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La Città di Bronzo

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Continuazione della Storia di Giamaspe e della regina de' Serpenti Storia di Giuder
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NOTTE DCLXXXVIII-DCC

LA CITTA’ DI BRONZO.

— Il califfo Abdalmelek, figlio di Mervan, della famiglia degli Ommiadi, che aveva stabilito la sua residenza a Damasco, discorreva un giorno, co’ suoi cortigiani, della vasta e maravigliosa potenza del re Salomone, ch’erasi assoggettati gli uomini e gli animali, ed avea chiusi molti geni in certi vasi di bronzo, suggellati col suo sigillo.

«Talib, figlio di Sebi, raccontò, tra l’altro sorprendentissime avventure, che una volta, in un viaggio fatto alle Indie, il suo vascello era stato buttato sulle [p. 46 modifica] coste di una terra sconosciuta. Era quel paese abitato da selvaggi negri, i quali, non avendo mai veduto altri uomini, alla vista del vascello fuggirono, ma poi tornarono, portando presenti e vettovaglie. Discesero quelli dell’equipaggio, ed andando a passeggiare per l’isola, incontrarono due pescatori, uno dei quali pigliò colle sue reti un vaso di bronzo sigillato col suggello di Salomone. Levato al vaso il coperchio, ne uscì un fumo nero con una voce che fece udire queste parole: — Perdono, misericordia, profeta di Dio!» Il fumo formossi poi subito in un enorme gigante, che si perdette nelle nuvole. I marinai, colti da terrore, caddero privi di sensi; ma i negri nulla trovarono di sorprendente in quell’avventura. Secondo il loro racconto, avendo Salomone chiusi in tali vasi i geni ribelli, e gettatili quindi in mare, trovavansi essi talvolta posti in libertà, come accadde in quell’occasione, ed allora domandavano al profeta di Dio perdono della loro sollevazione.

«Quel racconto interessò vivamente il califfo Abdalmelek, talchè dimostrò il maggior desiderio di vedere uno di quei vasi di bronzo improntati col sigillo di Salomone. — Nulla di più facile,» ripigliò Talib, figlio di Sehl; «il paese de’ negri, dove fummo sospinti nel nostro naufragio, giace in mezzo all’Africa tra l’Egitto e Mogrib; ordinate a’ governatori di dette due province di farvi ricercare simili vasi di bronzo. — Hai ragione, Talid,» disse il re, «ed incarico anzi te di tale commissione.» Fece quindi scrivere due lettere, una a suo fratello Abdalaziz, vicerè d’Egitto, e l’altra a Mussa, figlio di Nassir, vicerè di Mogrib, colle quali ingiungeva loro di accompagnare in persona Talib nella ricerca di que’ vasi, e non risparmiare a tal uopo fatiche, nè spese, facendo in pari tempo dare a Talib una somma considerevole e numerosa scorta, colla quale questi preso la via dell’Egitto. [p. 47 modifica] Avendo Abdalaziz, fratello del califfo e vicerè d’Egitto, letto il foglio, se lo pose, sul capo in segno di obbedienza, e più non attendeva se non l'arrivo di Mussa, figlio di Nassir e vicerè dell’Africa occidentale, per cominciare la prescritta ricerca. Questi giunse infine, e si pensò a trovare una esperta guida.

«In un consiglio di stato, convocato a tal uopo, fu prescelto lo sceik Abdos-Samed Ben Alkodos Almasudi, il quale, durante la sua lunga carriera, aveva percorse molte regioni della terra. Fattolo dunque chiamare, gli si fe' conoscere la brama dei califfo, pregandolo di secondare quest’impresa colle sue cognizioni. — La via è lunghissima e poco frequentata,» disse lo sceik. Il governatore d’Egitto gli domandò quanti giorni ci volevano. — Due anni ed un mese,» colui rispose, «per andare, ma molto maggior tempo a tornarne; inoltre, si va esposti a mille pericoli, e dovete prendere buone misure per mantener la pubblica tranquillità, durante la vostra assenza. —

«Abdalaziz affidò le redini del governo al figlio Aaron, giovane principe dotato di carattere fermo e capace di dirigere con mano sicura le redini dello stato, e provveduto così alla sicurezza del regno, si preparò a partire. — Fate caricare mille camelli,» disse lo sceik Abdos-Samed, «d’acqua chiusa in vasi di rame, poichè dovremo attraversare un deserto di quaranta giorni di cammino, dove ci troveremo, senza una goccia d’acqua, esposti al soffio ardente del Samum1. Inoltre, fate caricare mille altri camelli di [p. 48 modifica] provvigioni, a prendete falegnami e fabbri ferrai, che potranno esserci utili; ma non conducete altre bestie fuor de’ camelli, poichè essi soli possono sopportare le fatiche di tal viaggio.» Si posero in cammino invocando il nome di Dio, e dopo aver viaggiato un anno, lo sceik Abdos-Samed sclamò: — Dio è grande, ma io credo di aver smarrita la vera strada, poichè non conosco affatto questo paese. Dio ci condurrà; proseguiamo la nostra via, e confidiamo in lui!» Giunsero così in una pianura immensa, liscia quanto il mare tranquillo, in mezzo alla quale scorsero come una nuvola di fumo, ed un non so che di brillante verso cui si diressero.

«Era un palazzo magnifico, il cui tetto andava coperto di tavole d’ebano incrostate d’oro. Le porte d’acciaio della China abbagliavano; le colonne avevano quattromila passi di circonferenza, e quello che i viaggiatori avevano preso per fumo, era una cupola di piombo nero. Del resto, non si vedevano altri esseri viventi che pipistrelli e corvi, i quali vi facevano i loro nidi, empiendo l’aria dei loro lugubri gridi. — Non v’ha altro Dio che Dio!» sclamò l’emir Mussa, colpito di maraviglia. «O palazzo, che fu de’ tuoi abitanti? Dormono del sonno della morte, come se non avessero mai vissuto! Dov’è la pompa dei principi e dei re che abitarono entro te tue mura? Iddio li ha dispersi come il vento disperde la paglia leggera! Orsù, entriamo» [p. 49 modifica] proseguì egli, volgendosi allo sceik Abdos-Samed, che pronunziò le parole seguenti del Corano: — Voi forse fuggirete da un oggetto che sarà un bene per voi. Dio sia lodato per gl’innumerevoli suoi benefizi e l’infinita sua misericorda. — Perchè;» domandò l’emiro Mussa, «recitaste questa preghiera? — Rallegratevi, o principe,» disse io sceik; «ora abbiam attraversato il deserto, e non abbiamo più nulla a temere dalle belve, poichè, quantunque io non sia mai stato in questa contrada, la conosco per la descrizione che me ne fece un viaggiatore, il quale andava, come noi, alla città di Bronzo, e smarrita la strada, capitò a codesto palazzo. Di qui ci vuole ancora un mese sino a quella città, e di là altri quattro sino al paese ove trovansi i vasi che cerchiamo. — Non ci sapreste dire,» soggiunse l’emiro Mussa,«chi abbia posseduto questo edificio? — No,» rispose lo sceik,. «non ne so nulla affatto; ma credo che abbia appartenuto ad Alessandro.» Sì discorrendo, accostaronsi al palazzo, le porte del quale erano chiuse, ed entrarono in un cortile, le cui mura erano adorne d’oro e di pietre preziose; sulla porta stava incisa in greco la seguente iscrizione:

Entra qui per imparare la storia di coloro che un tempo furono i signori del mondo. E passarono come viaggiatori frettolosi, ed ebbero appena tempo di riposare.

«L’emir Mussa ne fu scosso sino alle lagrime, ed entrò negli appartamenti, ch’erano ancora più magnifici. Sopra una delle porte leggevasi quest’altra iscrizione:

Qual folla innumerevole circolava un dì sotto queste volte! Vedi che cosa son divenute nel corso de' tempi!

«Nuove lagrime sparse Mussa nel leggere quei detti, e percorse, coll’emiro Abdalaziz e col resto dei [p. 50 modifica] compagni di viaggio, quelle ampie sale tutte abbandonate e silenziose, giunsero all’immenso salone coperto dalla cupola, e nel quale ergeansi quattrocento sarcofaghi di marmo e granito: l’emiro Mussa, che intendeva il greco, lesse sopra uno di essi:

«Di quanti avvenimenti non son io stato spettatore!

«Di qual gloria sfolgorante, di quale splendida fama non ho io goduto!

«Quante città non ho conquistate! Quante leggi non diedi!

«Conservati l'anima: godi della vita prima che venga a coglierti la morte!

«Demani essa ti rapirà, e risponderà a coloro che ti chiameranno: È morto!»

«Tale iscrizione trasse le lagrime a tutti gli astanti, i quali accostaronsi quindi ad una specie di oratorio, che giaceva in mezzo alla cupola ed aveva le porte di legno di sandalo coperte d’iscizioni in lettere di diamanti. Vi si leggeva quanto segue:

«L’ebbrezza del godere è passato come il deliro della febbre. La morte mi ha sorpreso, senza che abbia potuto respingerla, senza che i miei eserciti, nè i miei cortigiani abbiano potuto difendermi contro di lei.

«Non abbandonarti al mondo quand'anco spiega a’ tuoi sguardi tutta la sua pompa. Ecco come tratta quelli che a lui si abbandonano.»

«E nuove lagrime, a tale iscrizione, piovvero dagli occhi dei viaggiatori. Entrati nell’oratorio, trovarono un sepolcro stupendo, sul quale lo sceik Abdos-Samed lesse quest’epitaffio:

«In nome di Dio unico, eterno, immutabile, che non fa generato, che non genera, che non ha eguali!

«In nome di Dio signore della forza e della potenza; nel nome di Dio che mai non muore!. — Impara, o viaggiatore, che percorri questi luoghi, impara, dal mio esempio, a non insuperbirti del mondo e delle sue pompe! È uno splendore fallace, un vano sogno, un perfido fantasma, che riempie di sete ardente coloro che lo seguono come una fonte d’acqua. Non vi lasciate abbagliare dallo splendore delle sue [p. 51 modifica] illusioni; esse precipitano nell’abisso chi si lascia allucinare.

«Io aveva nelle mie scuderie mille generosi corsieri; sposai mille bellezze seducenti sorte da sangue reale, e che mi resero padre di mille principi coraggiosi come leoni: vissi mille anni; possedeva tesori immensi, popoli innumerevoli: credeva che la mia potenza durasse eterna sopra la terra, allorchè d’improvviso si fece udire una voce terribile, che mi annunziò i decreti irrevocabili di Dio, ogni giorno la morte raddoppiava le sue stragi e mieteva i miei popoli. Allora feci scolpire le iscrizioni che leggeste all’ingresso di questo edifizio sui sarcofaghi de’ miei servi. Il mio palazzo divenne l'asilo della morte, e non era più abitato che dai becchini.

«Allora radunai il mio esercito; un milione di cavalieri salirono in sella armati di sciabole fiammeggianti e di lance formidabili. — Difendetemi, dissi, loro, bravi guerrieri, contro gli assalti della morte. — Come io potremo noi, risposero, se tutti coloro che varcano la soglia del tuo palazzo ne divengono preda! .. Feci allora estrarre dal mio tesoro mille casse, ciascuna delle, quali conteneva mille quintali d’oro, d’argento e di gioie. — Vedete tutte queste ricchezze? dissi a loro di nuovo; son vostre se mi comprate pane per un sol giorno, e me lo portate nel palazzo... Ma nessuno volle passare la soglia.

«Allora mi rassegnai alla mia sorte, ed attesi l’ora estrema. Il mio nome è Kousch, figlio di Scedad, figlio di Aad-il-Grande»

L’emiro Mussa ed i suoi compagni non seppero frenare il pianto ed i singhiozzi, tanto furono commossi da quelle sublimi verità! Continuarono le loro ricerche, e giunsero ad una camera dove trovavasi una tavola intarsiata, sulla quale ecco cosa lessero:

«A questa tavola sedevano altre volte, ogni giorno, mille satrapi ciechi e mille con buonissimi occhi: ora nè que’ ciechi, nè quelli che godeano della vista non veggono verun oggetto nella tomba.»

«L’emiro Mussa trascrisse quelle parole sulle sue tavolette, e non portò via dal palazzo che quella tavola, alla quale mangiavano giornalmente due mila persone. Raggiunta quindi la carovana, proseguirono la strada, ed in capo a tre giorni, giunsero ad un vasto monumento, sul quale stava un cavaliere di bronzo [p. 52 modifica] colla lancia d’acciaio, sul cui ferro stava scritto, in caratteri leggibili, quanto segue:

«Viaggiatore, se per caso non sai la strada della città di Bronzo, fammi colla forza del tuo braccio girare, e segui la strada verso la quale avrò, fermandomi, volto il viso.»

«Mussa, con un colpo di mano, pose in moto la statua, che girò colla rapidità del baleno, fermandosi infine dal lato opposto alla via per cui camminavano. Cangiata perciò la direzione, e trovandosi allora nella strada che doveano seguire, continuarono il viaggio notte e giorno, e procedendo in tal guisa, trovarono una colonna di marmo nero, alla quale stava incatenato una specie di mostro con due ali, due mani e due zampe. I suoi capelli ruvidi somigliavano a crini di cavallo; gli occhi brillavano, come due carboni, e ne aveva un terzo in fronte, dal quale uscivano faville. Sclamava con voce romorosa; — Lode a Dio, mio signore, che mi ha imposto questo castigo sino al giorno del giudizio!» La carovana, colpita di terrore, voleva tornar indietro, ma l’emiro Mussa comandò allo sceik Abdos-Samed di avvicinarsi a quell’essere singolare ed interrogarlo. — Io sono,» rispose il mostro,«uno spirito della razza dei geni; mi chiamo Demsch, figlio d’Alagmesch; sono qui incatenato per una cagione straordinaria, e Dio solo sa sin quando vi dovrò restare. — Narrateci questa causa maravigliosa,» ripigliò Mussa. — Io era un tempo,» soggiunse il genio,«custode d’una statua d’onice appartenente ad un re del mare, duce d’un esercito di migliaia di geni, cui rinchiudeva in detta statua. Ribellaronsi essi tutti col loro re contro Salomone, ed avendo quel monarca una figliuola di rara beltà della quale parlai un giorno a Salomone medesimo, questi gliela chiese in matrimonio, comandandogli in pari tempo di spezzare la [p. 53 modifica] sua statua d’onice, e riconoscere non esservi altro Dio fuor di Dio, e che Salomone era il suo profeta. Adunò il re il suo consiglio per sottoporgli la proposta di Salomone, e domandò se fosse da temere. — Perchè temerlo?» dissero i consiglieri; «voi abitate un’isola inaccessibile e difesa da una legione di geni sempre pronti a combattere Salomone, i cui sforzi torneranno vani contro il vostro potere; nondimeno, interroghiamo il genio della statua d’onice, e vedremo a che ci consigli.» Fatto scorrere il sangue delle vittime, il re si prosternò davanti alla statua, ed espose l’imbarazzo nel quale trovavasi. — Non temer nulla! Sfida tutto! ti garantisco felice esito!» rispose una voce. Rassicurato da simile oracolo, il re fe’ flagellare l’inviato, e lo rimandò al padrone per istruirlo dell’esito dell’ambasciata. Sdegnato Salomone per tanto oltraggio, ragunò il suo esercito composto di geni, d’uomini, di bestie e d’uccelli. Demirat, re dei geni, comandava l’esercito degli spiriti in numero di settantamila, ed il visir Assaf, figliuolo di Berakhia, comandava l’esercito degli uomini d’egual numero.

«L’innumerevole armata approdò nell’isola, impossessandosene in tutta la sua estensione; ma Salomone, sempre magnanimo, mandò al re un secondo ambasciatore, che gli fece le medesime proposte del primo, e gli offrì il perdono di tutto il passato, se volesse concedere al possente monarca la figlia ed abbracciare la sua credenza. Ma colui, ostinato nella sua risoluzione, preparossi alla difesa, avendo adunato un milione di geni di tutte le isole e dei mari della terra. Salomone schierò la sua oste, collocò alle due ali le bestie, e posti gli uccelli nell’aria come esploratori, affinchè col becco strappassero gli occhi agl’inimici, salì egli stesso sur un trono magnifico, avendo alla destra il generalissimo degli uomini ed alla sinistra quello dei geni. [p. 54 modifica]

«Io comandava l'antiguardo del nostro esercito, e fui primo ad attaccare in persona il corpo de’ geni di Salomone ed il loro re Demirat, il quale mi si accostò sotto la forma d’un vulcano eruttante torrenti di fuoco, e sforzavasi di soffocarmi nelle sue fiamme. Mi difesi coraggiosamente, ma alla fine, non potendo più resistere, mi diedi alla fuga. Salomone allora comandò alle sue truppe d'inseguirci, e nell’istante medesimo ci trovammo circondati da tutte le parti dai geni, dagli uomini, dalle bestie e dagli uccelli, che ci calpestavano, ci laceravano cogli artigli, e col becco ci cavavano gli occhi. Volle Demirat impadronirsi di me; io continuai a fuggire per ben tre mesi, ma infine mi raggiunse e mi legò a questa colonna. —

«Finito dal genio il racconto, i nostri viaggiatori lo lasciarono, e tra breve giunsero alla città di Bronzo. Le mura erano appunto tutte di questo metallo, ma il più sorprendente era che non vi si scorgeva nessuna porta. Si eressero dunque le tende, e Talib figlio di Sehl andò alla scoperta ed a far il giro della città, per vedere se le mura fossero dall’altro lato meno alte. Dopo aver camminato per tre giorni, tornò ad annunziare a’ compagni, che le mura in tutte le altre parti trovavansi ancor più alte. Saliti quindi i due emiri e lo sceik Abdos-Samed sur un monte vicino, rimasero colti da stupore all’aspetto della grandezza dei palagi, della magnificenza delle cupole, e della bellezza dei giardini e de’ canali racchiusi nella città ; senonchè niuna creatura umana vedeasi in que’ luoghi straordinari; pipistrelli e corvi n’erano i soli abitanti. Lo sceik ed i due compagni discesero per far il giro della città, ed in un sito scoprirono quattro tavole di marmo ove videro scolpite iscrizioni contenenti savie massime e precetti pii. Sulla prima leggevasi: [p. 55 modifica]

«O figliuolo degli uomini! non contare sull’avvenire, poichè l’ora della morte è vicina. V’ha un Dio che disperde le nazioni, e precipita i re dai vasti loro palagi nell'angusto albergo del sepolcro. Dove sono i potenti monarchi, già padroni della terra? Allorchè si destarono, più non erano che un pugno di cenere e di polve!»

«— Che sublimi bellezze! Si sono destati dopo la morte; ah! com’è grande!» sclamò l’emiro Mussa. Prese poi le tavolette per trascrivere sì bei pensieri, mentre lo sceik Abdos-Samed occupavasi a decifrare la seconda iscrizione, che conteneva quanto segue:

«O figlio degli uomini! come puoi fidarti al mondo? Non sai ch'è un soggiorno passaggero e perituro?

«Dove sono i re, i conquistatori, i monarchi dell’Irak e del Korassan? Dove sono i Cosroe?

«Passarono come se non avessero mal vissuto.»

«Mussa trascrisse anche questa iscrizione, e si accostò alla terza di cui ecco il contenuto:

«O figliuolo degli uomini! tu guardi con indifferenza scorrere i giorni dello tua vita, senza pensare al dì in cui comparirai davanti ai Signore per rendergli conto delle tue azioni!

«Che fu dei sovrani de’ la China, dell'Indie, della Nubla e dell’Abbazia? Il soffio della morte li ha annientati, ed il poter loro non li ha potuto difendere.»

«Bagnò l’emiro di lagrime le tavolette trascrivendovi quella iscrizione, e venne alla quarta tavola di marmo, ove lesse:

O figlio degli uomini! tu ti precipiti nell'abisso de' piaceri, senza pensare che la morte ti sta alle spalle. Poni la tua fiducia nel Signore, e non riguardare il mondo se non come un ragnatelo. Dove sono i fondatori ed i conquistatori de' vasti imperi? Mutarono nella tomba que' loro palagi ora abitati dai gufi.»

«Mentre l’emiro copiava pure questa bella iscrizione, il resto de’ suoi compagni di viaggio [p. 56 modifica] deliberava intorno ai mezzi di penetrare nella città. — Che risolveste?» chiese l'emiro. — Siam d’opinione,» rispose Talib figlio di Sehl, «che n’è d’uopo servirci di scale, non essendovi porte in questa città. — È un ottimo mezzo,» risposo l’emiro; «vi pensava già da tengo tempo, allorchè condussi i falegnami ed i ferrai.» Si posero questi immantinenti all’opra, e ci volle non meno d’un mese onde fare una scala maravigliosa per solidità; quando fu finita, l’emiro Mussa disse: — Chi di voi salirà pel primo? — Io,» rispose un falegname. Salì infatti la scala, ma giunto all’ultimo gradino, diè un alto strido, e lo si vide cadere dall'alto delle mura entro la città. — Ecco una bell' avventura!» sclamò Mussa. «Non v'ha ragione perchè non accada ad un altro ciò che accadde al primo. Secondo me, quello che abbiam di meglio a fare è di lasciar stare la città di Bronzo, e tornar indietro.» Ma i legnaiuoli e ferrai trovavansi pieni di sì bell’ardore, che vollero ad ogni patto tentane l'impresa ad uno ad uno. Dodici vi salirono successivamente, e tutti ebbero la medesima sorte. — Ben veggo,» disse lo sceik Abdos-Samed, «ch'io sono il solo che vi possa ascendere.» Fece l’emiro ogni sforzo per dissuaderlo, ma lo sceik s’ostinò nel suo disegno; laonde avvicinossi alla scala proferendo queste parole: — In nome di Dio!» o ad ogni gradino recitava una nuova preghiera. Giuntolo cima, continuò a pregare, ed infine lo si udì sclamare-: — Non temete nulla! sono al sicuro dal pericolo della tentazione; veggo là dodici beltà incantevoli, sulle quali coloro che mi precedettero volsero sguardi di concupiscenza, ed ecco ciò che produsse la loro caduta; ma quanto a me, non m’indurranno in tentazione.» Si pose poi a camminare sulle mura da una parte e dall’altra, e giunse in un sito tra due torri, dove congetturò che dovesse esistere una porta; [p. 57 modifica] ed una infatti ve n’era che conduceva al basso. Lo sceik vi trovò la statua d’un cavaliere, che teneva in mano un pomo, sul quale stavano scritte le seguenti parole:

«Strappa dal piede del mio cavallo un chiodo di ferro, e fregalo dodici volte, se vuoi che la porta si apra.»

«Sollecitossi lo sceik a fregare il chiodo dodici volte, e la porta girò sui cardini con fragore simile al tuono. Discese quindi per quella porta che dall' alto degli spaldi conduceva nella città, per vedere se non vi fosse qualche mezzo di far entrare i compagni rimasti fuor del recinto. Si volse alle casematte, dove trovò una moltitudine di soldati morti, ma ancora compiutamente armati, collo scudo in braccio, la sciabola nuda, la lancia in resta e l’arco teso, quasi fossero stati sul punto d’attaccare, il nemico. — Son queste certo le guardie della città,» pensò lo sceik, «e sono sicuro che le chiavi debbano trovarsi presso qualcuno di costoro.» Accostassi ad un veechio che gli parve essere il portinaio, e grande fu la sua gioia scorgendo infatti le chiavi appese alla di lui cintola. La porta era barricata e difesa pure da una saracinesca; ma lo sceik pervenne a togliere tutti gli ostacoli ed aprire la porta con alta soddisfazione di quelli che l’attendevano di fuori. Per precauzione, l’emiro non fece entrare se non la metà della sua gente, mentre gli altri vegliavano all’esterno. Cominciarono dal cercare i cadaveri de’ falegnami caduti dall’alto delle mura, ed inoltraronsi poi in buon ordine sino al mercato, dove trovavansi le botteghe ancor piene di merci, cogli uomini tutti morti, ma tuttavia nell’atteggiamento del vendere e del comprare, ed allungando quelle lor mani ischeletrite. I nostri viaggiatori, attraversato il mercato de’ gioiellieri, degli armaiuoli e dei mercanti di stoffe di seta, giunsero dinanzi ad un gran [p. 58 modifica] palazzo, la cui corte ora piena d’armi di tutte le specie, sospese ad auree catenelle. In una sala stava un trono d’avorio e d’oro, intorno al quale vedeasi disposta una folla di personaggi, che più non erano se non altrettante mummie. Non sapeva l’emiro Mussa saziarsi d'ammirare la bellezza e magnificenza dell’edificio. Tutto all’intorno, sulla parte superiore della cornice, correva un’iscrizione a lettere d’oro su fondo azzurro, che conteneva precetti di morale, in versi, non meno sublimi di quelle che leggevansi sulle tavole di marmo. Ecco all’incirca il contenuto dell’iscrizione:

«Viandante, prima di andar oltre, considera questi luoghi!

«Viaggiatore, pensa che non fai se non un semplice pellegrinaggio!

«Fate provvigione di buone azioni e pensate che niuno rimase a lungo in questo soggiorno passaggero.

«Han fatto erigere immensi palazzi. A che servirono? Adunarono tesori. E quale utilità ne hanno ricavata?

«Dove sono quelle beltà i cui vezzi erano passati in proverbio? Appassirono come la rosa; quel vivace colorito prese il color della cenere. Addormentaronsi radianti di splendore e di freschezza; si risvegliarono quali mummie!»

«— Ahi! si risvegliarono quali mummie!» sclamò l’emiro. «Qual verità in questo pensiero! com’è penetrante! —

«Entrarono quindi in una sala, ai cui quattro angoli trovavasi un gabinetto. Stava nel mezzo una gran vasca di marmo con zampillo d’acqua, al disopra della quale spiegavasi un padiglione di superba stoffa, in cui l’oro non era più risparmiato che sopra le altre tappezzerie dell’appartamento. Quattro canali conducevano l’acqua nella vasca, e l’acqua di ciascuno era di diverso colore: il letto del primo era di granito rosso, di smeraldo il secondo, d’alabastro il terzo, ed il quarto di marmo nero. Visitarono poscia il primo gabinetto, pieno d’oro, d’argento, di perle e di gemme. Nel secondo stavano armature [p. 59 modifica] magnifiche, elmi, scudi adorni d’oro, sciabole indiane, corazze di David ed altri simili oggetti. Era il terzo guernito di armadi coperti di cortine di seta broccate d’oro, alzate le quali videro pezze di stoffe ricchissime di tutte le specie. Nel quarto gabinetto in fine vedeansi vasi d’oro e d’argento, e tutti i mobili acconci alla toletta de’ grandi: vasi d’oro e d’argento, di porcellana e di cristallo di rocca, coppe d’onice e d’agata; ciascuno ne prese quanti ne volle. Seguendo, al ritorno, la stessa strada per la quale eran venuti, trovarono una gran porta intarsiata d’avorio e d’ebano, e celata agli occhi da un velo di seta e d’oro. Era chiusa da un catenaccio d’argento, nè poteva aprirsi con nessuna chiave, ma sol mediante una susta nascosta, che cedette agli sforzi dello sceik Abdos-Samed. Entrarono in una sala, ornata d’un magnifico tappeto, dove vedeansi rappresentate tutte le specie di quadrupedi e d’uccelli, e tutte le specie d’alberi e di fiori che trovansi nella natura. Non lungi di là era un piccolo gabinetto colle mura di marmo sì terso che parevan d’acciaio. Pieno era il luogo d’una moltitudine di perle, di rubini e fini smeraldi, sicchè i nostri viaggiatori teneano gli sguardi talmente fissi su que’ tesori, che vi sarebbero forse rimasti in eterno, se l’emiro Mussa non avesse pregato lo sceik Abdos-Samed di rompere l’incanto e condur via i compagni. Capitarono poi sotto una vasta cupola, rivestita di granito rosso, la cui bellezza superava quanto aveano sin allora veduto. In mezzo alla cupola sorgeva una specie d’alcova o piccolo oratorio, le cui finestre guardavano verso tutti i lati della sala, chiuse con graticci formati di smeraldo adorno di diamanti. In mezzo all’alcova trovavasi un padiglione di stoffa d’oro, sostenuto da pilastri pur d’oro, su ciascuno de’ quali posava un uccello colle penne di smeraldo ed il becco di rubino. Sotto il padiglione era un letto tutto [p. 60 modifica] sfolgorante di diamanti e di pietre preziose, su cui riposava una giovane, la cui beltà avrebbe eclissato lo splendore del sole. Portava in capo una corona d’oro, ed aveva una collana di perle ed una cintura di diamanti che abbagliava gli occhi di tutti quelli che la voleano mirare. L’emiro Mussa, fuor di sè alla vista di quella celeste bellezza, le si avvicinò e salutata con profondo rispetto. — Non vi renderà il saluto,» disse Talib, figliuolo di Sebi, «essendo morta da gran tempo; ma, imbalsamata da mano esperta, conserva le rose ed i gigli della carnagione, e quegli occhi brillanti, che sembrano pieni di vita, non sono animati che per l’effetto dell’argento vivo, cui il più leggero zeffiro che alita intorno a lei basta ad agitare.» Appiè della dama giacevano in un picciol letto due schiavi che parevano anch’essi vivi, tanto erano imbalsamati con arte, bianco l’uno, l’altro negro: il primo impugnava una picca d’acciaio e l’altro una sciabola. In mezzo ad essi era una tavola d’oro, sulla quale leggeasi l’iscrizione seguente:

«In nome di Dio clemente e misericordioso! In nome di Dio eterno ed immutabile! In nome di Dio sovrano degli avvenimenti e dei destini! O figlio degli uomini! quanto insensate sono le tue vaste speranze! Non sai che la morte sta di continuo in agguato per impadronirsi di te? Dov’è Adamo, padre de’ mortali? dove Noè? dove i re dell’India e dell’Irak? i Cosroe ed i Cesari? gli Amaleciti ed i Faraoni? I re dell’Arabia e della Persia? Dove sono le potenze sovrane della terra? dov’è Hamam? dov’è Karun? dove Scedad figlio di Aad ed i figli di Canaan? Per ordine di Dio hanno lasciato la terra, e dovranno pel giorno del giudizio render conto dello loro azioni.

«Figlio degli uomini, se non mi conosci, or ti dirò chi sono: son Tadmor, figlia del re degli Amaleciti. Regnai con gloria ed equità su stati più vasti di quelli del resto dei re. Ho formata la felicità de’ sudditi, e vissi potente, sinchè una carestia, che durò sette interi anni, venne ad affliggere il mio impero. Dopo tal flagello non restavano più vettovaglie. Gli animali adoperati nell’agricoltura, erano stati divorati, di modo che più non esisteva mezzo di prolungare i miei giorni. Invano prodigai tutti miei tesori; non potei procacciarmi un sol [p. 61 modifica]tozzo di pane. La fame consunse i miei sudditi al par di me; l’angelo della morte s’impadronì dell’anime nostre, e noi restammo, come vedi, esempio ai secoli futuri.»

«L’emiro Mussa versò torrenti di lagrime, nel leggere quelle commoventi sciagure, e continuò la sua lettura colla più viva emozione:

«Il timore di Dio è il principio della sapienza. Tutto finisce alla fine colla morte. O figlio degli uomini! impara dall’esempio di quelli che ti han preceduto a diventar saggio. Non aver duro il cuore, nè insuperbire della tua potenza. Ti ho già chiesto e ti domando di nuovo: Dove sono i tiranni dei secoli passati? I Faraoni, i Nembrotti, gli Alessandri bicorni? Furono tutti annientati colla loro schiatta, per vendetta di Dio, ch’è il sovrano della terra.

«O viaggiatore, tu che vieni in questa città, non abbandonarti al mondo ed ai suoi vani piaceri. Pentiti de’ tuoi falli, temi il Signore, fa il bene, e pel giorno del giudizio raccogli copiosa messe di buone azioni. Quegli a cui Iddio permise di penetrare in questa città, può asportarne tutto ciò che più ti gli piace. Non toccare il mio corpo, ed osserva anche verso i morti le leggi del pudore. Chi osasse violarle, e che, attirato dalla mia beltà e da voluttuosi desiderii osasse stendere su di me una sacrilega mano, riceverebbe sull’istante il castigo della sua temerità.»

«L’emiro fu per essere soffocato dai singulti, ma rinvenuto alquanto dalla profonda emozione, prima sua cura fu di trascrivere diligentemente quell’iscrizione; poscia impose ai servi di portar via quant’oro e perle potessero, ma di non toccare nè il letto, nè le vesti della principessa. — Sarebbe però vergogna,» disse Talib, figliuolo di Sebi, «che non prendessimo, pel tesoro del califfo, questo splendido diamante. — E non avete lette le minacce contenute nell’iscrizione?» oppose l’emiro. — Follie!» ripigliò Talib; «le principesse non se ne offendono quando son vive, e molto meno quando sono morte.» Si dicendo, volle salire sul letto della real donna; ma d’improvviso alzarono i due schiavi, questi la picca, l’altro la sciabola, e lo percossero a un tempo sulla testa e nel [p. 62 modifica] dorso in modo che cadde morto sul momento. — Dio! abbi pietà dell’anima sua!» sclamò l’emiro. «Ecco quello che accade quando si è insaziabili! Vi sono nel resto del palazzo ricchezze da superare ogni nostro desiderio.» Ciascuno fece il fatto suo, e la caravana, riccamente carica, lasciò la città di Bronzo per seguire la sua strada.

«Giunsero così alle falde d’un alto monte, nel quale erano scavate molte grotte, abitate da una generazione di negri che, invece di vesti, avvolgevamo entro stuoie. All’appressarsi della carovana, gli uomini si diedero alla fuga, ma le donne ed i fanciulli, trattenuti dalla curiosità, rimasero all’ingresso delle grotte. Si scaricarono i camelli e piantaronsi le tende; poco dopo discese dalla montagna il re de’ negri, e salutati gli emiri, chiese loro se fossero uomini o geni. — Siamo uomini,» rispose l’emiro; «ma voi, probabilmente, voi sì siete geni. — No,» disse il re de’ negri, «siamo della razza di Kam, figlio di Noè, ed abitiamo le sponde di questo mare, chiamato il mare della Prigione. — Non avete dunque mai avuto rivelazione di Dio e del profeta? — Vi domando perdono,» rispose il re; «sollevossi una volta, dal seno di questo mare, un uomo dal volto radiante, il quale sclamò con voce che fu udita per ogni dove: — Figliuoli, temete colui che vi vede senza essere veduto! Dite: Non v’è altro Dio che Dio, e Maometto è il suo profeta! Io, che vi parlo, sono Khizr, guardiano della fonte di vita.» Oltracciò vediamo, la notte d’ogni venerdì, una luce che scende sopra la terra, ed udiamo voci che cantano: — Lode e gloria al Signore degli angeli e degli spiriti! Ogni grazia viene da Dio, e non v’ha forza e potenza che in Dio eterno!

«— Siamo stupiti di quanto ci dite,» rispose Mussa; «quanto a noi, veniamo per ordine del Commendatore de’ credenti e principe de’ fedeli, il califfo [p. 63 modifica] Abdalmelek, figliuolo di Mervan, per cercare de’ vasi di bronzo che trovansi in questo mare, e ne’ quali stanno chiusi i geni ribelli sin dal tempo di Salomone. Vi saremmo obbligatissimi, se poteste procurarcene alquanti.» Tosto il re fece venire alcuni palombari, che dal fondo dell’acque riportarono dodici vasi chiusi col suggello di Salomone. L’emiro fece magnifici doni al re dei negri, e questo principe gli diede in contraccambio due vezzose figlie del mare, ch’eransi pescate insieme ai vasi di bronzo. Mussa ne fu lieto, stimando che il califfo dovesse essere ancor più contento di quegli esseri maravigliosi, che de’ vasi di Salomone.

«Mussa congedossi dal re de’ negri, e tornò felicemente a Damasco, attraversando l’interno dell’Africa e l’Egitto. Ascoltò il califfo col massimo piacere la relazione del suo viaggio, e si dolse vivamente di non averne fatto parte: quindi fece aprire ad uno ad uno i dodici vasi, ed udì i geni che, nell’uscirne, sclamarono: — Perdono, o profeta di Dio! d’or innanzi più non ti saremo ribelli!» e disparvero; spettacolo che empì di maraviglia il califfo e tutta la corte.

«Quanto alle figlie del mare, furono poste in una vasca piena d'acqua, ove nondimeno perirono a cagione dell’ardore del Semum. Donò il califfo pellicce d’onore a tutti quelli che parteciparono al viaggio, poichè, quanto a ricchezze, ne aveano riportate abbastanza dalla città di Bronzo.

«— Sia lodato Iddio!». disse il califfo; «non v’ha che Salomone al quale sia stata accordata simile potenza!» Desiderando l’emiro Mussa di scrivere quanto aveva veduto nel viaggio, non volle più prender parte agli affari del governo; ma pregato il califfo di concedere al figlio suo la propria dignità, ritirossi a Gerusalemme, e morì nel ritiro, dopo aver consacrati tutti i suoi ozi a questa veridica relazione del suo viaggio.» [p. 64 modifica]

I primi raggi mattutini già rischiaravano l’appartamento alla fine di questa novella, e la sultana rimise il principio d’un nuovo racconto, alla notte seguente.

  1. Quasi tutti i viaggiatori che visitarono l’Oriente parlano di questo vento, al quale gli Arabi del deserto, stante i funesti suoi affetti, diedero il nome di samum, cioè veleno. Il suo calore produce spesso la morte, ed è portato ad un grado così eccessivo, dice Volney, ch’è difficile farsene un’idea senza averlo provato; ma si può paragonare l'impressione a quella che ricevesi da un forno nel momento di cavarne il pane. Guai ai viaggiatori che un tal vento sorprende in via lungi di ogni asilo! ne risentono tutto l’effetto, talvolta spinto sino alla morte. Il pericolo sta specialnneate nel momento de’ buffi; allora la celerità raddoppia il calore a segno di uccidere come il fulmine con circostanze singolari; poichè ora uno cade in mezzo a due altri che rimangono vivi, ed ora basta mettersi un fazzoletto al naso, o ficcarlo in un buca di sabbia come fanno i camelli, o fuggire di galoppo come sogliono gli Arabi.