Melmoth o l'uomo errante/Volume I/Capitolo VII

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Charles Robert Maturin - Melmoth o l'uomo errante (1820)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1842)
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CAPITOLO VII.

storia dello spagnuolo.


Voi sapete, signore, che io sono nato in Ispagna; ignorate però che io discendo da una delle più nobili famiglie, da una famiglia di cui essa avrebbe potuto andar fastosa ne’ giorni del suo maggiore splendore; in una parola dalla famiglia dei Moncada. Io stesso lo ignorai negli anni primi della mia vita; ma mi ricordo molto bene, che nel lasso di quegli anni vi fu un singolare contrasto nella maniera con cui io era trattato. [p. 160 modifica]Da una parte la più viva tenerezza, dall’altra il più impenetrabile mistero. Io abitava in una povera casuccia in uno de’ sobborghi di Madrid, ed era stato affidato alle cure d’una vecchia femmina, il cui affetto sembrava essere ugualmente dettato e dall’interesse e dall’inclinazione. Tutte le settimane io era visitato da un giovane cavaliere, e da una dama dotata di una straordinaria bellezza. Essi mi facevano mille tenere carezze, mi chiamavano il loro figlio diletto, ed io attirato dalle graziose pieghe, che formava la capa di mio padre ed il velo di mia madre, ugualmente che da una cert’aria di superiorità indefinibile, che io riscontrava in essi al di sopra di tutte le altre persone dalle quali io era circondato, ricambiava le loro carezze e li scongiurava di condurmi a casa con esso loro. Udendomi essi proferire queste parole facevano dei più ricchi regali alla femmina, presso la quale io dimorava, e le cui cure, dietro questo stimolante, andavano sempre più crescendo. [p. 161 modifica]

Io osservai, che le loro visite erano sempre corte, e che non venivano a trovarmi se non di sera. La mia infanzia dunque fu inviluppata nelle ombre del mistero, ed è forse a ciò che bisogna attribuire la impressione permanente, che ha contrassegnato le vedute, il carattere ed i sentimenti di tutta la mia vita.

Un cambiamento istantaneo ebbe luogo fra non molto. Un giorno venne alcuno a visitarmi, mi fecero indossare delle ricche vesti, e per mezzo di una superba carrozza, il cui rumore mi sbalordiva, fui condotto ad un palazzo, la cui facciata mi pareva che si elevasse fino alle stelle. Fui fatto rapidamente passare per molti appartamenti, de’ quali la ricchezza e lo splendore mi abbagliarono, e fra mezzo a due ale di servitori, che mi facevano profondi inchini, fui condotto in un gabinetto ove era assiso un vecchio signore. Il suo tranquillo e maestoso atteggiamento, la silenziosa magnificenza, da cui era circondato, mi indussero quasi ad inginocchiarmi e venerarlo, come a [p. 162 modifica]quelle statue di santi che dopo aver traversato una immensa chiesa, si trovano collocate in qualche solitaria nicchia riccamente decorata. Mio padre e la mia madre si trovavano ambedue nel gabinetto stesso, e sembrava che considerassero con rispetto quel pallido vecchio ed augusto fantasma. Il loro rispetto fece che crescesse il mio, e quando essi mi condussero a’ piedi del vecchio, mi credetti sul punto di essere offerto in olocausto. Esso frattanto mi abbracciò, benchè con una certa ripugnanza e severità. Terminata che fu cotesta cerimonia, durante la quale io era stato agitato da un forte interno tremore, un domestico mi condusse via, e mi accompagnò ad un appartamento, ove per tutti i rapporti fui trattato come il figlio di un gran signore. Nel corso della stessa sera i miei genitori vennero a vedermi; essi nell’abbracciarmi piangevano, ma mi sembrò osservare che alle lagrime della tenerezza fossero frammiste quelle del dolore. Tutto ciò che mi era d’intorno mi pareva [p. 163 modifica]tanto strano, che cotesta mutazione di stato mi ricolmò di non poca maraviglia. Io medesimo era già talmente cambiato, che avrei riguardato come un fenomeno il ritrovare gli altri miei conoscenti nello stato medesimo in cui lasciati gli aveva.

Ma i cambiamenti si succedettero con tanta rapidità, che produssero sopra di me l’effetto che generalmente suol produrre l’ubbriachezza. Io non aveva che dodici anni, e le abitudini ristrette della mia infanzia avevano su di me prodotto l’ordinario loro effetto, vale a dire, che avevano esaltata la mia immaginazione a scapito di tutte le altre facoltà. Ogni volta che la porta della mia camera si apriva io mi aspettava una nuova avventura; lo che però succedeva molto di rado, quando cioè mi annunziavano l’ora della preghiera, del pasto o della passeggiata. Il terzo giorno dopo il mio ingresso nel palazzo dei Moncada la porta del mio appartamento si chiuse ad un’ora insolita, e questa circostanza mi fece tremar di spavento. Vidi entrare i miei [p. 164 modifica]genitori seguiti da una folla di domestici, ed accompagnati da un giovanetto, la cui statura vantaggiosa e l’aria distinta lo facevano comparire più avanzato in età di me; quantunque realmente fosse venuto alla luce un anno dopo la mia nascita.

Alonzo, mi disse il mio genitore, abbracciate il vostro fratello. Mi avanzai verso di quello con tutta la vivacità della giovinezza, incantato di aver trovato un novello oggetto di affezione, e pronto a non frapporre alcun limite al mio attaccamento per l’amato oggetto; ma il fratello mi si appressò a passi lenti, mi stese le braccia con un contegno molto grave, avvicinò per un momento il suo capo alla mia spalla, e rialzandolo mi guardò con due occhi fulminanti, il cui orgoglioso splendore non offriva neppure un raggio di amicizia fraterna. Tale accoglienza mi sconcertò intieramente. Noi però avevamo obbedito al genitore: ci eravamo abbracciati.

Fate, che vi vegga stringere insieme la mano, aggiunse mio padre, [p. 165 modifica]come se avesse desiderato di godere di quello spettacolo. Io stesi la mano a mio fratello, e rimanemmo in tal positura per alcuni istanti, durante i quali i nostri genitori si discostarono un poco per contemplarci. Io ebbi il tempo di riflettere alla comparazione che far dovevano fra noi due; e questa non poteva esser certamente in mio favore. Io era grande della persona, ma mio fratello mi superava di parecchi pollici. Egli aveva un’aria di confidenza, e direi quasi di conquista. Il delicato della sua carnagione non poteva essere uguagliato che dallo splendore de’ suoi grandi e neri occhi, ch’egli da me rivolgeva verso i nostri genitori, quasi volesse loro dire: Scegliete tra noi due, e rigettate me, se ne avete il coraggio.

Quasi subito mio padre e mia madre si riavvicinarono a noi, e ci abbracciarono entrambi: io mi gettai loro al collo; mio fratello si sottomise alle loro carezze con una sorta di fierezza imperiosa, che sembrava volesse esigere qualche cosa di più.

Dopo quella volta più non lo [p. 166 modifica]rividi. La sera tutta la casa, composta di quasi dugento persone di servizio, fu alla disperazione. Il duca di Moncada, che io non aveva veduto se non una semplice volta, era morto ad un tratto. Furono levate tutte le tappezzerie che adornavano le muraglie; per gli appartamenti si vedevano andare e venire ecclesiastici. Quelli che avevano sorveglianza sopra di me mi avevano trascurato, ed io andava errando per le spaziose stanze: arrivai alla fine in un salotto, e sollevai per azzardo una portiera di velluto nero, che mi offrì uno spettacolo, da cui non ostante la mia giovinezza, fui estremamente commosso. Mio padre, e mia madre, ambedue vestiti a lutto erano assisi di fianco ad un letto, ove io credetti vedere mio avo immerso in un sonno profondo: ivi era ancora il mio fratello; egli aveva un abito di duolo, che sembrava portasse con rincrescimento e con molta impazienza. Mi slanciai avanti; i domestici mi ritrassero indietro. E che? esclamai allora, a me non dovrà esser permesso di [p. 167 modifica]qui entrare e fermarmi a mio grado? Mio fratello vi è pure! Un personaggio (del quale in appresso avrò occasione di parlare a lungo, e che io reputo come l’autore di tutte le mie fatali disgrazie) mi trascinò fuori dell’appartamento. Io mi dibattei e dimandai chi fossi, e ciò con un’arroganza, che conveniva più alle mie pretensioni che alle mie speranze. Voi siete nipote del fu duca di Moncada, mi fu risposto. E perchè dunque, esclamai, sono in tal guisa trattato? A questa mia interrogazione non fu data risposta. Mi ricondussero al mio appartamento, e mi sorvegliarono per tutto il tempo de’ funerali del duca, nè mi fu permesso di accompagnare il convoglio funebre. Vidi il triste e splendido corteggio uscire del palazzo. Lo correva dall’una all’altra finestra per contemplare la funerea pompa, che non mi era conceduto di seguire. Dopo due giorni mi fu detto che una vettura mi attendeva alla porta. Vi montai e mi condussero ad un convento; quivi doveva io essere educato, e la sera [p. 168 modifica]stessa divenni un abitante di quel solitario recinto.

Mi applicai a’ miei studii; i precettori furono contenti di me; i miei genitori venivano sovente a vedermi, e mi dimostravano gli usitati contrassegni di affetto. Tutto andava bene. Ma un giorno nel mentre essi si ritiravano, sentì un vecchio domestico, di quelli che gli avevano accompagnati, osservare, che era una cosa molto strana, che il primogenito del duca di Moncada fosse educato in un convento e destinato alla vita monastica, intanto che il cadetto viveva in un superbo palazzo, ed era educato alla maniera che conveniva al suo rango. Le parole di vita monastica risuonarono terribilmente alle mie orecchie. Da quel giorno io incominciai ad accorgermi de’ lacci che mi si volevano tendere, ed a riflettere ai mezzi onde evitarli.

Io non aveva alcuna inclinazione per la vita monastica, perciò nel corso di tutta quella giornata il mio spirito trovossi immerso nello stato del maggior abbattimento, e meco stesso [p. 169 modifica]risolvetti di oppormi validamente a qualunque risoluzione prender volessero per farmi abbracciar quello stato; ma la sera, rientrato nella mia cella, provai qualche dubbio se questa mia ripugnanza non fosse un delitto. Il silenzio e la notte rendettero l’impressione più profonda, e rimasi più ore senza dormire, pregando Iddio di volermi illuminare, e di concedermi la forza onde oppormi non dovessi alla sua volontà; ma supplicandolo di manifestarmi cotesta volontà in una maniera incontestabile. Finalmente aggiunsi, che se le sue mire sopra di me non erano quelle della vita religiosa, sperava che mi sosterrebbe nella mia risoluzione di tutto sopportare, piuttosto che profanare questo santo stato con de’ voti forzati e fatti con lo spirito ripugnante. Per rendere più efficace la mia preghiera a lui la offrii primieramente a nome della santa Vergine, poi di quello del patrono della mia famiglia, infine a nome del santo sotto la protezione del quale io era stato posto nascendo. Passai una notte [p. 170 modifica]agitatissima ed assistetti al mattutino senza aver chiuso occhio al sonno. Sentii ciò non ostante, che aveva acquistata della fermezza, o almeno così mi parve. Ahimè! io non sapeva quanto mi restava a soffrire.

In quel giorno medesimo adempii ai miei uffici con una più che ordinaria assiduità. Aveva già appresa la necessità della dissimulazione. Subito dopo il desinare arrivò la carrozza del mio genitore, e mi fu permesso di andar per un’ora a passeggiare sulle rive dei Mancanarez. Fui sorpreso di trovare il mio genitore dentro la carrozza, e quantunque egli mi abbracciasse con un poco d’imbarazzo, ebbi grandissima consolazione nel vederlo.

Le mie speranze però rimasero deluse, quando udii la frase misurata che m’indirizzò. Sentì tosto raffreddarmi verso il medesimo e presi la risoluzione di regolarmi seco lui con prudenza. La nostra conversazione ebbe principio ne’ termini seguenti:

State voi volentieri nel vostro convento, figlio mio? — Molto. (Nella [p. 171 modifica]mia risposta non v’era apparenza di verità; ma il timore d’esser circonvenuti ci spinge sovente alla falsità.) — Il superiore vi ama? — Sembra, che mi ami. — I religiosi sono attenti ai vostri studii? sono eglino capaci di dirigere e valutare i vostri progressi? — Mi sembra, che lo sieno. Ed i pensionari?... sono i figli delle più distinte famiglie di Spagna...... Li credo molto contenti della loro situazione ed impazienti di godere di tutti questi vantaggi. — Anco questo mi sembra. — Mio caro figlio, voi mi avete per tre volte di seguito risposto con la medesima frase; ed io non ci posso annettere alcun senso. ― Perchè mi era sembrato, che tutto ciò non fosse che apparenza. — Come? credereste voi, che la divozione di cotesti santi uomini, la profonda attenzione che pongono nei loro studii gli allievi, non sia.... — Mio caro padre...... io non m’immischio punto in ciò che li riguarda; non posso parlare, che di me... io non potrei mai essere religioso... Se questo è lo scopo, che vi siete [p. 172 modifica]prefisso... rigettatemi.... dite a’ vostri lacchè, che mi facciano discendere dalla carrozza... lasciatemi percorrere le vie di Madrid gridando chi vuol fuoco, chi vuol acqua1...... ma non vogliate fare di me un religioso.

Mio padre sembrò stupefatto di questa mia apostrofe. Non mi rispose perchè non si aspettava di sentir da me scoprire antecedentemente il segreto che credeva dovermi esso confidare. In questo istante medesimo la carrozza fece un giro per entrare nel Prado. Un migliaio di equipaggi magnifici e sontuosi; de’ cavalli ornati di piume e superbamente bardati; delle belle donne, che discorrevano con de’ cavalieri, i quali si fermavano un istante allo sportello delle carrozze, e poi si accomiatavano dalle dame dei loro pensieri; tale fu lo spettacolo, che mi si offrì allo sguardo. Vidi nello stesso momento mio padre aggiustarsi il ricco mantello e [p. 173 modifica]la reticella di seta che annodava i di lui capelli, e quindi fare un segnale al cocchiere onde arrestasse i cavalli per poter discendere e mescolarsi con la folla. Io profittai di quell’istante, ed afferrandolo pel mantello esclamai: Caro padre, questo mondo vi sembra tanto delizioso!.... e voi potreste esigere, che io ci rinunziassi.... io.... che sono vostro figlio? — Ma voi siete troppo giovane per goderne, figlio mio! — Oh? se è così, io sono troppo giovane anco per cotesto altro mondo, ove voi volete forzarmi ad entrare — Io forzarvi! mio figlio! mio amico!

Egli pronunziò quest’ultime parole con tanta tenerezza che involontariamente mi venne fatto di prendergli la mano e baciarla, intanto che le sue labbra si appressavano alla mia fronte. Fu in tal momento, che io studiai accuratamente la fisonomia e tutta la persona del mio genitore.

Era egli divenuto padre prima di avere sedici anni. I lineamenti del suo volto erano assai regolari e belli, ed aveva la più bella figura che io [p. 174 modifica]abbia mai veduta. Maritato di buon ora, cotesta fortunata circostanza avealo preservato da tutti que’ mali, che sono immediata conseguenza degli eccessi della gioventù, e gli aveva fatto conservare quella freschezza di colorito, quella elasticità di membra, quella grazia, per breve, che il vizio troppo sovente fa appassire, prima ancora, che abbia avuto il tempo di sbucciare intieramente. Egli non aveva che ventott’anni, ma non ne dimostrava che venti. Conosceva tutti questi vantaggi, e fruiva de’ piaceri della giovinezza, come se non fosse stato padre di famiglia; nel tempo medesimo però egli condannava suo figlio alla fredda e rigida monotonia del chiostro. Mi attaccai a quest’idea con l’ardore di un uomo che è in pericolo di annegare; ma trovai che non v’ha paglia così debole quanto il sentimento mondano degli uomini. Il piacere è egoista, e l’egoismo, che dimanda soccorso all’egoismo, è simile ad un fallito che volesse dare per suo mallevadore un altro fallito. Io non pertanto immaginava che se il [p. 175 modifica]gusto del piacere rende un uomo amante del proprio interesse in un senso, dovrebbe renderlo generoso in un altro. Il voluttuoso non rinunzierebbe, egli è vero, alla più leggiera soddisfazione per salvar il mondo intiero; ma sarebbe ben contento, che il mondo intiero godesse insieme con lui, purchè a lui ciò nulla costasse, perchè così il suo godimento verrebbe aumentato.

Cominciai dunque dal supplicare mio padre di permettermi di rivedere una altra volta la scena brillante che si offriva a’ nostri sguardi. Egli acconsentì alla mia inchiesta, ed il suo cuore addolcito dalla sua condiscendenza medesima e rallegrato dallo spettacolo, al quale egli prendeva più interesse di me, perchè io non aveva altro scopo che di scoprire l’effetto che farebbe sopra di lui, il cuore di lui, dico, mi divenne sempre più favorevole. Io ne trassi profitto, e quando ritornammo al convento, misi in uso tutto il potere del mio genio e del mio raziocinio per interessare in mio favore la sua tenerezza. Mi [p. 176 modifica]paragonai allo sfortunato Esau rinasto privo del suo diritto di primogenitura, usurpatogli da suo fratello minore, e ripetei le medesime parole di quello: Non avete alcuna benedizione per me? padre mio! benedite me ancora!

Mio padre rimase commosso, mi promise di riflettere a quanto io gli dimandava; ma mi fece intendere, che troverebbe della difficoltà dalla parte della mia genitrice, e molto più dalla parte di uno zio di lui, vecchio celibatorio, il quale, da quanto scoprii più tardi, era quello che regolava tutta la famiglia; ed in fine mi disse vagamente che al compimento de’ miei desiderii potrebbe attraversarsi anco un altro ostacolo insormontabile, inesplicabile. Mio padre mi permise frattanto di baciargli la mano, e mi accorsi ch’egli combatteva contro la sua emozione, sentendo ch’egli era molle di lagrime.

Due giorni dopo fui avvertito, che un vecchio di venerevole aspetto mi attendeva al parlatorio. (Era questi il fratello maggiore del defunto mio [p. 177 modifica]avo, che aveva vissuto una vita celibe e ritirata, e benchè stesse sempre ritirato nel suo appartamento, egli era il despota della nostra famiglia e nulla si faceva senza il suo consiglio.) Immaginai, che l’intervallo ch’era trascorso dopo il mio colloquio col mio genitore, era forse stato impiegato in una discussione di famiglia o, per meglio dire, in una cospirazione contro di me, e procurai di prepararmi ai diversi combattimenti che avrei dovuto sostenere contro tutti quelli, che mi volevano sagrificare. Cominciai dal misurare il potere degli assalitori onde munirmi delle armi necessarie ed atte a respingere gli attacchi. Mio padre era dolce, flessibile e senza fermezza; io l’aveva già addolcito e predisposto in mio favore, e sperava che tutto avrei potuto attendere da lui. In quanto al vecchio celibatario mi abbisognavano altre armi. Nello scender la scala per andare al parlatorio composi i miei sguardi ed il mio contegno; modulai la mia voce. Lo trovai che aveva un aspetto grave, ma sereno; lo che mi [p. 178 modifica]fece sperare che il suo cuore fosse punto da rimorsi. Forse, dissi meco stesso, egli è apportatore di un messaggio di riconciliazione.

La nostra conversazione fu lunga, ed io fino dalle prime parole discoprì nel vecchio una profonda politica, ed un cuore barbaro e duro. Cominciò egli dal parlarmi con un tuono ironico e di sarcasmo della mia vanità, la quale mi faceva credere che io meglio de’ miei genitori sapessi quello che maggiormente alla mia temporale ed eterna salute conveniva; quindi mi disse, che esisteva un motivo profondo e segreto, che costringeva i miei genitori ad esigere da me questo sagrifizio. Avendolo io interrotto per dimandargli la spiegazione di cotesto mistero, egli si confuse, ed inviluppossi in un mistero più profondo ancora. L’onore di una delle primarie famiglie della Spagna, e la pace, che questa famiglia verrebbe a perdere, la delicatezza di un padre, la riputazione di una madre, l’interesse della religione, la salute eterna di un individuo, mi disse, che da me [p. 179 modifica]dipendevano. Mi supplicò di non esporli tutti, ed arrivò per fino alla bassezza di prostrarsi a me davanti: a tal vista mi sentii umiliato per lui, e il suo discorso non fece perciò alcun effetto sopra di me: gli risposi con fermezza che io non abbraccerei giammai lo stato religioso. Allora egli lasciossi trasportare un poco dalla collera; fece contro di me una invettiva, non lasciandomi tempo da rispondere. Ma ben presto rientrò in sè medesimo, dimostrò pentimento della sua vivacità, e riassumendo il tuono mellifluo col quale aveva incominciato mi dimandò perdono, e mi propose di fare insieme una preghiera, affinchè il cielo si degnasse illuminarmi. M’inginocchiai coll’intenzione di fare una orazione mentale; ma fui ben tosto attratto del fervore delle sue parole. L’eloquenza e l’energia dei suoi discorsi mi trasportarono con lui, che mi sentii forzato a pregare in un senso tutt’affatto differente da quello che mi veniva dettato da’ voti più ardenti del mio cuore. Egli aveva riservato questo colpo da ultimo, [p. 180 modifica]ed era stato in ciò molto accorto. Giammai io aveva inteso cosa, che tanto rassomigliasse alla ispirazione. Ascoltando anco involontariamente delle effusioni, che non sembravano provenire dalla bocca di un mortale, cominciai a dubitare de’ miei propri motivi, ed a scrutare il mio cuore. Io non aveva fatto alcun conto, e piuttosto mi era burlato delle sue minacce; aveva sfidata la sua collera; ma egli pregava, ed io non potei trattenermi dal versare delle lagrime. Io era finalmente nella situazione di spirito, alla quale egli aveva voluto condurmi. Prima di lasciarmi mi raccomandò di attendere con fervore alla orazione, affinchè Iddio m’illuminasse, mentre egli dal canto suo indirizzerebbe fervidi voti al cielo, perchè si degnasse di toccare il cuore de’ miei genitori, e loro rilevare qualche espediente di risparmiare a me il delitto lo spergiuro di una vocazione forzata, senza lasciarsi essi medesimi trascinare in un delitto maggiore e più spaventevole ancora. Mi abbandonò per ritornar presso i miei [p. 181 modifica]genitori, donde con la sua influenza istigarli alle più rigorose misure contro di me. I suoi motivi per agire in tal modo erano già, secondo lui, sufficientemente gravi prima che meco si fosse abboccato, dopo di che la loro forza crebbe in ragione decupla. Prima egli era incitato contro di me da non so qual ragione sua particolare, e dalla sola convinzione della sua coscienza; ora poi ci si trovava impegnato anco il suo amor proprio, ed io in seguito pur troppo ebbi luogo di vedere quale importanza egli annettesse al suo scaltro e moltiplice operare.

Checchè ne sia, io passai i giorni che seguirono alla sua visita in uno stato d’irritazione impossibile a descrivere. Io avea qualche cosa da sperare, lo che sovente val più che il fruire di una contentezza attuale. La tazza della speranza ne invita a bere, mentre quella de’ godimenti inganna o fa cessare la sete. Io passava il tempo col fare delle lunghe passeggiate pel giardino del convento, discorrendo meco stesso e facendo del [p. 182 modifica]le conversazioni immaginarie. I pensionari mi stavano osservando, e si dicevano tra loro: Egli medita intorno alla sua vocazione; supplica che la grazia venga ad illuminarlo: non lo disturbiamo.

Sentendoli così ragionare non credetti opportuno, di disingannarli, e continuai ad occuparmi de’ vani deliri della mia fantasia. M’immaginava d’essere nel palazzo del mio genitore; lo vedeva star deliberando in compagnia della mia madre e del loro intimo consigliere. Io parlava per ciascheduno di essi, ascoltava per tutti. Mi dipingeva l’eloquenza passionata dello zio, le sue vive rappresentazioni sulla mia ripugnanza a vestir l’abito religioso, la sua dichiarazione, che l’usare nuove importunità sarebbe omai cosa inutile. Io vedeva rinascere l’impressione, che lusingavami di aver già fatta sull’animo di mio genitore; vedeva cedere mia madre. Mi pareva di sentire il mormorio prodotto dal loro unanime con sentimento, dubbioso ed incerto sulle prime, poscia decisivo e seguito [p. 183 modifica]da delle felicitazioni. Vedeva approssimarsi la carrozza, sentiva lo strepito delle ruote ed il rumore che faceva la porta del convento allo schiudersi. Già aveva riacquistata la mia libertà! già era nelle loro braccia; no, io era a’ loro piedi. Quelli che mi trovano ridicolo, dimandino a loro medesimi, se la maggior parte de’ contenti, che hanno goduti nel corso della loro vita, non li debbano alla immaginazione! In cotesti drammi, che io componeva così all’improvviso, mi pareva nondimeno che i personaggi non parlassero con tutto quell’interesse, ch’io avrei desiderato; i discorsi, che io poneva nella loro bocca, sarebbero stati proferiti da me con un calore mille volte più energico. Al sesto giorno sentii una vettura, ed il cuore mi battè con violenza. Io riconosceva il rumore delle ruote della carrozza paterna, onde prima che venissero ad avvertirmi, era io già arrivato nel vestibolo. Sapeva benissimo di non ingannarmi, ed in fatti non rimasi deluso. Arrivai al palazzo di mio genitore in uno stato di vero [p. 184 modifica]delirio. Fui introdotto in una camera, ove erano radunati i miei genitori con l’astuto consigliere, tutti seduti, assorti in un profondo silenzio ed immobili piucchè se fossero statue. Mi approssimai, baciai loro la mano, e quindi mi ritrassi un poco senza poter respirare. Il mio genitore fu il primo a rompere il silenzio; ma parlò come un uomo che ripetesse la parte, che gli era stata dettata. Il tuono della sua voce smentiva le parole che proferiva con le labbra.

Mio figlio, mi disse, vi ho fatto venire non per dovere un’altra volta combattere la vostra pusillanimità, l’ostinazione vostra; ma per annunziarvi le mie risoluzioni. La volontà del cielo e quella dei vostri genitori vi hanno consacrato al servizio di Dio, e la vostra resistenza non potrebbe se non renderci infelici tutti; ma non farle variare.

In questo frattempo il bisogno di prendere un poco di respiro mi forzò ad aprire la bocca; il genitore immaginando che io volessi rispondere, quantunque non fossi in grado di [p. 185 modifica]proferire una parola, si affrettò ad impedirmelo.

Qualunque opposizione figlio mio è inutile, mi disse, ogni discussione sarebbe infruttuosa. La vostra sorte è fissata. Col dibattervi e pretendere di opporvi, potreste renderla infelice, ma farla variare non mai. Conformatevi, figlio, alla volontà del cielo e dei vostri genitori. Cotesta persona illuminata e prudente vi spiegherà meglio di me la necessità della vostra obbedienza.

Mio padre evidentemente stanco di fare una parte, che contro sua volontà aveva intrapreso a rappresentare, si alzò per ritirarsi, quando il vecchio gli disse: Fermatevi, e prima di partire assicurate vostro figlio, che io ho adempiuto alla promessa che a lui aveva fatta, e che dopo l’ultima conferenza con lui, non ho trascurato nessun mezzo per indurre la vostra consorte a prendere la decisione più conforme a’ migliori interessi di lui.

L’ambiguità di questa espressione non mi sfuggì, ed io radunando tutte [p. 186 modifica]le mie forze lo interruppi così: Son figlio, o signore, e per intercedere presso i miei genitori non ho bisogno di alcuno. Io sono al loro cospetto, e se ad essi cuore non parla in mio favore, inutile affatto sarà la vostra mediazione. Io vi aveva solo pregato di far loro nota la mia ripugnanza invincibile.

A queste parole inorriditi m’interruppero, e ripeterono gli ultimi accenti che io aveva proferiti. Ripugnanza! invincibile! Ed è forse perciò, che vi abbiamo ammesso alla nostra presenza? Non abbiamo noi sopportato abbastanza la vostra ostinazione perchè cerchiate ancora di aggravare il vostro delitto? — Sì, caro padre, sì senza dubbio. Perchè mi avete fatto venir qui se non mi è conceduto di parlare? Perchè noi ci lusingavamo di esser testimoni della vostra sommissione. — Permettetemi di darvene delle prove in ginocchioni.

M’inginocchiai di fatti sperando che l’umile positura in cui mi poneva addolcirebbe le parole, che io non [p. 187 modifica]poteva a meno di pronunziare. Baciai la mano del genitore, che egli non ritrasse, ed io m’accorsi esser quella tutta bagnata di lagrime. Baciai l’orlo della veste della mia genitrice: con una mano ella la voleva ritirare, intanto che con l’altra si nascondeva il volto, e vidi le lagrime colarle tra mezzo alle dita. Mi posi in ginocchioni davanti allo zio ancora; ma egli mi volse il tergo alzando gli occhi al cielo, come se lo volesse prender per testimone dell’orrore che io gli ispirava. Mi accorsi allora, che io non aveva niente a sperare, meno che dalla parte de’ miei genitori. Mi rivolsi dunque verso di loro; ma essi mi evitarono e sembravano desiderare che il vecchio s’incaricasse del rimanente. Egli mi si approssimò, e mi disse: mio figlio, voi avete detto, che la vostra ripugnanza per la vita monastica era invincibile; non vi possono esser forse delle cose più invincibili ancora pel vostro coraggio? Supponete la maledizione di Dio, confermata da quella de’ vostri genitori, ed aggravata dai fulmini della [p. 188 modifica]chiesa della quale avete rigettati i benigni inviti.

Parole terribili, gli risposi, sono queste; ma io ciò non ostante ho bisogno di fatti. Insensato! esclamò egli allora, io non comprendo i vostri detti. Forse, neppur voi li comprendete. — Oh! sì, sì, soggiunsi; e rimanendo sempre colle ginocchia in terra mi rivolsi un’altra volta verso mio padre esclamando: Oh! mio caro padre! la vita....., la vita umana è chiusa intieramente per me? Sì, mi rispose il vecchio, impedendo al mio genitore di parlare. — Non v’ha per me alcun soccorso? Nessuno. — Neppure una professione?..... — Una professione! miserabile! — Permettetemi di abbracciare la più vile di tutte, purchè io non sia costretto alla vita del chiostro. — Voi siete corrotto quanto debole. Oh! padre, padre mio! non permettete, che quest’uomo senza cuore risponda per voi. Fatemi apprestare un brando; ditemi di andare in traccia della morte combattendo per la mia patria, pel mio re. La morte è l’unico mio [p. 189 modifica]desiderio, e la preferisco alla vita alla quale voi volete condannarmi. È impossibile, disse il mio genitore, ritornando indietro con un’aria grave e mesta da un balcone contro il quale si era appoggiato; l’onore di una famiglia illustre, la dignità di un grande di Spagna.... — Oh! padre mio, quanto questa vi sembrerà piccola cosa, allorchè mi vedrete morire di una morte prematura, e che voi, voi medesimo vi consumerete di dolore, vi struggerete in lagrime sulla mia tomba.

Il mio genitore pareva commuoversi, onde il vecchio gli disse: ritiratevi: cotesta scena è troppo commovente per voi. Voi mi abbandonate! gridai, veggendolo partire. Sì, soggiunse cotesto uomo dal cuore di ferro: essi abbandonano un figlio che ha meritata la maledizione di suo padre.... (Oh, no, lo interruppe egli a voce bassa; ma il crudo gli prese la mano e gliela strinse fortemente) e di vostra madre.... (Io la sentii gemere e singhiozzare), e di Dio! [p. 190 modifica]

Dicendo queste parole con un’aria quasi di trionfo, egli trascinò fuori della camera i miei genitori, ed io rimasi solo. In mezzo alla mia disperazione esclamai: Oh! se qui fosse mio fratello per intercedere in mio favore! Pronunziando queste parole stramazzai al suolo; la mia testa urtò contro un tavolino di marmo, ed io rimasi sul pavimento tutto intriso nel sangue.

I domestici mi trovarono in tale situazione. Eglino gettarono delle grida, e da tutte le parti venne gente al mio soccorso. Sulle prime credettero, che io avessi voluto attentare alla mia vita, ma per buona sorte il chirurgo, che fu chiamato era un uomo istrutto ed umano. Dopo aver egli rasati i miei capelli insanguinati, ed esaminata la ferita, dichiarò non esser pericolosa. Mia madre era certamente dello stesso sentimento di lui, perchè trascorsi appena tre giorni mi fece chiamare, affinchè mi portassi al di lei appartamento, nè io tardai ad obbedire. Una faccia nera, un forte dolore di capo [p. 191 modifica]ed un pallore non ordinario erano i soli segni che io conservassi dell’accidente che mi era occorso. Il vecchio zio aveva fatto credere alla mia genitrice, che il momento era favorevole per fare sopra di me una impressione decisiva.

Non sarà mai possibile, che io ponga in dimenticanza il colloquio, che ebbi con la mia genitrice. Quando entrai ella era sola ed aveva il dorso rivolto contro la porta. M’inginocchiai e le baciai rispettosamente la mano. Parve ch’ella restasse commossa dalla mia sommissione e dal pallore che mi copriva il volto; ma dopo aver ella combattuta e vinta la sua prima emozione, mi disse con un tuono severo e preparato:

Perchè mai tanti segni esteriori di rispetto, quando non vanno d’accordo, anzi sono in aperta contraddizione co’ sentimenti del vostro cuore? ― Signora, la mia coscienza non mi rimprovera alcuna dissimulazione. ― La vostra coscienza! e che vuol dire dunque che voi siete qui? Perchè da qualche tempo a questa [p. 192 modifica]parte non avete risparmiato al vostro genitore il rossore d’indirizzare le sue preghiere ad un figlio, e ciò che più importa, il rossore di indirizzargliele invano? Ed a me!... ho! perchè non mi avete risparmiato questo momento di dolore e di estrema vergogna?

Mentre proferiva ella queste parole piangeva dirottamente, e le sue lagrime mi penetrarono nel fondo dell’anima. Cara madre, le risposi, che cosa mai ho fatto per meritare tanto crudeli rimproveri? La mia ripugnanza per lo stato, che mi si vuol fare abbracciare non credo poi che sia un delitto! — In voi è un delitto, e non tanto leggiero. — Ma, di grazia, cara madre, se la medesima proposizione fosse fatta a mio fratello, il suo rifiuto sarebbe ancor esso un delitto? Io dissi così, senza quasi riflettere a quello, che mi dicessi, e solamente per modo di comparazione; nè io vi annetteva alcuna malizia, e molto meno voleva accusare la mia genitrice di una ingiusta parzialità. Ella però mi tolse d’errore [p. 193 modifica]dicendo: Fra voi e il vostro fratello passa una grande differenza. — Lo so, signora, desso è il vostro Beniamino. — No, ne prendo il cielo in testimonio, ciò non è vero.

Ella, che finora mi era sembrata sì severa, sì decisa, sì impenetrabile, pronunziò questi accenti con tale una sincerità, che mi commosse, onde non le risposi, se non che questa differenza era per me inconcepibile. E pretendereste voi, mi soggiunse, che fossi io, che ve la spiegassi? — Voi, o chiunque altro, signora. — Io! ripetè ella con un sentimento di profonda ambascia. Quindi baciando effettuosamente un crocifisso, che era solita portare appeso al collo, proseguì a dire: Mio Dio! la punizione è giusta, mi ci sottometto di buon grado, quantunque mi sia stata data dal mio figlio! Voi siete nato illegittimamente, aggiunse poscia rivolgendosi ad un tratto verso di me; siete illegittimamente nato, mentre di vostro fratello non è così; il vostro ingresso nella casa paterna è non solamente un’onta per quella, ma un [p. 194 modifica]eterno monumento di questo esecrato delitto.

Io restai muto per lo stupore. O mio figlio proseguiva ella, muovetevi a pietà di me, abbiate compassione di una madre! Cotesta confessione, che suo figlio le ha forzatamente strappata di bocca, non sarà sufficiente a ripararne il fallo! Proseguite, signora, che io al presente posso tutto sopportare. Ed è ben conveniente, che voi lo sopportiate, conciossiachè siate stato voi, che mi avete a tal confessione costretta. Io sono di un rango molto inferiore a quello di vostro padre. Voi foste il primo frutto de’ nostri clandestini amori. Egli mi amava, e condonandomi la mia debolezza, nella quale trovava una prova di un amore sviscerato, mi sposò, è vostro fratello è nostro figlio legittimo. Il vostro genitore geloso della mia riputazione convenne meco, che essendo stato segreto il nostro matrimonio, e per conseguenza incerta la sua epoca, sareste anco voi considerato per legittimo, come il fratel [p. 195 modifica]vostro. Per lo spazio di parecchi anni vostro avo, irritato per la nostra unione, ricusò di vederci, e noi vivemmo una vita segregata e solitaria. Ahimè! perchè non ho quivi terminati i miei giorni! Poco prima però della sua morte si addolcì e mandò a chiamarci. Non era quello il momento di fargli conoscere l’errore in cui era, e voi per conseguenza foste a lui presentato siccome il figlio di suo figlio, e l’erede delle sue ricchezze, de’ suoi onori. Ma a contare da quel giorno io non ebbi più un istante di riposo. La menzogna che io aveva osato pronunziare davanti a Dio e al mondo, ad un padre moribondo, l’ingiustizia, che io commetteva verso di vostro fratello, i continui rimproveri del fratello del defunto, che ama, almeno apparentemente, con trasporto il mio secondogenito, la violazione de’ doveri naturali e de’ diritti legittimi, tutto, in una parola, riunisce per eccitare in me de’ rimorsi, che mi rimproverano non solamente la mia prima colpa e spergiuro, ma ancora [p. 196 modifica]un sacrilegio. — Un sacrilegio! — Sì; ogni istante, che voi tardate a prender l’abito religioso, è un furto che voi fate a Dio. Prima che voi vedeste la luce del giorno vi consacrai in voto a lui, siccome la sola espiazione del mio delitto. Intanto che io vi portava ancora nel mio seno, osai implorare da lui il perdono, sotto la condizione che voi intercedereste per me in qualità di ministro della religione. Avanti che voi foste in istato di parlare, io confidava nelle vostre preghiere: mi proponeva di confidare la cura della mia penitenza ad un ente, il quale divenendo figlio di Dio, espierebbe la colpa che io aveva commessa, generandolo figlio del peccato. Nella mia immaginazione io mi prostrava già davanti al vostro tribunale di penitenza; vi vedeva al mio capezzale del letto di morte, avvicinare la croce alle mie labbra gelate, mostrandomi col dito il cielo, ove per mezzo del mio voto io vi aveva assicurato un posto. Vedete bene, che anco prima del vostro nascimento io mi sforzava di [p. 197 modifica]elevarvi al cielo; e voi in ricompensa volete trascinare i vostri genitori nell’abbisso della perdizione? O mio figlio! se le nostre preci e la nostra intercessione possono esser di qualche soccorso alle anime de’ nostri amici, non chiudete le orecchie ad una madre vivente, la quale vi scongiura di non porre il suggello alla sua condanna eterna.

Io non era in grado di rispondere; la mia genitrice se ne accorse, e raddoppiò gli sforzi aggiungendo: Mio figlio, se credessi di poter vincere la vostra ostinatezza inginocchiandomi avanti a voi, lo farei in questo istante medesimo. — Cessate, signora, uno spettacolo simile dovrebbe uccidermi. — Ed intanto voi non volete cedere!... Il dolore che mi è costata la confessione, che ho dovuto farvi, l’interesse della mia e della vostra salute, la cura della mia vita non valgono punto a commuovervi? Si accorse ben ella, che coteste parole mi facevano tremare, e ripetè le ultime. Sì, la cura della mia vita. Io non potrei sopravvivere al giorno in [p. 198 modifica]cui la vostra inflessibilità mi esponesse all’infamia. Molto più però ne temo le conseguenze: perchè Iddio vendicherà sull’anima vostra, non già sulla mia, il delitto al quale un figlio ingrato mi avrà trascinata. E ciò non ostante voi non volete cedere... Ebbene! io lo voglio; l’avvilimento del mio corpo è un nulla in paragone dell’avvilimento di spirito al quale mi avete spinta. Eccomi ai piedi di mio figlio, e dimandò a lui la salute e la vita. Mia madre s’inginocchiò dicendo queste parole; io voleva rialzarla, ma ella mi respinse e con una voce indebolita dalla sua disperazione gridò: E voi non volete cedere! — Io non ho detto questo. — E che avete dunque detto?.... È inutile che vi affatichiate a rialzarmi; non abbiate neppure l’ardire di avvicinarvi a me prima di avermi riposto. — Ho detto, che ci rifletterò. — Riflettere! bisugua decidersi. — Ebbene, dunque, sono deciso. — A che? — A fare di me tutto ciò che vorrete. Appena ebbi proferite queste parole, mia madre cadde [p. 199 modifica]senza conoscenza aʼ miei piedi. Quando mi sforzai di sollevarla, nella incertezza se vivesse ancora, sentii che non avrei mai perdonato a me medesimo, se un rifiuto per mia parte l’avesse ridotta a quello stato.






Note

  1. Il fuoco per accendere il sigaro e l’acqua per bere, voci che frequente si odono percorrendo le vie di Madrid.