Istoria di tre giovani disperati e di tre fate/Cantare primo

Cantare primo

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Istoria di tre giovani disperati e di tre fate Cantare secondo

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CANTARE PRIMO

1
Colui che da Giovanni ebbe il battesmo
in nel fiume Giordano, ignudo nato,
il qual principio fu del cristianesmo,
che dei nostri peccati ci ha lavato,
prestimi aiuto lui, ché io medesmo
so ch’io non sono a tal mestier usato;
pertanto presti grazia a mia memoria
ch’i’ possa raccontar la bella istoria.
2
Dapoi che siete venuti a ascoltare,
io vi vo’ dire una bella novella;
istate tutti attenti al mio parlare,
ché so ch’a tutti la vi parrá bella.
In ogni luogo sí vorre’ cercare,
pel mondo tutto, per cittá e castella:
«perché gli è dato ad ogni creatura,
come gli è nato, a ciascun sua ventura»;
3
ma vuoisi se non è nella sua terra
cercarne un’altra, tanto che la trovi,
e non temer fatica, affanno o guerra.
Rado s’ha il ben, se prima il mal non provi,
e vuolsi passar monti ed ogni terra,
ché, se se’ pigro e sempre un luogo covi,
tu non la troverai, questo ti provo,
se tu stai saldo e mai esci dal covo.

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4
Perché talvolta si truova in un prato,
e’ si vuol sempre ogni cosa cercare.
E’ furon tre che ciascun disperato
erano, e non sapean come si fare,
tanto ch’ognun di lor si fu accordato,
ciascuno insieme cominciò a parlare:
— Dove vai tu? — E tu che vai cercando? —
— E’ tel dirò, stu mi verrai ’scoltando.
5
I’ ho cercato di molto cammino,
e son disposto tanto camminare,
e tanto andrò portando il capo chino,
ch’i’porrò fine a tanto sospirare.—
Rispose l’altro: — Ed io son sí meschino,
sí, mi dovessi un dí gettar nel mare,
ch’io son disposto con pene o con danni
veder s’i’ posso uscir di tanti affanni.
6
— Veggio ch’ognun di noi è disperato;
se ci vogliamo insieme accompagnare,
arèn pel mondo poi tanto cercato,
qualche ventura ci potrebbe aitare. —
E fussi insieme ciascuno accordato;
cosi présono insieme a camminare
e stettono una sera all’osteria,
e la mattina poi ritornò via.
7
Eran tutti vestiti alla leggiera;
ma, perché n’era lontano il cammino,
tolsen del pan dall’oste quella sera,
e ciascheduno aveva un fiaschettino,
e perché l’oste disse che lungi era,
ciascun la sera se l’empiè di vino.
E camminorno insino al sol passato,
tal che la sera alloggiorno in un prato.

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8
Diceva l’uno: — E’ sará me’ cenare,
e poi cenato porrènci a dormire. —
Mentre che stanno cosí a ragionare,
ecco tre belle giovane apparire,
tal che fanno costor maravigliare;
e, giunte quivi, cominciorno a dire:
— Voi siate tutti quanti e’ ben trovati,
da poi che siete nel prato alloggiati. —
9
Disse un di lor: — Le ben venute siate!
Dove n’andate adesso, ch’è giá notte?
Se volete, con noi quivi posate,
e non andate errando per le grotte;
da poi che noi tre siamo e voi tre siate,
ognun ne torrá una questa notte,
e ciascuna di voi piacer arete;
dove vi piace, domattina andrete. —
10
Una rispose: — Non ne fare istima,
ch’a nessun modo non mi toccherai,
se giá per donna non mi pigli prima;
per altro modo me tu non arai;
ma, se mi vuoi sposar, odi mia rima:
farò tal cosa che tu riderai,
e darotti per dota tanto avere
ch’alla tua vita tu potrai godere.
11
— Sappi — rispose alla donna colui —
ch’i’non son ora per donna pigliare,
se giá non fosse, come dite voi,
che quella, a chi m’avesse a maritare,
mi desse tanto aver, ch’avesse poi
per la mia vita sempre a trionfare.
A questo modo forse lo farei;
per altro modo mai non ne torrei! —

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12
Disse la donna: — Sappi domandare
e chiedi quel che vuoi, ché l’averai. —
Colui rispose: — Se tu mi puoi dare
questo che chieggo, tu sempre m’arai:
una borsa che sia di tal affare,
che fusse piena di denari assai,
e s’io aprissi quella borsa ogn’ora
cento ducati ne balzasser fuora.
13
— Ecco la borsa la qual tu mi chiedi. —
Disse colui: — I’ vo veder la prova.
— Guarda qui ben, se cosa alcuna vedi. —
Colei la borsa dalla bocca snoda
e fe’ balzar cento ducati a’ piedi.
Colui, che di tal cosa ben gli proda,
tolse costei, ch’aveva il viso bello,
come sua donna e dettegli l’anello.
14
Disse quell’altra al secondo di loro:
— E tu che cosa pensi nel tuo cuore?
Disse colui: — Non chieggio argento od oro,
ma sí un tappeto di fino colore,
che mi portasse senza far dimoro,
senza esser visto, in ogni concistore. —
Detto tappeto la donna lo trova,
e poi gli disse: — Faranne la prova. —
15
Colui sel mise addosso ed ha parlato
con quel tappeto ravvolto alle rene,
e fecesi portare in capo al prato,
e prestamente indrieto se ne viene;
ed ha la donna subito sposato,
ché gli pare la cosa andasse bene.
E poi quell’altra disse senza lagno:
— C’hai tu pensato? Dimmelo, compagno!

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16
— Se tu sapessi quello c’ho pensato
e potessimel dare, o viso adorno,
i’ t’arei come gli altri anch’io sposato
e servireiti sempre senza scorno.
— Abbi pur quel che tu m’hai domandato! —
E colui disse che voleva un corno,
ched ogni volta che l’abbi sonato
sian dieci squadre quivi, ognun armato.
17
— Perché, quando io volessi assai denari,
io metterei l’assedio ad una terra,
che per paura, senza alcun divari,
mi dien l’argento per levar la guerra,
che contra me non arén poi ripari,
tanta metterei gente in quella terra. —
Disse la donna, che con lui ragiona:
— Ecco lo corno. Fa’ la prova e suona. —
18
E’ si pigliò quel corno e l’ha sonato:
ecco la gente d’arme comparire;
son dieci squadre, ciaschedun armato,
dimostran d’aver forza e grand’ardire.
Un’altra volta e’ l’ebbe risonato;
eccotene altrettanti lí venire.
Dieci volte il sonò di valimento,
tanto che venner delle squadre cento.
19
Fecer la prova e furon consolati,
e ciaschedun quel ch’avien chiesto l’ebbe,
e tutt’e tre si furon maritati
a quelle tre, che a nissun non rincrebbe.
E tutt’e tre si furno addormentati
infin che l’altro giorno arriverebbe;
ma la mattina, quando si destorno,
ignuna delle donne e’ non trovorno.

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20
E disse: — Ove son io stanotte stato? —
e viene il sogno suo imaginando;
e diceva a’ compagni: — I’ ho sognato
un sogno ch’io verrò poi ragionando:
e’ mi pareva moglie aver pigliato,
e stavomi con essa sollazzando.
Arebbela nessun di voi veduta,
ché non so giá quel che se ne sie suta? —
21
L’altro rispose: — A me parve iersera,
quando eravamo a cenare nel prato,
venner tre donne con bella maniera
e dolcemente ci ebbon salutato. —
Quell’altro lor compagno si dispera,
e non sa come il fatto sia passato,
dicendo: — Una ne presi per mia sposa:
or non so come vada questa cosa. —
22
Quell’altro disse: — Anch’io ne presi una
e donommi un tappeto molto bello
e, perché fusse ben di notte bruna,
mi portava, dov’io voleva, quello. —
E ’l primo disse che di seta bruna
la sua una borsa gli donò per ello,
che, come quella borsa ella s’apriva,
cento ducati fuor di quella usciva.
23
Il minor disse: — A me donò la mia
un corno lavorato gentilmente,
ch’a sonarlo, ogni volta quel facia
ben dieci squadre di pulita gente. —
Guardando intorno, ciaschedun vedía
quelle cose ciascuna di presente;
viden la borsa e quel tappeto adorno,
e similmente il lavorato corno.

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24
— Questo sará un sogno da dovero?
— Faccián la prova? — E poi qual cosa fia? —
Fecion la prova e viddon ch’era vero;
e inverso Roma pigliaron la via.
Quel della borsa pagava l’ostiero,
quando avevan mangiato all’osteria.
Stettono a Roma circa quattro mesi,
poi terminoron di mutar paesi.
25
Partissi prima quel ch’avea la borsa,
e prese il suo cammin verso la Spagna,
e molto bene all’oste il becco intorsa,
e facea scotti, che non ne sparagna;
ed avea giá di molta via trascorsa,
e molto spende perc’ha chi guadagna,
ed are’ fatto di denar duo sacchi,
giocar sapendo a’ tavolier e a scacchi.
26
Giocava a tavole e era buon maestro,
tal che venne agli orecchi alla regina;
e fu mandato per lui molto presto
che venga in corte; e lui tosto cammina
avanti alla regina molto destro;
con riverenza la saluta e inchina
e diceva: — Madama, in cortesia,
che mi comanda Vostra Signoria?
27
— Detto m’è stato di tua gentilezza,
e come a scacchi giuochi cosí bene,
ed a tavole — disse — con destrezza
ne sanno giocar pochi come tene.
I’ ho di giocar teco gran vaghezza
poi che cosí gentil maestro sene. —
Ed ei rispose che gli era contento
di far ciò che gli fosse in piacimento.

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28
E cominciorno il giuoco al tavolieri,
e piaceva alla donna il suo giocare,
ed anche lui la vedea volentieri,
tal che se n’ebbe mezzo a innamorare.
Lassôr le tole e preson lo schacchieri,
e lei, ch’era maestra di giocare
all’uno e all’altro giuoco gli ha tirati,
se non son piú, cinquecento ducati.
29
Finito il giuoco, quel giorno presente,
diss’ella: — Poi ch’abbiam tanto giocato,
i’ vo’ che mi prometta veramente
che con meco stasera abbi cenato. —
E lui, che giá sentía le fiamme ardente,
ebbe l’invito suo tosto accettato;
e disse: — Poi che vi faccia piacere,
io son contento far vostro volere. —
30
Cenato c’hanno, senza uscir da mensa,
sul tavolieri incominciorno il giuoco,
perché colei nell’animo suo pensa
come potesse far ardere il fuoco;
e talvolta sospira, e poi ripensa
com’ella possa fare a poco a poco;
e la sua fantasia avea trascorsa
com’ella possa tôrgli quella borsa.
31
E finge, e dice: — O traditor d’amore!
E con queste parole poi sospira.
Costui, ch’aveva giá ferito il cuore,
alle parole sue pose la mira:
— Costei non ha marito né signore, —
tanto che questo alle sue voglie tira;
e diceva a costui nel sospirare
che gli voleva in secreto parlare.

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32
Tanto che disse: — Poi ch’amor m’ha giunto
e forzami a seguir tutte tue voglie,
io son regina, com’io t’ho riconto;
se ti piacessi di tôrmi per moglie,
di te come di me sia fatto conto.
Cosi fortuna adempie le sue voglie.
Ma non fare’ cotal cosa altrimente,
se non mi fai della borsa un presente.
33
E vo’ che, come sai, anche a me insegni.
Veggo che fai de’ fiorini a tua posta;
€ di tal cosa non vo’ che ti sdegni;
non so come tal cosa sia composta. —
Costui gli disse: — Guarda questi segni,
che, se pigli la borsa senza sosta
e che la scuota per li pellicini,
n’uscirá sempre fuor cento fiorini.
34
— Questo è per certo una mirabil cosa!
I’ ti farò signor di questo regno,
e sarò, com’io dissi, poi tua sposa,
se di tal grazia fai l’animo degno! —
Costui, che ’l cuor in corpo non gli posa
e vede riuscir il suo disegno,
gli disse: — Io son contento: io te la dono,
se farai prima quel ch’io ti ragiono.
35
— Ista’ cosí un poco e lá verrai,
ed io m’avvierò, ma vien’ lá solo.
Quivi soletta tu mi troverai. —
E cosí seppe ben tirar l’aiuolo,
diègli la borsa, e non credette mai
esser piantato cosí a piuolo.
Costei n’andò ed in zambra si misse.
Prima avea detto che Biagio venisse,

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36
ed avvisato i servi di tal fatto:
— State qui fermi, che non vi partiate;
se Biagio d’entrar qui fa alcun atto,
fate che dentro entrar non lo lasciate
e fategli, oltre a questo, miglior patto:
dategli a conto dieci bastonate.
Dite che non sappiate chi si sia
e, scossogli il mantel, cacciatel via! —
37
Ecco che Biagio s’accostava a l’uscio,
onde un gli disse: — Che vai tu cercando? —
Biagio, ch’aveva il cervello nel guscio,
disse a colui: — Io ti farò dar bando!
Benché tu porti il piede nel camoscio,
ascolta quel che ti vo ragionando:
io non istimo nulla il tuo parlare,
e voglio alla regina dentro entrare. —
38
Eccoti giunti quattro mascalzoni
e cominciôrgli a scardassar la lana.
Trovossi in mezzo di quattro bastoni,
ch’ogni volta cascava in terra piana;
ed ebbe frutti di molte ragioni,
che rimbombava come buca e tana.
E fèrno uscire il mostro fuor del guscio,
ed a quel suon si trovò fuor dell’uscio.
39
Non sa costui che fare, il meschinello;
ma dipartissi, solitario e cheto,
tornando inverso Roma, il poverello;
e ritrovò i compagni, ciascun lieto;
e disse ad un di lor: — O car fratello,
bisogna che mi presti il tuo tappeto,
perch’una donna m’ha gabbato a forza
e con inganni m’ha tolta la borza.

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40
— Il mio tappeto non ti vo’ prestare,
che ho paura che lo perderesti.
— Io voglio nella zambra sua entrare,
si che bisogna che tu me lo presti;
io voglio la mia borsa ripigliare. —
Tanto che pur sono d’accordo questi;
e misseselo addosso e tirò via
ed al palazzo di costei giugnia.
41
Giunto che fu di costei al palagio,
subito in zambra entrò per la finestra,
e vide la regina star ad agio;
ma ella se ne accorse molto destra,
però che giá invisibil non va Biagio.
Lei. che di simulare era maestra,
e disse: — Molto m’hai fatta stupire,
perché tardato hai tanto il tuo venire.
42
Io non so la cagion del tuo tardare.
Hammi tu forse al tutto rifiutata?
— Adesso, che m’hai fatto bastonare,
tu vuoi mostrare di non esser stata?
— Biagio, tu mi fai ben maravigliare
di questa cosa che tu m’hai parlata. —
E lui si li contava la cagione,
e lei fingeva d’averne passione.
43
— Vo’ che mi cavi un dubbio della testa,
ch’i’ son del caso impallidita e smorta:
perché io ti vidi entrar per la finestra?
perché non sei venuto per la porta?
— Sí ho questo tappeto in mia podésta,
mi porta dove voglio senza scorta.
— Cotesto mai non crederei giá io,
se non provassi cotal cosa anch’io,

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44
ché questa pare pur cosa incredibile;
io mi stupisco e non lo posso credere! —
Rispose Biagio: — Io so che gli è possibile —
e che provasse cominciò a credere.
— Dimmi — diss’ella — se si va invisibile
con quest’addosso, se mel vuoi concedere.
— Invisibile vassi — disse Biagio: —
tu lo puoi qui provar per lo palagio.
45
Tu gli puoi comandar quel che tu vuoi,
che in ogni lato ti fará la scorta.
Non puoi esser veduta, stu non vuoi,
e contra lui non vai finestra o porta. —
Costei sei mise addosso, e disse poi:
— Vedimi tu? Son io diritta o torta? —
Biagio rispose: — Io non veggio niente. —
E lei trovava l’uscio prestamente.
46
Biagio restossi in camera soletto.
Costei si fece a’ suoi servi vedere,
e contò lor del tappeto l’effetto,
e poi diceva alle sue cameriere
ch’andassen due di loro a fare il letto,
s’alcun vi trovan ritto od a sedere:
— Fate che presto leviate il rumore,
e i servi correran lá con furore. —
47
E come giunti son, ebbon veduto
costui che sta la regina a aspettare,
e, senza dargli le donne saluto,
incominciorno subito a gridare.
E’ servi, come questo hanno sentuto,
addosso a Biagio s’ebbono a cacciare,
e diceva ciascun: — Se ben ti squadro,
tu debbi esser per certo qualche ladro! —

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48
E cominciorno a scuotergli il mantello.
Biagio diceva: — Io non son rubatore!
Costor pur gli imbottiano il giubberello,
tal che di zambra si fuggiva fuore,
e fuggi per paura, il meschinello,
che per istizza gli crepava il core;
e disse: — Lasso! che debbo piú fare? —
E prese verso Roma a camminare,
49
tanto che giunse a’ suoi compagni un giorno;
e disse, malcontento e corrucciato,
com’avea ricevuto grande scorno,
come il tappeto gli è stato rubato.
— Prestami — disse a quell’altro — il tuo corno,
e voglio esser in Spagna ritornato,
e voglio a quella mover tanta guerra,
piglierò lei e abbrucierò la terra! —
50
Disse il compagno: — Non ne ragionare,
perché so certo che lo perderesti,
e mai non si potrebbe racquistare.
Faresti a me come all’altro facesti. —
Biagio lo seppe tanto predicare
ch’ai tutto bisognò che glielo presti;
ed halli dato il corno in sua balia.
Biagio lo prese e poi tirava via.
51
E come giunse nel pian, s’accamporno
presso alla terra dove egli ha pensato;
e cominciava a sonar questo corno,
ed ha di molta gente ragunato.
Intanto le novelle via n’andorno
alla regina, come il fatto è andato,
e con questo facea gran minacciare,
tanto che alfin gli dava che pensare.

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52
Costei mandava spioni per intendere
chi sia costui; e. quando l’ha saputo,
diceva: — Il placherò senza contendere,
s’io ho tant’agio ch’io gli abbi parlato. —
E fe’ pensier fin giú nel prato scendere,
ed aveva ogni cosa pur pensato.
Montò a cavallo con sua compagnia
e ’nverso il campo pigliava la via.
53
E, giunta al campo, ne va al padiglione,
e domandava chi era il signore;
e scese prestamente da l’arcione,
e fece a questo singolare onore.
E disse: — Io vorrei intender la cagione
perché sei mosso in cosí gran furore. —
Biagio gli disse: — Tu l’intenderai,
ed ogni frode adesso pagherai!
54
— Se mai t’è stato fatto alcun oltraggio,
io non lo so, ché non ci ho colpa niuna
e n’è stato cagion mio baronaggio,
se ti fu fatta villania nessuna.
Ma so che sei si savio e tanto saggio,
ed hai da ringraziar ben la fortuna,
che t’ha donato tanta forza e ingegno,
che t’ha fatto signor di questo regno.
55
E dotti la mia fé che ’l tuo venire
io l’ho si caro, che contar no! posso,
e molto mi fu duolo il tuo partire,
ch’ancor pensarlo trema tutto il dosso.
Disposta son di sempre te ubbidire
in ogni caso ched io so e ch’io posso.
S’io t’ho per il passato nulla offeso,
me ne sa male, ed honne al cor gran peso!

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56
Liberamente ti vo’ dar la terra
e ciò, ch’io ho, in balía t’offro e dono,
purché si ponga fine a tanta guerra.
E nella mente stupita mi sono,
ché certo nel mio regno, in ogni terra,
e tutti i gran signori che ci sono,
e’ non han tanta forza veramente
che faccin la metá di questa gente.
57
Tu mi trarresti di gran fantasia,
raccontarmi tal cosa veramente,
se fai per arte di negromanzia,
ched e’ ti venga drieto tanta gente. —
Rispose Biagio: — La possanza mia
non te la voglio raccontar per niente,
acciò che non m’inganni, come fai;
ma d’ogni cosa te ne pentirai.
58
— Adunque sarai tu cotanto strano,
che tu mi voglia far tal villania?
Ha poi che inver’ di me sei sí villano,
io son condotta in tutta tua balía,
prendi questo coltel nella tua mano,
dammi nel petto e passa l’alma mia,
e dirassi di te che sei crudele
dapo’ ch’uccidi chi t’è sí fedele! —
59
Udito ch’ebbe di lei le parole,
sagline male, e volse il suo pensiero,
e nell’animo suo seco si duole;
e diceva fra sé: — Egli è pur vero
ched una donna possa quel che vuole
e faccia altrui parer bianco per nero! —
Ed è si rimutato nella mente,
e si diceva alla donna in presente:

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60
— Io ti dono la vita e la tua terra;
rendimi la mia borsa e ’l mio tappeto
ed io ti leverò cotanta guerra
e poi ti conterò questo secreto. —
Costei che gli lo dica pur lo serra;
ma Biagio alle parole stava cheto.
Lei disse: — Fammi questo manifesto,
e donarotti assai, oltra di questo. —
61
E disse: — Se tu m’ami, o sire adorno,
trammi del capo, deh, questa oppinione! —
Biagio gli disse: — Vedi questo corno?
Vo’ che tu sappi questa condizione:
ogni volta che ’l suono, notte o giorno,
vien dieci squadre armate a tua intenzione. —
Disse la donna: — È cotesto possibile?
— Sì — disse Biagio — lo vedrai visibile. —
62
Disse la donna: — Fammi di ciò sazia:
io mi voglio recar quivi da parte;
e se mi dai, barone, tanta grazia,
io ti darò del mio reame parte. —
Seppe costei si ben far con sua audacia,
come colei che di ciò sapea l’arte,
Biagio gli ha il corno nelle sue man dato;
costei con gran vaghezza l’ha accettato.
63
Montò sul suo cavallo per ragione
e, come s’ebbe alquanto a discostare,
conobbe come quella è fatagione;
comincia el suo cavallo speronare.
— Mio danno! — disse Biagio — Io n’ho cagione,
ch’i’ m’ho lassato di nuovo gabbare! —
Come non ebbe il corno in sua balia,
tutta la gente fu sparita via.

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64
Costei se ne tornava inverso casa
e lasciò Biagio, che s’ha a disperare,
e diceva di lui: — Bestia di vasai
Cosí intervien, chi non si sa guidare!
Vide che gente non gli era rimasa,
e diceva tra sé: — Lasciamlo andare!
Lassollo andare, il povero meschino;
ché cosí n’ha voluto il suo destino.