Poemi (Esiodo)/Prefazione/Le opere e i giorni

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Esiodo - I poemi (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1929)
Prefazione - Le opere e i giorni
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LE OPERE E I GIORNI


Cosí alla prima lettura, Le opere e i giorni sembrano uno zibaldone. In ciò concordano pressoché tutti i critici, dall’equilibratissimo Canna all’entusiasta Giovanni Setti, che parlò addirittura di olla podrida.

E dinanzi a una diagnosi cosí unanime e concorde, i chirurgi della filologia non esitarono, e ognuno volle tentare una sua qualche operazione, per restituire al poemetto una presunta integrità genuina. E tanti sono oramai i tentativi, che il partito piú saggio sembra quello di metterli tutti da parte, e leggere a mente sgombra il poemetto, cosí come la secolare tradizione lo ha tramandato.

E non c’è dubbio, anche per i meno proclivi allo scetticismo ipercritico, il sapore di miscuglio persiste. «Cavoli acidi con ambrosia», disse un tedesco; e disse alla tedesca, ma bene.

E non è, s’intende, la molteplicità degli elementi quella che disorienta, né la loro eterogeneità, né il trovarli distribuiti a casaccio qua e là nelle varie parti del poemetto. Ma egli è che, quando vengono a contatto, gli elementi eterogenei [p. lxix modifica]raramente armonizzano; né, d’altronde, gli omogenei si attirano per comporsi in gruppi distinti. Qui, se mai per altra opera d’arte, è dunque indispensabile muovere da una precisa e minuta analisi.

Ne Le opere e i giorni, dunque, senza tener conto di minori deviazioni e divagazioni, troviamo le seguenti parti:

  1. - Invocazione alla Musa, e massime morali.
  2. - Il mito di Pandora.
  3. - Il mito delle età del mondo.
  4. - Riflessioni su la giustizia e l’ingiustizia.
  5. - Necessità del lavoro.
  6. - Precetti varii.
  7. - L’agricoltura.
  8. - La navigazione.
  9. - Precetti varii.
  10. - Calendario.

Se ora uniamo gli elementi omogenei, formiamo i seguenti gruppi:

     A. - Narrazioni mitiche. Comprende le parti 2 e 3.
     B. - Riflessioni e precetti etici (4, 5, 6, 9).
     C. - Precetti di pratico operare (7, 8).
     D. - Il calendario.

Studiamo ad uno ad uno questi varii elementi.

Navigazione. - Non ha gran valore. E non dové averne neanche nel concetto del poeta. Egli lo dice ben chiaro: non ha mai solcato il mare, tranne una volta, per andare in Aulide, a prender parte alle gare: viaggio davvero troppo breve, anche per quei tempi. Non sapeva dunque di suo, non aveva esperienza, né, soggiungiamo, impressioni personali. Lavorava di maniera, e su un argomento che certo non lo entusiasmava. Anzi, da tutta la sua opera traspare un’avversione pel mare che è, anche qui, diametralmente opposta all’entusiasmo di Omero, e che ci fa pensare ai Latini. Inutile, dunque, [p. lxx modifica]cercare qui gli elementi per una caratterizzazione artistica del poeta: se c’è qualche brano un po’ ispirato, non è ispirato al soggetto, e va dunque considerato in altra sede.

Calendario. - Eraclito già osservava che i giorni son tutti d’una stessa natura. E, cosí a prima giunta, tutti saranno disposti ad approvarlo. Però, bisogna anche convincersi che esistono nell’universo una quantità di forze ignote. Non sarà; ma neppure sarebbe fuori d’ogni ragionevole verisimiglianza l’ipotesi che il mutamento periodico di posizione di fronte alla luna, e, in conclusione, di tutto il cielo stellato, implichi variazione in ogni forma e condizione di vita; e che alcune di queste variazioni, quelle che riguardano piú da vicino la vita campestre, cadessero sotto l’attenta osservazione dei campagnuoli beoti, cosí vicini alla natura ed ai suoi fenomeni. Ben altri segreti sanno sorprendere gl’insetti, che conoscono, o, per lo meno, utilizzano tante forze a noi perfettamente ignote. E potrebbe essere che alcuni di questi aforismi non fossero cosí destituiti di fondamento e cosí schernevoli come parevano allo scettico Eraclito.

Del resto, a compilare simili calendarii, che alla bella prima sembrerebbero la quintessenza della superstizione e della scioperataggine, potevano concorrere ragioni pratiche e talora politiche. Livio dice che Numa distinse i giorni in fasti e nefasti perché talvolta poteva essere utile che il magistrato non facesse comunicazioni al popolo (I, 19).

E a titolo di curiosità, riferisco alcune parole dell’Oracolo manuale di Baldassare Gracian, e precisamente del capitolo intitolato: Conoscere il giorno infausto, perché vi sono simili giorni. «Come in certi giorni — dice il Gracian — tutto riesce male, cosí in altri tutto va bene, pure adoperando minor diligenza (trad. Eugenio Mele, pag. 99)». Non può non riuscire assai caratteristica e significativa questa affermazione da [p. lxxi modifica]parte di un pensatore quale il Gracian, supremamente scettico, e dotato insieme d’una intuizione che si può senza iperbole chiamar prodigiosa.

Non vediamo che in questo calendario siano troppo impegnati il sentimento e la fantasia del poeta. Però qui ha luogo a manifestarsi una certa sua tendenza ad assumere un tono un po’ taumaturgico e solenne, del quale dovremo ancora parlare.

Parti mitiche. - Qui dobbiamo ripetere una osservazione già fatta a proposito della Teogonia. Eccezion fatta per Giove, che, del resto, come fu rilevato da molti, è concepito piú come un Geova Biblico che come un Giove omerico, non pare che la fantasia del poeta si commuova troppo per la luminosa schiera dei Numi Olimpii. Piú vivi e presenti alla sua fantasia, e, quasi direi al suo sentimento, sembra fossero gl’innumerabili dèmoni senza fisionomia né contorni precisi, che, rampollando da varie forme, avevano empiuto come d’una nebbia il cielo mitico di Grecia. Ne Le opere e i giorni, Esiodo dà anche qualche cifra precisa. I Demoni prefissi da Giove alla tutela della giustizia sono trentamila (252 sg.). Immaginate qualche cosa di simile per ciascuna delle innumerabili categorie di Dèmoni, e vedete dove si va a finire. Nebbia, dicevo; o, piuttosto, sciami d’insetti.

E talora parrebbe li concepisse cosí anche il poeta. La coorte infinita dei mali che affliggono l’umanità, quando Pandora non aveva ancora dato loro il volo, stavano rimpiattati, come i genii malefici delle Mille e una notte, dentro un orcio. E vanno vagolando innumerevoli, di notte e di giorno, e ne è piena la terra, e ne è pieno il mare (100). Muti, ché Giove li ha privati della parola; e «vestiti d’aria», ossia invisibili. Veri microbi d’Olimpo. Eppure, questi microbi, queste larve evanescenti, hanno virtú di suscitar l’interesse del poeta. Egli ne parla come di creature vive e presenti alla fantasia, [p. lxxii modifica]e le compone in atteggiamenti e vicende ove sembrano acquistare forme e colori, intensità e calore di vita.

Sarà Giuramento che «corre ove si dettano inique sentenze» (219), e d’intorno gli svolano le Erinni. O Eris, che, mentre tutta la torma dei malanni si precipita fuori dal doglio, si accovaccia sotto l’orlo del doglio.

Saranno, ampliandosi il quadro, Giustizia e Verecondia, che

lungi dalla terra dall’ampie contrade, le belle
membra celando tutte nei candidi manti, all’Olimpo,
fuggono, fra le tribú dei Numi, dagli uomini lungi.

Sarà, infine, la meravigliosa ipotiposi di Giustizia.

E di Giustizia il piato si leva, se giudici ingordi
via la discacciano, e dànno sentenza con torto giudizio.
Traverso le città segue ella, piangendo, e pei borghi,
entro una nebbia ascosa, recando malanni ai mortali,
che l’hanno posta in bando, che furono giudici iniqui.

E lo stesso avviene per i miti piú propriamente umani. È vero che non era proposito del poeta cantarli nelle Opere e i giorni. Però, di alcuni fa pur menzione, e non breve; ma questi non sono attinti né alle ricchissime fonti dei miti Beoti, né a tutta l’altra serie dei miti piú propriamente achei, che, come in un meraviglioso arazzo, già si stendevano nei varii poemi del ciclo epico1. Egli ricorda, come l’autore della Teogonia, il mito dei Giapètidi. E in questo, ha un’estensione speciale, fa corpo a sè, l’episodio di Pandora. E accanto a questi, il mito delle cinque età del mondo, mito che, secondo [p. lxxiii modifica]ogni probabilità, apparteneva ad un ciclo anche piú ampio, o, almeno, di maggior contenuto che non fosse il ciclo epico, il quale incominciava col pomo della discordia, e finiva con la morte di Ulisse.

Tutti miti, parrebbe, d’altra gente, e che stavano alla ricchissima famiglia dei miti achei appunto come la squallida religione pelasga stava a quella olimpia, tutta inondata di luce solare.

Parti gnomiche. - Disseminate un po’ in tutto il poemetto, e di contenuto assai diverso, dalle massime piú propriamente morali ai precetti d’igiene e alle regole di galateo, si confonderebbero, se non avessero qui designata la paternità, con tutte le altre massime versificate, che dal settimo secolo in giù circolarono per tutta la Grecia, e che per buona parte si raccolsero nello zibaldone teognideo. Non erano, veramente, materia da eccitar troppo la fantasia d’un poeta; ma in Esiodo non appare neppure il tentativo di animarla, di colorirla. Tranne per un gruppo, che, evidentemente, lo interessa, anzi lo appassiona: le massime che riguardano la giustizia.

E in questo interesse e in questa passione dobbiamo riconoscere un indice sicuro della paternità esiodea. Un colpo formidabile per l’animo d Esiodo fu la sentenza ingiusta che i giudici pronunciarono nella lite fra lui e il suo fratello Perse. Esiodo fu obbrobriosamente soverchiato. E profondamente radicato nell’anima greca era il concetto della vendetta. Ma che cosa poteva fare contro i possenti principi2 di Tespia il povero possidentuccio di Ascre? L’unica arme che possedesse era il verso. Esiodo l’impugnò con saldo cuore.

Quasi tutta la prima parte del poemetto è una vera e propria vendetta in versi. E perciò riuscí vera poesia: ché poesia [p. lxxiv modifica]è quasi sempre il surrogato d’un’opera che soverchia le nostre possibilità, ardentemente vagheggiata, e non potuta compiere. Musa ispiratrice del poeta fu dunque, come per Archiloco, l’odio. L’odio non meno efficace dell’amore. Ma Esiodo non lo confessa, come farà Archiloco: anzi si professa magnanimo e ardente sostenitore della giustizia.

E a magnificar la giustizia, ecco una quantità inattesa di atteggiamenti originali, inconsueti, sottili, icastici, grandiosi, che possentemente afferrano lo spirito del lettore. Ecco la favoletta dell’usignuolo e dello sparviere, la prima che troviamo nel mondo greco, e che esprime con tanta evidenza una eterna dolorosa verità. E la macabra fantasia dei trentamila Dèmoni che vanno errando sopra la terra a difesa della Giustizia. E la sentenza, espressa con arguzia che fa pensare a Senofane, che Giove decretò che le fiere si sbranassero le une con le altre, ma che gli uomini si servissero delle leggi. E l’ipotiposi, già ricordata, di Giustizia che fugge lontano dai luoghi dove l’hanno oltraggiata. E la lunga pittura del regno dell’ingiustizia, sotto la quinta generazione: possente acquaforte, nella quale sembra passare un soffio dei profeti biblici. E le magnanime e pericolose apostrofi rivolte agl’ingiusti principi, perché onorino anche essi la divina figlia di Giove (248-260-263).

Insomma, la materia gnomica, che in altre parti de Le opere e i giorni, e poi in tutti, si può dire, gli epigoni, si stende lenta, grigia, uniforme come la nebbia, qui, percossa dal raggio della ispirazione, si compone in belle parvenze, di linea definita, ricche di luce e di colore, in una mirabile visione. Questa è poesia.

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Ed eccoci al lavoro dei campi.

Prima di esaminarlo, dobbiamo svolgere un punto già toccato a proposito della poesia di Esiodo in genere. Questo brano non è un poemetto didascalico nel senso piú comune ed accademico, nel quale gli ammaestramenti abbiano un’importanza affatto secondaria, e non siano se non il pretesto per le belle fioriture, le descrizioni, le digressioni, le apostrofi, le adulazioni. È un vero e proprio trattatello, che doveva avere per la Beozia d’Esiodo lo stesso valore, su per giù, che nel mondo latino poté avere il De re rustica di Catone, o ai nostri giorni uno dei tanti manuali che servono ai dilettanti, ed anche, a tempo e luogo, ai professionisti.

Qualche antico, veramente (p. es. Cicerone, Plinio, Plutarco), volle contestarne il valore, massime perché non vi si fa alcuna menzione di parecchie importanti opere agricole (p. es. la concimazione, la falciatura: delle api, appena si tocca). Ma l’antichità, in genere, ci credé. Un oracolo scoperto il 1890 negli scavi del santuario delle Muse in Tespia, diceva3:

Gli uomini che seguiranno d’Esiodo i precetti, godranno
vita ordinata, e avranno di frutti gremita la terra.

E l’Ampère, nell’opera già piú volte ricordata, afferma che i contadini di Beozia traevano giovamento, anche ai suoi tempi, dai precetti d’Esiodo. E Giambattista Grassi Privitera, in una sua gustosissima versione de Le opere e i giorni in dialetto siciliano, asserisce che il poemetto può servire ancora oggi ai contadini di Sicilia4.

[p. lxxvi modifica]Da questo scopo rimangono determinati alcuni dei tratti caratteristici del poemetto. Prima di tutto, l’abbondanza di particolari precisi, ultraprecisi. Il mortaio dev’essere di tre piedi, il pestello di tre braccia, l’asse di sette, il cerchione di tre spanne, il carro di dieci. Il timone dell’aratro dev’essere d’alloro o d’olmo, il ceppo di quercia, la bure di leccio. I bovi si devono scegliere maschi, di nove anni. Il garzone che li guida, di quaranta; e gli si deve dare una pagnotta a croce, di otto porzioni.

E cosí via, sempre ci troviamo di fronte a questa precisione, che se non sempre è cosí arida e schematica, sempre rifugge da ogni fioritura.

E l’opera non ne riesce mortificata, anzi ne acquista una speciale attrattiva, che forse la nostra età è specialmente disposta, o, meglio, specialmente si avvia ad intendere. Non è improbabile che i posteri riconoscano nei Souvenirs entomologiques del Fabre l’opera piú significativa del secolo XIX. E fra le molteplici opere del Maeterlinck, che, piú o meno, si avviano al tramonto, accennano a sopravvivere la vita delle api e la vita delle termiti, che sono fedeli registrazioni, in perfettissimo stile, di precise osservazioni scientifiche.

E non pare inopportuno ricordare alcune parole del grande scrittore belga, dettate da una lunga e profonda esperienza. «Gli anni — dice Maeterlinck — insegnano anche allo scrittore che gli ornamenti invecchiano per primi, e piú presto di lui; e che solo i fatti nudamente esposti, e le riflessioni sobriamente e nitidamente formulate possono sperare di serbar domani il medesimo aspetto che hanno oggi, o quasi».

Parole che sembrano scritte apposta per tesser l’elogio di Esiodo, e che trovano la miglior conferma nella fortuna del suo poemetto. Dopo tanti e tanti secoli, e ai giorni della concimazione chimica e dell’aratura elettrica, esso riesce tuttavia a suscitare il nostro interesse, mentre tanti e tanti poemetti [p. lxxvii modifica]didascalici venuti dopo, e incomparabilmente piú floridi e adorni, oramai non servono ad altro che a provocare la nausea. Egli è che il contatto, diretto o indiretto, con la realtà, è per l’arte un sicuro crisma di vita perenne.

Ma non solo da questa precisione tecnica, non solo da questa continua connessione con la realtà rimangono determinati il carattere e il pregio di questa parte del poemetto. In essa — evidentemente la materia preferita — vediamo sempre verificato il processo in cui consiste essenzialmente la creazione poetica: la trasformazione in immagini precise di ogni impulso che commuova lo spirito del poeta.

Gli ammaestramenti agresti non sono mai esposti aridamente, e lo schematismo matematico è solo apparente. Essi sono sempre accompagnati dalla immagine, o la implicano e la suggeriscono. E bisogna essere tutt’occhi e tutti orecchi perché non ci sfuggano le armonie appena accennate o quasi nascoste nella finissima ed elaboratissima compagine. Dice egregiamente il Piovano5: «Chi voglia intendere il sentimento della natura, in Esiodo così profondo, deve stare attento ai brevi spunti indiretti, in cui, senza descrizioni, indica alberi e fronde e fiori, gli animali della fattoria, gli uccelli, infine gl’insetti e gl’invertebrati, api, cicale, formiche, ragni, chiocciole, bruchi, ognuno colto e presentato nel suo aspetto tipico».

Però, non tutto è sottinteso e suggerito. E finemente disegnati sono in tutto il poema una quantità di quadri, piccoli e grandi, talora meravigliosi, e sempre interessantissimi per la precisione, il rilievo, il garbo.


[p. lxxviii modifica]Ecco l’aratore e il fanciullo che lo segue con la mazza per allontanare gli uccelli. Eccolo che afferra la stiva all’esterno del manico, incalza i buoi col pungolo, quelli si smuovono, le cinghie tendono il cavicchio. Vedete il mietitore imprevidente, che, allo scarso ricolto, siede in mezzo alle rarissime spighe, fra il polverone della terra non rassodata dalla florida umidità delle piante. Vedete il povero che si spreme con la mano scarna il piede gonfio dal gelo dell’inverno. Il poeta non descrive mai freddamente. Scorge, realmente, quello che dice, in una intima visione allucinatrice, dove tutto acquista la vita del sogno, chimerica e insieme piú evidente della vita reale. E come vede, cosí dipinge. Perché non bisogna credere che questa intima visione, che è l’ineliminabile presupposto d’ogni vera poesia, abbia luogo soltanto per i soggetti grandiosi e solenni. Essa ha luogo tutte le volte che il poeta è veramente preso dal soggetto, è veramente ispirato.

Quando l’idea nell’anima rovente
si fonde con l’amore,
divien fantasma, e ai regni della mente
vola fendendo il cuore.

E dalle azioni umane il poeta scende giú giú con osservazione altrettanto precisa ed amorosa, alle piccole creature e alle minime, sino agli insetti. Alla lumaca, che al tempo umido s’inerpica dal suolo sul gambo delle piante: al bruco che fra i geli invernali se ne sta nascosto sotterra, e volge attorno il capo per cercare un pascolo, e non lo trova6, alla vestigia che lascia sulla terra molle la zampina della cornacchia.

E l’osservazione è cosí intensa, che va oltre le apparenze, e dei fenomeni scopre il meccanismo segreto e nascosto.

Sentite, per esempio, la descrizione del canto della cicala: [p. lxxix modifica]

Quando poi sboccia il fiore del cardo, e d’un albero in vetta
l’armonïosa cicala dal fitto vibrare dell’ali
spande l’arguto trillo.

Il poeta ha osservato, evidentemente, che il frinire della cicala si origina dalle ali vibranti, e non già, come si è indotti a credere alla bella prima, dalla gola7.

Si veda questa meteora.

Perché gelida è l’alba nei giorni che soffia la bora;
e sul mattino cala, dal cielo stellato alla terra,
sui campi ai fortunati, un’aura che il grano matura,
che poi che l’acqua attinse dai fiumi che corrono eterni,
ed alta, via da terra balzò, con la furia del vento,
ora si scioglie in pioggia sul vespero, ed ora, se troppo
mulina il tracio Borea le nuvole, in vento si perde.

La meteora è descritta con una precisione e una freschezza che a momenti fanno pensare al Goethe8.

E dallo schizzo e dal bozzetto Esiodo sa, con rapido trapasso, elevarsi al gran quadro. Basta pensare alla pittura dell’inverno, che dopo tanti e tanti secoli serba intatta la sua freschezza, la sua efficacia, e strappò al Leopardi iperbolici accenti di ammirazione.

E poi, su questo piccolo mondo campagnolo, il poeta ci mostra continuamente l’azzurro arco del cielo, che è [p. lxxx modifica]ugualmente infinito e divino, tanto contemplato da una metropoli quanto da una gola alpestre.

Il poemetto comincia senz’altro con una visione di stelle, anzi, favorendo il genio della lingua, col nome stesso d’una costellazione: le Pleiadi. «Le Pleiadi figlie di Atlante levandosi dal cielo». Tutti nomi ricchi di suggestione, che nel testo, per l’abbondanza di consonanti liquide e di chiare vocali addensate, quasi emulano il fitto argenteo palpitare della costellazione9.

E viene poi la visione del cielo d’autunno, che, quando declina la furia della canicola, piove a dirotto, melanconicamente.

E arde la cerula vampa di Sirio, «che poco viaggia di giorno e piú si compiace della notte».

E Arturo, quando Giove ha compiuti i settanta giorni dopo il solstizio d’inverno, lascia la sacra corrente d’Oceano, ed eleva il suo astro tutto riscintillante al sommo della foschia crepuscolare.

E a contemplarlo, a vagheggiarlo, poi che Orione e Sirio sono giunti a mezzo del cielo, si leva di contro Aurora dalle dita di rose.

Orione è il cacciatore feroce dell’antica mitologia. Sirio il suo cane. E come li vedono, le Pleiadi, le spaurite colombe, fuggono la sua forza violenta, e sprofondano nell’azzurra caligine del mare.

Cosí dunque, al principio di ciascuna di quelle partizioni che si seguono a mo’ di lasse, quasi in un ritmo di preghiera, gli animi sono richiamati alle meravigliose parvenze del cielo. Un grande arco azzurro infinito si stende sopra le piccole e le piccolissime cose della terra:

Chiamavi il cielo e intorno vi si gira
mostrandovi le sue bellezze eterne.


[p. lxxxi modifica]E non è una semplice decorazione — e fosse pur meravigliosissima — ; e non è, come per Omero, la fastosissima sede degli Olimpii, sordi, in genere, alle preghiere umane; e tanto meno il ferocissimo Urano, divoratore dei propri figli: è l’entità misteriosa che determina con influsso perenne la vita di tutte le creature, e coi suoi rivolgimenti segna agli uomini il tempo opportuno alle varie opere.

E i primi interpreti dei suoi mòniti, sono le piccole creature della terra, animali o vegetali.

È la gru, che dall’alto lancia l’annuo grido, per avvertire che è giunto il momento d’arare. E se qualcuno trascura il suo ammonimento, ecco, di fra le quercie, il cuculo che col suo poetico verso indica un momento piú tardo, eppure ugualmente opportuno. E quando la rondine disegna il suo nero volo sul cielo luminoso, bisogna potar le viti; e quando la chiocciola comincia ad inerpicarsi sui gambi, affilare le falci per la mietitura.

Ed ecco la cicaletta che effonde il suo canto dalla vetta d’un albero; e il cardo che mette i fiori purpurei; e il fico che gitta le sue prime foglioline. Quando son divenute tanto grandi quanta è l’impronta che lascia su la terra umida la zampetta della cornacchia, allora si può affidar la barca ai flutti del mare. Una serie di arcani rapporti lega queste piccole creature alla segreta fucina del cosmo. E il poeta, a sua volta, serve di intermediario fra loro e gli uomini. Ecco un altro dei coefficienti, e dei massimi, all’aura di mistero che sempre aleggia sulla poesia di Esiodo.

Tale, dunque, la nota dominante nella sensibilità poetica d’Esiodo. Sente, in primissimo luogo, la campagna, e ne esprime mirabilmente tutti gl’incanti. Gl’incanti reali, senza nessuna [p. lxxxii modifica]soprastruttura mitologica. Dentro la corteccia dell’albero, fra le luminose èlitre dell’insetto, nel verzicare d una pianta, egli non sente la presenza d’un demonisco o d’una Ninfa, bensí il fermento della linfa, una vibrazione di molecole, l’influsso d’una temperie celeste.

E a questo medesimo amore, a questo medesimo sentimento della realtà sono ispirate anche tutte le altre parti migliori del poemetto. La fulgida vita achea, il cui ricordo, la cui immagine erano ancor vivi nei poemi d’Omero, che Esiodo ben conosceva, non ha per lui il menomo fascino. Egli bada solo alla vita che lo circonda. Ed era vita grama, da non tollerare verun confronto con la trascorsa vita eroica: eppure, anche di questa sembrano attrarlo di piú le parti piú umili, paesane, oppure, come ora si direbbe, borghesi. Le beghe dinanzi ai dodici non incorruttibili giudici di Tespia, le lunghe sedute, fra i geli, nelle tepide fucine dei fabbri, i minuti lavori eseguiti entro i tugurii campestri nelle brevi piovose giornate e nelle interminabili notti d’inverno, il ridestarsi all’alba e l’affrettarsi di tutta la povera gente al lavoro.

E quando la fantasia spicca il volo verso immagini piú luminose e gioconde, saranno la pittura d’uno scialo estivo, entro una fresca caverna, pane fresco, carne di agnello e di manza, vinetto di Biblo. O, se no, la giovinetta che nel cuor dell’inverno se ne sta riparata dal freddo nel suo talamo tepido e fragrante, custodita dalla tenerezza materna.

A chi tien gli occhi sempre fissi al vero, ben poco sfugge del lato comico che accompagna la maggior parte delle azioni umane. E una vena di comicità serpeggia in tutta la poesia di Esiodo. Nei racconti: in quello, per esempio, della beffa di Prometeo a Giove, o nell’altro della seconda età degli uomini, quando i figli rimanevano citrulli sino a cent’anni accanto alle gonnelle della mamma. E in pitture appena accennate, per esempio del contadino che non ha seminato a suo [p. lxxxiii modifica]tempo, e poi a mietitura se ne sta seduto in mezzo al polverone, nel suo campo quasi vuoto di spighe. E in immagini, suggerite talora da un semplice aggettivo, come dal πυγοστόλος la donna che si stringe la veste ai lombi10 per sedurre un ricco proprietario. E nell’atteggiamento d’una sentenza, come in quella secondo la quale Giove non gradisce che tra gli uomini avvenga come tra i pesci, che il piú grosso mangia il piú piccolo.

Poeta, in conclusione, della concreta realtà, e non della bellezza. Anzi, qualche volta, del meno bello, e del non bello.

Ma qui si può opportunamente ricordare un giudizio del Fattori. Il quale, in un sonetto, narra d’aver visti una volta due popolani in contemplazione davanti a un quadretto che rappresentava uno dei piú luridi angoli del ghetto di Firenze. «Guarda quelle sudicerie — diceva uno — , quando son dipinte, come paion belle!».

È proprio cosi; e quel popolano enunciava un verissimo e profondo principio d’arte, che in certa misura si può applicare alla poesia, ed egregiamente a quella d’Esiodo. Proiettate in uno stile nitido, preciso, alieno da ogni vuotezza e da ogni gonfiezza, illuminate dall’amore del poeta, tutte le piccole cose, anche le meno speciose, acquistano una virtù icastica che le innalza alla sfera dell’arte.

Poeta per manovali, pastori e paesani, lo chiamava Alessandro Magno, il quale non concepiva se non le cose grandi. Per iloti, rincarava lo spartano Cleomene. E un po’ tutti quanti gli antichi gli rinfacciarono una certa grettezza poetica (μικρολογία). Ed è giusto; ma non solo il carattere, bensì anche il pregio della poesia d’Esiodo sono determinati da questa micrologia, che, distaccandolo dalla serva greggia [p. lxxxiv modifica]gli imitatori, lo mette in una posizione originale di fronte e contro ad Omero.

Ché Esiodo è il vero antipodo d’Omero. Quanto Omero è molteplice, tanto Esiodo è intimo e raccolto. Omero cerca tutta la terra e tutto il mare, e, non pago, ascende il cielo, e s’immerge nei regni delle ombre. Ce lo figuriamo volentieri simile al navigatore Ulisse, che mai non desiste dall’errare, sempre cercando i costumi e la vita degli uomini. Esiodo non distoglie mai le pupille dal suo campicello, dai picchi e le selve che lo circondano. E scopre anche qui un mondo infinito: ché per un occhio e per un’anima che sanno vedere, l’infinito è nella cerula profondità dei cieli e nell’impercettibile germe che contiene in potenza l’albero e l’innumerevole selva.

E se insistiamo nel fecondo confronto, vediamo che Esiodo sta ad Omero come a Raffaello e ai grandi pittori del Rinascimento italiano stanno i pittori fiamminghi. Vaghi quelli di grandiose azioni storiche e mitologiche, questi della vita borghese. Quelli fanno dominare nel primo piano, incontrastate, le figure umane, e relegano nello sfondo il paesaggio: pei fiamminghi il paesaggio o l’ambiente sono spesso i veri protagonisti. Gl’Italiani aspirano soprattutto alla bellezza; e il non bello, è, tutto al piú, accolto per far risaltare il fulgore del bello (cosí Tersite in Omero): i Fiamminghi sembrano quasi preferire il brutto al bello.

Ma rilevando questa indifferenza, e, a momenti, questa predilezione di Esiodo pel brutto, bisogna chiarire un equivoco.

Si è parlato, in questi ultimi tempi, non per biasimare, ma per caratterizzare, della rozzezza della poesia, della durezza dell’esametro d’Esiodo.

[p. lxxxv modifica]Ora, quanto alla durezza della poesia, così in genere, si potrà discutere: è, in fondo, quando si viene agli apprezzamenti definitivi, questione soggettiva. Ma se parliamo della qualità del verso, no, è questione obiettiva. E le affermazioni di grossolanità e di durezza sono arbitrarie illazioni dalla presunta rozzezza della poesia, postulata, a sua volta con qualche arbitrio, dalla rozzezza della materia, essenzialmente contadinesca.

Perché, quanto a musicalità, gli esametri di Esiodo sono fra i piú armoniosi e suggestivi di tutta la letteratura greca. Esiodo, narra un’antica tradizione, non sapeva suonar la cetra. Può essere. Ma certo il suo spirito era profondamente musicale; e, dunque, capace d’inventare nuove armonie.

E qui è da cercare la ragione prima del successo che incontrò la sua poesia fra i contemporanei, e poi, costantemente, fra i popoli di tutta l’EIlade: nell’aver saputo trovare, dopo Omero, e, alfine, dopo tanti suoi stucchevoli imitatori, una canzone nuova. Altra la materia, da quella d’Omero; ma altre anche, quasi direi soprattutto, le melodie che gli cantavano nell’anima, e a cui affidava le volanti parole. E tanta ne era l’armonia, che può quasi bearsene indipendentemente da ogni significato logico, chi non sappia di greco. Per esempio:

Àrcturòs prolipòn ïeròn roon Òkeanòio
pròton pàmfainòn, epitèlletai àcrocnefàios11.

E non è vacua sonorità. Il tessuto stilistico che riveste gli schemi ritmici è d’una estrema compattezza, tutto formicolante d’immagini, in ciascuna delle quali son racchiusi, come semi in un florido pomo, mòniti d’eterna saggezza. Tutti i cuori [p. lxxxvi modifica]ne rimanevano rapiti. Perché sin da allora, come dice Pindaro, gli uomini prediligevano il vino vecchio e i canti nuovi.

E un altro nuovo, mirabile incanto offriva ai Greci la poesia d’Esiodo; ed era che dietro la poesia vedevano disegnarsi nitida la figura del poeta.

Non già che dai poemi omerici non emerga affatto, come erroneamente si afferma, la figura di Omero12; ma certo bisogna andarla a cercare, fra le pieghe della incomparabile narrazione, e nei riflessi dei vivissimi personaggi. Invece la figura d’Esiodo balza spontaneamente da sé, al primo piano: ci sembra di sentirlo parlare, ci sembra di scernere, linea per linea, la sua fisonomia arguta e profonda. Ché egli non si lascia sfuggire occasione di parlare di sé e delle proprie vicende; e, dopo letti i suoi poemetti, e specie Le opere e i giorni, l’uomo Esiodo ci riesce non meno noto e familiare del poeta.

Un poeta che non sia sempre scontento di tutto e di tutti, non è un poeta. E in Esiodo è una recriminazione continua della sorte che i Numi gli assegnano.

La sua famiglia deve emigrare? L’emigrazione è considerata una sciagura; e beati quelli che possono vivere coltivando la terra datrice di spelta (236). Naturalmente, per andare da Cuma eolica in Beozia, non si può fare a meno di un viaggio per mare. È vero. Ed è altrettanto vero che per Esiodo la navigazione è il peggiore dei malanni, e che del mare parla, sempre al contrario d’Omero, col massimo ribrezzo. [p. lxxxvii modifica]Data questa avversione, parrebbe che dovesse essere proprio indicata per lui la vita tranquilla in un appartato villaggio della Beozia, in mezzo ai campi che adora. Macchè. La borgata che, alla fin dei conti, aveva dato asilo alla sua famiglia nei giorni del bisogno e della disgrazia, è «un misero borgo, tristo il verno, penoso d’estate, mai buono». Pare che la povera Ascra non meritasse tanto biasimo; e assai acutamente Giovanni Setti ricorda in proposito Giacomo Leopardi e il suo «natio borgo selvaggio».

La leggenda poi narra che egli fu il beniamino delle donne. Perfino da vecchio, andato ospite in casa di un amico, godè i favori della sua giovinetta sorella. E come ricompensa questa benevolenza del bel sesso? — Le donne — dice sono come i fuchi, che usurpano il lavoro delle api. Da Pandora, simbolo della femminilità, derivano lutti i mali del mondo. — Chi si fida delle donne — dice — si può fidar dei ladroni — .

E s’intende poi che, al pari di tutti i misogini, va pazzo per le donne. Basterebbe l’immagine, già ricordata, della fanciulla custodita, durante l’inverno, nel piú riposto angolo del gineceo. «Né il gelo può toccare la fanciulla dalla tenera cute, che nell’interno della casa se ne sta presso la mamma sua, ignara ancora dei piaceri della soave Afrodite, quando, lavate le tenere membra e tutta cosparsa di molle unguento, trascorre le notti giacendo nel cuor della casa».

L’immagine è accessoria, quasi intrusa. Ma, balenata appena dalla fantasia del poeta, s’impone e si dilata a suo bell’agio; e tutti i particolari svelano il compiacimento sensuale onde il poeta l’accarezza. Misogine, a parole; ma appena si delinea un’immagine femminile, l’estro si accende nel suo cuore, e ne prorompono le immagini mirabili e i ritmi armoniosi.

Un sensuale. Ed un sibarita. Citiamo per disteso il quadretto dello scialo estivo. «Abbi un’ombra di rupe e un vino [p. lxxxviii modifica]di Biblo, e una focaccia di fior di farina, e latte di capre che non siano in caldo, e carne di manza pasciuta nei boschi, e che non abbia figliato, e di capretti di primo parto; e bevici sopra limpido vino, seduto all’ombra, paga la brama di cibo, volto il viso al fresco zefiro, presso ad una fonte perenne di roccia, dove non sia torba».

Colori troppo vivi, pittura troppo accarezzata, se non dipingesse cose molto amate e molto desiderate, e forse da chi abitualmente non le possiede.

E un altro lato caratteristico dell’uomo Esiodo è il coraggio. Noi non sappiamo appuntino che cosa fossero i basilèis che tanto spesso ricorrono nel poemetto. Pare fossero sette magistrati eletti del popolo come capi militari civili e religiosi di Tespia. Ma certo il loro potere non dove esser piccolo; e piú temibili poteva renderli il fatto che Ascra era vicina a Tespia. Pur tuttavia, Esiodo li attacca senza il menomo riguardo, e li investe di rampogne perché si son lasciati corrompere dai doni, e hanno data vinta la causa a chi aveva torto.

È superfluo soggiungere che da questa visione della vita riesce poi illuminata di rimbalzo tutta la sua arte, che di quella vita è un riflesso.

Del resto, non solo con Perse, ma con tutti quanti Esiodo serba un tòno d’indiscussa superiorità. «Lavora — dice al fratello, e non in atto d’ira, ma per esortarlo benevolmente — o scioccone d’un Perse». E dice ai pastori (cioè fa dire alle Muse, ma s’intende che torna al medesimo):

Pastori avvezzi ai campi, gran bindoli, pance e null’altro.

E donde ripete questa superiorità? — Dalle stesse Muse, [p. lxxxix modifica]

quelle che il canto bello d’Esiodo ispirarono un giorno,
mentr’egli pasturava la gregge sul santo Elicona.

Dunque, una diretta investitura da parte della divinità. Egli ne ha piena coscienza, e tiene con sussiego questa posizione, senza tralasciare veruna occasione di ostentare la propria scienza e l’ignoranza altrui. E la fa sempre cader dall’alto, questa scienza. «Ottimo è il dí ventinove, ma pochi lo sanno» — «Come stanno le cose, ben pochi lo possono dire». — E si capisce bene che fra questi pochi il poeta occupa il primo posto.

Tanta ostentazione di sapienza, tanto piú ci fa impressione, quanto piú la vediamo sfoggiata a proposito di cose che a noi sembrano bazzecole. E torna a mente un aforisma di Baudelaire: «Un po’ di ciarlataneria non disconviene all’arte, anzi le confà».

E a questa tendenza di Esiodo si deve una certa aura profetica e magica diffusa un po’ in tutto il poemetto. L’hanno rilevata quasi tutti i critici; e per quanto sia piú facile sentirla che dimostrarla, tuttavia non riesce impossibile coglierne qualche indice obiettivo.

Per esempio, è l’abbondanza dei precetti, che in origine saranno stati altrettanti mòniti oracolari.

E, connessa, e in qualche modo derivata da quelli, una certa brevità icastica dell’espressione, che spesso sbocca addirittura nell’indovinello.

E soprattutto notevoli certi nomignoli, adottati con gran predilezione invece delle voci proprie, e che hanno anch’essi sapore d’enigma. Ond’ecco, la lumaca è chiamata la Casingroppa (Φερέοικος), la formica la Scaltra (Ἴδρις), la tomba l’Immota (Ἀκίνητα), la mano la Cinquerami (Πέντοζος), il ladro il Dormidigiorno (Ἡμερόκοιτος), le fiere le Giacinselva (Ὑληκοῖται), il vecchio il Tripode (si pensi al noto [p. xc modifica]indovinello della Sfinge). Qualche volta la spiegazione non è sicura. Cosí il Senzossa (Ἀνόστεος) non si capisce bene se sia il polpo o il bruco13.

Male per l’intelligenza, bene per l’aria di mistero. Ed è noto che gli orfici ricorrevano al medesimo artificio per accrescere prestigio alle loro dottrine14.

E a proposito di questo atteggiamento d’Esiodo, non sarà superfluo ricordare che un poemetto sulla divinazione (Μαντική) gli veniva attribuito da una tradizione che non sarà poi stata priva d’ogni fondamento.

Ed ora possiamo riprendere la domanda canonica nella critica esiodea: Le Opere e i giorni sono un poemetto organico, oppure una raccolta di canti eterogenei? e questi, di Esiodo o di varii poeti?

La paternità esiodea, eccezion fatta per qualche possibile interpolazione, non mi sembra da revocare in dubbio. E non deve meravigliare la differenza di valor poetico fra le varie parti. Il valore di ciascuna di esse dipende dal vario interesse che i vari argomenti destano nel poeta. E lo scopo didascalico impresso all’insieme del poema, che doveva essere un manuale di condotta pratica ad uso dei paesani, e, specialmente, degli agricoltori di Ascra, lo costringeva ad accoglierne alcuni per sé stessi refrattari alla poesia, e che in ogni caso non suscitavano la sua ispirazione.

Ma si può supporre che l’autore ne riunisse le varie parti con tanto capriccioso disordine?

Io non lo dichiarerei senz’altro impossibile. E richiamerei [p. xci modifica]piuttosto alla memoria alcune satire di Orazio, e specialmente la Epistola ai Pisoni. E, a proposito di questa, le parole di Cesare Cantú nella sua Storia della letteratura latina, che, al pari delle sue altre storie letterarie, è tutt’altro che da buttar via, come pareva e pare ai sopracciò d’ieri e d’oggigiorno. «A questo disordine non inteser nulla i pedanti incapaci di intendere ciò che si eleva sopra il livello dell’aurea loro mediocrità. E dissero che Orazio non era possibile avesse scritto un componimento fuor delle regole che essi avevano assegnate come le sole vere. Altri si presero la briga di difenderlo; alcuni di riordinarlo: noi preghiamo a lasciar quella epistola com’è, e apprendervi molto, studiandola senza idolatria».

La medesima preghiera, a proposito di Esiodo si vorrebbe rivolgere ai filologi d’oggi, i quali, al solito, trattano l’opera d’un antico poeta, per la quale tutta l’antichità nutrì un’ammirazione quasi religiosa, come territorio di conquista. Basti ricordare lo scempio del Fick, che, a furia di espunzioni, ridusse il poemetto a duecentottantotto versi, e questi ricompose a suo talento in tante strofe e gruppi, e poi, come già aveva fatto per Omero, tradusse tutto in un certo suo gergo che avrebbe dovuto essere il genuino colore eolico arcaico del poemetto d’Esiodo. Davanti a simili orrori perfino il Christ perde le staffe, e parla di macelleria e macellari.

Forse non si potrà mai, ma certo non si può nelle condizioni attuali delle nostre conoscenze, risolvere la questione con sicurezza obiettiva. E allora, tanto vale non ingombrare piú le carte, e, messi da parte gli enigmi, rivolgersi agli altri problemi, presumibilmente fecondi, a cui dà occasione il poemetto d’Esiodo.

Ma soprattutto bisogna guardarsi dal pregiudizio, che dovrebbe essere oramai superato, e secondo il quale l’eccellenza d’un opera poetica dovrebbe consistere solamente nella [p. xcii modifica]precisa disposizione della materia. Già un fresco disordine val piú di una rigida precisione; e poi, le singole parti rimangono immutate, ciascuna con le sue caratteristiche e col suo pregio. Le belle rimangono belle, le bellissime bellissime.

E poiché qui torniamo a navigare nel mare magno del subiettivismo, dove c’è libero corso per ogni pirateria intellettuale, contro i giudizi di tanti sommi critici che deprimono l’antico poema, per esempio del Gercke, che lo chiama, spiccio spiccio, contadinesco, ricordiamo quello, entusiasta senza riserve, dell’unico artista d’Italia che quanto a perfezione possa gareggiare coi greci e coi latini: di Giacomo Leopardi.

E affrontiamo adesso, rapidissimamente, l’altro quesito: si deve credere che la Teogonia e Le Opere e i giorni siano dello stesso autore?

In realtà, a non volersi perdere dietro le fisime d’un razionalismo che in materia d’arte non ha alcun valore, non esiste nei due poemi alcun serio indice che dimostri il contrario.

E parecchi, invece, sembrerebbero accennare a identità di mano.

Per esempio, i brani relativi alla storia dei Giàpetidi, nella Teogonia, rispettivamente, e ne Le opere e i giorni, si rassomigliano in guisa, che quasi tollererebbero uno scambio.

E nell’uno e nell’altro poema è notevole una strana noncuranza dei Numi d’Olimpo, e un maggior interesse per l’informe coorte di demonietti cari alla credenza e alla superstizione popolare.

Ma quasi piú significativi sono per me la titanomachia e il brano su Tifone. C’è stato, è vero, chi anzi ha trovato una specie di incompatibilità fra queste orride scene e le miti [p. xciii modifica]pitture agresti de Le Opere e i giorni. Ma, Dio mio, Dante sa descrivere la bolgia dei serpenti e la divina foresta spessa e viva. E poi, richiamiamoci ad una osservazione già fatta. La titanomachia è solo in apparenza, solo, direi, nel titolo, una lotta fra i Numi e Giganti. In essenza, è una pittura di tempesta. E tanto qui come nei bozzetti e nelle scene de Le Opere e i giorni, Esiodo si afferma paesista. Non è davvero inverosimile che un gran paesista sappia dipingere con la medesima efficacia un’alba di primavera o una tormenta su l’alpe. E del resto, il ponte di passaggio fra i bozzetti e i tenui quadretti delle Opere e i grandi affreschi della titanomachia è offerto dalla pittura dell’inverno, che non la cede a questi né per larghezza, né per intensità.

Certo, poi, bisogna riconoscere che nella Teogonia, e massime nelle parti meno ispirate, manca la compattezza di stile che tanto ci affascina ne Le Opere e i giorni. Ma questo minor magistero riesce spiegato a sufficienza se si suppone che la Teogonia sia opera anteriore e giovanile. Nella quale poi, a parte lo stile, il poeta andrebbe ancora un po’ piú, insieme con gli altri epigoni, su le orme d’Omero, mostrando solo qua e là tracce della personalità che egli, al contrario degli altri possedeva, e della sua maniera, minore e maggiore, che avrebbe fra poco affermata nell’opera a cui deve l’immortalità15.

Note

  1. Alcuni di questi, e tutta la materia, in qualsivoglia elaborazione, devono essere anteriori ad Esiodo.
  2. Βασιλεῖς. Erano dieci primati di Tespia, che avevano anche funzione di giudici.
  3. Riferito in Peppmüller, Hesiodos, pag. 152, nota 2.
  4. Li chiffari e li jurnati, Palermo, 1919.
  5. Le Opere e i giorni, analisi e commento. - Libro mirabile tanto per dottrina quanto per sentimento artistico.
  6. Vedi la nota al verso 524.
  7. Δενδρέῳ ἐφεζόμενος λιγυρὴν καταχεύετ᾽ἀοιδὴν - πυκνὸν ὑπὸ πτερύγων. Mi pare che non ci sia dubbio: l’essenza del fenomeno acustico è sicuramente intuita.
  8. Vedi per esempio nella prima scena della seconda parte del Faust la descrizione della cascata (v. 103-115).
  9. Πληιάδεων Ἀτλαγενέων ἐπιτελλομενάων.
  10. Si veda un curioso riscontro che nella sua versione de Le opere e i giorni Alfredo Panzini fa con un passo de L’isola dei Pinguini di Anatole France.
  11. (Allora) la stella d’Arturo, abbandonata la sacra corrente d’Oceano, primamente sorge sul far della sera.
  12. Vedi, in questa collezione, la mia prefazione all’Odissea, pag. LVI sg.
  13. I Siciliani dicono che il topo è senz’ossa.
  14. Vedi il bel libro di Vittorio Macchioro, Zagreus, pag. 108 sg.
  15. L’ultimo recentissimo lavoro del Wilamowitz (Hesiodos Erga, Berlino, 1928) non m’induce a mutare una sola parola di quanto ho scritto. Ed è inutile perder tempo in minute e odiose polemiche. La troppo grande differenza di mentalità implica diversità di postulati; e senza accordo sui postulati inutile riesce qualsiasi discussione. E discutere tanti postulati, sarebbe opera troppo lunga, e forse da Sisifi. Davvero, non ne vale la pena.