Melmoth o l'uomo errante/Volume I/Capitolo X

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Charles Robert Maturin - Melmoth o l'uomo errante (1820)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1842)
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CAPITOLO X.


Passati alquanti giorni lo Spagnuolo volle riprendere il filo della sua narrazione, si sforzò egli di descrivere ciò, che aveva provato ricevendo la lettera di suo fratello, e come il coraggio, la speranza ed il sentimento di una libera esistenza si fossero in lui ad un tempo rianimati; ma incominciò a tremare e a non poter articolare che pochi interrotti accenti, e la di lui emozione parve sì [p. 252 modifica]viva a Melmoth, che lo supplicò a porfine alla descrizione delle sue sensazioni, ed a proseguire invece il racconto della sua istoria.

Avete ragione, disse lo Spagnuolo tergendosi le lagrime, che copiose gli sgorgavano dagli occhi; la gioia una convulsione, ma il dolore è un’abitudine; ed il voler descrivere ciò che noi non possiamo comunicare è tanto assurda cosa, quinto sarebbe il voler parlare di colori ad uno che sia cieco dalla natività; affretterommi dunque a farvi una debole descrizione, non già de’ miei sentimenti; ma del risultato, che questi produssero. Un nuovo mondo si era per me aperto in isperanza; io credeva vedere la parola libertà scritta su tutti i lati del firmamento ogni volta che me ne andava soletto passeggiando in giardino. Io rideva, e mi sentiva un’interna consolazione quando sentiva il rumore che le porte facevano nell’aprirsi, e diceva meco stesso: fra non molto vi aprirete per me, e per sempre! Intanto però mi conduceva con una compiacenza [p. 253 modifica]estrema verso la comunità, senza trascurare intanto nessuna delle scrupolose precauzioni, che mi erano state dal mio fratello raccomandate. Dovrò io manifestarvi la forza o la debolezza del mio cuore? In mezzo alla dissimulazione, che io era obbligato di osservare, la sola circostanza, che mi cagionasse un vero dispiacere, era di vedermi costretto a distruggere le lettere di quel caro e generoso giovine, che aveva tutto arrischiato per farmi riacquistare la libertà. Frattanto io continuava i miei preparativi con una industria inconcepibile onde uscire di quel luogo, ove era stato forzato a rinchiudermi per tutta la vita.

Era circa la metà della quaresima. Tutta la comunità si preparava a fare la confessione generale dopo il tempo del ritiro spirituale di dieci giorni; i miei confratelli si rinchiudevano, e si prostravano innanzi agli altari per esaminare minutamente lo stato della propria coscienza. In tutta, la casa regnava una specie di silenziosa confusione, che favoriva a [p. 254 modifica]maraviglia i miei progetti. Dieci volte per giorno io dimandava della carta col pretesto di volere scrivere la mia confessione: non mi veniva ricusata; ma la frequenza delle mie inchieste eccitò de’ sospetti; erano però ben lontani dall’indovinare l’uso che io ne faceva. Alcuni dicevano: Egli scrive la storia della sua famiglia; vuol confidarla al suo confessore co’ segreti del suo proprio cuore. Altri dicevano altre cose, che non meritano che siano qui da me riferite; nessuno però colpiva nel segno.

Frattanto il superiore mi andava espiando in silenzio egli era inquieto, e ne aveva ben ragione. Consultò alcuni de’ religiosi più anziani, ed il risultato della loro conferenza fu una vigilanza a tutta prova dalla parte loro, alla quale io malauguratamente somministrava troppi motivi per le assurde e replicate dimande che io faceva per avere della carta. Convengo però che a questo riguardo la mia imprudenza fu estrema; era impossibile, che la coscienza la più meticolosa, potesse trovare tante [p. 255 modifica]mancanze e debolezze per riempiere solamente la quarta parte de’ fogli, che dicevasi, aver me impiegato ad esaminare la mia.

Un’altra colpa grande, che io commisi, fu di trascurare in realtà tutti i preparativi necessarii alla mia confessione generale; ciò mi fu fatto intendere nel tempo delle nostre passeggiate in giardino. Vi ho già detto di avere adottato co’ miei confratelli delle maniere estremamente amichevoli. Essi dunque mi dicevano: Voi avete fatto senza dubbio de’ grandi preparativi per la vostra confessione? — Mi sono preparato. — Noi ci aspettiamo d’esser molto edificati dalla vostra condotta. — Mi lusingo, che lo sarete. Non risposi altro, ma queste parole uscite loro di bocca così alla sfuggita, m’inquietarono non poco.

Pochi giorni prima dell’epoca fissata per la generale confessione, consegnai al portinaio l’ultimo quinterno della mia memoria. I nostri brevi colloquii non avevano finora ispirato verun sospetto: io aveva ricevute le [p. 256 modifica]lettere di mio fratello: aveva a lui risposto volta per volta, e la nostra corrispondenza era stata finora condotta con un mistero impenetrabile; in cotesta ultima notte però nel consegnare il mio involto nelle mani del portinaio, gli scorsi in volto un cambiamento, che mi fece spavento: io lo aveva sempre conosciuto grasso e fresco; ma allora, al chiarore della luna, scoprii ch’egli non era più, se non l’ombra di lui medesimo; la mano gli tremava nel prender che fece l’involto di fogli, la voce gli mancò nel promettermi l’ordinaria discrezione. Questo cangiamento che era stato da tutta la comunità rilevato, mi era sfuggito fino a quel momento, essendo il mio spirito troppo preoccupato della mia propria posizione; quando me ne fui accorto gli dissi: Ma, e che avete? Avete bisogno di dimandarmelo? mi rispose: io ho perduta la freschezza delle mie carni pel terrore, che non cesso di provare. E non sapete qual rischio io corro? Ogni linea di scritto, che faccio passare nelle vostre mani, o che [p. 257 modifica]voi a me consegnate, sembrami che comprometta la mia anima, e tremo al solo appressarmi a voi o vedervi. So, che la mia vita temporale ed eterna è nelle vostre mani; quando io sono assiso al mio sgabello vicino alla porta del convento, immagino che ogni passo che sento rumoreggiare nel chiostro, sia alcuno che venga a chiamarmi, perchè mi debba presentare al superiore. Quando sono in coro distinguo in mezzo ai canti la vostra voce, la quale mi pare che si innalzi per accusarmi. La notte quando vado per coricarmi, lo spirito maligno si asside al capezzale del mio letto, mi rimprovera il mio spergiuro e richiama la sua preda; i suoi emissarii mi attorniano, dappertutto ovunque io mi rivolga; io provo i tormenti dell’inferno; i santi mi danno delle occhiate corrucciate, e la rimembranza del perfido Giuda mi accompagna ovunque. Se mi addormento per un istante, le mie proprie grida mi destano ed esclamo: Non mi tradite! egli non ha ancora infranti i suoi voti; io non sono stato [p. 258 modifica]che un agente; mi hanno corrotto, tradito. Allora io fremo, mi alzo grondante di sudore: per me non v’ha più riposo; mi ha abbandonato perfino l’appetito. Piacesse a Dio che voi foste già fuori di questo recinto, o che io non avessi giammai servito alla vostra liberazione, che in tal modo eviteremmo ambedue le eternali fiamme.

Mi sforzai di tranquillizzare cotest’uomo e di assicurarlo, lui non correre alcun pericolo; nulla però potè rassicurarlo, meno l’asseveranza sincera e solenne, che l’involto che lui consegnava, era l’ultimo del quale io pensava d’incaricarlo; questa promessa gli restituì un poco di calma; ma io sentii per parte mia, che i rischi annessi alla mia intrapresa andavano ad ogni momento a moltiplicarsi.

Il portinaio era fedele, ma timido; e qual mai confidenza può mettersi in un uomo, che con la destra ci serve intanto che la sinistra cerca di trasmettere il vostro segreto per tranquillizzare il suo spirito? Cotesto [p. 259 modifica]pericoloso, confidente morì dopo pochi giorni, ed io sono convinto che non dovetti la sua fedeltà in quegli ultimi momenti, se non al delirio, dal quale prima di rendere lo spirito fu sopraggiunto; ma è impossibile di esprimere ciò che sentì in que’ momenti. La sua morte in tale occasione e la gioia poco cristiana che m’ispirò, furono per me altrettante prove del pericolo che io andava ad affrontare.

L’indomani della mia conversazione col portinaio, restai sorpreso di vedere nella sera il superiore entrare nella mia camera, accompagnato da quattro de’ più anziani della casa: sentii che questa visita non mi annunziava nulla di buono. Li ricevetti con rispetto, ma tremando dal capo alle piante. Il superiore si collocò in faccia a me, accomodò la sua seggiola in maniera che io rimanessi precisamente dirimpetto al lume. Sulle prime io non compresi qual fosse la sua intenzione nel situarsi in quella maniera; mi accorsi però, in seguito, ch’egli voleva esaminare [p. 260 modifica]attentamente la mia fisonomia, intanto che la sua mi rimarrebbe celata. I quattro religiosi rimasero in piedi dietro la di lui seggiola. Il superiore mi indirizzò pacificamente la parola così: mio figlio, voi da qualche tempo non avete cessato di occuparvi della vostra confessione, ed in ciò siete molto lodevole: ma vi siete accusato di tutte le colpe che la vostra coscienza vi rimprovera? — Sì, padre mio. — Di tutte! ne siete voi sicuro? — Mio padre, mi sono accusato di tutto ciò che ho conosciuto. Del rimanente, non vi ha, che Iddio, che possa penetrare negli abissi del cuore. Ho scrutinato il mio più profondamente, che ho potuto. Ed avete messo in iscritto tutto ciò, che di peccaminoso avete riscontrato nel vostro cuore? — Sì. — E fra le vostre colpe non avete scoperto quella di aver ottenuto il mezzo di scrivere la vostra confessione, e di averne abusato per un uso tutt’affatto contrario? (Questo era il punto delicato, e vidi, che era necessario di armarmi di tutta la fermezza. Feci [p. 261 modifica]dunque uso di un piccolo equivoco, e gli dissi:) — Cotesta non è una colpa di cui la mia coscienza mi rimproveri. — Mio figlio, non cercate di tradire nè la vostra coscienza nè me. Io dovrei essere al di sopra di quella nella vostra stima; poscia che se la vostra coscienza errasse, voi senza dubbio vi rivolgereste a me per rischiararla e dirigerla. Ma mi accorgo bene che indarno cerco di internarmi nel vostro cuore: vi rimangono ancora però alcuni momenti d’indulgenza; da voi solo dipende l’usarne o lo abusarne. Voglio farvi alcune interrogazioni molto semplici; se voi ricusate di rispondere a queste, o se non rispondete con sincerità, in seguito non avrete a lagnarvi che voi. Io tremava, ma gli risposi mio padre, ho forse mai ricusato di rispondere alle vostre interrogazioni? — Tutte le vostre risposte sono evasive, o non consistono che in nuove interrogazioni. Bisogna farne delle semplici, e dirette ai quesiti che vi farò alla presenza di questi vostri confratelli. La vostra [p. 262 modifica]sorte dipende, più che voi non immaginate, dalla maniera con cui mi risponderete.

Spaventato da tali parole, ed umiliato al punto di volermi render propizi i miei giudici, mi alzai dal luogo ove era seduto, ma per sostenermi dovetti appoggiarmi. Mio Dio! esclamai, perchè tutti questi preparativi? Di che sono colpevole? Perchè questi avvertimenti, che non sono, se misteriose minaccie? Perchè non mi si dice quale e il mio delitto?

I quattro religiosi, che fino a quel momento non avevano, non che parlato, alzato il capo, diressero allora su di me i loro sguardi, e dissero tutti ad una volta il vostro delitto è.... Il superiore fece lor cenno di guardare il silenzio, e cotesta interruzione aumentò il mio spavento. Allorquando ci riconosciamo colpevoli temiamo sempre che ci vengano imputati de’ delitti anco maggiori di quelli, che abbiamo commessi. Ci sembra, che la coscienza degli altri debba per mezzo di orribili [p. 263 modifica]esagerazioni vendicare le capitolazioni, che facciamo con la nostra. Io non sapeva di qual delitto mi avrebbero accusato; e già la mia corrispondenza clandestina non mi sembrava, che cosa da nulla nella bilancia del loro risentimento; ma cotesti timori vaghi si cangiarono bentosto in reali quando il superiore mi propose le sue interrogazioni:

Voi vi siete procurato una quantità grande di fogli; come gli avete voi impiegati? — Come io doveva. — Ditemi in sostanza, come? A sgravare forse la vostra coscienza? Sì, a sgravare la mia coscienza. — Ciò non può essere. Il più gran peccatore della terra non avrebbe potuto riempiere tanti fogli a scrivere l’elenco dei suoi peccati. I miei confratelli dicono, che io sono il più gran peccatore del mondo. — Voi volete continuare a dare risposte evasive; e convertite i vostri equivoci in rimproveri. Ciò non va bene, dovete rispondere chiaramente. Perchè vi siete procurato tanta carta, e qual’è l’uso che ne avete fatto? — Ve l’ho già [p. 264 modifica]detto. — L’avete dunque impiegata a scrivere la vostra confessione? Io non diedi risposta, ma feci una riverenza affermativa. Voi dunque, proseguì il superiore, sarete in grado senza dubbio di far vedere le prove dell’applicazione al vostro dovere. Dove è il manoscritto, che contiene la vostra confessione? Io arrossii, esitai, e quindi tirai fuori una mezza dozzina di pagine screziate e scarabocchiate. Era una cosa ridicola; non v’era neppure la decima parte della carta, che mi avevano somministrata. Ed è questa la vostra confessione? mi disse il superiore. — Sì, padre mio. — E voi avete l’audacia di affermare che avete ad un tal uso impiegata tutta la carta che vi è stata consegnata? Io guardava il silenzio: Miserabile! esclamò il superiore, perdendo omai la pazienza; scoprite all’istante l’uso che avete fatto della carta, che vi è stata in differenti volte consegnata. Confessate, che ve ne siete servito per uso contrario agli interessi della nostra comunità. — Come può venirvi in mente un tal [p. 265 modifica]sospetto? Mi avete mai dato motivo di lagnarmi di voi, di accusare gli individui, che meco si trovano in questo recinto ristretti? A tali mie parole, i religiosi volevano di nuovo mescolarsi alla conversazione, ma il superiore fece loro lo stesso seguale, e proseguì a farmi delle interrogazioni così precise, che paralizzarono tutta la mia energia. Voi dunque, proseguì quindi, non volete dirmi l’uso in cui avete impiegata la carta, che vi è stata somministrata! Vi ordino dunque in forza del voto, che fatto avete di obbedienza, di dichiararmelo in questo istante medesimo. — Mio padre, voi non avete il diritto di esigere da me cotesta dichiarazione. — Qui ora non si tratta di diritto vi comando di dirmelo, ed esigo, che mi promettiate con giuramento di manifestarmi la pura verità. — Ed avete forse il diritto di obbligarmi ad un tal giuramento? Conosco le regole di questa casa: non sono responsabile che al mio confessore. — Mettete voi dunque in bilancia il diritto e il potere? e vi [p. 266 modifica]ostinate a non voler manifestare l’uso che avete fatto di tutti questi fogli, riempiuti senza dubbio delle più infernali calunnie? — No, non lo voglio. E non temete le conseguenze, che possono derivare dalla vostra ostinazione? — Nulla affatto. — I quattro religiosi allora non potendosi più contenere, esclamarono ad una voce: le conseguenze ricadono sopra di lui! Ma poscia uno di essi avvicinandomisi disse sotto voce: consegnateci i vostri fogli, e non si farà più parola di nulla. Io non ho nulla da consegnare, gli risposi; non posseggo neppure una pagina più di quelle che già sono nelle vostre mani. Il religioso, che mi aveva indirizzata la parola si ritrasse, e andò a parlare all’orecchio, del superiore, il quale rivolgendo verso di me lo sguardo corrucciato gridò; voi dunque non volete i vostri fogli? — Io non ho nulla da consegnare. Esaminate la mia persona, esaminate la mia cella; tutto è aperto ed in vostra balia. — O almeno lo sarà ben presto, rispose egli con molto calore. Ed [p. 267 modifica]all’istante medesimo cominciò la ricerca. Non vi furono mobili nella mia cella, che non fossero diligentemente visitati ed esaminati. Distaccarono le stampe dalle pareti, e le esaminarono di contro al lume; in seguito frugarono il letto gettando per terra le materasse e levando la paglia dal saccone.

Nel tempo di quella minuta ricerca io me ne stava in mezzo della stanza, siccome mi era stato ordinato, senza volgermi nè a sinistra nė a destra. Non avendo essi nulla trovato, che giustificasse i loro sospetti, cominciarono a visitarmi in dosso con la medesima diligenza e rigore. Terminato che ebbero, dimandai loro, se avessero nulla scoperto? Il superiore mi rispose con un tuono di voce terribile. Io ho degli altri mezzi per venire a giorno di questo segreto: preparatevici e tremate che io li metta in esecuzione.

Detto ciò abbandonò la mia cella facendo segno ai quattro religiosi di seguirlo. Mi lasciarono solo, ed io non dubitai più del mio pericolo; mi [p. 268 modifica]vedeva esposto a tutto il rigore della monastica disciplina. Stava in orecchio per ascoltare ogni passo; il rumore di una porta che si aprisse o si chiudesse mi faceva tremare. Così passarono parecchie ore nella tortura della incertezza, ma non condussero alcun’avvenimento; nessuno a me si avvicinò nel corso della notte. L’indomani era il giorno fissato per la generale confessione: io andai al coro, presi il mio posto consueto e guardava sott’occhio or l’uno or l’altro; mi sembrava che gli sguardi di tutti fossero verso me rivolti e diretti, e che la bocca di ognuno tacitamente dicesse: Eccolo là cotesto uomo! Io desiderava ardentemente che la procella la quale si andava addensando sul mio capo, scoppiasse una volta; giacchè è molto meglio sentire il fragore del tuono, che stare espiando la nube gravida dell’elettrico fuoco: la procella però non iscoppiò per allora, e quando i doveri della giornata furono adempiuti, mi ritrassi nella mia cella pensieroso, inquieto, irresoluto. [p. 269 modifica]

La confessione avea già avuto principio. Io sentiva i miei confratelli ritornare uno presso l’altro dalla chiesa, e richiudersi le porte delle loro celle. Incominciai a temere, che mi si volesse escludere dall’accostarmi al sacramento, e che cotesta esclusione da un diritto sacro ed indispensabile, non fosse il principio di una sequela di misteriosi rigori. Continuai ciò non pertanto ad aspettare, e fui alla fine chiamato ancor io. Questa cosa mi restituì il coraggio edadempii con calma a’ miei doveri. Terminata che ebbi l’accusa delle mie colpe, mi fu semplicemente dimandato, se mi accusassi di avere interiormente mancato a qualche mio essenziale dovere, se avessi nulla di riservato? Avendo io date delle risposte negative, fui lasciato partire. In quella medesima notte il portinaio morì. L’ultimo mio plico era stato spedito alcuni giorni innanzi; io non aveva più nulla a temere; nè persona vivente, nè una linea scritta, che potessero contro me testificare. Sentii in me rinascere la speranza [p. 270 modifica]al riflettere che lo zelo e l’accortezza di mio fratello non mancherebbero di fargli rinvenire qualche altro mezzo da facilitare le nostre comunicazioni.

La calma durò per lo spazio di alquanti giorni, ma ben presto incominciò di nuovo a romoreggiare la tempesta. Dopo quattro giorni che il portinaio era passato di vita, la sera io mi trovava soletto nella mia cella, quando intesi un sordo, inusitato mormorio nel convento. Fu suonata la campana; il nuovo portinaio sembrava molto agitato; il superiore corse al parlatorio, e quindi tornò frettoloso a rinchiudersi nella sua cella. Furono tosto fatti chiamare alcuni de’ più anziani fra i religiosi; i giovani religiosi si parlavano fra di loro all’orecchio nei corridoi, chiudevano con violenza gli usciali delle loro camere; in una parola la confusione era generale. Io andava meco stesso dicendo: bisogna certo che sia intervenuta alcuna straordinaria circostanza; quindi aggiungeva: ciò forse riguarda la mia persona; le mie [p. 271 modifica]conghietture si avverarono ambedue. L’ora era già molto avanzata allorquando mi fu annunziato, che andassi a trovare il superiore nel suo appartamento; risposi, che era pronto a recarmivi. Due minuti dopo l’ordine fu rivocato, e mi fu detto di fermarmi nella mia cella, e quivi aspettare il padre superiore; ed anco questa volta risposi, di esser pronto ad obbedire. Cotesta istantanea variazione d’ordine però mi riempiè d’un terrore vago, e tale che in tutte le vicende della mia vita non ne ho mai provato un consimile. Io percorreva in largo ed in lungo la mia cella ripetendo incessantemente: mio Dio! proteggetemi! mio Dio! fatemi forza! Poscia tutto ad un tratto temeva d’implorare la protezione di Dio, incerto se la causa, nella quale io mi era ingolfato, lo meritasse. Intanto tutte le mie idee furono rovesciate dall’ingresso istantaneo del superiore e dei quattro religiosi, che accompagnato similmente lo avevano nell’altra sua prima visita, che a me pochi giorni prima aveva fatta. [p. 272 modifica]Appena li vidi mi alzai in piedi, e nessuno di essi m’invitò a pormi di nuovo a sedere. Il superiore si avanzò con un’aria costernata e corrucciata; gettò alcuni fogli sul mio tavolino, e mi disse: sarebbe mai scrittura vostra cotesta? Io portai su’ fogli uno sguardo sollecito e spaventato. Era la copia della mia memoria; ciò nondimeno ebbi la presenza di spirito di rispondere: No, non è scritto della mia mano. Miserabile! esclamò il superiore, voi tergiversate: è la copia del vostro scritto! Io rimasi in silenzio. Eccone una prova, soggiunse il superiore, gettando sul tavolino un secondo foglio, ch’era una memoria, che l’avvocato indirizzava a me. Essi non avrebbero potuto tenermela celata, perchè veniva da un tribunale superiore. Come potrei descrivervi il desiderio ardente che io aveva di leggerla! ciò non pertanto non osai di rivolgerle neppure uno sguardo. Il superiore ne svolse tutte l’una dopo l’altra le pagine dicendomi; leggete, miserabile! leggete; esaminatene bene tutte le linee. [p. 273 modifica]

Mi approssimai tremando e guardando lo scritto, le prime parole mi fecero concepire delle speranze. Allora il mio coraggio si rianimò, e dissi: mio padre, riconosco esser questa la copia di una mia memoria; vi prego di darmi la permissione di leggere la risposta dell’avvocato; nè voi potreste ricusarmela. Leggetela, mi rispose il superiore presentandomela con collera.

Potete esser ben persuaso, o signore, che in un momento di quella sorta, io non poteva leggere con occhio molto franco. La mia penetrazione d’altronde non fu guari aumentata quando vidi i quattro religiosi uscire della mia cella, ad un segnale, che non osservai. Rimasi solo col superiore, il quale si mise a passeggiare su e giù per la camera intanto che io leggeva la memoria dell’avvocato. Ad un tratto egli si ferma e percuote violentemente la mano sul tavolino; le carte che io teneva in mano tremarono, io trasalì sulla mia seggiola. Miserabile! gridò il superiore, credete voi che fogli di [p. 274 modifica]simile fatto abbiano mai disonorato questa comunità? Non è, che dopo la fatale vostra entrata presso di noi, che noi siamo insultati da delle memorie di avvocati. Come avete potuto osare....? — Che, mio padre? — Reclamare contro i vostri voti ed esporci tutti allo scandalo di esser sottoposti a delle procedure in un tribunale civile? — Ho immaginato che cotesto scandalo fosse molto inferiore alla mia disgrazia. La vista de’ fogli aumentava la mia confidenza, perciò aggiunsi: padre mio, sarebbe inutil cosa che voi sforzate di diminuire la mia ripugnanza per la vita monastica. La prova, che questa ripugnanza è invincibile, è davanti agli occhi vostri. Se renduto mi sono colpevole di un passo, che viola il decoro di un convento, me ne dispiace; ma non sono in ciò riprensibile. Quelli, che mi hanno costretto ad entrarvi sono i soli colpevoli della violenza, che a torto viene a me attribuita. Io sono risoluto di mutare, se è possibile, la mia posizione. Voi già vedete gli sforzi che [p. 275 modifica]ho fatti, e vi assicuro, che questi non cesseranno giammai. Le contrarietà non fanno, che raddoppiare la loro energia, e se vi ha un potere nel cielo o sulla terra, che possa fare annullare i miei voti, saprò rinvenirlo e a lui indirizzare le mie preci.

Io non credeva, che egli mi volesse ascoltare fino al termine, ciò nondimeno egli ebbe la pazienza di farlo, anzi dimostrò un poco di calma, ed io dal canto mio mi preparava ad ascoltare, ribattere e rigettare una dietro l’altra le sollecitazioni, i rimproveri e le minaccie, delle quali contro di me avessero voluto far uso.

La vostra ripugnanza per la vita religiosa è dunque invincibile? mi disse egli alla fine. — Sì, padre mio. — Ma che è in essa che vidi spiace? non sono già le occupazioni ed i doveri; giacchè adempite a tutto con la più edificante esattezza. Non sono i trattamenti che vi si fanno: questi sono stati indulgenti quanto la nostra regola la possa permettere. Non è tutta intiera la comunità, perochè sapete, che tutta è disposta ad [p. 276 modifica]amarvi e compiacervi, dentro però i giusti limiti. Di che dunque vi lamentate? — Della vita regolare medesima: io non sono nato per essere un religioso. — Rammentatevi bene, che quantunque noi siamo forzati ad obbedire alle forme de’ tribunali umani per la necessità, che ci rende dipendenti dalle istituzioni degli uomini in tutti i loro rapporti con essi, queste forme non ci possono legare ne’ nostri rapporti con la Divinità. Siate sicuro, figlio mio traviato, che se tutti i tribunali della terra vi sciogliessero da’ vostri voti, la vostra propria coscienza non li annullerebbe giammai. Per tutto il rimanente della vostra vita ignominiosa, dessa continuerebbe a rinfacciarvi la violazione di un voto, violazione, che quantunque fosse dagli uomini approvata, Iddio non sanzionerebbe giammai. Lascio poi giudicare a voi quanto terribili per voi saranno i rimorsi della vostra coscienza all’ultima ora. — Non tanto terribili però quanto in quella, in cui li formai, o per meglio dire, quando mi furono [p. 277 modifica]strappati a forza. — Strappati a forza! — Sì, padre mio, sì; ne prendo il cielo in testimonio. In quella mattina disastrosa le rimostranze, le preghiere sarebbero state infruttuose, quando sono ora le vostre, se non avessero gettato il corpo della mia genitrice a’ miei piedi. Potreste voi rimproverare quelli, che hanno avuto dello zelo per la vostra salute? — Ora io non voglio qui far rimproveri ad alcuno; solo vi dico, che voi siete istrutto del passo che io ho fatto, e mi conoscete abbastanza per credere, che lo proseguirò con tutto il mio potere, che non avrò un momento di posa fino a tanto che non sieno annullati i miei voti, e che un’anima come la mia sa convertire in speranza la stessa disperazione. Benchè circondato da tutte le parti, caduto in sospetto, espiato, come sono stato finora, ciò nondimeno ho saputo trovare il mezzo di far consegnare una memoria ad un avvocato. Calcolate la forza di una risoluzione, che ha saputo fare un passo tale in mezzo a tanti ostacoli; giudicate [p. 278 modifica]della inutilità di ogni opposizione per l’avvenire, giacchè voi non avete potuto nè impedire nè discoprire i primi passi, che io ho mossi per eseguire il mio progetto.

A queste parole il superiore non fece alcuna risposta; onde io immaginando d’aver fatta della impressione sopra di lui, proseguì: se voi desiderate di risparmiare alla vostra comunità la disgrazia di vedermi proseguire il mio appello, intanto che io sarò costretto a stare fra queste mura, l’alternativa è facile. Lasciate un giorno la porta mal custodita, chiudete gli occhi sulla mia fuga, e siate sicuro ch’io non vi molesterò, ne vi disonorerò più con la mia presenza. Come! rispose egli corrucciato, non vi contentate di rendermi testimone del vostro delitto, volete di più, che ne sia complice ancora? Apostata, e con un piede sull’orlo della perdizione, vi stendo una mano per salvarvi, e voi non me ricompensate, se non coll’afferrarla per trarmi, se fosse possibile, nel precipizio con voi? [p. 279 modifica]

Cotesta mal’augurata proposizione non servì che a rendermelo vieppiù contrario; dessa aveva risvegliata la sua passione dominante, conciosiachè egli fosse d’una severità esemplare per la regolar disciplina. Io aspettava pazientemente che questa nuova tempesta si dileguasse, intanto che il superiore non cessava di ripetere: Dio mio! per quale offesa sono umiliato così! Qual’è l’inconcepibile delitto, che ha potuto far meritare cotesta disgrazia ad una comunità intiera! Che sarà della nostra riputazione! Che dirà di noi tutta Madrid? — Padre mio, lo interruppi, credetemi che se un oscuro religioso vive, muore o reclama contro suoi voti, sono soggetti poco importanti fuori delle mura del suo convento. Non passerà molto tempo, che io sarò del tutto obliato, e voi vi consolerete veggendo l’armonia ristabilita nella disciplina della vostra casa, la quale io avrei incessantemente turbata.

Il superiore senza porgermi ascolto proseguiva a passeggiare, dicendo [p. 280 modifica]fra se: che ne penserà il mondo? che sarà di noi?..... quando ad un tratto volgendosi verso di me esclamò: miserabile! rinunziate al vostro folle, orribile progetto; rinunziateci in questo istante medesimo. Non vi dò, che cinque minuti da riflettere. Cinque anni di riflessione, gli risposi, non potrebbero fra cambiare la mia risoluzione. Tremate dunque, mi rispose, che i vostri giorni non siano sufficienti alla esecuzione del vostro empio progetto.

Dicendo queste parole si slanciò fuori della mia cella. I momenti, che passai durante il tempo della sua assenza furono, credo, i più orribili della mia vita. Il mio terrore era aumentato dalla oscurità, perchè era notte avanzata, ed il superiore aveva portata via seco la candela che unica ardeva nella mia camera. L’emozione in cui io era non mi aveva permesso sulle prime di fare a ciò attenzione: mi accorgeva di esser nelle tenebre, ma non sapeva il perchè o il come. Una folla d’immagini d’un orrore indefinibile mi si [p. 281 modifica]affacciarono alla fantasia: le parole minaccevoli del superiore mi parevano scritte in caratteri di fiamme sulle pereti della mia cella. Fremetti, mandai delle grida, quantunque certo, che fra sessanta persone che componevano la comunità non ve ne fosse una che avesse il coraggio di compiangermi. Finalmente però l’eccesso de’ miei timuri medesimi servì a rendermi il coraggio, e dissi meco stesso: essi non oseranno prender sopra di me una severa vendetta, e molto meno imprigionarmi; sono responsabili della mia persona al tribunale avanti al quale io ho appellato. Non oseranno dunque rendersi colpevoli d’una violenza.

Non aveva ancora terminato questo ragionamento sofistico, come lo sono tutti quelli che sono ispirati dalla speranza, quando vidi entrar di nuovo il superiore con i quattro religiosi e due laici. L’oscurità dalla quale io sortiva mi obbligava a tenergli occhi semi-chiusi; distinsi però, che questi due ultimi avevano in mano una fune ed un lacero sacco. Da [p. 282 modifica]un tale apparecchio trassi i più sinistri presagi. Io li aveva provocati ed era in loro potere! Al loro avvicinarmisi il mio primo impulso fu di gettarmi in ginocchioni ed esclamare: sono nelle vostre mani e colpevole agli occhi vostri! Il superiore senza por mente a quello, che io diceva, e forse anco senza intendere le mie parole: ora, disse, siete nella positura che vi conviene. Allorchè sentì questa parole meno terribili di quello che io temeva mi prostesi con la faccia per terra. Alcuni momenti prima, io avrei arrossito di farlo, ma quanto mai avvilisce il timore! Io temeva, che mi si usasse violenza; era sul fiore dell’età, e benchè non conoscessi la vita che in immaginazione, non l’amava meno perciò. I quattro religiosi temendo non la mia sommissione intenerisse il superiore si affrettarono a dirgli: non vi lasciate di grazia ingannare da questa falsa umiltà. Il momento della misericordia è passato; voi gli avete accordato il tempo di deliberare; egli ha ricusato di profittarne; nè voi ora [p. 283 modifica]venite per ascoltare le sue suppliche, ma per render giustizia. Ah! perchè mai, li interruppi, volete voi affrettare l’esecuzione di una sentenza, che giusta o no, sarà senza dubbio severa! Io ho più d’una volta interceduto per voi, quando vi eravate renduti colpevoli di qualche leggiera colpa; questa ne è la ricompensa? Non perdiamo il tempo, gridarono essi. Fermate, disse il superiore, lasciatelo parlare. Volete voi profittare dell’ultimo momento d’indulgenza che io possa accordarvi, e rinunziare per sempre all’orribile risoluzione di fare annullare i vostri voti?

Coteste parole risvegliarono tutta la mia energia; mi alzai, e dissi con voce chiara e distinta. Giammai; io sono davanti al tribunale di Dio, Infelice! esclamò il superiore, voi avete rinegato Dio: — Ebbene! non mi resta dunque a sperare, che Iddio non rinegherà me; perciò io ho appellato ad un tribunale, ove voi non avete alcun potere. — Ma noi abbiamo del potere qui, e voi ve ne [p. 284 modifica]accorgerete. E così dicendo fece un segnale ai due laici, i quali mi si avvicinarono, s’impadronirono della mia persona e mi avvinsero le mani; mi tolsero pure le vesti e mi coprirono col sacco. Io non feci alcuna resistenza; ma dovrò confessarvelo, signore? mi sentii un poco contrariato; io era preparato anco a morire, ma mi sembrava di esser minacciato da qualche cosa peggiore della morte medesima. Noi braviamo sovente la morte quando ella ci si offre tutto ad un tratto, ma non possiamo sopportarne la vista allorquando sopraggiunge a lento passo, e ci lascia il tempo di contemplarne a nostro bell’agio tutti gli orrori. M’aspettava tutto, eccetto quello che mi arrivò. Legato come un malfattore, e rivestito di un vile sacco, mi fecero passare per lunghi corridoi, senza che io gettassi un grido; scesero le scale, traversarono un cortile, ed arrivarono ad un andito stretto che io non aveva mai osservato; vi entrammo, ed una piccola porta al fondo offriva una spaventosa prospettiva. A tal [p. 285 modifica]vista gridai; voi non vorrete senza dubbio rinchiudermi qui dentro, e farmi entrare in questa orribile prigione per perirvi vittima de’ malsani vapori, ed esser divorato dai rettili! No, voi nol farete: pensate che siete responsabili della mia vita. Pronunziando queste parole incominciai a dibattermi e chiamar soccorso. Mi pareva che nel mondo intiero non esistessero altre persone, che quelle le quali mi attorniavano, e che, alla fosca luce della sola face che rischiarava quel passaggio, rassembravano tanti spettri, i quali conducessero un’anima condannata nel soggiorno della notte eterna. Mi fecero precipitosamente discendere i gradini, che conducevano alla porta la quale poterono a stento aprire. Io andava immaginando che quella caverna non fosse stata mai aperta, che io fossi la prima vittima che vi venisse rinchiusa, e che loro intenzione fosse che io vi passassi i rimanenti giorni della mia vita. A misura che questi pensieri mi si affacciavano, mandava delle forti grida, le quali però ben [p. 286 modifica]presto rimasero soffocate dal rumore che la porta schiudendosi fece nelle pietre del pavimento sulle quali strisciava. Si affrettarono a farmi entrare ed il superiore coi quattro religiosi rimasero al di fuori fremendo loro malgrado dello spettacolo, che si presentava a’ loro sguardi. Ebbi il tempo di guardare i mobili di quella mia dimora, che considerava dovesse esser l’ultima per me su questa terra; essa era scavata sulla pietra viva. Sopra un masso era un Crocefisso ed un teschio umano, e da un’altra parte un poco di pane ed un vaso d’acqua; per terra si vedeva una stuoia per riposare ed una altra avvoltolata per appoggiarvi il capo. Mi collocarono in quella e si prepararono a partire. Io non feci più resistenza, solamente pregai i due laici a volermi lasciare una lucerna, e feci loro con tanto ardore questa preghiera, come se avessi dimandata la mia liberazione. Di grazia, dissi loro, lasciatemi una lucerna, se non altro per difendermi dai rettili, che qui devono essere in gran numero. [p. 287 modifica]

Vedeva già che la mia supposizione non era gratuita, perciocchè molti insetti di straordinaria grossezza, turbati dall’insolito apparire della luce, discendevano arrampicando per le muraglie. Mentre io parlava i due laici univano i loro sforzi per chiuder la porta, e non mi rispondevano; reiterai le mie preci che mi lasciassero il lume, almeno per vedere il teschio e per trovare il cammino verso il Crocefisso quando avrei voluto pregare. Dessi non mi ascoltarono e chiusero la porta; gli intesi quindi allontanarsi.

Voi forse non presterete fede ai miei detti, signore, se vi dirò che dormii un sonno profondo; ma amerei piuttosto non dormir più in vita mia, che destarmi, come feci, in seno ad una tenebra profonda. Io non doveva più dunque rivedere la luce! Nulla mi era d’aiuto a calcolare il corso del tempo, se non il regolare ritorno di un laico, che ogni giorno mi portava la mia porzione d’acqua e di pane. Quando pure egli fosse stata la persona la più amata al [p. 288 modifica]mondo, il rumore de’ suoi passi non mi avrebbe cagionato una più deliziosa sensazione. Bisogna essere stato nella posizione in cui mi trovava io allora per farsi una idea de’ mezzi che si pongono in opera per ingannare la lunghezza del tempo. Siccome l’occhio si accostumava alla oscurità, lo spirito può senza dubbio abituarvisi ancora. Senza di ciò come avrei potuto riflettere, conservare il coraggio, ed anco qualche raggio di speranza in quell’orribile soggiorno! Per tal modo quando tutto il mondo sembra riunirsi e conghiurare contro di noi, noi prendiamo la nostra propria difesa con tutta l’ostinatezza della disperazione, mentre che quando non ci vediamo d’intorno, se non degli adoratori, siamo incessantemente esposti al disgusto ed ai rimproveri della nostra coscienza.

Il prigioniero che passa il suo tempo fantasticando e sognando la sua libertà, è meno esposto alla noia, di quello che lo sia un uomo opulento, quantunque circondato da una schiera di seducenti amici, ed in mezzo [p. 289 modifica]alle ricchezze ed ai piaceri. Io pensava, che tutte le mie carte erano arrivate al loro destino; che la mia causa si proseguirebbe con vigore; che lo zelo di mio fratello mi aveva procurato il più valente avvocato di Madrid; che il rango stesso della mia famiglia era per me una possente protezione, quantunque, secondo tutte le apparenze, il mio ardente e generoso fratello fosse il solo individuo che di quella si conservasse a me favorevole; che se mi era stato permesso di ricevere e di leggere la prima memoria inviatami dall’avvocato, era assurdo il pensare che non mi sarebbe stato permesso di parlargli quando la causa fosse inoltrata. Questo era tutto ciò che la speranza mi suggeriva, ed era una cosa molto probabile. Vi dovrò dire che la mia disperazione vi si oppose? Io fremo ancora al ripensarvi. L’idea la più terribile fra quante si affacciarono allora alla mia fantasia era, che malgrado tutto ciò, io poteva terminare i miei giorni prima che al tribunale fosse stato possibile di liberarmi. [p. 290 modifica]

Tali furono le mie riflessioni, signore. A voi forse piacerà di sentire in che io quivi mi occupassi. La mia situazione non mi permetteva di starmene in ozio, e quantunque fra le mie occupazioni ve ne fossero delle disgustevoli, ciò non ostante non lasciavano di riempiere i miei momenti. Prima di tutto io doveva fare le mie preghiere: la religione era l’unica mia risorsa in mezzo alle tenebre ed alla solitudine. In que’ brevi intervalli, ne’ quali il laico veniva a portarmi la mia dose giornaliera di pane ed acqua, aiutato dal debole splendore della sua lanterna, io accomodava il Crocifisso in modo da poterlo toccare svegliando. Desso era la sola mia consolazione; ed ogni volta che la mia mano lo toccava, io diceva meco stesso: il mio Dio è con me; quel Dio medesimo che tanto per la salvezza dell’uomo ha sofferto! Qual miseria od umiliazione potrei io sopportare, che possa paragonarsi agli strazii, alle umiliazioni, le quali egli patì pe’ peccati degli uomini e dei miei? E dicendo così io [p. 291 modifica]baciava la sacra immagine, che la mia bocca provava pena a trovare nell’oscurità.

Aveva ancora delle altre occupazioni, meno sublimi bensì, ma non meno per me necessarie. I rettili, che si aggiravano per quella caverna, in cui io era stato rinchiuso, mi costringevano ad un combattimento perpetuo, noioso e ridicolo. La mia stuoia era situata in mezzo del campo di battaglia; se io la muoveva di luogo, essi mi seguivano; se la avvicinava alla muraglia, mi risvegliava sovente con orrore sentendo le loro gonfie e frigide membra percorrere tutto il mio corpo. Io li percuoteva, cercava di spaventarli alzando la voce, ovvero di armarmi contro di essi della stuoia medesima, che mi serviva di guanciale; la mia maggior cura però era quella di impedire che si avvicinassero al mio pane ed alla brocca dell’acqua. Immaginai mille precauzioni triviali, quanto inutili, le quali se non altro servivano per tenermi occupato.

Mi rimane di parlarvi di un [p. 292 modifica]tempo, cui non posso nominare una occupazione. Aveva meco stesso considerato che un’ora si forma da sessanta minuti; ed ogni minuto da sessanta secondi, onde mi venne l’idea, che avrei potuto marcare il tempo con la medesima esattezza di un orologio, e calcolare in tal guisa la durata della mia detenzione. Incominciava dunque a contare fino a sessanta; alcuna volta mi si affacciava qualche dubbio sul timore di contare con maggior celerità di un orologio, e quasi mi spiaceva di non essere insensibile quanto esso, per non avere alcun motivo da affrettare il corso del tempo, e perciò proseguiva a contare, ma con maggiore lentezza. Sovente il sonno mi sorprendeva in quell’esercizio, il quale io forse a tale oggetto aveva adottato; ma appena risvegliato incominciava di nuovo a contare con impegno maggiore. Per tal modo sdraiato sulla stuoia io computava e misurava il tempo, intanto che era affatto privo della vista consolante dello spuntare e tramontare del sole, di tutta la freschezza della [p. 293 modifica]mattina e della sera, e di tutto lo splendore del giorno. Quando avveniva, che il sonno interrompeva il mio calcolo, io mi consolava a riflettere, che sessanta minuti non potevano mancare di formare un’ora intiera.

Il quarto giorno della mia detenzione, a giudicarne dalle visite del laico, questi secondo il consueto posò vicino a me il pane e l’acqua, ma prima di ritirarsi esitò alquanto, e quindi mi disse chiaramente, che il superiore erasi lasciato muovere dalle mie sofferenze e mi permetteva di abbandonare l’oscura caverna in cui io era stato rinchiuso. Sentite appena queste parole mi slanciai al di fuori con un grido, che fece trasalire il religioso, ed arrivai all’andito prima che egli fosse ritornato dalla sua sorpresa. Le mura di quel solitario recinto che io prima considerava come quelle di una prigione, mi sembravano allora il soggiorno della libertà; nè credo che in quell’istante avrei provata una consolazione maggiore, se detto mi avessero, che le [p. 294 modifica]porte ne erano schiuse a mia disposizione. M’inginocchiai per ringraziare Dio dello avermi renduto l’aria, la luce ed il potere di respirare; ma intanto che gli apriva così tutto cuore, mi sentii venir meno e mancarmi la vista: io aveva con troppo ardore contemplata la luce, onde caddi senza conoscimento, e passò qualche tempo prima che potessi ritornare in me.

Al riacquistare de’ sentimenti mi ritrovai nella mia cella, che mi sembrò nel medesimo stato di quando io l’aveva lasciata; solamente era rischiarata dalla luce, e sono convinto che questa unica circostanza contribuì più alla mia guarigione, che tutti gli alimenti ed i cordiali che in copia mi furono somministrati. Per tutto il corso di quella giornata non vidi nè parlai con alcuno, e solo verso sera entrò qualche religioso nella mia cella. Dessi mi parlarono di cose indifferenti, ed affettarono di attribuire la mia assenza ad una indisposizione, nè io mi curai di toglierli d’inganno, se pur v’erano. Mi [p. 295 modifica]raccontarono quindi quasi accademicamente, che i miei genitori oppressi da dolore per lo scandalo che io aveva cagionato col cercare di essere sciolto da’ miei voti, avevano abbandonata Madrid. A tal nuova provai una emozione molto maggiore di quella che detti loro a dimostrare. L’interrogai quanto tempo io fossi stato malato, ed essi mi risposero quattro giorni; la qual risposta mi fece sospettare, che la cagione della mia sollecita liberazione poteva essere stata questa, cioè che l’avvocato nella sua memoria erasi espresso, che tra cinque giorni avrebbe avuto bisogno di parlare con me.

La mia società si ritirò, ma ben presto ricevetti un’altra visita. Dopo il vespro, al quale io era stato dispensato di assistere per quel giorno, il superiore entrò nella mia cella. Quando lo vidi avvicinarsi al mio letto, io voleva alzarmi e star seduto su quello; ma egli mi pregò di rimaner fermo, e mi si assise accanto guardandomi con un occhio placido, ma penetrante. Voi avete finalmente [p. 296 modifica]scoperto, mi disse, che io posseggo il potere di punire? — Non ne ho mai dubitato, gli risposi. — Prima che voi vogliate far giungere cotesto potere ad una estremità, che sarà al di sopra delle vostre forze, vengo a pregarvi di abbandonare la disperata reclamazione contro de’ vostri voti; reclamazione, che non può avere altro risultato, se non di disonorare Iddio ed illudervi nella vostra folle aspettazione. — Padre, senza entrare in particolarità, ormai divenute inutili pe’ passi reciprocamente fatti, non posso che rispondervi francamente, che proseguirò la mia causa con tutte quelle forze, le quali la provvidenza ha poste a mia disposizione, e che il castigo che ho sofferto, non ha fatto che vieppiù confermarmi nella mia risoluzione. — Tale dunque è il vostro proponimento? — Sì, e vi supplico di risparmiarmi codeste importunità per l’avvenire: elleno sarebbero inutili. — E voi insisterete sul diritto che possedete, di tenere dimani un colloquio col vostro avvocato? — Lo esigerò. — Non sarà [p. 297 modifica]però necessario che a lui facciate menzione della recente sofferta punizione. Ciò non farà d’uopo, ma forse potrebbe essermi vantaggioso. — Come? osereste violare i segreti della nostra casa, mentre siete ancora dentro le sue mura? — Perdonatemi, padre mio, se vi faccio osservare, che voi dovete avere oltrepassati i limiti del vostro potere, giacchè tanta importanza ponete a tener celato ciò che avete operato. Se ne parlerò dunque non sarà uno svelare i segreti della interna regolar disciplina, ma la sua violazione. Se voi avete abusato del vostro potere, voi solo potete esser giudicato in colpa, quantunque io solo abbia sofferto. Udendomi egli parlare in tal guisa si alzò e mi abbandonò senza rispondermi.

L’indomani assistei al mattutino; alla fine dell’uffizio, quando i religiosi stavano per uscire dal coro il superiore picchiando con forza la mano sul suo stallo, ordinò che nessuno si movesse, e con una voce, che chiaramente indicava l’interna emozione, così si fece a dire: È necessario, [p. 298 modifica]che tutta la comunità indirizzi fervorose preci all’Altissimo per un religioso, che abbandonato dallo spirito di Dio, è in procinto di commettere un’azione disonorevole per lui medesimo, vituperevole per la chiesa, ed inevitabilmente fatale alla di lui salute.

A queste parole terribili i religiosi s’inginocchiarono tutti fremendo, ed incominciarono ad orare. Io voleva imitare il loro esempio, quando il superiore chiamandomi per nome disse ad alta voce. Alzati, miserabile, sorti, e non volere col tuo alito profano guastare i profumi de’ nostri incensi. Mi alzai allora tremante e confuso, ed andai a ritirarmi in silenzio nella mia cella, ove restai fino a tanto che un religioso venne ad avvertirmi, che l’avvocato mi attendeva al parlatorio.

Cotesto primo colloquio con esso fu renduto vano dalla presenza di un religioso, cui era stato ordinato di trattenersi con noi, e che l’avvocato non aveva il diritto di rimandare. Quando noi entravamo in alcuni [p. 299 modifica]dettagli, esso c’interrompeva dicendo: il suo dovere non permettergli di lasciare in tal guisa violare le regole del parlatorio. Quando io sosteneva un fatto, esso lo contraddiceva e davami incessantemente delle mentite, ed in fine turbava a segno la nostra conferenza, che mi vidi costretto a dovere per mia giustificazione personale citare il castigo che mi era stato di recente fatto subire. Questo non poteva esser negato, e d’altronde il pallore del mio volto ne era una testimonianza incontrastabile. Dal primo momento in cui entrai in codesto racconto, esso si tacque, per meglio ascoltare, come credo, e l’avvocato raddoppiò la sua attenzione. Egli prendeva degli appunti di tutto ciò che io diceva, e mi sembrò che desse all’ultimo fatto da me raccontatogli maggiore importanza di quello che io avessi potuto credere, ed anco desiderare.

Terminata la conferenza me ne ritornai alla mia cella: le visite dell’avvocato si ripeterono per più giorni, fino a tanto cioè che egli ebbe [p. 300 modifica]prese le informazioni necessarie per proseguire la mia causa. Durante questo intervallo non ho da lamentarmi della condotta che fu tenuta verso di me da’ miei confratelli; ma non prima ebbero fine le mie conferenze coll’avvocato, incominciarono di nuovo i rigori; io era considerato dalla maggior parte della comunità come un uomo, verso del quale non conveniva osservare riguardi. Fino dal primo giorno al suono della campana pel desinare andati a prendere il mio posto ordinario in refettorio; ma il superiore scorgendomi disse: fermatevi si vada a prendere una stuoia per lui e si collochi in mezzo del refettorio.

L’ordine fu eseguito, ed in seguito mi fu detto di assidermi sulla stuoia, e per cibo non mi presentarono che pane ed acqua. Poco io potei mangiare, e tutto ciò che da me si toccava veniva bagnato dalle mie lagrime. Io previdi che mi rimaneva anche molto a soffrire, onde non feci nessun lamento; e quando arrivò il tempo della preghiera in [p. 301 modifica]rendimento di grazie, mi fu detto di portarmi fuori della porta del refettorio, ed ivi fermarmi, per timore che la mia presenza non rendesse accettevole la benedizione che si doveva implorare sul cibo preso.