Giulietta e Romeo/Atto primo

Atto primo

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William Shakespeare - Giulietta e Romeo (1597)
Traduzione dall'inglese di Carlo Rusconi (1858)
Atto primo
Interlocutori Atto secondo
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GIULIETTA E ROMEO




ATTO PRIMO



SCENA I.

Piazza pubblica.


Entrano Sansone e Gregorio armati di spade e di scudi.

Sans. Gregorio, in fede noi patirò.

Greg. E ben farai, perchè il patire è da stolto1.

Sans. I’ dico che, venuto in collera, sguainerò la spada.

Greg. Ma la prudenza, che in te trabocca, t’ammonirà di non metterti in collera.

Sans. La mano ho pronta, allorchè son commosso.

Greg. Ma pronto egualmente non sei a commuoverti.

Sans. Un cane di Montecchio ora mi commove.

Greg. Commuoversi vale... non istar fermo, e la valentìa risiede appunto nell’aspettar di piò fermo i pericoli: quindi, se sei commosso, ruggirai.

Sans. Un cane di quella dannata famiglia m’induce a star di pie fermo; e prenderò sempre il sentiero più rasente al muro2, ognivolta che m’incontri in Montecchi, sian uomini o fanciulle.

Greg. E ciò mostra che sei un vile, perchè il vile va sempre al muro.

Sans. Vero dici, ma, per mostrarti che non son tale, caccierò [p. 158 modifica]giù dai muri tutti gli uomini dei Montecchi, e mi accontenterò di stendervi sopra le loro belle femmine.

Greg. Ma la querela è fra i nostri padroni; e ad essa partecipar dobbiam solo come domestici.

Sans. Non fa; voglio agir da tiranno: e quando avrò combattuto cogli uomini, sarò crudele colle fanciulle, e toglierò loro la testa.

Greg. La testa delle fanciulle I Sans. Sì, la lor testa, se riscattarla non vorranno col dono che glie ne chiederò.

Greg. Non saranno indugievoli al baratto, te ne fo fede.

Sans. E allora vedrassi s’io sia abile a star fermo; intendo fermo almeno colle fanciulle.

Greg. Sguaina adunque la scimitarra; si avanzano due sateiliti dei Montecchi.     (entrano Abramo e Baldassare)

Sans. Ecco il mio ferro nudo; querela, ti volgo le spalle.

Greg. Come? volgi le spalle? forse per correr via?

Sans. Non temer di me, no.

Greg. No, veramente io non ti temo.

Sans. Facciamo che la legge sia dal nostro lato; lasciamo che ci attacchino essi.

Greg. Io passerò loro accanto e li guarderò con cruccio: vedremo se l’avranno in mal conto.

Sans. Vedremo se tanto oseranno. Io per me to’ morsicarmi il pollice, affisandoli; e fia con loro disonore, se tal vista sopportano.     (Abr. e Bald. si sono avvicinati)

Abr. Che! ti mordi il dito per insultarci?

Sans. Mi mordo perchè mi mordo.

Abr. Ma intendi fiume oltraggio con ciò? rispondi.

Sans. (sommessamente a Greg.) Sta la legge con noi se dico di sì?

Greg. No.

Sans. (forte) No, non mi mordo per voi; mi mordo per me amico.

Greg. Cercate forse querela?

Abr. Querela? no querela.

Sans. Se mai la cercaste, io valgo per tutti voi; e servo un padrone che vale bene i vostri.

Abr. Non più però.

Sans. Sia pure in tanta mal’ora. (entra Benvolio)

Greg. (a voce sommessa a Sans.) Di’ che val più dei loro. Veggo arrivare un parente del nostro signore. [p. 159 modifica]

Sans. (forte) Sì, val di più.

Abr. Menti per la gola.

Sans. Fuori la spada, se hai cuore. (a Greg.) Gregorio, ricordati di schermirmi co’ tuoi colpi.

Benv. Dividetevi insensati; rimettete le spade nei foderi; voi non sapete quello che vi facciate.

(fa saltar loro le spade di mano; entra Tebaldo)

Teb. La spada snudata contro abbietti servi? Volgiti, Benvolio, e vedi la tua morte.

Benv. Feci opera di paciere, e nulla più; rimetti la spada e aiutami a separar costoro.

Teb. Colla spada ignuda osi parlare di pace? Odio questa parola come odio l’Inferno, e tutti i Montecchi, e te: difenditi, codardo. (combattono; entrano parecchi satelliti d’entrambe le case nemiche, i quali accrescono la rissa; quindi un Uffiziale con seguito di soldati).

Uff. Soldati! avanti! avanti! Senza riguardo di parte, percotete quanti combattono.

(entra Capuleto con vesti scomposte; sua moglie lo segue)

Cap. Qual romore è questo? Olà! datemi la mia spada.

Don. Cap. Una gruccia, una gruccia piuttosto per sorreggervi! — A che chiedete una spada?

Cap. La mia spada, dico, la mia spada! veggo venir Montecchio, che con brando snudato mi schernisce. (entrano Montecchio e Donna Montecchio) Mont. Ti trovo, vil Capuleto... Ah! non mi trattenete.

Don. Mont. Non ti lascierò fare un passo per andare contro un nemico.     (entra il Principe col suo seguito)

Princ. Irriverenti sudditi, alteri, nemici di pace, profanatori di queste arme, che barbaramente bruttate col sangue dei vostri concittadini, non mai obbedirete ai miei comandi? uomini che infami passioni trasformarono in belve feroci, che solo omai traete diletto nello spargere un sangue che uscì dalle vostre vene, udite la mia estrema sentenza, la sentenza d’uno sdegnato principe, e gettate quei ferri, che brandir mai non dovevate contro i fratelli. Già tre risse civili, causate da una mal intesa parola, hanno turbata, mercè vostra, la pace di questa città; e tre volte, per sedare gl’inveterati vostri odii, fin anche i vecchiardi di Verona dovettero accorrere colle irrugginite loro daghe, che impugnar soleano soltanto da giovani per difesa della patria. Or sia qui fine a tanta abbominazione; e colla sua testa s’apparecchi a scontar la sua colpa colui che anche una volta sturbasse il [p. 160 modifica]pubblico riposo. Sgomberate tutti di qui. Voi, Capuleto, seguiteci; e voi, Montecchio, preparatevi ad udire i decreti nostri su queste inique fazioni. Sotto pena di morte, ognuno s’allontani.

(tutti escono)

(Una strada di Verona. Montecchio, Donna Montecchio e Benvolio)

Mont. Chi dunque riaccese l’antica lite? Parla, nipote; fosti presente al principio.

Benv. Trassi la spada per dividere i serri del vostro nemico, che coi domestici vostri combattevano; e in quell’istante sopravvenne Tebaldo. Impetuoso e violento, com’è per natura, tosto m’assalì, e mi costrinse a prender parte a una lotta ch’io detesto.

Don. Mont. Dov’è Romeo? Il vedeste oggi? Ben lieta sono che non si trovasse nella mischia.

Benv. Stamane, Madonna, un’ora prima che il sole schiudesse coll’aurea sua luce le porte d’Oriente, ignota inquietudine mi fece uscire dalla mia dimora, per ire a vagare fra triste meditazioni nell’ameno boschetto che limita a ponente i baluardi di questa città. Fu in tale corsa mattutina che vidi vostro figlio; e fu in quel boschetto che gli avrei parlato, se conosciuto non lo avessi avverso in quel momento al conversare, e studioso più che mai della spessezza delle ombre. Allora, giudicando le affezioni del suo cuore da quelle del mio, e sapendo che gli uomini non sono mai più svagati di quando cercano la solitudine, seguii il mio sentiero, e schivai con piacere l’incontro d’un uomo che pareva lieto d’evitare il mio.

Mont. Molte volte lo si è visto prevenir con queste corse l’aurora, per mescolar le sue lagrime colla rugiada del mattino, e accrescere i vapori3 dell’aria co’ suoi profondi sospiri. Ma sempre, dacchè il sole, che rallegra tutti gli esseri, comincia a dischiudere le cortine del letto dell’aurora, egli rientra furtivo nella stanza paterna, e chiusi i veroni al sorridente dì, si crea dintorno una seconda notte. Tal manìa diverrà fatale, ove non si prevenga.

Benv. Nobile zio, e ne conoscete la cagione?

Mont. L’ignoro.

Benv. Metteste in opera alcun mezzo per indurlo a confidarvela?

Mont. Lo importunai con mille preghiere; lo feci sollecitare [p. 161 modifica]da tutti i suoi amici; ma vana sempre riescì ogni cosa. Solo a sè confida i proprii sentimenti; e con tal cautela lo fa, che inutile riesce ogni ricerca. Il suo cuore, impenetrabile alla vista, rassomiglia alla boccia di una rosa cui rode un verme nascosto, e langue e muore prima d’aver mostrata al mondo tutta la sua fiorentezza. Se dato ne fosse di penetrare la cagione del suo dolore, blandirlo potremmo forse prima che divenisse maturo.

(Romeo si mostra in distanza)

Benv. Eccolo; allontanatevi. Scruterò la cagione de’ suoi mali, e riescirò forse a penetrarla.

Mont. Rimanti adunque; e voglia il Cielo che a scoprire tu pervenga questo fatal segreto. Madonna, andianne.

(Montecchio e Donna Montecchio escono)

Benv. Buon mattino, Romeo.

Rom. È forse ancora mattino?

Benv. Le nove appena suonarono.

Rom. Oh misero me! come lunghe trascorrono le ore del dolore! Era mio padre quello che stava con te dianzi?

Benv. Appunto. Ma quale sventura, me ’l dici, è mai quella che ti rende le ore così lunghe?

Rom. La privazione di cosa che soavi e brevi me le renderebbe.

Benv. È amore?

Rom. Difetto...

Benv. Difetto d’amore?

Rom. Difetto del favore di quella che ama il mio cuore.

Benv. Oimè! cotesto amore, che veste sembianze sì placide, debb’egli adunque essere in effetto sì crudo tiranno.

Rom. Ah! e debb’egli, avvolto gli occhi di bende, veder sì lucida la via che il guida a’ fini suoi?... (distratto) Ma dove pranzeremo oggi?... Oimè!... qual rissa novella infierì pur ora...? Ma non dirlo... non narrarmela... ben la presagisco. Fiere battaglie hanno qui a consumarsi per odii atroci, ma battaglie anche più fiere ne comanda l’amore! Oh amore che l’odio avvelena! oh odio a cui si mesce tanta tenerezza! Che altro sei tu, o amore, se non una larva feconda di sventure, un ineffabile sentimento, che dal nulla tutto crei? Affetto lieve e profondo, informe caos di delizie e di spasimi, amabile passione, che alleggerisce e opprime l’anima, l’illumina ed oscura, abbrucia ed agghiaccia, uccide e rinnovella il cuore... ecco l’amore ch’io sento. Oh ridine di pietà!

Benv. No, Romeo: piuttosto piagnerei.

Rom. Ottimo cuore! e di che? [p. 162 modifica]

Benv. Del dolore che ti opprime, dell’angoscia che ti martora.

Rom. L’anima mia, già tanto pesta, vieppiù s’affligge per l’affanno che ti cagionano i miei mali. L’amore è lieve nebbia, che dai sospiri trae argomento; se questa dissipi, l’amore è fuoco che scintilla negli occhi dell’amatore, e che in mar di lagrime si trasforma, se a contraddirlo t’attenti. Sì, altro non è se non mistura di saviezza e di follia, veleno amaro, e balsamo consolatore. — Addio, cugino.

Benv. Aspettami; verrò con te: l’avrò per onta, se così mi lasci.

Rom. No, non ten calga; non è Romeo che qui ti parla; io non son qui; l’anima di Romeo è altrove.

Benv. Dimmi dunque: chi è colei in cui riponesti i tuoi affetti?

Rom. Oimè! dovrò io gemere nel dirtelo?

Benv. Gemere? no; ma con mestizia dirlomi.

Rom. Di’ dunque a un infermo di palesare nell’accesso del male gli ultimi suoi voleri. Oh cugino! barbaramente tu m’incalzi così; a un moriente tu parli, che omai non ha più favella.

Benv. Ma è bella la tua donna?

Rom. Come la Speranza!

Benv. A un’alta meta, cugino, dirizzasti il volo?

Rom. Ma a meta inarrivabile, a meta intangibile. Oh Benvolio! colei ch’io amo è coperta d’un’egida impenetrabile, contro cui i dardi d’Amor vanamente si spezzano. Il suo cuore è inaccessibile alle care parole del sentimento; e i modesti suoi occhi evitano sempre lo scontro di sguardi pericolosi. Ah! questa non sarebbe quella in cui breccia potesse far l’oro, l’oro che corrompo talvolta le doti più belle; ricca di virtù, primo tesoro di natura, oh! quand’era morrà, il mondo resterà coperto di lutto.

Benv. Fece forse voto di verginità?

Rom. Sì; e con tal ritrosìa, cagiona una vasta ruina, e coll’avara riserva defrauda la posterità di bellezza. Troppo savia, troppo pia ella è per farsi lieta di mia disperazione; e solo un’abiura dell’amore a ciò la induce, un empio voto che morte arreca ad un infelice che non vive che per lei.

Benv. Attienti al mio consiglio; cessa di pensare a tal donna.

Rom. Oh! insegnami in qual modo lo potrò.

Benv. Lasciando liberi i tuoi occhi, volgendoli sopra altre belle.

Rom. Mi additi così il modo di richiamarmela ognora dinanzi. Le nere maschere che cuoprono il viso della bellezza fan velo indarno al pensier nostro, che le penetra, e scopre tutto il tesoro che si nasconde. Additami una donna che superi tutte l’altre in [p. 163 modifica]beltà; e la sua vista istessa non servirà che a ricordarmi quella, innanzi a cui impallidisce ogni cosa terrena. Chi di subito acciecò potrà egli dimenticare il prezioso tesoro che i suoi occhi perderono? Mostrami una fanciulla, sul cui volto le Grazie sorridano; ed altro non farà, se non che accrescermi quell’affetto che porto alla più aggraziata delle fanciulle. Oh! va; tu non potrai giammai insegnarmi ad obbliarla.

Benv. Ti farò conto dell’efficacia di mia dottrina, o ne morrò per rammarico.     (escono)

SCENA II.

Una strada.

Entrano Capuleto, Paride, e un Domestico.

Cap. E Montecchio pure è stato fulminato collo stesso interdetto; entrambi ne minaccia una medesima pena; nè difficile sarà quindi il rendere stabile la pace fra due vecchi.

Par. Entrambi siete uomini d’onore, entrambi degni di osservanza; ed è doloroso che sì a lungo viveste in cruda inimicizia. Ma parlate, signore; qual risposta fate alla mia dimanda?

Cap. Quella che sovente vi feci. Mia figlia è ancora ignara del mondo; quattordici primavere appena la lambirono passando; e savio estimo l’attendere che altre due di queste diano campo di schiudersi a quel tenero fiore.

Par. Fanciulle più giovani di lei però divennero madri felici.

Cap. Ma presto ancora appassirono, perchè ai talami andarono premature. — Oh Paride! la terra ha inghiottite tutte le mie speranze; e mi lasciò solo Giulietta, che erede sarà d’ogni mia dovizia. Ponete opera quindi a cattivarcene il cuore; fate che ella aderisca alle tenere vostre sollecitudini; e io non sarò per porre ostacolo a’ suoi voleri. Questa notte avrà luogo l’antica festa di mia famiglia; molti amici vi convitai; siate voi ancora del numero. La mia modesta dimora splenderà di terrene stelle, che eclisseranno quelle che brillano nel firmamento; e la voluttà che inonda in aprile il petto del giovine colono, allorchè i dì dell’amore cominciano a dissipare le brume del verno, sarà da voi provata a questa festa, fra l’olezzo delle cento vergini rose di cui si adornerà. Queste allora osservate; in queste intendete la cupida mente; e quella eleggete che più amabile vi sembri. Tra la folla di coteste giovani sarà ancora mia figlia, grazioso fiorellino che comincia ad aprirsi alle profumate aure del dì. Ora venite con me: e tu (al Domestico) percorri le vie di questa bella [p. 164 modifica]Verona; trova le persone, i di cui nomi son qui registrati (dandogli un foglio), e di’ loro che la mia famiglia s’apparecchia a ben riceverle.     (escono Capuleto e Paride)

Dom. Trovar le persone qui registrate? Sta bene. Ma fu mai detto che il calzolajo s’intrigasse di spille, il sarto dello spago, il pescatore di pennelli, e il pittore di reti? Ed io dovrò trovar le persone, i di cui nomi son qui notati, mentre inetto mi sento a decifrare i nomi che le persone han notato qui? Ah! duopo è ricorrere a qualche sapiente. Ma dove? Oh! alla buon’ora; eccone appunto.      (entrano Benvolio e Romeo)

Benv. Oh sì, mio amico; un fuoco ne spegne un altro; un dolore è addolcito dal sentimento d’un altro dolore: cura il tuo male con diverso male; fa che in te s’insinui il dolce veleno d’un novello amore, e smorzerai di tal guisa la vampa antica.

Rom. Il tuo rimedio è portentoso4.

Benv. Per qual male? ten prego.

Rom. Per una lieve scalfitura, non per una piaga5.

Benv. Oh Romeo! sei dunque demente?

Rom. Non demente, ma incatenato più d’un demente; e chiuso in un carcere, dove languisco vivendo una vita priva d’ogni conforto. — (al Domestico) Buona sera, amico.

Dom. Iddio ve la renda. In mercè, signore, sapete leggere?

Rom. Sì, so leggere il mio destino nelle mie sventure.

Dom. Forse ciò imparaste senza ajuto di libri. Ma, vi prego, sapreste leggere ogni scrittura che vi si presentasse?

Rom. Sì, se conosco i caratteri e la lingua.

Dom. Ben detto. Addio, signore; possiate esser sempre in gioia!

Rom. Fermati; so leggere. (il Dom. gli dà il foglio; Rom. legge). Il signor Martino con moglie e figlia; il conte Anselmo e le sue amabili sorelle; la vaga vedova di Vitruvio col signor Piacenza, e le lor belle nipoti con Mercuzio, e Valentino suo fratello; mio zio Capuleto con moglie e figlia; la mia cara nipote Rosalina e Livia; messer Valente e suo cugino Tebaldo; per ultimo Lucio, e la vezzosa Elena. — Una bella assemblea, in fede mia. (restituendo il foglio) E dove si radunerà?

Dom. Lassù.

Rom. Dove?

Dom. A cenare in nostra casa. [p. 165 modifica]

Rom. Di cui casa?

Dom. Casa del mio signore.

Rom. Ben dici; è di costui ch’io doveva in prima interrogarti.

Dom. Vi dirò chi ei sia, senza che me ’l chiediate. Il mio signore è il ricco e nobile Capuleto, da cui, se non appartenete alla famiglia de’ Montecchi, potrete venire a tracannare un bicchiere. Siate lieto, signore.     (esce)

Benv. A questa antica festa de’ Capuleti va la bella Rosalina, che tu ami tanto; e con essa il fiore delle fanciulle di Verona. Vienvi tu pure, in nome di Dio, vienvi con me; e comparando con giust’occhio il volto della tua donna ai volti che quivi vedrai, apprestati a mirare il cigno che si trasmuta in corvo.

Rom. Ah! prima che i miei occhi, fedeli al vero, dovessero schernirmi con tale sacrilega illusione, possano le lagrime, che di sovente gl’inondano, mutarsi in fiamme, che quali eretici gli abbrucino. No, no; fanciulla più bella della mia amante il Sol non vide; nè vedrà, durasse eterno il mondo.

Benv. Attendi! Tu sovrumana la trovasti, perchè niuna le vedesti accanto, e l’immagine sua s’impresse senza rivali nel tuo cuore. Ma vieni a compararla alle dolci donzelle che allieteranno questa festa, e in essa scernerai imperfezioni a iosa.

Rom. Ben verrò alla festa a cui m’inviti, ma solo per godervi della presenza dell’oggetto che m’è caro.      (escano)

SCENA III.

La dimora dei Capuleti.

Entrano donna Capuleto e la Nutrice.

Don. Cap. Nutrice, dov’è mia figlia? Falla venir qui.

Nutr. Sull’onor mio6, le dissi di venire è già qualche tempo. Ebbene, mio augello (alzando la voce), mio vago uccelletto! Dio me ne liberi!... Dove sei, fanciulla?... dove?... (entra Giulietta)

Giul. Chi mi chiama?

Nutr. Vostra madre.

Giul. Signora, son qui.

Don. Cap. Nutrice, lasciane per un istante... Ma no, non vale; rimanti, e sii testimone del nostro colloquio. Tu, donna, conosci che mia figlia ha una bella età? [p. 166 modifica]

Nutr. In fede che potrei dirvi l’età sua senza fallare d’un’ora.

Don. Cap. Ella non ha ancora quattordici anni?

Nutr. Scommetterei quattordici de’ miei denti (e con dolore m’è pur forza il dire che non me ne rimangono che quattro), che ancora non gli ha. Quanto tempo correrà di qui all’agosto?

Don. Cap. Quindici giorni al più.

Nutr. Più o meno, che importa? In qualunque tempo venga il primo dì d’agosto, solo nella sera di quel dì ella avrà quattordici anni. Susanna e lei... Dio abbia in gloria le anime cristiane...! avevano l’istesso tempo. Ma Susanna è ora con Dio, perchè era troppo buona figliuola per poter vivere a lungo con me. Come dunque diceva, la sera del primo dì d’agosto Giulietta avrà quattordici anni: li avrà, ne son sicura; e me ne rammento a dovere. Son ora undici anni da che venne a farci ballare quel gran tremuoto, e la era di già svezzata: non mai lo scorderò. Di tutti i giorni dell’anno, fu appunto in quello che m’aspersi d’assenzio il seno stando assisa al sole davanti al colombaio, e guatando la strada che aveva condotto poco prima voi e Capuleto a Mantova. Oh memoria! oh buon cervello che è il mio! Come adunque diceva, da che la pargoletta ebbe gustato l’assenzio di cui m’era intriso il seno, e l’ebbe trovato amaro, le venne il mal talento, e cominciò a battermi la mammella. Ecco allora, ecco in quel punto istesso che il colombaio comincia a tremare, e noi tutti tremiamo. Che è? che mai è? Era il tremuoto. Oh! non fu mestieri, ve ne assicuro, di dirmi che fuggissi. Da quel tempo in qua sono scorsi undici anni, perchè ben rimembro che la piccina stava ritta sola, e poteva andare e correre e saltellare colle sue gambette, senza pericolo che incespicasse. Anzi una circostanza, che ora mi torna, è, che nella vigilia appunto di quel dì cadde e si scalfì la fronte; e allora mio marito, Dio sia con lui, che era uomo gioviale, rialzandola le disse: Ah! così boccone ti lasci cader per terra?

Don. Cap. Parmi ne abbiate detto abbastanza.

Nutr. Avete ragione, signora; ma non posso astenermi dal ridere.

Giul. Eh! taci omai, te ne prego, nutrice mia.

Nutr. Via, via, ho finito. Iddio ti suggelli colle sue grazie. Tu fosti la più vaga fanciulletta ch’io mai nutrissi; e se posso vivere abbastanza per vederti sposa, i miei desiderii saran paghi.

Don. Cap. Ed è appunto di maritaggio che venni a favellarle. — Dimmi, figlia mia, dimmi, Giulietta, come riguardi il matrimonio? [p. 167 modifica]

Giul. È un onore a cui mai non pensai.

Nutr. Onore! Non foss’io stata la tua nutrice, e direi che succhiasti insieme col latte la saviezza.

Don. Cap. Ebbene, incominciate ora a pensar di matrimonio. Fanciulle di voi più giovani s’accasarono in questa nostra Verona; ed io mi ricordo che era già madre all’età vostra. Per dirvi tutto, Paride vi chiede a sposa.

Nutr. Oh che cavaliere, figliuola, che cavaliere....! il mondo non ha l’eguale... è uomo fatto al tornio.

Don. Cap. È il più bel fiore estivo di questa vaga città.

Nutr. Oh sì, un fiore...! affè che è un vero fiore!

Don. Cap. Che ve ne pare, Giulietta? potrete amare cavaliere? Stanotte ei sarà presente alla nostra festa. Considerate attentamente tutti i lineamenti del suo viso, e vedrete che il Piacere li formò col pennello della Bellezza. Scrutate con amore le linee di quel sembiante, e vedrete come l’una coll’altra armonizzi, e come e qual amabile lustro prendano da’ suoi begli occhi. Quel prezioso libro d’amore vi sta aperto dinanzi, e leggervi potrete le più dolci cose. Oh! affrettatevi, giovinetta, a partecipare al banchetto della gioia, che natura liberale comparte alla cara gioventù. Divenendo sua sposa, dividerete le sue grandezze, e crescerete nella stima degli uomini e di voi medesima.

Nutr. Crescerete? Sì certo, crescerete, figliuola: le fanciulle sogliono crescere andando a marito.

Don. Cap. Dite in poche parole: potrete rispondere al suo amore?

Giul. Vedrò se la sua vista risveglia in me affetto; e in ogni vicenda prenderò norma dal vostro consenso.

(entra un domestico)

Dom. Signora, gli ospiti son ragunati; il banchetto è imbandito; voi siete chiamata; Giulietta è richiesta; la nutrice imprecata; e tutto è confusione. Ritorno in mezzo a quel caos, e pregovi di seguitarmi presto.

Don. Cap. Va; ti seguiremo. Giulietta, Paride ti attende.

Nutr. Va, fanciulla, va, e possano notti felici coronare i tuoi bei dì.     (escono) [p. 168 modifica]

SCENA IV.

Una strada.

Entrano Mercuzio, Romeo, Benvolio con cinque o sei maschere, e alcuni altri che portano torcie.

Rom. Questo solo dunque diremo per iscusarci? con tal grama apologia aonesteremo la nostra entrata?

Benv. Il tempo delle lunghe arringhe passò: ora non è più quello. Non avrem quindi un bendato Cupido, che con arco alla tartara, di dipinto legno, vada a spaventar le signore7; nè pròferir ci converrà un prologo mutilato, quale lo suggerisce un goffo rammentatore. Ci misurino cogli occhi da capo a’ piè, se il vogliono: noi faremo lo stesso, e ci porremo in danza.

Rom. Datemi una torcia: io non ballerò.

Merc. In vero, gentil Romeo, converrà bene che t’immischii nel ballo cogli altri.

Rom. No; sull’onor mio, invano il tenterei. Voi avete il cuor libero e ’l pie leggiero: ma io ho un’anima di piombo che m’aggrava sulla terra, e mi rende immobile.

Merc. Se amante sei, impenna le ali dell’Amore, e con esse t’alzerai oltre l’altezza comune.

Rom. L’Amore m’ha troppo crudelmente ferito col suo dardo perchè volare io possa colle leggiere sue ali. Sotto la soma di che ei mi caricò, io mi sobbarco.

Merc. E cosa sì lieve, com’è Amore, gravita in te tanto?

Rom. Amor lieve cosa? Oh! mal conosci Amore. Amore è grave, è rude; e de’ cuori fa cote a’ suoi dardi.

Merc. Se Amore è con te rude, rude sii tu con Amore; rendigli ferita per ferita, e arriverai a soggiogarlo. Datemi una maschera... per celare un’altra maschera. (si maschera) Cosa mi cale ora che un occhio indagatore mi si affisi sul volto? Ecco una fronte posticcia, che arrossirà pe’ difetti miei.

Benv. Orsù, andianne; entriamo, e ognuno sia pronto, al bisogno, a mettersi in fuga.

Rom. Io non intenda venire in questo ballo.

Merc. E perchè?

Rom. Sognai stanotte. [p. 169 modifica]

Merc. Oh! m’avveggo che la fata dei sogni8 ti visitò. Ella è che accende l’immaginazione degli uomini, e con forme di luce aleggiando, sfiora le gote dei beati sepolti in un placido riposo. Un suo carro è una conchiglia di noce scavata dall’industre scoiattolo, o dal variopinto asuro, che da tempo immemorabile intende alla costruzione dei carri delle fate9. I raggi delle volanti sue ruote sono intrecciati colle file de’ ragnateli che s’imbevvero per una notte dei profumi d’una rosa; e un’ala di locusta gli fa ai nembi riparo. Le redini di che ella si vale sono intessute cogli umidi raggi d’un bel chiaro di luna; e sul davanti poggia un moscerino vestito di grigio, che conduce il carro. Con una zampa vibra egli il flagello che un’impercettibile pellicola compose; coll’altra scuote le briglie, e vola, vola, vola. È con mostre sì vaghe che la Fata dei sogni blandisce la notte i cervelli degli amanti, e li fa sognar d’amore; con queste che poggia sulle ginocchia degli uomini di corte, i quali veggonsi intorno ossequi e genuflessioni; con queste che solletica le dita de’ legulei, a cui ridono immantinente pensieri di sportule e d’onori; con queste che passando accarezza le labbra delle fanciulle che prelibano le dolcezze del matrimonio. Ora ella sosta sul naso d’un uom del Foro, che sull’istante subodora un avviluppato processo; ora a ciò non ristandosi aggrappasi alla nuca d’un soldato, che tosto immagina nemici fugati, breccie aperte, mura superate, e traboccanti coppe che coronano il dì della vittoria. È poi la fata istessa che, durante le fosche notti, intreccia i crini de’ cavalli, e gl’intrica e gli avviluppa con presagi di sventure10. È lei che...

Rom. Cessa, cessa, Mercuzio, di prodigare le tue vane parole.

Merc. Ben dici; imperocchè parlo di sogni, frutti d’ozioso e frivolo cervello, nati dal nulla, dati in luce dalla vana immaginazione, ch’è il composto d’una sostanza più lieve dell’aria, più incostante dei venti, che ora accarezzano l’agghiacciato seno del Nord, ora blandiscono il rugiadoso Mezzogiorno.

Benv. Cotesti venti, di cui parli, pare abbiano rapiti i nostri cervelli: il banchetto sarà omai terminato, e indarno arriveremo alla festa. [p. 170 modifica]

Rom. Temo che vi armeremo troppo presto. Ho in me un presentimento, che qualche gran vicenda, che tuttora allibra sui ragni della mia stella, aspetti, per manifestarsi, questa festa, onde poi avviare la stanca mia vita in sentiero di morte volontaria. Ma quegli che governa i miei destini, a sua posta mi diriga. — Andiamo, amici; cavalieri, sono con voi.

Benv. Tamburi, battete.     (escono)

SCENA V.

Una sala nella casa dei Capuleti.

Alcuni Suonatori e Domestici.

Dom. Dov’è Poptan? Che non ci aiuta a sgombrar le mense? Al diavolo l’infingardo! E dove ripose i canestri?

Dom. (senza badargli, e guardandosi le mani) Se mai la mondezza dovesse rifuggirsi nelle mani d’un sol uomo, e questo uomo non si lavasse le mani, in verità la sarebbe un’incompatibile vergogna.

Dom. Appartate cotesti deschi; mettete altrove que’ seggi consolari; vegliate sui vasellamenti. Tu ponmi in serbo, amico, qualche frusto di marzapane, e di’ al portiere che lasci entrar Susanna.     (Voci di dentro che chiamano)

Dom. Eccoci, eccoci.

Dom. Siam chiamati, siam domandati nella sala maggiore. Animo, animo; presto, presto.

Dom. Ma in due luoghi in pari tempo non potrem mai essere. Orsù, compagni, gioia e allegria; e quegli che sopravvive agli altri sia l’erede di tutti.

(escono; entra Capuleto cogli ospiti, colle maschere, ecc.)

Cap. Salvete, gentiluomini; salvete, leggiadre donzelle. L’onore che mi faceste col venire da me, mi ricorda i begli anni di mia giovinezza, quand’io pure agile e snello intrecciava le danze con fanciulle belle come voi. Oh! quei giorni passarono, passarono per sempre! Ma non voglio in istanti sì giocondi contristarmi con fosche reminiscenze. Su, su, musici, suonate a festa; e voi, vaghe donzelle, incominciate la danza11. (cominciano i suoni, e con essi i balli) Olà, famigli, olà, recate altri torchi; spegnete il fuoco, onde la sala non divenga troppo calda. Ah! quest’è [p. 171 modifica]ricreazione che molto mi soddisfa. Mio caro parente (a un Capuleto che gli è vicino), sedete, sedete accanto a me; che entrambi passammo i nostri dì tra le feste. Quanto tempo è trascorso da quell’ultima a cui andammo insieme!

Cap. Sì, almeno trent’anni.

Cap. Che! che! non tanto, non può esser tanto. Fu all’occasione delle nozze di Lucenzio; e saranno al più cinque lustri.

Cap. Vi dico saran trent’anni; vi dico che suo figlio avrà almeno trent’anni.

Cap. A me lo dite? lo dite a me? Non sono due anni che quel giovine era ancora sotto tutela, (entra Romeo co’ suoi compagni, con maschera al volto e abiti da pellegrino)

Rom. (a un domestico) Chi è quella fanciulla che impalma la sua bianca mano colla mano di quel cavaliere?

Dom. Non la conosco, signore.

Rom. Oh! la sua bellezza offusca il chiarore di tutte queste faci, e brilla sulle guance della notte, come un diamante sulla nera orecchia d’un moro. Quale abbagliante candore! quale aggraziato muovere! Ah! la luce che da lei irraggia, intenebra quante le stanno intorno, e attesta esser lei d’una natura superiore a quelle della terra. Allorchè la danza sarà cessata, la seguirò; e sfiorando colla mia mano una di quelle mani dilicate, apprenderò cosa sia la felicità. O mio cuore, perchè palpiti così in questo momento? ah! tu assisti al divino spettacolo della bellezza, che con tanta eloquenza non t’avea mai parlato per l’innanzi.

Teb. (osservandolo) Costui alla voce sembrami un Montecchio. Paggio, la mia spada; voglio ragione sull’istante. Chi è questi, che travestito ardisce venirne ad insultare?

Cap. Che v’è, nipote? perchè chiedesti la spada?

Teb. Costui, mio zio, è un Montecchio, è un nostro nemico; e qui venne, son sicuro, per ischernire la nostra festa.

Cap. Forsechè è Romeo?

Teb. È l’abborrito Romeo.

Cap. Calmatevi, Tebaldo; non cagionate altre discordie: questi ha l’aspetto di generoso cavaliere; e tutta Verona parla di lui come di giovane d’alte speranze. Non vorrei per tutti i tesori dell’universo che avesse ora a patir qui qualche insulto. Calmatevi, ve ne prego; non attendete più a lui, e deponete quell’aspetto irato, che così mal s’addice ad un’allegra adunanza.

Teb. Questo volto si conviene in un’adunanza, dove s’introduce un’ospite così abbonito... Oh! no, nol patirò. [p. 172 modifica]

Cap. Il soffrirete; io solo qui posso, e il soffrirete. Che dunque? sarà vostra o mia cotesta dimora? Olà, Tebaldo, non mi provocate di più.

Teb. È un’onta infame...

Cap. Via di qua, sciagurato. Tebaldo, anche una volta, allontanatevi di qua.

Teb. V’obbedisco; ma sento il cuore che mi scoppia nel petto. Oh! non sempre per sfogar l’ira mia mi sarà mestieri di violare le leggi dell’ospitalità; nè lontano fia, spero, il dì dello sdegno. (s’allontana: Romeo danza con Giulietta; e condottala in disparte, si smaschera)

Rom. Se la mia mano indegna ardì profanare la destra d’una abitatrice dei cieli, le mie labbra espieranno la colpa imprimendo su d’essa il più tenero bacio.

Giul. Bel pellegrino, mal pensate di voi: è col dare a baciar le mani che i pellegrini salutano; essi, che così di sovente toccarono le reliquie dei santi.

Rom. Ma i pellegrini ancora hanno le labbra.

Giul. Sì; ma le consacrano solo a propiziarci Iddio.

Rom. Oh! allora, divina fanciulla, piacciavi aver le labbra in conto delle mani: deponete su di esse un bacio, ve ne scongiuro, onde non ismarrisca la fede, onde non divenga disperato.

Giul. I santi si commuovono per virtù della preghiera.

Rom. Commovetevi dunque; con ardore ve ne supplico, (baciandola) Ecco; così le mie labbra mi lavano d’ogni mio fallo.

Giul. Ma ora alla mia bocca s’apprese il vostro peccato.

Rom. Peccato? oh! ridonatemi quel tenero peccato.

Giul. Lasciatemi... questi baci... (ritirasi)

Nutr. Fanciulla, vostra madre vi chiede.

Rom. Chi è sua madre?

Nutr. Bel pellegrino, sua madre è la signora di questa casa, donna savia e virtuosa, di cui allattai la figliuola. Questa figliuola, di cui vi parlo, era quella con cui v’intrattenevate testè; e vi fo fede che è verginella da far felice uno sposo.

Rom. Ella è de’ Capuleti? Oh mia sventura! Ora la mia vita è in arbitrio de’ miei nemici.

Benv. Via, via, Romeo; la festa volge al suo termine.

Rom. E ben temo che con essa termini la pace mia.

Cap. Fermatevi cavalieri; non vogliate ancora abbandonarci: avremo di che intrattenervi... Ma lo esigete assolutamente? Ebbene, nobili ospiti, vi sien rese grazie dell’onore che mi faceste, e vogliate, ve ne prego, avermi nel favor vostro. Olà, i [p. 173 modifica]fanali; olà, rischiarate la via, e precedete questi cavalieri alle rispettive loro case. (escono tutti, tranne Giulietta e la nutrice)

Giul. Appressatevi, nutrice. Ditemi, chi è quel cavaliere?

Nutr. Il figlio ed erede del vecchio Tiberio.

Giul. E quegli che esce ora?

Nutr. Credo sia il giovine Petrucchio.

Giul. E l’altro che gli vien presso, e che non volea dapprima danzare?

Nutr. Affè che nol conosco.

Giul. Oh! va a chieder del suo nome..... e s’egli è ammogliato, credo che la tomba sarà il mio letto nuziale.

Nutr. (tornando) Il suo nome è Romeo, ed è dei Montecchi; l’unico figlio del vostro peggior nemico.

Giul. O mio amore nacque dunque dal seno dell’odio..... Ah! troppo tosto il vidi, prima che il conoscessi; ed ora troppo tarda è la conoscenza che acquisto di lui. Oh! strano è questo destino, che mi sforza ad amare un nemico.

Nutr. Che dir volete?

Giul. Nulla: riandava fra me alcuni versi che imparai a memoria questa sera. (una voce al di dentro chiama Giulietta).

Nutr. Eccoci, eccoci. Animo, fanciulla; tutti gli ospiti uscirono; seguiamo il loro esempio.     (escono; entra il Coro)

Coro.

«Ora i primi amori12 appassirono, e un altro fuoco gli scalda la vita. Quella vaga donzella, oggetto de’ suoi primi desiri, cessa d’esser bella comparata a Giulietta».

«Ora Romeo ama, ed è amato; e un tenero fascino gli avvolve entrambi: ma forza è pure che Romeo impetri pietà dalla sua nemica, e che Giulietta libi le prime dolcezze dell’amore sovra strati di spine».

«Romeo, nato di gente nemica, mal puote innalzare i voti dell’amatore; e Giulietta ricca d’amore, è povera di mezzi per vedere il fido suo».

«Ma la passione arroterà in fine l’ingegno dei due giovani e il tempo appresterà loro l’occasione. Oh! possano allora le dolcezze, che serba a’ suoi cari l’Amore, compensare queste due bell’anime delle pene che soffrono».     (esce)

Note

  1. Dobbiamo avvertire, che in questa prima scena occorrono nel testo alcuni giuochi di parole che qui vennero omessi, perchè pallidissimi nella versione.
  2. Posto d’onore.
  3. Il testo ha clouds, nuvole.
  4. Il testo ha Your plantain leaf is excellent for that? cioè: La vostra foglia di piantagine è eccellente per ciò.
  5. Leggesi nell’originale For your broken skin; vale a dire: pel vostro stinco rotto.
  6. Il testo porta: by my maidenhead... at twelve year old; cioè a dire: per la mia verginità a dodici anni.
  7. Shakspeare era avverso alle maschere, di cui il cattivo gusto del suo tempo aveva innondato il teatro. I suoi Drammi le posero in discredito, sebbene riprendessero poscia favore sotto 11 regno dello sfortunato Giacomo.
  8. La regina Mab. Per quanto strana e inopportuna possa parere questa descrizione dei sogni ai lettori italiani, essa gode in Inghilterra della più alta celebrità.
  9. Ricordi d’antiche tradizioni intorno alle Fate, in voga ai tempi di Shakspeare.
  10. Superstizione del tempo, generata dall’orrenda malattia del Nord, chiamata plica polonica.
  11. Qui, traducendo alla lettera, si sarebbe dovuto dire: E quella che si rifiuta di ballare giuro che ha incalliti i piedi. (I’ll swear hath corns).
  12. Allude alla prima passione di Romeo per Rosalina.