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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/307


Trascorreva le ore della mattina in preda a una irrequietezza morbosa. Sentiva la necessità di muo versi e cambiar di posto agli oggetti. Quell'ap partamento, dove era vissuta in letargo per tanti anni, le riusciva odioso e le produceva l'effetto di una camera sepolcrale, di cui ella avesse spez zato le porte ferrate, irrompendo con pazza gioia a tuffarsi nella vita. Bisognava cambiare, rinno vare, lasciare che l'aria circolasse, disperdendo i vapori grevi e asciugando la muffa aderente alle pareti umidicce. L'ebbrezza della sua felicità era cosi prepotente che ella talora rideva all'improvviso, senza ragione, o doveva comprimersi il petto con le mani e respirare a lungo, come oppressa dal peso del suo tripudio secreto.

Il cavaliere le domandava freddamente, se, per caso, fosse necessario consultare un alienista, ed ella, ripiombando nell'opaca realtà, passava, senza transazione, da una gaiezza folle a una mortale melanconia.

Fra lei e suo marito si scavava un abisso sempre più insuperabile. Camminavano paralellamente sugli orli opposti della voragine; egli col suo passo massiccio di bue ben pasciuto e meditativo, che immerge poderoso gli zoccoli nella terra molle, e striscia con tardo moto la oscura lingua sulle labbra pendenti, mentre le froge fumigano e gli occhi glauchi sembrano interrogare attoniti l'enorme mistero dell'universo; ella col suo passo saltel lante di uccellino che svolazza leggero sopra la pania, incurante delle insidie, inconsapevole del vischio che renderà le ali inabili al volo.

Camminavano così, senza potersi amare, senza potersi comprendere: uniti per sempre e per sem pre divisi.