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atto primo 171

zione che molto mi soddisfa. Mio caro parente (a un Capuleto che gli è vicino), sedete, sedete accanto a me; chè entrambi passammo i nostri dì tra le feste. Quanto tempo è trascorso da quell’ultima a cui andammo insieme!

Cap. Sì, almeno trent’anni.

Cap. Che! che! non tanto, non può esser tanto. Fu all’occasione delle nozze di Lucenzio; e saranno al più cinque lustri.

Cap. Vi dico saran trent’anni; vi dico che suo figlio avrà almeno trent’anni.

Cap. A me lo dite? lo dite a me? Non sono due anni che quel giovine era ancora sotto tutela. (entra Romeo co’ suoi compagni, con maschera al volto e abiti da pellegrino)

Rom. (a un domestico) Chi è quella fanciulla che impalma la sua bianca mano colla mano di quel cavaliere?

Dom. Non la conosco, signore.

Rom. Oh! la sua bellezza offusca il chiarore di tutte queste faci, e brilla sulle guance della notte, come un diamante sulla nera orecchia d’un moro. Quale abbagliante candore! quale aggraziato muovere! Ah! la luce che da lei irraggia, intenebra quante le stanno intorno, e attesta esser lei d’una natura superiore a quelle della terra. Allorchè la danza sarà cessata, la seguirò; e sfiorando colla mia mano una di quelle mani dilicate, apprenderò cosa sia la felicità. O mio cuore, perchè palpiti così in questo momento? ah! tu assisti al divino spettacolo della bellezza, che con tanta eloquenza non t’avea mai parlato per l’innanzi.

Teb. (osservandolo) Costui alla voce sembrami un Montecchio. Paggio, la mia spada; voglio ragione sull’istante. Chi è questi, che travestito ardisce venirne ad insultare?

Cap. Che v’è, nipote? perchè chiedesti la spada?

Teb. Costui, mio zio, è un Montecchio, è un nostro nemico; e qui venne, son sicuro, per ischernire la nostra festa.

Cap. Forsechè è Romeo?

Teb. È l’abborrito Romeo.

Cap. Calmatevi, Tebaldo; non cagionate altre discordie: questi ha l’aspetto di generoso cavaliere; e tutta Verona parla di lui come di giovane d’alte speranze. Non vorrei per tutti i tesori dell’universo che avesse ora a patir qui qualche insulto. Calmatevi, ve ne prego; non attendete più a lui, e deponete quell’aspetto irato, che così mal s’addice ad un’allegra adunanza.

Teb. Questo volto si conviene in un’adunanza, dove s’introduce un’ospite così abborrito... Oh! no, nol patirò.