Chi l'ha detto?/Parte prima/46

Parte prima - § 46. Morte

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§ 46.

Morte



Ordino qui appresso per lingue e per autori la non breve serie delle frasi e delle sentenze che nel comune linguaggio si applicano alla morte e a ciò che le appartiene.

Molte ne troveremmo nelle Sacre Carte: ma ci contenteremo di tre o quattro fra le più note, per esempio:

870.   Semitam per quam non revertar, ambulo.1

(Giobbe, cap. XVII. v. 23).

871.   Melior est canis vivus leone mortuo.2

(Ecclesiaste, cap. IX, v. 4).
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872.   In omnibus operibus tuis memorare novissima tua, et in æternum non peccabis.3

(Ecclesiastico, cap. VII, v. 40).

873.   Omnia, quæ de terra sunt, in terram convertentur.4

(Ecclesiastico, cap. XI, v. 11, e cap. XLI, v. 13).

Venendo ai classici latini abbiamo la sentenza di Plauto:

874.                  ....Quem dî diligunt
               Adulescens moritur.5

(Bacchides, a. IV, sc. 4, v. 786-787l).

il quale del resto non fece che tradurre un verso di Menandro conservatoci da Plutarco (fragm. 124, ed. Koch):ν

Ὂν oί θεοἱ φιλοῦιν ὰποθνὴσκει νέος.


Dal divino Virgilio tolgo la pietosa invocazione:

875.   Parce Sepulto.6

(Eneide, lib. III, v. 41).

e la frase di Didone:

876.                                                     .... Moriemur inultæ!
Sed moriamur, ait. Sic, sic juvat ire sub umbras.7

(Eneide, lib. IV, v. 658-659).

da Ovidio le parole solite a scolpirsi sulle tombe dei romani:

877.   Molliter ossa cubent.8

(Tristitum, lib. III, el. III, v. 76).
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Anche il

878.   Κούφα σοι χθὼν ἒπάνωθε πέροι.9

che i latini tradussero: Levis sit tibi terra!, è di Euripide (Alceste, v. 462-463), ma confr. pure con il testo di Ovidio, Amores, lib. III, el. 9, v. 68.

Da Orazio trarremo la bellissima immagine:

879.   Pallida mors æquo pulsat pede pauperum tabernas
Regumque turres....10

(Odi, lib. I, od. 4, v. 13-14).

e il pietoso lamento:

880.   Linquenda tellus, et domus, et placens
Uxor....11

(Odi, lib. II. od. 14, v. 21-21).

e da Tacito la nobile sentenza, in tutto degna di lui ma ch’egli riporta come parole di Agricola:

881.   Honesta mors turpi vita potior.12

(Tacito, Vita di Agricola, cap. 33).

Elio Sparziano nella Vita di Adriano Imperatore che fa parte degli Scriptores historiæ Augustæ dice di lui: «Et moriens quidem hos versus fecisse dicitur:

882.              Animula, vagula, blandula,
               Hospes, comesque corporis,
                Quæ nunc abibis in loca?
               Pallidula, rigida, nudula
               Nec, ut soles, dabis jocos.»13

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Fontenelle nei Dialogues des Morts ne dette una traduzione non fedele, ma gentilissima:

     Ma petite âme, ma mignonne,
Tu t’en vas donc, ma fille? Et Dieu sache où tu vas!
     Tu pars seulette et tremblotante, hélas!
     Que deviendra ton humeur folichonne?
     Que deviendront tant de jolis ébats?

883.   Memento mori.14

lugubre riflessione, nata forse presso gli antichi solitari della Tebaide, divenne poi come la parola d’ordine dei Trappisti (ordine di strettissima osservanza, fondato nel 1140, riformato dal famoso abate Rancé nel 1664), i quali per le loro Costituzioni dovevano ripeterselo di continuo, per avere di continuo presente l’immagine della morte. Anche la Bibbia nel libro dell’Ecclesiastico, cap. XXXVIII, v. 21, dice: Memento novissimorum.

Cosi gli Egiziani nei loro banchetti facevano portare attorno una bara: e agli Czar delle Russie era antico uso di presentare nel giorno della loro coronazione diversi campioni di marmi, fra i quali dovevano scegliere quello destinato alla loro tomba. Del resto chi non ricorda il versetto del dì delle Ceneri: Memento homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris? e le parole: Pulvis es ecc., sono tolte di peso dalla Bibbia e precisamente dal libro della Genesi, cap. III, v. 19.

Dalla Divina Commedia dell’Alighieri tolgo il verso in cui dice di Ercole che uccise a colpi di clava Cacco, il ladrone dell’Aventino:

884.   Gli ne diè cento, e non sentì le diece.

(Inferno, c XXV. v. 33).

e l’altro in cui parla, non di un morto, ma al contrario di qualcuno che è vivo, e vivo bene:

885.   E mangia e bee e dorme e veste panni.

(Inferno, c. XXXIII. v. 141).

Costui è Branca d’Oria che non morì unquanche. Visse infatti fin dopo il 1300: ma Dante lo mise lo stesso all’Inferno. [p. 283 modifica]

L’altro nostro maggior poeta, in una delle canzoni in vita di Madonna Laura (num. XVl secondo la numeraz. del Marsand: XX secondo il Mestica) che comincia: Ben mi credea passar mio tempo ormai (str. 5). scrisse la nota sentenza:

886.   [Ch’] Un bel morir tutta la vita onora.

che un filosofo prudente parodiò nel verso non meno noto:

          ....un bel fuggir salva la vita ancora.

(Lippi, Malmantile racquistato, XI cantare, ott. 13).


Suo è pure il verso col quale Laura rimpiange la sua morte precoce:

887.   E compie’ mia giornata inanzi sera.

(Petrarca, Sonetto in morte di M. Laura,
n. XXXIV, secondo il Marsand, CCLXI
dell’ed. Mestica, comin.: Levommi il mio
pensier in parte ov’era).

di cui si rammentò il Giusti nei melanconici versi All’amica lontana str. 18):

     Se lo spirito infermo e travagliato
          Compirà sua giornata innanzi sera,
          Non sia dimenticato
          Il tuo misero amante....

ed ugualmente del Petrarca è la terzina seguente:

888.    O ciechi, il tanto affaticar che giova?
     Tutti torniamo a la gran madre antica,
     E il nome nostro a pena si ritrova.

(Trionfo della Morte, canto I. v. 106-108).

L’Ariosto mi offre i due versi:

889.   Sarebbe pensier non troppo accorto,
Perder due vivi per salvare un morto.

che stanno nel celebre episodio di Cloridano e Medoro; e il Tasso la nota sentenza: [p. 284 modifica]

890.   .... Dal sonno alla morte è un picciol varco.

(Gerusalemme liberata, c. IX, ott. 18).

nonchè i versi nei quali è descritta la morte di Clorinda:

891.                                           ....In questa forma
Passa la bella donna, e par che dorma.

(Gerusalemme liberata, c. XII, ott. 69).

e due belle sentenze di frequentissimo uso:

892.   Non dee guerra co’ morti aver chi vive.

(Gerusalemme liberata, c. XIII, ott. 39).

893.    Muojono le città, muojono i regni;
     Copre i fasti e le pompe arena ed erba;
     E l’uom d’esser mortai par che si sdegni.

(Gerusalemme liberata, c. XV. ott. 20).

In un melodramma del Metastasio, l’Adriano in Siria, si troveranno queste altre due, ugualmente notissime:

894.                                 .... Agl’infelici
          Difficile è il morir.

(A. I. sc. 14).

895.        Non è ver che sia la morte
          Il peggior di tutti i mali;
          È un sollievo de’ mortali
          Che son stanchi di soffrir.

(A. III, sc. 6).

Quasi proverbiale si è fatto il verso di Vincenzo Monti:

896.   Oltra il rogo non vive ira nemica.

Esso fu scritto sulla tomba che Brescia eresse nel suo cimitero al generale Nugent comandante delle trappe austriache, ferito a morte in una delle Dieci Giornate (marzo 1849) e che morendo istituì sua legataria la eroica città: e il gen. Cialdini lo fece scrivere sulla bara del generale pontificio march. Giorgio Pimodan, [p. 285 modifica] morto a Castelfidardo (18 settembre 1860) la cui salma egli fece spedire a Roma dove l’attendeva la vedova.

Una delle più popolari tragedie dell’Alfieri ha porto occasione a molti infelici di ripetere i disperati versi:

897.                                 .... O Morte, Morte
Cui tanto invoco, al mio dolor tu sorda
Sempre sarai?...

(Mirra, a. V, sc.2).

Se volgiamo il passo verso le tombe, ricorre istintivamente alla memoria la interrogazione con la quale Ugo Foscolo dà cominciamento al carme de’ Sepolcri:

898.   All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
     Confortate di pianto è forse il sonno
     Della morte men duro?

e Ippolito Pindemonte, cui il carme medesimo era diretto, rispondeva a questa domanda con un’altra:

                              .... Un mucchio d’ossa
               Sente l’onor degli accerchianti marmi
               O de’custodi delle sue catene
               Cale a un libero spirto?

(I Sepolcri, v. 40-43)


Il nobile poemetto foscoliano, rimasto classico nella nostra letteratura, contiene anche altre frasi scolpite nella memoria di tutti, quali le seguenti:

899.                                 .... Ahi! sugli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
Lodi onorato e d’amoroso pianto.

(v. 88-90).

900.   Gli occhi dell’uom cercan morendo
Il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
Mandano i petti alla fuggente luce.

(v. 121-123).

«Goethe morendo a ottant’anni pregò gli amici che gli aprissero la finestra gridando: Luce, luce [vedi più oltre al n. 926], ed il [p. 286 modifica] Leopardi nei suoi ultimi momenti volgendosi alla sorella di Antonio Ranieri: Aprimi quella finestra.... fammi veder la luce.» (Carducci).

901.   A egregie cose il forte animo accendono
     L’urne de’ forti, o Pindemonte, e bella
     E santa fanno al peregrin la terra
     Che le ricetta.

(v. 151-154).

Veniamo al malinconico poeta della Ginestra; egli che ai prodi morti delle Termopili rivolse il suo compianto, poichè:

902.   Senza baci moriste e senza pianto.

(Leopardi, Canzone all’Italia).

ci ha lasciato anche il bellissimo detto:

903.             .... Due cose belle ha il mondo:
Amore e morte.

(Leopardi, Consalvo).

Lo stesso pensiero il poeta ripetè in principio dell’altra canzone. Amore e morte:

          Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
          Ingenerò la sorte.
          Cose quaggiù sì belle
          Altre il mondo non ha, non han le stelle.

Nelle poesie di un grande scrittore dei giorni nostri leggiamo di due morti famosi, Ermengarda, la moglie ripudiata di Carlomagno, e Napoleone. La prima giace

904.    Sparsa le trecce morbide
     Sull’affannoso petto,
     Lenta le palme, e rorida
     Di morte il bianco aspetto.

(Manzoni, Adelchi, coro dell’atto IV.).

nel quale coro stesso troveremo l’altra frase che non di rado è citata:

905.   Alle incolpate ceneri
Nessuno insulterà.

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Per il secondo, tutti ricordano il mirabile canto che senza forse non morrà e che comincia:

906.         Ei fu; siccome immobile
          Dato il mortal sospiro
          Stette la spoglia immemore
          Orba di tanto spiro,
          Così percossa, attonita
          La terra al nunzio sta.

L’Ei fu col quale bruscamente comincia l’ode manzoniana e che molti censurarono (un accenno a queste critiche si trova in D’Ovidio e Sailer, Discussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886, pag. 200), deriva, secondo afferma Michele Scherillo (nell’ediz. del Manzoni, Le tragedie, gli inni sacri, le odi, da lui curata per l’edit. Hoepli, Milano 1907, a pag. lxix). dall’Ode to Napoleon Bonaparte del Byron, scritta il 16 aprile 1814, il giorno dopo l’abdicazione, e che comincia ugualmente:

’T is done!

Invece assai più discutibile mi sembra l’altra derivazione voluta sostenere del sig. Aldo Oberdorfer (Una probabile fonte dell’Ei Fu! manzoniano, nel Giornale storico della letteratura italiana, fasc. 193, Torino 1915, pag. 80-83) il quale troverebbe tale fonte nella ode consolatrice a Federico V di Danimarca, scritta dal Klopstock nel 1751, e che il Manzoni poteva conoscere nel testo tedesco o attraverso la versione italiana pubblicata nell’Idea della bella letteratura alemanna del De Giorgi Bertola, to. I. Lucca 1784. Questa derivazione, come ho detto, a me sembra molto incerta: invece più probabili mi sembrano altre due reminiscenze dall’ode medesima il Manzoni avrebbe espresso nei noti versi:

          Così percossa, attonita
               La terra al nunzio sta

                                        .... Nui
               Chiniam la fronte al Massimo
               Fattor....

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Di due commosse frasi sui nostri poveri morti siamo debitori a Giovanni Prati che li chiamò nel Viaggio notturno:

907.              .... I defunti, che pietosi e cari
Vengon ne’ sogni a favellar con noi
          D’un’armonia migliore.

e alla povera orfanella della gentile poesia Tutto ritorna, avvertiva:

908.                                 .... Tu non sai
Che i morti al mondo non ritornan mai!

E la fanciulla che da quattro anni sta sulla porta ad aspettar che torni la madre defunta, risponde a chi tenta disilluderla:

909.    Tornano al vaso i fiorellini miei,
Tornan le stelle.... tornerà anche lei!

Per coloro che più non hanno tanta ingenuità ma trovano ancora qualche conforto nella fiducia in un al di là, sarà più grato di ripetere con l’abate Giacomo Zanella:

910.                                  .... Il nulla
A più veggenti savj:
Io nella tomba troverò la culla.

(La veglia, str. 18).

Sono invece di Teobaldo Ciconi, poeta drammatico friulano, questi altri due versi non meno noti:

911.   Con vent’anni nel core
Pare un sogno la morte, eppur si muore.

che sono i due versi finali nella 4a e nell’ultima strofa di un’ode composta e stampata nel 1853 in morte della contessina Vittoria Florio. Fu ristampata l’anno stesso nel volume delle Poesie, del Ciconi (Venezia, Naratovich, 1853), a pag. 33.

Qualcosa giova togliere anche ai nostri migliori poeti dialettali, come a Tommaso Grossi che nella dolcissima poesia in morte di Carlo Porta si domandava: [p. 289 modifica]

912.   L’è mort? l’è propri mort? Cossa vœur dì
Sta gran parola che fa tant spavent?15

a Giuseppe Giovacchino Belli che in un sonetto romanesco L’amore de li morti, del 19 settembre 1835, con molta filosofia giudicava che:

913.   Li vivi poi-poi, bboni o cattivi,
So’ cquarche ccosa mejjo de li morti,
Nun fuss’antro pe’cquesto che sso’vivi.

o anche all’altro capo ameno il quale disse di un tale che morì così all’improvviso:

914.   .... Du’ minuti avanti di morì
Pare na bu..., ma era vivo!

ed è in uno sbrigliato sonetto in dialetto pisano di Neri Tanfucio (Renato Fucini) intitolato La morte ’mprovvisa.

915.   Fenesta ca lucive e mo non luce16

è il primo verso, notissimo, di un’antica canzone napoletana, sulla quale si è fantasticato assai. È antica e comune opinione ch’essa risalga ai tempi di Masaniello, mentre il Di Giacomo che nel suo volumetto Celebrità napoletane (Trani, 1896) ha studiato con amore questo argomento, assicura che la prima edizione a stampa di questa canzone fu fatta da certo Mariano Paolella in Napoli verso il 1854, il quale dice di avere rifatto la presente elegia (?) sulla traccia di «poche parole canticchiate dal popolo, massime dalle donnicciole.» Il Di Giacomo ritiene che egli traducesse liberamente in napoletano la poesia siciliana con la quale Matteo di Ganci nel secolo xvi cantò la pietosa morte della Baronessa di Carini, ancora viva nella leggenda popolare (v- Salomone-Marino, La baronessa di Carini leggenda popolare del [p. 290 modifica] secolo XVI, Palermo, 1873). Ecco intiera la prima sestina, la più nota, della canzone:

     Fenesta ca lucive e mo non luce,
          Segno è ca Nenna mia stace malata:
          S’affaccia la sorella e me lo dice:
          «Nennella toia è morta e s’è atterrata;
          Chiagneva sempe ca durmeva sola,
          Mo dorme co li muorte accompagnata».

E la musica? Volevano che fosse addirittura del Bellini. Certo è dolcissima e degna di lui; ma il Di Giacomo crede invece che Luigi Ricci l’abbia fornita al famoso editore di melodie napoletane, Gugl. Cottrau, che ne fece una riduzione e la stampò come cosa sua nella prima metà di questo secolo; l’uno e l’altro profittando di noti motivi belliniani e rossiniani. Vedasi pure quel che ne scrisse Amilcare Lauria nella Nuova Antologia, IV ser., vol. LXV, fasc. del i° settembre 1896, p. 117.

Fra i pochi scrittori stranieri, meglio conosciuti in Italia, che ci hanno lasciato retaggio di frasi funebri, ricorderemo in prima linea il curato di Meudon, Rabelais, che dal suo letto di morte scrisse al Card, de Châtillon:

916.   Je m’en vay chercher un grand peut-être.17

e la frase è restata, come è restata l’altra pure a lui attribuita, ma con minor fondamento:

917.   Tirez le rideau, la farce est jouée.18

Narrasi, benchè sia stato più volte smentito, che Rabelais la dicesse ridendo agli amici che lo circondavano sul letto ove agonizzava: ma avanti di Rabelais, l’aveva detta certamente, benchè in greco, Demonatte morente (Lucianus Samos., Vita Demonactis, § 65). Secondo un’altra versione queste parole sarebbero state dette da Rabelais morente al paggio del Cardinale di Bellay, venuto a nome di questo prelato a prendere notizie di lui: «Dis à monseigneur l’état où tu me vois. Je m’en vais chercher un grand [p. 291 modifica] peut-être. Il est au nid de la pie: dis-lui qu’il s’y tienne. Pour toi, tu ne seras jamais qu’un fou. Tire le rideau, la farce est jouée.» Ma, ripeto, nessuna seria autorità conferma questo racconto, non più dell’altro, anche più fantastico, secondo cui Rabelais vicino a morire si sarebbe fatto rivestire di un domino per giustificare le note parole della Scrittura:

918.   Beati mortui qui in Domino moriuntur.19

(Apocalisse, c. XIV, v. 13).

A questo medesimo versetto si riconnette un più lugubre ricordo, quello delle stragi di Perugia (20 giugno 1859) e dei solenni funerali indetti ai mercenari svizzeri, saccheggiatori e massacratori, morti nel combattimento. «Quei funerali furono ordinati ed eseguiti dal cardinale vescovo Pecci, poi papa Leone XIII, il quale fece collocare sul catafalco la inscrizione: Beati mortui qui in Domino moriuntur, che diretta a tali morti e messa in tale circostanza, suonava un insulto a Dio» (F. Bertolini, Storia del Risorgimento Italiano, cap. XVI. - Leti, Roma e lo stilo pontificio dal 1849 al 1870, 2a ed., vol. I, pag. 386).

Più autentica sarebbe la risposta di Fontenelle in punto di morte a chi gli domandava conto della sua salute:

919.   Cela ne va pas, cela s’en va.20

Antonio Lemierre è autore pochissimo noto fra noi, tuttavia è di lui il verso:

920.   Caton se la donna — Socrate l’attendit.21

che a proposito della morte si suole citare non raramente: nella tragedia Barnevelt (a. IV. sc. 7). Più noti invece sono La Fontaine, che sì nobilmente descrisse la morte del giusto dicendo:

921.   Rien ne trouble sa fin; c’est la soir d’un beau jour.22

(Philémon et Baucis, poème, v. 14).
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e François de Malherbe, autore di due versi diventati celebri a cagione specialmente della leggenda formatasi di un preteso errore tipografico. I due versi sono i seguenti:

922.   (Et) Rose, elle a vécu ce que vivent les roses,
                                        L’espace d’un matin.23

(Consolation à M. Du Périer, gentilhomme
d’Aix en Provence, sur la mort de sa fille,

stances, v. 15-16).

ed è cosa ripetuta che Malherbe avrebbe scritto originariamente:

     Et Rosette a vécu ce que vivent les roses,
                                        L’espace d’un matin.

Fu detto che fosse il compositore che per errore, volontario o no, mutò il testo nella forma ora conosciuta: e l’autore avrebbe accettato la correzione, che senza dubbio cresceva grazia alla frase. Ma pare che l’aneddoto non abbia fondamento, poichè lo smentisce la lezione originale della prima stampa, oggi introvabile, fatta in Provenza in un foglio volante:

Et ne pouvoit Rosette être mieux que les roses

Si noti poi che la figlia di François du Périer non si chiamava Rosa, ma Margherita. Queste stanze del Malherbe, che sono la più celebre fra le poesie da lui composte, furono scritte dopo il giugno 1599, poichè il poeta vi allude alla morte dei suoi due primi bambini, di cui il secondo morì nelle sue braccia, a Caen, il 23 giugno di quell’anno. Vedasi la ediz. di Mainerbe curata da L. Lalanne per la collezione dei Grands Écrivains de la France, to. I (Paris, 1862), pag. 38.

Dei versi succitati non mancarono numerose imitazioni e parodie, delle quali ricorderò una sola. Dei vari epigrammi di Nicolò Tommaseo, uno dei più garbati è questo, composto nel 1838 in morte di Don Robustiano Gironi, ch’ebbe lunga vita e molti uffici (anche quello di bibliotecario della Braidense) e fu successore di Giuseppe Acerbi nella direzione della Biblioteca Italiana: [p. 293 modifica]

     Il fut bien de ce monde, où les plus dures têtes
          Ont le destin meilleur:
     Et, bête, il a vécu ce que vivent les bêtes,
          Trois siècles de bonheur.

La cinica frase:

923.   Il n’y a que les morts qui ne reviennent pas.24

fu detta nel 1794 dal convenzionale Bertrand Barère (non Barrère), soprannominato l’Anacreonte della ghigliottina, quando innanzi alla Convenzione sostenne la guerra a morte contro i nemici esterni ed interni della repubblica. Fu egli stesso che alla parte più moderata dell’assemblea la quale chiedeva un rinvio del giudizio di Luigi XVI rispose che l’arbre de la liberté ne saurait croître, s’il n’était arrosé du sang des rois; e che fece decretare dalla Convenzione che:

924.   La terreur est à l’ordre du jour.25

donde a quei giorni nefasti venne il nome di periodo del Terrore.

Sono di quel medesimo tempo le parole famose:

925.   Fils de Saint-Louis, montez au ciel.26

che sarebbero le parole dette dall’ab. H. Essex Edgeworth de Firmont al re Luigi XVI ch’egli accompagnò al patibolo, pochi momenti prima dell’esecuzione. Il maggior numero di coloro che hanno recentemente studiato questo piccolo problema istorico, hanno concluso che il mento è apocrifo: Fournier nel suo libro L’esprit dans l’histoire, dice addirittura che fu inventato in una cena la sera stessa dell’esecuzione da un giornalista, Carlo His; altri ne attribuiscono invece la paternità a un altro scrittore noto, Carlo Lacretelle. Ma un articolo di G. du Fresne de Beaucourt (Le mot de l’abbé Edgeworth, nella Revue des Questions Historiques, 1er ottobre 1892, pag. 564) sostiene invece l’autenticità della frase, che ha in suo favore un insieme imponente di testimonianze contemporanee. [p. 294 modifica] Sono pure citate spesso le ultime parole attribuite a Wolfgang von Goethe e già ricordate al num. 900:

926.   Mehr Licht!27

altro esempio del come la tradizione si compiaccia di abbellire le frasi dei grandi uomini, poichè egli più modestamente disse alla serva poco innanzi di morire (22 marzo 1832): «Apri anche l’altra imposta per fare entrare un poco più di luce (Macht doch den zweiten Fensterladen auch auf, damit mehr Licht hereinkomme).» Per maggiori ragguagli su questa singolare questione, che ha già la sua piccola letteratura, rimando all’eccellente libro dell’Hertslet, Treppenwitz der Weltgeschichte, IV. Aufl., Berlin, 1895, S. 319. — Già più sopra ricordammo le ultime parole di Leopardi: si può pure aggiungere come notevole coincidenza che il famoso mistico e spiritista scozzese, Lawrence Oliphant, l’uomo più singolare dell’Inghilterra contemporanea, spirò nel 1888 a Twickenham, in una giornata fredda e nebbiosa di settembre, mormorando appunto le parole che si vorrebbero attribuire a Goethe morente: Ancora luce! E Firmin Roz, narrando in una pagina piena di mesta poesia, gli ultimi momenti di Alfredo Tennyson (Une vie de poète: Alfred Lord Tennyson, articolo composto sulla scorta della vita scritta dal figlio, nella Bibliothèque Universelle et Revue Suisse, to. LX, n. 179, novembre 1910, pag. 259): «Le mardi, au milieu de la journée, il demanda: “Où est mon Shakespeare?” Puis il fit relever les jalousies: “Je veux voir le ciel et la lumière!” Est-ce donc le cri de tous les poètes mourants? Il répéta: “Le ciel et la lumière!” C’était une glorieuse matinée et le chaud soleil inondait les bois du Sussex et la ligne des collines du sud que l’on voyait de sa fenêtre».

Altra frase, trita e ritrita, di origine tedesca, è la seguente:

927.   Die Todten reiten schnell.28

ed è in una celebre ballata di Gottfr. Aug. Bürger intitolata Lenore (pubbl. per la prima volta nel Musenalmanach di [p. 295 modifica] Gottinga del 1774, a pag. 214) ove il funebre amante della fanciulla, mentre la rapisce spingendo a galoppo forsennato il cavallo, a lei che paurosa domanda la ragione di quella corsa sfrenata, ripete sempre la medesima risposta, cioè la frase macabra detta di sopra (vedasi per le fonti tedesche di questo verso del Bürger il noto libro del Büchmann, XXIII. Aufl., S. 143). Fra noi è più frequente di citarla sotto la forma francese (dalla traduzione di Lehr):

928.   Les morts vont vite.29

e il significato, affatto arbitrario, che si usa di darle è che la morte fa molto rapidamente il vuoto intorno a noi. La prima versione italiana della Lenore è in prosa e fu data dal Berchet nella Lettera semiseria di Grisostomo (Milano, Bernardoni, 1816) — vedi a pag. 135 della ristampa curata da A. Galletti (Lanciano, Carabba, 1913) - dove la frase è così voltata: I morti cavalcano in furia. Su questa prima versione italiana si veda l’articolo della prof. Lavinia Mazzucchetti nel Giornale Storico della Letteratura Italiana, vol. LXXI, 1918, pag. 237-242.

È di Shakespeare la frase:

929.   O what a noble mind is here o’erthrown!30

ch’egli fa dire a Ofelia che piange sulla demenza di Amleto, nell’Amleto (a. III, sc. i).

  1. 870.   Io batto una strada, per cui non ritornerò.
  2. 871.   È meglio un cane vivo che un leone morto.
  3. 872.   In tutte le tue azioni ricordati del tuo ultimo fine, e non peccherai in eterno.
  4. 873.   Tutto quello che viene dalla terra, ritornerà terra.
  5. 874.   Colui che gli dei amano, muore giovine.
  6. 875.   Perdona a chi è seppellito.
  7. 876.   Morrò invendicata! Ebbene, si muoia, disse. Così, così devo scendere fra le ombre.
  8. 877.   Riposino dolcemente le ossa.
  9. 878.   Ti sia lieve la terra che ti ricopre.
  10. 879.   La pallida morte batte ugualmente al tugurio del povero come al castello dei re.
  11. 880.   Conviene abbandonare la terra, e la casa, e l’amabile moglie.
  12. 881.   Un’onesta morte è migliore d’una vita vergognosa.
  13. 882.   O piccola anima, errabonda, scherzosa, ospite e compagna del corpo, dove andrai ora, pallida, fredda, ignuda, priva dei consueti sollazzi?
  14. 883.   Rammentati che devi morire.
  15. 912.   È morto? è proprio morto? che cosa vuol dire questa parolona che fa tanta paura?
  16. 915.   Finestra che luceva (era illuminata) e ora non luce.
  17. 916.   Io vado a cercare un gran forse.
  18. 917.   Tirate il sipario, la farsa è finita.
  19. 918.   Beati i morti che muoiono nel Signore (cioè con la grazia di Lui).
  20. 919.   Non va, se ne va.
  21. 920.   Catone se la dette, Socrate l’aspettò.
  22. 921.   Nulla turba la sua fine; è la sera di un bel giorno.
  23. 922.   Rosa, ha vissuto quel che vivono le rose, lo spazio di un giorno.
  24. 923.   Non ci sono che i morti che non ritornano.
  25. 924.   Il terrore è all’ordine del giorno.
  26. 925.   Figlio di San Luigi, salite al cielo.
  27. 926.   Più luce.
  28. 927.   I morti corrono (cavalcano) presto.
  29. 928.   I morti vanno in fretta.
  30. 929.   Oh qual nobile intelletto è qui offuscato!