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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/313


Flora afferrò la lettera, ne strappò la busta e lesse con un'occhiata le poche righe scaraboc chiate a matita.

«Devo partire immediatamente. Mia moglie minaccia di venire a Roma se non parto subito. Mandami tue lettere ferme in posta e indicami il mezzo per poterti scrivere. Ci rivedremo pre sto. Ti adoro.»

Il laconico biglietto di Germano narrava la verità: Balbina aveva telegrafato, dicendosi sulle mosse per recarsi a Roma; onde Germano, con scio della propria pusillanimità al cospetto di Flora, si era deciso a partire senza rivederla.

Flora provò un impeto di collera, mista di odio. Il contegno di Germano le sembrava mo struoso e vile.

Comprese che Balbina avrebbe avuto sempre ragione contro di lei e che Germano le sarebbe appartenuto solo quel tanto che a Balbina piaceva di concedere.

Donò una moneta alla mendicante e scese verso la posta, nella speranza di trovare una lettera; ma il Rosemberg non era uomo da commettere simili imprudenze, e Flora non trovò nulla.

Disperata, non volendo tornare a casa tanto presto, perchè l'idea della solitudine la interroriva, sali in una vettura e si lece portare da sua ma dre, che abitava tuttora ai Prati di Castello.

Adriana era uscita col marito, e la cameriera disse che la signora contessa era stata invitata a un'adunanza di signore per una festa di beneficenza.

Flora chiese da scrivere e la cameriera, dopo averla accompagnata nella stanza da lavoro della signora contessa, si ritirò con la discrezione di persona bene educata.