ’l sangue e venda l’alma a prezzo?
    Io parlo per ver dire,
    Non per odio d’altrui Dé per disprezzo.
         Né v’accorgerete ancor, per tante prove.
    Del bavarico inganno.
    Che, alzando ’l dito, con la morte scherza?
    Peggio è lo strazio, al mio parer, che ’l danno.
    Ma ’l vostro sangue piove
    Piú largamente; ch’altr’ira vi sferza.
    Dalla mattina a terza
    Di voi pensate, e vederete come
    Tien caro altrui chi tien sé cosí vile.
    Latin sangue gentile.
    Sgombra da te queste dannose some;
    Non far idolo un nome
         
                                        Vano, senza soggetto:
    Che ’l furor di lassú, gente ritrosa.
    Vincerne d’intelletto.
    Peccato è nostro e non natural cosa.
         Non è questo ’l terren ch’i’ toccai pria?
    Non è questo ’l mio nido,
    Ove nudrito fui si dolcemente?
    Non è questa la patria in ch’io mi fido,
    Madre benigna e pia.
    Che copre l’uno e l’altro mio parente?
    Per Dio, questo la mente
    Talor vi mova; e con pietá guardate
    Le lagrime del popol doloroso.
    Che sol da voi riposo,
    Dopo Dio, spera: e, pur che voi mostriate
    Segno alcun di pietate,
    Virtú contra furore
    Prenderá l’arme; e fia ’l combatter corto:
    Che l’antico valore
    Nell’italici cor non è ancor morto.
         Signor, mirate come ’l tempo vola,
    E si come la vita
    Fugge, e la morte n’è sovra le spalle.
    Voi siete or qui: pensate alla partita;
    Che l’alma ignuda e sola
    Conven ch’arrive a quel dubbioso calle.
    Al passar questa valle.
    Piacciavi porre giú l’odio e lo sdegno,
    Venti contrari alla vita serena;
    E quel che ’n altrui pena
    Tempo si spende, in qualche atto piú degno,
    O di mano o d’ingegno.
    In qualche onesto studio si converta:
    Cosi quaggiú si gode,
    E la strada del ciel si trova aperta.
         Canzone, io t’ammonisco
    Che tua ragion cortesemente dica;
    Perché fra gente altera ir ti conviene,
    E le voglie son piene
    Giá dell’usanza pessima ed antica
    Del ver sempre nemica.
    Proverai tua ventura
    Fra magnanimi pochi, a chi ’l ben piace:
    Dí lor: chi m’assicura?
    I’ vo gridando: pace, pace, pace.