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Roveto ardente/Parte terza/II

II

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Parte terza - I Parte terza - III

[p. 284 modifica]Nello scendere dal treno, dove non avevano potuto rimaner soli, perchè tre sacerdoti stranieri erano saliti con loro, Flora si sentiva stordita.

Germano le offerse il braccio, che ella accettò timidamente.

— Vedrà che ci pigliano per due sposini --- egli disse, premendo il braccio di lei contro il suo cuore.

Ella rise con imbarazzo. Nella semplicità delle vesti succinte, cogli scarponcini di bulgaro a tacco piatto e con la veletta bianca svolazzante sul cappello di paglia, pareva davvero una inglesina, venuta nel bel paese a centellinare le dolcezze della luna di miele.

- Dove si va? — egli chiese. — Io non sono pratico di questi luoghi.

Nemmeno Flora sapeva nulla; ma un nugolo di persone li circondava già.

— Dove vuole andare, madama? Vuole scen dere alle grotte? Vuole visitare villa d'Este? [p. 285 modifica]Vuol vedere le cascatelle? E lei, mossiù, vuole una carrozza? Vuole una stanza? Vuole una guida? Vuole cartoline illustrate? Vuole una ca valcatura per madama?

Germano cominciava a perdere la pazienza, quando un omaccione rivestito di una casacca di tela grezza, si fece largo con incesso autorevole,, chiamò una vettura e vi fece salire i forestieri, salendo egli stesso in serpa col vetturino.

— Vede, come ho fatto presto a liberarli dalla canaglia! — disse, volgendosi a Germano con aria di trionfo.

«Mi chiamano Frigarello, e lei domandi pure a ogni pietra di Tivoli chi è Frigarello e si sen tirà rispondere che Frigarello è, da trent'anni, l'amico dei forestieri tivolesi — e poiché il vet turino domandava quale direzione dovesse pren dere, Frigarello esclamò indignato:

— Come? Quale direzione? Ma non vedi che vo gliono andare a villa Gregoriana? Non è vero, mossiù, che lei vuole accompagnare madama a villa Gregoriana?

Il Rosemberg si era impadronito di una mano di Flora e sentiva quella manina tremare nella sua come una tortorella prigioniera.

— Sì, si, andiamo pure a villa Gregoriana, — egli rispose distratto, ma riprendendosi, chiese vivamente:

Non ci sarà, speriamo, troppa gente in questa sua villa Gregoriana?

Frigarello sbirciò verso l'interno della vettura e, giudicata la situazione a colpo d'occhio, disse con serietà imperturbabile:

— Molta gente a villa Gregoriana? Io mi [p. 286 modifica]faccio meraviglia. Villa Gregoriana è un deserto in questi tempi.

Di fatto, presso il cancello della villa, una vera torma di stranieri faceva ressa.

Germano non potè nascondere in proposito il suo malumore; ma Frigarello, con sorriso di com passionevole superiorità, gli fece osservare che questi erano inglesi e che, da che mondo è mondo, far l'inglese significa non impicciarsi dei fatti al trui; e, senza perdersi in ulteriori commenti, entrò nelle sue funzioni di guida, ordinando a un ra gazzo, il quale stava alle vedette, di andare a cercare una cavalcatura per madama.

Si avvicinarono al parapetto della villa e Flora mandò un grido di ammirazione.

Un'ampia, profonda conca frastagliata bizzarra mente in mille modi e sopra la cui superficie tutte le sfumature del verde armonizzavano, le si dischiudeva allo sguardo a guisa di voragine.

A destra echeggiava il rombo della grande ca scata, nascosta alla vista da una prominenza della roccia, mentre il pulviscolo dell'acqua, avanzan dosi isolato e formando arco nella luce, si tin geva dei. colori dell'iride.

A sinistra le rocce mute e rugose delle scom parse cascate giacevano, simili a vinti giganti, che avevano proclamato un tempo la loro forza coll'urlo poderoso delle acque e che imprecavano adesso al loro fato con l'atteggiamento minaccioso delle membra ischeletrite.

Frigarello spiegava: — Quella casetta che vedono là, tra le fronde, è la casetta di Orazio Fiacco, e lassù stava la villa di Catullo. [p. 287 modifica]Madama e mossiù gettarono sui luoghi indicati, uno sguardo di perfetta indifferenza.

Flora sorrideva a Germano; ed egli contem plava i capelli biondi di lei, fulgenti sotto l'on deggiare del velo bianco.

— Scendano, scendano pure soli a vedere le gallerie — disse la guida con aria di munificente concessione.

Essi scesero l'angusta scaletta; Germano pre cedeva adagio adagio di due scalini per sorreg gere Flora, che avanzava cauta il piedino e che rideva di gioia, infantilmente.

Bisognava andare guardinghi. Un passo in fallo li avrebbe fatti precipitare nell'acqua che irrom peva furiosa e che li avrebbe trasportati, balzando, di roccia in roccia.

Flora chiuse gli occhi e diventò smorta. L'idea dell'acqua che l'avrebbe trasportata via nella sua corsa pazza, la fece brividir di paura; ma la paura le dette un godimento acuto, ed ella, aggrappata con una mano al ferro di sostegno, si avanzò sotto la vòlta della bassa galleria, e te nendo uniti i piedi, tanto il margine era stretto, si curvò verso la massa azzurra dell'acqua, che brontolava sordamente simile a belva incatenata. Nell'antro l'oncia gorgogliante si frangeva con ira sopra una grossa pietra e spumeggiava per rabbia. A Flora sembrò che l'acqua parlasse e che le parole fossero di minaccia. Fu presa da vertigine e invocò Germano, che già le stava accanto, e che fu sollecito a cingerle la vita, trascinandola fuori. Era pazzia spenzolarsi così! L'acqua corrente attira ed inghiotte. Il Rosemberg, nel muoverle tali rimproveri, la [p. 288 modifica]fissava con occhio amoroso e seguitava a cin gerle col braccio la vita, mentre ella si stringeva a lui tutta tremante.

L'asinelio attendeva a testa bassa, meditando con aria profondamente rassegnata. Le lunghe orecchie pendenti si contraevano, a quando a quando, c si rizzavano a foggia di corna, se qualche insetto lo pungeva presso il muso.

Germano pose un ginocchio a terra e Flora, arrossendo di piacere per l'atto cavalleresco di lui, saltò agile in sella.

Presero il viottolo scosceso che, ombreggiato da fitti rami e tagliato quasi a picco su burroni profondi, conduce all'ingresso delle grotte.

L'asinelio scivolava sugli zoccoli ferrati, impun tandosi spesso, testardo, sulle quattro zampe riunite.

Il conducente, che teneva l'asino per la ca vezza, dava alla bestia una forte strattata; Frigarello l'incitava con male parole e il quadrupede, rispondente non si sa perchè all'alato nome di Piccione, riprendeva melanconico la sua strada.

A ogni poco Flora si aggrappava allo sprone della sella, mettendo un grido e Germano accor reva a sostenerla nei punti più perigliosi, finché il sentiero divenne più praticabile e più alto sui capi l'intricato meandro dei rami, fra cui scende vano sottili i raggi a brillar come fili di argento in mezzo alla vegetazione rigogliosa del suolo.

In quale de' suoi prediletti romanzi Flora aveva veduto qualche cosa d'identico in una vignetta?

Una dama che cavalca; un palafreniere che tiene le briglie della fedele giumenta riccamente bardata, un cavaliero innamorato che cammina a fianco della bella; uno sgherro che sorveglia la piccola comitiva colta in qualche imboscata. [p. 289 modifica]Certo Flora aveva letto ciò, gran tempo in dietro, forse in un libro dove si parlava di Carlo il temerario o di Riccardo cuor di leone. Senza dubbio c'era in quel libro una fuga, un assalto nel folto di un bosco, la prigionìa di un cava liere e gl'inutili gemiti di una dama bionda.

Flora s'identificava con la dama; Frigarello diventava un sicario, il villano conducente l'asino, un paggio traditore, e Germano un eroe trasci nato alla morte per averla troppo amata.

Il bonario Frigarello intanto si era tolta la ca sacca di tela grezza e gocciolante sudore nella camicia a piccoli quadri rossi e bianchi, raccon tava a Germano le avventure disastrose di una vecchia zitella inglese, la quale aveva voluto per correre il tragitto della discesa senza di lui.

Non le era successo niente di male, perchè Tivoli è un paese dove non succedono disgrazie nemmeno a volerle, ma la zitellona aveva passato un brutto quarto d'ora per rintracciare la via delle grotte, domandando spiegazioni in una lin gua che nessuno capiva.

Ogni paese ha le sue specialità, e la specialità di Tivoli erano le cascate unitamente a Friga rello.

— Ecco, di qui loro possono andare alla grotta delle Sirene — egli disse, mentre Germano sol levava Flora di peso dalla sella e se la teneva un momentino appoggiata sul cuore, aspirando l'alito di lei.

Egli sentiva la cara personcina diventare inerte nell'abbandono e vedeva i dolci occhi socchiudersi e illanguidirsi; ma a un tratto Flora uscì come da un sogno, si divincolò e si mise di corsa per la scaletta conducente alla grotta delle Sirene.

. [p. 290 modifica]Nell'antro oscuro e tetro la roccia aveva l'aspetto di un titano, che allungate ed aperte le quattro estremità gigantesche, avesse tentato scalare il cielo e a castigo della sua oltracotanza, fosse stato condannato a restare in eterno confitto nelle viscere della montagna stessa, di cui aveva osato farsi sgabello per l'ascensione sacrilega.

Le membra rugose stavano immote da secoli, ma la gola del mostro urlava il proprio spasimo col fragore di mille latrati furibondi. L'acqua, uscente dalle ampie fauci spalancate, cadeva nel vuoto, si frangeva contorcendosi, precipitava rom bando e sembrava che le pareti dell'antro fossero di vuoto rame e che braccia instancabili picchias sero ivi con poderosi martelli.

Flora protendeva il busto ed avanzava il capo, attratta da un fascino arcano.

La paura la stringeva, l'umidità del luogo le avvolgeva le spalle di un manto diacciato, pic coli soffi gelidi le s'infiltravano dentro i capelli e, tra lo scatenamento degli urli, discerneva come il bisbiglio di una voce che volesse metterla a parte di qualche terribile secreto.

Che cosa c'era mai di comune fra lei e la gola lacerata del mostro urlante?

La pioggia minuta degli spruzzi le trasfondeva un gelo di morte nelle vene, quando una cor rente calda le scese dalla nuca sul collo e le sfiorì) il volto, facendola brividire deliziosamente.

Si volse, liberata daU'incubo, e scorse Germano che le stava alle spalle e che le alitava fra i ca pelli tutto il fuoco della sua passione.

Si fissarono con pupille aguzze ed ebbero en trambi un leggero sussulto. La gioia del guar[p. 291 modifica]darsi era così insostenibile, che distolsero gli occhi e li fissarono in alto.

Un lembo di cielo appariva, limitato per ogni parte dalle rocce circolari; la verzura, nutrita dalla vicinanza perenne delle acque, rivestiva le più piccole screpolature della conca; la grande cascata spumeggiava lieve, e abbagliava per il suo candore luminoso.

— Andiamo via, qua fa molto freddo e io sono intirizzita — disse Flora, stringendosi tutta in sè.

— O poverina! — esclamò il Rosemberg, prendendole una mano, poi l'altra e tenendo Flora discosta per ammirarla meglio. — Come sono ghiaccio queste piccole manine! — e cominciò a baciargliele cautamente, con baci leggeri, stri sciando la punta delle labbra sull'epidermide tra sparente dei polsi, dove l'involucro della cute era così delicato da rendere visibile il diramarsi sinuoso delle vene azzurrine.

Flora, immobile, col viso pallido a guisa d'in tatta neve, somigliava a una statua, collocata a segnare il limite fra l'orrido buio della grotta e il verde smeraldino della campagna fulgente nel sole. Volle risalire, e allorché si ritrovò nel viot tolo ombreggiato di rami e che si vide seduta di nuovo comodamente in groppa a Piccione, divenne gaia di una gaiezza puerile.

Tutto quel verde, tutto quell'instancabile la vorìo di vita che la vegetazione faceva nelle più impercettibili ripiegature del terreno, quelle piante che si sovrapponevano, quei rami che si cerca vano da un capo all'altro del viottolo per allac ciarsi in tenaci abbracciamenti, quelle foglie che [p. 292 modifica]si ammassavano in viluppi, chiazzando di verde cupo il verde gioioso delle foglioline pendule, oscillanti nell'aria; quello stormire improvviso delle cime fronzute al passaggio di un soffio di vento; quel brusio dell'erba che freme al guiz zare di una lucertola, o di un fiore selvaggio che oscilla al volare di un insetto; quell'agitarsi mi sterioso e fervido della terra sotto il sole, gli atteggiamenti bizzarri dei tronchi, ora quasi ada giati al suolo, ora contorti come gnomi, eppure tanto leggiadri nella loro deformità, ora snelli ed eretti, ora tarchiati e solidi, viventi assieme in fratellevole placidità; tutto l'avvicendarsi verti ginoso, quantunque ritmico, della esistenza vege tale, là dove l'acqua serpeggia a fecondare ogni granello di polvere, richiamavano Flora al pen siero della campagna da lei non più riveduta e la facevano riandare ai giorni obliati della casa bianca, quando il ritorno di ogni primavera le portava il tributo di nuove, portentose rivela zioni.

Era come ebbra. Immergeva le dita tra le foglie de: rami, cinguettava, rideva, incitava Ger mano all'ammirazione con piccoli gridi giulivi di stupore.

— Guardi, guardi quel tronco biforcuto! Pare zoppo! E quel ciuffo di foglie che si affaccia lassù? Pare che rida. O Dio, questo piccolo ramo quanto è dispettoso! Ha tentato di cavarmi un occhio!

--- Lo ha fatto per ischerzo, madama — di ceva Frigarello gravemente. — Gli alberi sono burloni.

--- Sicuro, sicuro!--esclamava Flora --deve essere proprio così. Gli alberi sono burloni. Ec[p. 293 modifica]cone un altro che mi tira per i capelli! Ahi! Ahi! — e bisognava arrestarsi perchè un ricciolo biondo svolazzante si era incontrato in un ramo pieno di malizia, che si era spinto fino alle trecce bionde di madama e che si rimpiattava frettoloso tra le frasche portandosi via un bel filo d'oro.

— Non è vero che è bello? — ripeteva Flora ad ogni nuovo svoltò del sentiero.

— Sì, sì — rispondeva Germano, ridendo con amorosa indulgenza. — Conosciamo di che si tratta. Sono alberi, si persuada pure, non sono niente altro che alberi.

Egli viveva i due terzi del Tanno in campagna e la cosa non li sembrava davvero strabiliante in modo da andarne pazzi.

A villa Gregoriana non c'era più nulla da ve dere. Si parlò di pranzare per visitare poi la villa d'Este., Frigarello non voleva abbandonare i forestieri. Egli era pronto a sedere con essi alla stessa ta vola, a percorrere con essi villa d'Este, ad ac compagnarli alla stazione, ad aspettare magari che salissero in treno.

Ma Germano, seccato, se ne liberò brutal mente.

— Quanto le devo per l'incomodo? — egli chiese con accento breve.

— A chi? A me? — rispose Frigarello con sussiego! — Lei non mi deve niente. Qui non siamo alla macchia e non si derubano i forestieri!

Germano gli porse due lire. — La* tariffa è di quattro lire, non compreso l'asino per madama — disse Frigarello, segui tando a tenere protesa la destra verso il forestiere, con atto di sprezzante dignità. [p. 294 modifica]— C'è poi la mancia per il ragazzo. Gli dia pure quello che vuole al disopra di una lira.

Il Rosemberg pagò, dicendo che valeva meglio fare la guida a Tivoli che il signore in qualsiasi altro paese del mondo. Valeva meglio fare la guida, parola d'onore.

E si allontanò con Flora a passi precipitosi, per paura che colui gli corresse dietro a recla mare ancora un aumento di tariffa. Francamente, la cosa gli odorava di ricatto.

Andarono a pranzo e, mentre il Rosemberg di scuteva la lista delle pietanze col cameriere, Flora si tolse il cappello davanti al grande specchio coperto di un velo rosso.

— Corpo eli bacco! — esclamò egli allegra mente, sedendosi di fronte a lei. — Adesso che ti rivedo, dopo tanti anni, senza cappello, trovo che non sei cambiata affatto. Sei la stessa della casa bianca. Ricordi?

Le dava del tu, naturalmente, senza rifletterci, nella stessa guisa che, fino allora, gli era parso naturale darle del lei.

Dal momento che si trovavano soli, a tavola, come due sposini, il cerimoniale diventava stupido.

Flora, volendo nascondere la sua confusione per la confidenzialità di Germano, si studiava di man tenere in bilico il cucchiaio sull'indice della destra.

— La casa bianca — ella domandò assorta — è sempre uguale?

— No, sono stati fatti molti restauri. Forse non la riconosceresti nemmeno più. Il giardino è stato convertito in frutteto, e della cappella si è fatta una rimessa per le trebbiatrici!

Flora rimase un istante con la mano sollevata a tenere il cucchiaio in equilibrio e con lo sguardo [p. 295 modifica]intento a figurarsi la casa bianca tanto cambiata» poi chiese distratta:

— Chi è adesso il proprietario della casa bianca?

— Mia moglie. Flora impallidì e il massiccio cucchiaio cadde sul tavolo con lungo tinnìo. Germano, pentito della sua risposta impulsiva, se la prese col cameriere, dicendogli con ira che il vino della bottiglia non era Chianti nè vecchio, nè nuovo. Quando il cameriere si fu allontanato, egli servì Flora e, mangiando lentamente, cominciò a parlare. Era stata un'idea di Balbina, la quale aveva voluto investire la sua dote nell'acquisto della casa bianca. Egli non aveva potuto opporsi e, in verità, Balbina aveva concluso un affarone. I cre ditori, nella furia di realizzare, avevano ceduto lo stabile per poche migliaia di lire e la casa va leva adesso il triplo della somma impiegata nel l'acquisto. D'altronde Balbina aveva preso le re dini dell'azienda e bisognava lasciarla fare. Tante seccature di meno non è vero? Ma, intendiamoci, il padrone rimaneva sempre lui, e quando voleva un biglietto da cento, o anche da cinquecento, non aveva che a domandarlo. Balbina glielo conse gnava subito, limitandosi a voler conoscere l'im piego di quel danaro. Vedendo che Flora rimaneva triste, senza man giare, volle farla ridere. — Perchè stai melanconica? Pensa che se ci fossimo sposati, a quest'ora non si proverebbe più nessun gusto a trovarci assieme; e invece, in questo momento, io sono l'uomo più felice della terra. Che t'importa di Balbina? Che t'importa [p. 296 modifica]della casa bianca? Noi adesso siamo qui, a di spetto di tutti. Il resto vale zero.

Ed allungò la mano ad afferrare quella di lei, sotto il lembo cadente della tovaglia; poi, chi nandosi rapido, gliela baciò in modo furtivo.

Flora tornò ad essere allegra. Germano aveva ragione. Balbina, Giorgio, la casa bianca, l'appar tamento di via delle Fiamme erano lontani di lì, ed era meglio non pensarci.

Cominciò a mangiucchiare, mentre Germano mangiava e beveva copiosamente.

Pira diventato ghiotto e conservava nonpertanto uno stomaco di ferro.

Una buona tavola non è da disprezzarsi e una buona cuoca è personaggio ragguardevole in una famiglia. Non è necessario per questo dilapidare un patrimonio. Basta sorvegliare bene la scelta dei generi e saperli preparare. Balbina era in ciò portentosa. Da un pugno di gusci di noce -sa rebbe stata capace di tirar fuori un arrosto con contorno!

Balbina era una gran donna! Bisognava con venirne!

Nel benessere fisico del pasto copioso Germano si lasciava andare a discorrere confidenzialmente delle sue faccende, nominando a ogni poco Bal bina, e sempre con parole di elogio.

Ordinò una bottiglia di vino spumante e Flora ne bevve due bicchieri. La spuma le solleticava il palato, ed ella rideva, tutta soffusa di rossore.

Il Rosemberg soddisfattissimo, trovando che, dopo tutto, in questo basso mondo non si sta male, accese un buon sigaro e prese Flora sotto braccio per condursela a villa d'Este.

Se anche villa d'Este fosse stata infestata dalle [p. 297 modifica]guide, egli giurava di fuggire: ma, grazie a Dio, guide non ne trovarono e la villa era completa mente solitaria in quell'ora del meriggio. Degna rono appena di uno sguardo la sfilata delle stanze nell'appartamento estense.

Gli alti soffitti, le pareti ornate di pitture, le grandi porte, le piccole finestre, la scala scendente a doppia rampa dal balcone alla villa, erano muti per essi quale uno strumento musicale di sagoma inusata e da cui essi non avrebbero saputo trarre alcun suono, non essendo in grado di rievocare nel salone centrale la figura chiomata di un poeta declamante versi latini a un gruppo di belle dame abbigliate sfarzosamente, o lo strascico di una porpora cardinalizia, serpeggiante con lentezza maestosa lungo i gradini marmorei. Scesero nel parco per la interna scaletta a chiocciola e so starono un momento davanti a una piccola fine strella, di dove scorgevasi il magico scenario dei colli tiburtini.

Le case di Tivoli, aggruppate a destra, sem bravano giuocattoli disposti da mano sapiente per la varietà del paesaggio.

Flora rimase abbagliata. — E' bello! --· ella mormorò, girando lo sguardo a bere la luce. — Tu sei bella — egli le disse all'orecchio con voce piena d'ardore. — Anche la vita è bella! — Flora ripetè con voce di estasi e, appoggiata lievemente una gota sopra la spalla di Germano, rimase cogli occhi socchiusi ad assaporare la dolcezza dell'attimo fuggente. Egli, in uno struggimento di tenerezza, la baciò a lungo sui capelli, aspirando con voluttà il prò[p. 298 modifica]fumo di quella chioma doviziosa e fragrante, mentre Flora, sentendo il respiro di lui scenderle dietro l'orecchio ed insinuarsele giù per il collo, gustava una mollezza ineffabile, come se tutto il sangue delle vene le si fosse convertito in miele e il miele le formasse lago intorno al cuore e il cuore si sommergesse con delizia entro quella dolcezza vischiosa.

Un velo sempre più fitto calava davanti alle sue pupille e la forza stessa della luce le abba gliava la vista. La distesa dell'orizzonte si re stringeva pian piano, grandi flutti di ombra si addensavano intorno a lei, ed ella si trovava sola con Germano, librata nello spazio, sentendo il suolo fuggirle di sotto i piedi e vedendo il cielo circoscriversi sopra il suo capo.

— Andiamo! Andiamo! — ella disse, scuo tendosi; e si smarrirono per i viottoli ombrosi.

Da ogni punto la voce delle acque giungeva diversamente modulala, in ogni punto l'acqua ap pariva in diverse fogge. Alti zampilli, sottili come steli, ricadenti nel marmo con bisbiglio di mi stero; ruscelletti frusciami tra l'erbe; piccoli getti gorgoglianti dentro urne muscose; polle emer genti tacite dal suolo; pioggia di perle cadenti di tra le dita di una corrosa divinità marmorea; incerti rivoli serpeggianti sulla barba aggrovigliata di un Tritone, o accarezzante per ogni verso il corpo snodato di una Nereide.

La regina delle fontane, situata nel fondo di un lungo viale, cantava la sua letizia perenne con tale forza di suono, che la .eco della canzone robusta si ripercoteva in ogni angolo di quei luoghi sacri al trionfo delle acque.

Nel viale delle cento fontane, chiuso al pari di [p. 299 modifica]recinto inviolabile dalle pareti di bosso, sedet tero sull'orlo di un'urna istoriata, tenendosi per mano.

Tacquero alcun tempo, poscia ella, volgendosi a lui con voce supplice, domandò inaspettata mente:

— Perchè dunque hai sposato Balbina? Egli rimase di stucco. — Come! Non lo sai? — domandò accarez zandole col mento le manine che Flora gli te neva intrecciate sopra una spalla. Flora non sapeva. Chi avrebbe potuto raccon tarle ciò, poiché ella era stata portata via come di schianto dalla casa bianca? Germano le allacciò la vita e disse esitando: — Non potevo fare a meno di sposarla. Es sendo io un galantuomo il mio matrimonio con Balbina diventava necessario. Capisci adesso? Flora si divincolò dalla stretta, alzandosi in piedi e rompendo in singhiozzi. Si alzò anche lui e se la prese nelle braccia per consolarla. Quelle lacrime, pure sembrandogli assurde alla distanza di undici anni, lo sconvolgevano e lo intenerivano. Non sapeva quali parole trovare per tranquil larla, e le palpava dolcemente le spalle, agitate dal moto convulso dei singhiozzi. Ella ripeteva ostinata, con voce interrotta: — Tu eri bugiardo, dicendo di amarmi. Tu non mi amavi e amavi Balbina invece. Germano protestò con indignazione sincera: --- Ma se ti amavo da pazzo! E anche adesso ti amo. Non piangere. Quello che è accaduto non si può cambiare; ma sei tu la mia Flora, la mia [p. 300 modifica]piccola Flora adorata. Sai perchè successe tutto quel garbuglio? Perchè mi avevi acceso un vul cano nel sangue, e io che ti rispettavo come una madonna, non trovavo il coraggio di fartelo ca pire. Sei contenta adesso che ti ho spiegato? — E le sollevò il volto, asciugandole pian piano le lacrime col fazzoletto che Balbina aveva cifrato.

Flora non singhiozzava più; ma il pianto le tremava ancora nella frangia bruna delle ciglia.

— Tu parli di lei, sempre di lei. Germano la guardava commosso, come si guarda un bimbo adorato, che nella cocciutaggine d'una bizza non voglia intendere ragione. Che cervellino originale! Ma così leggiadra in quel suo pianto, col busto esile rovesciato e gli occhi azzurri simili a due piccoli laghi aperti tra la neve. — Se parlo sempre di Balbina è per abitudine, Non ci pensare, te ne prego. Giurerei che, in questo momento, la brava donna si trova in can tina, a cavalcioni sulle doghe di qualche grossa botte a tracciare, col gesso, segni che capisce lei sola. Lasciamola dunque tranquilla e occupia moci di noi. Con una mano le sosteneva il capo, con l'altra le accarezzava il volto, passandole la punta delle dita sull'arco delle sopracciglia e indugiandosi a solleticarle la conchiglia dell'orecchio, emergente roseo dai capelli scomposti. Ella rideva adesso, di un riso incerto, tuttora soffuso di melanconia. L'idea di vedere Balbina a cavalcioni su di una grossa botte la consolava. Germano le posò l'indice sulla fossetta del mento e, premendo forte, l'obbligò a dischiudere le labbra. [p. 301 modifica]— Che bei dentini! — egli disse a bassa voce,, socchiudendo gli occhi come davanti a uno spet tacolo insostenibile di bellezza.

«Come sei tutta bella! Ricordi le nostre ore di un tempo? Tu non sapevi che io, dopo averti `epuosuj correvo da pazzo per la campagna, chia mandoti ad alta voce e mettendo il viso nell'erba calpestata da' tuoi piedi! Come ti amavo! Certe volte, di notte, sognavo che tu venivi a cercarmi,, riconoscevo il tuo passo, sentivo il tuo respiro, aprivo le braccia per afferrarti, mi svegliavo spa simando e tu non c'eri. Ma adesso sei qui, e ti tengo. Flora! Flora! — ed esaltato dal liquore fervido delle memorie, inebbriato dal contatto di lei, la stringeva al petto affannoso, chiamandola instancabilmente per nome: — Flora! Flora!. Flora mia!

Ella gli si era aggrappata alle braccia con le piccole mani e supplicava con voce spenta:

— Germano, abbi pietà di me! Io mi sento morire!

E la vita pareva fuggirle dai polsi, veramente. Una nube di fuoco 1'avvolgeva, martoriandole la cute con lingue scottanti e rendendole arsa la gola: un rombo sordo le intronava le orecchie e le faceva male al cervello; tutto il corpo era fiamma, dalla radice dei capelli alla punta estrema del piede, e intanto tremava e batteva i denti, perchè le pareva di sentir freddo.

Era uno sconvolgimento del pensiero, un an negamento completo della volontà, un caos di sensazioni discordi, un tumultuar irrompente di tutti i sensi, un oscillar doloroso dei nervi, un irrigidirsi dei muscoli, un'aspettazione ansiosa di qualche mistero formidabile, di cui aveva avuta [p. 302 modifica]talora il presentimento e che l'amore stava per rivelarle. Germano le aveva allacciato il collo e nel concavo delle mani incrociate sosteneva la testa di lei pendente aH'indietro, a guisa di fiore reciso.

Avvicinò a sè, lentamente, il viso di Flora, che, trasportata fuori della realtà, aprì gli occhi per riconoscere dove si trovasse, attonita e timo rosa di sognare.

Nel fondo dell'angusto viale oscuro, la regina delle fontane, splendente al sole, lasciava cadere una pioggia di smeraldi e rubini.

Flora, soffocata dai baci furiosi di Germano, mandò un grido alto di giubilo. Riconosceva la fonte da lei tanto cercata ed invocata. Sì, rico nosceva la fonte, ed ella poteva dissetarsi final mente!