Cattive compagnie (Deledda)/Novella romantica

Novella romantica

../Solitudine ../L'apparizione IncludiIntestazione 21 aprile 2023 100% Da definire

Solitudine L'apparizione
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NOVELLA ROMANTICA.

Notte stellata e cheta,
piena di dolce incanto,
perchè io pure lieta
di sogni non ti avrò?

Perchè laggiù i felici
dormono amati, e intanto
a me, notte, tu dici
che qui io morir dovrò?


Un piccolo soldato bruno s’avvicinava al portone della caserma canticchiando questi versi su un’aria della Sonnambula. Suo malgrado Serafino si volse, stupito perchè in quel momento, come del resto gli accadeva spesso, pensava al suicidio. Bisogna dire subito però che quest’idea, terribile solo per coloro che non si uccideranno mai, era per Serafino una specie di sollievo. [p. 46 modifica]

— Perchè vivere? — pensava. — Ho vent'anni e sono povero, anemico, infelice. Non ho ingegno, nè volontà, nè fortuna. Una volta ho scritto una novella, ma il giornale a cui l’ho mandata me l’ha respinta senz’altro. Non ho mai avuto neppure la soddisfazione di avere un bel vestito nero. La mia famiglia è così povera che ha fatto sacrifizi enormi perchè io potessi nientemeno frequentare le scuole normali. Sono maestro, ora, e finito il servizio militare mi aspetta davvero un “brillante avvenire„. E moriamo, dunque!

Egli diceva a sè stesso: “e moriamo dunque!„ come si dice: “e andiamocene„ quando si vuol lasciare un luogo ove ci si annoia.

Eppure non era ambizioso nè orgoglioso, Serafino; buono in fondo e mansueto come uno di quei gattini maltrattati da bambini crudeli, aveva un ultimo sogno: compiere, prima di morire, qualche atto di coraggio, o almeno dare alla sua morte volontaria un’apparenza di sacrifizio.

Però sognava anche d’innamorarsi d’una signorina bella e ricchissima o d’una grande artista maritata e onesta. Queste signore lo riamavano; ma tutti gli ostacoli del genere sorgevano fra lui e loro. Allora egli si suicidava. Avrebbe voluto innamorarsi di quelle signore, [p. 47 modifica] anche non riamato, tanto per dare alla sua morte l’apparenza d’un suicidio per amore. Ma dove trovarle?

Ciò che lo rendeva sopratutto melanconico era appunto la certezza che i suoi sogni poetici non si sarebbero mai avverati; la sorte dei poveri non permette che di morire di inedia o tutt’al più di disperazione.

*

Quella sera egli attraversava uno di questi periodi di tristezza sentimentale, durante i quali pensava alla morte come ad un sonno dolce di convalescente, ma lungo, profondo, in una notte senza confine d’aurora.

Il luogo dove si trovava da una settimana, non poteva che accrescere la sua melanconia: era una caserma, in un’isola montuosa sulla cui cima la casa bianca dei forzati dominava la distesa perlata d’uno dei più bei mari del mondo come l’idea della morte dominava la giovinezza di lui. Del resto la sera autunnale, limpida e sonora, rendeva triste ogni cosa: anche il mare deserto, tutto azzurro e oro nella luminosità del crepuscolo, rabbrividiva di freddo. [p. 48 modifica]

Fino al cortile della caserma giungeva il fruscìo delle canne e delle acacie scosse dal vento lungo i ciglioni dell'isola: nulla di più triste di quel lamentoso susurrìo. I soldati riuniti nel vasto cortile, davanti alle caserme bianche e basse che parevano le case di un villaggio, dovevano tutti sentire più o meno la tristezza e la nostalgia del vento autunnale perchè cantavano lunghe canzoni melanconiche.

Addio per sempre, albergo avventurato,
Soave asilo di gioia e d’amor....

Dal portone Serafino dominava la strada in pendìo, lastricata, incassata fra due muri e in fondo alla quale si vedeva una porta spalancata e l’interno giallognolo d’un’osteria deserta. Un vecchio prete col viso grasso e pallido reclinato sul petto, saliva la strada respirando forte e tirandosi su la sottana. Giunto davanti al portone si fermò e salutò.

— Buona sera: il direttore è lassù?

— Sissignore, — rispose il piccolo soldato bruno, portandosi la mano alla fronte.

— C’è un condannato in agonia, è vero? Come va? Se stamattina stavano tutti bene?

— Sissignore. Una paralisi

— Buona sera, — disse allora il vecchio. [p. 49 modifica] prete, e riprese la salita frettoloso e sollevandosi ancor più la sottana sulle calze turchine.

Serafino e il compagno, che era uno studente musicomane, si misero a discutere, come usavano spesso. Serafino sfoderò questa questione: perchè i condannati a lunghe pene e i malati incurabili non capiscono che dovrebbero suicidarsi.

Il musicomane rispose che tanto gli uni come gli altri sperano di finir la pena o di guarire.

— Che vuoi, la vita è bella! — concluse, con gli occhioni neri scintillanti di gioia. — Basta vivere per vincere. E vedi, più si è malati, più si è condannati ad una pena grave, più si ama la vita.

— Parole! La vita, senza la salute, senza la libertà, senza la ricchezza, è una Vittoria con le ali spezzate, — disse poeticamente Serafino.

— Io godo poca salute, — ribattè l’altro, — sono spiantato, sono ora costretto al servizio militare; eppure, sono contento. Peggio per chi non lo è.

— Tu sei un incosciente.

Una voce rauca come il grido d’un gallo interruppe la discussione.

— Abate! [p. 50 modifica]

— Presente.

Era il sergente che cominciava l’appello.

La sera cadeva rapidamente: ad ovest il cielo prendeva un cupo splendore d’acciaio; e tra il ricamo tremulo delle acacie il mare violetto pareva splendesse di luce propria.

Un lume scintillava in fondo alla strada, nell’interno dell’osteria. A momenti il vento taceva, e allora vibravano più forti le voci diverse dei soldati che rispondevano all’appello: alcune fresche e ardite, altre aspre, ironiche; il musicomane pronunziò il suo “presente” con un grido cadenzato, e la voce di Serafino parve venire di lontano, col vento che portava il sospiro delle canne e degli olivi.

Dopo l’appello i soldati ripresero a cantare; e vibrava qualche cosa di dispettoso nel loro canto rozzo e quasi selvaggio. Pareva volessero dimenticare, urlando, la tristezza e il dispetto di trovarsi esiliati in quel luogo di castigo. Quelli che più urlavano erano i soldati che durante la notte dovevano montar la guardia lungo le coste dell’isola. Uno solo taceva: Serafino. [p. 51 modifica]

*

Verso mezzanotte egli si trovava di guardia in un punto dove la strada, fin là chiusa da muraglie, si apriva improvvisamente sopra un masso enorme precipitante sul mare.

Il vento era cessato; ma nella notte stellata l'aria quasi fredda profumata dall’odore del mare ricordava le belle notti invernali. L’occhio verde della lanterna, che vigilava come un occhio maligno davanti all’isola dei condannati, gettava un enorme ventaglio di luce vitrea sul mare oscuro.

Sotto lo scoglio Serafino vedeva un quadro fantastico: una barca nera illuminata ad acetilene, e dentro la barca un pescatore di ostriche (di quelli che hanno un permesso speciale per avvicinarsi all’isola) col corpo magro disegnato da una maglia rossa: sembrava un diavolo in un cerchio magico di luce cruda.

Null’altro, tranne i lumi lontani sul confine della terra buia e stelle sul cielo buio.

Come sempre quando montava la guardia, Serafino, che aveva letto Tolstoi, si domandava amaramente chi lo costringeva a far ciò, perchè obbediva ad una potenza illogica, mostruosa, rappresentata da uomini inferiori a [p. 52 modifica] lui, da un caporale contadino, da un sergente barbiere, che lo obbligavano a vegliare, incosciente e maligno come l'occhio della lanterna, sopra un precipizio contro il quale s’infrangeva il vano assalto delle onde.

Perchè si privava del sonno, unica dolcezza che la fortuna gli accordava facilmente, per vigilare la tomba di quegli uomini vivi che non gli avevano fatto del male? E chi lo sapeva? Era la stessa potenza illogica e mostruosa che lo costringeva a vivere una vita senza amore e senza dolore, i cui giorni, simili alle onde, andavano a battersi inutilmente contro lo scoglio del nulla.

Il pescatore portò di là dello scoglio la sua barca, e tutto tornò buio, d’un buio azzurrognolo, rotto appena dal chiarore della lanterna e da riflessi lontani.

Serafino aveva sonno: i suoi tristi pensieri lo cullavano stranamente, eguali, sempre eguali, monotoni e sonnolenti come il rumore delle onde. Ripensava ai versi del suicida ripetendoli fra di sè col motivo della Sonnambula.

Parevano fatti apposta per lui, quei versi: e quel motivo facile e dolce gli ricordava i vecchi motivi che avevano cullato i suoi primi sogni di studente. Adesso la notte era stellata e cheta, ma non più lieta di sogni. Un sogno [p. 53 modifica] solo, oramai attraversava per lui la pace della notte stellata: il sogno della morte. Essa era l’amica attesa e spesso egli credeva di sentirla vicina; ed anche quella notte gli parve che qualche cosa di soave passasse improvvisamente per l’aria: non soffio di vento, non profumo, non melodia, ma qualche cosa di più snervante, di più dolce. Era una carezza misteriosa, il soffio di lei che passava, sfiorandolo col suo vestito di velluto nero, accarezzandolo con le sue mani di piuma....

— Dev’esser morto il condannato. Sì, ricordo, quando morì la mamma, mi parve che due mani invisibili, lievi come piume, mi sfiorassero il viso.

Passeggiava lentamente, dall’estremità del precipizio alla strada. Il sonno lo vinceva. Un bel momento non potè più camminare, e sedette, stanco, sulla sporgenza del masso che dominava il precipizio. Mise il fucile sulle ginocchia, e gli parve che una mano invisibile gli chiudesse gli occhi.

Così, per un attimo, ad occhi chiusi, vide egualmente, ma come attraverso il velo d’un incantesimo, il mare senza colore, i lumi, gialli sulla linea nera delle coste vicine, le stelle, il chiarore suggestivo del faro: e ai suoi piedi sentiva il respiro lamentoso delle onde, e gli [p. 54 modifica] pareva che l'isola fosse uno smisurato mandolino capovolto sulle acque entro le quali le sue corde vibravano con un gemito d’infinito dolore. Dormire, dormire! Mai come in quel momento aveva sentito lo spasimo dei sonno non soddisfatto. Gli pareva di sentire passi furtivi e pensava sempre al condannato agonizzante, forse già morto: quello, almeno, s’era addormentato una buona volta! Egli lo conosceva; lo aveva spesso sorvegliato mentre riattava il lastrico della strada: era un muratore, uno dei tipi più miti del penitenziario, un uomo alto, magro, curvo, col viso dolce di vecchio biondo, con due piccoli occhi giallognoli sorridenti.

*

Eppure.... Eppure gli pareva di sentir davvero un fruscio di passi misteriosi. Riaprì gli occhi, si scosse. Storie di forzati evasi gli tornarono in mente. Pochi mesi prima cinque condannati, fra i quali un vecchio di settant'anni, erano evasi con astuzia meravigliosa, profittando appunto della barca d’un pescatore d’ostriche; ma giunti alla riva opposta non avevano saputo nascondersi, vagando per otto [p. 55 modifica] giorni sulle colline troppo frequentate: così erano stati inseguiti come bestie feroci, e ripresi e inchiodati di nuovo, spoglie di avoltoi, sulla cima dell’isola del castigo.

*

Suggestione o realtà? Un passo furtivo. Senza dubbio, un uomo scendeva strisciando luogo il muro dietro la strada. Serafino sollevò con un moto istintivo il fucile. Una pietruzza rotolò dal muro giù per la strada: non c’era più dubbio.

— Chi va là?

La sua voce risonò stranamente, chiara e metallica; poi, per molto tempo, tutto ritornò nel silenzio di prima.

Credeva di essersi ancora ingannato, quando un uomo saltò dall’alto del parapetto e scese rapidamente la strada.

— Chi va là?

Sebbene preparato a tutto, Serafino sentì un brivido salirgli dai piedi alla nuca.

— Stsss..., — soffiò l’uomò, avvicinandosi arditamente.

Nella penombra della notte si distinguevano le sue braccia protese in avanti, in atto di [p. 56 modifica] difesa e di supplica. Si fermò solo quando il fucile del soldato gli toccò una mano.

E dallo spavento passando alla meraviglia, Serafino riconobbe il condannato moribondo.

— Fermo o vi ammazzo!

Il condannato si piegò, s’inginocchiò, sempre con le braccia protese, in atto di preghiera e di difesa istintiva.

— Dove andate? — urlò Serafino.

— Non gridate così, — pregò allora il condannato, con voce sommessa ma ancora sicura. — Legatemi, ecco le mani, ma non gridate. Siete cristiano e dovete sapere i comandamenti: non ammazzare. Sono vecchio e potete legarmi.

— Silenzio! — gridò ancora l’altro, prendendo un’aria terribile. — Dite dove volevate andare.

— Volevo evadere — rispose il vecchio, semplicemente, abbassando le braccia.

E accorgendosi senza dubbio che il soldato, nonostante la sua aria terribile, era “un cristiano„, osò àggiungere:

— Lasciatemi andare: nessuno si accorgerà che sono passato di qui!

— Silenzio, o faccio fuoco! Adesso dò l’allarme.

Allora accadde una scena rapida, commovente. L’uomo curvò ancora di più le spalle, [p. 57 modifica]

si trascinò un po’ sulle ginocchia, e si rifugiò come un cane fra le gambe di Serafino, quasi cercando in lui una difesa contro gli altri che potevano da un momento all'altro sopraggiungere.

— No, no, figlio mio, cristiano, no, non chiamate, no, no — balbettava.

E poiché Serafino lo esaudiva, ardì sollevarsi alquanto e sovrappose l'una sull'altra le mani tremanti.

— Legatemi, legatemi, — supplicava, — ma non chiamate. Ho finto di essere malato per fuggire. C'è una donna, una vecchia, che mi aspetta da venti anni: è mia moglie. Ora mi ha scritto che sta male, tanto male, ma che morrebbe tranquilla se potesse vedermi ancora una volta. Le ho scritto che avrei fatto di tutto per contentarla, per darle questa gioia, dopo che per tutta la vita non le ho causato che dolori. Ora mi aspetta: bisogna che io tenga la parola, altrimenti quella muore disperata. Come farò se voi non avete pietà di me? Cristiano, abbiate pietà di me; no, di quella vecchia moribonda, che ha sempre sofferto. Se vostro padre si trovasse nelle mie condizioni, davanti a mio figlio soldato? Che direste voi? Lasciatemi andare, via; siamo tutti fratelli, nel mondo; chissà che un giorno non [p. 58 modifica]

possa anch’io esservi utile. Ecco, — aggiunse, rianimato dal silenzio di Serafino, volgendosi con le ginocchia verso lo scoglio — io scendo giù qui: la roccia non serba traccie: voi non avete veduto niente di niente, e.... Dio vi ricompenserà....

Serafino credeva di sognare. Avrebbe voluto dare l’allarme, legare l’uomo, compiere infine quello che i suoi superiori chiamavano “dovere„, ma non poteva. Una forza misteriosa, come nei sogni, gli impediva quasi di muoversi. Il soffio ansante e supplichevole del condannato gli destava una profonda pietà, e quasi un senso di ammirazione per quel vecchio essere che dall’abisso della sua miseria anelava ancora alla vita con tanta fede e tanta passione.

Senza domandarsi se valeva più la sua o la vita del disgraziato, pensò che forse era giunta l’ora di morire. La sua morte poteva essere interpretata come un omaggio al dovere; no, non doveva lasciarsi sfuggire questa occasione.

— Andatevene — mormorò.

E rimise su il fucile e lo battè al suolo.

L’uomo allora gli abbracciò le ginocchia, in silenzio; poi mise una mano per terra, si sollevò gemendo. Alto, nero nella notte, mormorò una benedizione. [p. 59 modifica]

— Figlio mio, sarete ricco e felice; la vostra fortuna sarà grande quanto la vostra carità....

Con gli occhi velati di lagrime, Serafino vide la lunga figura nera scavalcare l'orlo dello scoglio; sentì qualche piccolo frammento di roccia cadere giù, giù. Poi la musica lamentosa delle onde tornò a interrompere il silenzio della notte.

*

— Ricco e felice! — pensava Serafino. — Nessuno invece sarà mai più misero e infelice di me.

E in quel momento supremo, invece di rievocare qualche ricordo solenne, ripensò con amarezza che non aveva mai mangiato un cibo fino, tranne qualche ostrica ora che si trovava lassù. Poi gli vennero in mente altri ricordi meschini: la lotta affannosa per conservare il più che poteva intatte le scarpe; il lungo e vano desiderio d’un abito nero; i sacrifizi relativamente gravi per metter da parte il tanto da potersi comprare delle maglie di lana per l'inverno. Miseria delle miserie! Tutto era stato vecchio, umile, consunto in lui; e forse così anche la sua anima s’era logorata e ripiegata come un panno vecchio. Ma adesso tutto era [p. 60 modifica] finito. Finita la lotta contro la sorte, alla quale si sentiva lieto di strappare nel medesimo tempo due vittime: sè e il vecchio recluso.

E come il vecchio recluso anche lui voleva evadere dal luogo della sua pena.

*

Ecco, rimette il fucile a terra, appoggia la gola alla fredda bocca dell'arma.

È il momento supremo. Addio. Egli muore senza amore, senza speranza, senza fede, ma con una misteriosa dolcezza di pietà nel cuore. Nessuno piangerà per lui; ma egli muore piangendo per tutti gli uomini che soffrono. Addio! Egli non vede più neppure la luce delle stelle e non sente più la voce del mare: il grande velo nero della Morte copre e oscura tutte le cose.

Addio. Ma mentre sta per premere il grilletto, il fucile scivola e cade per terra, producendo un rumore vibrante.

*

A quel rumore trasalì e si svegliò: rivide le stelle, sentì il susurro delle onde lievemente agitate. Il fucile gli era scivolato davvero dalle [p. 61 modifica] ginocchia; ed egli, per qualche momento, non potè muoversi neppure per riprenderlo tanto l’impressione del sogno lo irrigidiva.

*

Il giorno dopo venne a sapere che nell’ora precisa del suo sogno, il vecchio condannato era veramente evaso, fuggito per un varco dove nessuna sentinella poteva impedire il passo. Era morto.

*

La sera cadeva. Le acacie e le canne frusciavano come drappi di seta, sempre più nere sullo sfondo vitreo del cielo solcato di nuvole rosse. Le onde violacee e sanguigne s’increspavano appena contro il soffio già freddo del vento.

I soldati cantavano nel cortile, con urli melanconici di cani legati.

Serafino, invece di mettersi davanti al portone, profittava delle ore di libertà per scrivere una novella.

Il canto dei soldati, smorzato dal vento, gli dava la stessa impressione sonnolenta e [p. 62 modifica] nostalgica del coro monotono delle donne che nelle sere estive; lungo la spiaggia da Bagnoli a Pozzuoli, si riuniscono per cantare assieme una specie di preghiera lamentosa. E anche lui nello scrivere la novella sentiva un puerile desiderio di pregare, di maledire, di piangere. Gli pareva che attorno a lui le cose avessero misteriose significazioni; anche le più umili, anche la goccia d’acqua che sul legno bianco della tavola brillava al riflesso del tramonto, come una goccia di rugiada. Un gatto nero con gli occhi gialli, posato sullo spigolo della tavola, guardava un po’ curioso un po’ nervoso, e ogni tanto allungava la zampina tentando di affermare la penna del soldato scrittore.

A volte il soldato musicomane sedeva alla stessa tavola e componeva una romanza. Il gatto allora tentava lo stesso gioco con lui, ma un ohè senza repliche lo faceva indietreggiare dignitosamente.

Serafino scriveva, scriveva. Una sera il musicomane s’accorse che in fondo al foglietto lo scrittore metteva il suo nome e cognome.

— Mi fai leggere?

— Non posso, disse sulle prime Serafino, ma dopo essersi fatto un pò’ pregare cedette il manoscritto.

La novella era in forma di diario. Un [p. 63 modifica] soldato, di servizio a Nisida per la custodia dei forzati, si lascia giorno per giorno vincere dalla pietà per un condannato che lo prega di aiutarlo ad evadere. Il condannato è un muratore, addetto ai lavori della strada che dal mare conduce al penitenziario: quindi ha spesso occasione di parlare col soldato e di raccontargli una lunga storia d’ingiustizie e di dolori. Il soldato che pure ha un fiero sentimento del suo dovere, finisce col lasciarsi convincere, e una notte, mentre è di guardia, vede passare il condannato e non osa dare l’allarme: poi si uccide.

Al musicomane la novella parve tanto commovente e umana, che la giudicò con la solita frase:

— Pare una novella russa!

— E perchè non americana, anche? Figurati che questo fatto sia accaduto a me, — gridò irritato Serafino.

— Tu sei ancora vivo!

— Eppure mi è accaduto.... in sogno!

— In sogno?

— In sogno, sì, o in quel periodo della nostra esistenza che noi chiamiamo sogno, e che invece potrebbe essere la realtà. Perchè, sappiamo forse noi dove comincia e dove finisce la realtà? [p. 64 modifica] — Infatti, ascoltandoti mi par di sognare, — disse l’altro ironicamente.

E cominciarono una delle loro solite discussioni, dopo la quale si trovarono d’accordo solo nell’idea di risparmiare le spese di posta inviando nello stesso plico raccomandato, diretto a una Rivista di ^Milano, la romanza e la novella.

Per lungo tempo attesero invano la risposta.

*

Due anni erano trascorsi. Serafino, maestro di scuola in un piccolo paese meridionale, trascinava la vita melanconicamente. Aveva abbandonato ogni velleità letteraria, e gli pareva di cadere ogni giorno più in basso, in un luogo grigio e freddo. Nel paese ove abitava non si viveva che di pettegolezzi e d’ira. Persino lui, con tutta la sua mansuetudine, veniva torturato a colpi di spillo. Il suo maggior nemico era il corrispondente di un giornale settimanale, un letterato che da tutti gli intellettuali del paese veniva proclamato come il più grande fra i giovani scrittori moderni. Questa grandezza non gl’impediva di temere un rivale nell’umile maestro, che ingenuamente gli [p. 65 modifica] parlava delle sue novelle cestinate. Invano Serafino affermava che non ne avrebbe scritto più: il letterato non pensava ad altro che ad annientarlo. Serafino soffriva, non tanto per i torti che gli venivano fatti, quanto perchè ogni giorno di più si convinceva che l'amore e la carità non esistono nel mondo.

Anche lui, del resto, non amava nessuno: neppure i suoi trenta scolaretti monelli.

Una volta s’era proposto d’innamorarsi della più bella ed elegante signorina del paese, la figlia d’un ricco proprietario; una bruna che pareva una figurina di Zuloaga.

— Come l’amerei! — pensava. — Non sono così sciocco da pensare di sposarla, ma se potessi baciarla ed esser baciato da lei una sola volta, se potessi sentire il suo cuore battere sul mio, mi parrebbe di rinascere.

Ma la figurina di Zuloaga sognava di sposare un segretario di Ministero e quando il maestro di scuola passava sotto la sua finestra ella gliela chiudeva rumorosamente in faccia.

*

Egli abitava in due stanze terrene riparate da un tetto provvisorio, in una vecchia casa, o meglio in una casa di cui erano stati appena [p. 66 modifica] costrutti i muri, abbandonata poi e quasi caduta in rovina. Una scala di granito, ritrovo di lucertole e di ragni, conduceva ai piani superiori, e qualche volta Serafino s’arrampicava lassù, e vagava come le lucertole, e si affacciava al vano delle finestre vuote e pensava che la vita per lui, era come quella casa senza tetto e senza imposte, i cui muri invecchiavano inutilmente.

La montagna selvosa sorgeva dietro la casa; nelle notti di primavera egli sentiva l’odore dei ciclamini dei boschi. Un piccolo orto selvatico divideva la scuola dall’abitazione del maestro: nulla di più desolato e melanconico, specialmente nei giorni annuvolati d’autunno, di quel quadrato di terra coperto di solani neri, di vainiglie e di cespugli di ruta dall’aspro odore. Un giorno d’autunno, appunto in uno di quei giorni umidicci e cenerognoli, quando tutte le cose sfumano su uno sfondo opaco e uniforme, ma sembrano più vicine, più legate a noi da misteriose simpatie, e basta l’odore della ruta o dell’assenzio grigio o una bacca giallo-rossa di rosaio inselvatichito per richiamarci in cuore tutto un lontano passato, Serafino ricevette una lettera col francobollo olandese. Guardò a lungo, sorpreso, la busta azzurrognola trasparente, sulla quale il suo [p. 67 modifica] nome, scritto con caratteri rotondi, gli destava una strana impressione. Dove, quando aveva veduto il suo nome scritto così? Ricordò che nella sua adolescenza, quando scriveva la prima novella, aveva sognato di diventare un celebre scrittore e di ricevere ogni giorno lettere eleganti da paesi lontani.

E strappò la busta quasi tremando, preso da un senso di inquietudine angosciosa.

*

Signore,


Ho letto sulla Rivista di Milano la sua bellissima novella Pietà, e desidererei tanto, ove Lei non l’avesse ancora impegnata, tradurla in tedesco e olandese. Per la traduzione tedesca sarei già quasi sicura di collocarla nella Die Zeit, che, come Lei sa, è una delle più note riviste di Vienna. Io sono tedesca, ma i parenti di mia madre erano olandesi, ed io che vivo quasi sempre in questo paese, ne conosco perfettamente la lingua. Sono stata parecchie volte in Italia, ed a Firenze ho avuta la fortuna di frequentare la casa del prof. Rigutini. Conosco quindi abbastanza l'italiano, e Lei quindi può star sicuro d’una traduzione fedele. Durante un soggiorno a Napoli, dove conto di tornare quest’inverno, ho visitato l’isola di Nisida, ed anche per questa ragione la sua Pietà mi ha interessato. [p. 68 modifica]

Per le condizioni sarebbe facile intendersi, perchè io Le farei spedire direttamente dalla Die Zeit tutto il compenso della novella.

La pregherei inoltre di farmi sapere se ha pubblicato altre novelle, e Le sarei grata se volesse darmi qualche sua notizia biografica, per una nota con la quale desidero accompagnare la traduzione.

Con la speranza di ricevere presto una sua gradita risposta, la prego di credere ai sensi della mia sincera ammirazione.

Elisabeth Kerker.


*

Serafino aveva sempre creduto che la gloria e la fortuna portassero un soffio ardente di gioia. Perchè dunque la lettera di Elisabeth Kerker gli dava quasi un senso di terrore?

Sulle prime non ebbe neppure il coraggio di rileggerla. Era un sogno? Volle convincersi del contrario guardandosi attorno e pungendosi una mano con una spilla: poi rilesse timidamente e infine nascose la lettera, pauroso che qualche malevolo volesse rapirgli il suo tesoro.

Il primo pensiero, nel credersi già celebre, fu pur troppo la certezza che la gente invidiosa avrebbe fatto di tutto per avvelenare la sua gioia. Ma egli si sentiva più buono del [p. 69 modifica] solito; e compassionava la gente invidiosa che per lo più è invidiosa perchè infelice. Ed egli, finalmente, si sentiva felice: tanto felice che aveva paura.

Aprì la finestra e sedette davanti al suo tavolino, Tutto era triste, grigio, silenzioso; ma per lui s’era spalancato un orizzonte immenso e fiammeggiante. Non dimenticò mai quell’ora di ebbrezza dolce e paurosa.

*

Gentilissima Signora,


Accetto la sua proposta, e la ringrazio con riconoscenza. Se sapesse il bene ch’Ella mi fa!...

Io non sono uno scrittore, ma poiché Lei desidera sapere qualche cosa di me, mi permetta di dirle che sono un umile maestro elementare, un povero giovane esiliato in un paese triste e selvaggio. Sono solo, così solo, così abbandonato in questo triste deserto che una voce amica, anche lontana, basta a rincorarmi e a farmi sperare. La sua lettera, gentile signora, mi è giunta in un momento grigio, quando l’idea della morte mi accarezzava con la soavità d’una carezza materna. Ignoravo persino la pubblicazione della mia novella. La scrissi in uno dei più tristi periodi della mia vita; ed è interessante perchè sentita: al posto del mio protagonista avrei fatto lo stesso. Anzi le dirò di più: ho [p. 70 modifica] sognato la mia novella. L’impressione di questo sogno fu così profonda in me, che per lungo tempo credetti di aver realmente veduto la figura del condannato che implorava da me pietà. Ancora la rivedo, questa figura, che mi benedice e mi augura fortuna. Sempre che sono stato infelice e invano ho sognato un po’ di affetto e di carità umana, la profezia del condannato mi è tornata amaramente alla memoria e mi è parsa una beffa del destino: ma oggi comincio a credere che il mio sentimento di pietà verso il prossimo non sia stato vano. Tutte le ore arrivano, ed anche per me è arrivata un’ora di gioia. Oggi comincio a vivere; mi pare d’essermi svegliato da un lungo sonno, e sento una forza misteriosa svilupparsi in me. Credevo d’essere solo, esiliato nella vita; invece sento che la voce del mio spirito può attraversare, ha anzi attraversato lo spazio ed ha richiamato la risposta di altri spiriti fratelli; e basta quest’idea — più che l’orgoglio di sapere il mio modesto lavoro conosciuto in terre lontane — per farmi amare la vita.

Grazie, dunque, gentile signora, del bene che Ella mi ha fatto, e mi creda il suo riconoscentissimo

Serafino Rossi.

*

Signore,

Ho ricevuto la sua lettera, e la ringrazio della sua confidenza verso di me. Lei ha un’anima veramente nobile, ed io sono felice di averla conosciuta. Sperò di ricevere da lei altre lettere non meno deliziosamente sincere [p. 71 modifica] di questa sua prima. Sento che Lei è tanto giovane; io ho qualche anno di più; mi permetterà dunque di essere, oltre che la sua traduttrice, anche un po' la sua amica lontana. Lontana per modo di dire, poiché oramai non esistono più distanze, tanto che, come ho letto giorni fa in un grazioso articolo del Figaro, ci sono delle signore che si rendono visita dall’Europa all’America.

La sua lettera, egregio signore, mi ha interessato quanto e forse più della sua novella: mi ha fatto l’impressione d’una pagina di romanzo; ma chi non ha una pagina di romanzo più o meno bella, più o meno terribile, nella propria vita?

Nella sua Pietà, io avevo sentito appunto qualche cosa di vero che mi colpiva anche per una ragione speciale. Un vecchio amico della mia famiglia, che io amavo come un padre, venne, qualche anno fa, condannato per aver ucciso la sua seconda moglie che lo tradiva. Tentò di evadere e fu ucciso da un guardiano del penitenziario. La sua novella mi ha, come può figurarsi, profondamente colpito per questa ragione, ma anche per la sua forma semplice e suggestiva: io oserei consigliarla di proseguire a scrivere.

Ho scritto anch’io qualche novella, e tradotto poesie e romanzi italiani; anch’io, nei mesi che passo in questo paesetto dell’Olanda meridionale, faccio scuola a una trentina di bambine povere. Come vede, i nostri destini si rassomigliano; io, però, ho più di Lei fede nella vita; tanto che oso dirle: Lei ha torto a lamentarsi. La povertà è sovente una fortuna (scusi il paradosso). L’uomo povero ha meno occasione del ricco di logorare inutilmente la propria vita, ha più del ricco i mezzi di [p. 72 modifica] vivere la vera vita morale; e, se non altro, la vita dei povero è più completa perchè egli la deve, anche materialmente, tutta a sè stesso. L’uomo d’ingegno, poi, con un po’ di buona volontà arriva dove vuole. No, creda pure a me, la povertà è la minima delle sventure umane; del resto, la sorte è così capricciosa che spesso dà, spontaneamente e in un attimo, quanto per anni ed anni ha negato.

“Perdoni, egregio signore, se Le scrivo così malamente; vorrei possedere tutto il segreto armonioso della sua bella lingua per poterle esprimere meglio le mie idee e le mie opinioni; opinioni e idee che purtroppo sono maturate nel mio cervello a furia (si dice così?) di esperienze dolorose. Ma voglio sperare che la nostra relazione continui, e così non mancherà occasione di conoscerci meglio e di discutere, ecc., ecc., eccetera„.

*

L’ecc., ecc., eccetera, fu. di Serafino, al quale l'ultima parte della lettera di Elisabeth Kerker parve poco sincera.

— Deve essere una di quelle straniere denarose, con gli occhiali: una persona ricca, insomma, di quelle che si beffano dei poveri prendendoli a proteggere e magari dicendo loro: beati voi.

Tuttavia scrisse ancora, per educazione, per [p. 73 modifica] noia, per il gusto di descrivere la propria casa, l’orto, la montagna, la scuola, i bambini, infine tutta la cornice che s’adattava così bene al quadro melanconico della sua vita.

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Lettere che furono il primo capitolo di un romanzo epistolare, non più sciocco nè più interessante di mille altri romanzi del genere, che capitano regolarmente a quasi tutti i giovani scrittori e alle giovani scrittrici.

Impossibile riprodurre qui tutta la corrispondenza dei due maestri, che durò un anno e sei mesi.

*

Dunque, un anno e sei mesi passarono. Due autunni umidi e freddi, una primavera calda, un’estate ardente, e due inverni tiepidi e chiari come primavere. Serafino non ricordava la tristezza e lo splendore delle altre stagioni attraversate da lui come da un viandante cieco; ma non dimenticò mai l’ardore di quella primavera e la dolcezza di quei due ultimi inverni passati nel villaggio dove viveva il letterato suo nemico. [p. 74 modifica]

Mai nemico soffrì più di questo letterato. Tutto il paese oramai riveriva il maestro per la semplice ragione che l'Amministrazione della Die Zeit gli aveva spedito dieci copie del giornale, e settanta fiorini in lettera assicurata. Veramente Serafino non aveva cercato la celebrità, nel paese dove insegnava; ma il segreto della sua gloria e della sua fortuna era stato tradito dall'ufficio postale.

Anche la figurina di Zuloaga un giorno guardò il maestro con occhi benigni, un po’ voluttuosi; ma il maestro non s’accorgeva più di lei.

*

Anche se l’inverno fosse stato rigido e triste, egli non avrebbe sofferto il freddo e la miseria. Tutto oramai era bello e chiaro intorno a lui. Egli si sentiva amato: egli amava! Veramente Elisabeth non gli aveva mai scritto che lo amava, nè lui a lei, ma certe cose non occorre spiegarle: si capiscono.

D’altronde Serafino amava come aveva sognato di amare: senza calcolo, senza speranza. Così, soltanto per amare. Elisabeth era molto ricca, molto più ricca della figurina di Zuloaga; ed anche orgogliosa, ma in modo diverso della [p. 75 modifica] signorina del paese. Una volta scrisse al suo amico queste parole:

“Io sono lieta che fra me e l’uomo che dirà di amarmi esista un grande ostacolo morale, uno di quegli ostacoli che non tutti hanno il coraggio di superare....„

Serafino non domandò neppure di che natura fosse quest’ostacolo. C’era una macchia nel passato di Elisabeth? Poco gl’importava, sicuro come era di non arrivare mai alla sua traduttrice e di mai chiederle amore. Però, sebbene si fosse avverato il suo antico sogno romantico, adesso non pensava più alla morte.

*

Arrivò così la seconda primavera: i muri rugginosi della casa abbandonata si coprirono di musco, di fiorellini gialli, e dalla montagna scese l’odore dei ciclamini.

Per le vacanze di Pasqua, Serafino andò a Napoli. A Napoli comprò una cravatta di raso color malva, e mettendosela davanti allo specchio del negozio s’accorse che gli stava bene, che era un bel giovane; e ricordò una notizia letta pochi giorni prima sul Mattino, d’una ricca americana che aveva sposato un [p. 76 modifica] conduttore della funicolare sul Vesuvio semplicemente perchè questo conduttore era un bel giovane.

Dal negozio si recò all'Hotel Cavour, dove lo aspettava Elisabeth, arrivata la sera prima da Roma.

Serafino si sentiva stranamente calmo, fermo nella volontà di mostrarsi dignitoso davanti alla ricca straniera; ma arrivato alla piazza della Stazione si fermò e si accorse che, suo malgrado, il cuore gli batteva forte.

Una folla pittoresca e multicolore animava la piazza; l’aria era tiepida, il cielo solcato di nuvole d’un bianco-perla luminoso che passavano rapide come dirette a un convegno.

Mentre sceglieva un mazzo di rose nel cestino di una fioraia, Serafino si sentì sfiorare da una capra rossa; guardò il capraro, un bellissimo giovanotto vestito con eleganza chiassosa, col colletto alto e le scarpe gialle, e arrossì: si vergognava di aver pensato alla ricca americana e al conduttore della funicolare.

*

Due ore dopo egli e la bella Elisabetta Kerker si trovavano sul piccolo molo di Bagnoli, in faccia a Nisida. [p. 77 modifica]

Elisabeth era bella quasi quanto un’italiana bella. Niente occhiali. Capelli e occhi neri, viso bruno colorito, bocca grande e rosea: e denti di perla. Ciò che non piaceva a Serafino era l'arricciare delle sue labbra quando ella pronunziava qualche parola italiana difficile.

Ma d’un tratto ella parlò in tedesco.

— Veda — aveva detto in italiano, guardando la riva luminosa dove il mare stendeva dolcemente il suo merletto di spuma azzurrognola — mi pare di leggere quella pagina meravigliosa delle Lettere che non lo raggiunsero, dove l'autrice racconta il suo sogno.

E in tedesco ripetè le frasi della “pagina meravigliosa„.

— Vedevo un mare liscio come uno specchio, sopra il quale il cielo si distendeva a un’altezza infinita. Presso la riva stavano sedute due persone.... sopra tutt’e due stava un infinito incanto di giovinezza, di alba, di cose primordiali....

Serafino non sapeva il tedesco, e non capì la significazione del ricordo di Elisabeth, ma parlando la sua lingua natia le labbra di lei avevano una linea così soave che egli le guardò come un assetato guarda un frutto maturo. Ella rispose subito a quello sguardo: Serafino allora guardò lontano, deciso a non tradirsi [p. 78 modifica] più, a conservare tutta la sua dignità di povero. Però domandò innocentemente:

— Mi traduca in italiano quelle parole.

Elisabeth gliele tradusse.

*

Da quel momento egli cominciò a perdere la sua dignità di povero. Elisabeth dunque lo amava non solo, ma lo invitava ad amarla. E, lui non era abbastanza ingenuo per non profittare dell’occasione, ma non sapeva come cominciare. Eppoi diffidava un poco.

Chi era Elisabeth? Donde veniva? Erà libera? Era pura? Qual era l’ostacolo da lei una volta accennato?

Rimasero tutto il giorno a Bagnoli; assieme andarono a mangiare sotto il pergolato fiorito della piccola trattoria di Don Salvatore, davanti alla quale il vecchio stagnaro dal viso di bronzo, che vigilava il suo fornello primitivo, li salutò con tenerezza, credendoli due sposini; poi andarono a Nisida. La primavera mandava il suo dolce soffio anche sul mare: le onde parevano enormi ghirlande di fiori azzurri e dorati; un’aureola di nuvolette d’oro coronava i profili delle colline verdi e delle isole azzurre. [p. 79 modifica]

Ma Elisabeth, la cui figura snella si disegnava mirabilmente sull’azzurro del mare, era diventata triste, quasi cupa, col pensiero assente: pareva non accorgersi più di Serafino.

Nisida s’avvicinava, perdendo lentamente la sua forma di mandolino capovolto sul mare; apparivano sempre più vicine le sue case colorate, gli scogli turchini, le roccie, la casa bianca dei sepolti vivi....

Elisabeth guardava lassù; quando sbarcarono nell’isola, prese il braccio del compagno per attraversare il selciato livido del molo, e disse:

— In quasi tutti i romanzi c’è un capitolo, di prammatica, nel quale due innamorati.... o che stanno per diventarlo, fanno una gita, a un vecchio castello, o ad un museo, o ad una chiesa campestre. L’autore coglie l’occasione per sfoggiare la sua cultura artistica, e i due innamorati colgono l’occasione per.... spiegarsi. Credo però che nessuna coppia sia, come noi, andata a visitare un ergastolo!

— Ma davvero! — egli disse goffamente.

La voce gli tremava, però, il cuore gli batteva forte. Che voleva dire Elisabeth? Ch’era giunta l’ora di spiegarsi? La strada, fra le sue muraglie, di tanto in tanto interrotte da cancelli di ferro attraverso i quali si vedevano [p. 80 modifica] sfondi verdi e azzurri e lontananze di mare, era deserta, calda, coperta dal cielo luminoso.

Serafino non aveva che a stendere la mano per stringere a sè la straniera; e non aveva altro desiderio; ma non osava. Gli pareva che Elisabeth scherzasse: no, non era possibile che ella facesse sul serio. Lo stesso fruscio delle vesti di lei metteva in guardia il povero maestro. Eppure egli aveva paura di esser ridicolo, con la sua goffa timidezza.

D’un tratto la strada svoltò, s’aprì sopra un precipizio roccioso, in fondo al quale il mare sospirava con un lieve lamento.

Elisabeth si ferma: guarda con occhi pensosi.

— Era un punto così? — domanda.

— Sì.

E non sa per quale misteriosa legge mnemonica Serafino ricorda tutto il suo passato, come durante il suo sogno. E adesso? Adesso è là, amante e forse amato, là, con la sua compagna bella e intelligente, che viene di lontano, così, come le onde, come le nuvole e gli uccelli, e che forse aspetta solo una parola per offrirgli tutta la sua bellezza e la sua fortuna. E, con un impeto quasi disperato, egli l’abbracciò.

Elisabeth sollevò fieramente la testa, e allora egli s’accorse d’una cosa strana. Ella piangeva. [p. 81 modifica]

— Perchè? — egli domandò supplichevole. — Perdonatemi; sono pazzo. Ma ditemi una sola parola; ditemi che mi volete bene.... poi, se vorrete, non mi vedrete più.... Più, più.... — ripetè come un bimbo, desolato per il dolore di lei.

— Non è questo.... — ella disse, riavvicinando il viso al viso di lui. — Vi amo, ma piangevo per un’altra cosa.... Ebbene, sì, ve lo dico adesso, altrimenti non potrei dirvelo più. Ricordate? Il vecchio amico che tentò di fuggire dalla casa di pena e fu ucciso da un guardiano.... era mio padre....

— Elisabeth.... Elisabeth....

Egli era pallido come un malato e il suo labbro inferiore tremava convulso. Non sapeva dire altra parola.

— Elisabeth.... Elisabeth....

Elisabeth disse:

— Ecco perchè la voce della vostra anima lontana mi ha commosso. Voi avreste avuto pietà del mio babbo.... voi avrete pietà anche di me....

No, veramente, fu lei ad aver pietà di lui. Nel vederlo tremare come un bambino, avvinghiato a lei, pauroso che ella gli sfuggisse, sorrise, con gli occhi ancora umidi, e piegò un po’ la testa per avvicinare meglio le labbra alle labbra di lui.