Canto IV

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Canto III Canto V
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ALLEGORIA

La Favola di Psiche rappresenta lo stato dell’uomo. La Cittá dove nasce, dinota il Mondo. Il Re e la Reina che la generano, significano Iddio e la Materia. Questi hanno tre figliuole, cioè la Carne, la Libertá deU’arbitrio, e l’Anima; la qual non per altro si fínge piú giovane, se non perché vi s’infonde dentro dopo l’or- ganizamento del corpo. Descrivesi anche piú bella, perciò ch’è piú nobile della Carne, e superiore alla Libertá. Per Venere che le porta invidia, s’intende la Libidine. Costei le manda Cupidine, cioè la Cupiditá, la quale ama essa Anima, e si congiunge a lei, persuadendole a non voler mirar la sua faccia, cioè a non volere attenersi ai diletti della Concupiscenza, né consentire agl’incitamenti delle Sorelle, Carne e Libertá. Ma ella a loro instigazione entra in curiositá di vederlo, e discopre la lucerna nascosta, cioè a dire palesa la fiamma del disiderio celata nel petto. La Lucerna, che sfavillando cuoce Amore, dimostra l’ardore della Concupiscibile, che lascia sempre stampata nella carne la macchia del peccato. Psiche agitata dalla Fortuna per diversi pericoli, e dopo molte fatiche e persecuzioni copulata ad Amore, è tipo

della istessa Anima, che per mezo di molti travagli arriva finalmente al godimento perfetto. [p. 200 modifica]

ARGOMENT O

Giunto a l’albergo de’ vezzosi inganni
il bell’Adon, lá dov’Amor s’annida,
gli conta Amor, che lo conduce e guida,
le fortune di Psiche e i propri affanni.

1.È di dura battaglia aspro conflitto
questa, che vita ha nome, umana morte,
dov’ognor Tuoni con mille mali afflitto
vien combattuto da nemica sorte.
Ma fra l’ingiurie e fra i contrasti invitto
non però sbigottisce animo forte,
anzi contr’ogni assalto iniquo e crudo
s’arma e difende, e sua virtú gli è scudo.

2.Talor ne tocca la paterna verga,
ma ’l suo giusto rigor non è crudele;
anzi perché la polvere disperga
ne scote i panni, e porta in cima il mèle,
Non desperi mai sí che si sommerga
chi per quest’Ocean spiega le vele,
ma de’ flutti e de’ venti al fiero orgoglio
faccia un’alta costanza áncora e scoglio.

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3.Sembra il flagel, che correggendo avisa
anima neghittosa, amaro in vista,
ma di salubre pur calice in guisa
la purga, e giova altrui mentre ch’attrista.
Vite dal podador tronca e recisa
feconditá da le sue piaghe acquista.
Statua da lo scarpel punta e ferita
ne diventa piú bella, e piú polita.

4.Selce, ch’auree scintille in seno asconde,
il lor chiuso splendor mostrar non potè,
se da l’interne sue vene profonde
non le tragge il focil che la percote.
Corda sonora a dotta man risponde
con arguta armonia di dolci note,
e ’l vantaggio che trae di tal offesa,
quanto battuta è piú, vie piú palesa.

5.Rotta la conca da mordace dente,
la porpora reai si manifesta.
Né del gran, né del vin si gusta o sente
l’eccellenza e ’l valor, se non si pesta.
Stuzzicato carbon vien piú cocente,
soffiata fiamma piú s’accende e desta,
palla a terra sospinta al ciel s’inalza,
e sferzato paleo piú forte sbalza.

6.La fatica e ’l travaglio è paragone
dove provar si suol nostra finezza;
né senz’affanno e duol premi e corone
può di gloria ottener vera fortezza.
De l’Amica d’Amor tei mostri, Adone,
la tribulata e misera bellezza,
or ch’egli i tanti suoi strani accidenti
ti prende a raccontar con tali accenti:

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7.— In reai patria, e di parenti regi
nacquer tre figlie d’ogni grazia ornate.
Natura l’arricchí di quanti pregi
possa in un corpo accumular Beltate.
Ma versò de’ suoi doni e de’ suoi fregi
copia maggior ne la minore etate,
però che la piú giovane sorella
era de l’altre due troppo piú bella.

8.Le prime due, quantunque accolta in esse
fusse d’alte bellezze immensa dote,
tai non eran però, che non potesse
umana lingua esprimerla con note.
Ma l’ultima di loro, a cui concesse
quanto di bello il Ciel conceder potè,
tanto d’ogni beltá passava i modi,
ch’era in tutto maggior de l’altrui lodi.

9.Per alpestri sentier stampando Torme
nazion peregrine e genti estrane
per veder s’era al grido il ver conforme
vi concorrean da regi’on lontane.
E giunte a contemplar sí belle forme,
dico quel fior de le bellezze umane,
si confessavan poi tutti costoro
obligati per sempre agli occhi loro.

io Dal desir mossi e da la fama tratti
or quinci or quindi Artefici e Pittori
per fabricarne poi statue e ritratti
veniano e con scarpelli e con colori.

E sospesi in mirarla, e stupefatti,
immobili non men de’ lor lavori,
da l’attonita mano e questi e quelli
si lasciavan cader ferri e pennelli

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11.Quel divin raggio di celeste lume,
ch’avrebbe il ghiaccio istesso arso e distrutto,
risplendea sí, che qual terrestre Nume
adorata era omai dal popol tutto;
lo qual de la gran Dea, che da le spume
prodotta fu del rugiadoso flutto,
tutti gli onor, tutte le glorie antiche
publicamente attribuiva a Psiche.

12.Sí di Psiche la Fama intorno spase
(tal era il nome suo) celebre il grido,
che questa opinion si persuase
di gente in gente in ogni estremo lido.
Pafo d’abitator vota rimase,
restò Cithera abbandonata, e Gnido;
nessun piú vi recava ostia né voto
Orator fido, o Passaggier devoto.

13.Manca il concorso ai frequentati altari,
mancano i doni a la gran Diva offerti;
non piú di fiamme d’òr lucenti e chiari,
ma son di fredde ceneri coverti.
Da’ simulacri venerati e cari
ornai non pendon piú corone o serti.
Lasciando d’onorar piú Citherea,
sacrifica ciascuno a questa Dea.

14.Crede ciascun, che stupido s’affisa
di que’ begli occhi ai luminosi rai,
novo germe di stelle in nova guisa
veder, non piú quaggiú veduto mai;
e da la terra, e non dal mar s’avisa
esser piú degna e piú gentile assai
pullulata altra Venere novella,
casta però, modesta, e verginella.

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LA NOVELLETTA

La vera Dea d’Amor, che dal Ciel mira
cotanto insolentir donna mortale,
e vede pur, che ’ndegnamente aspira
a divin culto una bellezza frale;
impaziente a sostener piú l’ira,
dássi in preda ai furori in guisa tale,
che crollando la fronte, e ’l dito insieme,
questi accenti fra sé mormora e freme:

«Or ecco lá chi da’ confusi Abissi
l’Universo costrusse, e ’l Ciel compose;
per cui distinto in bella serie aprissi
l’antico Seminario de le cose;
colei ch’accende i lumi erranti e i físsi,
e ne fa sfavillar fiamme amorose;
di quanto è nato e quanto pria non era
la madre prima, e la nutrice vera!

Con la mia deitá dunque concorre
un corpo edificato d’elementi?

Soffrirò ch’ogni vanto a me di tórre
créatura caduca ardisca e tenti?
che sovra Tare sue vittime a porre
sprezzando i templi miei, vadan le genti?
che ’l sacro nome mio con riti insani
in suggetto mortale or si profani?

Sí sí soffriam, che con oltraggio indegno
nostra compagna pur costei si dica;
che commune abbia meco il Nume e ’l regno
la mia Vicaria in terra, anzi nemica.

Ancor di piú dissimuliam lo sdegno
che siam dette io lasciva, ella pudica;
ond’io ceda in tal pugna, e far non basti
che non mi vinca ancor, non che contrasti.

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19.Deh che mi vai, giá figlia al gran Tonante,
posseder d’ogni onor le glorie prime?
e poter de la via bianca e stellante
a mio senno varcar l’eccelse cime?
Qual prò, ch’ogni altro Dio m’assorga avante
come a Dea tra le Dee la piú sublime?
e che quantunque il Sol vede e camina
mi conosca e confessi alta Reina?

20 Lassa, i’ son pur colei ch’ottenni in Ida
titolo di beltá sovra le belle,
e ’l litigato d’òr pomo omicida
trionfando portai meco a le stelle;
che fu principio a cosí lunghe strida,
ed ésca de l’Argoliche fiammelle;
onde sorser tant’armi, e tanti sdegni,
per cui giá d’Asia incenerirò i regni!

21.Ed or fia ver, che ’n temeraria impresa
la palma una vii fernina mi tolga?
Attenderò che fin in Cielo ascesa
l’orbe mio, la mia stella aggiri e volga?
Ah di divina maéstate offesa
giusto fia ben, ch’ornai si penta e dolga:
ché l’ingiuria in colui che tempo aspetta
cresce col differir de la vendetta.

22.Qualqual si sia, l’usurpatrice ardita
del grado altier di sí sublime altezza,
non molto gioirá, non impunita
n’andrá lunga stagion di sua sciocchezza.
Vo’ che s’accorga alfín tardi pentita
che dannosa le fu tanta bellezza.
Stolta de balte Dive emula audace,
io ti farò...» Qui tronca i detti, e tace.

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23.Il carro ascende, e d’impiegar disegna
del figlio in quest’affar le forze e l’armi.
Ma convien ch’i suoi Cigni a fren ritegna,
ché dubbiosa non sa dove trovarmi.
Per le belle contrade, ov’ella regna,
ili lido in lido invan prende a cercarmi,
poi che quivi e per tutto in terra e ’n Cielo
come e quando mi piace, altrui mi celo.

24.Prendo qual forma voglio a mio talento
e con Tacque e con l’aure io mi confondo.
Talor grande cosí mi rappresento,
che visibil mi faccio a tutto il mondo.
Talvolta poi sí picciolo divento
ch’entro il giro d’un occhio anco m’ascondo.
infin son tal, che ben che m’abbia in seno,
chi piú mi sente mi conosce meno.

25.Lascia la Grecia e prende altri sentieri,
vaga d’udir novelle ov’io mi sia;
né piú de l’Asia entro i famosi imperi
de le vestigia mie la traccia spia:
ma stimulando i musici corsieri,
verso le piagge italiche s’invia;
ché sa ben quanto in que’ fioriti poggi
vie piú ch’altrove, io volentieri alloggi.

26.Giunge in Adria la bella, e quivi intese
che v’albergava il mio nemico Onore,
e Beltá cruda, ed Onestá cortese,
Nobiltá, Maestá, Senno e Valore.
Passò poscia a Liguria, e vi comprese
apparenza d’Amor vie piú ch’Amore:
ch’io ne’ begli occhi e ne’ leggiadri aspetti
sol vi soglio abitar, ma non ne’ petti.

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27.Vide poi la Marecchia e ’l Serchio e ’l Varo,
la Brenta, il Brembo e la Livenza e ’l Sile,
e l’Adda, e l’Oglio, e ’l Bacchiglione al paro,
superbo il Mincio, il picciol Rheno umile,
il Tanaro, il Tesin, la Parma e ’l Taro
e la Dora, che d’or riveste Aprile,
e Stura e Sesia, e di fresche ombre opaco
da foce aurata scaturir Benaco.

28.Quindi al gran trono degli Herculei Regi
su ’l Po volando i bianchi augei rivolse,
dove ricca sedea d’illustri fregi
la Cittá che dal Ferro il nome tolse.
Ma le fu detto che Fortuna i pregi,
di cui fiorir solea, sparse e disciolse.
Mille giá v’ebbi un tempo e palme e prede,
poi tra Secchia e Panara io cangiai sede.

29.Non lunge dal maggior fiume toscano
vide l’Arbia con l’Ombro, indi il Metauro,
e con l’Isapi suo minor germano
presso il Ronco e ’l Monton correr l’Isauro,
e ’l Tremisen, lá dove il verde piano
vermiglio diverrá del sangue mauro,
e dal freddo Appennin discender Trebbia,
genitor di caligine e di nebbia.

30.Tra’ campi arrivò poi fertili e molli,
dove del Tebro il mormorio risona,
e de’ suoi sette trionfanti colli
il gran capo del Lazio s’incorona.
Ma seppe quivi furiosi e folli
piú tosto soggiornar Marte e Bellona,
e con Perfidia e Crudeltá tra loro
baccar sete di sangue, e fame d’oro.

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31.Poscia che quindi le Lombarde arene
ha tutte scorse, e quanto irriga l’Arno,
e quinci di Clitunno e d’Ani’ene
e d’altri frati lor le rive indarno;
a visitar dal Gariglian ne viene
Grati, Liri, Volturno, Aufido e Sarno,
e vede ime tra lor pomposo e lieto
degli onori di Bacco il bel Sebeto.

32.Quivi tra Ninfe amorosette e belle
trovommi a conquistar spoglie e trofei.
E se ben tempo fu ch’io fui di quelle
giá prigionier con mille strazii rei,
alme però non ha sotto le stelle
che sien piú degni oggetti a’ colpi miei;
né so trovar altrove in terra loco
dove piú nobil esche abbia il mio foco.

33.Allor mi stringe entro le braccia, e mille
groppi mi porge d’infocati baci,
poi per l’oro immortai, per le faville
de le quadrella mie, de le mie faci
quanto può mi scongiura, e vive stille
mesce di pianto a suppliche efficaci,
che senza vendicarla io non sopporti
piú lungamente i suoi dispregi, e i torti.

34.De la bella Rubella in voce amara
l’orgoglio e ’l fasto a raccontar mi prende,
e come seco in baldanzosa gara
contumace beltá pugna e contende.
Distinto alfine il suo desir dichiara,
e quanto brama ad esseguir m’accende:
vuol che di strai villano il cor le punga,
e ch’a sposo infelice io la congiunga.

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35.Uom, che povero d’or, colmo di mali,
e da Natura e da Fortuna oppresso
sia cadavere vivo in fra i mortali,
sí ch’abbia invidia ai morti, odio a se stesso,
e senza essempio di miserie eguali
tutto vóti Pandora il vaso in esso:
ch’a tal consorte, in tal prigion la stringa
mi comanda, mi prega, e mi lusinga.

36.Scòrgemi intanto al loco ove m’addita
la meraviglia de le cose belle,
che circondata intorno e custodita
da vago stuol di leggiadrette ancelle,
par tra le spine sue Rosa fiorita,
par la Luna, anzi il Sole in fra le stelle.
«Mira colá, quella è la rea» mi dice
«de le bellezze mie competitrice».

37.Dal carro, che con morso aureo raffrena,
scioglie, ciò detto, le canute guide,
e d’un Delfino in su l’arcuta schiena
solca le vie de’ pesci, e ’l mar divide.
Cosí di Cipro a la nativa arena
torna, che lieta al suo ritorno arride,
lid io rimango a contemplar soletto
quel sovruman, sovradivino oggetto.

38.Veggio doppio Oriente, e veggio dui
cieli, che doppio Sol volge e disserra,
dico que’ lumi perfidi, ch’altrui
uccidon prima, e poi bandiscon guerra;
sí che mirando un cor quel bello, a cui
paragon di beltá non ha la terra,
quando pensa al riparo il malaccorto,
e vuol chieder mercé, si trova morto.

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39.Né de le guance la vermiglia Aurora
al Sol degli occhi di bellezza cede;
i cui candori un tal rossor colora
qual in non còlto ancor pomo si vede.
Ombra soave, ch’ogni cor ristora,
un rilievo vi fa, che non eccede,
e con divorzio d’intervallo breve
distingue in duo confin l’ostro e la neve.

40.Somiglia intatto fior d’acerba rosa,
ch’apra le labra de le fresche foglie,
l’odorifera bocca e preziosa,
ch’un tal giardino, un tal gemmaio accoglie
che l’India non dirò, ricca e famosa,
ma ’l Ciel nulla ha di bel, s’a lei noi toglie.
Se parla o tace, o se sospira o ride
(che fará poi baciando?) i cori uccide.

41.In reticella d’òr la chioma involta,
piú ch’ambra molle, e piú ch’elettro bionda,
o stretta in nodi, o min vaghe trecce accolta
o su gli omeri sparsa ad onda ad onda,
tanto tenace piú quanto piú sciolta,
tra procelle dorate i cori affonda.
L’aure imprigiona, se talor si spiega,
e con auree catene i vènti lega.

42.Che dirò poi del candidetto seno,
morbido letto del mio cor languente?
ch’a’ bei riposi suoi, quando vien meno,
duo guanciali di gigli offre sovente?
Di neve in vista e di pruine è pieno,
ma ne l’effetto è loco e fiamma ardente:
e l’incendio, che ’n lor si nutre e cria,
le Salamandre incenerir poria.

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43.Quand’ebbi quel miracolo mirato,
dissi fra me, da me quasi diviso:
«Sono in Ciel? sono in terra? il Ciel traslato
è forse in terra? o Cielo è quel bel viso?
Sí sí, son pur lassú, son pur beato
tuttavia (come soglio) in Paradiso!
Veggio la gloria degli eterni Dei.
La bella madre mia non è costei?

44.Xo che non è: vaneggio! il ver confesso,
Venere da costei vinta è di molto.
Ahi che ’l pregio a la madre a un punto istesso
ed al figlio egualmente il core ha tolto!
Chi può senza morir mirar l’eccesso
di sí begli occhi (oimè) di sí bel volto,
vadane ancora poi, vada e s’arrischi
a mirar pur securo i Basilischi!

45.O macelli de’ cori, occhi spietati,
di chi morir non potè anco omicidi,
voi voi possenti a soggiogare i Fati
siate le sfere mie, siate i miei nidi.
In voi l’arco ripongo, e i dardi aurati,
che se poi contro me saranno infidi,
piú cara (in tali stelle è la mia sorte)
ile l’immortalitá mi fia la morte».

46.Veggiola, mentre parlo, in atti mesti
starsi sola in disparte a trar sospiri;
ché quantunque le sue piú che celesti
forme, ben degne degli altrui desiri,
da mille lingue e da quegli occhi e questi
vagheggiate e lodate il mondo ammiri,
alcun non v’ha però di genti tante
che cheggia il letto suo, cupido amante.

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47.Le suore, ancor che fussero appo lei
vie piú d’etá che di beltá fornite,
a grandi Eroi con nobili imenei
per giogo maritale erano unite.
Ma Psiche, unico Sol degli occhi miei,
parca da l’olmo scompagnata vite,
e ne menava in dolorosi affanni
sterili e senza frutto i piú verd’anni.

48.Il miser genitor, mentr’ella geme
l’inutil solitudine che passa,
perché l’ira del Ciel paventa e teme,
che spesso ai maggior Re l’orgoglio abbassa,
pensoso e tristo in fra sospetto e speme
la cara patria e ’l dolce albergo lassa,
e va per esplorar questo secreto
da l’Oracolo antico di Mileto.

49.Lá dove giunto poi, porge umilmente
incensi e preghi al chiaro Dio crinito,
da cui supplice chiede e reverente
a l’infeconda sua nozze e marito.
Ed ecco intorno rimbombar si sente
spaventoso fragor d’alto muggito,
e col muggito alfin voce nascosta
da le cortine dar questa risposta:

50.«La Fanciulla conduci in scoglio alpino
cinta d’abito bruno e funerale.
Né genero sperar dal tuo destino
generato d’origine mortale,
ma feroce, crudele, e viperino,
ch’arde, uccide, distrugge, e batte l’ale,
e sprezza Giove, ed ogni Nume eterno:
temuto in Terra, in Cielo, e ne l’Inferno».

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51.Pensa tu qual rimase, e qual divenne
il sovr’ogni altro addolorato Vecchio.
Pensa qual ebbe il cor, quando gli venne
la sentenza terribile a l’orecchio.
Torna ne’ patrii tetti a far sollenne
di quelle pompe il tragico apparecchio,
accinto ad ubbidir, quantunque afflitto,
del decreto d’Apollo al sacro editto.

52.Del vaticinio infausto e de l’aversa
sorte nemica si lamenta e lagna,
e con l’amare lagrime che versa,
de le rughe senili i solchi bagna;
e la stella accusando empia e perversa
l’antica moglie i gemiti accompagna,
e pietoso non men piagne con loro
«le le figlie dolenti il flebil coro.

53.Ma del maligno inevitabil fato
il tenor violento è giá maturo.
De l’influsso crudel giá minacciato
giunto è l’Idol mio caro al passo duro.
Raccoglie giá con querulo ululato
la bella Psiche un cadaletto oscuro,
la qual non sa fra tanti orrendi oggetti
se ’l talamo o se ’l tumulo l’aspetti.

54 Di velo avolti tenebroso e tetro,
e d’arnesi lugubri in vesta nera
van padre e madre il nuzzial feretro
accompagnando, e le sorelle in schiera.
Segue la bara il parentado, e dietro
vien la Cittá, vien la Provincia intera,
e per tale sciagura odesi intanto
del popol tutto un publico compianto.

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55.Ma piú d’ogni altro il Re meschin piangendo
sfortunato s’appella ed infelice,
e gli estremi da lei baci cogliendo
la torna ad abbracciar, mentre gli lice.
«Cosí dunque da te congedo io prendo?
Cosí figlia mi lasci?» egli le dice.
«Son questi i fregi? (oimè) la pompa è questa,
ch’ai tuo partire il patrio regno appresta?

56.In essequie funebri inique stelle
cangian le nozze tue liete e festanti?
le chiare tede in torbide facelle?
le tibie in squille, e l’allegrezze in pianti?
Sono i crotali tuoi roche tabelle?
Ti son gl’inni e le preci applausi e canti?
E lá dove destin crudo ti mena
reggia il lido ti fia, letto l’arena?

57.Oh troppo a te contrario, a me nemico,
implacabil rigor d’avari Cieli!
Te del tuo bel, me del mio ben mendico
perché denno lasciar fati crudeli?
Qual tua gran colpa, o qual mio fallo antico,
cagion che tu t’aftligga, io mi quereli,
te condanna a morire, ed a me serba
in sí matura etá doglia sí acerba?

58.Ad esseguir quanto lassú si vole
dura necessitá (lasso) m’affretta,
e vie piú ch’altro, mi tormenta e dole
ch’a si malvagio sposo io ti commetta.
Ch’io deggia in preda dar l’amata prole
a mostro tal, che l’Universo infetta,
questo so ben, che ’l fil fará piú corto
che fu da C loto a la mia vita attorto.

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59.Ma poi che pur la Maestá superna
cosí di noi disporre or si compiace,
cancellar non si può sua legge eterna,
ma convien, figlia mia, darsene pace.
De’ consigli di lui che ne governa
è l’umano saver poco capace,
poi che i giudicii suoi santi e divini
son ordinati a sconosciuti fini.

60.Ben ch’a sposar lo struggitor del mondo
ti danni Apollo in suo parlar confuso,
chi sa s’altro di meglio in quel profondo
Archivio impenetrabile sta chiuso?
Spesso effetto sortí lieto e giocondo
temuto male, ond’uom restò deluso.
Servi al Ciel, soffri, e taci». E con tai note
verga di pianto le lanose gote.

61.La sconsolata e misera Donzella
vede ch’ei viva a sepelir la porta,
e tal sollennitá ben s’accorg’ella
ch’a sposa no, ma si conviene a morta;
magnanima però non men che bella,
l’altrui duol riconsola e riconforta,
e i dolci umori, onde il bel viso asperge,
col vel purpureo si rasciuga e terge.

62.«Che vai pianger?» dicea, «che piú versate
lagrime intempestive, e senza frutto?
A che battete i petti, ed oltraggiate
di livore e di sangue il viso brutto?
Ah non piú no; di lacerar lasciate
la canicie del crin con tanto lutto,
offendendo con doglia inefficace
e la vostra vecchiezza, e la mia pace.

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63.Fu giá, quando la gente a me porgea
(al Ciel dovuto) onor profano ed empio,
quando quasi d’Amor piú bella Dea
ebbi (voi permettenti) altare e tempio,
allor fu da dolersi, allor devea
pianger ciascuno il mio mortale scempio.
Or è il pianto a voi tardo, a me molesto:
di mia vana bellezza il fine è questo.

64.L’Invidia rea, che l’altrui ben pur come
suo proprio male aborre, allor mi vide.
I’ so pur ben, che l’usurpato nome
de la celeste Venere m’uccide.
Che bado? andianne pur; quest’auree chiome
con vii ferro troncate, ancelle fide.
Quel sí temuto omai consorte mio
giá di veder, giá d’abbracciar desio».

65.Qui tace, e giá d’una montagna alpestra
eccola intanto giunta a la radice,
ch’ai Sol volge le terga, e piega a destra
sotto il gran giogo l’ispida cervice.
Quindi di sterpi e selci aspra e silvestra
pende sassosa e ripida pendice,
rigida sí, ch’a pena s’assecura
d’abitarvi l’orror con la paura.

66.Il mar sonante a fronte ha per confine,
da’ fianchi acute pietre e schegge rotte,
dirupati macigni e rocche alpine,
oscure tane e cavernose grotte,
precipizii profondi, alte ruine,
dove riluce il dí come la notte,
dove inospiti sempre, e sempre foschi
dilatan l’ombre lor baratri e boschi.

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67.Ecco l’infausto monte, ov’a fermarsi
ne venne il funeral tragico e mesto.
Quivi ha (quant’ognun crede) a consumarsi
il maritaggio orribile e funesto.
Ond’ai fieri imenei da celebrarsi
scelto giá per teatro essendo questo,
dopo lagrime molte al vento sparte
la mestissima turba alfin si parte.

68.Partissi alfin, poi che tesor sí caro
depositò nel destinato loco,
lasciando nel partir col pianto amaro
de le fiaccole sacre estinto il foco.
Ai regii alberghi i genitor tornaro,
e la luce vital curando poco,
dannaro gli occhi a lunga notte oscura,
e si chiusero vivi in sepoltura.

69.Restò la Giovinetta abbandonata
su la deserta e solitaria riva,
sí trerqante, sí smorta, e sí gelata,
ch’a pena avea nel cor l’anima viva.
Veder quivi languir la sventurata
quasi di senso e movimento priva,
de Tonde esposta al tempestoso orgoglio,
altro giá non parea, che scoglio in scoglio.

70.Le man torcendo, e ’n vermiglietti giri
dolcemente incurvando i mesti lumi,
con che lagrime (o Dio) con che sospiri
si scioglie in acque, e si distempra in fumi!
Ma raccogliendo il mar tra’ suoi zaffiri
de le stille cadenti i vivi fiumi,
ambizioso e cupido d’averle,
le serba in conche, e le trasforma in perle.

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71.Con le inan su ’l ginocchio, in terra assisa,
filando argento da’ begli occhi fore,
china al petto la fronte, e ’n cotal guisa
tra se stessa consuma il suo dolore.
Poi, mentre ai salsi flutti il guardo affisa,
sfoga parlando l’angoscioso core,
e perde, apostrofando al mar crudele,
tra gli strepiti suoi queste querele:

72.«Deh placa, o Mare, i tuoi furori alquanto,
pietoso ascoltator de’ miei cordogli,
e di quest’occhi il tributario pianto,
che ’n larga vena a te sen corre, accogli.
Teco parlo, or tu m’odi, e fa’ che ’ntanto
abbian quest’onde tregua, e questi scogli;
né sen portino in tutto invidi i venti,
come fér le speranze, anco i lamenti.

73.Nacqui agli scettri, e ’n su i reali scanni
piú di me fortunata altra non visse.
Bella fui detta, e ’l fui, se senza inganni
lo mio specchio fedele il ver mi disse.
Or a quel fin su ’l verdeggiar degli anni
corro, che ’l fato al viver mio prescrisse,
abbandonando in su l’etá fiorita
la bella luce, e la serena vita.

74.Di ciò non mi dogl’io, né mi lamento
de la bugiarda adulatrice speme;
né del colpo fatai prendo spavento,
che mi porti sí tosto a l’ore estreme.
Chi sol vive al dolore ed al tormento,
e suol vita aborrir, morte non teme;
a chi mal vive il viver troppo è greve,
chi vive in odio al Ciel viver non deve.

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75.Lassa, di quel ch’io soffro, aspro martire,
vie maggiore e piú grave è il mal ch’attendo.
Ch’io deggia entro il mio seno (oimè) nutrire
un mostro abominevole ed orrendo:
questo innanzi al morir mi fa morire,
questo morte sprezzar mi fa morendo.
Deh dammi pria ch’un tanto mal succeda,
Padre Nettuno, a le tue fere in preda.

76.Se provocò del Ciel l’ira severa
da me commesso alcun peccato immondo,
e da te deve uscir l’orrida Fera
che me divori e che distrugga il mondo,
ha ventura miglior ch’absorta io péra
da questo ingordo pelago profondo.
Piú tosto il ventre suo tomba mi sia,
e lavin Tacque tue la macchia mia.

77.Ma s’egli è ver, che pur a torto, e senza
colpa incolpata e condannata io mora,
e se Nume è lassú, che l’innocenza
curi, e prego devoto oda talora,
da lui cheggio pietá, spero clemenza;
e quando il reo destin sia fermo ancora,
venga (e ’l suo nero strale in me pur scocchi)
Morte per sempre a suggellar quest’occhi».

78.Piú altro, ch’io ridir né so, né posso,
parlava la dolente al sordo lito,
ch’avria qual cor piú perfido commosso,
anzi il porfido istesso intenerito.
Il cavo scoglio mormorar percosso
per gran pietá fu d’ognintorno udito;
e rispondendo in roche voci e basse
parea che de’ suoi casi il mar parlasse.

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79.Per risguardar chi sia, che si consuma
in note pur sí dolorose e meste,
rompendo in spessi circoli la spuma
molte Xinfe e Tritoni alzar le teste.
Ma vinti da quel Sol che Tacque alluma,
e tocchi il freddo sen d’ardor celeste,
per fuggir frettolosi, i bei cristalli
seminaro di perle, e di coralli.

80.Mentre lá dove il vertice s’estolle
de l’erta rupe è posta in tale stato,
novo sente spirar di lungo il colle
di mill’aure Sabee misto odorato,
indi d’un aere dilicato e molle
sibilar sussurrar placido fiato,
che dolcemente rincrespando Tonde,
fa tremar l’ombre, e sfrascolar le fronde.

81.Era Zefiro questi. Io giá, che ’ntento
altrove non avea l’occhio e ’l pensiero,
volsi far quel benigno amico vento
de le mie gioie essecutor Corriero.
flonfia la mobil gonna, e piano e lento
col suo tranquillo spirito leggiero
da la scoscesa e riiinosa balza
senz’alcun danno ei la solleva ed alza.

82.E colá presso, ove di fior dipinta
fa sponda al mar quella valletta erbosa,
e di giovani allori intorno è cinta,
sòavissimamente alfin la posa.
Qui da novo stupor confusa e vinta
su ’l fiorito pratel siede pensosa,
che fresco insieme e morbido le serba
tetto di fronde, e pavimento d’erba.

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83.Poi che ’l dolor, che de’ suoi sensi è donno,
satollato ha di pianti e di lamenti,
stanca omai sí, che le palpebre ponno
a pena sostener gli occhi cadenti;
viensene il sonno a tòrla in braccio, il sonno,
tranquillitá de le turbate menti.
Dal sonno presa al fremito de Tacque
su ’l verde smalto addormentossi e giacque.

84.Negli epicicli lor duo Soli ascosí
i begli occhi parean de la mia Psiche,
dove chiusi traean dolci riposi
da l’amorose lor lunghe fatiche.
Duo padiglioni lievemente ombrosi
le velavan le luci alme e pudiche.
Le belle luci, onde languisco e moro,
legate eran dal sonno, e io da loro.

83.Vedesti a la stagion quando le spine
fíoriscon tutte di novella prole,
sparso di fresche perle e mattutine,
piantato in riva al mar, nascosto al Sole,
spiegar il molle e giovinetto crine
giardinetto di gigli e di viole?
Dirai ben tal sembianza assai conforme
a la leggiadra Vergine che dorme.

86.Cosí posava, e vidi a un tempo istesso
liev’aura, aura vezzosa, aura gentile
scherzarle intorno, e ventilarle spesso
il crespo de la chioma oro sottile.
Per baciarla talor si facea presso
a quella bocca, ov’è perpetuo Aprile;
ma timidetta poi, quanto lasciva,
da’ respiri respinta, ella fuggiva.

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87.I’ non so giá se Zefiro cortese
fu, che spettacol dolce allor m’offerse,
che la tremula vesta alto sospese
e de le glorie mie parte m’aperse.
So ben, che con sua neve il cor m’accese
quando il confin del bianco piè scoverse.
Scoverse il piede, e de l’ignuda carne
quanto a casta beltá lice mostrarne.

88.Poi ch’assai travagliato, e poco queto
in piú pezzi ha carpito un sonno corto,
destasi, e da quel loco ameno e lieto
piover si sente al cor novo conforto.
Sorge da l’odorifero roseto,
e qua ne vien, dove ’l mio albergo ha scorto.
Questo istesso Palagio, ov’ora sei,
come raccoglie te, raccolse lei.

89.Nel limitar de la gemmata soglia
mette le piante, e va mirando intorno.
Mira il bel muro, e di pomposa spoglia
di fulgid’oro il travamento adorno
sí che può far (quantunque il Sol non voglia)
col proprio lume a se medesmo il giorno.
Mira gli archi, le statue, e l’altre cose,
che senza prezzo alcun son preziose.

90.Senza punto inchinar le luci al basso
del tetto ammira le mirabil opre,
ma pur del tetto il rilucente sasso
la superbia del suol chiara le scopre.
Stupisce il guardo, e si trattiene il passo
al bel lavor che ’l pavimento copre:
perché tante ricchezze in terra vede
che di calcarle si vergogna il piede.

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91.Ella rapita da sí ricchi oggetti
entra, e d’alto stupor piú si confonde,
poi ch’a la maestá di tai ricetti
ben la gran supellettile risponde.
Ecco, dove al cantar degli augelletti
fermossi; ivi spiegò le trecce bionde;
qui, poi che intorno a spaziar si mise,
respirò dolcemente, e qui s’assise.

92.Quel che piú l’empie il cor di meraviglia,
è che negletto è qui quanto si gode.
Casa sí signoril non ha famiglia,
abitante non vede, ostier non ode.
Castaldo alcun di lei cura non piglia,
né di tanto tesor trova custode.
Vaga con gli occhi, e ’l vago piè raggira:
tutto insomma possiede, e nessun mira.

93.Voce incorporea intanto ode, che dice:
<1 Di che stupisci? o qual timor t’ingombra?
Sappi cauta esser sí, come felice:
ornai dal petto ogni sospetto sgombra.
Non bramar di veder quel che non lice,
spirito astratto, ed impalpabil ombra.
Gli altri beni e piacer tutti son tuoi,
ciò che qui vedi, o che veder non puoi».

94.Da non veduta man sentesi in questa
d’acque stillate in tepida lavanda
condur pian piano, indi spogliar la vesta,
e i bei membri mollir per ogni banda.
Dopo i bagni e gli odor, mensa s’appresta
coverta di finissima vivanda;
e sempre ad operar pronte e veloci
son sue serve e ministre ignude voci.

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LA NOVELLETTA

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95.Dato al lungo digiun breve ristoro
con cibi che del Ciel foran ben degni,
entra pur a la vista occulto coro,
sceso quaggiú da’ miei beati regni,
concordando lo stil dolce e canoro
a la facondia degli arguti legni.
Ben che né di cantor, né di stromenti
scorga imagine alcuna, ode gli accenti.

96.Giá l’Oblio taciturno esce di Lethe,
giá la notte si chiude, e ’l di vien manco,
e le stelle cadenti e l’ombre chete
persuadono il sonno al mondo stanco:
onde disposta alfin di dar quiete
al troppo dianzi affaticato fianco,
ricovra a letto in piú secreto chiostro,
piumato d’oro, incortinato d’ostro.

97.Allor mi movo al dolce assalto, e tosto
ch’entro la stanza ogni lumiera è spenta,
invisibile amante, a lei m’accosto,
che dubbia ancor, ciò che non sa paventa.
Ma se l’aspetto mio tengo nascosto,
le scopro almen l’ardor che mi tormenta,
e da lagrime rotti e da sospiri
le narro i miei dolcissimi martiri.

98.Ciò ch’ai buio tra noi fusse poi fatto
(piú bel da far, che da contar) mi taccio.
Lei consolata alfin, me sodisfatto,
basta dir, ch’amboduo ne strinse un laccio.
De la vista il difetto adempie il tatto,
quel che cerca con l’occhio, accoglie in braccio,
s’appaga di toccar quel che non vede,
quanto a l’un senso nega, a l’altro crede.

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99.Ma su ’l bel carro a pena in Oriente
venne de l’ombre a trionfar l’Aurora,
e i suoi destrier con l’alito lucente
fugate non avean le stelle ancora,
quando al bell’Idol mio tacitamente
uscii di braccio, e sorsi innanzi l’ora.
Innanzi che del Sol l’aurato lume
spandesse i raggi suoi, lasciai le piume.

100.Tornan da capo a la medesma guisa
l’ascose ancelle ed aprono i balconi,
e de la sua virginitate uccisa
motteggian seco, ed ecco i canti e i suoni.
Si leva, e lava, ed ode a mensa assisa
epitalami in vece di canzoni,
e le son pur non conosciute genti
Camerieri, Coppier, Scalchi e Sergenti.

101.Cosí da l’uso assecurata, e fatta
piú coraggiosa omai da la fidanza,
giá giá meco e co’ miei conversa e tratta
con minor pena, e con maggior baldanza.
E leggiadra e gentil (se ben s’appiatta)
imaginando pur la mia sembianza,
dal suono incerto de la voce udita
prende trastullo a la solinga vita.

102.Ma quant’ella però contenta vive,
tanto menano i suoi vita scontenta;
e di tal compagnia vedove e prive
piú d’ogni altro le suore il duol tormenta.
Vigilando il pensier lor la descrive,
dormendo il sogno lor la rappresenta;
ond’alfin per saver ciò che ne sia,
lá dove la lasciár, prendon la via.

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103.Io (come soglio) in su la notte ombrosa
seco in tal guisa il ragionar ripiglio:
«Psiche caro mio cor, dolce mia sposa.
Fortuna ti minaccia alto periglio,
lá dove uopo ti fia d’arte ingegnosa,
di cautela sottile, e di consiglio.
Ignoranti del ver, le tue sorelle
di te piangendo ancor cercan novelle.

104.Su que’ sassi colá ruvidi ed erti,
onde campata sei, son giá tornate.
Io farò (se tu vuoi) per compiacerti,
che sieno a te da Zefiro portate.
Ma ben t’essorto (a quant’io dico avèrti)
fuggi le lor parole avelenate.
Nel resto io ti concedo interamente
che le lasci da te partir contente.

105.Vo’ che de’ petti lor l’avare fami
satolli a piena man d’argento e d’oro.
Non ti lasciar però (se punto m’ami)
persuader da le lusinghe loro.
Non l’ascoltar; se d’ascoltarle brami,
pensa ascoltar de le Sirene il coro,
dal cui dolce cantar tenace e forte,
mascherata di vita, esce la morte.

106.E se pur troppo credula vorrai
prestar fede a la coppia iniqua e ria,
in ciò ti prego almen non l’udir mai,
in cercar di saver qual io mi sia.
Con un tardo pentir (se ciò non fai)
ti soverrá de l’avertenza mia.
A me sarai cagion di grave affanno,
ed a te porterai l’ultimo danno».

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107.Taccio, ed ella ascoltando i miei ricordi,
promette d’osservar quanto desio.

  • Di me stessa» dicea «fia che mi scordi

pria che gli ordini tuoi ponga in oblio.
A’ tuoi fían sempre i miei desir concordi,
tu se’ (qualunque sei) lo spirto mio.
Abbine di mia fé pegno securo,
per me, per te, per Giove stesso il giuro».

108.Giá dando volta al bel timon dorato,
e de’ monti indorando omai le cime,
il carro di Lucifero rosato
da le nubi vermiglie il giorno esprime;
quando a quel dir svanitole da Iato,
volo per l’aure, e fo portar sublime
l’indegna coppia innanzi a la mia vita
dal bel Signor de la stagion fiorita.

109.Le ’ncontra, e bacia, e ’n dolci atti amorosi
fa lor liete accoglienze, ossequii cari.
Le ’ntroduce a la Reggia, ov’entro ascosí
servon senza scoprirsi i famigliari.
Tra ricchi arnesi e tra tesor pomposi
trovan cibi e lavacri eletti e rari,
sí ch’elle a tanto cumulo di bene
giá nutriscon l’invidia entro le vene.

110.Le dimandan chi sia di cose tante
signor, di che fattezze il suo diletto.
Ella fin a quel punto ancor costante
non obliando il maritai precetto,
s’infinge, e dice: «11 mio gradito amante
è piú ch’altro leggiadro un giovinetto;
ma l’avete a scusar, ch’agli occhi vostri,
occupato a le cacce, or non si mostri».

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111.Ciò detto, le ribacia, e le rimanda
colme di gemme e di monili il seno.
Ai cari genitor si raccomanda,
poi le consegna al venticel sereno,
che presto ad esseguir quanto comanda,
rapido piú che strale, o che baleno,
con vettura innocente in braccio accolte
le riporta a lo scoglio onde l’ha tolte.

112.Elle di quel velen tutte bollenti,
che sorbito pur dianzi avea ciascuna,
borbottavan tornando, e ’n tali accenti
con l’altra il suo furor sfogava l’una:
«Or guata cieca, ingiusta, e da le genti
forsennata a ragion detta Fortuna!
Tal de’ meriti umani ha cura e zelo?
e tu tei vedi, e tu tei soffri o Cielo?

113.Figlie d’un ventre istesso al mondo nate
perché denno sortir sorti diverse?
Noi le prime e maggior maifortunate
tra le sciagure e le miserie immerse;
ed or costei, che ’n su Tcstrcma ctatc
giá stanco in luce il sen materno aperse,
se fu del nostro ben trista pur dianzi,
lieta del nostro mal ha per l’innanzi.

114.Un marito divin chi né godere
né conoscer sei sa, gode a sue voglie.
Vedesti tu per quelle stanze altere
quante gemme, quant’oro, e quali spoglie?
S’egli è pur ver, che con egual piacere
giovane cosí fresco in braccio accoglie,
e di tanta beltá quant’ella dice,
piú non vive di lei donna felice.

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115.Altri certo non può che Dio celeste
esser l’autor di meraviglie tali;
e s’ei pur l’ama (com’appar da queste)
la porrá tra le Dee non piú mortali.
Non vedi tu, ch’ad ubbidirla preste
insensibili forme e spiritali,
quasi vili scudier, move a suo senno?
comanda ai venti, ed è servita a cenno?

116.Misera me, cui sempre il letto e ’l fianco
ingombra inutilmente un freddo gelo,
impotente fanciullo e vecchio bianco,
uom che vetro ha la lena, e neve il pelo!
Né sposo alcun, sí come infermo e stanco,
piú spiacente e geloso è sotto il cielo,
che custode importun la casa tiene
sempre di ferri cinta, e di catene».

117.«Ed io» l’altra soggiunge «un ne sostegno
impedito dal morbo e quasi attratto,
e calvo, e curvo, e men che sasso o legno
ai congressi amorosi abile ed atto:
cui piú serva che moglie esser convegno,
con le cui ritrosie sempre combatto;
convienimi ognor curarlo; e ’n tali affanni
vedova, e maritata, io piango gli anni.

118.Ma tu sorella (con ardir ti parlo)
con cor troppo servii soffri i tuoi torti,
lo non posso per me dissimularlo
né piú oltre sará che mel sopporti.
Mi rode il petto un sí mordace tarlo,
che non trovo pensier che mi conforti.
Animo generoso aborre e sdegna
tal ventura caduta in donna indegna.

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119.Non ti sovien con qual superbia, e quanto
fasto, quantunque a non curarla avezze,
poi che n’accolse, ambizioso vanto
si diè di tante sue glorie e grandezze?
E pur a noi (ben che n’abondi tanto)
poca parte donò di sue ricchezze;
e poi che fastidita ne rimase,
súbito ne scacciò da le sue case.

120.Quando a farla pentir di tanto orgoglio
vogli tu (come credo) unirti meco,
esser detta mai piú donna non voglio
sa mortai precipizio io non la reco.
Per or tornando al solitario scoglio,
nulla diciam d’aver parlato seco.
Non facciam motto del suo lieto stato,
per non farlo col dir vie piú beato.

121.Assai noi stesse pur visto n’abbiamo,
e di troppo aver visto anco ne spiace!
A que’ poveri alberghi omai torniamo,
dove mai non Si gode uia di pace.
Lá consiglio miglior vo’ che prendiamo
a punir di costei l’insania audace:
onde s’accorga alfin d’aver sorelle
suo malgrado piú degne, e non ancelle! *

122.Tal accordo conchiuso, a quella parte
le scelerate femine sen vanno,
e con guance graffiate e chiome sparte
pur l’usato lamento a prova fanno.
I ricchi doni lor celano ad arte,
tra sé ridendo de l’ordito inganno.
Cosí con finti pianti e finti modi
van machinando le spietate frodi.

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123.Tosto che la stagion serena e fosca
l’aere abbraccia dintorno, io l’ali spiego,
e qual velen quelle due Furie attosca
racconto a la mia Psiche, e la riprego
a voler (ben eh’a pien non mi conosca)
contentarsi del piú, se ’l men le nego:
le scopro il cor, coprendole il sembiante,
e può veder l’amor, se non l’amante.

124 Fe mostro che soverchio è voler poi
investigar la mia vietata faccia,
poi che però non crescerá tra noi
quel grand’amor, che l’un’e l’altro allaccia.
L’essorto che non guasti i piacer suoi
per un lieve desio, ma goda, e taccia:
quanto può giusto sdegno io le rammento,
e la fede promessa, e ’l giuramento.

125.Le fo saver che nel bel sen fecondo
un fortunato infante ha giá concetto,
che ha divino ed immortale al mondo,
se s’asterrá dal mio conteso aspetto.
Ma se vorrá mirar quel che l’ascondo,
a morte lo fará nascer soggetto.
L’ammonisco a schivar tanta ruina
al fanciul sovrastante, a lei vicina.

1 26. Fila giura e scongiura, e ’nsomma vole
pur riveder quella sorella e questa;
e fa con lagrimette e con parole
un bacio intercessor de la richiesta;
ed io col proprio crin, mentre si dole,
rasciugando le vo la guancia mesta.

Lasso, che non potrá, se in me può tanto
l’amorosa eloquenza del bel pianto?

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127.Nulla alfin so negarle, e tosto quando
s’apre il ciel mattutino ai primi albori,
risorgo, e lieve in su lo scoglio mando
il padre fecondissimo de’ fiori.
Giá l’empie, che stan pur quivi aspettando,
de lo Spirto gentil senton gli odori;
ed ei pur quasi a forza in su le spalle
le ritragitta a la fiorita valle

128.Trovan la bella, e sotto liete fronti
coprono il fiel che ’l cor fellone asconde.
Ella con atti pur cortesi e pronti
a la mentita affezzion risponde.
Caldi vapori d’odorati fonti
in conche d’oro ai lassi membri infonde,
e ’n ricchi seggi in fra delizie immense
degne le fa de le beate mense.

129.Comanda poscia agli organi sonanti,
chiama al concerto le canore voci,
e i ministri invisibili volanti
al piiino cenno suo vcngon veloci.
Ma quella melodia di suoni e canti,
che placherebbe gli Aspidi feroci,
de le Serpi infernali (ancor che dolce)
la perfidia crudel punto non molce.

130.Anzi con lo stupor tanto piú fiera
cresce l’invidia, che le morde e lima;
onde la pregan pur, che chiara e vera
del Vago suo la qualitate esprima.
La semplicetta garrula e leggiera,
cui non sovien ciò che lor disse in prima,
perch’accusar del fatto il ver non vole,
aviluppa e compon novelle fole.

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131.Dice che ricco d’or per varie strade
con varie merci a traficar intende,
e che la neve de la fredda etade
giá giá le tempie ad imbiancar gli scende.
Poi, perché ratto a le natie contrade
le riconduca, a Zefiro le rende,
che (come suole) a le paterne spiagge,
di novi doni onuste, indi le tragge.

132.«Deh che ti par de le menzogne insane»
l’una a l’altra dicea «di questa sciocca?
Cacciator dianzi, da le prime lane
quel suo non avea pur la guancia tocca.
Or mercando sen va per rive estrane,
e la bruma senil su ’l crin gli fiocca.
O che finge, o che mente, o ch’ella stessa
non sa di ciò la ventate espressa.

133.Tempo è (comunque sia) da far cadere
tutte le gioie sue disperse e rotte».
Con sí fatto pensier vanno a giacere,
e ’n vigilia crudel passan la notte.
Col favor di Favonio indi leggiere
a Psiche in su ’l mattin son ricondotte,
che gode pur d’accarezzar le due
(sorelle non dirò) Vipere sue.

134.Giunte, esprimendo a forza in larghe vene
lagrime fuor degli umidetti rai,
ché sempre (e dir non so dove le tiene)
quel sesso a voglia sua n’ha pur assai:
«Dolce» presero a dirle «amata spene,
tu secura qui siedi, e lieta stai;
e malcauta al periglio, e trascurata,
l’ignoranza del mal ti fa beata.

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135.Ma noi, noi che sollecite a la cura
de la salute tua siam sempre intente,
convien ch’a parte d’ogni tua sciagura
abbiam del commun danno il cor dolente.
Sappi, che quel, che ’n su la notte oscura
giacer teco si suole, è un fier Serpente:
un Serpente crudele esser per certo
quel che teco si giace, abbiam scoverto.

136.Videi piú d’un pastor non senza rischio,
quando a sera talor torna dal pasto,
guadar il fiume, e variato a mischio
trarsi dietro gran spazio il corpo vasto.
Intorno a sé dal formidabil fischio
lasciando il ciel contaminato e guasto,
con lunghe spire per l’immonde arene
(se vederlo sapessi!) a te ne viene.

137.Viensene in piú volubili volumi
divincolando il flessuoso seno.
Da’ minacciosi e spaventosi lumi
esce strano fulgor, ch’arde il terreno;
e di nebbia mortai torbidi fumi
infetti di pestifero veleno
sbuffando intorno, a lato a te si caccia,
e fa la cova sua fra le tue braccia.

138.Par ch’oltre a sé si sporga e ’n sé rientre,
e ne’ lubrici tratti onda somiglia,
e fuggendo e seguendo il proprio ventre,
lascia se stesso, e se stesso ripiglia.
Poi chiude i giri in un sol groppo, e mentre
in mille obliqui globi s’attortiglia,
di ben profondo solco, ove s’accampa,
quasi vomere acuto, il prato stampa.

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139.Quando del cupo suo nativo bosco
da la fame ad uscir per forza è spinto,
d’un verde bruno e d’un ceruleo fosco
mostra l’ali fregiate, e ’l dorso tinto.
Squallido d’oro, e turgido di tosco
di macchie il collo a piú ragion dipinto,
scopre di quanti al Sol vari colori
l’arco suo rugiadoso Iride infiori.

140.Ahi che figura abominanda e sozza,
se talor per lo pian stende le strisce,
e poi che vomitata ha da la strozza
carne di gente uccisa, ei la lambisce;
o se del sangue, che mai sempre ingozza,
avien che ’l tergo e ’l petto al Sol si lisce!
il tergo e ’l petto, armato a piastre e maglie
di doppie conche, e di minute scaglie.

141.Livido foco, che le selve appuzza,
spira la gola, ed aliti nocenti.
Vibra tre lingue, e ne le fauci aguzza
un tripartito pettine di denti.
Sanguigne schiume da la bocca spruzza,
ed ammorba co’ fiati gli elementi;
l’aure corrompe, mentre l’aria lecca,
strugge i fior, l’erbe uccide, e i campi secca.

142.Guarditi (o suora) il Ciel da la sua stizza,
scampiti Giove pur da quella peste,
qualor per ira si contorce e guizza
e sbarra le voragini funeste,
la superba cervice in alto drizza,
erge del capo le spietate creste,
e ribattendo le sonore squamme,
Mongibello animato, aventa fiamme!

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143.Perché con tanta industria e secretezza
credi la propria effigie ei tenga ascosa,
se non perché sua naturai bruttezza
agli occhi tuoi manifestar non osa?
Ma se ben or t’adula e t’accarezza
sotto quel dolce titolo di sposa,
pensi però, che la sua cruda rabbia
lungo tempo digiuna a tener abbia?

144.Aspetta pur, che del tuo ventre cresca
(come giá va crescendo) il peso in tutto.
Lascia che venga con piú stabil ésca
di tua pregnanza a maturarsi il frutto.
Allor vedrai (sii certa) ove riesca
il sozzo amor d’un animai sí brutto!
Allor ha (chi noi sa?) che fuor d’inganni
(preda a suo modo opima) ei ti tracanni.

145.S’a noi non credi (ed oh queste parole
sparse sien pur al vento, e non al vero!)
credi a quel, che mentir né può, né suole,
de l’oracol Febeo presagio fiero.
Il presagio in oblio por non si vuole,
ch’imaginandol pur trema il pensiero,
ch’esser ti convenia moglie d’un Angue,
morte e strage del mondo, e foco e sangue.

146.Che farai dunque? o col tuo scampo a noi
consentirai d’ogni sospetto sciolta,
o tanto attenderai, che tu sia poi
ne le ferine viscere sepolta?
Se ’n tal guisa nutrir piú tosto vuoi
(non so s’io dica o pertinace o stolta)
l’empia ingordigia de l’osceno Mostro,
adempito abbiam noi l’ufficio nostro:

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147.ma se non vuoi de le voraci brame
cibo venir di si vii bocca indegno,
pria ch’alfin sazia la lascivia infame
teco trangugi l’innocente pegno,
de la Fera crudel tronchi lo stame
senz’altro indugio un generoso sdegno,
e prendi a un colpo d’estirpar consiglio
il proprio essizio, e ’l publico periglio».

148.Sentesi Psiche a quel parlar d’orrore
tremare i polsi, ed arricciare i crini:
sudan l’estremitá, palpita il core,
spariscon dal bel volto ostri e rubini,
gelan le fibre, e di gelate umore
lucidi canaletti e cristallini
stilla essangue la fronte, a punto quali
suole Aurora d’April rugiade australi.

149.Contrarie passion, tra cui s’aggira,
in quel semplice cor fan guerra interna.
D’amore e d’odio, e di spavento e d’ira
gran tempesta la volge e la governa.
Nave rassembra, a cui mentr’Ostro spira,
or Garbino, or Libecchio i soffi alterna.
Pur dopo molti alfin pensier diversi
nel fondo d’ogni mal lascia cadérsi.

150.Dimenticata giá d’ogni promessa,
tutto il secreto a buona fé rivela.
Del furtivo marito il ver confessa,
e che fugge la luce, e che si cela.
Rapita dal timor, dal duolo oppressa,
geme, freme, s’afflige, e si querela;
e mancandole in ciò saldo discorso,
di pietá le riprega, e di soccorso.

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151.Contro il tenero core allor si scaglia
de le donne malvage il furor crudo,
e con aperta e libera battaglia
stringon giá de la fraude il ferro ignudo:
«Fuor che ’l partito estremo, altro che vaglia
non hanno i casi estremi o schermo o scudo.
A l’intrepide genti e risolute
la desperazion spesso è salute.

152.Ti puoi de la salute il calle aprire
(se la speme non mente) assai spedito.
Né scemar deve in te punto l’ardire
biasmo di fellonia con tal marito.
Chi t’inganna ingannar non è tradire,
giusto è che sia lo schernito!’ schernito:
ché quando ad opra rea vien che consenta,
la fede sceleragine diventa.

153.Sotto il letto vogliam che tu nasconda
un ferro acuto ed una luce accesa,
0 come pria la créatura immonda
ne l’usato covil si fia distesa,
e nel colmo de l’ombra alta e profonda
sará dal maggior sonno avinta e presa,
sorgi pian piano, e tuo ministro e duce
sprigiona il ferro, e libera la luce.

154.La luce il modo allor ha che ti scopra
ben oportuna e consigliera e guida.
Non temer no, ché d’ambe noi ne l’opra
avrai (s’uopo ti fía) l’aita fida.
Senz’alcuna pietá, giuntagli sopra,
fa’ che del fier Dragone il capo incida,
perché con bestia si feroce e strana
qualunque umanitá fora inumana».

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155.E cosí detto, l’una e l’altra prende
commiato, e parte: ella riman soletta,
se non sol quanto agitatrici orrende
seco le Furie in compagnia ricetta.
Ma se ben risoluta a l’opra intende,
e la machina appresta, e ’l tempo aspetta,
pur con affetti vari in tanta impresa
litigando tra sé, pende sospesa.

156.Ancor dubbia e pensosa ed ama e teme,
or confida, or diffida, or vile, or forte.
Quinci e quindi in un punto il cor le preme
ardimento d’Amor, terror di Morte.
In un corpo medesmo insieme insieme
aborrisce il Serpente, ama il Consorte:
e stan pugnando in un istesso loco
tra rispetto e sospetto il ghiaccio e ’l foco.

157.Giá ne l’Occaso i suoi corsier chiudea,
giunto a corcarsi, il gran Pianeta errante,
e giá vicin, mentre nel mar scendea,
sentiva il carro d’or stridere Atlante;
quand’io, che cieco in tenebre vivea
dal mio terrestre Sol lontano amante,
per far giorno al mio cor, da l’alto polo
men venni in giú precipitando il volo.

158.Psiche mia con lusinghe mi riceve,
l’apparecchio crudel dissimulando.
Ma poi ch’a lato a lei mi vengo in breve,
stanco da’ primi assalti, addormentando,
mentre piacevolmente il sonno greve
sto con leggieri aneliti soffiando,
sorge, e sospinta da pensier maligni
del sacrilegio suo prende gli ordigni.

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159.De le pria care, e poscia odiate piume
viensi accostando invèr la sponda manca.
Ne la destra ha il coltel, ne l’altra il lume,
d’orrore agghiaccia, e di paura imbianca.
Ma per farle esseguir quanto presume,
sdegno il suo debil animo rinfranca,
e la forza del fato a l’atto fiero
arma d’audacia il feminil pensiero.

160.Fa l’ascolta per tutto, e ’n su la porta
de la stanza si ferma, e guata pria.
Sporge innanzi la mano, e la fa scorta
al piè, che lento al talamo s’invia.
Tende l’orecchie, e sovr’aviso accorta
ogni strepito e moto osserva e spia.
Sospende alto le piante, e poi leggiere
le posa in terra, e non l’appoggia intere.

161.Quando lá dov’io poso è giunta appresso,
voce non forma, accento non esprime:
di tirar non s’arrischia il fiato istesso,
e se spunta un sospir, tosto il reprime.
Caldo desio rinvigorisce il sesso,
freddo timor le calde voglie opprime.
Brama e s’arretra, ardisce e si ritiene,
bollon gli spirti, e gelano le vene.

162.Ma non sí tosto il curioso raggio
del lume esplorator venne a mostrarse,
dal cui chiaro splendor del cortinaggio
ogni latebra illuminata apparse,
che sbigottita de l’ingiusto oltraggio
stupí repente, e di vergogna n’arse.
Non sa s’è sogno o ver, che quando crede
veder un Drago, un Garzonetto vede.

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163.Gran villania le parve aver commessa,
e di tanta follia forte le ’ncrebbe.
Spegner la luce perfida, e con essa
l’arrotato coltel celar vorrebbe.
Fu per celarlo in sen quasi a se stessa,
e senza dubbio alcun fatto l’avrebbe,
se da la man tremante il ferro acuto
non le fusse in quel punto al suol caduto.

164.Mentr’ella in atto tal si strugge e langue,
di toccar Tarmi mie desio la spinge,
e con man palpitante e core essangue
le prende e tratta, e le tasteggia e stringe.
Tenta uno strale, e di rosato sangue
l’estremitá del pollice si tinge.
Mirasi punto incautamente il dito,
e si sente in un punto il cor ferito.

165.Cosí si stava, e romper non ardiva
la mia quiete placida e tranquilla.
Ed ecco allor la liquefatta oliva
de l’aureo lucernier scoppia e sfavilla,
e vomitando da la fiamma viva
di ferendo licor pungente stilla,
a l’improviso con tormento atroce
su l’ala destra l’omero mi coce.

166.Desto in un tratto io mi risento, e salto
fuor de la cuccia, ed ella a me s’apprende,
in’abbraccia i fianchi, e con vezzoso assalto
per vietarmi il partir pugna e contende.
M’afferra il piè fugace, io meco in alto
la traggo a volo, ed ella meco ascende.
Cosí pendente per l’aeree strade
mi segue e tiene, alfin mi lascia e cade.

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LA NOVELLETTA

2-}2

167.Da me spiccata, amaramente al suolo
ululando e piangendo ella si stese.
lo mi volsi a que’ pianti, e del suo duolo
in mezo a l’ira la pietá mi prese.
Onde l’ali arrestai, fermando il volo,
a sí tristo spettacolo sospese,
e mi posi a mirarla intento e fiso
d’un cipresso vicin tra i rami assiso.

168.«Ingrata» a dirle indi proruppi «ingrata,
sí tosto in Lethe un tanto ardore è spento?
cosí da la memoria smemorata
l’aviso mio ti cadde in un momento?
quest’è l’araor? quest’è la fé giurata?
dunque tu paglia al foco, io foco al vento?
tu dunque onda a lo scoglio, io scoglio a l’onda?
10 stabil tronco, e tu volubil fronda?

169.Io de la madre mia posto in non cale
l’ordin, cui convenia pur ch’ubbidissi,
quando d’ogni sventura e d’ogni male
sepelir ti volea sotto gli abissi,
11 cor per tua cagion col proprio strale
inavedutamente mi trafissi.
Per te trafitto, e per tuo bene ascoso
volsi ad onta del Ciel tarmiti sposo:

170.e tu sleal, pur come fussc poco
d’invisibil ferita il cor piagarmi,
volesti me, ch’era tua gioia e gioco,
quasi Serpe crudel, ferir con l’armi!
E non contenta d’amoroso foco
co’ tuoi begli occhi l’anima infiammarmi,
hai voluto con arte empia e malvagia
ardermi ancora il corpo in viva bragia.

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171.Giá piú volte predetto il ver ti fue,
né frenar ben sapesti un van desire!
Ma quelle egregie Consigliere tue
la pena pagheran del lor fallire.
Giusto flagel riserbo ad ambedue,
te sol con la mia fuga io vo’ punire.
Rimanti, a Dio; da te cercato invano
e col corpo, e col cor giá m’allontano».

172.Tanto le dissi; ed ella, a cui piú dolse
che la caduta sua, la mia salita,
poi che gran tratto d’aria alfin le tolse
l’amata imago, in apparir sparita,
per lung’ora di lá sorger non volse,
dove attonita giacque e tramortita.
Poi la fronte levando afflitta e bassa,
tra sospiro e sospir ruppe un Ahi lassa!

173.«Lassa» dicea «tu m’abbandoni, e vai
da me lontano e fuggitivo Amore.
Ruggisti, Amor. Che piú mi resta omai,
se non sol di me stessa odio ed orrore?
Ben da la vista mia fuggir potrai,
ma non giá dal pensier, non giá dal core.
Se ’l Ciel dagli occhi miei pur ti dilegua,
lía che col core e col pensier ti segua.

174.Sí per poco ti sdegni? e tocco a pena
da picciola scintilla t’addolori?
Ouest’alma or che fará d’incendio piena?
Che fará questo cor fra tanti ardori?»
Cosí doleasi, e copiosa vena
versando intanto d’angosciosi umori,
sommersi da le lagrime cadenti
in bocca le morir gli ultimi accenti.

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175.Dopo molto lagnarsi in piè risorge,
ratto poi drizza al vicin prato il passo,
ché con corso pacifico vi scorge
torcersi un fiumicel tra sasso e sasso.
Va su l’estremo margine, che sporge
l’orlo curvo e pendente al fondo basso,
e desperata, e dal dolor trafitta
precipitosamente in giú si gitta.

176.Ma quel cortese e mansueto rio
o ch’a me compiacer forse volesse,
ricordevole pur, che son quell’io
che so fiamme destar tra Tacque istesse,
o che con gli occhi, ov’arde il foco mio,
rasciutte un sí bel Sol Tonde gli avesse,
de l’altra riva in su le spiagge erbose
con innocente vomito l’espose.

177.Vede, uscita del rischio, a l’ombra assiso
d’Arcadia il rozo Dio, ch’ivi soggiorna.
Tutto d’ebuli e mori ha tinto il viso,
e di pelle tigrina il fianco adorna.
Fa d’edra fresca un ramoscel reciso
ombroso impaccio a Tonorate corna;
e tien con l’edra incatenando il faggio,
impedito di fronde il crin selvaggio.

178.Mentre le Capre sue vaghe e lascive
pendon da l’erta con gli amici Agnelli,
e del fiume vicin, lungo le rive
tondono i verdi e teneri capelli,
egli a le canne, che fur ossa vive
di lei che gli arse il cor con gli occhi belli,
inspira da lo spirto innamorato
voce col suono, ed anima col fiato.

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179.Sette forate e stridule cicute
con molle cera di sua man composte
bella varietá di voci argute
formano in disegual serie disposte;
onde il silenzio de le selve mute
impara ad alternar dolci risposte,
ed a le note querule e canore
la la Ninfa degli antri aspro tenore.

180.Questi veduta allor la meschinella
languida starsi, e sconsolata e sola,
pietosissimamente a sé l’appella,
e con dolci ragion poi la consola:
«Rustico mi son io, Giovane bella,
ma dotto assai ne l’amorosa scola;
e di quel mal, che ’n te conosco aperto,
per lunga etá, per lunga prova esperto.

181.11 piè tremante, il pallidetto volto,
quegli umid’occhi e que’ sospiri accesi
mi dan pur chiaro a diveder, che molto
hai dal foco d’Amor gli spirti offesi.
Odimi dunque, e l’impeto sí stolto
frena de’ tuoi desiri a morte intesi;
né piú voler, de l’opre lor piú belle
omicida crudel, tentar le stelle.

182.Il mal che ben si porta è lieve male,
e vince ogni dolor saggio consiglio,
e ne lo stato misero mortale
è maggior gloria ov’è maggior periglio.
Mi son noti i tuoi casi, e so ben quale
sia de la bella Dea l’alato figlio.
Non ti doler, ché se ben or ti fugge,
so che non men di te per te si strugge.

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183.L’ire degli araator fidi e veraci
non son se non d’Amor mantici e venti,
che de’ freddi desir destan le faci,
e le fiamme del cor fan piú cocenti:
onde le risse alfin tornano in paci,
e ’n gioie a terminar vanno i tormenti.
Giova poi la memoria: ed è soave
a rimembrar quel ch’a soffrir fu grave.

184.Or del cor tempestoso acqueta i moti,
e cessa il pianto, ch’i begli occhi oscura,
né voler con guastar le proprie doti
far torto al Cielo, ed oltraggiar Natura.
Umil piú tosto con preghiere e voti
quel sí possente Dio placar procura,
lo qual (credimi pur) fia ch’a’ tuoi preghi
ogni sdegno deposto, alfin si pieghi».

185.Ringrazia Psiche il Satiro pietoso,
che sí ben la conforta e la lusinga;
poi s’accommiata, e senz’alcun riposo
per traverse remote erra solinga.
Alfin lá dove domina lo sposo
de la suora maggior, giunge raminga.
Giunta, l’altra l’abbraccia, e la saluta,
e chiede la cagion di sua venuta.

186.La giá schernita, a vendicarsi accinta,
seco d’amor le dimostranze alterna,
e d’allegrezza astutamente infinta
vestendo il volto e l’apparenza esterna,
«Dal tuo consiglio stimulata e spinta,
presi il ferro» le dice «e la lucerna,
per uccider colui, che di marito
usurpato s’avea nome mentito.

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187.Tacitamente a meza notte io sorsi,
ed avendo a ferir stretto il coltello,
lassa, ch’un Mostro (è vero) un Mostro scorsi,
ma Mostro di beltá pur troppo bello!
Quel lume spcttator, ch’innanzi io sporsi,
a quanto narro in testimonio appello,
che quando un tal oggetto a mirar ebbe,
raddoppiando splendore, ardore accrebbe.

188.Ahi non senza sospir me ne rimembra,
che contemplando quel leggiadro velo,
dico il corpo divini che certo sembra
meraviglia del mondo, opra del Cielo,
a rarmi, a l’ali, a le purpuree membra,
ond’uscía foco da stemprare il gelo,
m’accorsi alfin, che quel ch’ivi giacea,
era il vero fígliuol di Citherea.

189.Ma quel perfido lume e maledetto,
accusator de le bellezze amate,
non so s’invido pur del mio diletto,
o vago di baciar tanta beltate,
al sonnacchioso Arcier, ch’ignudo in letto
le palpebre tenea forte serrate,
con acuta favilla il tergo cosse,
sí ch’a l’aspra puntura ei si riscosse.

190.E veggendomi armata in sí fier atto,
scacciommi, e non fé’ piú meco dimora.
«Vanne» disse «crudel, vattene ratto
e dal mio letto, e dal mio petto fora.
Io tutti i miei pensier per tal misfatto
volgo in tua vece a la maggior tua suora.
Ella (e t’espresse a nome) io vo’ che sia
e di me Donna, e de la reggia mia».

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191.Disse, e fuor del suo albergo a l’altra riva
soffiar mi fe’ dal Portator volante.
Va’ dunque, occupa il loco ond’io son priva,
godi quel ch’io perdei, celeste amante.
A me, che piú non spero in fin ch’io viva
romper la stella mia dura e costante,
chieder convien tributo a tutte bore
di pianto agli occhi, e di sospiri al core».

192.A pena ella ha di dir fornito questo
che quell’invida Arpia le piante affretta,
e giunta in su ’l fatai monte funesto,
dov’andar suole il Vento, il Vento aspetta.
«Vienne Zefiro vien’ veloce e presto,
Angel di Primavera, amica Auretta,
Vienne,» dicea «tu condottier, tu scorta
preda ben degna al mio Signor mi porta».

193.Sente allora spirar di su la cima
de l’alta costa un ventolin sottile,
onde fuor d’ogni dubbio attende e stima
eh a lei ne vegna il Precursor d’Aprile.
Scagliasi a piombo, e gravemente a l’ima
parte del poggio il corpo immondo e vile
riiinoso trabocca, e tra que’ sassi,
misera, in cento pezzi a franger vassi.

194.Con l’arte istessa ancor poco dapoi
ingannò l’altra giovane meschina,
che pur fede prestando a’ detti suoi,
salse anelante in su la rupe alpina,
e similmente imaginar ben puoi
se dal monte balzando a la marina
lasciò, condegno premio a le sue colpe,
lacerate le viscere e le polpe.

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195.Tra le pietre medesme (ahi semplicetta)
lasciò le membra dissipate e sciolte.
Cosí fur con egual giusta vendetta
le due Pesti maligne al mondo tolte.
E cosí chi di fraude si diletta
ne’ propri lacci suoi cade a le volte.
Volse farle ambedue fato consorte,
come complici al mal, compagne in morte.

196.Ma Psiche or quinci or quindi errante e vaga,
ricercando di me, le vie scorrea,
di me, che per dolor di doppia piaga
su le piume materne egro giacea;
e ben che di sue ingiurie alquanto paga,
pur tra duri martír l’ore traea,
spendendo i giorni in gemiti dirotti,
e consumando in lagrime le notti.

197.Stavasi intanto la mia bella madre
nel profondo Oceano, ove giá nacque,
quelle membra a lavar bianche e leggiadre
ond’ella agli occhi tuoi cotanto piacque.
Ed ecco a lei da le volanti squadre
un marittimo augel ch’abita Tacque,
sotto Tonde attuffando allor le penne,
tutto il successo a rivelar le venne.

198.Le prende a raccontar l’iniquo Mergo
e le mie nozze, e ’l giá concetto pegno.
Scopre ch’io porto ne l’adusto tergo
di grave cicatrice impresso segno.
Narra ch’ascoso entro l’usato albergo
languisco in amor sozzo, in ozio indegno.
Conchiude alfine il relator loquace
che ’l mondo tutto a biasmo suo non tace.

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199.Oh qual nel cor di Venere s’aduna
fiamma di sdegno allor fervida e viva!
Dimanda al messo in vista oscura e bruna
chi sia l’Amica mia, chi sia la Diva.
Se sia del popol de le Ninfe alcuna,
o de le Dee nel numero s’ascriva.
Se tolta io l’abbia, e qual scelta di loro,
o de le Muse, o de le Grazie al coro.

200.Risponde non saver di questa cosa
l’alato ambasciador quanto né come,
se non che strugge Amor fiamma amorosa,
e ch’egli ama una tal, che Psiche ha nome.
Sembra la Dea non Dea, Furia rabbiosa
a quell’annunzio, e con discinte chiome
esce del mar correndo, e ’n su le soglie
giunta de la mia stanza, il grido scioglie:

201.«Cosí dunque ubbidisci a’ detti miei,
quant’io t’impongo ad esseguire accinto?
ito in tal guisa a vendicarmi sei?
ed hai di Psiche il tant’orgoglio estinto?
Oh degne palme, oh nobili trofei!
Ecco il forte campion che ’l mondo ha vinto,
l’Arderò egregio, il Feritore invitto,
or da donna mortai langue trafitto.

202.Ecco quel grande e generoso Duce,
per cui soffre ogni cor tormento e pena:
e con infamia tanta or si riduce
a lasciarsi legar con sua catena;
e ’n vii trionfo prigionier l’adduce
bellezza corrottibile e terrena!
Quel buon figlio leal, ch’un van diletto
suole anteporre al maternal precetto!

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203.E forse ch’io ministra anco non fui
di questa sceleragine, e mezana,
quando diedi primier notizia a lui
de la malvagia femina profana?
Ch’io deggia sopportar crede costui
una nuora vulgar di stirpe umana:
e che venga anco in Cielo a farmi guerra
l’emula mia, la mia nemica in terra!

204.Pensi tu, che ’l mio ventre insterilito
concepir piú non possa un altro Amore?
Vedrai, s’io saprò ben prender partito,
e figlio generar di te migliore!
Anzi per farti piú restar schernito,
voglio un servo degnar di questo onore.
Un de’ v r alletti miei voglio adottarmi,
dargli tutti i tuoi fregi, e tutte l’armi.

205.Lui vestirò de’ colorati vanni,
egli avrá l’arco d’or che tu possiedi,
gli strali, ond’escon sol ruine e danni,
e la fiaccola ardente, e gli altri arredi:
i quali a te fellon, mastro d’inganni,
a quest’uso malvagio io giá non diedi!
né gli hai giá tu d’ereditá paterna:
ma beni son de la mia dote eterna.

206.Fin da’ prim’anni tuoi veracemente
fosti licenzioso e mal avezzo.
Sei contro i tuoi maggiori irreverente,
né vai teco adoprar minaccia o vezzo.
Anzi qual vedovetta orba sovente
la propria madre tua togli in disprezzo;
dico me stessa, ond’alimento prendi,
spesso oltraggiasti, ed ogni giorno offendi.

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207.Né pur del forte tuo terribil Dio
temi l’armi guerriere e vincitrici,
anzi talor per maggior scorno mio
concubine gli trovi, e meretrici.
Ma di si fatti scherzi i’ so ben io
come far l’ire mie vendicatrici!
Vo’ che tante follie ti costin care,
e queste nozze tue ti sieno amare.

208.Deh che far deggio? o come a l’insolenza
di questo sfrenatel stringere il morso?
Mi convien pur malgrado, a l’Astinenza,
mia nemica mortal, chieder soccorso.
Per dargli al fallo egual la penitenza,
forza è pur ch’a costei rivolga il corso!
Costei, ben che da me sempre aborrita,
fia che mi porga a la vendetta aita.

209.Ella di quest’altier, che sí presume,
domi le forze, e suoi pensier perversi.
lo fin che quel crin d’or, che per costume
piú d’una volta innanellando tersi,
per me tronco non veggia; e quelle piume,
che ’n questo sen di nèttare gli aspersi,
di mia man non gli svella, unqua non fia
che sodisfaccia a l’alta ingiuria mia».

210.Con questo dir da’ suoi furor rapita
va per far al mio core oltraggio e danno,
e Cerere e Giunon trova a l’uscita,
che le van contro, e compagnia le fanno;
e veggendola afflitta e scolorita,
dimandan la cagion di tanto affanno.
Ella di quel dolor la somma spiega,
e sue ragioni ad aiutar le prega.

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211.«Se mi siete» dicea «fidate amiche,
s’è l’amor vostro a l’amor mio conforme,
datemi in man la fuggitiva Psiche,
usate ogni arte a ricercarne Torme».
L’accorte Dee, giá mie seguaci antiche,
in cui sopito il foco mio non dorme,
de l’arrabbiato cor Tire feroci
s’ingegnan mitigar con queste voci:

212.«E qual gran fallo, o qual peccato grave
il tuo figlio commise, o Dea cortese,
se lo sguardo piacevole e soave
d’una vaga fanciulla il cor gli accese?
Amorosa e divina alma non ha ve
onde sdegnarsi per sí lievi offese.
Fora certo piú tosto il tuo devere
amar ciò ch’ama, e ciò che vuol, volere.

213.Sai ben ch’ei non è piú tenero in erba:
forz’è ch’ai foco pur s’accenda l’ésca!
Se tu rimiri a la sembianza acerba,
o vuoi forse aspettar ch’egli piú cresca,
tal ne la guancia sua vaghezza serba,
sempre ignuda di pelo, e sempre fresca,
sí tien con la statura il tempo occulto,
che ti parrá bambin, quantunque adulto.

214.Or tu, che de’ piacer sei dispensiera,
tu, che pur madre sei, che sei prudente,
vorrai ritrosa ognor dunque e severa
spiar gli affari suoi sí sottilmente?
Chi fía che non t’appelli ingiusta e fiera,
se tu, che seminando in fra la gente
a tutte Tore vai fiamme ne’ cori,
vuoi da la casa tua scacciar gli amori?»

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215.Cosí parlando a mio favor le due
scusan la colpa, e prendon l’ira a gioco
temendo lor non sia, come giá fue,
ferito il petto di pungente foco.
Ella sdegnando che l’ingiurie sue
passino in riso, e sien curate poco,
le lascia, ed a sfogar la rabbia altrove
velocissimamente i passi move.

216.Intanto Psiche mia per varie strade
inquieta d’errar giá mai non cessa,
e discorsi or di sdegno, or di pietade
volge incerta e dubbiosa in fra se stessa.
Or dal grave timor battuta. ’’ade,
or le sorge nel cor la speme oppressa.
Teme, spera, ama, brama, e si consuma
come a fervido Sol gelida bruma.

217.Di me novelle investigando invano
quasi smarrita e saettata Cerva
fugge per boschi a piú poter lontano
de l’orgogliosa Dea l’ira proterva.
Vorria, punita sol da la mia mano,
titol, se non di sposa, almen di serva,
e l’amaro addolcir, ch’io chiudo in seno,
se non con vezzi, con ossequii almeno.

218.Tempio, che d’arte ogni edificio avanza,
sovra la sommitá d’un monte mira;
e vaga di saver se v’abbia stanza
l’occulta Deitá per cui sospira,
tosto lo stanco piè, da la speranza
rinvigorito, a quella parte gira,
e ’n su la cima dopo l’erta strada
trova fasci di gran, mucchi di biada.

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219.In quella guisa che dopò la messe
ventilate e battute alcun l’ha viste
giacer su l’aia, accumulate e spesse
stavan sossovra le mature ariste;
e falci, e rastri, e vomeri con esse,
e vanghe e marre in un confuse e miste,
e pale, e zappe, e cribri, e quanti arnesi
usa il Cultor ne’ piú cocenti mesi.

220.Devota allor con umiltá profonda
sceglie, compon, dispon le sparse spiche,
quando si mostra a lei la Dea feconda,
«Che fai» dicendo «o poverella Psiche?
Tu qui spargi oziosa e vagabonda
in vane cure inutili fatiche;
e Citherea, che morte ti minaccia,
va con cupida inchiesta a la tua traccia.

221.Innanzi al divin piede allor si stende,
e con larghe fontane il lava tutto,
e col bel crin, che fin a terra scende,
scopando a un punto il suolo, il rende asciutto.
«Deh per le cerimonie» a dir le prende
«e i lieti riti del tuo biondo frutto,
per gli occulti secreti e venerandi
de Tauree ceste, onde i tuoi semi spandi:

222.per le rote volanti e per le faci,
per gli Dragoni che ’l tuo carro imbriglia,
per le glebe fruttifere e feraci
onde Sicilia ancor si meraviglia,
per la rapina de’ destrier fugaci,
per gli oscuri imenei de la tua figlia,
e per quant’altre cose umile ancora
ne’ suoi sacri silenzii Eieusi onora:

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223.sovien’ prodiga Dea (pregoti) a questa
perseguitata e misera, sovieni.
Sotto le spiche de la folta testa
sol tanto ascosa per pietá mi tieni
che di colei, che le mie paci infesta,
passi alquanto il furor, l’ira s’affreni,
e con breve quiete almen ristori
le membra stanche da sí lunghi errori».

224.Mover potea con questi preghi un scoglio,
ma da Cerer però trovossi esclusa,
che non osando inacerbir l’orgoglio
de l’altera cognata, alfin si scusa.
Onde doppiando al cor tema e cordoglio,
quindi dal suo sperar parte delusa;
né ben scorge il camin, sí spesso e tanto
le piove agli occhi e l’abbarbaglia il pianto.

223.Vede un’altra non lunge eccelsa mole,
che par che fin al Ciel s’estolla ed erga.
Sciillc mostrali su l’uscio auree parole
del Nume il nome, che lá dentro alberga.
Per supplicar la Dea ch’ivi si cole
s’asciuga i fiumi onde la guancia verga,
e poi che dentro s’avicina e passa,
gli occhi solleva, e le ginocchia abbassa.

226.Ed abbracciando reverente e china
l’altar di sacro sangue ancor fumante,
«O» dice «de le Dee degna Reina,
germana e moglie del sovran Tonante;
o che Samo t’accolga, a cui bambina
désti i primi vagiti ancor lattante,
o di Cartago la beata sede,
che spesso assisa in su ’l Leon ti vede:

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227.o che d’Inaco pur tra i verdi chiostri
cerchi di Giove l’amorose frodi,
o che ’ntesa a guardar dal Ciel ti mostri
le mura Argive, ond’hai tributi e lodi,
tu, che Lucina sei detta da’ nostri,
ch’alma con alma in maritaggio annodi,
deh propizia a’ miei voti or me ritogli
al vicin rischio, e ’n tua magione accogli».

228.Giunon, mentr’ella prega e l’ara abbraccia,
Tappare in vista umana e mansueta;
ma per non consentir cosa che spiaccia
a la motrice del gentil Pianeta,
le nega albergo, e con tal dir la scaccia:
«Servo fugace ricettar si vieta».
A quest’altra repulsa aspra e severa
di sua salute in tutto ella despera.

229.Con cor tremante, e con tremante piede
fugge la tapinella, e non sa dove.
In ciò che ’ntorno ascolta, in ciò che vede,
vede di novo orror sembianze nove.
Lieve arboscel, cui debil aura fiede,
lieve augellin, che geme o che si move,
lieve foglia, che cade o che si scote,
di terror doppio il dubbio cor percote.

230.E per deserti inospiti fuggendo,
cosí co’ suoi pensier tra sé discorre:
«Or qual suffragio in sí grand’uopo attendo,
se ’l Cielo istesso i miei lamenti aborre?
Se la forza divina, ancor volendo,
aiutar non mi può, chi mi soccorre?
Chi mi difenderá, s’anco gli Dei
non mi sanno schermir contro costei?

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231.In qual grotta sí fosca o sí profonda
chiuder mi deggio? o dove andar sí lunge
ch’agli occhi inevitabili m’asconda
di Citherea, che ’n ogni parte giunge?
Fia dunque il meglio, ch’ai destin risponda,
e ’l corso affretti ov’ei mi sferza e punge.
Che tardo? un franco ardir tronchi ogn’indugio,
e l’altrui crudeltá sia mio refugio.

232.Colá n’andrò dov’ella alberga e regna
in prigion volontaria a farmi ancella.
Forse quell’ira alfin del Cielo indegna
pietosa deporrá, sí come bella.
Forse ancor ha ch’ivi trovar m’avegna
chi m’aventò nel cor fiamme e quadrella;
e che con lieta, o con infausta sorte
o m’impetri perdono, o mi dia morte».

233.Mentr’ella in guisa tal s’aggira ed erra,
drizzando i passi ove di gir propone,
e per ottener pace a tanta guerra
gli argomenti tra via studia e compone;
stanca Ciprigna di cercarla in terra,
i rimedi del Ciel tentar dispone.
Rivolge il carro invèr le stelle, e poggia
su i chiostri empirei, ove il gran Giove alloggia.

234.Quivi Mercurio con preghiere astringe
che la bandisca, e sappia ove si cela.
Gli narra la cagion ch’a ciò la spinge,
promette premiar chi la rivela,
dichiara il nome e le fattezze pinge,
aggiungendo gl’indizii a la querela:
acciò che s’egli avien ch’alcun la trovi,
scusa poi d’ignoranza altrui non giovi.

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235.L’una a casa ritorna, e l’altro piomba
veloce in terra a promulgar l’editto.
Qualsivoglia mortale» a suon di tromba
publicato per lui dice lo scritto
♦ Psiche degna di carcere e di tomba,
rubella e rea di capitai delitto,
fia ch’a Venere bella accusi e scopra,
ricompensa ben degna avrá de l’opra.

236.Venga lá tra le piagge a lei dilette,
dove il Tempio de’ mirti erge Quirino,
ché da la Dea benigna avrá di sette
baci soavi un guiderdon divino;
e piú dolce fra gli altri un ne promette
in cui lingueggi il tenero rubino,
in cui labro con labro il dente stringa
e di nèttare e mèl si bagni e tinga».

237.Questo grido tra’ popoli diffuso
alletta tutti a la mercé proposta,
onde non trova alcun loco sí chiuso
che non v’entri a spiar se v’è nascosta.
Ella con piè smarrito e cor confuso
giá de la Diva a la magion s’accosta,
da le cui porte incontr’a lei s’avanza
una ministra sua, ch’è detta Usanza.

238.(«Pur ne venisti» ad alta voce esclama
«schiava sfacciata, ove il castigo è certo!
O non t’è forse ancor giunta la fama
di quanto in te cercando abbiam sofferto?
Giungi a tempo a pagarlo, e giá ti chiama
giustissimo supplicio al proprio merto.
Tra le fauci de l’Orco alfin pur désti,
perché l’orgoglio tuo punito resti!»

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239.Cosí parlando, le cacciò le mani
de’ capei d’oro entro le bionde masse,
e con motti oltraggiosi, e con villani
scherni, volesse o no, seco la trasse.
Giunta a la Dea, da tanti strazii strani
rotta, con viso chino e luci basse
le ginocchia abbracciolle, innanzi al piede
le cadde a terra, e le gridò mercede.

240.Con un riso sprezzante a lei rivolta
dice Venere allori «Se’ tu colei
ch’a le Dee ili beltá la gloria hai tolta?
ch’ai domo il domator degli altri Dei?
Ecco pur la tua Socera una volta
degnata alfín di visitar ti sei!
O vien’ forse a veder l’egro marito,
ch’ancor per tua cagion langue ferito?

241.Or io ti raccorrò (vivi secura)
come buona raccor nuora conviene.
Sú suso ancelle mie. Tristezza e Cura,
date a costei le meritate pene!»
E tosto a far maggior la sua sventura
ecco duri flagelli, aspre catene:
battendola con rigide percosse
la fiera coppia ad ubbidir si mosse.

242.La rimenano avante al suo cospetto
poi ch’ambedue l’han tormentata forte,
spettacol da commovere ogni petto,
se non di lei, che la disama a morte.
Di corruccio sfavilla, e di dispetto,
e da le luci allor traverse e torte
girando obliquo il guardo a l’infelice,
aspramente sorride, e cosí dice:

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243.«E’ par mi voglia ancor col peso immondo
del suo tumido ventre indur pietate,
e mi prometta giá, tronco fecondo,
gloriose propagini e beate.
Felicissima me, ch’avola il mondo
m’appellerá ne la piú verde etate:
e ’l figlio d’una vii serva impudica
fia che nipote a Venere si dica!

244.Ma perché tanto onor? Di nozze tali
figlio nascer non può, spurio piú tosto!
Son illecite, ingiuste, ed ineguali,
fur di furto contratte, e di nascosto;
onde quel che trarrá quindi i natali,
tra gl’infami illeggittimi fia posto:
se però tanto attenderem, ch’ai Sole
esca il bel parto di sí degna prole.

245.No no, far non poss’io che rompre il freno
sofferenza irritata alfin non deggia.
Vo’ di mia man da quel nefando seno
trar l’eterno disnor de la mia reggia.
Pace mai non avrò tanto ch’a pieno
e lei sbranata, e me sbramata io veggia.
Sazia mai non sarò finch’abbia presa
giusta vendetta de l’ingiusta offesa».

246.’f ace, e le dá di piglio, e dagl’infermi
membri tutte le squarcia e vesti e pompe.
La misera sei soffre, e non fa schermi,
né pur in picciol gemito prorompe.
Vadan pur fra’ Tiranni i corpi inermi,
l’armi però del cor forza non rompe:
la costanza vini, ch’è ne’ tormenti
lo scudo adamantin degl’innocenti.

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247.Poi di vari granelli accolti insieme
confuso un monte, a la fanciulla impera
che prenda a separar seme da seme,
e sia l’opra spedita innanzi sera.
Vassene a la gran cena, e fuor di speme
sola la lascia, e pensa in qual maniera
Psiche potrá nel tempo a lei concesso
agevolarsi il gran lavor commesso.

248.Psiche atterrita dal crudel comando,
stupisce, e tace, e d’ubbidir diffida,
ché 1’assegnato cumulo mirando,
non sa come lo scelga o lo divida.
Tenta indarno ogn’industria, e paventando
la rigorosa Dea, che non l’uccida,
di non poter distinguere si dole
quella incomposta inestricabil mole.

249.Quando in soccorso suo corse veloce
l’agricoltrice e provida Formica,
quella che suol quando piú l’aria coce
da’ campi aprici depredar la spica.
Questa biasmando de la Dea feroce
l’atto, e mossa a pietá di sua fatica,
da le vicine allor valli e campagne
tutto il popol chiamò de le compagne.

250.Concorre tosto in numerose schiere
con sollecita cura e diligente
rigando il verde pian di linee nere
il lungo stuol de la minuta gente;
e la mistura, ove l’uman savere
manca, e per cui la donna è si dolente,
con sommo studio e con mirabil arte
ordinata e partita, alfin si parte.

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CANTO QUARTO

La notte intanto i rai d’Apollo spense,
e giá con l’ombre Harpocrate sorgea,
e i balli suoi per balte logge immense
tra le Ninfe del Ciel Cinthia traea;
quando tornò da le celesti mense
di balsamo e di vin colma la Dea.
e tutta cinta d’odorate rose,
terminate trovò l’imposte cose.

«• Non tua, né di tua man (se non m’inganno)
fu giá quest’opra, o scelerata» disse:

«opra fu di colui che per tuo danno
di te volse il destin che s’invaghisse.

Ma godi pur, ch’a l’un e l’altra stanno
le devute da me pene prefisse».

E partendo da lei, poi c’ha ciò detto,
consente al sonno, e si ritragge in letto.

Ne l’ora poi, che fa dal mar ritorno
l’Alba, e colora il ciel di rosa e giglio,
e ’n su l’aureo balcon che s’apre al giorno
rasciuga al primo Sole il vel vermiglio,
dal ricco strato e di bei fregi adorno
la pigra fronte e ’l sonnacchioso ciglio
sollevando Ciprigna, a la Donzella
sdegnosa tuttavia cosí favella:

«Vedi quel bosco, le cui ripe rode
precipitoso e rapido ruscello.

Pecorelle colá senza custode
pascon lucenti di dorato vello.

Io vo’ veder se pur con nova frode
t’ingegnerai di ritornar da quello!

Vattene dunque, e de le spoglie loro
recami incontanente un fiocco d’oro».

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255.Risoluta di cedere al destino
va Psiche per sommergersi in quell’onde;
ma verde Canna, che del rio vicino
vive su le palustri e fresche sponde,
animata da spirito divino,
e mossa da leggiere aure seconde,
ode con dolce e musico concento
sussurrar questo suon tremulo e lento:

256.«O da tanti travagli e sí diversi
essercitata per sí lunghe vie,
deh non volere i bei cristalli tersi
macchiar col sangue tuo de Tacque mie;
né contro i Mostri andar crudi e perversi,
ch’abitan queste spiagge infami e rie:
fere, c’han di fin or la pelle adorna,
ma sasso hanno la fronte, acciar le corna.

257.Tocche dal Sol, qualor piú forte avampa,
entrano in rabbia immoderata orrenda,
dal cui dente crudel morte non scampa
chiunque il morso avelenato offenda.
Aspetta pur, che la piu chiara lampa
a mezo ’l cielo in su ’l meriggio ascenda:
nel centro allor de l’ampia selva ombrosa
la greggia formidabile si posa.

258.E tu di quel gran platano nascosta
sotto i frondosi e spaziosi rami,
fin che Tira dormendo abbia deposta,
potrai tutto esseguir quantunque brami,
e secura carpir quindi a tua posta
de l’auree lane i preziosi stami,
che rimangon negli arbori che tocca
implicati e pendenti a ciocca a ciocca».

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259.Con questi accenti il Calamo sonoro
Psiche gentil di sua salute informa,
che ben instrutta, e ’ntesa al bel tesoro,
attende ch’ogni pecora si dorma;
e poi c’ha da que’ tronchi il sottil oro
rapito alfín de la lanosa torma,
con esso in grembo a Citherea sen riede,
che veggendola viva, a pena il crede.

260.Con torvo ciglio e grosso cor la mira,
né cessa l’odio, anzi s’avanza e poggia,
e vie piú cresce essacerbata l’ira,
sí come in calce suol foco per pioggia.
A nova occas’ion la mente gira,
e d’affligerla pensa in altra foggia.
«So ben l’autor» dicea «di questa prova,
ma vo’ vederne esperienza nova.

261.Da quell’alpestra e ruvida montagna
ch’ai raggio orientai volge le spalle,
nume, che d’acque brune i sassi bagna,
scorrer vedrai ne la vicina valle.
Questo senza sboccar ne la campagna
esce di Stige per occulto calle,
e ’n quella nera e fetida palude
dopo lungo girar s’ingorga e chiude.

262.Se spavento il tuo petto or non occupa,
ed hai pur (come mostri) animo ardito,
lá nel piú alto colmo, onde dirupa
l’acqua, hai tosto a salir con piè spedito;
e da la scaturigine piú cupa
del fonte, che rampollo è di Cocito,
tentando il fondo de l’interna vena,
trarmi di sacro umor quest’urna piena».

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263.Dopo questo parlar la fronte crolla
intorbidando de’ begli occhi il raggio,
né ben di perseguirla ancor satolla,
par la minacci di piú grave oltraggio.
Presa da lei la cristallina ampolla
Psiche al gran monte accelera il viaggio,
sperando pur, ch’a tante sue ruine
un mortai precipizio imponga fine.

264.Ma come arriva a le radici prime
del poggio altier, che volge al Sol la schiena,
vede l’erta sí aspra, e sí sublime,
che volarvi gli augei possono a pena.
Inaccessi recessi, aguzze cime,
dove non tuona mai, né mai balena,
poi ch’ai verno maggior le nubi e ’l gelo
gli fan dal mezo in giú corona e velo.

263.Lubrico è il sasso, e da le fauci aperte
vomita il fiume oscuro in viva cote,
che per latebre tortuose incerte,
e per caverne concave ed ignote
serpe, e tra pietre rotto ispide ed erte
con rauchi bombi i margini percote.
Caduto stagna, e si diffonde in laghi,
dove fischiano intorno orridi Draghi.

266.Raccoglie la vallea de l’acqua Stigia
tutta la piena nel suo ventre interno.
Riga l’onda il terren pallida e bigia,
orribil sí, che poco è piú l’Inferno.
Quivi raro uman piè segnò vestigia,
né la visita mai raggio superno;
anzi le nevi in su ’l bollir de l’anno
a dispetto del Sol sempre vi stanno.

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267.Quel fiume (ancor che crudo) ebbe pietate
di veder spenti sí sereni rai,
e parea dir con Tonde innamorate
«Fuggi, mira ove sei, guarda che fai!
Deh non lasciar perir tanta beltate,
torna tórnati indietro, ove ne vai?
È follia piú che senno, e piú che sorte,
senza riscossa alcuna esporsi a morte».

268.Psiche presso la foce, onde deriva
il torrente infernal, di sasso muto
resta quasi cangiata in statua viva,
quel giogo insuperabile veduto:
sí d’ogni moto, e d’ogni senso priva,
che ’l conforto del pianto anco ha perduto.
Ma qual cosa mortale è che non scerna
il tuo grand’occhio, o Providenza eterna?

269.Spiegò l’Augel reai dal Ciel le penne,
forse ingrato al mio Nume esser non volse,
ché de l’antico ossequio gli sovenne,
quando il Frigio Coppier tra l’unghie accolse.
Questi rapidamente a lei ne venne,
e ’n sí fatto parlar la lingua sciolse:
«Spera dunque, o malcauta, il tuo desio
stilla attigner giá mai di questo rio?

270.Fatale è il rio che vedi, e son quest’acque
a Giove istesso orribili e temute,
e i giuramenti suoi fermar gli piacque
inviolabilmente in lor virtute.
Ma dammi pur cotesto vetro». E tacque,
e preso il vaso entro le grinfe acute,
volando sovra l’apice del monte,
l’empiè de Tonda del Tartareo fonte.

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271.Ciò fatto, la guastada in man le porge,
e toma al Ciel per via spedita e corta.
Psiche, che del licor colma la scorge,
volentier la riprende, e la riporta;
e fra tante sciagure in lei risorge
speme, che la rinfranca, e la conforta:
c’ha sotto ignudo petto armato core,
forte, se non di ferro, almen d’amore.

272.Chi può dir ciò che disse, e ciò che feo
la Diva allor di Pafo e d’Amathunta?
Non freme sí dal Cacciator Rifeo
barbara Tigre saettata e punta,
o dagli Austri sferzato il vasto Egeo,
come mormora e sbuffa a la sua giunta.
Non sa come sfogar l’astio crudele,
e le si gonfia di gran rabbia il fiele.

273.«Ben ti mostri» dicea «com’esser devi,
di malizie maestra, e di malie,
poi che sapesti in tante imprese grevi
sí ben tutte adempir le voglie mie.
Far certo un tal miracolo potevi
sol per arte d’incanti e di magie:
ma cosa non minor forse di questa,
bella mia pargoletta, ancor ti resta.

274.Prendi questo vasel ch’io t’appresento,
discendi a Dite, e súbito ritorna,
lá dove a comandar pena e tormento
la Reina de l’Herebo soggiorna.
Di’ che mi mandi del suo fino unguento,
che la pelle ammollisce e ’l viso adorna.
Ma convienti spacciar tosto la via,
perch’al pasto di Giove a tempo io sia».

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275.Psiche senza far motto, a terra fissi
tien que’ bei lumi ond’io sospiro e gemo,
ché ben s’accorge, andando invèr gli Abissi,
d’esser mandata a l’infortunio estremo.
Pensa qual mi fess’io, qual mi sentissi,
quando solo in narrarlo ancor ne tremo!
Vederla astretta allor col proprio piede
a girne in parte, ond’uom giá mai non riede.

276.Poco oltre va, che trova eccelsa rocca,
e lá rivolge desperata i passi,
perché pensa tra sé, s’indi trabocca,
poter girne in tal guisa ai regni bassi.
La Torre (oh meraviglia) apre la bocca,
e discioglie la lingua ai muti sassi.
Che non potrá chi potè ’l cor piagarmi,
se può dar senso agl’insensati marmi?

277.Lascio di raccontar con qual consiglio
scese d’Abisso a le profonde conche,
con quai tributi senz’alcun periglio
passò di Pluto a l’intime spelonche,
e de’ mostri d’A verno al fiero artiglio
le forze tutte rintuzzate e tronche,
per via che ’ndietro mai non riconduce,
ritornò salva a riveder la luce.

278.E taccio come poi le venne audace
di quel belletto d’Hecate desio,
indi il pensier le riuscí fallace,
ché ’l Sonno fuor del bossoletto uscio;
onde d’atra caligine tenace
le velò gli occhi un repentino oblio,
e da grave letargo oppressa e vinta
cadde immobile a terra, e quasi estinta.

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LA NOVELLETTA

27 O

279.Io sano giá de la ferita, e molto
da sí lunga prigion stancato omai,
per un picciol balcon libero e sciolto
fuor de la chiusa camera volai;
e vago pur di riveder quel volto
bramato, amato, e sospirato assai,
parvi battendo le veloci piante
stella cadente, o folgore volante.

280.Lá dove senza mente e senza moto
giace mi calo, ed a’ begli occhi volo;
ne tergo il Sonno, e ne l’avorio vóto
di novo il chiudo, e ben n’ha sdegno e duolo
Con l’aurea punta de lo strai la scuoto,
pria la riprendo, e poi la riconsolo.
Tal che con lieta speme al cor concetta
porta il dono infernale a chi l’aspetta.

281.Giunse le palme umile in atto, e fuori
tai note espresse: «Andai sotterra, e venni,
eccomi fuor de’ sempiterni orrori,
e ’l licor di Proserpina n’ottenni.
Imponimi pur difficoltá maggiori,
nulla ricuserò di quanto accenni;
ch’una devota affezzi’on tutt’osa,
e fa potere ogn’impossibil cosa.

282.Ma non fia mai quel dí, lassa, ch’io speri
picciola requie a la penosa vita?
quando vedrò di quei begli occhi alteri,
ch’innamorano il Ciel, l’ira addolcita?
Se fermo è pur, ch’io fra tant’odii fieri
d’ogni calamitá sia calamita,
fa’ di tua man che ’l fiato, ond’oggi io spiro,
sia de la morte il precursor sospiro.

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283.Deh donde aviene, o Dea pietosa e santa,
che tu meco in tal guisa incrudelisca?
Se pur è ver, che ’n questa che m’ammanta
spoglia mortai, qualche beltá fiorisca,
giá non è in me temeritá cotanta
che d’emularti o di sprezzarti ardisca.
Dèi tu, che reggi l’amorosa stella,
odiarmi perché ’l Ciel mi fece bella?

284.Perfida io giá non fui. Se forse errai,
colpevol son d’involontario errore.
Un scusabil fallir perdona omai,
se pur fallo può dirsi amar Amore:
colui da le cui forze (e tu tei sai)
difendersi non vale ardito core.
Dunque t’adirerai perch’abbia amato
quel che pur del tuo grembo al mondo è nato?

285.L’amo (noi nego) e fia che ’n me si scioglia
prima il nodo vital, che l’amoroso.
E se ben fui pur dianzi al vento foglia,
ond’al cospetto suo tornar non oso,
piú giá mai perder fede o cangiar voglia
non mi vedrá, siami nemico o sposo,
tanto che ’l Sole a questi occhi dolenti
porti l’ultimo dí de’ miei tormenti.

286.Non cheggio il letto suo, né mi si debbe,
so ben, che di tal grazia indegna sono:
ma in quel bel seno, ond’egli nacque e crebbe,
spero trovar pietá, non che perdono».
Piú oltre ancor continovato avrebbe
de le sue note addolorate il suono,
ma la doglia nel cor l’abondò tanto
che diè fine al parlar, principio al pianto.

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287.La Dea l’ascolta, e di stupore impètra,
che ’n tanti rischi indomita la trova.
Ma ’l petto a quel parlar l’apre e penetra
un non so che di tenerezza nova.
Il diamante del cor pietá le spetra,
ond’a forza convien che si commova.
Ella noi mostra, e col suo sdegno ha sdegno,
che cede vinto a l’aversaria il regno.

288.In questo mezo io pur temendo in vero
il minacciato mal, con tanta fretta
rivolo inverso il Ciel, che men leggiero
di mal pieghevol arco esce saetta.
Quivi al Monarca del celeste impero
espongo ogni ragion ch’a me s’aspetta.
Narro di lei gl’ingiusti oltraggi, e come
grava ognor Psiche d’indiscrete some.

289.Prego, lusingo il suo gran Nume eterno,
e gli fo del mio cor la fiamma nota.
Sorrise Giove, e con amor paterno
mi prese il mento e mi baciò la gota.
«Se ben» disse «il tuo ardir con tanto scherno
sovente incontr’a me gli strali arrota,
sí ch’a tòr forme indegne anco m’ha mosso,
a tuoi preghi però mancar non posso».

290.Gli Dei convoca, e quest’affar consiglia,
e le mie nozze celebrar comanda.
Essorta a contentarsene la figlia,
poscia il suo fido nunzio in terra manda.
Rapita giá tra l’immortal famiglia
gusta il cibo divino e la bevanda,
e meco dopo tante aspre fatiche
nel teatro del Ciel sposata è Psiche.

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201.L’Ore spogliando de’ lor fregi i prati
tutto di rose imporporare il cielo.
Sparser le Grazie aromati odorati,
cantár le Muse la mia face e ’l telo.
Le corde d’oro e i calami cerati
toccár lo Dio d’Arcadia, e quel di Deio.
Resse Himeneo la danza, e volse in essa
ballar con l’altre Dee Venere istessa.

202.Cosí di tanti affanni a riva giunsi,
e per sempre il mio bene in braccio accolsi,
con cui mentre ch’alfin mi ricongiunsi,
tanto mi trastullai, quanto mi dolsi;
né da l’amato sen piú mi disgiunsi,
né dal nodo gentil piú mi disciolsi;
e del mio seme entro il bel sen concetto
nacque un figliuol, che si chiamò Diletto. —

293.Amor cosí ragiona, e l’altro intanto
il suo parlar meravigliando ascolta;
e per pietá, d’affettuoso pianto
qualche perla gentil stilla talvolta.
Ma con le faci e le faville a canto
sente avampar nel cor la fiamma accolta,
l^a fiamma, che ’l Pastor con sue vivande
gl’infuse al cor, giá si dilata e spande.

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