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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/316


Flora si passò una mano sulla fronte, stentando a ricordarsi.

— Sì, me ne sono dimenticata — ella disse, lasciandosi cadere affranta sopra una seggiola del salotto da pranzo, senza nemmeno darsi cura di deporre 1' ombrello, che Anna Maria le strappò di mano con mal garbo.

— Bagni il tappeto adesso, cosi il cavaliere si prenderà anche un buon reumatismo! Toccherà poi a me curarlo, visto che chi dovrebbe, ha tutt'altro per la testa!

La brutalità di quella donna, da cui si sapeva detestata, ma che, fino allora, non aveva osato mai mancarle di rispetto così apertamente, inasprì Flora e la fece uscire dal noncurante disprezzo con cui trattava Anna Maria, più padrona di lei e più di lei tenuta in conto da suo marito.

— Non immischiarti. Tu sei pagata per ser virci. Servici dunque e basta.

Anna Maria si ribellò. Era la prima volta, in dieci anni, che la padrona assumeva con lei quel tono arrogante, avendo Flora tollerato sempre il dispotismo della domestica; in principio per ti midezza, in seguito per apatia.

— L'affezione non si paga e io posso vantarmi di essere affezionata alla famiglia più di chi si cura di questa casa, come io mi curo della luna.

Flora si alzò, accesa in volto, e indicò alla do mestica la porta del salotto.

Anna Maria usci, sbattendo l'uscio dietro di sè. Quando Giorgio arrivò, Flora agitatissima gli narrò l'accaduto, concludendo: — Bisogna decidere, chi è la padrona in questa casa; e se, come spero, la padrona sono io, esigo che Anna Maria venga licenziata su due piedi.