La mano tagliata/Parte seconda/V

V. Sotto il cielo azzurro

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V.

sotto il cielo azzurro.

Quell’inverno era cominciato singolarmente mite in Napoli: verso la fine di dicembre, vi erano state le due o tre giornate freddissime partenopee, quelle che formano il culmine del freddo a Napoli, e per cui tutti i napoletani si rinserrano nelle loro case. Dopo di che, una temperatura costantemente dolce aveva allietato i giorni brevi del gennaio.

Il sole splendido di un cielo perfettamente azzurro, questo era l’emblema, queste erano le armi parlanti di Napoli in quell’inverno.

E, siccome le notizie di questa dolcezza iemale pare che le porti il vento, più che il telegrafo, la calata de’ forestieri che vengono a svernare a Napoli dalle parti più lontane del mondo, era cominciata molto tempo prima di tutti gli altri anni. Ordinariamente, i forestieri freddolosi non giungono a Napoli che verso la metà di febbraio per rimanervi sino alla sine di aprile, ma, quell’anno, a dicembre, già gli stranieri cominciavano a [p. 308 modifica]ire negli alberghi e nelle vie, e nel gennaio si ebbe un arrivo magnifico di queste rondinelle e di questi rondoni viaggiatori. Costoro passavano nelle grandi carrozze da nolo con la guida dell’albergo in serpa, co’ veli bianchi e verdi al cappello, e molti originari inglesi, data la dolcezza dell’aria, avevano inalberata la pagliettina. Molti di costoro erano malati o almeno convalescenti, e molti però stavano perfettamente bene e viaggiavano per quell’istinto randagio, che trasforma i popoli de’ paesi nordici in altrettanti ebrei erranti. La città era dunque animatissima e più lieta che mai.

Stanco, disfatto, guarito solo per metà e soprattutto scoraggiato moralmente, Ranieri Lambertini era venuto a passare un mese in Napoli, prima di andarsene a Nizza, giacchè i medici gli avevano ordinato di vivere l’inverno e tutta la primavera in paesi caldi, perchè temevano per i suoi polmoni, dopo la fatale ferita, che lo aveva colpito alla porta della contessa Clara Loredana. Ancora ammalato, egli aveva fatto un giro per tutta l’Italia, interrogando le questure, i consolati, interrogando chiunque potesse dargli un’informazione di simil genere, per sapere dove si fosse potuta ricoverare Rachele Cabib. Egli aveva vagamente saputo che la fanciulla era entrata in un convento, e due o tre volte in qualche piccola città italiana gli era sembrato di ritrovare le tracce della benamata; ma sempre queste tracce s’eran dileguate, e Rachele Cabib pareva sparisse dinanzi a lui, come un vano fantasma. In verità, il giovane gentiluomo romano portava nel cuore una ferita assai più mortale della pugnalata che gli aveva attraversato il polmone. L’abbandono, la fuga, la scomparsa di Rachele avevano avvilito e desolato lo spirito di Ranieri Lambertini, e gli avevan fatto desiderare che quel colpo di pugnale gli desse la morte. L’amore che lo legava alla bellissima fanciulla [p. 309 modifica]israelita, aveva l’ardore della passione e la catastrofe che aveva infranto il loro legame, lo aveva atterrato. Trovarsi a due dita dalla felicità ed entrare invece in un lugubre e tragico sogno, vedersi in pericolo di vita, aver perduta la cara persona e averne smarrita ogni notizia, ecco quel che torturava lo spirito di Ranieri Lambertini, molto più che il continuo pericolo di una tisi galoppante. Non aveva aspettato di guarire per partire da Roma, volendo fare delle ricerche personali, non sapendo vivere senza aver ritrovato la sua Rachele. Questo viaggio bizzarro ed infruttuoso, dietro un’ombra sparente, lo aveva estenuato. Fu in Roma che i medici avendolo trovato esaurito di forze, sfinito d’anima, gli avevan consigliato di vivere a Napoli sei settimane, e poscia di andare a Mentone o a Cannes, cercando non solo un’aria dolce a’ polmoni stanchi, ma cercando anche delle distrazioni all’animo esacerbato. Egli aveva ubbidito, quasi macchinalmente, dacchè una grande sfiducia lo aveva colto in que’ sette od otto mesi in cui nulla aveva saputo di Rachele.

Senza quella fanciulla, egli si sentiva inetto a vivere, e tutte le sue speranze languivano, qualche giorno persino egli aveva creduto che Rachele Cabib fosse morta. Quindi, si era recato in Napoli senza ansietà e senza speranza, trascinando la sua pallida giovinezza, così intimamente colpita, più per soddisfare alla tenerezza di suo zio che lo amava come un padre, che per nessuna voglia personale di vivere. Egli aveva preso alloggio al Grand Hôtel, in via Caracciolo, vivendoci quindici giorni, senza vedere nessuno, facendo delle passeggiate solinghe e malinconiche, non cercando di riannodare le relazioni coi giovani gentiluomini napoletani che egli bene conosceva.

Era uscito a cavallo, due o tre volte, ma, quel movimento aveva finito per fargli male, ed era entrato [p. 310 modifica]subito a casa. Il Lambertini era un giovane che aveva molto amato gli esercizi del corpo e la vita all’aria aperta: ma adesso, dopo nove mesi di infermità e di tristezza, era piuttosto diventato un sognatore malinconico, vinto da un velenoso pessimismo. Gli avevano dato una stanza ed un salotto sporgente su via Caracciolo, al sole, all’ammezzato. Molte ore della sua giornata passava sdraiato in una sedia lunga, vicino a quel verone, neppure fumando, perchè il fumo gli faceva male ai polmoni, e appena guardando il mirabile spettacolo, che si svolgeva sotto a’ suoi occhi. Spesso, dopo pranzo, poichè le notti erano belle, de’ suonatori ambulanti, venivano a cantare le loro canzoni napoletane, accompagnati dalle chitarre e dai mandolini, e dietro a’ cristalli dei balconi era un apparire di facce esotiche che ascoltavano delle canzonette.

Egli stesso, che non era uno straniero, tendeva vagamente l’orecchio a que’ suoni e a quei canti così spesso appassionati, quasi sempre teneri. Ancora, della gente si radunava intorno a questi suonatori ambulanti, malgrado che fossero notti d’inverno, e altri cantavano in coro con essi, con quella facilità graziosa del popolo napoletano.

Ranieri Lambertini ascoltava assai distrattamente quei suoni e quei canti che gli parlavano di amore; ei portava nel cuore una rimembranza fatale che gli avvelenava per sempre l’esistenza e una sensibilità estrema lo faceva fremere, ogni volta che lo spettacolo della vita lo induceva alla contemplazione dell’amore. Quella sera di gennaio, tiepida come se già si fosse in primavera, lo rendeva anche più infelice, perchè faceva risorgere in lui tutti i rimpianti di un amore perduto. Di dietro ai cristalli del suo verone, egli guardava nella via il piccolo attruppamento, quando, come suggestionato da uno sguardo che lo attirasse, egli [p. 311 modifica]si chinò meglio, a guardare nella strada. Ma distingueva poco precisamente e tralasciò di guardare. Pure, il fenomeno si ripetè. Egli si sentì di nuovo attirato ai cristalli, e questa volta egli vide bene lo sguardo ardente di una donna che lo fissava. Era una donna del popolo, vestita di scuro, decentemente, e con uno scialletto di lana nera sul capo, che si teneva stretto con una mano al collo. Ranieri Lambertini represse a stento un grido di sorpresa, riconoscendo quel volto; era quello di Rosa, la serva di Rachele Cabib, colei che era sparita contemporaneamente alla sua padrona, nella notte terribile del tentato assassinio. E questa donna lo guardava così attentamente, così curiosamente, che anch’ella doveva averlo riconosciuto, malgrado la notte, la oscurità, i cristalli, il tempo che era passato e il mutamento avvenuto nella fisonomia di Ranieri Lambertini. Egli schiuse i cristalli, e incurante della temperatura che poteva danneggiare i suoi polmoni, abituati alla stanza riscaldata dell’albergo, si sporse dal verone e gridò più che disse:

— Rosa, Rosa!

— Signore! — fece quella, balenando dai buoni occhi fedeli e accostandosi al verone.

— Sali sopra!

— Dove?

— Al numero 14. Chiedi di me.

— Eccomi. — Egli la guardò ancora, dal verone schiuso, che con passo svelto girava intorno all’albergo e svoltava verso il portone principale; poi, richiuse i cristalli e volle aprire la porta, per andarle incontro. Ma in mezzo alla camera fu preso da una vera soffocazione di respiro: quella improvvisa apparizione lo aveva sconvolto. Con mano tremante egli schiuse la maniglia della porta, e la povera serva, che era stata la costante e migliore confidente [p. 312 modifica]del suo grande amore, quella che gli era stata di continuo aiuto e continuo conforto, si avanzò verso lui. Quando fu in mezzo alla stanza, quando lo vide così pallido, così consumato, così tremante, la poveretta ebbe uno schianto e, buttatasi sopra una sedia, si mise a piangere:

— Perchè piangi, Rosa, perchè piangi?

— Oh! Eccellenza. ... Eccellenza. ... vedervi così.... dopo tanto tempo. ... — Non sono morto ancora, Rosa, — egli mormorò, con un pallido sorriso, respingendo la domanda, che gli bruciava le labbra.

— Oh! signore, voi dovete vivere cento anni. ... cento anni. ... — Sarebbe troppo, — soggiunse lui, sempre ironicamente — ma non piangere più, Rosa. ... nessuno è morto. — E la guardò con un sì terribile sguardo scrutatore che ella, intendendo, abbassò gli occhi:

— No, nessuno è morto, — ella rispose, lentamente, passandosi il fazzoletto sulla faccia. — Ma quasi.

— Quasi? Quasi?

— Eh, sì! — rispose Rosa, con un profondo sospiro di dolore.

— È malata, è morente Rachele? — chiese rudemente, senza più ambagi.

— No, signore. Sta bene. ... credo che stia bene.

— Credi? Non lo sai? Non l’hai vista?

— Oh, da molto tempo, non l’ho vista!

— E come? Come dici che è quasi morta? Che ne sai?

— Dico che è quasi morta, perchè è in monastero, signore mio, e in una clausura strettissima.

— Ah! non mi avevano ingannato! Ma dove, dov’è, Rosa? — Ella lo guardò, esitante, incerta.

— Dimmelo, per amor di Dio, dimmelo! [p. 313 modifica]

— Lo debbo, signore? Voi l’avete trattata così male! Voi l’avete tradita!

— Oh, Rosa, se sapessi di quale orribile tranello siamo stati vittima, tutti! Mai, mai un momento ho cessato di amare la mia Rachele; non ho peccato contro lei, neppure col pensiero! — gridò il conte Ranieri Lambertini, con l’accento della verità.

— Veramente? Oh, signore, che disgrazia! Quale brutta disgrazia!

— Dimmi, dove è? Dove?

— Dio mi assista! Qui, signore.

— Qui, a Napoli?

— Sì, sì.

— Ah! è Iddio che mi vi ha condotto! E in quale monastero?

— Nel convento di suor Orsola Benincasa, alle sepolte vive, — disse, piano, Rosa che aveva di nuovo le lacrime agli occhi.

— Dio mio! — gridò lui — le sepolte vive! Che nome orribile! E perchè è andata colà?

— Così. Voleva monacarsi e ha preferito un chiostro di clausura assoluta.

— Assoluta! E da quando vi è entrata?

— Da cinque o sei mesi. Cambiò monastero due o tre volte, perchè la perseguitavano. ... — La perseguitavano? E chi?

— Chi? Quell’uomo! Il suo persecutore, la causa di tutte le sue disgrazie. ... — Marcus Henner!

— Sapete il suo nome?

— Sì, lo so, Rosa, il suo maledetto nome, l’ho saputo per un miracolo, malgrado che Rachele non me l’abbia mai voluto dire.

— Ebbene, anche in monastero, costui l’ha perseguitata; ed ella ha finito per venire qui, in questo convento che mi sembra una tomba, signore mio! [p. 314 modifica]

— Ma tu la vedi sempre, è vero? Come sta? Che fa?

— Io non lo so. Non la vedo mai.

— Mai? Non ci vai?

— Non mi riceve, signore, — e di nuovo i singhiozzi le sollevarono il petto.

— Come? — gridò dolorosamente Ranieri Lambertini, il cui animo si chiudeva sempre più — non ti riceve?

— No, Eccellenza.

— E perchè?

— Così: mi disse che non voleva più avere contatti col mondo.

— Ma eri la sola persona che le restasse!

— Sì: ero la sola. Ma specialmente me, mi disse, non voleva vedere.

— Perchè, te?

— Perchè le ricordavo il dolore più terribile della sua vita e la persona che più era stata crudele con lei.

— Tu?

— Io.

— A che alludeva, Rachele? — chiese tetramente il conte romano.

— Al vostro tradimento, — mormorò Rosa a occhi bassi — e a voi. — Una sofferenza indicibile si delineò sulla fisonomia di Ranieri Lambertini.

— Ella mi odiava, mi odia, è vero? — disse alla povera serva, con voce tremante, Ranieri.

— Non so se vi odiasse. ... non lo so, — e balbettava la poveretta.

— Non lo sai?

— Non me lo ha mai detto.

— Come? Come?

— Non mi parlava mai di voi.

— Mai?

— Mai. [p. 315 modifica]

— Oh Dio! — disse lui, pianissimo, con un gemito straziante. — E tu non le parlavi di me?

— Mai, ella me lo aveva proibito. Non voleva udire neanche il vostro nome.

— Oh, Dio! — gemette il povero convalescente, ancora una volta, e si nascose il volto fra le mani, come per celare le sue lacrime.

Un silenzio doloroso regnò in quella stanza.

— Io, spesso, ritornavo a parlare di voi, — soggiunse Rosa, rialzando la testa. — Ma ella mi guardava coi suoi begli occhi che avevano tanto pianto, per voi, e m’imponeva silenzio, senza parlare.

— Ella aveva ragione, — mormorò il conte, come se parlasse fra sè.

— Oh, signore. ... sentite. ... non potete immaginare che notte fosse quella. ... quando fuggimmo via di casa nostra. ... — Oh, Rosa, che notte. ... la più atroce notte della mia vita!

— E da voi. ... aspettammo tanto tempo. ... tanto tempo. ... e infine arrivò la notizia infame. ... la notizia tremenda. ... voi ferito mortalmente, all’agonia.... ricoverato nella casa della vostra amante.... di colei per cui vi avevano ferito. ... — Oh, che infamia, che infamia!

— Una infamia: e la povera fanciulla, fuggita di casa, senza ricovero, che non poteva neppure venirvi a trovare dove eravate!

— Oh, Rachele, Rachele mia! — gridò lui, torcendosi le braccia dalla disperazione.

Tacquero.

Egli si rialzò, guardando in viso Rosa con certi occhi fieri e truci.

— Dove andaste, dopo?

— Dal vicario.

— Fu lui che vi prese sotto la sua protezione?

— Sì. [p. 316 modifica]

— Rachele non fece nulla per sapere mie notizie?

— Nulla. Credette di vedere la mano della Provvidenza in tal fatto, e si rassegnò a rinunziare a tutto.

— Da quanto tempo, tu dici, è qui?

— Da sette od otto mesi.

— In clausura?

— Clausura perfetta: sepolte vive.

— Ma ella non ha pronunziato i voti, è vero, è vero? — La domanda era così incalzante, così tragica che Rosa si sgomentò:

— Non so. ... — disse. — Non so.

— Non sai? Non sai?

— Se vi dico che non mi ha più ricevuto!

— Ma una monaca non pronunzia i voti, subito: vi è un anno di noviziato, io credo!

— Vi è. ... vi è. ... ma. ... — Ma che? Che?

— L’ultima volta che la vidi. ... — e Rosa piangeva di nuovo.

— Ebbene? Parla: non farmi morire!

— Mi disse che aveva fatta domanda per abbreviare il suo noviziato.

— Cioè?

— A sei mesi.

— È possibile? È possibile? Ma questo è un suicidio? E glielo avranno concesso?

— Non lo so.

— Non hai tentato di andare, nuovamente?

— Sì.

— Ebbene?

— Non sono entrata.

— E non hai chiesto della monacazione?

— Sì: non mi hanno risposto.

— Oh Dio! — ripetè lui, per la terza volta.

Ma questa volta era un grido di collera contro [p. 317 modifica]il destino che gli era sfuggito. Passeggiò tre o quattro volte, su e giù per la stanza. Poi, si fermò:

— Rosa?

— Signore?

— Io voglio vedere Rachele.

— È impossibile, signore.

— Io voglio vederla.

— È monaca, signore. — — Ho sempre amato e servito Iddio fedelmente; non può impedirmi di vederla.

— Ve lo impedirà la clausura.

— Ricorrerò al vicario.

— Signore!

— Andrò sino al papa, ma la vedrò.

— Ma è monaca, è monaca!

— Che importa? Debbo vederla: debbo parlarle: debbo dirle che sono innocente: giurarglielo su Dio: e dopo morire.

— Oh, madonna, aiutaci!

— Debbo vederla, Rosa; non posso morir disperato, bestemmiando. Ritrovarla, saperla qui, poco lontano e non poterla vedere, è da dannarsi. Io mi tiro un colpo di rivoltella. — E nei suoi occhi si leggeva la risoluzione implacabile che nulla può vincere.

— Vederla, Rosa, vederla, per un’ora, per dieci minuti, per un minuto. Dirle una parola e morire. — La povera donna, dinanzi a quello scoppio dell’amore di Ranieri Lambertini, si alzò esterrefatta. L’idea che egli volesse violare la santità del chiostro, per vedere Rachele Cabib, che forse aveva di già pronunciato i voti solenni monacali, turbava la sua coscienza di umile cristiana. Era stata lei la intermediaria più accanita di questo fra la giovane fanciulla ebrea e il gentiluomo romano, aveva desiderato ardentemente che queste nozze così impossibili diventassero una realtà; ma il [p. 318 modifica]giorno della catastrofe, ella non aveva più osato opporsi a che Rachele Cabib entrasse in un convento. Attratta dall’antica devozione che aveva per la sua padroncina, ella non se n’era andata da Napoli, ed aveva trovato servizio presso una famiglia borghese napoletana, che abitava alla Riviera di Chiaia. Come aveva raccontato a Ranieri Lambertini, ella aveva tentato varie volte di rivedere la giovine novizia delle sepolte vive; ma costei, temendo che con Rosa riapparissero nel convento tutti i ricordi e tutte le tentazioni del mondo, si era sempre rifiutata di riceverla; e la povera serva, sospirando, aveva rinunziato per sempre al suo sogno.

Per un caso, quella sera si era trovata in via Caracciolo, mentre i suonatori ambulanti cantavano Capille nire e Carmela; e, ora, tutto il dialogo affannoso sostenuto col gentiluomo romano, e giunto adesso al suo culmine con la domanda convulsa di Ranieri che voleva per forza rivedere Rachele, aveva sconvolto le poche idee della fedele domestica. Ella balbettò:

— È impossibile, signor conte, è impossibile!

— Debbo vederla, — replicò ancora una volta l’innamorato, che era arrivato ad uno stato di delirio veggente. — E tu devi aiutarmi.

— Non lo posso fare, — disse lei, tremando.

— E perchè? — chiese lui, ansiosamente.

— Perchè Rachele è una monaca, perchè nel convento non si entra, perchè la povera fanciulla è morta per voi.

— Sarebbe morta, se ne avessero sotterrato il cadavere; ma io farei riaprire quella tomba per seppellirmi accanto a lei, — gridò lui, a cui l’impensato di quel che avveniva e tutta la sua passione ridestata davano la febbre.

— Che dite, signor mio? — mormorò lei. — Questa è una pazzia! [p. 319 modifica]

— Che t’importa, se sono pazzo? Tutti gli innamorati sono pazzi: eppure, debbono trovare chi li assista. Tu devi assistermi, Rosa.

— Ma in che modo? Io sono una povera donna, sono una serva, non posso nulla!

— Ti darò del denaro, tutto quello che tu vuoi: ma tu devi andare da Rachele.

— Rachele si chiama suora Grazia e avrà certamente pronunziato i voti. Caro signore, non mi tormentate e non vi tormentate. Fatevi una ragione. Rachele è fra le sepolte vive.

— Non me ne persuaderò mai. Tu devi andare colà.

— E se non mi riceve?

— Devi farti ricevere.

— E se mi scaccia?

— Tante volte ci ritornerai, ogni giorno, che ti vedrà.

— E se ha pronunziato i voti, e non può vedere nessuno?

— Dio sperda l’augurio; ma devi vederla, anche monaca.

— Ci vorrà un permesso del vicario?

— Te lo procurerò.

— Che cosa direte?

— Una bugia: che è moribondo suo padre, che vuol rivederla sua madre; ma bisogna che tu riveda Rachele, che tu le parli di me, che tu la induca a vedermi.

— Questa è una pazzìa, — continuava a dire agitatissima la domestica.

— Dovessi andarci tu per sei mesi di seguito, ogni giorno, tre volte al giorno, bisogna che tu veda Rachele! — replicò il conte, che era, oramai, dominato dall’idea fissa.

— Ma io ho il mio servizio, — balbettò lei, non sapendo che altro dire.

— Io ti pagherò venti servizi. È inutile, non [p. 320 modifica]ti lascio andare. Sono sei mesi, che io languisco nella disperazione morale di questo amore. Io non ho fatto nulla contro Rachele. Io sono innocente. L’ho amata e l’amo con passione indicibile, ed ho mille volte invocato la morte, per aver perduto Rachele, e se ho consentito a vivere, a guarirmi, è stato nella speranza di ritrovarla; se essa è viva, e non mi è dato rivederla, io mi tirerò un colpo di rivoltella nella testa. — E, negli occhi febbricitanti e stravolti, era così chiara la sua determinazione, che la povera serva, la quale nulla sapeva o intendeva di drammi amorosi e di suicidi, e che mancava completamente di fantasia, si figurò subito il giovane conte morto, sfracellato, immerso nel suo sangue. Tale idea le fece tanto orrore che si nascose il viso tra le mani. Egli comprese che, da parte di Rosa, ogni resistenza era vinta e le disse:

— A che ora vi andrai, domani?

— Verso le nove, Eccellenza.

— Non puoi più presto?

— Più presto le monache compiono le orazioni mattinali, e la portinaia non mi aprirebbe.

— Sta bene. Io ti accompagnerò.

— Ma, non per entrare, è vero?

— No, non tenterò nulla per entrare. Voglio solo vedere le mura dov’è chiusa la mia Rachele, voglio baciare la porta che me la contende, voglio esser sicuro che tu vi andrai.

— È certo che vi andrò, giacchè ve l’ho promesso. Verrò a prendere Vostra Eccellenza?

— No, — disse lui, guardandola con occhio diffidente. — Tu passerai la notte qui.

— Qui? — disse lei, stupefatta.

— Sì, in albergo. Ti farò dare una stanza.

— E i miei padroni?

— Manderai a dir loro che non rientri, che è arrivato tuo figlio, tuo marito, dirai quello che [p. 321 modifica]vuoi, e che te ne vai, che non puoi servirli più. Io non ti lascio andare questa notte. Dove sono i tuoi padroni?

— Alla Riviera di Chiaia, al numero 65, e si chiamano Cantalamessa.

— Sta bene. Li farò avvertire.

— Questa è una pazzia, — disse lei, per l’ultima volta, vedendo che egli suonava il campanello elettrico.

. . . . . . . . . . . . . . .

L’indomani mattina, alle nove, Rosa saliva per le scale che conducono dal Corso Vittorio Emanuele a suor Orsola Benincasa. Non aveva potuto ottenere da Ranieri Lambertini che costui rimanesse a piedi della scaletta. Il giovane conte romano non aveva chiuso occhio in tutta la notte, e alle sette della mattina, malgrado che tirasse un vento freddo poco piacevole, si era gittato dal letto, per vestirsi. Una impazienza febbrile lo teneva. Verso le otto e mezzo, colei che teneva nelle mani il segreto del suo avvenire, cioè quella povera donna di Rosa, era venuta tutta turbata a bussare alla sua porta. Ella non si raccapezzava più, in quel dramma d’amore, in cui si trovava di nuovo bizzarramente coinvolta. Ma, legata da una tenera affezione alla sua padrona, essendo ella stata l’intermediaria e la fautrice di questo amore, che era stato interrotto così bruscamente, non aveva osato rifiutarsi alle convulse domande di Ranieri Lambertini, accadesse quel che accadesse. Ella si sentiva presa da una fatalità e non aveva più il coraggio di resistere.

Una carrozza li aveva trasportati dal Grand Hôtel sino al palazzo Cariati, a’ piedi della scaletta di suor Orsola, e lì, malgrado le rimostranze di Rosa, Ranieri Lambertini l’aveva seguìta a breve distanza. In verità, nella notte, egli aveva tentato di [p. 322 modifica]scrivere una lunga lettera a Rachele; ma tutto ciò che egli aveva da dirle gli si affollava così nella mente, che aveva lacerato due o tre volte il foglio di carta, incapace di frenare l’impeto della sua passione. D’altronde, la lettera gli pareva un mezzo troppo blando, e che servisse solamente a mettere in guardia Rachele Cabib contro i tentativi disperati, che egli avrebbe fatti per rivederla. Viceversa, egli non voleva altro che questo, rivederla; aveva la ossessione di quella delicata e bellissima figura di donna, che egli aveva adorato come l’immagine della bellezza e della bontà, e che gli era scomparsa dinanzi come un sogno.

Mentre saliva per le scale, Rosa diceva fra sè delle orazioni, giacchè non sperava nulla di buono da quella missione estrema, che il Lambertini le aveva data.

Egli si fermò all’angolo che fanno le scale di fronte all’ultima rampa, in fondo alla quale si mostrava il portone sbarrato del convento. Un ultima raccomandazione a Rosa:

— Per amor di Dio, cerca di vederla, parlale, dille che l’amo, dille che muoio senza lei! — Ella crollò il capo e le spalle, come se il peso morale del suo incarico fosse troppo grave, e salì lentamente i larghi scalini di pietra che la dividevano dal portone, mentre Ranieri Lambertini rimaneva all’angolo della via. Egli la vide appressarsi alla pesante porta serrata, tirare la catena di ferro che corrispondeva al campanello, e aspettare.

Vide anche che ella aspettava molto, perchè dovette bussare tre o quattro volte, a intervalli, prima che le venissero ad aprire. Poi, lassù, qualche cosa stridette; uno spiraglio del portone si schiuse, e Rosa, dopo aver parlamentato qualche minuto, entrò, senza voltarsi a lui. Egli intese richiudersi pesantemente quel portone, come quello di [p. 323 modifica]un carcere; ma, arso dalla passione, pensò anche che nessuna porta di legno o di ferro resiste alla volontà di un uomo che ama.

E, immediatamente, un terrore subitaneo lo prese: il terrore, cioè, che Rosa uscisse subito da quel convento, il che sarebbe significato che non le era riuscito di vedere Rachele Cabib, nè di farle giungere un’imbasciata. Questo terrore si trasformò addirittura in un incubo. Inchiodato a quell’angolo di scala, con gli occhi fissi su quelle due porte sbarrate, solo, co’ brividi addosso di una mattinata fredda d’inverno, in quell’angolo dove sempre soffia il vento, egli non aveva più coscienza di nulla, tremando di vedere schiudere novellamente quella porta, di vedere riapparire il volto desolato di Rosa, scacciata dal monastero delle sepolte vive. In quella pena intima e profonda, egli cavò macchinalmente varie volte l’orologio, e, quando furono passati quindici minuti, il suo cuore oppresso si cominciò a dilatare, poichè gli pareva certo, che Rosa avrebbe veduto Rachele Cabib. Egli ignorava assolutamente che cosa sia la vita interna di un monastero, e non sapeva che il tempo vi è calcolato ben diversamente che nella vita mondana, e che un’ora lì dentro non conta come un’ora di fuori.

Difatti la dimora di Rosa nel monastero delle sepolte vive fu lunghissima, suonarono le dieci a tutti gli orologi vicini, e poi suonarono anche le undici. Egli non s’impazientiva, anzi gli sembrava che ogni ritardo dovesse convenire alla sua causa, dacchè dimostrava che Rosa era riuscita a vedere Rachele; ma, ad ogni modo, quel ritardo cominciava a pesargli stranamente. Che cosa poteva far dunque lì dentro la sua messaggiera da più di due ore? Non ne sarebbe uscita forse più?

Si voleva seppellire viva anche lei? Da che poteva dipendere quella lunga dimora?

Non sapeva Rosa che egli era lì fuori, così ansioso, così [p. 324 modifica]fremente, come se si giudicasse, e si giudicava veramente, tutto il suo destino? Come poteva farlo aspettar tanto? Che era successo? Era malata, forse, Rachele? Era monaca? Che poteva esser successo?

Ogni minuto adesso che passava, aumentava la sua pena; e ciò che era stato la sua speranza, si volgeva nella sua disperazione. Ogni tanto gli pareva di udir scricchiolare il portone, di vedere schiudere quei battenti; ma l’allucinazione spariva immediatamente dalla sua fantasia esaltata. Erano le undici e mezzo, ora; e Rosa non usciva. Adesso, egli era preso dall’ira, anche, e pensò, se non fosse stato meglio usare l’audacia di battere a quella porta.

Due o tre volte, dalle undici e mezzo a mezzogiorno, Ranieri Lambertini risalì i larghi scaloni, che lo dividevano dal portone di suor Orsola Benincasa, e fu lì lì per afferrare la catena di ferro e scuotere fortemente il campanello; ma ogni volta si rattenne, pensando che fosse una grave imprudenza, e ridiscese lentamente la via fatta, ritornando al suo posto di osservazione, dove si rassomigliava a Gesù posto in croce. Finalmente, come scoccava mezzogiorno, il portone si schiuse, ed allo spiraglio venne fuori Rosa, che discese rapidamente gli scaloni per accostarsi a lui. Egli la fissò in viso, così ansioso e così trepidante, che le parole gli si soffermavano sulle labbra soffocate dall’angoscia. Ella aveva sempre l’aspetto turbato, ma, anche, vi era qualche cosa di misterioso nel suo viso, qualche cosa che spiritualizzava il volto poco intelligente di quella umile donna, e gli dava una espressione novella. E allora ella gli si pose accanto, e gli disse, mentre camminavano insieme:

— Ancora un momento di pazienza; parleremo poi, quando saremo arrivati al Corso. — E, nel dire questo, anche un’intonazione di mistero [p. 325 modifica]era nella sua voce, ed egli tacque, camminandole a canto, a capo basso. Presto, però, arrivarono al Corso, e salirono in una carrozza da nolo, che doveva condurli al Grand Hôtel; per parlare meglio, e per nascondere la sua faccia sconvolta, Ranieri Lambertini fece alzare il soffietto.

— Dunque, — le disse — l’hai vista?

— Sì, l’ho vista, — disse lei, a capo basso.

— Quando, come?

— Or ora, dieci minuti fa.

— Solamente dieci minuti fa? E sei rimasta tre ore?

— Ella era al coro; poi vi è stata un’ora di adorazione del Sacramento; poi si è dovuto consultare la badessa, e finalmente l’ho vista.

— Al coro, al Sacramento? si è dunque monacata? non è più novizia? — La serva chinò il capo sul petto, e non rispose.

— Di’, si è fatta monaca? — incalzò lui, che tremava tutto.

La donna ancora tacque.

— Non vuoi darmi la tremenda notizia? — egli gridò. — Abbine il coraggio. È meglio la certezza, che questo dubbio atroce! È monaca, è vero? — e le afferrò la mano callosa, e la strinse come se volesse infrangerla.

— Non mi fate male. Io non ne ho colpa, — ella rispose, tentando di sciogliere il suo polso da quella stretta.

— È monaca? — urlò lui. — Io l’ho perduta per sempre! — e fece come per gittarsi dalla carrozza sul binario del tram a vapore che si avanzava, quasi volesse finirla con la vita.

— No, — disse lei, rattenendolo — non è monaca ancora.

— Ah! — gridò lui, con un sospiro che parve un ruggito, cadendo disfatto in fondo alla carrozza da nolo. [p. 326 modifica]

— Ma è come se fosse monaca, — soggiunse subito lei, con voce commossa.

— Come se fosse? e perchè?

— Perchè pronuncierà i voti solenni fra quindici giorni.

— Fra quindici giorni? — gridò lui. — E perchè così presto?

— Perchè ella stessa ha chiesto di abbreviare il tempo del suo noviziato, perchè è venuto il rescritto ecclesiastico, e perchè ella fra quindici giorni sarà una sepolta viva.

— Chi ti ha detto questo, ella stessa?

— Me lo aveva detto prima la conversa, che fa da portinaia, e poi me l’ha confermato suora Grazia.

— Chi è suora Grazia? — domandò lui, smarrito.

— È lei, è la signorina Rachele, che ha preso questo nome in religione.

— Anche il nome ha cambiato? — egli disse, come vaneggiando, come parlando a sé stesso.

— E che ti ha detto lei?

— Non voleva vedermi, — rispose Rosa.

— Non voleva? E come si è indotta a riceverti?

— L’ha indotta la madre badessa; le ha detto che le novizie, prima di monacarsi, debbono vedere i loro parenti e i loro amici, perchè poi non rimpiangano nulla del mondo. Allora, suora Grazia, ossia quella che fu la vostra Rachele, si è decisa a vedermi, per obbedienza.

— E come era? come è diventata?

— Più fine, più pallida, e più bella. Non sembra più una donna, signore; sembra un angelo.

— Oh, Rachele, Rachele! — esclamò lui, torcendosi le mani dal dolore.

— Io le ho voluto baciare la mano, ma essa me lo ha impedito; mi ha salutato teneramente, ed ha voluto saper conto della mia vita. [p. 327 modifica]

— Le hai parlato di me?

— Sì, gliene ho parlato.

— Che le hai detto?

— Che vi ho ritrovato, e che eravate innocente, che l’amavate sempre e che volevate rivederla.

— E che ti ha risposto?

— Nulla, sulle prime. Quando ha inteso pronunciare il vostro nome, si è fatta pallidissima, più pallida del suo soggolo, e non mi ha interrotta, come faceva sempre prima, quando io vi nominava. Poi, quando ho detto che siete miracolosamente scampato da morte, le sono salite le lacrime agli occhi. ... — Oh, Rachele, Rachele! — continuava ad esclamar lui, come preso dall’idea fissa.

— Ma, quando le ho detto che voi l’amavate ancora, ella ha chinato gli occhi, e il suo volto mi è parso più duro e più freddo di una pietra.

— Non ti ha risposto?

— Sì, mi ha risposto.

— E, che t’ha detto?

— Mi ha detto queste testuali parole, che così vi riferisco: «Egli non deve amarmi. Egli deve dimenticarmi. Non si amano i morti. Si dimenticano i morti: io sono morta!»

— Oh Dio, oh Dio! — esclamò lui, nascondendosi il volto tra le mani.

— Pure, — soggiunse Rosa — io ho insistito, dicendo che voi volevate vederla; ma ella s’è mostrata sempre della stessa fredda austerità, e mi ha ancora detto: «Digli che non ci vedremo più; che io sono di Dio; che debbo pronunziare i voti tra quindici giorni; e che in quel giorno mi offrirò al Signore, in cambio della pace che Dio gli accorderà.»

— E niente altro ti ha detto?

— Niente altro, per voi.

— Non ti ha parlato di altri? [p. 328 modifica]

— Sì, del padre, della madre. Avrebbe voluto rivederli, prima di monacarsi. Sapete che ella crede fermamente non essere morta sua madre.

— E niente altro proprio per me, niente?

— Niente.

— Tutto è finito, dunque! — egli mormorò, come Cristo sulla croce.

. . . . . . . . . . . . . . .

Ma lo scoraggiamento di Ranieri Lambertini durò pochissimo tempo. Tutto solo nella stanza del Grand Hôtel, nel pomeriggio d’inverno, dopo non aver toccato cibo della colazione, egli ebbe una reazione furibonda contro il destino, che gli toglieva Rachele Cabib. Egli dimenticava tutte le parole gelide e aspre, che Rosa gli aveva riportato; egli le dimenticava, poichè gli pareva che non potessero essere uscite dalla bocca di una donna che egli adorava, e che tanto lo aveva amato, da rinunziare alla sua casa, al padre, alla sua religione, e che finalmente rinunziava alla vita del mondo per lui. No, non era Rachele Cabib, quella che gli aveva imposto di non pensare più a lei, pensando che ella fosse morta; non poteva essere la fiorente giovanetta dal biblico profilo, dai grandi occhi neri d’israelita, che gli aveva mandato a dire che tutto era finito tra loro! Colei che lo aveva amato, era quella che, udendo il suo nome, s’era fatta bianca in viso come il suo soggolo, e i cui begli occhi tristi si erano riempiuti di lagrime. Gli amanti appassionati come Ranieri Lambertini non sono disposti a rinunziare all’amore, sol perchè l’amata ha detto che tutto era finito. Ma, se l’hanno udita, ripensano la voce che ella ebbe nel dire le fatali parole, ripensano il tremore delle labbra pallide, e credono che no, non tutto sia finito. Solo quel pallore mortale e quegli occhi velati di lagrime apparivano nella visione pomeridiana al giovane [p. 329 modifica]gentiluomo romano, ed egli diceva che Rachele lo amava ancora, che se non aveva ancora pronunziato i voti solenni, ella avrebbe rinunziato al chiostro, per rientrare nella vita.

Ah, se per soli pochi minuti egli avesse potuto rivederla! Se egli avesse potuto dirle, col grido dell’amore, a cui nulla resiste: «Rachele, se io ti perdo, mi uccido!» egli era certo, certissimo, che il cuore di Rachele si sarebbe infranto, e che ella sarebbe stata novellamente sua. Ma come vederla? come, se giammai avrebbe potuto entrare in quel monastero delle sepolte vive? Se mai una sua lettera avrebbe potuto raggiungere la novizia? Ricorrere al vicario, era un disegno imprudente e sacrilego; almeno, sacrilego sarebbe stato giudicato da costui, visto che la vocazione di Rachele Cabib era ineluttabile, e visto che i conventi non ridanno volentieri al mondo le anime che hanno raccolte e serrate.

Pure, disperato, e sentendo che quei quindici giorni erano un tempo prezioso per guadagnare il premio del proprio amore, egli partì per Roma, avendo raccomandato a Rosa di ritornare, se fosse possibile, al convento di suor Orsola Benincasa, di ritentare l’assalto al cuore di Rachele Cabib. Ella lo promise, ed era, oramai, così devota alla causa di Ranieri Lambertini, che egli sapeva bene avrebbe mantenuto la promessa. E partì.

Egli apparteneva a una famiglia patrizia romana, che aveva molti rapporti nel mondo del clero a Roma, e quindi tentò parenti ed amici, per arrivare al suo scopo. Ricco, nobile com’era, appassionato e disperato anche, non pareva che grandissimi ostacoli dovessero opporsi al suo intento. Egli non parlò direttamente col vicario, ma trovò modo di aprire il suo cuore ad un prelato influentissimo, dicendogli tutta la sua dolorosa istoria, dicendogli per quale ragione Rachele Cabib era entrata [p. 330 modifica]in monastero, e perchè voleva pronunziarvi i voti solenni. Egli narrò come la notizia della sua ferita mortale e del suo presunto tradimento aveva deciso la povera giovane tradita a fuggire per sempre il mondo, a darsi a Dio; ma, poichè egli non aveva tradito, poichè egli amava sempre la fanciulla cristiana, poichè egli era certo che ella lo amava ancora, quella vocazione non era basata sul vero, e egli domandava che la novizia potesse uscire dal monastero. Era un caso di coscienza, dunque, e, nel narrarlo, egli trovò delle parole così efficaci e delle lagrime così ardenti, che quel prelato si commosse e promise di parlarne il giorno stesso al vicario. Ranieri Lambertini gli dichiarò quanto urgente fosse il caso, poichè forse la novizia avrebbe pronunziato i voti tra quindici giorni e non vi sarebbe stato più tempo nè mezzo di ridarla alla vita dell’amore e della felicità mondana. Con la spirituale solerzia, che gli uomini della religione mettono sempre in queste cose, il prelato eseguì puntualmente la commissione, e il giorno seguente potè assicurare a Ranieri Lambertini che il vicario aveva trovato un mezzo, per risolvere questo caso di coscienza. Gli dichiarò anche che il mezzo era rapido, ma che sarebbero dovuti passare almeno cinque o sei giorni, prima di conoscere una notizia certa.

Non solo cinque o sei giorni passarono, ma trascorsero invece otto mortali giorni, in cui Ranieri Lambertini non fece che agonizzare d’impazienza e di dolore. Infine, la risposta venne. Il vicario aveva incaricato per lettera il confessore della superiora di suor Orsola Benincasa di recarsi da costei, e d’invitarla a interrogare maternamente suora Grazia la novizia, che aveva lasciato in monastero il nome di Rachele Cabib; la badessa lo aveva fatto maternamente, invitandola ad invocare l’aiuto dello Spirito Santo; ella aveva interpellato [p. 331 modifica]suora Grazia, perchè le dicesse se la sua relazione era vera, e se per caso non la tentasse il desiderio del mondo e dell’amore.

La madre superiora era persino giunta a dire alla novizia, che forse il suo giudizio delle cose umane era sbagliato, che le persone da lei supposte perfide non erano tali, e che bisognava pensarci bene, prima di voler dare a Dio un cuore ancora vincolato da un affetto terreno.

Rachele Cabib aveva risposto che ella era decisa a pronunziare i voti solenni; ella non imponeva nessuna violenza morale alla sua volontà, monacandosi; ella non pensava più, nè al mondo, nè alle sue gioie fallaci; perfida o buona che fosse la gente, tutto ciò che era accaduto, era irrimediabile, e non era più il caso di discutere la sua vocazione.

Questa risposta, riportata dalla badessa al suo confessore, era stata trasmessa fedelmente a Roma, e fedelmente il vicario la comunicava a Ranieri Lambertini, per fargli comprendere che non vi era più nessuna speranza.

La cattiva riuscita di questo piano, deciso con audacia ed eseguito con energia, atterrò Ranieri Lambertini. La ostinazione implacabile di Rachele Cabib, che persino di fronte alle domande della madre superiora insisteva a voler pronunziare i voti assoluti, gli dimostrava che la ferita, di cui era stato colpito il cuore della fanciulla, di fronte al presunto suo tradimento, e al suo presunto abbandono, era molto più profonda e più inguaribile di quella che a lui aveva dato la mano di un assassino. Rachele Cabib apparteneva a quelle creature tutte di un pezzo, che ignorano l’avvenimento delle transazioni e preferiscono spezzarsi, anzichè piegarsi. Infine, le era stata fatta l’offerta suprema: la vita, l’amore, la felicità; ed ella aveva rifiutato. Che cosa avrebbe potuto deciderla? Nulla oramai più. [p. 332 modifica]

Un terrore mistico invase l’animo del giovane gentiluomo romano, poichè egli pensò che la passione terrena del cuore di Rachele Cabib s’era tutta trasformata in vocazione religiosa. Era stata una donna fiera e ardente la fanciulla ebrea, e come prima non aveva amato che Ranieri Lambertini, adesso si era data completamente a Dio.

Egli passò tre giorni in uno stato di abbattimento profondo, nella sua casa di Roma, presso suo zio, che lo adorava e che non trovava modo di consolarlo di questa estrema disfatta. Ma, come il supposto giorno della monacazione si appressava, nell’accasciamento dell’innamorato, una ribellione feroce sorgeva contro il fatto, che si andava a compiere; e un desiderio folle, invincibile, lo teneva di impedire questa catastrofe del suo amore, anche a viva forza. Una quantità di romanzi medioevali gli giravano per la mente, in cui gli amanti forzavano le porte dei monasteri, e rapivano la donna del loro cuore, in una notte buia e tempestosa.

Egli era preso dallo stesso delirio di colui che si vede morire dinanzi una persona e, a tutti i costi, vuole strapparla alla morte, una di quelle rabbie impotenti, che conducono l’uomo al suicidio o all’omicidio.

Anzitutto, nessuna forza umana, neppure il tenero affetto di suo zio, potè trattenerlo in Roma. Gli pareva, che a Napoli morisse qualcuno, e che la sua presenza in questa città avrebbe potuto portare un qualche espediente terribile alla terribile situazione in cui egli si trovava. Almeno, a Napoli, avrebbe potuto rivedere Rosa, la povera donna che era stata la confidente migliore di quell’amore; almeno avrebbe potuto andare sino alla porta di quel monastero, dove si sarebbe seppellita per sempre, con Rachele Cabib, ogni sua felicità. Avrebbe potuto, in un’ora di delirio, battere alla [p. 333 modifica]porta di quel monastero, e chiedere di vedere Rachele Cabib; e, se ciò gli avessero consentito, tentare l’ultimo grido di dolore, che scuotesse quel cuore impietrito, e portar via la donna del suo cuore; o, se non glielo consentissero, uccidersi alla porta di quel monastero.

Egli partì dunque disperato, e deciso a tentativi estremi. Suo zio lo accompagnò malinconicamente alla stazione e non tentò di fargli nessuna rimostranza, poichè aveva compreso che suo nipote si trovava in una di quelle ore tremende dell’esistenza, in cui non giovano nè avvertimenti nè consigli. Nel viaggio doloroso, che il conte Lambertini fece verso Napoli, egli mulinò continuamente dei progetti pazzi, che dovevano servire a salvare il suo amore; ma, ogni tanto, egli si scuoteva dal suo delirio e comprendeva che avrebbe certamente mancato il suo scopo. Fu in questo stato di febbre, di pazzia, di frenesia, che egli giunse a Napoli, e che si recò direttamente all’albergo, ansioso di vedere almeno Rosa. Quando le apparve innanzi così pallido, con gli occhi riarsi, coi lineamenti sconvolti, ella, che non sapeva nulla della pratica fatta per via ecclesiastica, si sgomentò. Affannosamente egli narrò quanto era accaduto, ed ella crollava il capo malinconicamente, sentendo sempre più nella sua mente umile, che quella posizione si faceva più grave e più tragica. Da poche, brevi e tetre parole ella comprese che Ranieri Lambrtini, giunto all’estremo della disperazione, avrebbe tentato una di quelle intraprese folli e che se non gli fosse riescita si sarebbe ucciso. Egli non parlò di morte, ma aveva la morte negli occhi e nella voce. Egli non minacciò nè sè stesso, nè altri, ma la minaccia suprema era in tutto lui. Ella era ignorante e semplice, ma la disperazione ha un linguaggio che si fa intendere da tutti, ed ella comprese. Non gli disse nulla, non lo pregò, [p. 334 modifica]non lo supplicò di desistere; ma nella sua mente concepì un disegno ingenuo per gittarsi fra Ranieri Lambertini e la morte.

Intanto, per ottenere che egli nella giornata non facesse nessun passo, gli disse che avrebbe tentato di sapere qual era il giorno della monacazione.

Egli scosse il capo, ma si aggrappò a questa speranza, che la donna gli portasse una notizia dilatoria, perchè, finchè ci è vita e finchè vi è tempo di agire, vi è speranza.

Ella sparve, ed egli rimase chiuso nella sua stanza, scrivendo delle lettere incoerenti a suo zio, a Roberto Alimena e a Rachele Cabib. In verità, erano lettere di addio: egli sentiva aleggiare su sè la morte.

L’opera di Marcus Henner, il gobbo infame, si poteva dire quasi compiuta! Roberto Alimena, fuggente lontano, in esilio dal suo paese, minacciato da una condanna infamante; Rachele Cabib, tolta per sempre alla vita e all’amore; e lui, Ranieri Lambertini, posto di fronte al suicidio.

Aveva ricevuto una vaga risposta al telegramma, fatto al conte Roberto Alimena nel primo impeto di gioia, quando aveva ritrovato Rachele Cabib, ed egli stesso non sapeva che, nel medesimo tempo, il suo migliore amico si trovava nelle sue stesse identiche condizioni, messo a un cimento mortale, per un amore fantastico ed infelice, e lottante corpo a corpo con lo stesso Marcus Henner, colui che aveva annodato la catena di quattro vite.

Ranieri Lambertini finiva allora di scrivere le sue lettere di addio, quando Rosa riapparve nella sua stanza, con un viso sconvolto. Egli si levò dalla sedia, e le disse, con un tremito indomabile nella voce:

— Ci siamo, è vero? — Ella lo guardò, e gli rispose:

— No, non ancora. [p. 335 modifica]

— Dici la verità? — gridò lui — o vuoi tu ingannarmi per pietà?

— Non v’inganno, signore: Rachele non si era ancora monacata.

— Questo lo sapevo, — disse lui dolorosamente. — Mancavano quindici giorni nove giorni fa. Ora, ne mancano sei soltanto.

— Nossignore, nossignore, — disse lei, crollando il capo. — Ella non pronuncierà i voti fra sei giorni.

— Ma, come? non era fissato improrogabilmente il giorno? — disse lui, agitatissimo.

— Sì, era fissato, ma pare lo abbiano ritardato.

— Pare? non ne sei certa?

— Ne sono certa.

— Chi te lo ha detto? Rachele?

— Non me lo ha detto Rachele; io non l’ho vista.

— E chi te lo ha detto?

— Me lo ha detto la madre superiora.

— Hai veduto la badessa?

— Sì.

— Ti ha proprio detto, che la monacazione non si farà fra sei giorni?

— Sì, me lo ha proprio detto. Le avevo detto che volevo in quel giorno confessarmi e comunicarmi, per essere unita con Dio alla mia signorina, e che volevo assistere, se fosse possibile, alla messa di monacazione. Ella mi ha risposto: figliuola mia, devi aspettare un altro poco.

— E perchè? — chiese Ranieri Lambertini, il cui animo già si dilatava alla speranza.

— Una delle due novizie è morta.

— Ve ne erano due?

— Sì, vi era un’altra poveretta arrivata nel monastero delle sepolte vive poco tempo prima della cara mia signorina Rachele. Era ancora giovane questa infelice, ma era malata di cuore; la notte [p. 336 modifica]aveva spesso degli attacchi spasimanti, e la signorina Rachele che abitava la cella vicina a lei l’assisteva spesso, e così l’altra notte la novizia Maria è morta nelle braccia della mia signorina.

— E poi? — chiese Ranieri.

— E poi, — riprese Rosa — la mia signorina si è trovata sola, di notte, con un cadavere fra le braccia. Credo, anche, che in quella ultima notte la novizia Maria le abbia confidato un terribile segreto. Fatto sta che la signorina Rachele ne ha avuto uno sgomento immenso. ... — Ebbene, prosegui. — Rosa tacque, abbassando il capo.

— Perchè non prosegui?

— La signorina Rachele è un po’ malata, — disse ella, a bassa voce.

— Malata?

— Sì, un poco.

— E non l’hai vista?

— Non l’ho vista.

— Perchè non l’hai vista? non l’ami tu? non hai cercato di vederla?

— Ho cercato, non me lo hanno permesso; la signorina Rachele è nella sua cella, e chi non è monaca o conversa non può entrare dalle sepolte vive, oltre il parlatorio.

— Ma che avrà?

— Ha la febbre, mi hanno detto.

— La febbre? e che febbre?

— Io non lo so, signore. Mi hanno detto la febbre, e null’altro; forse, una febbre di paura.

— E come non l’hai vista? e se è molto malata? se muore?

— Oh, signore, non dite questo! Ella è giovane, è forte, non morrà; la badessa mi ha soggiunto che aveva un poco di delirio.

— Il delirio? Ma essa muore dunque! — esclamò Ranieri. [p. 337 modifica]

— Ma no: è dipeso dalla notte atroce che ha passato accanto alla morta. La superiora m’ha detto, che la povera signorina Rachele ha chiamato continuamente sua madre nel delirio, e che le parlava, come a persona viva.

— E me? non mi ha mai nominato?

— La badessa non me lo ha detto: mi ha detto che la signorina Rachele ha nominato spesso un nome strano, quello. ... — Di Marcus Henner! — disse Ranieri Lambertini con accento tragico.

— Appunto! Era l’uomo che veniva di notte nella casa del mio padrone, e che voleva per forza sposare la mia signorina. Un brutto e triste uomo, signore.

— Un assassino! — disse tra i denti Ranieri Lambertini. — Ma Rachele come sta ora?

— Eh, così così.

— E se peggiorasse? se fosse in pericolo? anche allora non la potrei vedere? anche allora non le si potrebbe mandare un medico?

— La badessa m’ha detto, che il medico potrebbe entrare, ma col permesso dell’arcivescovo.

— E se morisse, non la vedrei?

— Ahimè, no! Sono sepolte vive.

— Dio mio! — disse lui, cadendo sulla sua sedia, nascondendosi il volto tra le mani.

— Rincoratevi, — soggiunse Rosa. — La monacazione è ritardata, ecco l’importante; ed io credo che la signorina guarirà.

— Ma intanto come ne sapremo notizie?

— Oh, le sapremo! — mormorò Rosa, che era più inquieta di quel che volesse parere.

Difatti, la madre superiora non le aveva nascosto che suora Grazia o Rachele Cabib era ammalata di una febbre molto violenta, che da due giorni non rientrava nella sua ragione e che, certamente, nella notte fatale in cui suor Maria era [p. 338 modifica]morta, costei aveva dovuto dirle qualche cosa di così spaventoso, più spaventoso ancora della morte stessa. Frasi confuse e paurose uscivano dalle labbra brucianti di febbre di Rachele, accennanti sempre a sua madre, a Marcus Henner, a cui ella dava il nome, nel delirio, di carnefice.

Invero, avevano chiesto permesso di avere un medico, ed un medico era venuto a visitare due volte al giorno l’inferma. Ma aveva detto che si trattava di una febbre cerebrale, e che bisognava aspettare.

Intanto, nel monastero, erano stati celebrati i funerali di suor Maria, senza nessuna pompa, ma con grandi preghiere e orazioni di tutto il convento. Anticamente nel monastero delle sepolte vive vi era il permesso di tumulare nel recinto istesso, in un piccolo cimitero accanto al giardino delle monache, quelle povere suore, che, cariche di anni, o consumate innanzi tempo da’ dolori, morivano nella loro cella, su quel nudo letto, tenendo le labbra gelide attaccate al crocifisso. Ma, con la nuova legge di polizia mortuaria, questo permesso era stato tolto, e anche le monache sepolte vive seguivano la legge comune, ed erano trasportate al camposanto di notte. Questo aveva costituito sempre per loro una grande tristezza: nelle poche ore di ricreazione, le monache e le converse, lasciando il giardino, si recavano sulle antiche tombe delle loro antenate mistiche, e vi portavano dei mazzolini di fiori freschi, e dei mazzolini di fiori artificiali: andavano a piangere colà. Adesso, ogni volta che una monaca moriva, il loro pianto risonava più alto, perchè si dolevano di vedere portar via il corpo della loro sorella. L’ideale mistico delle trentatrè era di esser sepolte vive colà, di morirvi e di restarvi morte.

Così, quando suor Maria fu trasportata via, i clamori furono alti. Ella aveva detto, in un momento [p. 339 modifica] mento di delirio, raccomandandosi a Rachele Cabib, che non voleva si mettesse il suo nome sulla sua lapide, perchè ella era sparita dal mondo, e voleva che non fosse ritrovata neppure la sua tomba. Questo desiderio della infelice era stato comunicato alla madre superiora; ma, purtroppo, costei aveva tentato invano di sottrarre quel nome alla probabile curiosità di chi vi aveva interesse. Ancora una volta la legge veniva a combattere un mistico desiderio! Fu dovuta rendere la dichiarazione di morte al vice-sindaco del quartiere Montecalvario, dal medico, che caratterizzò: morte per aneurisma: e i registri dello stato civile portarono segnate nei decessi del quartiere Montecalvario queste parole: Clara Henner, di anni trentotto.