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Parte terza - II Parte terza - IV

[p. 303 modifica]Il Rosemberg avrebbe dovuto partire dopo cin que giorni dalla gita a Tivoli; ma ne erano tra scorsi quindici e non poteva decidersi a lasciare Roma.

Aveva scritto a sua moglie, domandandole l'in vio di altro danaro e dicendole che le si presen tava occasione favorevole per fare un viaggetto a Palermo in ottima compagnia. Balbina aveva spe dita la somma richiesta, senza permettersi la me noma osservazione, se non che, fra le righe della lettera asciutta e breve, egli aveva indovinato il malcontento, aveva sentito serpeggiare quella col lera sorda, con cui Balbina lo punzecchiava fred damente nei giorni di malumore, amareggiandogli l'esistenza con piccoli dispetti subdoli e obbli gandolo sempre a capitolare, giacché egli aveva bisogno di percorrere con trotto uguale e misu rato il sentiero della vita, senza preoccuparsi se la strada fosse buona o cattiva, nè dove mettesse capo. A lui piaceva che qualcuno gli tenesse le [p. 304 modifica]briglie, aguzzando l'occhio per lui, lasciandolo correre a suo bell'agio, finché le cose procede vano bene, facendogli sentire il morso allorché egli scartava a destra o a sinistra e rimettendolo subito in carreggiata.

Il galoppare sfrenatamente attraverso praterie selvagge, piene di rialzi e fossati, non era cosa che gli convenisse più a trentasei anni, e la pro spettiva di rompersi il collo, per il gusto di sbizzarirsi, non gli aveva sorriso mai. D'altronde la abilità grande di Balbina consisteva appunto nel guidarlo, abbandonandogli le redini sul dorso. Egli credeva di andare a suo talento, e invece non moveva passo senza che la moglie volesse e sapesse. Balbina aveva compiuti miracoli di astuzia in quegli anni e nell'opera sua di con quista aveva proceduto coll'accortezza consumata di un diplomatico e la strategia precisa di un grande capitano.

Sulle prime si era fatta piccina, evitando di occupare alcun posto nella vita di lui. Non lo cercava, non lo sfuggiva; opponeva agli sgarbi una rassegnazione inalterata, accettava i rari mo menti di intimità con riconoscenza timorosa, come di schiava che esulti nelle braccia del suo signore e che tale esultanza non osi manifestare per ec cesso di rispetto. Egli rimaneva assente intiere giornate? Al suo ritorno Balbina lo accoglieva con timido sorriso, sollecita a prestargli i più umili servigi. Si chiudeva egli in casa, torvo, ri preso da qualche impeto di nostalgia verso il passato?

Ella gli si aggirava intorno, silenziosa, leggera, intenta al disbrigo delle sue faccende, ma vigile a prevenire ogni desiderio di lui. E in tutte le [p. 305 modifica]ore della giornata egli avvertiva la presenza af fettuosa di Balbina; sopra ogni oggetto ricono sceva la traccia delle sue mani alacri e sentiva l'impulso della sua volontà. Dovunque si vol gesse udiva il coro delle sue lodi.

La vecchia signora Rosemberg ne esaltava con parole d'entusiasmo l'oculatezza parsimoniosa; i coloni parlavano di lei col rispetto ammirativo che i contadini nutrono per chi è più furbo di loro e, quando Reginetta nacque, Balbina gli fece gustare la 'poesia della paternità, risparmiando gliene con cura le noie.

Reginetta perfettamente robusta, sempre av volta in fasce d'immacolato candore, sempre gon fia di latte, con la faccetta paffuta chiusa nella piccola cuffia ornata di nastri, non piangeva mai. La bimba somigliava a Germano e se taluno constatava ciò alla presenza dei due sposi, Bal bina aveva un riso di felicità contenuta e baciava la piccolinà con impeto di passione.

Un giorno, trovandosi sola con Germano dopo uno sgarbo brutale di lui, Balbina lasciò cadere due lacrime sul capo di Reginetta che poppava, e le disse con voce di pianto:

— Fortuna per te che non mi somigli! Tuo padre ti odierebbe!

Germano aveva taciuto, ma la punta di un ri morso gli si era conficcata nel cuore.

Poi, morta la nonna, Balbina aveva assunto definitivamente la direzione dell'azienda, appor tando in tutto rapidi miglioramenti, comandando nuove macchine, ordinando restauri, facendo, di sfacendo, disponendo il tutto a seconda dei suoi concetti, che dovevano già essere ben maturi, perchè Germano si vedeva obbligato a ricono[p. 306 modifica]scere che essi erano logici, collegati fra loro, in formati tutti a un concetto unico di migliora mento generale.

Quando si accorse di essere abbastanza forte, Balbina fece inopinatamente a Germano una scena tremenda di gelosia, per avergli trovato nel fondo di un tiretto le lettere di Flora.

Pianse, imprecò, tempestò e finì col chiudersi nella propria camera, di dove non volle uscire per tutto il giorno.

Reginetta urlava, la cuoca non poteva amma nire il pranzo, perchè la signora teneva con sè il mazzo delle chiavi; nella vasta cantina, dove si vendemmiava a quell'epoca, i contadini rimane vano incerti, perchè la padrona li aveva abituati a una disciplina soldatesca. L'andamento della casa rimaneva sospeso, e Germano, intontito, disorien tato, si recava a picchiare alla porta della camera in cui Balbina si teneva imprigionata. Al di là della porta chiusa, ella rispondeva una sola frase alle suppliche del marito:

— Voglio quelle lettere. Esse le furono date e da allora Balbina aveva assunto un contegno di tranquilla superiorità sopra Germano, il quale aveva finito con lo stimarla molto e col temerla anche di più. La lettera fredda di lei era caduta dunque come una pioggia di cenere sopra gli ardori della sua passione, ed ogni giorno egli si proponeva in maniera definitiva di partire la sera stessa; ma ogni giorno Flora gli strappava promessa formale di trattenersi ancora, di non rubarle così violen temente la sua porzione di felicità. Ella era divorata da una fiamma sempre più viva. [p. 307 modifica]Trascorreva le ore della mattina in preda a una irrequietezza morbosa. Sentiva la necessità di muo versi e cambiar di posto agli oggetti. Quell'ap partamento, dove era vissuta in letargo per tanti anni, le riusciva odioso e le produceva l'effetto di una camera sepolcrale, di cui ella avesse spez zato le porte ferrate, irrompendo con pazza gioia a tuffarsi nella vita. Bisognava cambiare, rinno vare, lasciare che l'aria circolasse, disperdendo i vapori grevi e asciugando la muffa aderente alle pareti umidicce. L'ebbrezza della sua felicità era cosi prepotente che ella talora rideva all'improvviso, senza ragione, o doveva comprimersi il petto con le mani e respirare a lungo, come oppressa dal peso del suo tripudio secreto.

Il cavaliere le domandava freddamente, se, per caso, fosse necessario consultare un alienista, ed ella, ripiombando nell'opaca realtà, passava, senza transazione, da una gaiezza folle a una mortale melanconia.

Fra lei e suo marito si scavava un abisso sempre più insuperabile. Camminavano paralellamente sugli orli opposti della voragine; egli col suo passo massiccio di bue ben pasciuto e meditativo, che immerge poderoso gli zoccoli nella terra molle, e striscia con tardo moto la oscura lingua sulle labbra pendenti, mentre le froge fumigano e gli occhi glauchi sembrano interrogare attoniti l'enorme mistero dell'universo; ella col suo passo saltel lante di uccellino che svolazza leggero sopra la pania, incurante delle insidie, inconsapevole del vischio che renderà le ali inabili al volo.

Camminavano così, senza potersi amare, senza potersi comprendere: uniti per sempre e per sem pre divisi. [p. 308 modifica]Durante i pasti Flora rimaneva come affasci nata nella contemplazione di suo marito, che, curvo sopra il piatto fumante, sbirciava la mo glie infastidito dall'ostinata fissità di quello sguardo.

Si parlavano pochissimo, quantunque ella si studiasse di mostrarsi gentile e facesse ogni sforzo per celare l'impazienza divoratrice di vederlo uscire. La metodica lentezza dei suoi atti le dava accessi di furore, che ella simulava sotto forzati sorrisi. Avrebbe giurato che il Gualterio si ren deva conto della irritazione di lei e che ne gioiva dentro di sè.

Il cavaliere se ne andava finalmente e Flora allungava le braccia, provando per tutta la per sona il senso di sollievo di chi, dopo essere ri masto lungo tempo costretto a una posa disa giata, possa muoversi a piacer suo e riacquistare la piena libertà dei movimenti.

Allora, assumendo con Anna Maria un fare dolce e amichevole, diceva di essere incerta se uscire o rimanere in casa. Il tempo era così bello e i pomeriggi così eterni!

Anna Maria rimaneva muta ed ostile. Da molto tempo ella diffidava per istinto della giovane pa drona, oramai molto dissimile dall'agnellino di dieci anni prima. La signora non la maltrattavo certamente, anzi lasciava che ella facesse e disfa cesse, disinteressandosi di tutto. Ed era appunto ciò che addensava il rancore nell'anima di Anna Maria. Ella aveva sperato trovare nella seconda moglie del cavaliere una persona che l'apprez zasse, sopra cui potesse esercitare la tirannia della sua esperienza, e Flora invece si mostrava incu rante, fantastica, con la testa fuori del mondo e il cuore lontano dalla casa. [p. 309 modifica]Il cavaliere non si era mai lasciato sfuggire una parola di lamento, eppure Anna Maria sa peva che il secondo matrimonio era stato per lui una crudele disillusione, ond'ella non poteva per donare a Flora di essere venuta ad installarsi nel posto della signora defunta, senza essere stata ca pace di tenerne le veci.

Il mutismo di Anna Maria lasciava Flora al quanto preoccupata. Forse la domestica sospet tava, forse spiava.

Germano le raccomandava con calore, ad ogni nuovo colloquio, di essere prudente fino all'esa gerazione e diffidare in particolar maniera della domestica.

Le regie poste e le persone di servizio sono i trabocchetti dove tutti gli amanti precipitano a capofitto.

Flora tentava ogni mezzo per abbonire Anna Maria; la chiamava presso di sè, la pregava di sceglierle il vestito da indossare, insisteva per ottenere da lei qualche piccola commissione da eseguire, sopportava con angelica rassegnazione i suoi rimproveri velati, finché le riusciva di as sicurarsi che Anna Maria non sospettava di nulla, rtd usciva dalla porta di casa coll'andatura an noiata di chi vada a passeggiare, non sapendo che fare di meglio. Anna Maria chiudeva la porta, tirando internamente il catenaccio.

Che respiro di liberazione allora! Scendeva le scale volando e lanciava un sorriso a Penelope, che sporgeva il capo dalla guardiola per vederla passare.

Flora camminava adagio, contenendosi, fino allo svolto della via, poi affrettava il passo, strisciando rasente al muro, con la veletta abbassata e gli [p. 310 modifica]occhi chini, perchè la gente non potesse leggerle in volto il suo secreto.

Ma da tutta la persona di lei emanava un tale fascino di passione, che molti si arrestavano a se guire con occhio desioso quella esile figurina ve stita di scuro, di cui la chioma fulgente brillava tra il velo fitto del cappello e che faceva risuonar sul selciato 1' urto secco dei suoi passettini fitti e minuti.

Germano la presentiva da lungi. Le cartoline di Balbina si susseguivano tem pestate di eloquenti punti interrogativi, e l'ultima domandava ironicamente se il panorama di Pa lermo è bello veduto dalla cupola di San Pietro. Germano riconosceva la necessità di partire senza altre dilazioni; ma Flora appariva, general mente dalla ripida discesa di via degli Artisti, e il sangue gli dava un tuffo, le tempie comincia vano a battergli furiosamente. Non aveva provato mai nulla di simile nelle sue frequenti avventure amorose di signorotto sfaccendato. Flora lo ammaliava; ogni gesto di lei era un incanto; un portento ogni sospiro. Bastava un moto del suo dito mignolo, perchè egli fosse sbal zato fuori di ogni proposito e Balbina, Reginetta, la villa, il mondo, l'universo s'inabissassero nel mare dell'oblio. Non una parola meno che pura usciva dalle labbra di lei, ogni posa era pudica, di una pudi cizia scontrosa, quasi selvaggia, eppure un odore di peccato esalava dai suoi capelli e da ogni poro della sua cute. Quando ella, incrociate le braccia sul petto, sol levava il gomito sinistro per nascondersi il volto, o quando, intrecciati i piccoli piedi, gettata in[p. 311 modifica]dietro la testa, pendenti e inerti le mani, rima neva assorta, come vinta dall'estasi, egli si sentiva annichilito di amore e s'inginocchiava per adorarla.

Le diceva, pieno di spavento: — Dove hai imparato questo? Chi ti ha inse gnato a diventare più bella ogni minuto? — Tu — ella rispondeva a fior di labbra, te nendosi immota per paura di rompere il divino incantesimo. Dopo quegli appuntamenti Germano provava un senso confuso di paura; sentiva che Flora lo trascinava per un paese a lui ignoto, dov'egli cam minava bendato, senza nulla distinguere. Il profumo di fiori strani, forse velenosi, lo strin geva alla gola; sentiva ventarsi intorno grandi ali, forse candide come neve, forse brune come la notte; attraverso la benda discerneva il solco di accesi bagliori e dal tremito della mano febbricitante che Io guidava, egli intuiva quanto mera viglioso dovesse essere il paese, nel quale vagava alla cieca. Ma Germano camminava per entro un'atmo sfera non sua, e il respiro gli veniva meno, e il timore dell'ignoto lo avrebbe spinto a fuggire, se la piccola mano febbricitante non lo avesse tra sportato sempre più lontano, sempre più in alto. — Tu non puoi capire in che modo io ti amo. Ella gli diceva — No, tu non capisci; non puoi capire — ripeteva con accento di ramma rico desolato. Ed egli non capiva infatti, non poteva capire, sopratutto quando Flora si lamentava acerbamente di suo marito con parole di esaltata disperazione. — Mio marito mi rende infelice, infelice tanto, che spesse volte ho pensato al suicidio. [p. 312 modifica]In che modo ti rende infelice? — doman dava Germano.

— In mille modi; in tutti i modi! — Ti fa mancare il necessario? — egli le chiedeva. — No, no, non mi manca nulla — rispondeva Flora impazientita. — Ti maltratta? E' geloso? — No; perchè dovrebbe maltrattarmi? None geloso; non gliene ho dato ragione mai, prima di rivederti. — Ma allora — insisteva Germano meravigliato — se non ti fa mancar niente, se non ti mal tratta, se non è geloso, in che maniera può ren derti infelice? Non capisco. — Ecco, proprio così, non capisci, non puoi capire; ma, intanto, la mia vita è un inferno — e singhiozzava, cingendogli il collo con le braccia, supplicandolo di non partire, di non abbandonarla. Germano la confortava amorosamente e imma ginava dentro di sè qualche tirannìa mostruosa da parte del cavaliere, e mille sospetti vaghi gli ronzavano per il cervello. All'angolo di via degli Artisti, ove, di solito, i due amanti s'incontravano, sedeva abitualmente una mendicante, cui Flora dava ogni giorno l'ele mosina di qualche spicciolo. Un pomeriggio, si era ai primi di novembre e cadeva una pioggerella uggiosa, la mendicante si alzò dal suo posto all'apparire di Flora e le porse una lettera con fare circospetto. Flora guardò inebetita la mendicante e fece l'atto di respingere la lettera. — Prenda, signorina, è di quel signore che l'aspettava qui ogni giorno. [p. 313 modifica]Flora afferrò la lettera, ne strappò la busta e lesse con un'occhiata le poche righe scaraboc chiate a matita.

«Devo partire immediatamente. Mia moglie minaccia di venire a Roma se non parto subito. Mandami tue lettere ferme in posta e indicami il mezzo per poterti scrivere. Ci rivedremo pre sto. Ti adoro.»

Il laconico biglietto di Germano narrava la verità: Balbina aveva telegrafato, dicendosi sulle mosse per recarsi a Roma; onde Germano, con scio della propria pusillanimità al cospetto di Flora, si era deciso a partire senza rivederla.

Flora provò un impeto di collera, mista di odio. Il contegno di Germano le sembrava mo struoso e vile.

Comprese che Balbina avrebbe avuto sempre ragione contro di lei e che Germano le sarebbe appartenuto solo quel tanto che a Balbina piaceva di concedere.

Donò una moneta alla mendicante e scese verso la posta, nella speranza di trovare una lettera; ma il Rosemberg non era uomo da commettere simili imprudenze, e Flora non trovò nulla.

Disperata, non volendo tornare a casa tanto presto, perchè l'idea della solitudine la interroriva, sali in una vettura e si lece portare da sua ma dre, che abitava tuttora ai Prati di Castello.

Adriana era uscita col marito, e la cameriera disse che la signora contessa era stata invitata a un'adunanza di signore per una festa di beneficenza.

Flora chiese da scrivere e la cameriera, dopo averla accompagnata nella stanza da lavoro della signora contessa, si ritirò con la discrezione di persona bene educata. [p. 314 modifica]Sopra la piccola scrivania, davanti a cui Flora sedette, stava un ritratto in platino della contessa, eseguito recentemente e chiuso in una cornice di metallo bianco.

Adriana aveva adesso le forme opulente di una matrona e l'eleganza sua, tuttavia inappuntabile, era diventata austera. La veste di velluto scuro, a lungo strascico, era stretta al collo ed ai polsi; i capelli divisi sulla fronte, scendevano ondulati in doppia lista a secondar l'ovale delle gote, dando al viso l'espressione dolcemente placida di una donna, che, varcata la cinquantina e deposta ogni velleità di civetteria, riesca ancora a piacere per la franca bonomia della sua rinunzia.

Dal lato opposto della scrivania un altro ri tratto di eguale formato, chiuso entro una cor nice di eguale disegno, rappresentava il Frezzati in alta tenuta di colonnello.

Flora sospirò. Sua madre era felice, ed ella invece si sentiva In morte nell'anima.

Tolse dalla cartella di cuoio rosso un foglio color avorio a delicati rabeschi, e scrisse a Ger mano una lettera che aveva fremiti di rivolta e accenti strazianti di preghiera:

«Tu sei fuggito, senza accordarmi nemmeno l'elemosina di un ultimo bacio e io ho diritto di odiarti. Non cercarmi più. Ti fuggirò aneli' io» e due righe dopo lo invocava cogli appellativi più appassionati, supplicandolo di scriverle, per chè solo dalle sue lettere avrebbe attinto la forza di vivere.

Si avviò a casa lentamente, per assaporare, cam minando sotto la pioggia, la voluttà del suo dolore.

Varcando il ponte Margherita, si fermò a guar dare il Tevere, gonfiato dalle acque autunnali. [p. 315 modifica]Il fiume era giallo, torvo; l'onda vorticosa gi rava a mulinello intorno ai grossi pilastri, e il tronco di un albero, sradicato dio sa dove, roto lava vertiginosamente sopra la gialla superficie.

Flora si sentiva tanto misera e stanca che avrebbe voluto chiudere gli occhi e lasciarsi tra volgere anch'essa verso la foce.

Piazza del Popolo sembrava un lago di fango; il corso Umberto, via di Ripetta, via del Babuino sommergevano a perdita d'occhio frale alte case, simili ai tetri corridoi di una prigione; due car rozzoni elettrici s'incrociarono presso porta del Popolo e i conduttori avvolti negl'impermeabili neri, facevano pensare ai fratelloni di fosca con grega, che accompagnassero funebri convogli per le vie di una città flagellata dalla peste.

Sotto la melanconia del cielo, le cose stillavano idee di morte.

Flora percorse il Pincio in tutta la sua lun ghezza, dal cancello di piazza del Popolo al can cello della Trinità dei Monti. Il tedio dell'ora e della stagione attutiva in lei lo spasimo della fe rita che le sanguinava nel cuore.

Tutto gemeva. Gemevano sulla ghiaia dei viali le foglie morte; gemevano i rami degli alberi gocciolanti e curvi; gemevano le fonti; gemevano, da lungi, le campane con suono fioco, e nel ge mito universale Flora trovava simpatia di rim pianto, che, pure aumentando la sua tristezza, molceva l'acerbità della sua disperazione. Quando fu giunta a casa, con le vesti grondanti e piene di zacchere, Anna Maria le chiese immediatamente:

— Scommetto che lei ha dimenticato di com perarmi lo zucchero alla vainiglia per il dolce che ho promesso di preparare al cavaliere. [p. 316 modifica]Flora si passò una mano sulla fronte, stentando a ricordarsi.

— Sì, me ne sono dimenticata — ella disse, lasciandosi cadere affranta sopra una seggiola del salotto da pranzo, senza nemmeno darsi cura di deporre 1' ombrello, che Anna Maria le strappò di mano con mal garbo.

— Bagni il tappeto adesso, cosi il cavaliere si prenderà anche un buon reumatismo! Toccherà poi a me curarlo, visto che chi dovrebbe, ha tutt'altro per la testa!

La brutalità di quella donna, da cui si sapeva detestata, ma che, fino allora, non aveva osato mai mancarle di rispetto così apertamente, inasprì Flora e la fece uscire dal noncurante disprezzo con cui trattava Anna Maria, più padrona di lei e più di lei tenuta in conto da suo marito.

— Non immischiarti. Tu sei pagata per ser virci. Servici dunque e basta.

Anna Maria si ribellò. Era la prima volta, in dieci anni, che la padrona assumeva con lei quel tono arrogante, avendo Flora tollerato sempre il dispotismo della domestica; in principio per ti midezza, in seguito per apatia.

— L'affezione non si paga e io posso vantarmi di essere affezionata alla famiglia più di chi si cura di questa casa, come io mi curo della luna.

Flora si alzò, accesa in volto, e indicò alla do mestica la porta del salotto.

Anna Maria usci, sbattendo l'uscio dietro di sè. Quando Giorgio arrivò, Flora agitatissima gli narrò l'accaduto, concludendo: — Bisogna decidere, chi è la padrona in questa casa; e se, come spero, la padrona sono io, esigo che Anna Maria venga licenziata su due piedi. [p. 317 modifica]Giorgio si strinse nelle spalle e parlò a sua moglie con l'amarezza contenuta che usava sem pre verso di lei.

— Certamente la padrona sei tu, dal momento che io ho avuto la felice idea di sposarti. Ti ho voluta e ti tengo così, come sei. Anna Maria mi è affezionata, mi cura, mi serve bene, manda la casa a meraviglia, e io non posso cacciarla via per un tuo capriccio.

- Dunque — esclamò Flora indignata — io dovrò rassegnarmi a sopportare le sue insolenze?

Il cavaliere volse il capo lentamente dalla parte della moglie, e disse:

— Non mi sono io forse rassegnato a tolle rare il tuo completo disinteresse per me?

— Ma che cosa rappresento io allora qui den tro? — gridò Flora con voce di collera.

— Me lo sono domandato spesso anch' io — rispose il cavaliere; poi, dopo una pausa lunga soggiunse:

— Del resto le recriminazioni sono inutili e le scenate mi annoiano. Imporrò ad Anna Maria di chiederti scusa, come di dovere.

L'indomani mattina infatti, dopo che il cava liere fu uscito per recarsi all'ufficio, Anna Maria si presentò nella camera della signora.

Evidentemente ella sosteneva una lotta con sè medesima. Tolse la polvere dallo specchio, rimise a posto la spazzola dei capelli e fu sul punto di uscire, senz'aver pronunciato le meditate parole di scusa. Ma il cavaliere le aveva comandato di cedere per la pace della famiglia ed Anna Maria si decise, arrestandosi presso la soglia.

— Mi perdoni quello che dissi ieri sera. Colpa del mio sangue caldo. [p. 318 modifica]— Non ne parliamo più — rispose Flora che, in piedi vicino alla finestra, seguiva distratta col l'occhio le grandi nuvole diafane, naviganti pel cielo sotto l'urto di un impetuoso vento au tunnale.

Ogni sentimento di collera le era caduto dal l'anima, ed ella aveva quasi dimenticato l'episodio della sera precedente.

D'altronde suo marito aveva ragione. Che cosa rappresentava ella in quella casa? Da molti anni veniva nutrita, vestita, servita, senza dar nulla in compenso. La colpa peraltro non era sua, non era nemmeno di Giorgio, non era di nessuno. Il caso l'aveva gettata li, dov' ella vegetava come grano di spelta.

Appeso alla parete di contro alla finestra, stava un ritratto di Romolo al naturale. Flora si pose a contemplarlo intensamente. Un raggio di sole scherzava sull'oro della cornice, traendone scin tille; ma la figura di Romolo, sdraiato sopra un cuscino, rimaneva nell'ombra e pareva internarsi nella parete.

Forse egli sapeva e non voleva perdonare. Ma perchè allora era fuggito? Perchè suo padre e suo figlio l'avevano lasciata sola? Anche Ger mano fuggiva! La felicità non voleva saperne di lei.

Ricominciarono per essa le tetre giornate di un tempo, senza più nemmeno il conforto delle affannose letture.

I libri le apparivano insipidi e i godimenti figu rati dalla fantasia non le bastavano più, dopo le gioie del suo romanzo vissuto.

Fortunatamente venne a distrarla una lettera clandestina di Renato, il quale chiedeva trecento [p. 319 modifica]lire subito, per tener fronte a un impegno di onore.

Egli mentiva. Le trecento lire dovevano ser virgli per un viaggetto. Durante le vacanze il giovanotto aveva fatto in famiglia fugaci appari zioni, viaggiando sempre con la scusa di visitare officine e cantieri. Da ogni città scriveva a Flora, chiedendole danaro, che Fioria inviava con la complicità di Anna Maria; ma Renato non si era spinto mai a domandare una somma così rotonda, come quella che invocava nell'ultima lettera con frasi disperate.

Flora si consigliò subito con Anna Maria, la quale sebbene adorasse Renato, non riusciva a venirgli in aiuto in simile occasione.

Di parlarne al cavaliere non bisognava pen sarci neppure. Quand'anche il cavaliere non fosse stato irritatissimo con suo figlio, che giudicava ingrato e dissipatore, non si sarebbe indotto mai a incoraggiare i suoi vizi, offrendogli il mezzo di fomentarli.

Flora non possedeva nulla, ed anche i suoi gioielli erano tenuti sotto chiave dal marito, il quale, da alcuni mesi, vedendo uno strano sper pero di danaro, aveva assunto sopra di sè l'am ministrazione della spesa giornaliera, dando il da naro direttamente ad Anna Maria ed esigendone stretto conto.

Flora aveva dovuto perfino indursi a ricorrere a centomila piccoli sotterfugi per procurarsi il da naro necessario alla sua attiva corrispondenza con Germano, cui scriveva mattina e sera.

Quanto ad Anna Maria, ella possedeva bensì rispettabili economie alla cassa di risparmio, ma il libretto stava nelle mani del cavaliere, e non [p. 320 modifica]sarebbe stato possibile domandarglielo senza pro vocare sospetti.

Come fare dunque? Renato accennava miste riosamente, nella sua lettera, a pericoli gravi che 10 sovrastavano, se le trecento lire non fossero giunte a volta di corriere.

Un lampo solcò il cervello di Flora. Doman dare la somma a Penelope.

Era notorio che la portinaia teneva adesso una specie di agenzia. Tutte le donnicciuole del vici nato ricorrevano a lei per piccoli prestiti, e si susurrava che ella fornisse anche somme abbastanza cospicue a persone ragguardevoli, dietro serie ga ranzie e a interesse esorbitante.

Anna Maria ebbe un moto d'invincibile ripu gnanza. Ella era orgogliosa per la solida agia tezza della famiglia Gualterio, e passava sempre impettita davanti a Penelope, che la trattava con rara deferenza. Se il cavaliere avesse potuto so spettare che ella si fosse messa d'accordo con la signora per disonorarlo così al cospetto dei por tinai, non l'avrebbe perdonata mai, nemmeno in punto di morte.

Flora perorò con passione la causa di Renato. Poteva nascere una catastrofe, il ragazzo avrebbe potuto perdere la testa, commettere una pazzia e 11 decoro della famiglia rimanere davvero com promesso.

Anna Maria si lasciò convincere e fu stabilito che Flora assumerebbe tutto sopra di sè. Per la restituzione Anna Maria si riprometteva di sot trarre al cavaliere venti lire ài mese, senza che egli se ne accorgesse.

Penelope, chiamata di urgenza, accorse con modi pieni di sollecitudine. [p. 321 modifica]Se la moglie del cavalier Gualterio aveva bi sogno di qualche cosa non bisognava farla aspet tare, e se il cavaliere non doveva saper nulla, tanto meglio.

I debiti che si fanno di nascosto, vengono pa gati sempre con maggiore puntualità.

Ella teneva appunto nel cassetto cinque 'bi glietti da cento, che non aveva ancora trovato il mezzo d'impiegare a modo suo; e l'occasione che si presentava era magnifica.

Penelope, introdotta nel salotto da pranzo, dove la signora stava seduta sopra un divano, volle umilmente rimanere in piedi, in atteggiamento di rispetto.

Tonda, rubiconda, di una nettezza meticolosa,. Penelope si era incanutita a mezzo, e lunghe stri sce bianche rigavano il nero corvino de' suoi ca pelli. Il naso era diventato più adunco e punteg giato di nero, gli occhi, ancor più grifagni, rotea vano irrequieti sotto l'ombra delle ispide soprac ciglia, e poiché due denti le erano caduti sul da vanti della bocca, le parole di sommessione usci vano dalle sue labbra sibilanti quali irose mi nacce.

Flora, impacciata, non sapeva come entrare in argomento, ma Penelope le venne in aiuto con bonaria semplicità.

— Ecco, vede, signora, la portinaia è un con fessore; nè più nè meno di un confessore per i suoi inquilini. Non abbia dunque nessun timore e parli pure liberamente. · Flora le espose con parole alquanto arruffate ciò di cui si trattava, e Penelope si mise a ridere, crollando il capo con gesto di materna indul genza. [p. 322 modifica]Trecento lire? Ma se Penelope avesse posse duto milioni, li avrebbe raccolti nel grembiale per lasciarli cadere ai piedi della moglie del cava liere. Trecento lire erano una vera miseria e Pe nelope si sentiva mortificata che la signora si ri volgesse a lei per così poco!

E, tratti di tasca i cinque biglietti da cento, li spiegò uno alla volta in tutta la loro larghezza e li depose in fila sul tavolo, presso cui sedeva la signora.

Flora non ne raccolse che tre. — Perchè, signora mia, lei vorrebbe farmi l'af fronto di respingere queste altre duecento lire? — disse Penelope con voce desolata. Lei ha stabilito di restituirmi venti lire al mese, e mi sta bene; anche se lei mi restituisse venti lire l'anno, mi starebbe bene ugualmente. Ma po trebbe darsi che lei, in certi mesi, non si tro vasse ad avere sottomano le venti lire, ed allora sarebbero noie, preoccupazioni, non per me, per lei, che so quanto sia delicata. Le duecento lire in più se le metta dunque in disparte, come una pera per la sete, e così potrà dormire in pace i suoi sonni. Che ne dice? Che gliene pare, signora mia? A Flora il ragionamento di Penelope sembrò logicissimo. Infatti poteva darsi che suo marito non fosse disposto a lasciarsi spillare con la fa cilità che Anna Maria supponeva e, in tal caso, le duecento lire di riserva potevano evitare molte noie. Ella peraltro rimaneva esitante. Forse Anna Maria non avrebbe approvato il prestito di una somma così vistosa, e Flora, per la restituzione, aveva bisogno della complicità di Anna Maria. Penelope fissava ostinatamente sopra di lei gli [p. 323 modifica]occhi grifagni, mentre la bocca, aprendosi a un sorriso d'incoraggiamento, lasciava scorgere il vuoto dei due denti mancanti.

— Questo è un piccolo secreto fra lei e me, non è vero? Se il cavaliere, che è suo marito, non deve saper niente, perchè Anna Maria, che è la persona di servizio, dovrebbe saper tutto? — e spingeva, pian piano, verso la signora i biglietti da cento con la punta delle dita grosse e flosce.

Le piccole mani di Flora si allungarono rapide, con moto istintivo, ad afferare il danaro. Era la prima volta in vita sua che possedeva una somma all'insaputa di tutti, una somma di cui potesse disporre a piacere, senza vedersi obbligata a do mandare il permesso di spendere, nè a dare spie gazioni dopo avere speso.

Ella non aveva mai desiderato il danaro, per chè mai ne aveva posseduto; ma, nell'udire il fruscio lieve di quei fogli setacei, provò un moto d'orgoglio, quasi un sentimento di emancipazione da una schiavitù, di cui fino allora non aveva misurato l'enorme fastidio.

L'idea di mandare a Germano un ciondolino d'oro per la catena dell'orologio, le procurò un sussulto di gioia.

Prese il danaro senza più discutere e domandò a Penelope che cosa c'era da fare per garantirla.

— Niente, signora mia, niente altro che fir marmi questo pezzetto di carta — e si tolse dal seno una strisciolina di carta, a cui la signora, pensando ad altro, appose la firma nel punto in dicato da Penelope.

Era una cambiale in bianco e senza data, che la portinaia piegò in due, accuratamente, mentre [p. 324 modifica]Flora guardava inorridita una grossa goccia di inchiostro caduta dalla penna sn\Valbum dei fran cobolli, che il cavaliere aveva dimenticato li, per caso eccezionale.

— Che cosa è successo? — esclamò Penelope. — Lei è diventata pallida, signora mia.

Flora, desolata, raccoglieva l'inchiostro con un pezzo di carta sugante.

— Qui ci sono i francobolli di mio marito! Valgono migliaia di lire, ed egli ne è gelo sissimo.

Penelope sbarrò gli occhi per lo stupore ed avrebbe voluto vedere che cosa avevano di stra ordinario quei francobolli miracolosi; ma Flora le strappò con terrore Valbum di mano e si recò in fretta a deporlo nel tiretto della scrivania.

Alcuni giorni dopo giunse da parte di Renato una meravigliosa cartolina illustrata a colori, con tanti affettuosissimi saluti per mamma e papà; e il cavaliere, rabbonito alquanto verso il figlio, am mirò la cartolina in ogni minuto particolare e la mise insieme alle altre, osservando che, dopo tutto, c'era ancora del buono in quel ragazzaccio.