Giovanni di Bernardo Rucellai

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Questo testo fa parte della raccolta Poemetti italiani, vol. I


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LE API

DI M.

GIOVANNI RUCELLAI

FIORENTINO.


     MEntr’era per cantare i vostri doni
Con alte rime, o Verginette caste,
Vaghe Angelette delle erbose rive,
Preso dal sonno, in sul spuntar dell’Alba
M’apparve un coro della vostra gente,
E dalla lingua, onde s’accoglie il mele,
Sciolsono in chiara voce este parole:
O spirto amico, che dopo mill’anni,
E cinque cento, rinnovar ti piace
E le nostre fatiche, e i nostri studj,
Fuggi le rime, e ’l rimbombar sonoro.
Tu sai pur, che l’immagin della voce,
Che risponde dai sassi, ov’Eco alberga,
Sempre nimica fu del nostro regno.
Non sai tu, ch’ella fu conversa in pietra,
E fu ’nventrice delle prime rime?
E dei saper, c’ove abita costei,
Null’Ape abitar può, per l’importuno,

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Ed imperfetto suo parlar loquace.
Così diss’egli; e poi tra labbro, e labbro
Mi pose un favo di soave mele,
E lieto se n’andò volando al Cielo.
Ond’io, da tal divinità spirato,
Non temerò cantare i vostri onori
Con verso Etrusco dalle rime sciolto.
     E canterò come il soave mele,
Celeste don, sopra i fioretti, e l’erba
L’aere distilli liquido, e sereno:
E come l’Api industriose, e caste
L’adunino, e con studio, e con ingegno
Dappoi compongan l’odorate cere,
Per onorar l’imagine di Dio.
Spettacoli, ed effetti vaghi, e rari,
Di maraviglie pieni, e di bellezze.
Poi dirò seguitando ancor, siccome
I magni spirti dentro ai picciol corpi
Governin regalmente in pace, e ’n guerra
I popoli, l’imprese, e le battaglie.
Ne’ piccioli suggetti è gran fatica,
Ma qualunque gli esprime ornati, e chiari,
Non picciol frutto del su’ ingegno coglie.
Già so ben io quanto difficil sia
A chi vuol dirivar dal Greco fonte
L’acque, e condurle al suo paterno seggio,
O da quel, che irrigò la nobil pianta,

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Di cui vado or scegliendo ad uno ad uno
I più bei fiori, e le più verdi frondi;
Di cui mi tesso una ghirlanda nuova,
Non per ornarmi, come già le tempie
Fecero all’età prisca i chiari ingegni,
Ma per donarla a quell’augusto Tempio,
Che ’n su la riva del bel fiume d’Arno,
Fu dagli Antichi miei dicato a Flora.
E tu, TRISSINO, onor del bel paese,
Ch’Adige bagna, il Po, Nettuno, e l’Alpe
Chiudon, deh porgi le tue dotte orecchie
All’umil suon delle forate canne,
Che nate sono in mezzo alle chiare acque,
Che Quaracchi oggi il vulgo errante chiama.
Senza te non fe’ mai cosa alta, e grande
La mente mia, e teco fino al Cielo
Sento salire il susurrar dell’Api,
E risonar per le convesse sfere,
Deh poni alquanto per mi’ amor da parte
Il regal ostro, e i tragici coturni
Della tua lacrimabil Sofonisba,
quel gran Belisario, che frenando
I Gotti, pose Esperia in libertade,
O chiarissimo onor dell’età nostra:
Ed odi quel, che sopra un verde prato,
Cinto d’abeti, e d’onorati allori.
Che bagna or un muscoso, e chiaro fonte,

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Canta dell’Api del suo florid’orto,
Deh meco i labbri tuoi, donde parole
Escon più dolci, che soave mele,
Che versa il senno del tuo santo petto,
Immergi dentro al liquido cristallo,
Ed addolcisci l’acqua al nostro rivo,
Prima sceglier convienti all’Api un sito,
Ove non possa penetrare il vento,
Perchè ’l soffiar del vento a quelle vieta
Portar dalla pastura all’umil case
Il dolce cibo, e la celeste manna.
Nè buono è dove pecorella pasca,
O l’importuna capra, e suoi figliuoli,
Ghiotti di fiori, e di novelle erbette,
Nè dove vacche, o buoi, che col piè grave
Frangano le sorgenti erbe del prato,
O scuotan la rugiada dalle frondi.
Ancora stian lontane a questo loco
Lacerte apriche, e le squamose biscie,
E non t’inganni il verde, e bel ramarro,
Ch’ammira fiso la bellezza umana;
Nè rondinella, che con destri giri
Di sangue ancora il petto, e le man tinta
Prenda col becco suo vorace, e ingordo
L’Api, che son di cera, e di mel carche,
Per nutricare i suoi loquaci nidi;
Troppo dolce esca di sì crudi figli.

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Ma surgano ivi appresso chiari fonti,
O pelaghetti con erboso fondo,
O corran chiari, e tremolanti rivi,
Nutrendo gigli, e violette, e rose,
Che ’n premio dell’umor ricevono ombra
Dai fiori, e i fior cadendo, infioran anco
Grati la madre, e ’l liquido ruscello.
Poscia adombri il ridutto una gran palma,
O l’ulivo selvaggio; acciò che quando
L’aere s’allegra, e nel giovinett’anno
Si ricomincia il mondo a vestir d’erba,
I Re novelli, e la novella prole
S’affidan sopra le vicine frondi;
E quando usciti del regale albergo
Vanno volando allegri per le piagge,
Quasi gl’inviti il freseo erboso seggio
A fuggire il calor del Sole ardente.
Come fa un’ombra folta nella strada,
Che par, ch’inviti a riposar sott’essa
I peregrini affaticati, e stanchi,
Se poi nel mezzo stagna un’acqua pigra,
O corre mormorando un dolce rivo,
Pon salice a traverso, o rami d’olmo,
O sassi grandi, e spessi; acciò che l’Api
Possan posarvi sopra, e spiegar l’ali
Umide, ed asciugarle al Sole estivo;
S’elle per avventura ivi tardando

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Fosser bagnate da celeste pioggia,
O tuffate dai venti in mezzo l’onde.
Lo l’ho vedute a’ miei dì mille volte
Su le spoglie di rose, e di viole,
Di cui Zeffiro spesso il rivo infiora,
Assise bere, e solcar l’acqua intanto
L’ondanti foglie, che ti par vedere
Nocchieri andar sopra barchette in mare.
Intorno del bel culto, e chiuso campo
Lieta fiorisca l’odorata persa
E l’appio verde, e l’umile serpillo,
Che con mille radici attorte, e crespe
Sen va carpon vestendo il terren d’erba,
E la melissa, ch’odor sempre esala;
La mammola, l’origano, ed il timo,
Che natura creò per fare il mele,
Nè t’incresca ad ognor l’arida sete
Alle madri gentil delle viole
Spegner con le fredd’acque del bel rio.
     I vasi, ove lor fabbriche fan l’Api,
O sien ne’ tronchi d’alberi scavati,
O ’n corteccie di sugherii, e di quercie,
Ovver con lenti vimini contesti,
Fa ch’abbian tutti le portelle strette,
Quanto più puoi; perchè l’acuto freddo
Il mel congela, e ’l caldo lo risolve;
E l’un soverchio, e l’altro nuoce all’Api,

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Ch’amano il mezzo tra il calore, el gelo.
Nè senza gran cagion travaglian sempre
Con le cime dei fior viscosi, e lenti,
E con la cera fusile, e tenace,
In turar con grand’arte ad uno ad uno
I fori, e le fessure, d’onde il Sole
Aspirar possa vapor caldi; o ’l vento
Il freddo Boreal; che l’onda indura.
Tal colla, come visco, o come pece,
O gomme di montani abeti, e pini,
Serban per munizione a questo ufficio:
Come dentr’a i Navai della gran Terra,
Fra le lacune del mar d’Adria posta,
Serban la pece la Togata Gente,
Ad uso di lor navi, e lor triremi;
Per solcar poi sicuri il mare ondoso,
Difensando la patria loro, e ’l nome
Cristiano dal barbarico furore
Del Re de’ Turchi; qual, mentre ch’io canto,
Muove le insegne sue contra l’Egitto;
Che pur or l’aspro giogo dal suo collo
Ha scosso, e l’arme di Clemente implora.
Spesso ancor l’Api, se la fama è vera,
Cavan sotterra l’ingegnose case,
O certe cavernette dentro a’ tufi,
O nell’aride pomici, o ne’ tronchi
Aspri, e corrosi delle antiche quercie.

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Ma tu però le lor rimose celle
Leggiermente col limo empi, e ristucca,
E ponvi sopra qualche ombroso ramo.
Se quivi appresso poi surgesse il tasso,
Sbarbal dalle radici, e ’l tronco fendi,
Per incurvare i lunghi, e striduli archi,
Che gli ultimi Britanni usano in guerra,
Nè lasciar arder poi presso a quei lochi
Gamberi, o granchi con le rosse squamme
E fuggi l’acque putride, e corrotte
Della stagnante, e livida palude,
O dove spiri grave odor di fango,
O dove dalle rupi alte, e scavate
Il suon rimbombi della voce d’Eco,
Che fu forse inventrice delle rime.
Poscia come nel Tauro il bel Pianeta
Veste di verde tutta la campagna,
E sparge l’alma luce in ogni parte;
Quanto gradisce il vederle ir volando
Pe’ lieti paschi, e per le tenere erbe,
Lambendo molto più, viole, e rose,
Su le tremanti, e rugiadose cime,
Che non vede onde il lito, o stelle il Cielo!
Queste posando appena i sottil piedi,
Reggono il corpo su le distes’ali,
E van cogliendo il fior della rugiada,
Che la bella Consorte in grembo a Giove

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Sparge dal ciel con le lattenti mamme,
Già vital cibo della gente umana
Nell’aureo tempo della prisca etade.
Adunque l’Api nell’aprir dell’anno
Son tutte di dolcezza, e d’amor piene:
Allor son vaghe di veder gli adulti,
E la dolce famiglia, e i lor figliuoli;
Allor con artificio, e ’ndustria fanno
Loro edifici, e celle, e con la cera
Tiran certi angoletti eguali a filo
Lineando sei faccie; perchè tanti
Piedi ha ciascuna. O magisterio grande
Dell’Api architettrici, e geometre!
Questi son i cellari, u’ si ripone,
Per sustentarsi poi l’orribil verno,
L’almo liquor, che ’l ciel distilla in terra,
E con sì gran fatica si raccoglie.
E se non ch’io t’adoro, o chiaro spirto
Nato presso alla riva, ove il bel Mincio
Coronato di salici, e di canne
Feconda il culto, e lieto suo paese,
Poichè portasti alla tua patria primo
Le palme, che togliesti al Greco d’Ascra,
Che cantò i doni dell’antica Madre;
lo canterei come già nacque il mele,
E la cagion per cui le caste cere
Adunin l’Api da cotanti fiori:

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Per porgere alimento ai sacri lumi,
Ed ornar la sembianza alma, e divina,
Ma questo non vo far, perch’io non cerco
Di voler porre in sì grand’orme il piede,
Ove entrar non porria vestigio umano,
Ma seguo l’ombra sol delle tue frondi;
Perchè non dee la rondine d’Etruria
Ch’appresso l’ acque torbide si ciba
D’ulva palustre, e di loquaci rane,
Certar col bianco Cigno del bel Lago,
Che i bianchi pesci suoi nutrisce d’oro.
     Quand’escon l’Api dei rinchiusi alberghi,
E tu le vedi poi per l’aere puro
Natando in schiera andar verso le stelle,
Come una nube, che si sparga al vento,
Contempla ben, perch’elle cercan sempre
Posarsi al fresco sopra una verde elce,
Ovver presso a un muscoso, e chiaro fonte.
E però spargi quivi il buon
Della trita melissa, o l’erba vile
Della cerinta; e con un ferro in mano
Percuoti il cavo rame, o forte suona
Il cembal risonante di Cibelle.
Queste subito allor vedrai posarsi
Nei luoghi medicati, e poi riporsi
Secondo il lor costume entr’alle celle,
Ma se tal’or quelle lucenti squadre

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Surgono instrutte nei serení campi,
Quando rapiti da discordia, ed ira
Sono i lor Re, poichè non cape il Regno
Due Regi, fin nei pargoletti insetti;
A te bisogna gli animi del volgo,
I trepidanti petti, e i moti loro
Vedere innanzi al maneggiar dell’armi;
Il che dinota un marzial clangore,
Che, come fosse il suon della trombetta,
Sveglia, ed invita gli uomini a battaglia.
Allor concorron trepide, e ciascuna
Si mostra nelle belle armi lucenti;
E col dente mordace gli aghi acuti
Arrotando bruniscon, come a cote,
Movendo a tempo i piè, le braccia, e ’l ferro
Al suon cruento dell’orribil tromba;
E stanno dense intorno al lor Signore
Nel padiglione, e con voce alta, e roca
Chiaman la gente in lor linguaggio all’arme.
Poi, quando è verde tutta la campagna,
Esconsi fuor delle munite mura,
E nell’aperto campo si combatte.
Sentesi prima il crepitar dell’arme
Misto col suon delle stridenti penne,
E tutta rimbombar l’ombrosa valle.
Così mischiate insieme fanno un groppo,
E vanno orribilmente alla battaglia,

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Per la salute della patria loro,
E per la propria vita del Signore;
Spettacol miserabile, e funesto!
Perciò che ad or ad or dall’acre piove
Sopra la terra, tanta gente morta,
Quante dai gravi rami d’una quercia
Scossa dai venti vanno a terra ghiande,
O come spessa grandine, e tempesta,
I Re nel mezzo alle pugnaci schiere,
Vestiti del color del celeste arco;
Hanno nei picciol petti animo immenso;
Nati all’imperio, ed alla gloria avvezzi,
Non voglion ceder, nè voltar le spalle,
Se non quando la viva forza o questo,
O quello astrigne a ricoprir la terra,
Questi animi turbati, e queste gravi
Sedizioni, e tanto orribil moto
Potrai tosto quetar, se getti un pugno
Di polve in aria verso quelle schiere,
Ancora, avanti che si venga all’armi,
Se ’l popol tutto in due parti diviso
Vedrai dal tronco d’una antica pianta
Pender, come due pomi, o due mammelle,
Che si spicchin dal petto d’una madre,
Non indugiar, piglia un frondoso ramo,
E prestamente sopra quelle spargi
Minutissima pioggia, ove si trovi

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Il mele infuso, o ’l dolce umor dell’uva;
Che fatto questo, subito vedrai
Non sol quetarsi il cieco ardor dell’ira,
Ma insieme unirsi allegre ambe le parti,
E l’una abbracciar l’altra, e con le labbra
Leccarsi l’ale, i piè, le braccia, e’l petto,
Ove il dolce sapor sentono sparso,
E tutte inebriarsi di dolcezza;
Come quando nei Svizzeri si muove
Sedizione, e che si grida all’arme;
Se qualche uom grave allor si leva in piede,
E comincia a parlar con dolce lingua,
Mitiga i petti barbari, e feroci;
E intanto fa portare ondanti vasi
Pieni di dolci, ed odorati vini;
Allora ognun le labbra, e ’l mento immerge
Nelle spumanti tazze, ognun con riso,
S’abbraccia, e bacia, e fanno e pace, e tregua
Inebriati dall’umor dell’uva,
Che fa obliar tutti i passati oltraggi.
Ma poi che tu dalla sanguinea pugna
Rivocato averai gli ardenti Regi,
Farai morir quel, che ti par peggiore:
Acciò che ’l tristo Re non nuoca al buono,
Lascia regnare un Re solo a una gente,
Siccome anco un sol Dio si trova in Cielo.
L’allegro vincitor, con l’ale d’oro,

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Tutto dipinto del color dell’Alba,
Vedrai per entro alle falangi armato
Lampeggiare, e tornare al regal seggio:
Siccome all’età prisca in Campidoglio
Il Consolo Roman per la Via Sacra
Accompagnato dal Popol di Marte
Menava alteramente il suo Trionfo.
     Come son l’Api di due varie stirpi,
Così sono i lor Re diversi ancora;
Quello è miglior, le cui fulgenti squamme
Rosseggian, come al Sol la chiara nube,
Ma quel, che squallor livido dipinge,
È di poco valor, ch’appena dietro
Strascinar puossi il tumefatto ventre;
E così ancora è tutta la sua gente:
Che ’l popol sempre è simile al Signore,
Però voi, che creaste in terrà un Dio,
Quanto quanto vi deve questa etade,
Perchè rendeste al mondo la sua luce!
Voi pur vedendo essere accolto in uno
Tutto ’l valor, che potea dare il Cielo,
Lo proponete, ed eleggeste Duce
All’alta cura delle cose umane,
Per fare il gregge simile al Pastore.
O divo Julio, o fonte di clemenza,
Onde ’l bel nome di Clemente hai tolto;
Come potrebbe il mormorar dell’Api

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Mai celebrar le tue divine laudi?
A cui si converria, per farle chiare,
Non suon di canne, o di sottile avena,
Ma celeste armonia di moti eterni.
Io veggio il Tebro Re di tutti i fiumi
Rincoronarsi dell’antiche frondi
Sotto ’l governo di sì gran Pastore,
Ornato di virtù tanto eccellente,
Che se potesse rimirarla il mondo,
S’accenderebbe della sua bellezza.
Non prender dunque ne’ tuoi floridi orti
Quel seme, donde brutta gente nasca,
Che par simile a quel, che vien da lunge
Fra ’l polvere aridissimo dal Sole,
Ch’appena il loto può, ch’ei tiene in bocca,
Sputare in terra con le labbra asciutte.
Ma piglia quelle, che risplendon, come
La madre Oriental dell’Inde perle,
Che pinge il mare ove se insala il Gange.
Empi di tai parenti i cavi spechi;
Che quindi al tempo poi più dolce mele
Premendo riporrai; nè sol più dolce,
Ma chiaro, e puro, e del color dell’ambra;
Atto a dolcir con esso acerbe frutte,
Nespole, e sorbe, e l’agro umor dell’uva.
Ma quando poscia inordinato gira
L’alato armento, con le sue famiglie,

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Scordandosi il tornare ai cari alberghi;
Tu puoi vietar quei voli erranti, e vaghi
Senza fatica; e con picciolo giuoco,
Tarpando ai Regi lor le tenere ale;
Perciò che senza i capitani avanti
Non ardiscono uscir fuor delle mura,
Nè dispiegar, le lor bandiere al vento.
L’orto, ch’aspirì odor di fiori, e d’erbe,
Le alletti, e quello Iddio, c’ha gli orti in cura,
Le guardi, e le difenda, e i ladri scacci;
Col rubicondo volto, e con la falce,
E gli animali rettili, e volanti,
Che viver soglion delle vite loro.
     Il buon cultor dell’Api con sue mani
Porti dagli alti monti il verde pino,
E lo trasponga ne’ suoi floridi orti,
Con le sue barbe intere, e col nativo
Terreno intorno, ficchè non s’accorga
La svelta pianta aver cangiato sito,
E pongala coi rami a quegli stessi
Venti, com’era, nella patria selva.
Così facemmo intorno alla chiare acque
L’avolo nostro, ed io; così su fatto
Dal padre mio nella Città di Flora.
A questo modo il timo, e l’amaranto
Dei trapiantare ancora, e quell’altre erbe,
Che danno a questa greggia amabil cibo,

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E spesso irrigherai le lor radici,
Prendendo un vaso di tenace creta,
Forato a guisa d’un minuto cribro,
Che i Greci antichi nominar Clepsidra,
Per cui si versan fuor mille zampilli.
Con esso imitar puoi la sottil pioggia,
Ed irrorar tutte le asciutte erbette.
Già vidi, chi dal poco avere oppresso,
Per risparmiar la creta, e questi vasi,
Così imparò dall’ingegnosa inopia.
Prese una larga, e corpulenta zucca,
E con un ago di sua propria mano
Le fè nel basso fondo alcuni fiori;
Poi la segò, dove la cara madre
Le fece l’umbilico, e d’onde il cibo
Porgeva alimentando il suo bel frutto.
Dopo questo l’empiea d’acqua del fiume,
Ed adacquava le sue pover’erbe.
E, se non che mi chiama il suon dell’Api,
Direi, come costui con poca terra
Facea le spese ai vecchi suoi parenti,
Ed alla sconcia sua cara famiglia,
Vivendo castamente in povertade.
E direi quel, che a far le prime rose,
E i fior bisogna alla più algente bruma,
Nè lascierei di dir, come biancheggia
Fra verdi fronde, e lucidi smeraldi

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Il giglio, e ’l fior del mito, e ’l gelsomino:
E che terren convenga, e con qual culto
Si produca il popon tanto soave,
Che passa di sapore ogn’altro frutto,
Nè tacerei molti altri erbosi pomi,
Come è il cucumer torto, che l’Etruria
Chiama mellone, e pare un serpe d’erba;
Nè ’l citriuol, ch’è sì pallido, e scabro.
E direi come col gonfiato ventre
L’idropica cucurbita s’ingrossi,
E quanti altri sapor soavi, e grati
Nascano in semi, in barbe, in fiori, e ’n erbe;
Che con le proprie man lavora, e pinge
Di color mille l’ingegnosa terra,
E direi come un albero selvaggio
Tagliato, e fesso, e chiuse ivi le cime
Di domestiche piante, in breve tempo
Si meravigli a riguardar se stesso
Dell’altrui fronde, e fior vestito, e pomi:
Ma serbo questa parte ad altro tempo,
intanto vo cantar l’ingegno, e l’arte
Che ’l Padre onnipotente diede all’Api;
Per esser grato lor, quando seguendo
Il suon canoro, e lo squillar del rame,
Dentr’all’Antro Ditteo gli dieron cibo,
E lo nutriron pargoletto infante
Di vital manna, e rugiadoso umore;

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Al tempo quando il Genitor dei Dei
Saturno antico divorava i figli,
E però diede loro il Padre eterno,
Che avessero comuni i lor figliuoli
E le famiglie, e la città comune,
E che vivesser sotto sante leggi,
Correndo una medesima fortuna.
Sole conoscon veramente l’Api
L’amor pietoso delle patrie loro.
Queste pensose, e timide del verno,
Divinatrici degli orribil tempi,
Si dan tutta la state alle fatiche,
Riponendo in comune i loro acquisti,
Per goder quelli, e sostentarsi il verno.
Alcune intorno al procacciar del vitto
Per la convalle florida, ed erbosa
Discorron vaghe, compartendo il tempo.
Altre nelle corteccie orride, e cave
Il lacrimoso umor del bel Narcisso,
E la viscosa colla dalle scorze
Nel picciol sen raccolgono, e co’ piedi
Porgon le prime fondamenta ai favi;
A cui sospendon la tenace cera,
E tirano le mura, e gli alti teti.
Altre il minuto seme allora accolto
In su ’l bel verde, e ’n sui ridenti fiori:
Covan col caldo temperato, e lento:

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Alcune, intorno al novo parto intente,
I nati figliuolin, ch’appena han moto,
Con la lingua figurano, e col seno
Gli allattan di soave ambrosia, e chiara.
Parte quei già, che fon cresciuti alquanto,
Unica speme degli aviti regni,
Menano fuori; e con l’esempio loro
Gli mostran l’acque dolci, e i paschi aprici,
E qual fuggire, è qual seguir conviensi.
Altre dappoi presaghe della fame,
Che l’orrido stridor del verno arreca,
Stipano il puro mel dentr’alle celle.
Sonovi alcune, a cui la sorte ha data
La guardia delle porte, e quivi stansi
Scambievolmente a speculare il tempo,
Nel vano immenso dell’aereo globo;
Ove si sanno, e si disfanno ogn’ora
Sereno, e nube, e bel tranquillo, e vento;
Ovvero a tor le salme, è i gravi fasci
Alleggerir di chi dal campo torna
Curvate, e chine sotto i sconci pesi.
E spesso fan di se medesime schiera,
E dai presepi lor scacciano i fuci,
Armento ignavo, e che non vuol fatica.
Così divien quell’opera fervente,
E l’odorato mel per tutto esala
Soavissimo odor di fior di timo.

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Come nella fucina i gran Ciclopi,
Che fanno le saette orrende a Giove,
Alcuni con la forcipe a due mani
Tengono ferma la cadente massa,
E la rivolgon su la salda incude;
Altri, levando in alto ambe le braccia,
Battonla a tempo con orribil colpi;
Altri or alzando le bovine pelli;
Ed or premendo, mandan fuori il finto
Grave, che stride nei carboni accesi;
Parte quando più bolle, e più sfavilla
Frigon la massa nelle gelid’onde,
Indurando ’l rigor del ferro acuto;
Onde rimbomba il cavernoso monte,
E la Sicilia, e la Calabria trema;
Non altrimente fan le picciole Api,
Se licito è sì minimi animali
Assimigliare a’ massimi giganti.
Ognuna d’esse al suo lavoro è intenta.
Le più vecchie, e più sagge hanno la cura
Di munir l’alte torri, e far ripari,
E porre i tetti all’ingegnose case,
Intonacando le rimose mura
Col sugo dell’origano, e dell’appio,
Il cui sapor, come un mortal veneno,
Fugge lo scarabeo, fugge la talpa,
La talpa cieca, che la magia adora;

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Fugge il moscone, e la formica alata,
La verde canterella, e la farfalla,
Più d’ogn’altro animal nimico all’Ape;
E mille mostri rettili, ed alari,
Che, quando il caldo l’umido corrompe,
La natura soverchia al mondo crea.
Tornan poi le minori a i loro alberghi
La notte stanche, ed han le gambe, e ’l seno
Piene di timo, e d’odorata menta,
Pasconsi di ginestre, è rosmarini,
Di tremolanti canne, o lenti salci,
Di nepitella, e del bel fiore azzurro,
Che lega in mezzo alle sue frondi il croco,
Della vittoriosa, e forte palma,
Del terebimo, e dell’umil lentisco,
Che Scio fa degno sol delle sue gomme;
Del languido giacinto, che nel grembo
Porta dipinto il suo dolore amaro;
E di molti altri arbusti, erbette, e fiori,
Da cui rugiada liquida, che perle
Pare a veder sopra a zaffiri, ed oro,
Sugando questo animaletto ameno
Colora, odora, e da sapore al mele,
Tutte hanno un sol travaglio, un sol riposo,
Com’escon la mattina delle porte,
Non restan mai perfin, che ’l ciel s’imbruni;
Ma poi, com’egli accende le sue stelle,

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Tornansi a casa, e dei sudati cibi
Nutrono i loro affaticati corpi.
Sentesi il suono, e ’l mormorar sovente
Nel vestibulo intorno alle lor porte.
Ma poi che nelle camere son chiuse,
Prendono ivi a bell’agio alto riposo,
Con gran silenzio fino al nuovo giorno;
El sonno irriga le lor lasse membra
Di profonda, e dolcissima quiete,
Nè dalla corte mai si fan lontane,
Se veggon l’acre tenebroso, e scuro,
O se ’l Sol nelle nubi il piovoso arco
Dipinge, o mormorar senton le frondi;
Messaggi certi di tempesta, e pioggia;
Ma caute se ne vanno intorno a casa
A pigliar l’acqua ai più propinqui fonti,
Con certi sassolini accolti in seno
Librandosi per l’aria, e con grand’arte
Secan le vane nubi, e ’l mobil vento,
Come se fossen navi in mezzo l’onde,
Che ’l peso ferme tien della zavorra.
     Tu prenderai ben or gran meraviglia,
S’io ti dirò, che ne’ lor casti petti
Non albergò giammai pensier lascivo,
Ma pudicizia, e sol disio d’onore.
Nè partoriscon, come gli altri insetti,
Uova, nè seme di animati vermi,

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Premendo per dolore il matern’alvo;
Ma sopra verdi frondi, e bianchi gigli
I nati figliuolin allora allora
Leccano prima; e poi colgongli in grembo,
E gli nutriscon di celeste umore,
Nè solo esse Api vivon pure, e caste,
Come le sacre Vergini Vestali
Al tempo antico dei Sabini, e Numa;
Ma non voglion sentir fiato, che spiri
D’impudico vapor, nè d’odor tetro
D’agli, porri, scalogni, o d’altro agrume,
O di vin sopra vin forte, e indigesto,
Che stomaco indisposto esali, e rutti,
Però sia casto e netto, e sobrio molto
Qualunque ha in cura questa onesta prole.
Esse il lor Re, coi pargoletti infanti,
Ch’esser den successori al grande impero,
Allevan regalmente, e regal seggi
Dentro gli fanno d’odorate cere,
Spesso sopra le pietre aspre, e pungenti
Lasciano l’Api le gemmate penne,
Per la fatica consumate, e rose;
E sotto ponderosi, e ingiusti carchi
Hanno spirato fuor del casto petto
L’anima stanca in su le patrie mura:
Tant’è l’amor dei fior, tant’è la gloria
Di generare alla sua patria il mele.

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Ed esse, o per natura, o don di Dio,
Sebbene han picciol termine di vita,
Perchè non vedon mai l’ottava estate,
Son di stirpe immortali, e per molt’anni
Stan le fortune delle case loro,
E puonsi numerar gli avi degli avi;
Siccome gli Ottomani appresso i Turchi,
Luigi in Francia, e nella Spagna Alfonsi.
Nè tanto amore, e riverenzia porta
La Gallia al Re Francesco, nè la Fiandra
Al suo Principe Carlo, e Re di Spagna,
Ch’è ora eletto Imperador di Roma,
Nè quei che bevon l’acqua del bel Gange,
Nè l’Egitto, o la Perside, ch’adora
I Regi, e ’l regal sangue, come Dio,
Quanto portano l’Api ai lor Signori.
Mentre il Re vive, tutte hanno una mente,
Un pensiero, un disio, sola una voglia:
Morto, in un punto il popol senza legge
Rompe la fede, e ’l cumulato mele
Suo riposto tesor mettono a sacco.
Spianan le case fino alle radici;
Che ’l Re curava, e custodiva il tutto.
Egli è, che dà le leggi, e che con pena
Ora punisce, ora con premi esalta,
Compartendo gli onori, e le fatiche
Con giusta lance, e pareggiando ognuno.

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Onde ognun poi l’adora, ognun l’ammira,
Lo guarda, e in mezzo a lor ferrato, e stretto
Lo portan sopra gli omeri, e gli fanno
Nella battaglia dei lor corpi scudo;
E spesso, per salvare il lor Signore,
Voglion morir di gloriosa morte.
Da questi segni, e da sì belli esempi
Hanno creduto alcuno eletti ingegni,
Che alberghi in lor qualche divina parte,
Che con celeste, e sempiterno moto
Muova il corporeo, e l’incorporeo regga;
Perciò che la grand’anima del Mondo
Sta come auriga, è ’n questa cieca mole
Infusa, muove le stellate sfere,
L’eterea plaga, e quel, dove si crea
Il folgore, la pioggia, e la tempesta,
E la monstrosa macchina del mare,
Su ’l grave globo della Madre antica.
Di qui gli uomini tutti, e gli animali,
E gli armenti squamigeri, e i terrestri,
Le mansuete bestie, e le selvagge,
Picciole, e grandi, rettili, ed alate,
Aver primo principio, aver la vita,
Avere il morto, il senso, e la ragione,
E certa providenza del futuro:
A questa ritornar l’anime nostre,
Ed in questa risolversi ogni moto

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Per questo esser celeste, ed immortale
L’anima in tutti i corpi dei viventi,
E ritornare al fin nel suo principio,
L’uno alle chiare stelle, e l’altro al Sole.
Questo sì bello, e sì alto pensiero
Tu primamente rivocasti in luce,
Come in conspetto degli umani ingegni,
TRISSINO, con tua chiara, e viva voce:
Tu primo i gran supplici d’Acheronte
Ponesti sotto i ben fondati piedi,
Scacciando la ignoranza dei mortali.
Ma non voglio ora entrar nelle tue lode;
Ch’io starei troppo a ritornarmi all’Api.
     Nel disiato tempo, che si smela
Il dolce frutto, e i lor tesori occulti,
Sparger convienti una rorante pioggia,
Soffiando l’acqua, c’hai raccolta in bocca,
Per l’aria, che spruzzare il vulgo chiama;
E convienti anco avere in mano un legno
Fesso, ch’ebbe già fiamma, or porta fumo;
Che impedite da quel non più daranti
Noja, e disturbo nel sottrarli il mele.
Due volte l’anno son feconde, e fanno
La lor casta progenie; e i lor figliuoli
Nascono in tanto numero, che pare,
Che sian dal ciel piovute sopra l’erbe.
L’una è, quando la rondine s’affretta

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Sospender alle travi luto, e paglie
Pe’ dolci nidi che di penne impiuma;
Per posar l’uova genitai, che ’l corpo
Non le può più patire, e col disio
Già vede il rondinin, che sente il ventre;
L’altra è, quand’ella provida del tempo
Passa il Tirreno, e sverna in quelle parti,
Ove son le reliquie di Cartago.
Ma perchè l’Api ancor s’adiran molto,
Abbi gran cura, quando grave oltraggio
Indegnamente han ricevuto a torto.
Perciò che quando Dio creò l’amore,
Insieme a lato a lui pose lo degno.
Sicchè ben guarda, che nei picciol corpi
Non già picciol furor di rabbia, e d’ira
Ondeggia, e bolle; è come acqua in caldaja
Che sotto ’l negro fondo ha fuoco ardente,
Fatto di scheggie, o di sermenti secchi,
Trabocca il bollor fuor dai labbri estremi,
Che in se non cape, e le gonfiate schiume
Ammorzan sotto la stridente fiamma
E ’l fuoco cresce, e insieme un vapor negro
S’innalza, e vola come nube in aria:
Così fan l’Api indegnamente offese.
Allora è il morso lor rabbioso, e infetto,
E sì mortal velen le infiamma il cuore,
Che le cieche saette entr’alle piaghe

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Lasciano infisse con la vita insieme.
Se tu poi temi il crudo algor del verno,
E se vuoi risparmiar per l’avvenire,
E compatire agli animi contusi,
Alle fatiche dell’afflitto gregge;
Non dubitar di profumar col timo
Ben dentro gli apiari, e col coltello.
Recider le sospese, e vane cere.
Perciò che spesso dentro ai crespi favi
La stellata lacertola dimora,
E mangia il mel con l’improvviso morso
Ancora dentro agli apiari il fuco
Ignavo stassi, e senza alcun sudore
Si pasce, e vive dell’altrui fatiche;
Come la pigra, e scellerata setta,
Ch’empie le tasche, ’l sen di pane, e vino,
Che qualche semplicetta vedovella
Toglie a se stessa, ed a’ suoi cari figli,
E dallo a loro timida, e divota
Credendosi ir per questo in grembo a Dio.
Fa poi, che tu avvertisca al calabrone
Lor gran nemico, che per l’aere ronza,
Superiore assai di forze, e d’arme;
Ed anco a certa specie di farfalle,
Del melifero gregge acerba peste;
Ed alla Aragne, odiata da Minerva,
Che tende i lacci suoi sopra le porte;

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Ed a molt’altri mostruosi vermi,
Che soglion far dell’Api aspre rapine,
Ma perchè in questi mostri, ch’io racconto,
Non è maggior venen, nè più mortale,
Che quel della farfalla, io voglia dirti
Prima il mal ch’elle fanno, e poscia il modo
Che dei tenere a spegner questo seme.
Elle non solo all’Api son nimiche
Per abito, per arte, e per natura,
Ma ciò, che toccan, ciò, che di lor nasce,
È come peste del soave mele:
Che così la gran Madre, ovver matrigna,
Il suo contrario ad ogni bene ha posto.
Dal nostro ventre esce un umor corrotto,
Ch’a dire è brutto, ed a tacerlo è bello.
Da questo nasce uno invicibil seme,
Che come ha moto, infetta i fiori, e l’erbe,
La regal corte, e i pargoletti nidi;
Ancor la terra, e l’acqua, e ’l foco, e l’aria
Col fiato impesterebbe atro, e corrotto,
Se non che corruttibil fu creato.
E però ti bisogna corre il tempo
Nella stagion, che son le malve in fiore,
Che allor tal verme con ale ampio, e pitte
D’innumerabil popolo germoglia:
Sicchè provedi, e spegni questo seme.
La sera allor, che l’aere è ben oscuro,

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Piglia un gran vaso, che sia senza fondo,
E largo sia dal piede, e poi si stringa
Nel mezzo, insin, che la sua cima estrema
Venga in un punto, ove sia posto un foro;
Acciò che esalar possa indi il vapore,
In guisa di piramide rotonda.
Ma se non hai tal vaso, per quest’uso
Piglia l’imbuto, onde s’infonde il vino,
E ponil poi tra le vicine malve,
Col lume dentro, e stia su quattro sassi
Quattro dita alto, acciò che quella luce
Riluca suor, che le farfalle alletta.
Non prima avrai posato il vaso in terra
Che sentirai ronzar per l’aere cieco,
E insieme il crepitar dell’ale ardenti,
E cader corpi semivivi e morti,
Ed anco il fumo uscir fuor del camino
Con tal fetor, che volterai la faccia,
Torcendo il naso, e stranutando insieme.
Però t’avverto, che, posato il vaso,
Ti fuggi, e torni poi quivi a poch’ore,
Dove vedrai tutto quel popol morto;
Che farebbe un spettacolo nefando
A quel gran Saggio, che produsse Samo.
Come quando una vostra antica nave,
Fabbricata dal Popol di Liguria,
Se ’n la nitrosa polvere s’appicca

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Per qualche caso inopinato il fuoco,
Tutta s’abbrucia l’infelice gente,
In varj modi; e chi ’l petto, e chi ’l collo
Ha manco, e chi le braccia, e chi le gambe,
E quale è senza capo, e chi dal ventre
Manda fuor quelle parti, dove il cibo
S’aggira per nutrir l’umana forma:
Così parranno allor quei vermi estinti.
Ma se nell’api tue venisse peste;
Poichè così nei pargoletti corpi,
Come nei nostri, son diversi umori;
Questo con chiari segni ti sia noto,
Massimamente in su ’l fiorir dell’olmo,
O del verde titimalo, che solve
I corpi lor, come scamonio i nostri,
Allor le vedi impallidirsi in volto,
E farsi estenuate, orride, e secche,
Simili a scorze, e spoglie di cicale;
E tu se vedi ancora i corpi morti
Portar di fuor dalle funeste case;
Ovver connesse pender dalle porte,
E solpese aspettar l’ultimo fine;
Ovver rinchiuse dentro ai lor covili
Posarsi neghittose, e rannicchiate,
Con l’ale basse, e le ginocchia al petto,
Allor si sente un susurrar più grave
Fra loro, e un suono doloroso, e mesto,

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Come fa il vento nelle antiche selve,
O come stride il mormorar dell’onde,
O come fuoco in la fornace incluso,
Ch’ondeggia, e manda fuori orribil suono.
Qui ti convien soccorrere agl’infermi
Con odori, e profumi. Incendi prima
Il galbano, e le gamme dei Sabei;
Nè t’indugiare a colar entro il mele
Per un canal di canna, rivocando
Le stanche alla verdura, all’onde chiare.
Gioveratti anco il mescolarvi insieme
Le rose secche, ovver la galla trita,
O la ben dolce, o ben decotta sapa,
O buon zibibbo, od uva passà d’Argo
O la centaurea col suo grave odore,
O l’odorato timo, che ’n gran copia
Nasce là, dove fur le dotte Atene,
Che sono or serve di spietata gente.
Prendi ancora un catin di rame, o creta,
Che sia pien d’acqua tremolante, e pura:
E quivi infondi un rugiadoso umore
Di sapa, o di amenissimo vin dolce,
Ed in tale acqua ponvi alcuni velli
Di pura lana, e bianchi, come falde
Di spessa neve, che dal ciel giù fiocchi;
O pezzetti di panno, che pur dianzi
Fosser tagliati da purpurea veste.

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Elle si poseranno ivi ondeggiando
Distese a galla, come fosser cimbe,
Elle indi, quasi da spugnose mamme,
Suggono a poco a poco il buon liquore;
Che si diffonde nei porosi velli,
Nè si sommergon nel viscoso lago.
Io vidi alcun, che non curò far questo;
Onde ’l minuto, e miserabil gregge
S’invescò tutto in quel tenace umore:
E vidi ancor per tale orribil peste
Le care mandre abbandonate, e sole,
E gli edificj lor, privi di mele,
Disabitati, e pien di aragni, e vermi.
E però s’elle ti venisser meno
Per qualche caso, e destituto fossi
Dalla speranza di potere averne
Da alcun luogo vicino, io voglio aprirti
Un magisterio nobile, e mirando,
Che ti farà col putrefatto sangue
Dei morti tori ripararle ancora;
Come già fece il gran Pastor d’Arcadia;
Ammaestrato dal ceruleo Vate,
Che per l’ondoso mar Carpazio pasce
Gli armenti informi delle orribil Foce.
Perciò che quella fortunata gente,
Che beve l’onde del felice Fiume,
Che stagna poi per lo disteso piano

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Presso al Canopo, ove Alessandro il Grande
Pose l’alta Città, ch’ebbe il suo nome,
La quale ha intorno sè le belle ville,
Che la riviera delle salubri onde
Riga, e le mena le barchette intorno
(Questo venendo lunge fin dagl’Indi,
C’hanno i lor corpi colorati, e neri,
Feconda il bel terren del verde Egitto;
E poi sen va per sette bocche in mare)
Questo paese adunque intorno al Nilo
Sa il modo, che si dee tener, chi vuole
Generar l’Api, e far novelli esami.
Primieramente eleggi un piccol loco,
Fatto, e disposto sol per tale effetto,
E cingi questo d’ogni parte intorno
Di chiusi muri, e sopra un piccol tetto
D’embrici poni, ed indi ad ogni faccia
Apri quattro finestre, che sian volte
Ai quattro primi venti, onde intrar possa
La luce, che suol dar principio, e vita,
E moto e senso a tutti gli animanti;
Poi vo, che prenda un giovinetto toro,
Che pur or curvi le sue prime corna,
E non arrivi ancora al terzo maggio,
E con le mari, e la bavosa bocca
Soffi mugghiando fuori orribil suono.
D’indi con rami ben nodosi, e gravi

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Tanto lo batterai, che caschi in terra:
E fatto questo, chiudilo in quel loco,
Ponendo sotto lui popoli, e falci:
E sopra cassia, con serpillo, e timo;
E nel principio sia di primavera,
Quando le Grue, tornando alle fredde alpi,
Scrivon per l’aere liquido, e tranquillo
La biforcata lettera dei Greci.
In questo tempo dalle tenere ossa
Il tepefatto umor bollendo ondeggia,
O potenza di Dio quanto sei grande,
Quanto mirabil! D’ogni parte allora
Tu vedi pullular quegli animali,
Informi prima, tonchi, e senza piedi,
Senz’ali, vermi, c’hanno appena il moto.
Poscia in un punto quel bel spirto insuso,
Che vien dalla grand’anima del mondo,
Spira, e figura i piè, le braccia, e l’ale,
E di vaghi color le pinge, e inaura.
Ond’elle fatte rilucenti, e belle
Spiegano all’api le stridenti penne,
Che par che siano una rorante pioggia,
Spinta dal vento, in cui fiammeggi il Sole:
O le saette lucide, che i Parti
Ferocissima gente, ed ora i Turchi,
Scuoton dai nervi dagli incurvati archi
Io già mi posi a far di questi insetti

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Incision per molti membri loro,
Che chiama anatomia la lingua Greca;
Tanta cura ebbi delle piccole Api.
E parrebbe incredibil, s’io narrassi
Alcuni lor membretti, come stanno,
Che son quasi invisibili ai nostr’occhi;
Ma s’io ti dico l’instrumento, e ’l modo,
Ch’io tenni, non parrà impossibil cosa.
Dunque se vuoi saper questo tal modo,
Prendi un bel specchio lucido, e scavato,
In cui la piccol forma d’un fanciullo,
Ch’uscito sia pur or del matern’alvo,
Ti sembri nella vista un gran colosso,
Simile a quel del Sol, che stava in Rodi,
O come quel, che fabbricar già volle
Dinocrate architetto, per scolpirne
La fortunata imagin d’Alessandro
Nel dorso del superbo monte d’Ato,
Così vedrai moltiplicar la imago
Dal concavo reflesso del metallo,
In guisa tal, che l’ape sembra un drago,
Od altra bestia, che la Libia mena.
Indi potrai veder, come vid’io,
L’organo dentro articolato, e fuori,
La sua forma, le braccia, i piè, le mani,
La schiena, le pennute, o gemmate ale,
Il nifolo, o proboscide, come hanno

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Gl’Indi Elefanti, onde con esso finge
Su’l rugiadoso verde, e prende i figli,
Ancor le vedi aver l’occulta spada
Nella vagina, che natura ha fatta
Per la salute loro, e del suo Rege.
Trovasi scritto poi quel, ch’io non vidi,
Sebbene io le osservai per molte etadi;
Che ’l Re la spada sua, ch’ei tiene al lato,
La tien per scettro, e mai però non l’usa:
Quasi ammonendo ognun, che popol regge,
Ch’adoprar debba il senno, è non la spada.
Ma perchè ’l tempo fugge, è mai non torna,
Troppo ne spendo, mentre che l’amore
Mi spinge a investigar tutti i secreti:
E questo or basti a riparar la stirpe.
Poi resta a dir, come le sommerse apì
Si possan rivocar da morte a vita.
Tu prenderesti, Trissino eccellente
Gran meraviglia dalle mie parole,
Se non sapessi i fisici secreti,
E la natura delse cose occulte;
Pur un miracol grande io vo’ narrarti,
Non già per insegnare a chi altru’ insegna,
Ma sol per porre il suo fastigio al tempio.
Quando repente un tempestoso nembo
Per l’aere si condensa, e ’l cielo oscura,
E si preme dappoi, come una spugna,

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Che sia gravida d’acque; in folta pioggia;
Quindi si bagnan l’api in un momento,
E patir non potendo il molle incarco,
Cascan prostrate, come morte, a terra,
Di lor coprendo tutta la forcita;
Allor tu con le dita pure, e caste
Raccogli leggiermente i corpi morti
In una tua conchietta, o in un vassojo
Ben netto, e ponvi sopra un bianco panno,
Che esali intorno il grato odor del timo
E stendile sovr’esso ad una ad una.
Nel riguardare avrai gran meraviglia
L’aurato pavimento adorno, e pitto,
Che fanno i corpi lor di color mille;
Qual madreperla, ovver testudin Inda,
Segate in sottil lamine, e polite.
Quando le avrai così raccolte insieme,
Fa che tu curi ancor d’aver riposto
Nel tuo tesoro, non argento, o gemme,
Ma cener puro di silvestre fico,
Più possente rimedio, e più salubre,
Che non son quei del fisico Galeno,
Nè del gran Coo, ch’è padre di tal arte.
Questa polvere poi tepida alquanto
Spargerai sopra le già morte genti,
Voltando il vaso dove raggia il Sole;
Ma s’egli è nube, fa che vegga il fuoco.

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Eccoti un gran miracolo apparire
Qui, che s’ei fosse sopra corpi umani,
S’affretterebbon le pietose madri
Di sospender le cere, e i voti al tempio.
Dico, ch’allor vedrai tornar la vita
A quel defunto popolo sommerso,
Il cui principio non appare al senso:
Come interviene a chi tien gli occhi fisi,
Credendosi vedere aprirsi un fiore.
Che pria nell’api il tremolar de’ corpi
Si vede, e poscia il mormorar si sente,
Subito, e lo stridor dell’ale pitte;
Onde levate in aria, e fatta schiera,
Risuscitate dall’orribil morte,
Ritornano a veder gli aviti regni.
Ma tempo è ch’io ritorni al tristo Oreste,
Con più sublime, e lagrimoso verso;
Come conviensi ai tragici coturni.