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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/315


Il fiume era giallo, torvo; l'onda vorticosa gi rava a mulinello intorno ai grossi pilastri, e il tronco di un albero, sradicato dio sa dove, roto lava vertiginosamente sopra la gialla superficie.

Flora si sentiva tanto misera e stanca che avrebbe voluto chiudere gli occhi e lasciarsi tra volgere anch'essa verso la foce.

Piazza del Popolo sembrava un lago di fango; il corso Umberto, via di Ripetta, via del Babuino sommergevano a perdita d'occhio frale alte case, simili ai tetri corridoi di una prigione; due car rozzoni elettrici s'incrociarono presso porta del Popolo e i conduttori avvolti negl'impermeabili neri, facevano pensare ai fratelloni di fosca con grega, che accompagnassero funebri convogli per le vie di una città flagellata dalla peste.

Sotto la melanconia del cielo, le cose stillavano idee di morte.

Flora percorse il Pincio in tutta la sua lun ghezza, dal cancello di piazza del Popolo al can cello della Trinità dei Monti. Il tedio dell'ora e della stagione attutiva in lei lo spasimo della fe rita che le sanguinava nel cuore.

Tutto gemeva. Gemevano sulla ghiaia dei viali le foglie morte; gemevano i rami degli alberi gocciolanti e curvi; gemevano le fonti; gemevano, da lungi, le campane con suono fioco, e nel ge mito universale Flora trovava simpatia di rim pianto, che, pure aumentando la sua tristezza, molceva l'acerbità della sua disperazione. Quando fu giunta a casa, con le vesti grondanti e piene di zacchere, Anna Maria le chiese immediatamente:

— Scommetto che lei ha dimenticato di com perarmi lo zucchero alla vainiglia per il dolce che ho promesso di preparare al cavaliere.