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Le Mille ed una Notti/Storia di Giamaspe e della regina de' Serpenti

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Storia di Giamaspe e della regina de' Serpenti

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Storia di Giamaspe e della regina de' Serpenti
Teveddud, ossia la Dotta Schiava Continuazione della Storia di Giamaspe e della regina de' Serpenti
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NOTTE DCXLI-DCLXXXVII

STORIA

DI GIAMASPE E DELLA REGINA DE’ SERPENTI.

— Negli antichi tempi, eravi una volta in Grecia un savio celebre pel numero de’ suoi discepoli. Chiamavasi Daniele, e tutti gli altri savi greci erano usciti dalla sua scuola. Oltre a’ suoi discepoli, sperava che gli nascerebbe anche un figlio, avendo incinta la moglie; ma prima ch’ella mettesse alla luce il bambino che portava in grembo, Daniele fu d’improvviso assalito da un male violento, e sentì avvicinarsi l’ultimo istante. Gettò allora tutti i suoi libri in mare, non conservandone che cinque soli fogli, cui riempi d’una scrittura minutissima, e che contenevano la quintessenza di cinquecento volumi. Rinchiuse quindi i cinque fogli in una cassetta di legno di cedro, di cui consegnò la chiave alla moglie. — Sento,» le disse, «che non è lontano il momento di lasciare questo mondo. Dopo la mia morte, darai alla luce un figlio; chiamalo Giamaspe Kerim-Eddiu, cioè Giamaspe lo Splendore della Fede. Allorchè ti chiederà qual retaggio abbiagli lasciato suo padre, gli presenterai questi cinque fogli, ne’ quali raccoglierà [p. 354 modifica] tanta sapienza, che brillerà primo tra’ savi del suo secolo.—

«Pronunziate tali parole, mandò un alto grido ed esalò l’anima. La moglie, i parenti, i discepoli, tutti lo piansero, e resigli gli ultimi uffizi, presero la gramaglia onde dimostrare il proprio dolore per la di lui perdita. Alcun tempo dopo sua moglie diede alla luce un figliuolo, cui chiamò Giamaspe lo Splendore della Fede, come aveva prescritto il defunto.

«Fece nello stesso tempo chiamare gli astrologhi per trarne l’oroscopo del bambino; osservati gli astri, gli astrologi annunziarono che il fanciullo vivrebbe a lungo, ma che la sua gioventù nondimeno era minacciata da gravi pericoli, cui non poteva evitare se non mediante lo studio della sapienza. Sua madre non ebbe dunque maggior sollecitudine quanto di farlo istruire. Perciò sin dall’età di cinque anni lo mandò alla scuola, ma il ragazzo non imparò niente affatto. Ritiratolo allora dalla scuola per fargli abbracciare una professione, neppure così nulla potè imparare. La madre era alla disperazione, e le vicine la consigliarono di dar moglie al giovane, dicendo che il matrimonio gl’infonderebbe forse intelligenza e capacità. Lo ammogliò adunque; ma egualmente infruttuoso tornò quel mezzo: Giamaspe rimase apatico al par di prima, benchè non trascurasse la sposa.

«Un giorno, alcune vicine che vendevano legna, dissero alla donna: — Comprate a vostro figlio un asino ed un basto, e mandatelo coi nostri mariti a tagliar legna. Ne divideremo seco lui il profitto, ed in tal modo potrà almeno guadagnarsi il pane.» La madre accettò con gioia la proposta, comprò al figliuolo un asino ed un basto, e mandollo coi vicini. Andando con essi sulla montagna, tagliava legna, la vendeva e sopperiva ai bisogni della famiglia. Accadde un giorno che un violento temporale costringesse tutti i [p. 355 modifica] lavoranti a ricovrarsi in una caverna vicina, dove, acceso un gran fuoco, vi sedettero intorno; Giamaspe sedè solo in un canto della grotta. Divertendosi a battere in terra per passar il tempo, notò che sotto a’ suoi colpi rimbombava il suolo; tal rumore gli suggerì l’idea di scavare in quel sito, ed a poca profondità scoprì una grossa pietra rotonda con un anello di ferro. A tal vista, Giamaspe provò estrema gioia, a cui parteciparono i compagni, allorchè ebbe loro palesata la sua scoperta. Pervenuti ad alzare la botola, trovarono una fossa piena, non d’oro, o d’argento come si aspettavano, ma di miele. Nondimeno era sempre un buon trovato, essendo la cavità profondissima, ed il miele allora si vendeva assai caro. I legnaiuoli decisero tra loro di far parecchi viaggi alla città per vendervi il miele, e durante quel tempo, Giamaspe dovea vegliare alla buca. Aveano già trasportato parecchi carichi, ed il miele traeva al suo fine, allorchè uno de’ legnaiuoli disse a’ compagni: — Giamaspe non mancherà di chiedere la sua parte di guadagno, come quegli che pel primo fece la scoperta; il miglior mezzo di sbarazzarci di lui, sarebbe di chiuderlo nella buca del miele.» Al loro ritorno nella caverna, pregarono Giamaspe di scendere nella fossa per raccogliere il resto del miele; ma quando gridò di volere risalire, niuno rispose. Si mise allora a piangere dirottamente, ed a raccomandarsi a Dio, sclamando: — Non v’ha forza e potere, se non in Dio onnipossente! —

«Intanto i legnaiuoli, recatisi dalla madre di Giamaspe, le dissero piangendo: — Dio vi dia lunga vita, invece del figliuol vostro Giamaspe! — Ah!» sclamò la madre; «che nuova me ne date? — L’asino del figliuol vostro,» risposero, «si è smarrito; il giovane andò a cercarlo, ma gettatosegli addosso un lupo, lo divorò, e l’asino con lui.» A tale racconto, [p. 356 modifica] la madre strappossi i capelli, graffiassi il volto e si coprì di cenere il capo. I legnaiuoli l’abbandonarono al suo dolore, comprarono case, si misero a negoziare, e vissero in grande abbondanza col prodotto della vendita del miele.

«Intanto Giamaspe stava immerso nella disperazione, allorchè d’improvviso si sentì sotto la mano uno scorpione. L’uccise egli, e cercò come quell’animale potesse esser venuto nella buca, piena in prima di miele. Alzatosi sulla punta de’ piedi per tentar di scoprire il sito d’onde lo scorpione era caduto, si avvide d’una piccola apertura, dalla quale penetrava un raggio di luce. Allargò colla marra quell’apertura, e trovossi in una lunga gallerìa, dalla cui estremità partiva quella luce. Giamaspe inoltrossi, e giunse ad una gran porta d’acciaio con serratura d’argento e chiave d’oro; la luce penetrava da quella porta. L’aprì egli, e procedè sempre sinchè si trovò sulla spiaggia del mare. Ivi scorse una collina di pietre preziose, e sulla collina un trono d’oro tutto rifulgente di diamanti. Intorno, vedeansi seggi d’oro, di bronzo, di cristallo, di gemme , d’argento, d’acciaio, d’ebano e di legno di sandalo1. Contò Giamaspe que’ seggi, e ne trovò dodicimila. Salì a sedere sul trono, e di là considerava con istupore le maraviglie del mare e del monte. Alfine il sonno chiusegli le palpebre, e dormì lungo tempo profondamente, sinchè fu risvegliato da uno zufolio che diveniva sempre più strepitoso. Schiuse gli occhi, e con alta [p. 357 modifica] maraviglia, vide i dodicimila seggi occupati da altrettanti serpenti, ciascuno luogo cento passi. Gli occhi loro, brillanti come carboni accesi, stavano fissi su di lui, ed allora un serpente, grosso come un elefante, gli si avvicinò, portando sul dorso un bacino d’oro, ed in mezzo a quel bacino un serpente brillante come il sole, e che aveva il viso di donna avvenente e piena di grazie. Quel serpente parlava benissimo greco e salutò Giamaspe. Avanzatosi in quella un altro serpente, prese il bacino dal dorso del mostro che lo portava, e lo depose su uno di que’ seggi; allora il serpente dal volto femmineo diresse agli altri un discorso nel loro idioma, e permise che sedessero. Voltosi poscia a Giamaspe, gli disse: — Non temer nulla da questi serpenti, poichè io ne sono la regina.» Quelle parole rassicurarono Giamaspe, che ripigliò tutto il suo coraggio allorchè i serpenti, per ordine della regina, gli presentarono uva, melagrani, pistacchi, noci e fichi. — Sii il ben venuto, o giovane,», gli disse la regina; «come ti chiami? — Giamaspe lo Splendore della Fede,» quegli.rispose. — Mangia senza timore, Giamaspe,» ripigliò ella. Il giovane obbedì, e quand’ebbe finito, gli animali levarono la mensa. La regina lo pregò poi di narrargli la sua storia, il che ei fece in modo circostanziatissimo, ed avendolo ella ascoltato con attenzione, allorchè ebbe terminato il racconto, gli disse; — Rimanete ancora qualche tempo presso di me, affinchè vi racconti anch’io la mia storia, ch’è maravigliosissima. — Ho sempre amate le novelle,» rispose Giamaspe; «vostra maestà non ha che a cominciare.» E la regina principiò di tal guisa:

«— C’era una volta in Egitto un re potentissimo e pio, che aveva un figlio chiamato Belukia. All’ora della sua morte, egli adunò i grandi dell’impero, e dopo aver tenuto un bel discorso sulle vanità del [p. 358 modifica] mondo, raccomandò loro il proprio figlio. Poscia messo un lungo gemito, spirò. Il corpo suo fu esposto sul letto di gala, gli si fecero magnifici funerali, e si prestò giuramento a Behikia, che gli successe. Prima cura del nuovo re fu di enumerare i tesori del padre, e percorrendo le varie stanze dell’edifizio del tesoro, giunse finalmente in un gabinetto, dove vide una cassetta d’ebano posta sur una colonnetta di marmo. L’aprì e vi trovò entro un’altra cassettina d’oro, che racchiudeva un libro scritto in lode di Maometto, sino all’arrivo del quale debbono passar ancora molti secoli.

«Lesse Belukia quel libro con grande attenzione, e a un tratto concepì un affetto inesprimibile per Maometto, profeta di Dio. Adunò i magi ed i savi del popolo, e fece loro conoscere il contenuto del prezioso manoscritto. — Fonti della sapienza, profondità dell’intelligenza!» disse loro; «andate a levare dalla tomba la salma di mio padre, bruciatela, e spargetene al vento le ceneri! — E perchè, gran principe?» chiesero quelli. — Perchè mi tenne celato questo libro prezioso, ch’è un tesoro inestimabile, e racchiude tutta la sapienza d’Abramo e di Mosè.» I savi ed i magi lodarono lo zelo ardente del re per la cognizione della sapienza; ma lo supplicarono a non turbare le ceneri del genitore. Belukia si recò poi dalla madre, e: — Ho scoperto,» le disse, e un libro composto in lode di Maometto, profeta di Dio. Dopo che lessi tal libro, sento in me sì violento amore per Maometto, che bisogna assolutamente ch’io lo vegga, se non voglio soccombere alla febbre ardente che mi divora.» Credette la povera donna che il figliuolo avesse smarrito il giudizio, e si mise a piangere. — Che debbo fare?» sclamava; «che sarà di me se tu mi abbandoni? — Non so nulla,» rispose Behikia, «ma sento che non posso più a lungo trattenermi qui, e che debbo cercar Maometto. — [p. 359 modifica]

«Fuggì nel deserto all’insaputa di tutti, e dopo aver camminato un pezzo, giunse sulla spiaggia del mare, dove vedendo una nave in procinto di sciogliere le vele, s’imbarcò, e riescì infine ad approdare in un’isola sconosciuta. Ivi il sonno s’impossessò di lui, ed al suo svegliarsi trovò l’isola piena di serpenti grossi e piccoli, occupati a cantare le lodi di Dio e di Maometto suo profeta. Appena quei serpenti ebbero veduto Belukia, gli chiesero: — Chi sei tu? che cosa vieni a cercare in questo luogo?» Ed egli manifestò loro che il desiderio di veder Maometto facevagli così correre il mondo. — E voi, signori,» prosegui egli, e chi siete, se non è indiscrezione farvi simile domanda? — Siamo abitatori dell’inferno, ed il Dio misericordioso n’ha creati espressamente a tormento degl’infedeli. — Qual maraviglia! » disse Belukia; «ma pure, cosa fate qui? — Devi sapere,» risposero, «che l’inferno, quel mostruoso animale, non respira se non due volte l’anno, d’inverno e nella state; di là vengono i grandi freddi ed i caldi eccessivi. Noi approfittiamo dell’occasione per venir a respirare il fresco, come vedi. — Come,» riprese Belukia, «conoscete voi Maometto, di cui cantate le lodi? — Perchè il suo nome è scritto sulle porte dell’inferno, e tutte le cose esistenti furono create per lui; nè Dio avrebbe creato il cielo e l’inferno, la terra ed i mari, se non l’avesse fatto per Maometto. Tutto creò egli per questa pupilla degli occhi suoi, ed il nome di Maometto trovasi dovunque unito a quello di Dio. Ecco perchè ne cantiamo le lodi.» Tali parole non fecero che vie più accrescere in Belukia il desio di conoscere ii Profeta; laonde, preso commiato dai serpenti, raggiunse il vascello all’ancora, e partì.

«In un’altra isola dove Belukia discese, trovò pure un numero prodigioso di grandi e piccoli [p. 360 modifica] serpenti, tra’ quali ne vide uno femmina d’aspetto maraviglioso, perchè brillava come cristallo, e stava in un bacino d’oro portato da un altro serpente grosso come un elefante. Indovinerete senza difficoltà, Giamaspe, che quella regina de’ serpenti, come la chiamavano, era io in persona. — Me lo immaginava,» rispose Giamaspe, «ma raccontatemi i vostri discorsi con quel famoso viaggiatore. — Prima di tutto lo salutai, poi gli chiesi d’onde venisse, cosa cercasse e come si chiamasse; in fine, tutte quelle domande che soglionsi fare ai viaggiatori. Mi disse il suo nome, e mi raccontò partitamente le sue avventure e l’amor suo pel Profeta; indi Belukia fece anch’egli, da parte sua, molte interrogazioni alla regina. Voi sarete buono abbastanza, Giamaspe,» disse la regina, interrompendosi, «d’ascoltarmi con indulgenza se ora parlo di me. Del resto, ho inteso in vita mia narrare storie a sufficenza per saper, che il narratore deve parlare di sè in terza persona.


«La regina de’ serpenti,» continuò essa, «disse a Belukia d’aver radunati i sudditi per cantare le laudi di Maometto, il cui nome suona dovunque. Belukia, ringraziata la regina per ciò che gli aveva manifestato, tornò ad imbarcarsi sul momento, e fece vela per Gerusalemme. Colà vivea allora un gran sapiente, di nome Offan, dotato di cognizioni profondo in tutte le scienze, ma che possedeva particolarmente i misteri della geometria, dell’astronomia, della magia bianca. Proseguendo il corso delle sue letture assidue, avea trovato in un libro che l’anello di Salomone conferiva, a chi lo possedeva, il potere sui geni, gli uccelli ed i quadrupedi2. Ed aveva pur trovato nei [p. 361 modifica] suoi libri che Salomone era sepolto col suo anello in dito nell’isola de’ Sette mari, inaccessibile ai geni ed agli uomini. V’era una sola pianta al mondo, la quale potesse infondere, in chi fosse sì fortunato di ritrovarla, i mezzi di approdare a quell’isola; bastava fregarsi i piedi col succo di detta pianta per camminare senza pericolo sui flutti di tutti i mari: del resto, nessuno conosceva tale pianta; la regina sola dei serpenti poteva indicarla a coloro che desiderassero di possederla, Belukia fece le sue divozioni a Gerusalemme, ed un giorno che dedicavasi a quelle sante occupazioni, gli si avvicinò il sapiente Offan, e gli fece le domande che soglionsi rivolgere ai viaggiatori. Belukia gli narrò la sua storia, la quale destò nel savio grandissima maraviglia. — Conducimi alla regina de’ serpenti,» gli disse, «e ti giuro di farti vedere Maometto, profeta di Dio, poichè il tempo in cui deve comparire non è lontano; ma per riuscire nella nostra impresa, dobbiamo cominciare dal chiudere in una gabbia quella regina; la condurremo poi sui monti e per le selve affichè ci faccia [p. 362 modifica] conocere la pianta della quale abbisogniamo. Ho letto esser una pianta colla quale basta fregarsi la caviglia de’ piedi per poter camminare sulla superficie de’ mari; ed appena ella ne abbia procurata simil pianta, la porremo in libertà. Indi, spremuto il succo della pianta, ce ne ungeremo le caviglie e potremo ambedue camminare senza pericolo sui sette mari, sinchè ci siamo resi padroni dell’anello di Salomone. Col mezzo di esso penetreremo in quelle regioni tenebrose dove beremo alla fonte della vita3 e dove ti farò vedere Maometto. — Va bene,» disse Belukia, «non ho nulla da negarvi. —

«Il sapiente Offan procurassi una gabbia di ferro e due ampolle, una delle quali piena di vino, l’altra di latte. Imbarcatisi, fecero vela verso l’isola dove Belukia aveva lasciata la regina dei serpenti, e discesi a terra, Offan preparò la gabbia, entro la quale pose le due ampolle, poi si appostarono a certa distanza. La regina de’ serpenti, che non sospettava di nulla, venne vicino alla gabbia, ed essendo ghiottissima di latte, appena n’ebbe veduto, entrò, e bevve l’ampolla d’un sorso. Votò poi l’ampolla del vino, prendendolo pure per latte; ma quel liquore la piombò in un sonno profondo, ed allorchè la regina si destò, fu tutta sorpresa vedendosi portata [p. 363 modifica] sulla testa d’un uomo, al cui fianco camminava Belukia. — È uso de’ figli degli uomini,» sclamò essa, e di maltrattare così chi non ha fatto loro verun male?» Belukia la rassicurò, dicendo che non le sarebbe fatto alcun male, e le sarebbe resa la libertà appena avesse lor insegnata la pianta che cercavano. La portarono quindi sur una montagna, dove cresceva gran quantità di piante d’ogni specie. Ma il maraviglioso fu, che all’avvicinarsi della regina, tutte quelle piante si misero a parlare a destra ed a manca, e ciascuna vantava le sue virtù. Finalmente, ne udirono una che diceva: — Io sono la pianta mirifica che conferisce la facoltà di camminar sul mare, quando col mio succo si soffreghino i piedi.» Offan pose in terra la gabbia, e colse di quella pianta quanto ne volle, ne spremette il succo, di cui riempì un fiasco, e ricondotta la regina de’ serpenti nella sua isola, le aprì la gabbia, ringraziandola della sua compiacenza. — E perchè coglieste di quella pianta?» chies’ella. Offan le manifestò che voleva cercare l’anello di Salomone, — Insensati!» sclamò ella; «non sapete che la possanza di Salomone consisteva in quell’anello, e che Iddio disse espressamente che niuno avrebbe mai la potenza del gran re? Avreste fatto meglio a rinunziare al temerario disegno, e cercare la pianta che a chi ne mangia procura salute eterna ed eterna giovinezza; cosa che sarebbe stata molto più vantaggiosa che non il fregarvi i piedi con quel succo per andar a passeggiare sui mari.» Tale discorso produsse profonda impressione nell’animo di Offan e di Belukia, i quali si dolsero di non aver conosciuta, nè cercata quell’altra pianta. Infine, preso congedo dalla regina, tornarono alla corte. — Ecco,» disse, terminando, la regina de’ serpenti, «la mia ultima avventura; la credo abbastanza sorprendente per avervi potuto interessare. — [p. 364 modifica]

«Giamaspe lo Splendore della Fede ringraziò la regina della sua bontà, e le chiese per unica grazia di dargli una guida per ricondursi a casa. — Volentieri,» disse la regina, «ma la vostra partenza non può aver luogo se non a primavera. Quest’inverno potete restare con me. Noi siamo Sulla montagna di Kaf4; [p. 365 modifica] voglio farvene conoscere la situazione, i contorni, le piante animate, gli spiriti ed i geni de’ quali Iddio solo conosce il numero. —

«Cagionarono quelle parole qualche cordoglio a Giamaspe, poichè ardeva della voglia di rivedere la moglie e la madre. Se la cosa è cosi,» disse, «pregherò vostra maestà a terminare la storia: di Offan e di Belukia, onde soddisfare alla mia curiosità ed abbreviare la lunghezza della sera. — Volontieri,» rispose la regina de’ serpenti, e proseguì il racconto nel modo seguente:

«— Offan e Belukia si unsero la caviglia del piede col succo della pianta, e camminarono sulla superficie dell’onde, osservando con istupore i prodigi e le maraviglie che trovavansi sotto i loro piedi. Così procedendo sull’acque, giunsero in fine al settimo mare, dove videro un’alta catena di montagne, le cui rocce erano formate di pietre preziose, di muschio il più puro, e videro parimente una grotta illuminata da dolce chiarore; entrarono, e scorsero un trono d’oro scintillante di diamanti e d’una moltitudine d’altre pietre. Salomone riposava addormentato sul trono, rivestito d’un manto verde ornato di magnifici ricami di perle e diamanti, e lo splendore di quelle pietre diveniva ancor più abbagliante per l’anello che il gran re portava nel mignolo della mano destra. Offan aveva insegnato al compagno le formole di scongiuro da adoperarsi, e sì posero amendue al cimento; ma appena Offan si fu avvicinato, che di sotto al trono uscì un serpente mostruoso, vomitante fiamme, il quale gli disse con orribile fischio: — Se non t’allontani all’istante, sei perduto.» Continuò Offan i suoi scongiuri, ed il serpente gli ripetè le medesime parole. Belukia fece tre passi indietro, ed uscì dalla grotta; ma l’altro persistette nella temeraria impresa ed allungò la mano all’anello. Al medesimo istante, il serpente [p. 366 modifica] si slancia su di lui, l’afferra e lo riduce in cenere. Gettossi Belukir a terra, ed il serpente inoltravasi anche verso di lui per divorarlo, allorchè Iddio, per sua salute, mandò l’angelo Gabriele5. Rialzollo l’angelo, e dopo avergli domandato il suo nome, d’onde veniva e dove andava, gli disse: - Sappi, o Belukia, che non devi salvezza se non al tuo amore per Maometto. Senza tale amore, avresti provata la sorte del tuo compagno di viaggio; ma il fuoco non ha vigore, nè potere su chi ama Maometto. Or va, poichè il tempo in cui il Profeta deve comparire è ancora lontano assai.» Quando Belukia udì quelle parole, pianse amaramente; rammentò il consiglio datogli dalla regina dei serpenti, e pianse la perdita di Offan. Esaminate tutte le maraviglie dell’isola e della montagna, si sdraiò sull’erba ed addormentossi.

«La mattina seguente, soffregatosi col succo della pianta le caviglie dei piedi, si ripose in cammino sui flutti dei sette mari. Incontrò per via un’isola sì bella, che la prese pel paradiso: la terra era di zafferano, le pietre di rubini; le praterie, smaltate di mille fulgidi fiori, esalavano un delizioso profumo; le selve d’aloè ed il mare pieno di canne da zucchero; i ruscelli confondevano il lor grato mormorio ai melodiosi gorgheggi degli augelli; le gazelle folleggiavano saltellando; le tortorelle gemevano teneramente; raccontavansi gli usignuoli l’un l’altro l’amoroso loro [p. 367 modifica] martoro, e le rose ascoltavanli attentamente6. Tutta la natura pareva animata dalla sorgente vivificante della primavera. Belukia, venendo con Offan, non aveva notato quell’isola, e parendogliene mirabile il soggiorno, passeggiava con indicibile diletto sotto l’ombra dei folti boschetti, ed al calar della notte salì sur un albero per dormirvi. Non avea però chiusi ancora gli occhi, e stava deliziosamente contemplando le maraviglie che avevangli inebriata l’anima di piacere, allorchè vide un orrido animale uscir dall’onde. Mandò il mostro un grido terribile, dal quale l’isola fu scossa sino alle fondamenta, e nel medesimo istante uscirono dalla terra in gran moltitudine altri animali di vari colori, ciascuno de’ quali portava in bocca una pietra scintillante come la luce un faro: erano tigri, lioni e leopardi. Dopo aver tutta la notte confabulato insieme, verso la mattina tornarono in mare, e Belukia, che aveva provata non poca paura, risolse di abbandonare quell’isola nella quale, invece di enti umani, non eranvi che bestie con diamanti, che discorrevano fra loro senza ch’ei potesse prender parte ai loro discorsi.

«Soffregossi col succo della pianta le caviglie dei piedi, e proseguì il viaggio. Camminando notte e giorno sul secondo mare, giunse finalmente alle falde d’una catena di monti, in mezzo a cui trovavasi una stupenda valle: i ciottoli eran calamite, nè vi si trovava alcun animale feroce, come tigri, lioni o iene. [p. 368 modifica] Passeggiò Belukia a lungo in tutte le parti, e verso sera sedè appiè d’un albero sulla spiaggia, per mangiar un pesce seccato al sole. D’improvviso scorse una tigre che inoltravasi alla sua volta; quella vista gli cagionò tanto spavento che, senza attendere lo scioglimento dell’avventura, si unse le caviglie dei piedi col succo della pianta, e si mise a correre sul terzo mare.

«Oscura era la notte e l’oceano agitato; cosa che rendeva il cammino estremamente faticoso per un viaggiatore già oppresso di stanchezza. Pure Belukia giunse alfine, verso la mattina, in un’isola dove riposò. Era dessa piena di alberi fruttiferi; ma il maraviglioso è che i frutti crescevano già confettati sugli alberi. Belukia, che amava moltissimo le cose candite, passò l’intiero giorno a mangiare di quei frutti, e compiacendosi assai di quel sito, vi si trattenne quattordici giorni. Ma alla fine, disgustatosi di tutte quelle dolcezze, si soffregò le caviglie de’ piedi col solito succo, ed intraprese il suo viaggio sul quarto mare.

«Dopo parecchi giorni, scopri un’isola la quale altro non era se non uno scoglio di pietra calcare coperto di sabbia bianca, nè su tutta la sua superficie vedeasi un solo albero, un solo stelo d’erba. Vi scorse però un coccodrillo addormentato, che gli tolse affatto la voglia di fermarvisi.

«Trovò nel sesto mare un’isoletta, le cui montagne di cristallo lasciavano scorgere l’oro brillante che accoglievano in seno. Era l’isola coperta d’alti palmizi, i frutti de’ quali pareano d’oro. Alla sera, allorchè la notte cominciò a calare il suo velo, Belukia s’accorse, con grande sorpresa, che la terra diventava tanto risplendente da rimanerne oscurato il cielo. — Ah!» diss’egli; «questa è senz’altro l’isola chiamata de’ Fiori d’oro, e della quale mi fu sì spesso [p. 369 modifica] raccontato essere una porzione del sole, che staccatasi da quell'astro, cadde nel mare, ed ancora vi produce luce ed oro.» Passata in quel luogo la più magnifica notte, soffregossi le caviglie de’ piedi alla domane mattina, ed entrò nelle regioni del sesto mare.

«Approdò ad un’isola coperta di monti e foreste; ma alcuni di quegli alberi, invece di frutti, portavano teste umane sospese pei capelli; gli altri erano di continuo infiammati, avendo per frutta grandi globi di fuoco: erano gli alberi di Vasfa. Taluni di quei frutti a testa umana sorridevano, gli altri piangevano, e quelli caduti dagli alberi rotolavano per terra. Belukia guardossi dal raccoglierne. — Ecco un bosco singolare,» disse tra sè. E sedette sotto un ’albero sulla spiaggia, per passarvi la notte. Verso mezzanotte uscirono dall’onde le ninfe o figlie del mare, portando ciascuna un diamante che sfavillava come una face. Avvicinatesi all’albero, si misero a ballare, saltare, ed abbandonarsi a mille scherzosi giuochi sino alla mattina, in cui disparvero. Belukia erasi molto dilettato a quelle danze, ma non volendo prolungare il suo soggiorno nell’isola, si unse le caviglie, e progredì al settimo mare.

«Camminava da due mesi, nè aveva ancora scoperto nessun’isola, nessuna montagna, nè scoglio, nè spiaggia veruna: consumate erano le sue provvigioni, d’onde si deve conchiudere che soffrisse la fame; e se non avesse di quando in quando pigliato qualche pesce che nuotava alla superficie dell’acque, sarebbe stato molto da compiangere. Infine, pervenne ad un’ isola, dove finiva il settimo mare, coperta d’una moltitudine d’alberi fruttiferi di tutte le specie. Inoltravasi verso una palma per saziar la fame, allorchè udì d’improvviso una voce che gridava: — Se fai ancora un passo verso quell’albero, sei morto!» Voltosi Belukia per vedere d’onde venisse tal voce, [p. 370 modifica] scorse un gigante alto più di cinquanta piedi, sdraiato sull’erba. — Vorrebbe vostra signoria permettermi di cogliere alcuni di quei frutti?» chies’egli. — No!» rispose il gigante; «poichè sei uomo e figlio di mortali. Il padre della tua schiatta, Adamo, si è mostrato disobbediente agli ordini di Dio, mangiando del frutto proibito; ecco perchè non devi gustar di questo: te lo proibisco in nome del mio padrone, il re Sakhar. — Allora è un’altra cosa,» disse Belukia, e si allontanò per continuare a piedi il suo viaggio verso un paese rimpetto a quell’isola.

«Camminò Belukia dieci giorni e dieci notti attraverso deserti e catene di aride montagne. Il giorno undecimo scorse un gran nembo di polve ed udì un tumulto spaventoso. Inoltrò verso quel turbinio che sollevavasi all’ingresso di profonda valle, e vide una folla d’uomini che baltevansi con accanimento in campale battaglia. Le spade e le lance cozzavano con tremendo fragore ed il sangue scorreva a torrenti. Ma appena i combattenti ebbero veduto Belukia, deposero l’armi, e mandarono un parlamentario a chiedergli d’onde venisse, cosa volesse e qual ne fosse il nome. Belukia rispose che percorreva il mondo per amore di Maometto, il grande tra i profeti. — Così sono gli uomini!» sclamarono i combattenti; «ecco una singolare idea! Voi siete il primo che sia venuto in queste regioni. — Ma, e voi chi siete?» chiese sua volta Belukia. — Noi siamo i Ginn7, [p. 371 modifica] discendenti da Gian. — E come si chiama il vostro paese? perchè vi battete? — Il paese nostro chiamasi la Terra Bianca,» risposero quelli, «e l’abbandoniamo una volta all’anno per venir a combattere i geni infedeli che devastano questa contrada. — È molto lontana di qui la Terra Bianca? — A settantacinquemila leghe, oltre la montagna di Kaf: questo paese chiamasi pure la Terra di Scedad, figlio di Aad8. [p. 372 modifica] Abbiamo intrapreso questa guerra per ordine del nostro re Sakhar. Del resto, viviamo di vita piacevolissima e tranquilla, essendo nostra unica occupazione il cantare le lodi di Dio. Fareste bene a venir con noi alla corte del nostro re.» Belukia li seguì, e giunsero alla residenza. Era una pianura magnifica, coperta di superbi padiglioni di seta verde, in mezzo alla quale ergevasi un padiglione di raso rosso sostenuto da colonne d’oro massiccio; era la tenda del re Sakhar. Sedeva questo principe sur un trono d’oro: alla destra stavano i vicerè ed i principi, ed alla sinistra i ministri ed i governatori dell’impero dei geni. Belukia, presentato dal maestro delle cerimonie, prosternossi davanti al re, il quale l’accolse benignamente, facendolo sedere accanto, e pregandolo di raccontargli la sua storia. Egli gliela narrò dal principio alla fine, con alta maraviglia del re e di tutta la corte. Fu poscia ammannita una tavola, coperta di piatti d’oro e sottocoppe d’argento, e dovunque regnava una magnificenza ed abbondanza straordinaria da non potersi descrivere. Nè meno splendida fu la seconda mensa; le frutta più rare per grossezza e gusto squisito innalzavansi in numerose piramidi su ricchi bacili di porcellana. Terminato il pranzo, uno degli imani di corte fece la preghiera, ringraziando Dio ed invocando Maometto suo profeta9, la qual preghiera stupì Belukia, che disse, volgendosi al re: — Sire, permettetemi di domandarvi la vostra origine, e come conoscete Maometto profeta di Dio, per amore del quale io intrapresi il mio viaggio.» Sakhar, che volentieri parlava della sua famiglia, soddisfece nel modo seguente alla domanda di Belukia: [p. 373 modifica]

«— Dopo che Iddio ebbe creato il fuoco, lo divise in sette gradi o regioni, sovrapposte le une alle altre, ad una distanza di mille anni. Chiamò la prima regione del fuoco Gahenna, e la destinò a’ peccatori morti senza pentimento. La seconda disse Lazi, cioè abisso di fuoco, ed è l’albergo degl’infedeli. Nella terza Giahim, o la caldaia bollente, abitano Gog e Magog. La quarta, Seir, è dimora dei demoni discendenti d’Iblis10. La quinta, Sakar o l’inferno, viene riservata a quelli che trascurano la preghiera; è pegli Ebrei la sesta, detta Hagim ossia la caverna dall’aria infocata; e nella settima, Havyeh o abisso, vengono precipitati gl’ipocriti. La meno ardente di quelle regioni è la prima, o Gahenna. Vi sono settantamila montagne di fuoco, ed ogni montagna racchiude settantamila valli; in ogni valle sono settantamila città, in ogni città settantamila castelli, in ogni castello settantamila case, ed in ogni casa settantamila supplizi di fuoco. Questa regione è la meno cocente, e così possiamo formarci un’idea delle pene esistenti nell’altre regioni. Del resto, Iddio solo te conosce. —

«Simile discorso gettò Belukia in una profonda afflizioue, talchè si mise a versare un diluvio di lagrime. — Che sarà di noi, o sire?» sclamò poi. Non temer nulla,» confortollo il re Sakhar. «Chi ama Maometto, profeta di Dio, è al sicuro dai fuoco, che non ha potere veruno su di lui. Queste sono soltanto alcune spiegazioni che credetti dovervi dare [p. 374 modifica] alla prima; ho voluto farvi conoscere il fuoco, avendoci Iddio formato di questo elemento. I due primi esseri ch’egli abbia creati nella prima regione del fuoco, sono due angeli, l’uno de’ quali si chiama Khalif, e l’altro Milif; questo ha forma di leone, quello d’una lupa. La lupa aveva sotto il ventre un abisso di fuoco, ed il leone la coda d’una cometa lunga venti anni. Dietro ordine di Dio, questi due spiriti si sposarono, ed i frutti di tal unione furono i serpenti, dragoni, scorpioni ed altri animali, che vivono nelle fiamme pel supplizio dei dannati. Iddio comandò a’ loro genitori d’accoppiarsi una seconda volta, e da questo nuovo connubio nacquero sette fanciulle e sette garzoni. La settima figlia si ribellò contro Dio, e fu cangiata in verme, il settimo garzone chiamavasi Iblis, e dava le più belle speranze, chè per sette anni pregava regolarmente mattina e sera, tanto che trovò infine grazia agli occhi del Signore. Ma allorchè fu creato Adamo, Iblis negò di adorarlo, e per punirlo della sua disobbedienza, Iddio lo precipitò nelle fiamme eterne dell’inferno, cui egli popolò di diavoletti e di piccoli satanassi, tutti della sua razza. Ma le altre fanciulle e gli altri garzoni avendo sempre menata una condotta senza macchia e seguita la via del Signore, furono appellati Ginn, cioè fedeli, e da loro vengono i Ginn della terra. Ecco la genealogia dei geni, ed in pari tempo la mia; e sebbene l’origine di mia famiglia, come tu vedi, s’attenga un poco a’ demoni, pure non ho voluto fartene mistero. Io non partecipo più al fuoco, e per lunga serie di secoli, il mio sangue fu purificato da tutto ciò che poteva restarvi del lione o della lupa, i quali d’altronde erano due angeli e le prime creature di Dio.

«— Voi non potreste usarmi maggior piacere,» disse Belukia, «quanto di farmi condurre a casa. [p. 375 modifica] — Ciò non può accadere se non per ordine espresso dell’Onnipotente,» rispose Sakhar; «ma se desiderate di vedere frattanto qualche parte de’ miei stati, servitevi d’un mio cavallo che troverete già insellato. Vi porterà sino alle frontiere del mio impero, d’onde uno de’ miei vicerè, chiamato Berakhia, vi scorterà più innanzi. — Quanto è generosa vostra maestà!» sclamò Belukia commosso. Gli fu condotto il corsiero, e lo si avvertì in pari tempo, se voleva star sicuro, di non ispronarlo, nè percuoterlo sulla testa, chè in tal caso era certa la perdita del cavaliere. Belukia salì sul cavallo, e lo lasciò andare a suo grado. Passò davanti alle cucine del re, dove giravano davanti al fuoco spiedi guerniti di mille varietà di carni. Non volendo Sakhar lasciar partire l’ospite senza provvigioni, ordinò di mettergli sul cavallo due pezzi di montone arrostito: indi salutaronsi reciprocamente. Camminò Belukia a lungo sinchè il suo cavallo infine si fermò da sè medesimo negli stati di Berakhia, al quale presentatosi il giovane, lo trovò seduto sur un trono, e circondato di generali, di ministri e di geni. Giunse l’ora del pranzo, e la mensa fu ben imbandita come presso Sakhar. — Da quanto tempo avete lasciato il re Sakhar?» domandò il vicerè. — Due giorni fa. — Non vi siete accorto che, grazie al vostro corsiero, ch’è della razza de’ geni, faceste un cammino di settanta mesi.» Lo pregò poi di narrargli le sue avventure, e lo trattenne due mesi alla sua corte.

«A questo passo, la regina de’ serpenti fu interrotta da Giamaspe, a cui quella storia avea cagionato grande noia. — Fermatevi, di grazia, o regina!» le disse; «Belukia non poteva aver un desiderio più vivo del mio di tornar a casa. Lasciatemi dunque tornare sulla terra. — Acconsento,» rispose la regina; «ma sappi che la mia sorte è legata alla tua, [p. 376 modifica] e che la mia morte, secondo i decreti del destino, è inevitabile, se, quando sarai di ritorno sulla terra, tu vada al bagno. — Vi giuro,» ripigliò Giamaspe, «di non avvicinarmi mai ad un bagno sinchè io esista. — Ti credo, quanto al presente,» replicò la regina; «ma non già per l’avvenire, quand’anche mi facessi mille giuramenti. Conosco la tua inclinazione pel bagno, e mi sembra impossibile che tu sia per rinunziarvi. D’altra parte, la gratitudine non è la virtù de’ figliuoli di Adamo: seguono tutti le orme del primo loro padre. Nessun altro fuor di Dio misericordioso sarebbesi presa la briga d’impastare per quaranta giorni l’argilla rossa colla quale formò Adamo, e meno ancora d’ordinar agli angeli d’adorarlo. Adamo fu ingrato ed infedele alle sue promesse. —

«Giamaspe versò lagrime, tanto l’afflissero i sospetti della regina! Rimase dieci giorni senza aprir bocca; ma l’undecimo pregò la regina di continuare la storia di Belukia, onde dissipare il suo cordogio. La regina dei serpenti proseguì dunque di codesto tenore:

«— Passati ch’ebbe Belukia due mesi alla corte di Berakhia, accommiatossi da quel principe; e camminando giorno e notte, giunse infine appiè d’un’alta catena di monti, sulla cui retta vide un angelo che cantava le lodi di Maometto ed aveva davanti una tavola coperta d’iscrizioni. Un’ala dell’angelo stendevasi sino all’estremità dell’Oriente, e l’altra all’estremità dell’Occidente. Belukia salutò quell’angelo, il quale resegli il saluto e gli volse le domande consuete a farsi ai viaggiatori, alle quali il giovane rispose raccontando la sua storia onde l’angelo fu molto sorpreso. — Permettete,» disse, «di chiedervi adesso cosa significhi questa tavola, che fate qui, e quale sia il nome vostro? — Io mi [p. 377 modifica] chiamo Tahabil,» rispose l’angelo; «sono incaricato di regolare il corso del giorno e della notte, e questa tavola è il mio giornale.» Belukia spalancò gli occhi per considerare l’astronomo celeste, poi continuando la sua strada, giunse in una magnifica prateria, inaffiata da sette ruscelli, ed in mezzo alla quale sorgeva un albero di prodigiosa altezza, sotto cui riposavano quattro geni: uno in figura d’uomo, l’altro in quella d’un lione, il terzo rassomigliava ad un toro, il quarto ad un uccello. Egli si avvicinò per ascoltare le parole che mormoravano, ed udì questa prece; — O mio Dio e mio Signore,» diceva l’uno, «ti supplico per la tua misericordia e l’intercessione di Maometto, perdona alle tue creature i loro peccati!» E Belukia prosegui il suo cammino sino alla montagna di Kaf.

«Il primo oggetto che ne colpì gli sguardi fu un angelo che cantava le lodi di Dio e di Maometto, ed aprivate chiudeva a vicenda la mano. Belukia cominciò il colloquio con quell’angelo, e raccontatagli la sua storia, gli domandò ei pure che cosa facesse su quella montagna, e che significasse il giuoco delle sue dita. — Questa,» rispose l’angelo, «è la montagna di Kaf, che come una cintura cinge tutta la terra. Tengo in mano le fila ove stanno sospesi i fondamenti della terra medesima, che viene agitata o riposa sulla sua base secondo che, dietro l’ordine di Dio, io apro o chiudo la mano. — Non vi sono ancora,» disse Belukia, «altre terre dietro la montagna di Kaf? — Sì,» l’angelo rispose, «v’è una terra risplendente come l’argento, ed unica occupazione degli angeli che l’abitano è di cantare inni in onore di Dio e del suo profeta. La sera d’ogni venerdì11, radunansi qui per passare la [p. 378 modifica] notte in preghiere ed in pratiche di devozione. — Non vi sono pure,» domandò Belukia, «altre montagne dopo quella di Kaf? - Sì,» rispose l'angelo, «v’è un monte alto trecento tese, e coperto di nevi e di ghiacci. Sono quei luoghi i limiti fra la terra e la prima regione del fuoco. Oltre a ciò vi sono quaranta altre terre, ciascuna delle quali estendesi quaranta volte più di questa. Quattro di codeste terre sono d’oro, l’altre d’argento, di rubino, di smeraldo, di zafferano e d’ambra, tutte abitate da angeli onde l’unica occupazione è di cantare le lodi di Dio e del Profeta. Non conoscono nè Adamo, nè Èva, nè il giorno, nè la notte. Sappi, o figlio, che Dio ha creato sette ordini di terre, i quali posano sulle spalle d’un angelo di cui Dio solo conosce la forza. Tiensi l’angelo sur uno scoglio; lo scoglio riposa sul dorso di un toro; questo toro viene portato da un pesce enorme, che nuota nel mare dell’Eternità. Avendo Gesù udito un giorno parlare di questo pesce, pregò Dio di farglielo vedere, e Dio comandò ad un angelo di condurlo sulla spiaggia di quel mare. Sulle prime, non vide nulla; ma d’improvviso il pesce slanciossi come un lampo, e Gesù cadde svenuto per lo spavento. Tornato in sè, cantò le laudi del Signore, ed allora il pesce passò per tre giorni senza ch’egli potesse vederne il fine. Dio creò pure quaranta altri pesci con quaranta torri, quaranta scogli e quaranta angeli che portano le quaranta terre d’oro, d’argento, di rubino e di smeraldo — E che c’è sotto il mare dell’Eternità?» chiese Belukia. — L’abisso. — E sotto l’abisso? — Il fuoco. — E sotto il fuoco? — Un mostruoso serpente che se non fosse [p. 379 modifica] trattenuto dal timore di Dio, rovescerebbe con un sol movimento l’abisso, l’oceano, il pesce, il toro, lo scoglio e l’angelo che porta la terra. Allorchè fu creato quel serpente mostruoso, Iddio gli disse: «Apri la gola.» Aprì il drago la gola, e Dio vi collocò l’inferno, che vi rimarrà sino al dì del giudizio. In tal giorno, manderà un angelo con ritorte per condurre l'inferno alla sua presenza, ed allora gli comanderà di spalancarne le porte, le quali vomiteranno torrenti di fuoco eterno. —

«Tali sublimi misteri produssero su Belukia sì profonda impressione, che struggeasi in lagrime, e preso commiato dall’angelo, trovandosi allora all’estremità della terra, ripigliò la via dell’Arabia. Giunse vicino ad una porta immensa e risplendente, custodita da due guardiani, uno colla testa di leone, l’altro colla testa di toro; costoro volsero le medesime domande fattegli sì spesso, e cui era costretto, per rispondervi ogni volta, di fare l’esposizione delle sue avventure. I custodi, a lor volta, gli dissero come fossero posti in quel sito per difendere l’ingresso della porta; ma non sapevano neppur essi che cosa racchiudesse, poichè niuno aveva il potere di aprirla, tranne l’angelo Gabriele, l’inviato del cielo. Belukia si pose all’istante in orazione, perchè Dio gli facesse aprire da Gabriele , ed esaudita la sua preghiera, l’angelo comparve, tenendo nella sinistra una grossa chiave, colla quale aprì la porta a Belukia, e quindi glie la chiuse dietro. Trovossi questi in una volta sotterranea e senza limiti, dov’era il confluente di tutti i mari e di tutte l’acque della terra, in mezzo alle quali ergevansi due montagne di rubino, alla cui cima passeggiavano due angeli che cantavano le lodi di Dio e del Profeta. Gli angeli dissero a Belukia d’essere i custodi di quel maraviglioso serbatoio, e come distribuissero per infiniti canali alla terra intiera le acque dolci e salate, che [p. 380 modifica] trovavansi tutte rinchiuse tra quelle due montagne. Belukia li pregò d’indicargli la strada da seguire, ed allorchè essi ebbero compiaciuto alla sua domanda, egli si unse i piedi col succo della pianta del quale avea fatto sì frequente uso, e camminò lievemente sulla superficie di quell’acque sotterranee.

«Aveva già viaggiato in tal modo un giorno ed una notte, quando vide quattro angeli che, come lui, camminavano sulle acque, ed avendoli salutati, li pregò di dirgli chi fossero, d’onde venissero e dove andassero. — Siamo,» quelli risposero, «i quattro ciambellani del cielo, Gabriele, Michele, Rafaelè ed Israfil. Ci rechiamo presentemente, per ordine di Dio, verso l’Oriente, dov’è comparso un mostro tremendo che sparge la desolazione sulla terra, ed andiamo a combatterlo e precipitarlo nell’inferno.» Ammirata quindi la grandezza delle loro ali e l’altezza della statura, egli proseguì il viaggio.

«Venne poi ad un’isola dove trovò un giovane dal volto circondato di luce abbagliante, seduto fra due tombe, e che piangeva amaramente. Belukia gli chiese la cagione delle sue lagrime, e quella domanda non fece che raddoppiare i suoi pianti, nè potè far udire che singhiozzi. Si famigliarizzò infine con Belukia, il quale non mancò di raccontargli tutta la propria storia dal principio alla fine, e poi reiterò la preghiera di narrargli la sua, e perchè piangesse così tra quelle due tombe. Il giovane acconsentì, pregandolo a restare presso di lui sinchè narrate gli avesse le sue avventure....

«— Basta!» sclamò Giamaspe lo Splendore della Fede; «non posso più a lungo resistere alla noia ed all’impazienza:, principessa Yemlikha (era questo iì nome della regina dei serpenti), lasciatemi tornare sulla terra, e vi giuro che in vita mia non entrerò in nessun bagno.— No!» riprese la regina; [p. 381 modifica] «quando pur mi facessi mille giuramenti, non ti crederei.» Giamaspe proruppe di nuovo in lagrime, e pianse così amaramente, che tutti i serpenti furono commossi al suo dolore, e supplicarono la regina di permettergli dir tornare sulla terra; questa, parendo lasciarsi piegare, disse che penserebbe a ciò che dovesse fare. Allora Giamaspe, il quale non sapeva come passar il tempo, pregò la regina di raccontargli la storia del giovane che piangeva tra due tombe. — Eccola,» disse la regina, «qual ei la narrò a Betukia:

«— Mio padre era re di Kabul12; chiamavasi Tigmos, e regnava sopra i Keniscehrani, nazione guerriera composta di diecimila valorosi, ciascuno de’ quali avea sotto il suo dominio cento città e cento castelli. Era mio padre un gran re, ma benchè regnasse da lunghi anni, non aveva figliuoli; laonde fatti chiamare un giorno tutti gli astrologhi de’ suoi stati, per chieder loro se avrebbe o no un figlio ed erede del suo impero, costoro, consultati i libri magici, gli annunziarono che avrebbe un figlio dalla principessa di Khorassan. Tal nuova riempì della più viva gioia il re, il quale congedò gli astrologi, colmandoli di magnifici presenti. Aveva mio padre un visir, primo de’ suoi bravi, chiamato Ainsar, vale a dire l’Occhio della Battaglia. Lo mandò dunque come ambasciatore nel Khorassan per domandare la mano della figlia del re Behrevan, e nulla eguagliava la magnificenza di quell’ambasciata. La fece Tigraos accompagnare da millecinquecento camelli carichi di ricche stoffe, broccati d’oro e pietre preziose, e consegnò in pari tempo al visir uno scritto di propria mano, nel quale gli [p. 382 modifica] feriva la facoltà di conchiudere in suo nome il matrimonio, e ch’era seguito da riflessioni politiche intorno al vantaggio risultante dalla futura riunione delle due corone sopra una sola testa, poichè il re di Khorassan non aveva altri eredi fuor della principessa.

«La grande ambasciata si posegli via, ed il rumore in breve ne pervenne alla corte di Bahrevan, il quale le mandò incontro una schiera di cavalieri con ogni sorta di vittovaglie e di rinfreschi. Giunta l’ambasciata, di Tigmos, Behrevan l’accolse coi massimi onori, e sollecitossi a consultare la madre e la nutrice su quell’importante affare di stato. — Fate quello che v’aggrada,» gli dissero queste. Il re rimase soddisfattissimo della risposta, e per due mesi intieri trattò magnificamente l’ambasciata con tutto il seguito. Scorso il qual termine, raduno i savi ed i grandi dell’impero per assistere agli sponsali della figliuola, celebrandosene le nozze due altri mesi dopo nella capitale di mio padre. A capo di nove mesi, la regina mise alla luce un figlio, che non è certo bisogno di dirvi esser io. Gli astrologi ed i magi furono di nuovo chiamati, ed unanimemente dichiararono che il fanciullo correrebbe gravi pericoli quando fosse giunto all’età di quindici anni, nè poterono dire se, eviterebbe quei perigli, affermando soltanto che se ne trionfasse, diverrebbe un monarca grande e possente quanto il genitore. Il re fece dare a suo figlio, che chiamò Giansciah, un’ottima educazione, ed all’età di sette anni, Behrevan lo fece istruire nelle scienze, nell’arte di cavalcare ed in tutti gli esercizi del corpo, dimodoche pel suo valore fu in breve annoverato nell’ordine de’ bravi.»


Fine del settimo volume.

  1. Sandal, in indiano ciandan. Chiamasi così in Oriente un legno aromatico preziosissimo; ve n’ha di tre specie: rosso, giallo e bianco: sandatum album, flavum, rubrum. Ardesi in braceretti a modo di profumo; lo si adopera pure in medicina, e per fare suppellettili d’ogni sorta. Il legno del sandalo bianco è il migliore.
  2. Salomone o Sulelmon, come pronunziano gli Orientali, re e profeta ad un tempo come suo padre Davide è il più potente monarca della terra di cui facciano menzione gli storici degli antichi tempi e de’ moderni. Il potere gli fu accordato non solo sopra gli uomini e gli animali, ma anche sui geni ed i peri: era il padrone ed il sovrano de’ corpi e degli spiriti. E’ sarebbe troppo lungo riferire qui tutte le favole che raccontasi intorno a’ suoi amori con Balkis, regina di Saba; sopra il suo gran visir Assaf il Simorgh, e riguardo a tutte le particolarità maravigliose del suo regno. L’anello di cui qui si tratta, rappresesenta una gran parte nelle finzioni orientali. Le parole seguenti vi stavano incise in figura triangolare od in caratteri ebraici: A hamdu hllahi Allahu akber; cioè: Lode a Dio, Dio è massimo. Allorchè Salomone portava in dito questo anello maraviglioso, dice Scemseddin Fassi, citato dal barone di Sacy nelle sue note al Pend-Nameth, le belve, gli uccelli, i pesci, i geni e gli uomini obbedivano alla sua voce, e recavansi appo di lui per eseguirne gli ordini. Quel sigillo aveva appartenuto ad Adamo prima del suo peccato; gli fu tolto, dopo scacciato dal paradiso, e Salomone l’ebbe dall’angelo Gabriello.
  3. Questa fonte di vita, che dà a chi ne beve la gioventù, la bellezza, la sapienza e l’immortalità, trovasi verso l’Oriente, in una regione di tenebre ed ignota (tra il Nilo e l’Oasi di Giove Aminone). È l’Ardnisur dei libri Zend. Secondo Erodoto, corre per l’interno dell'Africa. Alessandro Magno volle bere di quella sorgente di vita: ma il suo compagno Khizr, il Kedar degli antichi Persiani, ebbe solo quel vantaggio, mentre il monarca spandeva la coppa, afferrata con troppa precipitazione.— Il fatto storico che somministrò la favola del viaggio di Alessandro nel paese delle tenebre (i deserti dell’Africa), non sembra altra cosa che il suo viaggio al tempio d’Ammone nei deserti della Libia.
  4. La montagna di Kaf, indicata generalmente sotto i nomi di Caucaso, d’Imao, di Emodo e di Tauro, è, a parlare propriamente, il Caucaso. Secondo la credenza degli Orientali, questa montagna circonda la terra come un anello od una cintura. Al polo nord è la residenza del preadamita Salomone; al polo sud l’officina segreta della natura; ad oriente l’impero de’ geni buoni e all’Occidente quello de’ malefici. La montagna di Kaf riposa sopra uno scoglio o pietra maravigliosa chiamata Sakhrat, specie di smeraldo il cui riflesso dà ai cieli il colore azzurro; la si chiama pare Watad, cioè la colonna, perchè Dio l’ha creata per servire d’appoggio alla terra. Tutte l’altre montagne non sono che ramificazioni di questa montagna madre che Innalzasi sino al cielo, ed alla cui sommità fa sua dimora l’uccello simorgh o onka. Prima della creazione di Adamo, il mondo fu per settemila anni abitato dai divi o ginn (geni) e duemila dai peri (fate), che tutti erano sommessi ad un padrone particolare, chiamato Salomone. La disobbedienza dei divi e dei peri forzò l’Onnipossente a farli sterminare dall’angelo Haris, il custode. Essendosi Haris anch’egli più tardi ribellato, fu riprovato da Dio, e da quel tempo si chiama Iblis o Sceitan, vale a dire Satana il maledetto. Allora Iddio creò il primo uomo, e siccome gli aveva sottoposto tutti gli esseri spirituali e corporali, celesti e terrestri, i divi e peri che restavano ancora, ritiraronsi, sotto la condotta di Gian, sulla montagna di Kaf, davanti la quale trovasi il Ginolatan o paese dei geni. Colà scorre la fonte di vita nel paese delle tenebre e dimora il rokh, uccello maraviglioso; colà trovasi la valle dei Diamanti ed abita il lionuomo Martikhoras. Fu pur quello il teatro delle gesta di Feridan, di Tamurasp vincitore dei divi, d’Efrasiab, di Rustem ed altri re ed eroi dell’Iram e del Turan, da’ quali furono domati Rakhsch. Scham, Uranabad, il dragone Eschder ed altri mostri. — Alcuni collocano la montagna di Kaf sopra un’isola, oppure un’estensione di terra ferma, separata dal nostro globo. Ma tale montagna è il Loculoca degli Indù ossia catena di montagne che cinge la terra. Risulta dalla memoria di Wilford, sul sistema geografico degli antichi Indù, che tutte le idee degli Arabi, de’Persiani e dei Turchi intorno alla montagna di Kàf, come anche sulla roccia Sakhrat e l’Eiwan, o animale che sostiene la terra, sono d’origine puramente indiana.
  5. Gabriello, il messaggero della rivelazione, il custode del più santo di tutti, il più grande legislatore, lo spirito santo, il pavone degli angeli, sta nel paradiso sopra l’albero sedretal munteha, l’albero della vita e della scienza. Sei ale, ciascuna composta di sei altre, spiegansi sulle di lui spalle. Altre due gli stanno attaccate sul dorso, ma non le spiega se non quando è mandato qual messaggero dello sdegno del Signore, per rovinare i paesi e sterminare i popoli. Maometto medesimo, al quale non è apparso se non una sola volta In tutto il suo splendore, non potè sostenerne il fulgore, e cadde a terra privo di sensi.
  6. Gli amori dell’usignolo e della rosa sono una della più amene ed antiche finzioni della poesia persiana; vi si trovano già frequenti allusioni nei poemi di Ferdusi. Questa allegoria ispirò a Saadi una favola graziosissima, intitolata l’Usignuolo e la Formica. Chezy n’ha fatto un’elegante traduzione, nella quale seppe riprodurre tutta la grazia squisita dell’originale, con quel gusto puro e dilicato che caratterizza il suo bel talento.
  7. Credono gli Orientali all’esistenza d’un ordine di spiriti chiamati ginn, di cui noi abbiam formato la voce geni. Dio creò dal fuoco Gian-ben-Gian, il padre della schiatta di questi ginn, e formò la loro madre con una delle sue coste, come in seguito formò Eva con una costa di Adamo. I geni riproducono la propria specie e soffrono la morte, sono inoltre condannati alla dannazione, o godono della beatitudine eterna, secondo che mantengonsi fedeli o ribellansi a Dio; poichè Maometto disse che lo scopo della sua missione era di convertire i geni, come anche gli uomini. Gli antichi Persiani pretendono, ed è credenza della maggior parte delle nazioni orientali, che questi geni abitassero il mondo prima della creazione d’Adamo; ma che essendo caduti infine nella corruzione, venissero cacciati verso la montagna di Kaf, dove rimasero vinti da Thamuraspe, uno degli antichi re di Persia. — V’hanno diverse specie di geni; le più conosciute sono: i gul, sorta di spiriti malefici, che fanno smarrire e divorano talvolta i viaggiatori: gli ifrit, specie di satiri o diavoli dei boschi, i kothrob, o diavoli dei deserti; i nisno, i mared, o fauni, i barbari od uomini acquatici; i saal, i sakaris, i devasik, gli havam, gli hamamis, ecc. — Vi sono ancora i divi ed i peri che rappresentano una gran parte nella mitologia de’ Persiani. Pretendesi che il vocabolo fata, in francese fèe, in inglese fairs, venga da peri, come ginn e dir furono cangiati in genius e divus, ma non è questo il luogo di discutere tale analogia.
  8. Scedad, figlio di Aad, e, secondo altri, di Ornad, era della dinastia degli Hamyariti, e regnava sull’Yemen. Fece costruire, nella Siria, il giardino o paradiso terrestre d’Irem, al quale si lavorò per trecento anni, e che trovavasi presso ad una città magnifica che Scedad aveva fatta fabbricare nel medesimo tempo. Aveva mille porte; le mura ed i palazzi erano d’oro e di pietre preziose. — L’autore dell’opera persiana, Thofet-al-Megialis, dà una magnifica descrizione de’ giardini incantati d’Irem, dei quali parlò Masudi. Frequenti allusioni fanno i poeti orientali ai tesori ed alle delizie di quei luoghi maravigliosi. Secondo Ibu-Kessir, autore d’una storia araba del mondo, intitolata: Elbedayh-vel-Nihayeh, cioè il principio e la fine, gli edifizi maravigliosi d’Irem (una delle quattro maraviglie del mondo degli Orientali) esistono ancor oggidì in mezzo a deserti immensi; ma non sono noti se non per la testimonianza di alcuni viaggiatori isolati, i quali, di secolo in secolo, erano abbastanza fortunati da trovarne il cammino e tornarne, riportandone gemme di portentosa grossezza. —
  9. I Musulmani, prima di mettersi a tavola, dicono: In nome del Dio clemente e misericordioso; e levandosene: Grazie a Dio, sovrano signore dell’universo.
  10. Iblis o Sceltan (Satana) è il capo degli angeli ribelli. Allorchè Iddio ebbe creato Adamo, comandò agli angeli di prosternarsi dinanzi ad esso; tutti obbedirono, tranne Iblis, il quale non essendosi prosternato, fu maledetto da Dio e scacciato dal paradiso. Secondo l’opinione dei dottori musulmani, Iblis non fu precisamente maledetto per aver ricusato di prosternarsi davanti Adamo, ma perchè quel rifiuto era una disobbedienza formale alla divinità.
  11. Tutti i popoli maomettani, ma soprattutto i dervis, onorano ogni settimana, in modo particolare, la notte dal giovedì al venerdì, e quella dalla domenica al lunedì, in memoria, una del concepimento, l’altra della natività del loro Profeta.
  12. Kabul o Afghanistan, è un vasto regno dell’Asia, diviso in parecchie province, confinante al nord ed all’ovest colla Persia e la Bukaria, all’ovest ed al sud col Kasgar ed il Belucistan. La popolazione n’è di dieci milioni d’abitanti, che professano l’islamismo.