Pamela maritata/Atto III

Atto III

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Atto II Appendice

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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Milord Bonfil, poi Isacco.

Bonfil. Non ho provato mai un’angustia d’animo quale ora provo. Meglio per me sarebbe stato, che milord Artur mi avesse prevenuto nel colpo, e mi avesse tolta la vita. Mi sovviene de’ teneri miei affetti con quest’ingrata, ricordomi gli amorosi trasporti, gli affanni, le dubbietà1, i combattimenti dell’animo, ma niente di ciò può paragonarsi alle smanie che mi agitano presentemente. Trattavasi allora di consolare il mio cuore, ora trattasi di lacerarlo per sempre. Quell’onore che argomentava contro la mia passione, mi porge ora la spada in mano per cancellarne gli oltraggi. Ma che? potrò esser severo con colei che ho amato teneramente? con colei che a mio dispetto ancor [p. 150 modifica] amo? Ah sì, in grazia di questi teneri affetti, scemisi a me il cordoglio, ed a lei la vergogna. Le si risparmi la solennità del ripudio. Sappia il di lei padre le mie intenzioni. Non lascierò di procurare a questo buon vecchio la sua libertà, e s’ella si accomoda a non iscostarsi dal suo genitore, sarò pronto anch’io a sagrificare la pace, l’amore, e la successione della famiglia a quell’astro che mi ha seco lei sì barbaramente legato. Ehi2.

Isacco. Signore.

Bonfil. Il conte d’Auspingh.

Isacco. Sì signore. (parte)

SCENA IL

Milord Bonfil, poi Miledi Daure.

Bonfil. Preveggo qual doloroso colpo sarà al cuore di questo padre onorato l’infelice destino della figliuola. Per questo appunto vuole l’umanità, ch’io cerchi di minorargli la pena. Quel che potrebbe nuocergli più di tutto, sarebbe la pubblicità. A questa procurerò rimediare.

Miledi. Milord, mi consolo di cuore vedervi uscito felicemente da quel pericolo in cui vi trovaste.

Bonfil. Di qual pericolo favellate?

Miledi. Parlo di quello della pistola.

Bonfil. Io non capisco quello che vi diciate.

Miledi. Non occorre negarlo. So tutto.

Bonfil. Voi non dovete saperlo.

Miledi. Ma se lo so.

Bonfil. Se lo sapete, dovete persuadervi di non saperlo.

Miledi. Sarà difficile.

Bonfil. Dov’è il Cavaliere vostro nipote? [p. 151 modifica]

Miledi. Credo sia ancora in giardino. Non l’ho più veduto dopo il fatto della pistola.

Bonfil. Di che pistola? (alterato)

Miledi. Ah, non l’ho da sapere.

Bonfil. Dovete3 persuadervi di non saperlo.

Miledi. Ma perchè mai?

Bonfil. Parliamo d’altro...

Miledi. Sì, parliamo d’altro. Qual risoluzione prenderete voi con questa femmina, indegna di essere vostra sposa?

Bonfil. Parlate di lei con un poco meno di libertà.

Miledi. Come? ad onta delle sue mancanze seguitate voi a difenderla?

Bonfil. A me non lice difenderla, e a voi non conviene di maltrattarla.

Miledi. Il sangue m’interessa per l’onore di un mio fratello.

Bonfil. Fareste bene, se il vostro sangue non fosse contaminato dall’odio.

Miledi. Non è forse vera l’intelligenza di Pamela con milord Artur?

Bonfil. Potrebbe darsi che non fosse vera.

Miledi. Perchè dunque sfidarlo colla pistola?

Bonfil. Che parlate voi di pistola? (con isdegno)

Miledi. (Se non fosse mio fratello, lo strapazzerei come un cane).

SCENA III.

Isacco e detti.

Isacco. Signore, il Conte non si ritrova4.

Bonfil. Sciocco! ci deve essere.

Isacco. Eppure non c’è.

Bonfil. Come! il padre di Pamela non c’è5? [p. 152 modifica]

Isacco. Sulla mia parola, non c’è.

Bonfil. Cercalo, e ci sarà.

Isacco. Sì signore. (in atto di partire)

Miledi. Dimmi, hai veduto il Cavalier mio nipote?

Isacco. Sì signora. È in sala con un ministro di corte.

Miledi. Che vuole da lui questo ministro di corte?

Bonfil. Lasciate ch’ei vada a ricercare del Conte. (a Miledi)

Isacco. Vado. (Ma non ci sarà6). (parte)

SCENA IV.

Miledi Daure e Milord Bonfil.

Miledi. Sentiste7? Un ministro di corte parla col Cavaliere.

Bonfil. Che volete inferire per questo?

Miledi. E che sì che indovino, perchè è venuto questo ministro?

Bonfil. E perchè credete voi sia venuto?

Miledi. Per il fatto della pistola.

Bonfil. Voi mi volete far dire delle bestialità. (alterato)

Miledi. Abbiate pazienza. Io non lo posso dissimulare.

SCENA V.

Isacco e detti.

Isacco. Signore, il Conte non c’è8.

Bonfil. Lo sai di certo?

Isacco. Non c’è.

Bonfil. Ne hai domandato a Pamela?

Isacco. Ne ho domandato.

Bonfil. Che cosa ha detto? [p. 153 modifica]

Isacco. Si è messa a piangere, e non ha risposto.

Bonfil. Ah sì, Pamela più di me non si fida; teme ch’io abbandoni suo padre. Lo tien nascosto. Sa il suo demerito, e mi fa il torto di credermi vendicativo9. Andrò io medesimo a rintracciarlo. (in atto di partire)

Miledi. Mirate il Cavaliere, che viene a noi frettoloso; sentiamo che novità lo conduce10. (a Bonfil, che si ferma)

SCENA VI.

Il Cavaliere Ernold e detti.

Ernold. Milord, la sapete la novità?

Bonfil. Di qual novità v’intendete?

Ernold. Il conte d’Auspingh, padre della vostra Pamela, trasportato, cred’io, dalla disperazione, è andato egli stesso a manifestarsi alla Corte, e a domandar giustizia per la figliuola, col sagrifizio della propria persona.

Bonfil. E l’ha potuto far senza dirmelo? Così mal corrisponde all’amoroso interesse che per lui mi presi? Confida forse in milord Artur? Sprezza così la mia protezione? Ah sì, la figlia ingrata ha sedotto anche il padre. Questo novello insulto mi determina al risentimento. Vadasi a precipitar quest’indegni11. (in atto di partire)

Miledi. Dove andate. Milord?

Bonfil. Alla regia corte.

Miledi. Non vi consiglio di andarvi.

Bonfil. Perchè?

Miledi. Perchè, se si sapesse il fatto della pistola...

Bonfil. Andate al diavolo ancora voi. Tutti congiurano ad inasprirmi. Son fuor di me. M’abbandonerò alla più violenta risoluzione. (parte) [p. 154 modifica]

SCENA VII.

Miledi Daure e il Cavaliere Ernold.

Miledi. Lo sentite l’uomo bestiale?

Ernold. Che cosa dite voi di pistola?

Miledi. Credete ch’io non lo sappia quel che è seguito in giardino?

Ernold. Male. Mi dispiace infinitamente che lo sappiate.

Miledi. Che male è ch’io lo sappia?

Ernold. Cara Miledi, siete prudente, ma siete donna.

Miledi. E che vorreste dire perciò?

Ernold. Che non potrete tacere.

Miledi. Questo è un torto, che voi mi fate. Son nata Inglese.

Ernold. Non pretendo pregiudicarvi. Conosco la debolezza del sesso. Poco più, poco meno, le donne sono le medesime da per tutto. Io, che ho viaggiato, le ho trovate simili in ogni clima.

SCENA VIII.

Madama Jevre e detti.

Jevre. Signori, per carità, movetevi a compassione di questa povera mia padrona. Ella è in uno stato veramente da far pietà. Il marito non la vuol vedere; il padre è andato non si sa dove; non ha un parente, non ha un amico che la consigli, che la soccorra. Vede in pericolo la riputazione; teme per la vita del suo genitore; piange la perdita del caro sposo. Sa di non esser rea, e non ha il modo di giustificare la sua innocenza. Io non so come viva; non so come possa resistere a tante disgrazie. Io mi sento per lei talmente afflitta e angustiata, che propriamente mi manca il respiro, e quando la vedo, e quando ci penso, mi crepa il cuore, e non posso trattenere le lagrime. (piangendo)

Ernold. Per dire la verità, mi sento muovere anch’io12, quando vedo una donna a piangere, mi sento subito intenerire. (si asciuga) [p. 155 modifica] gli occhi) Chi mai lo crederebbe? Un uomo che ha tanto viaggiato, non sa essere superiore alla tenerezza.

Jevre. (Io non gli credo una maledetta).

Miledi. Pamela afflitta, Pamela abbandonata, conserva però interamente la solita sua superbia.

Jevre. Superba potete dire a Pamela?

Miledi. Se tal non fosse, verrebbe almeno a raccomandarsi. Sa ch’io sono sorella di suo marito; sa che la mia protezione potria giovarle, e non si degna raccomandarsi?

Jevre. Non lo farà, perchè avrà timore di non essere bene accolta; si ricorderà ancora degli spasimi che le faceste passar da fanciulla.

Ernold. Via, ditele che venga qui; ditele che si fidi di noi. Miledi mia zia è dama di buon carattere, ed io, quando trattasi di una bella donna, cospetto di bacco, mi batterei per essa fino all’ultimo sangue.

Jevre. Che dite, miledi? Se verrà da voi, l’accoglierete con carità?

Miledi. Io non ho un cuor barbaro, come ella si crede.

Jevre. E voi, signore, l’assisterete?

Ernold. Assicuratela della mia protezione.

Jevre. Ora la fo venire. (Farò di tutto per persuaderla. Quando si ha di bisogno, conviene raccomandarsi ai nemici ancora). (parte)

SCENA IX.

Miledi Daure e il Cavaliere Ernold.

Ernold. Che cosa si potrebbe fare per questa povera sventurata?

Miledi. Si può far molto, quand’ella accordi volontariamente lo scioglimento del matrimonio, e l’allontanamento da questa casa.

Ernold. E perchè non si potrebbe riconciliare con suo marito?

Miledi. Sarebbe un perpetuar fra di loro il mal animo e la discordia. Quando fra due congiunti principia a regnare la diffidenza, non è possibile che vi trionfi la pace. Tutti gli accomodamenti, che fra di loro si fanno, sono instabili [p. 156 modifica] rappezzature; ad ogni menomo insulto si riscalda il sangue, si rinnovan le risse13: è meglio troncare affatto il legame, e poichè dalle nostre leggi viene in caso tale favorito il divorzio, sarebbe imprudenza l’impedirne l’effettuazione.

Ernold. Io che ho viaggiato, vi potrei addurre cento esempi in contrario.

SCENA X.

Pamela, madama Jevre e detti.

Pamela. (No, Jevre, non ricuso umiliarmi ai miei stessi nemici, ma dubito sarà inutile ancor questo passo). (piano a Jevre)

Jevre. (Lo stato miserabile in cui vi trovate, vi obbliga a tentare ogni strada). (piano a ’Pamela)

Ernold. (Eccola. Poverina!) (a Miledi)

Miledi. (Pare che si vergogni a raccomandarsi). (ad Ernold)

Jevre. (Fatevi animo, e non dubitate). (a Pamela, e parte)

Ernold. Via, Madama, venite innanzi: di che avete paura? (a Pamela)

Pamela. La situazione, in cui mi ritrovo, mi avvilisce e mortifica al maggior segno. Se potessi lusingarmi di esser creduta innocente, mi getterei a’ vostri piedi a domandarvi pietà; ma dubitando che nell’animo vostro si nutrisca il sospetto della mia reità, non so se più mi convenga il tacere, o il giustificarmi.

Ernold. (È pur è vero: una bella donna languente comparisce ancora più bella).

Miledi. Pamela, quando si vuol ottenere una grazia, convien meritarla, principiando dal dire la verità. Confessate la vostra passione per milord Artur, e fidatevi di essere da me compatita.

Pamela. Ah no, non sarà mai ch’io voglia comprare ad un sì vil prezzo la mia fortuna. Amo unicamente il mio sposo, ho amato sempre lui solo; l’amerò sin ch’io viva; l’amerò, benchè [p. 157 modifica] mi voglia esser nemico. Sarà mio, benchè da se mi discacci, sarò sua, benchè mi abbandoni; e morendo ancora, porterò costantemente al sepolcro quella dolce catena, che mi ha seco lui perpetuamente legata.

Miledi. La vostra ostinazione moltiplica le vostre colpe.

Pamela. La vostra diffidenza oltraggia la mia onestà.

Miledi. Siete venuta a contendere, o a raccomandarvi?

Pamela. Mi raccomando, se mi credete innocente. Mi difendo, se rea volete suppormi.

Miledi. Pensate meglio a voi stessa, e non irritate il vostro destino.

Pamela. Il destino mi può volere infelice, ma non potrà macchiare la purità del mio cuore.

Miledi. Il vostro cuore occulta l’infedeltà sotto la maschera dell’orgoglio.

Pamela. Ah14 verrà un giorno, in cui queste vostre mal fondate espressioni vi faranno forse arrossire.

Miledi. Orsù, non ho più animo per tollerarvi.

Pamela. Partirò per non maggiormente irritarvi.

Ernold. No, trattenetevi ancora un poco. Miledi, qualche cosa abbiamo da far per lei.

Miledi. Ella non merita che di essere abbandonata. Un errore si compatisce; l’ostinazion si condanna. (parte)

SCENA XI.

Pamela e il Cavaliere Ernold.

Pamela. (Eco l’effetto delle insinuazioni di Jevre). (da se)

Ernold. (Non son chi sono, se non la riduco umile come un’agnella). (da sè)

Pamela. (Sarà meglio ch’io mi ritiri, a piangere da me sola le mie sventure). (da sè, in atto di partire)

Ernold. Fermatevi; non partite.

Pamela. Che pretendete da me? [p. 158 modifica]

Ernold. Desidero consolarvi.

Pamela. Sarà difficile.

Ernold. Pare a voi, ch’io non sia capace di consolare una bella donna?

Pamela. Potreste farlo con altre; con me lo credo impossibile.

Ernold. Eppure mi lusingo riuscirne. Io non sono un uomo di uno spirito limitato, non sono uno di quelli che camminar non sanno che per una sola strada. Ho viaggiato assai, e ho imparato molto. Nel caso in cui vi trovate, non occorre disputare se è, o se non è, quel che si dice di voi. Di queste cose, meno che se ne parla, è meglio. Se anche non fosse vero, il mondo suol credere il peggio, e l’onore resta sempre pregiudicato. Io non vi consiglio insistere contro l’animo guasto di milord Bonfil. Chi non vi vuol, non vi merita. Se un marito vi lascia, pensate ad assicurarvene un altro. Se lo trovate, la riputazione è in sicuro.

Pamela. E chi credete voi che in un caso tale si abbasserebbe a sposarmi?

Ernold. Milord Artur probabilmente non saprebbe dire di no.

Pamela. Pria di sposare milord Artur, mi darei la morte da me medesima.

Ernold. E pure mi sento portato a credervi; e la fede che principio avere di voi, mi desta a maggior compassione. Dalla compassione potrebbe nascer l’amore, e se quest’amore mi accendesse il petto per voi, e se vi esibissi di rimediare alle vostre disgrazie colla mia mano, ricusereste voi di accettada?

Pamela. Volete che vi risponda con libertà?

Ernold. Sì, parlatemi schiettamente15.

Pamela. La ricuserei assolutamente16.

Ernold. Ricusereste voi la mia mano?

Pamela. Sì certo.

Ernold. Questa sciocca dichiarazione vi leva tutto il merito che voi avete. (con (isdegno) [p. 159 modifica]

SCENA XII.

Milord Bonfil e detti.

Bonfil. Olà; che altercazioni son queste?

Pamela. Ah Milord, toglietemi la vita, ma non mi lasciate ingiuriare. Tutti m’insultano, tutti villanamente mi trattano. Voi solo siete padrone d’affliggermi, di mortificarmi; ma fin ch’io vanto lo specioso titolo di vostra moglie, fin che la bontà vostra mi soffre in questo tetto, non permettete che uno sfacciato mi dica sul viso parole indegne, e mi esibisca amori novelli per distaccarmi dal mio sposo, dal mio signore, da voi, che siete e sarete sempre l’anima mia. (piangendo)

Bonfil. (Guarda bruscamente il Cavaliere.)

Ernold. Milord, mi guardate voi bruscamente?

Bonfil. Cavaliere, vi prego di passare in un’altra camera.

Ernold. E che sì, che la debolezza...?

Bonfil. Vi ho detto con civiltà, che partite17.

Ernold. Non vorrei che vi supponeste...

Bonfil. Questa è un’insistenza insoffribile18.

Ernold. Scommetterei mille doppie...

Bonfil. Ma signore... (alterato19)

Ernold. Sì, vado. Non occorre che me la vogliate dare ad intendere. Ho studiato il mondo. E ho imparato assai. (parte)

SCENA XIII.

Milord Bonfil e Pamela.

Bonfil. (Ha imparato ad essere un importuno).

Pamela. (Oh Dio, tremo tutta).

Bonfil. (Pure20 in veder costei mi si rimescola il sangue).

Pamela. (Vo’ farmi animo). Signore...

Bonfil. Andate. [p. 160 modifica]

Pamela. Oh cieli! mi discacciate così?

Bonfil. Andate in un’altra camera.

Pamela. Permettetemi che una cosa sola vi dica.

Bonfil. Non ho tempo per ascoltarvi.

Pamela. Perdonatemi. Ora non vi è nessuno.

Bonfil. Sì, vi è gente nell’anticamera. Chi viene ora da me, vuol favellarmi da solo a solo. Andate.

Pamela. Pazienza! (singhiozzando e partendo)

Bonfil. Ingrata! (verso Pamela)

Pamela. Dite a me, signore? (voltandosi)

Bonfil. No; non ho parlato con voi.

Pamela. In fatti, questo titolo non mi conviene21 (partendo)

Bonfil. Sì, è poco al merito di un’infedele. (verso Pamela)

Pamela. Io infedele? (si volta, e si avvicina a Milord)

Bonfil. Andate, vi dico.

Pamela. Perdonatemi. Avete detto infedele a me?

Bonfil. Sì, a voi.

Pamela. Non è vero. (teneramente mirandolo con languidezza)

Bonfil. (Ah, quegli occhi mi fan tremare).

Pamela. Ma in che mai vi ho offeso, signore? (come sopra)

Bonfil. (Che tu sia maladetta). (agitandosi)

Pamela. Posso farvi toccar con mano la mia innocenza.

Bonfil. (Volesse il cielo, che fosse vero). (da sè)

Pamela. Permettetemi ch’io vi dica soltanto...

Bonfil. Andate al diavolo 22.

Pamela. Per carità, non mi fate tremare. (ritirandosi con timore)

Bonfil. (Costei è nata per precipitarmi23). (si getta a sedere)

Pamela. Parto; vi obbedisco 24.

Bonfil. (Agitato si appoggia alle spalle della sedia, coprendosi colle mani il volto.)

Pamela. Possibile che non vogliate più rivedermi? (di lontano)

Bonfil. (Continua come sopra.) [p. 161 modifica]

Pamela. E pure, se mi permetteste parlare... (torna un passo indietro)

Bonfil. (Come sopra.)

Pamela. (Pare che senta pietà di me. Oh cielo! dammi coraggio. Che può avvenirmi di peggio? Si tenti d’impietosirlo). (si accosta a Milord, e s’inginocchia vicino a lui, ed egli non se ne avvede)) Signore.

Bonfil. Oimè. (voltandosi, e vedendola)

Pamela. Caro sposo...

Bonfil.25 Andate via. Giuro al cielo, mi volete provocare agli estremi. Sì26, indegna dell’amor mio. Vattene, non voglio più rivederti.

Pamela. (Sì alza e s’incammina mortificata.)

Bonfil. (Ah infelice!)

Pamela. (Sì volta verso Milord.)

Bonfil. Andate, vi dico.

Pamela. (Mortificata parte.)

SCENA XIV.

Milord Bonfil, poi monsieur Longman27.

Bonfil. Guai a me, se mi trattenessi a pensarvi. Costei ha lo stesso poter sul mio cuore. I suoi sguardi, le sue parole avrebbero forza di nuovamente incantarmi. No, no, ho stabilito di ripudiarla28. Ma troppo lungamente ho fatto aspettare nell’anticamera l’uffìziale del segretario di stato. Non vorrei che se ne offendesse. Ehi. Chi è di là?

Longman29. Signore. (viene da quella parte dov’è entrata Pamela, e viene asciugandosi gli occhi, mostrando di piangere.)

Bonfil. Dite a quel ministro, che passi.

Longman. A qual ministro, signore? (come sopra)

Bonfil. Non vi è in anticamera un uffiziale della segretaria di stato? [p. 162 modifica]

Longman. Sì, signore. (come sopra)

Bonfil. Che avete, che par che vi cadan le lagrime30?

Longman. Niente. (come sopra)

Bonfil. Voglio saperlo.

Longman. Ho veduto piangere la povera mia padrona; compatitemi, non mi so trattenere31.

Bonfil. Andate. Introducete quell’uffiziale.

Longman. Sì, signore. (Ha il cuore di marmo32). (parte)

SCENA XV.

Milord Bonfil poi monsieur Majer,
poi monsieur Longman.

Bonfil. Se le lagrime di Pamela fossero veramente sincere... Ma no, sono troppo sospette.

Majer. Milord. (salutandolo)

Bonfil. Accomodatevi. (salutandolo, e siedono)

Majer. A voi mi manda il segretario di stato.

Bonfil. Io era appunto incamminato da lui. Trovai per istrada chi mi avvisò della vostra venuta. Tornai indietro per aver l’onor di vedervi, e per udire i comandi del reale ministro.

Majer. Egli mi ha qui diretto per darvi un testimonio della sua stima e della più sincera amicizia.

Bonfil. Vi è qualche novità toccante l’affare del conte di Auspingh?

Majer. Non saprei dirvelo. (Convienmi per ora dissimular di saperlo), (da sè)

Bonfil. Sapete voi che un vecchio Scozzese siasi presentato al ministro, o all’appartamento del Re?

Majer. Parmi di averlo veduto. Ma non ve ne saprei render conto. (Non è ancor tempo). (da sè)

Bonfil. Che avete a comandarmi in nome del segretario di stato? [p. 163 modifica]

Majer. Egli è informato di quel che passa fra voi e la vostra sposa.

Bonfil. Da chi l’ha saputo?

Majer. Non saprei dirvelo. Sa che Miledi vostra consorte viene imputata d’infedeltà; sa che voi la credete rea, sa che volete intentare il ripudio, e sa che ella si protesta innocente. Il ministro, che ama e venera voi e la vostra casa, e che sopratutto brama di tutelare il decoro vostro, vi consiglia a disaminare33 privatamente la causa, prima di farla pubblica, per evitare gli scandali e le dicerie del paese. A me ha conferita la facoltà di formarne sommariamente il processo verbale. Questo dee farsi tra le vostre pareti, col semplice detto delle persone informate, e col confronto degli accusatori e degli accusati. Per ordine del ministro medesimo, dee qui venire milord Artur. Fate voi venire la vostra sposa. Fate che vengano miledi Daure e il cavaliere Ernold, che si sa essere quelli che hanno promosso il sospetto. Lasciate la cura a me di estrarre dalla confusion la chiarezza, e separar dall’inganno la verità. Se la donna è rea, si renderà pubblica la di lei colpa, e pubblica ne uscirà la sentenza; s’ella è innocente, riacquisterete la vostra pace, senza aver arrischiata la vostra riputazione. Così pensa un saggio ministro, così deve accordare un cavaliere onorato.

Bonfil. Ehi.

Longman34. Signore.

Bonfil. Fate che vengano35 miledi Daure e il cavaliere Ernold; venga parimenti Pamela con madama Jevre. Se viene milord Artur, avvisate che lo lascino immediatamente passare; e voi pure cogli altri trovatevi qui in questa camera, e non vi partite36. (Longman parte) [p. 164 modifica]

SCENA XVI.

Milord Bonfil, monsieur Majer, poi Miledi Daure, il Cavaliere Ernold, poi Milord Artur, Pamela, madama Jevre, e monsieur Longman.

Majer. Milord, siete voi nemico di vostra moglie?

Bonfil. L’amai teneramente, e l’amerei sempre più, se non avesse macchiato il cuore d’infedeltà.

Miledi. Eccomi; che mi comandate?

Bonfil. Miledi, accomodatevi. Cavaliere, sedete. (siedono)

Ernold. Di che cosa abbiamo noi da trattare? Quel signore chi è?

Bonfil. Questi è monsieur Majer, primo uffiziale della segretaria di stato.

Ernold. Majer, avete viaggiato?

Majer. Non sono mai uscito da questo regno.

Ernold. Male.

Majer. E perchè?

Ernold. Perchè un ministro deve sapere assai; e chi non ha viaggiato, non può saper niente.

Majer. Alle proposizioni ridicole non rispondo.

Ernold. Ah! il mondo è un gran libro.

Pamela. Eccomi ai cenni vostri.

Bonfil. Sedete.

Pamela. Obbedisco. (siede nell’ultimo luogo, presso a Bonfil)

Jevre. Ha domandato me ancora?

Bonfil. Sì, trattenetevi. Longman37. Signore, è venuto milord Artur.

Bonfil. Che entri.

Longman. ( Fa cenno che sia introdotto.)

Artur. Eseguisco le commissioni del segretario di stato.

Bonfil. Favorite d’accomodarvi. (ad Artur)

Artur. (Siede.) [p. 165 modifica]

Majer. Signori miei; la mia commissione m’incarica di dilucidare l’accusa di questa dama. (accennando Pamela)

Pamela. Signore, sono calunniata; sono innocente.

Majer. Ancora non vi permetto giustificarvi. (a Pamela)

Ernold. Non prestate fede alle sue parole...

Majer. Voi parlerete, quando vi toccherà di parlare. (ad Ernold) Milord, (a Bonfil) chi è la persona, cui38 sospettate complice con vostra moglie?

Bonfil. Milord Artur.

Artur. Un cavaliere onorato...

Majer. Contentatevi di tacere. (ad Artur) Quai fondamenti avete di crederlo? (a Bonfil)

Bonfil. Ne ho moltissimi.

Majer. Additatemi il primo.

Bonfil. Furono trovati da solo a sola.

Majer. Dove?

Bonfil. In questa camera.

Majer. Il luogo non è ritirato. Una camera d’udienza non è sospetta. Chi li ha trovati? (a Bonfil)

Bonfil. Il cavaliere Ernold.

Majer. Che dicevano fra di loro? (a Ernold)

Ernold. Io non lo posso sapere. So che mi ha fatto fare mezz’ora di anticamera; so che non mi voleva ricevere, e che vedendomi entrare a suo malgrado, si sdegnò la dama, si adirò il cavaliere, e i loro sdegni sono indizi fortissimi di reità.

Majer. Ve li può far credere tali l’impazienza dell’aspettare, la superbia di non essere bene accolto. Milord, che facevate voi con Pamela? (ad Artur)

Artur. Tentavo di consolarla colla speranza di veder graziato il di lei genitore. Milord Bonfil non può sospettare della mia onestà. Ha egli bastanti prove della mia amicizia.

Miledi. L’amicizia di milord Artur poteva essere interessata, aspirando al possesso di quella rara bellezza. (ironica39) [p. 166 modifica]

Majer. Nelle vostre espressioni si riconosce il veleno; tutti questi sospetti non istabiliscono un principio di semiprova. (a Miledì)

Bonfil. Ve ne darò una io, se lo permettete, che basterà per convincere quella disleale. Compiacetevi di leggere questo foglio. (a Majer)

Majer. (Prende la lettera, e legge piano.)

Miledi. (Mi pare che quel ministro sia inclinato assai per Pamela). (piano ad Ernold)

Ernold. (Eh niente; ha che fare con me, ha che far40 con un viaggiatore). (piano a Miledi)

Majer. Miledi, in questo foglio si rinchiudono dei forti argomenti contro di voi. (a Pamela)

Pamela. Spero non sarà difficile41 lo scioglimento.

Majer. E chi può farlo?

Pamela. Io medesima, se il permettete.

Majer. Ecco l’accusa; difendetevi, se potete farlo, (dà il foglio a Pamela)

Pamela. Signore, vagliami la vostra autorità per poter parlare senza esser da veruno interrotta.

Majer. Lo comando a tutti in nome del reale ministro.

Miledi. (Pigliamoci questa seccatura).

Ernold. (Già non farà niente).

Pamela. Signore, a tutti è nota la mia fortuna. Si sa che di una povera serva son diventata padrona, che di rustica ch’io era creduta, si è scoperta nobile la mia condizione, e che Milord, che mi amava, è divenuto il mio caro sposo. Si sa altresì, che quanto la mia creduta viltà eccitava in altri il dispetto, eccitò altrettanto la mia fortuna l’invidia; e che l’odio giuratomi da miledi Daure non si è che nascosto sotto le ceneri, per iscoppiare a tempo più crudelmente. Il Cavaliere, che m’insultò42 da fanciulla, non ebbe riguardo a perseguitarmi da maritata. Avrei avuto la sua amicizia, se avessi condesceso alle scioccherie; la mia serietà lo ha sdegnato, ed il mal costume [p. 167 modifica] lo ha condotto a precipitare i sospetti. Mi trovò con milord Artur a ragionar di mio padre. Questo povero vecchio, sul punto di riacquistare la libertà, trova difficoltata la grazia. Io lo raccomando a milord Artur, egli mi promette la sua assistenza; deggio partir di Londra con mio marito; gliene do parte con un viglietto. Ecco la lettera che mi accusa, ecco il processo delle mie colpe, ecco il fondamento della mia reità, ma dirò meglio, ecco il fondamento della mia innocenza. Scrivo a milord Artur: Voi sapete ch’io lascio in Londra la miglior parte di me medesima. Perdonimi il caro sposo, se preferisco un altro amore all’amor coniugale. Mio padre mi diè la vita; egli è la miglior parte di me medesima. Sì, dice bene la lettera: E mi consola soltanto la vostra bontà, in cui unicamente confido. Non ho altri da confidare, che nel mio caro sposo e in milord Artur; se il primo viene meco in campagna, resta l’altro in Londra per favorire mio padre; Artur è il solo, in cui unicamente confido. Non mi spiego più chiaramente scrivendo, per non affidare alla carta il segreto. Il concerto di questa mane fu intorno alla sospirata grazia, che mi lusingò di ottenere. Desiderai che mi portasse la lieta nuova alla contea di Lincoln, e mi lusingai che l’amor del mio caro sposo avesse accolto con tenerezza l’apportatore della mia perfetta felicità. L’errore che in questo foglio ho commesso, è averlo scritto senza parteciparlo al mio sposo. Da ciò nacquero i suoi sospetti. Ciò diè fomento alla maldicenza, e la combinazione degli accidenti mi fe’ comparire in divisa di rea. Di quest’unica colpa mi confesso, mi pento, ed al mio caro sposo chiedo umilmente perdono. Deh, quell’anima bella non mi creda indegna della sua tenerezza; non faccia un sì gran torto alla purità di quella fede che gli ho giurata, e che gli serberò fin ch’io viva. Se sono indegna dell’amor suo, me lo ritolga a suo grado, mi privi ancor della vita, ma non del dolce nome di sposa. Questo carattere, che mi onora, è indelebile nel mio cuore; non ho demerito, che far lo possa arrossire43 d’avermelo un dì concesso. I numi mi [p. 168 modifica] assicurano della loro assistenza. I tribunali mi accertano della loro giustizia; deh mi consoli il mio caro sposo col primo amore, col liberale perdono, colla sua generosa pietà.

Bonfil. (Resta ammutolito, coprendosi il volto colle mani, e mostrando dell’agitazione.)

Ernold. (Questa perorazione è cosa degna del mio taccuino). (tira fuori il taccuino, e ci scrive sopra)

Miledi. (Pagherei cento doppie a non mi ci esser trovata).

Jevre. (Se non si persuade, è peggio di un cane).

Majer. Signore, non dite niente? non siete ancor persuaso? (a Bonfil)

Bonfil. Ah! sono fuor di me stesso. Troppe immagini in una sola volta mi si affollano in mente. L’amore, la compassione44, m’intenerisce, (accennando Pamela) L’ira contro questi importuni mi accende, (accennando miledi Daure ed il Cavaliere) La presenza di Artur mi mortifica, e mi fa arrossire: ma oimè, quel che più mi agita, e mi confonde, e non mi fa sentir il piacere estremo della mia contentezza, è, cara sposa, il rimorso di avervi offesa, di avervi a torto perseguitata, e ingiustamente afflitta. No, l’ingrata mia diffidenza non merita l’amor vostro. Quanto siete voi innocente, altrettanto son io colpevole. Non merito da voi perdono, e non ardisco di domandarvelo.

Pamela. Oh Dio; consorte45, non parlate così, che mi fate morire. Scordatevi per carità dei vostri sospetti; io non mi ricorderò più delle mie afflizioni. Uno sguardo pietoso, un tenero abbraccio che voi mi diate, compensa tutte le pene sofferte, tutti gli spasimi che ho tollerati.

Bonfil. Ah sì, venite fra le mie braccia. Deh compatitemi46. (stringendola al seno)

Pamela. Deh amatemi. (piangendo)

Longman. E chi può far a meno di piangere47?

Majer. Milord, vi pare che il processo sia terminato?

Bonfil. Ah sì, ringraziate per me il reale ministro. [p. 169 modifica]

Longman. Se bisognassero testimoni48, sono qua io.

Jevre. L’onestà della mia padrona non ha bisogno di testimoni. Sono così contenta, che mi pare di essere morta e risuscitata.

Majer. Che dicono gli accusatori? (verso Miledi ed il Cavaliere)

Miledi. Ho ira contro di mio nipote, che mi ha fatto credere delle falsità.

Ernold. Io sono arrabbiato contro di voi, che dei miei leggieri sospetti avete formato una sicurezza49. (a Miledi)

Bonfil. Cavaliere, Miledi, mi farete piacer da qui innanzi di non frequentar la mia casa.

Miledi. Ha ragion mio fratello. (ad Ernold)

Ernold. Che importa a me della vostra casa? qui non si sente altro che Londra, Londra, e sempre Londra. Non la posso più sentir nominare. Sì, ho risolto in questo momento. Se comandate niente, domani parto. (s’alza)

Bonfil. Per dove?

Ernold. Per l’America settentrionale50. (parte)

Miledi. Cognata, mi perdonate? (a Pamela)

Pamela. Io non saprei conservar odio, se anche volessi.

Bonfil. Sì, cara Pamela, siete sempre più amabile, siete sempre più virtuosa. Venite fra le mie braccia; venite ad essere pienamente contenta.

Pamela. Ah, signore, non posso dissimular la mia pena; mio padre mi sta sul cuore. Se non lo vedo, non son contenta; se non è salvo, non mi sperate tranquilla.

Bonfil. Majer51, deh per amor del cielo...

Majer. Non vi affliggete. Il conte d’Auspingh non è molto da voi lontano.

Pamela. Oh cieli! dov’è mio padre52?

Majer. Venuto è meco per ordine del Segretario di stato. M’impose tenerlo occulto, per non confondere colla sua presenza [p. 170 modifica] l’importante affare, che felicemente si è consumato. Ordinate che s’introduca.

Bonfil. Dov’è mio suocero53?

Pamela. Dov’è mio padre54?

SCENA ULTIMA.

Il Conte d’Auspingh e detti.

Conte. Eccomi, cara figlia, eccomi, adorato mio genero.

Pamela. Oh tenerezza estrema! E quando55 mai sarò perfettamente contenta? Quando mai vi vedrò libero, senza il timore che vi accompagna?

Conte. Signore, non le partecipaste l’arcano? (a Majer)

Majer. No; diteglielo da voi medesimo. (al Conte)

Conte. Sì, figlia, mosso a pietà il ministro dell’età mia avanzata, de’ miei passati disastri, e del mio presente dolore, superò i riguardi, e fecemi compitamente la grazia.

Pamela. Oh Dio! a tante gioie non so resistere56.

Bonfil. Oh giorno per me felice!

Conte. Ringraziamo il cielo di tanta consolazione.

Pamela. Ah sì, se fui contenta il giorno delle fortunate mie nozze, oggi sono più che mai consolata per la libertà di mio padre e per la quiete dell’animo ricuperata. Un gran bene non si acquista per solito senza traversie, senza affanni. La provvidenza talvolta mette i cuori a cimento per esperimentare la loro costanza, ma somministra gli aiuti alla tolleranza, e non lascia di ricompensare la virtù, l’innocenza e la sommissione.

Fine della Commedia.


Note

  1. Ed. cit.: dubiezze.
  2. Così segue nella cit. ed.: «Falloppa. Signore. Bonfil. Chiamami il Conte d’Auspingh. F. Compatisca. Dove sta di casa? B. Sciocco! Non lo sai, che abita in questo tetto? F. Io non lo conosco. B. Che sofferenza! Non conosci il padre di Pamela? F. Si chiama il Conte dello spino? B. con sdegno. Si chiama il Conte d’Auspingh. F. Io non dico, che così non sia. B. Digli che favorisca di venir qui. F. Sì signore, parte».
  3. Ed. cit.: Vi ho detto che dovete ecc.
  4. Nell’ed. cit. si legge: «Signore, io ho cercato per tutto, e questo signor Conte non lo ritrovo.
  5. Nella cit. ed. la didascalia aggiunge: alterato. Poi così segue il dialogo: Falloppa. Assolutamente non c’è. B. con sdegno. Poco ci mancherebbe ch'io non ti rompessi la testa. Ci deve essere e ci sarà?? F. Ci sarà? B. Sì, cercalo, e ci sarà. F. Eh! tornerò a vedere. in atto di partire».
  6. L’ed. cit. aggiunge: «B. Ci ha da essere, e ci sarà. F. 5e ci ha da essere, ci sarà, parte».
  7. Ed. cit.: Lo sentiste?
  8. Così comincia il dialogo nella cit. ed.: «Falloppa. Signore, sono andato per tutta la casa, e non lo ritrovo. B. Va al diavolo. F. Ci vada lei, e se lo ritrova mi bastoni, che mi contento. B. alterato. Che ci vada io? Dove? F. A ricercare del Conte. B. Ne hai domandato a Pamela ecc.»
  9. Ed. cit.: Sa il suo demerito e mi fa torto. Credemi vendicativo.
  10. La cit. ed. aggiunge: «Falloppa. Se il diavolo fa che questo vecchio ci sia, mi aspetto un carico di bastonate».
  11. Segue nella cit. ed.: «Falloppa. Signore. B. Che cosa vuoi? F. C’è non c’è? B. Vattene, temerario, minacciandolo. F. parte timoroso. B. Si pentiranno d’avermi offeso, in atto di partire. Mìledi. Dove andate, Milord? ecc.».
  12. Ed. Pasquali: mi sento a movere anch’io. L’ed. cit. aggiunge: a pietà.
  13. Ed. cit.: Si rinnova la bile.
  14. Ed. cit.: Ah sì
  15. Ed. cit.: schietto.
  16. Segue nella cit. ed.: «Cavaliere. Quest’ardita dichiarazione vi caratterizza per una pazza. Pamela. Rispettate una dama, con foco. C. Le sciocche non esiggono maggior rispetto, con forza.».
  17. Nella cit. ed. la didascalia aggiunge: alterato.
  18. Nella cit. ed. la didascalia aggiunge: come sopra.
  19. Ed. cit.: alterato maggiormente.
  20. Ed. cit.: E pure ecc.
  21. Ed. cit.: non mi si conviene.
  22. Nell’ed. cit. la didascalia aggiunge: con somma alterazione.
  23. Nella cit. ed. queste parole non sono fra parentesi.
  24. Nella cit. ed. la didascalia aggiunge: si incammina per partire.
  25. Nella cit. ed. la didascalia qui aggiunge: alterato.
  26. Ed. cit.: Sei.
  27. Nella cit. ed. esce Falloppa, invece di Longman.
  28. Ed. cit.: di abbandonarla. È un’infedele. Ho stabilito di ripudiarla ecc.
  29. Nella cit. ed. esce invece il servo Falloppa.
  30. Ed. cit.: Che hai che par che tu pianga?
  31. Ed. cit.: «quella povera figliuola della padrona, e mi fa tanta compassione, piange. Bonifl. Vanne, vanne. Introduci ecc.»,
  32. Ed. cit.: Ha il cuore fatto di travertino.
  33. Ed. cit.: ad esaminare.
  34. Anche qui nella cit. ed. esce il servo Falloppa.
  35. Ed. cit.: Fa che qui venghino. ecc.
  36. Segue nella cit. ed: «Falloppa. Ancora io ci ho da essere. Bonfil. Sì, ancora tu. F. (Questa è la volta che mi mandano all’Indie). parte».
  37. Anche qui nell’ed. cit. troviamo Falloppa, il quale dice; «E noi pure? B. Sì, non le t’ho detto? F. E se viene Milord Artur?... Oh eccolo qui per l’appunto. B. Fa che entri. F. Favorisca, signor Milord. A. Eseguisco le commissioni ecc. ecc.
  38. Ed. cit.: che.
  39. Ed. cit.: con ironia.
  40. Ed. cit.: Ha da trattar ecc.
  41. Ed. cit.: Non è difficile ecc.
  42. Ed. cit.: che mi perseguitò.
  43. Ed. cit.: che vergognare si possa ecc.
  44. L’ed. cit. aggiunge: la tenerezza; e continua: per voi mi trasporta.
  45. Ed. cit: caro sposo; non parlate ecc.
  46. Ed. cit.: Cara sposa, compatitemi.
  47. Ed. cit.: «Falloppa. Ih, ma che bella cosa!)».
  48. Ed. cit.: «Falloppa. Se bisognasse qualch’altro testimonio ecc.».
  49. Segue nella cit. ed.: «Miledi. Compatitemi, siete uno sciocco. Cavaliere. Eh non mi scaldo con una donna, che non ha viaggiato =
  50. Ed. cit.: Per la China, per il gran Mogol, per la Tartaria, e per l’isola di Calicutte.
  51. Ed. cit.: Monsieur Majer.
  52. Nell’ed. cit. la didascalia aggiunge: corre cerso Monsieur Majer.
  53. Nell’ed. cit. la didascalia aggiunge: verso la scena.
  54. Nell’ed. cit. la didascalia aggiunge: come sopra, quali ricevono il Conte.
  55. Ed. cit.: Ma quando ecc.
  56. Il seguito della presente scena, com’è nell’ed. di Roma, vedasi nell’Appendice.