Atto I

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Personaggi Atto II

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ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Rosaura e Brighella.

Rosaura. Sì, Brighella, voglio appagarvi. La bontà che avete avuta per me, la vostra fedeltà e il debito ch’io vi professo, m’obbligano a darvi questa soddisfazione. Sono pronta a svelarvi l’esser mio, e per qual cagione mi sia dalla mia patria involata.

Brighella. Veramente son sta un omo troppo facile a introdurve per serva qua in casa dei mii padroni, senza saver prima chi fussi. M’ha piasso la vostra idea e ho volesto crederve1, tanto più che ve se impegnada de dirme tutto. Ve prego mo no ingannarme, e più tosto che dirme qualche filastrocca, seguite a taser che me contento. [p. 430 modifica]

Rosaura. No no, dirovvi la verità, non temete. Sappiate ch’io sono della città di Pavia, città celebre per il famoso studio di quella Università, che gareggia colle principali di Europa. Mio padre serve per bracciere a una dama di quella città, e mia madre serve di lavandaia uno di que’ Collegi. Io pure mi esercitava nell’inamidare le camicie de’ collegiali, ed appunto da ciò ebbero origine le mie sventure. Sapete che gli scolari del Collegio in Pavia hanno la libertà di girare, col pretesto di portarsi a’ pubblici studi. Ora vi dirò che uno di quelli in casa mia s’introdusse. Mi piacque il bel volto e l’aspetto di lui; ma più mi sorprese il suo bello spirito: onde poco tardai a innamorarmi di esso perdutamente; egli, secondo l’uso degli scolari, si prevalse della mia debolezza, si rese padrone del mio cuore, e di tutta me stessa. Finalmente, dopo un anno di reciproche tenerezze, cominciò a raffreddarsi l’infedele, e rallentando le visite, cambiò in complimenti gli affetti, e a poco a poco da me e dalla mia casa interamente si tolse. Considerate, Brighella, qual fosse allora il mio dolore, pensate alle smanie del tradito mio cuore: piansi, sospirai, e quasi quasi alla disperazione mi diedi.

Brighella. Poverina! (La me fa compassion!) (da sé) Ma perchè vegnir via? Perchè scappar?

Rosaura. Il giovine, terminati gli studi, partì senza nemmeno darmi un addio. Passò egli a Milano per vedere quella metropoli, prima di ritornare alla patria, ed io, risoluta di volerlo perseguitare sino alla morte, qui venni a prevenire il suo arrivo.

Brighella. Donca sto vostro amante l’è bolognese?

Rosaura. Non solo è bolognese2. Maravigliatevi, o Brighella; egli è di questa casa, in cui siamo; è figlio del signor Dottore, già vostro ed ora anche mio padrone.

Brighella. Come? El sior Florindo?

Rosaura. Appunto: Florindo è colui che mi ha ingratamente tradita.

Brighella. Ma el se attende a momenti. [p. 431 modifica]

Rosaura. Venga egli pure; vedrà se saprò vendicarmi.

Brighella. Per che causa vegnir mo giusto a servir in sta casa? V’ho pur proposto dei altri loghi; perchè aveu voleste servir l’istessi vostri nemici?

Rosaura. Appunto per vendicarmi di Florindo, e se non giungo a possederlo, voglio almeno precipitarlo.

Brighella. Ma come spereu de poderlo far?

Rosaura. Io praticando Florindo ed alcuni altri scolari3, ed esercitando la mia inclinazione per le lettere, sono arrivata a saper tanto che supera il femminile costume. Ho apprese varie scienze; ma più utilmente ancora4 ho appresa la facoltà di sapermi uniformare a tutti i caratteri delle persone. Il Dottore mi vede volentieri, e se giungo a farlo innamorare di me, ho il modo di vendicarmi di Florindo. Tenterò ancora di rendermi affezionato il signor Ottavio, figlio primogenito del signor Dottore, benchè ammogliato, perchè può giovare al disegno. Così farò delle padrone di casa5, e di quanti praticano in essa; seconderò le loro inclinazioni, e tutti obbligati alla mia maniera di vivere, m’assisteranno per compiere le mie vendette. Brighella avrà appresso di me tutto il merito, e vi giuro che non lascierò veruna occasione per ricompensarvi.

Brighella. Mi no so cossa dir, ave rason. Sè offesa nell’onor che xe la cosa più delicata, e el tesoro più prezioso d’una donna da ben. Per mi sarò sempre in vostra assistenza. Disponè de mi, come volè. Permetteme anca che ve diga che ve voggio ben, e che se no ve riuscisse de conseguir el sior Florindo, Brighella sarà tutto per vu.

Rosaura. Accetto con tal condizione l’offerta. Brighella ha un non so che, che mi piace. Ma viene la signora Diana, figlia del signor Dottore. Con essa comincio la mia lezione; lasciatemi in libertà. [p. 432 modifica]

Brighella. Non occorre altro, se semo intesi. Fortuna, aiuteme; questo l’è un colombin6 sotto banca7 (parte)

SCENA II.

Rosaura, poi Diana.

Diana. Ah Rosaura! mi sento morire.

Rosaura. Su via, finite una volta di piangere. Queste vostre lagrime fanno torto alla vostra prudenza ed alla mia sagacità. Credete ch’io non sia capace di consolarvi? Ve l’ho promesso, e lo manterrò.

Diana. Chi ama teme, e chi vive sotto la soggezione d’un padre severo, ha poca occasion di sperare.

Rosaura. Se foste sotto la vigilanza di cento padri, vi torno a promettere che il signor Momolo sarà vostro sposo.

Diana. Cara Rosaura!8 tu mi torni da morte a vita, di te mi fido, a te mi raccomando.

Rosaura. Tutti9 gli animali si servono di quelle arme che la natura ha loro somministrate per difendersi da’ nemici; per esempio: il bue si val delle corna, il cavallo de’ piedi, il cane dei denti, il gatto delle ugne, l’istrice delle spine, gli uccelli del rostro e la pulce dell’agilità ne’ suoi moti. L’uomo si serve dell’autorità che si è usurpata sopra di noi, e noi10 della finzione ch’è la dote più bella del nostro sesso, in cui consiste la maggior forza che vaglia a ribattere la soperchieria degli uomini. Con questa si persuade la gioventù, e si delude la vecchiaia: con questa si acquistano gli amanti11, si assicura la propria sorte, e si schernisce la crudeltà de’ parenti. [p. 433 modifica]

Diana. Io durerò poca fatica a seguir il tuo consiglio, essendo naturalmente inclinata a celare altrui il mio cuore.

Rosaura. Ma non basta celar il cuore, conviene talvolta ancora farlo credere diverso da quello ch’esso è.

Diana. Come sarebbe a dire?

Rosaura. Mi spiego: voi amate il signor Momolo; vostro padre, se lo sapesse, non v’acconsentirebbe, essendo il signor Momolo forestiere, scolare, ed un po’ pazzarello12: dunque con vostro padre dovete mostrarvi inimicissima di un tale amore, anzi a tutt’altro inclinata. Dovete mostrarvi attenta al lavoro, amica del ritiro, nemica delle finestre, aliena delle conversazioni, scrupolosa modesta, e sopra tutto semplice, in tutte le migliori cose del mondo. Quando poi vostro padre sarà convinto da una falsa apparenza, lasciate fare a me a trovar la via per condurlo13.

Diana. Sì, Rosaura, così farò. Piacemi estremamente un tal metodo.

Rosaura. Voglio però darvi un altro avvertimento, buono a regolarvi col vostro amante. Con lui non fate tanto la semplice, ne siate facile a creder tutto. Gli uomini, signora mia, sono troppo sagaci, e ingannano le povere donne, ed io14 ne ho provato per mia fatalità il disinganno.

Diana. Sei stata tu pure innamorata?

Rosaura. E in qual guisa! Ma sono stata ingratamente tradita. Oh, maledette lusinghe! Mah! Ecco vostro padre; chinate gli occhi, unite le mani sopra del grembo, stringete la bocca, e lasciate ch’io parli15.

SCENA III.

Dottore e dette.

Rosaura. Eh via, signora, risvegliatevi da questo vostro letargo; se farete così, diverrete tisica in breve tempo. Bella consolazione che darete a vostro padre! Le figlie savie stanno bensì [p. 434 modifica] lontane dalle male pratiche, ma si divertono col lavoro, colle serve di casa, e talvolta con qualche libro16. Voi non volete far niente. Per Bacco, per Bacco, mi fareste venire la rabbia.

Dottore. (Oh che serva da bene!)17 (da sè)

Rosaura. Ma almeno rispondete. Venga il canchero alle bocche strette.

Diana. (Costei m’imbroglia, ne so che dire). (da sè)

Rosaura. Oh, se foss’io in vostro padre, troverei ben la maniera di farvi parlare. Ma mi perdoni quel buon temperamento del signor Dottore, egli è con voi troppo condiscendente.

Dottore. È vero, è vero, son troppo buono, avete ragione, Rosaura; mia figlia si abusa della mia bontà.

Diana. Pazienza, signor padre.

Rosaura. Ah, che volete fare? È giovane, convien compatirla.

Dottore. (Da sola a sola la corregge, e in presenza mia la difende)18. (da sè)

Rosaura. Orsù, signora, fate vedere al vostro signor padre che siete figlia ubbidiente: andate a lavorare, io già vi ho preparato il disegno per il ricamo dei manicotti: andate che l’ozio è il padre di tutti i vizj; (andate a scriver una lettera al signor Momolo). (a Diana piano)

Diana. Volentieri; sono contentissima. Le mie mani non si saranno mai impiegate con tanto piacere, quanto s’impiegheranno in questo ricamo: (vedrai se ricamerò bene questa lettera). (piano a Rosaura, indi parte)

SCENA IV.

Dottore e Rosaura.

Dottore. Brava, brava: così mi piace. Ma ditemi, la mia cara Rosaura, siccome vi dà l’animo di svegliar lo spirito di mia figlia, non potreste ritrovare la maniera di correggere la maledetta ambizione di Beatrice mia nuora? [p. 435 modifica]

Rosaura. Oh, se vi troverei la maniera! Sono fatta a posta per insegnar la modestia alle donne.

Dottore. Se ella continua così, manderà in rovina la mia povera casa.

Rosaura. Pur troppo l’ambizion delle donne è la rovina delle famiglie. Ma lo comporta vostro figlio?

Dottore. Mio figlio non pensa ad altro che a giocare al lotto, e anch’egli tende alla distruzion della casa. Tutto il giorno studia le cabale, nè mai è arrivato a vincere un paolo, e non bada alla moglie, come se non l’avesse.

Rosaura. Veramente, secondo l’uso moderno, i mariti badano poco alle loro mogli. Ma in questo fanno male. Dice il proverbio, l’occasione fa l’uomo ladro; alle donne bisogna badarvi. Poverine! si maritano per quello: ora basta, non dubitate: vi prometto di farle una lezione, che la metterà a dovere senz’altro. Non vi è cosa peggiore della vanità delle mode19. Che diavolo di vergogna! ogni mese una moda nuova! ora la coda come le regine; ora il sottanino come i lacchè; ora asciutte asciutte come una fantasima, ed ora con mezzo miglio di guardinfante20. Si dovrebbero bandire gl’inventori di mode, come fomentatori dell’umana ambizione.

Dottore. (Ah si può dir di più?) (da sé)

Rosaura. Ma che vuol dire, signor padrone, così tardi andate questa mattina a Palazzo?

Dottore. Non è molto che è suonato il campanone, e poi sta mattina non ho altro che una causa sola.

Rosaura. E bene, per questa causa sola non dovete esser meno sollecito che se ne aveste dieci; il vostro avversario sarà forse ad attendervi, e per la vostra tardanza, credendovi timoroso, prenderà maggior animo. Vi ho pur inteso dir tante volte: melius est prævenire, quam præveniri [p. 436 modifica]

Dottore. (Che spirito!) (da sè) È vero, avete ragione, dite bene; ma la causa di questa mattina è de minori, e la tratteremo sommariamente avanti il giudice di prima istanza, dappoi ch’egli avrà ascoltate le cause di conseguenza.

Rosaura. Per qual giorno avete stabilita quella vostra bella causa de fideicommisso?

Dottore. Per dopo dimani.

Rosaura. Io sono di parere che la guadagnerete senz’altro.

Dottore. Siete instrutta voi della causa?

Rosaura. Instruttissima.

Dottore. Ma in qual modo ne siete informata?

Rosaura. Vi dirò, signore: quando venne il Procuratore21, io stava dietro alla portiera ad ascoltare l’informazione col maggior gusto del mondo; e sentite se l’ho capita benissimo. Fabrizio de’ Mascardi, testatore nell’anno 1680, fece il suo testamento: non aveva figliuoli maschi, ma solo due figlie femmine maritate, chiamate l’una Lugrezia, l’altra Costanza; instituì eredi universali e fideicommissari i figli maschi di dette sue figlie egualmente. Passando poi alla sostituzione, dice queste precise parole: E quando non vi saranno più maschi, vada alle femmine discendenti da dette mie figlie. Veniamo al fatto. Le due figlie del testatore ebbero tutte due maschi e femmine: ma ora della linea di Lugrezia sono finiti i maschi, e vi restano tuttavia delle femmine, ed all’incontro della linea di Costanza vi sono ancora dei maschi. Ecco il punto di ragione: Quæritur: Se le femmine di Lugrezia s’intendano chiamate alla sostituzione usquequo sussistano ancora i maschi dell’altra linea. So che i vostri avversari, proponendo che nella prima instituzione vi sia la reciproca, sostengono che non siano capaci le femmine, se non dopo l’estinzione de’ maschi d’ambe le linee; ma so altresì, che fondandovi voi sulla parola egualmente, sperate risolver l’obbietto, tanto più che non avendo espressa la reciproca, il testatore ha bisogno della interpretazione del giudice, e sostenendo che [p. 437 modifica] in substitutione fœminæ sunt expresse vocatæ, spero che guadagnarete la causa. Io però voglio darvi un avvertimento. Si tratta di un punto di ragione, onde vi possono essere hinc inde abbondantissime prove. Provedetevi pertanto d’una moltitudine di testi, di leggi, d’argomenti, d’esempi, di pratiche, di decisioni, di statuti, di decreti, e se tutto quello che ha scritto Giustiniano nell’Instituta, nel Codice22 e nei Digesti, non vi bastasse, inventatevi voi delle leggi nuove, citate con l’interpretazioni d’Autori incogniti, mentre a queste l’avversario non saprà rispondere, ed il giudice, vergognandosi di non saperle, vi darà ragion per riputazione, ricordandovi di quel detto che coram Judice audacia sæpe sæpius triumphat. Signor padrone, andate a Palazzo che l’ora vien tarda, poi tornate a casa a riposarvi ed a fare una buona corpacciata, mentre sapete che omnia tempus habent. (parte)

SCENA V.

Il Dottore solo23.

Rimango attonito, sono stordito! Questa femmina è un portento della natura, è una cosa fuori dell’ordinario. Ed io tollererò che si perda in uffici servili una ragazza, degna di sedere sulla cattedra? No, no, la voglio sposare, la voglio appresso di me quest’arca di scienze, questo prodigio del nostro secolo. Sì, la voglio sposare, perchè dice ne’ suoi proverbi Catone: Si vis nubere, nube pari; e più bella parità non può trovarsi, quanto quella dei costumi, dell’inclinazione e del talento di Rosaura, eguale in tutto al mio genio e temperamento. Sì, la mia cara Rosaura, se sinora sei stata con me in qualitate servili, da ora innanzi ci starai tamquam domina, et hoc iure merito, quia mulier sapiens est maximo digna honore. Florindo mio figlio, che poco può tardar a venire, si stupirà nel sentire una donna [p. 438 modifica] virtuosa a tal segno, e chi sa, se con tutto il suo studio di tanti anni a Pavia, sia egli arrivato a sapere la metà di quello che sa questa brava ragazza. Per lo più gli scolari non imparano che a far all’amore. (parte)

SCENA VI.

Arlecchino colla cuffia e qualche altro ornamento di Beatrice, e collo specchietto in mano con cui si pavoneggia; poi Beatrice, in abito di confidenza.

Arlecchino. Oh bello! Oh grazioso! De chi è mai sto bel viso! De Arlecchin? Oh, no pol esser: eppur son Arlecchin; ma sta bella scuffia, ste belle galanterie fan che no paro Arlecchin: adess capisso perchè tante brutte femene de quando in quando le comparisse belle; per causa della scuffia, del topè, dei rizzi e de qualch’altra bagatella, e nu alter gonzi ghe correm drio: ecco qua. Mi son Arlecchin, e no paro Arlecchin, così qualche brutta diavola co st’imbroi adoss la no par più brutta. Oh, che bellezza! Oh, che grazia! Oh, che vezzo! Oh, che brio! (guardandosi nello specchio)

Beatrice. Arlecchino. (di dentro)

Arlecchino. (Oh diavolo! la patrona; se la me vede, sto fresco!)

Beatrice. Briccone, che fai tu qui?24 (esce)

Arlecchino. Disi la verità, no sto ben co sta scuffia?

Beatrice. Levatela, che ti bastono.

Arlecchino. Eh invidia! Avi paura che para più bello de vu.

Beatrice. Chi è di là?25 V’è nessuno? Rosaura.

SCENA VII.

Rosaura e detti.

Rosaura. Signora, vengo subito. (di dentro) [p. 439 modifica]

Arlecchino. Senza tanti strepiti. Tolì la vostra scuffia, che mi son bello anca senza de quella. (si leva la cuffia, e la pone sopra un tavolino, o sopra una sedia)

Rosaura. Eccomi, signora padrona. Mi perdoni se prima non sono venuta, poichè quell’anticaglia tediosa del suo signor suocero mi ha trattenuta sinora. (Arlecchino fa scherzi a Rosaura, che gli corrisponde26)

Beatrice. Va via di qua impertinente, (ad Arlecchino che fa lazzi)

Rosaura. (Vanne, caro, e poi torna quando sarò sola, che ti ho da parlare), (piano ad Arlecchino che parte) (Anche costui può giovarmi). (da sè)

Beatrice. Colui è insoffribile27.

Rosaura. Eppure qualche volta è grazioso. A me piacciono gli uomini disinvolti.

Beatrice. Ancor io amo le persone spiritose, ma colui è uno sciocco.

Rosaura. Credetemi, signora padrona, che per noi altre donne accomodano molto meglio codesti sempliciotti che gli uomini accorti, e per diverse ragioni. Coi semplici possiamo fare a nostro modo, anzi possiamo fare ch’essi facciano a modo nostro. Non ardiscono di rimproverarci le nostre gale, le nostre mode. Se si grida, sono sempre i primi a tacere; hanno soggezione e timore di noi, e quello che più importa, si può facilmente dar loro ad intendere lucciole per lanterne; ma cogli accorti bisogna stare avvertite, nè si può loro far credere che un viglietto amoroso sia la lista della lavanderia.

Beatrice. Tu l'intendi assai bene, ed io sono contentissima che la sorte m’abbia provveduta d’un marito della più fina semplicità.

Rosaura. Approfittatevene, e fate valere la superiorità del vostro spirito.

Beatrice. Dammi quella cuffia.

Rosaura. E volete ricever visite con quella cuffia?

Beatrice. Se Arlecchino non l’ha sciupata, e perchè no? [p. 440 modifica]

Rosaura Oh, ella è antica: le trine sono ordinarie; non ne avete delle migliori?

Beatrice. Veramente questa è la migliore ch’io abbia.

Rosaura. Per una vostra pari, perdonatemi, è indecentissima. Se mi date licenza, vi farò venir io una crestaia mia amica, che è la prima di Bologna, la quale vi provvederà d’una trina magnifica, e vi farà le cuffie all’ultima moda, e si contenterà, a mia contemplazione, di mezzo scudo per la fattura.

Beatrice. Tu mi farai piacere; ma la spesa mi pare soverchia,

Rosaura. Eh, quando si tratta di andar alla moda, non si guarda a spesa. Io vi consiglio anzi a riformare tutti i vostri abiti, a far legar nuovamente tutte le vostre gioje.28 Io poi vi farò un liscio bianco senza alcun corrosivo, perchè non guasti le carni, e vi farò un rossetto ad uso di Parigi, che comparirete la più ben dipinta signora di Bologna. Vi taglierò il tupè all’ultimo gusto, e ve lo aggiusterò29 con una pomata che lo farà parere di stucco. In somma io v’adornerò di tutte quelle stravaganze che per se stesse sono ridicole, ma che paion belle, perchè sono alla moda30.

Beatrice. Ho sentito picchiare all’uscio di sala. Guarda un poco chi è?

Rosaura. Vado subito. (va a vedere)

Beatrice. Una Cameriera simile31 merita essere adorata. Per me non vi voleva di meno. Prometto che fra lei e me studieremo delle belle cose all’usanza.

Rosaura. Oh, signora padrona, sapete chi è? (ritorna)

Beatrice. Se non me lo dici, nol so.

Rosaura. È il signor Lelio.

Beatrice. Quell’affettato?

Rosaura. Appunto quello. [p. 441 modifica]

Beatrice. Fa ch’egli venga. Avremo occasion di ridere.

Rosaura. E volete lasciarvi trovare così disabbigliata?

Beatrice. Con costui non mi prendo soggezione.

Rosaura. Eh, compatitemi. Le donne civili hanno a prendersi soggezione di tutti. Per esigere rispetto, non conviene dar confidenza. No, no, signora, state pure in contegno. Andate ad abbigliarvi nell’altra camera, e fatevi aiutare dalla signora Diana vostra cognata, che io piuttosto fra tanto lo tratterrò qui.

Beatrice. Sì, dici bene. Vado a vestirmi, trattienlo, e quando sarò vestita, lo condurrai nella mia camera32. (parte)

SCENA VIII.

Rosaura e poi Lelio.

Rosaura. Che bella cosa è questo uniformarsi ai temperamenti delle persone! Ma che fa questo signor Lelio che non viene avanti? Chi è di là! Vi è nessuno?

Lelio. È permesso ad un reverentissimo servo della signora Beatrice poter avanzare il suo ossequiosissimo passo?

Rosaura. La mia padrona viene ad essere favoritissima delle grazie di un cavalier compitissimo.

Lelio. Vostra signoria è la cameriera degnissima della signora Beatrice prestantissima?

Rosaura. Per servire Vossignoria illustrissima. (inchinandosi)

Lelio. Quanto tempo è ch’ella adorna colle industriose sue mani la beltà di madama?

Rosaura. Oggi per l’appunto il sole compisce per l’ottava volta il suo corso.

Lelio. Molto erudita, molto faconda! Oh, come bene epilogò la natura le doti del corpo e quelle dell’animo nella signora.... Qual è il suo riveritissimo nome?

Rosaura. Rosaura, per obbedirla. [p. 442 modifica]

Lelio. Rosa nel purpureo delle gote, giglio poi nella candidezza del seno, e tale la credo nella purità dell’animo.

Rosaura. Benignissimi sensi d’un cavaliere generosissimo!

Lelio. (Poter del mondo! costei mi soverchia!) (da sè)

Rosaura. (Mi par di far colpo). (da sè)

Lelio. In che, signora, ha ella esercitata la rara perspicacità del suo più che femmineo talento?

Rosaura. Appunto nelle femminili incombenze, le quali però, benchè sembrino vili all’occhio fosco degli abbietti mortali, vengono sollevate da più arcani misteri. Scemando dalla conocchia la messe per accrescere al fuso lo stame, io contemplai sovente il sottil filo di nostra vita, e spezzandosi talvolta per accidente un tal filo, così (dicea fra me stessa) così finiamo di vivere.

Lelio. Che eloquenza! che riflessioni! Ma ingrata troppo la sorte col di lei merito, a uffizio indegno anzi che no condanna la sua singolarissima, prodigiosissima e venerabil persona.

Rosaura. La felicità umana consiste nel contentarsi del proprio stato. Io contentandomi della mia sorte, posso chiamarmi felice.

Lelio. Ella si contenta di poco.

Rosaura. Chi si contenta di poco, possiede molto.

Lelio. (Ah! s’io potessi far acquisto di un sì bello spirito, felicissimo me!)33 (da sè)

Rosaura. (Questo suo borbottare fra se, mi lusinga d’una nuova vittoria. Povero stolto! Quanto s’inganna!) (da sè)

Lelio. Deh perdonatemi, se troppo forse rilascio l’incauto freno della rispettosa mia lingua. Avete ancora felicitato qualche avventurato mortale col tesoro della vostra grazia?

Rosaura. Se l’aspetto vostro venerabile non m’imponesse di rispettar ciecamente qualunque vostra proposizione, vi direi codesto essere un paradosso. I tesori di grazie non si dispensano dalle persone abbiette, come io sono.

Lelio. La vostra esemplare modestia vi caratterizza sempre più per una Penelope del nostro secolo. [p. 443 modifica]

Rosaura. E la vostra saggezza vi dipinge per un Ulisse novello.

Lelio. Sarebbe eterogeneo fra di noi, ad esempio loro, il castissimo nodo?

Rosaura. Io ciò non giungo a decidere: ma so bene che, in quanto a me, non potrei promettervi un erudito Telemaco.

Lelio. Per che causa?

Rosaura. Perchè Minerva non si prenderebbe la cura di allevare il figlio d’una vil femminuccia.

Lelio. Signora, voi mi avete ferito.

Rosaura. Ma con quali armi?

Lelio. Con due potentissimi strali. Uno scoccato da’ vostri lumi, l’altro dalla facondia de’ labbri vostri.

Rosaura. La ferita non sarà penetrante a causa della debolezza delle armi.

Lelio. Ah, che sin dentro del cuore m’impressero la fatal piaga.

Rosaura. Signor cavaliere, quest’espressione ha del romanzesco.

Lelio. Pur troppo ella è una miserabile storia.

Rosaura. I comici se ne servirebbero per soggetto di una commedia.

Lelio. Ah, dite piuttosto d’una tragedia.

Rosaura. Sì, quand’io credessi alle vostre espressioni.

Lelio. Non ricuso versar il sangue per autentica d’una tal verità.

Rosaura. Serbate il sagrifizio per un idolo più meritevole. Signore, la mia padrona vi attende.

Lelio. Voi 34 siete la padrona di questo cuore.

Rosaura. Obbligatissima alle sue grazie. Vada pure a far le convenienze35.

Lelio. Convenienza36 trovo sol l’adorarvi...

Rosaura. O vada ella, o io vado37.

Lelio. Crudele!

Rosaura. Ma, vada.

Lelio. Spietata.

Rosaura. Ma, via.

Lelio. Vado sì; ma teco resta il mio cuore. (parte) [p. 444 modifica]

SCENA IX.

Rosaura, poi Arlecchino.


Rosaura. Vivano i matti. S’io troppo praticassi costui, pazza anch’io diverrei facilmente. Ho piacere d’averlo amico, perchè forse potrà giovarmi contro l’audace Florindo, se qualche cosa ardisse egli tentare contro di me. Voglio ancora cattivarmi l’affetto della servitù, ed essendo in possesso di quello di Brighella, vo’ assicurarmi egualmente d’Arlecchino, Lo veggo passare dalla cucina. Ehi, Arlecchino, Arlecchino dico, non senti?

Arlecchino. Uh, uh, chi chiama? Coss’è qua, semo vendudi in galera?

Rosaura. Non ti alterare, Arlecchino, sono io che ti chiamo, a solo fine di godere la tua conversazione.

Arlecchino. Credeva che fusse quella senza creanza della mia38 padrona.

Rosaura. Perchè la chiami senza creanza?

Arlecchino. Perchè per mi no la gh’ha gnente de respetto. La me strapazza come un aseno, la me bastona come un can, e la me dà da magnar come un oseletto.

Rosaura. Povero Arlecchino! Mi fai compassione.39.

Arlecchino. Ma ti, ti me poderessi aiutar.

Rosaura. In qual maniera? Parla, che io son pronta.

Arlecchino. Ti, ti ha le chiave della despensa; ti ha le chiave della cantina, ti ha le chiave de tutto. Me basterave do volte sole al zorno, che ti me imprestassi ste chiave.

Rosaura. E poi se i padroni se n’accorgessero?

Arlecchino. Pazienza; per un’empida de corpo, se pol anca soffrir quattro bastonade.

Rosaura. Eh, lascia fare a me, troverò ben io il modo di contentarti, senz esporti ad un tal pericolo.

Arlecchino. Via mo, come? [p. 445 modifica]

Rosaura. Senti: aspetteremo che tutti sieno a letto, ed anche quel furbo di Brighella ch’io non posso vedere; poi pian piano tutti due ce ne anderemo in cucina. Io già avrò preparato il bisogno; onde bel bello accenderemo il fuoco, empiremo una bellissima caldaia d’acqua, e la porremo sopra le fiamme. Quando l'acqua comincierà a mormorare, io prenderò di quell'ingrediente, in polvere bellissima come l’oro, chiamata farina gialla40; e a poco a poco anderò fondendola nella caldaia, nella quale tu con una sapientissima verga andrai facendo dei circoli e delle linee. Quando la materia sarà condensata, la leveremo dal fuoco, e tutti due di concerto, con un cucchiaio per uno, la faremo passare dalla caldaia ad un piatto. Vi cacceremo poi sopra di mano in mano un’abbondante porzione di fresco, giallo e delicato butirro, poi altrettanto grasso, giallo e ben grattato formaggio: e poi? E poi Arlecchino e Rosaura, uno da una parte, l’altro dall’altra, con una forcina in mano per cadauno, prenderemo41 due o tre bocconi in una volta di quella ben condizionata polenta, e ne faremo42 una mangiata da imperadore; e poi? E poi preparerò un paio di fiaschi di dolcissimo, preziosissimo vino, e tutti due ce li goderemo sino all’intiera consumazione. Che ti pare. Arlecchino, andrà bene così?

Arlecchino. Oh, tasi, cara ti, che ti me fa andar in deliquio43.

Rosaura. Eh, Arlecchino, ne faremmo spesso di queste merendine, se tu mi volessi bene.

Arlecchino. Mi te vorave ben mi, ma ti è ti, che ti me burli.

Rosaura. Eh, furbacchiotto, credi ch’io non sappia tutte le tue pratiche?

Arlecchino. Cossa podì saver de mi?

Rosaura. Io so benissimo che vai ad aiutare a far bucato alla lavandaia, e perchè? Per quella sciocca della sua figliuola44.

Arlecchino. Oh no, in coscienza mia. [p. 446 modifica]

Rosaura. Io so che tutto il giorno stai da quel formaggiaro, e perchè? Per causa della sua serva45.

Arlecchino. Eh no, ghe stago per l’odor del formai.

Rosaura. So benissimo che tu procuri tirar in casa quella pitocca; e perchè? Perchè se è storpia dal mezzo in giù, è bella e sana dal mezzo in su.

Arlecchino. Oibò, fazzo perchè qualche volta la me dona qualche pezzo de pan, qualche pignatta de menestra.

Rosaura. Può anch’essere; mentre ve ne son tante che fingono le pitocche per mantenere l’amante. Basta, io non posso fidarmi di te; peraltro....

Arlecchino. Fame sto servizio, proveme, e ti vederà.

Rosaura. No, no, non voglio arrischiarmi; temo di esser tradita.

Arlecchino. Senti, se t’inganno, prego el cielo de perder quello che gh’ho più a caro.

Rosaura. E che hai di più caro?

Arlecchino. L’appetito.

Rosaura. Orsù, ad un tal giuramento sono forzata a crederti. Voglimi bene, e non dubitare.

Arlecchino. Sì cara, sì occhietti furbi46. Sarò tutto vostro, de sotto, de sora, de drento, de fora, de notte, de zorno: co vago e co torno, d’inverno e d’istà, per strada e per cà; col caldo e col fredo; e quando te vedo, me cresce l’amor; bondì, mia caretta, te dono ’l mio cuor. (parte)

SCENA X.

Rosaura sola.

I cacciatori, i pescatori, e tutti quelli che hanno il carattere di predatori, non ricusano fra le prede magnifiche anche gl’infimi acquisti, ed io pure mi compiaccio tanto d’aver obbligata la semplicità di questo scioccherello, quanto l’accortezza de’ più [p. 447 modifica] nobili soggetti. Mi dirà taluno: che vuoi tu far di tanti uomini? Sei forse scolara della celebre Corisca del Pastor fido, che insegna degli uomini: «Molti averne, un goderne, e cangiar spesso»? Guardimi il cielo; non sono di questa taglia. Amo l’onestà più della vita medesima. Io non cerco che far vendetta contro Florindo, e contro tutto l’orgoglioso sesso virile47. (parte)

SCENA XI.

Ottavio e Brighella.

Ottavio. «Unisci l’otto quattro volte, e poi

Dividi per metà tutto il prodotto.
Il quattro, il cinque, il sei ponigli sotto,
Ed un terno averai, se tu lo vuoi».

Poter del mondo! Parla così chiaro questa volta la cabala che vi giuocherei sopra il mio patrimonio. Unisci l’otto quattro volte; quattro via otto trentadue: poi dividi per metà il prodotto. La metà del trentadue è il sedici. Il quattro, il cinque, il sei ponigli sotto: il quattro, posto sotto il sedici, moltiplicando fa 4 via 16, 64: così facendo col 5 via 16, 80: così non si può fare col sei, mentre 6 via 16 farebbe 96: converrà il 6 sommarlo col 16, e dire 16 e 6, 22. Ecco il bellissimo terno: 22, 64, 80. Brighella, prendi questo zecchino e vammi a giuocare questi tre numeri, terno cinquemila.

Brighella. E la vol zogar senza l'ambo? La me perdona, la fa un sproposito.

Ottavio. Un ambo non vale ad accomodarmi; per rimarginare le piaghe che ho fatte alla casa di mio padre, a causa del lotto48, vi vuole un terno, ed un terno grosso: ora però vado giuocando con economia. Va dunque tosto... ma no, fermati. E vero che la cabala mi promette un terno, ma non in tre numeri [p. 448 modifica] soli: bisogna aggiugnerne un49 altro, e qual numero sceglierò? Farò del cinque, come ho fatto del sei, e dirò 5 e 16 fa 21. Ma se nella stessa maniera giuocassi ancora il 4? E bene, giuochisi questo ancora: 16 e 4 fa 20, ecco fatta una cinquina:20, 21, 22, 64, 80. Ma per giuocar questa cinquina di cinque mila50 vi vogliono dieci zecchini, ed io non li ho; ma bisogna giuocarla assolutamente. Brighella, prendi quest’orologio, e quest’anello, impegnali per dieci zecchini, e poi vieni da me, che anderemo a giuocare questa cinquina.

Brighella. E l’usura che ghe anderà su?

Ottavio. Che m’importa51 dell’usura? se dimattina sarò ricco di diecimila scudi almeno.

Brighella. Co l’è cussì, la gh’ha rason. Vago subito a impegnarli. (Canchero52! Co l’è seguro de vadagnar, voi zogarli anca mi. Se ’l prenditor no li podesse tegnir? Ghe darò tutto quel ch’el vol, perchè el me fazza la carità de farmeli tor.) (parte)

SCENA XII.

Ottavio, poi Rosaura.

Ottavio. Ma il 16, il 33 ed il 6, che sono tre numeri nominati dalla cabala, li abbandonerò? Questi ancora si dovrebbero giuocare. Poter di Bacco, vi vorrebbe del bel denaro per far un bel giuoco! Ma poi vincendo, questo denaro sarebbe molto bene impiegato. Che sarà mai? Una volta poi ha da venire per me. Io m’ho ancor da arricchire con questo lotto: ho ancor da far vedere a mio padre che ho più giudizio di lui, che so il mio conto, che semino per raccogliere, e per ingrandire la nostra casa. Oggi si attende mio fratello: si faranno delle allegrezze, e delle spese: se io vinco, farò onore a tutta la famiglia. Se faccio una buona vincita, non giuoco mai più,

Rosaura. (Ecco il padrone che impazzisce per il lotto. Vo’ secondarlo). (da sè) Oh, signor padrone, lei appunto andavo53 cercando. [p. 449 modifica]

Ottavio. Hai da raccontarmi qualche sproposito di mia moglie? Ella mi vuol mandare in rovina.

Rosaura. Non dubitate, signore, ch’io spero rimediare a tutte le vostre indigenze.

Ottavio. E in qual maniera?

Rosaura. Ho fatto questa notte un bellissimo sogno, e son sicura che in esso vi è il terno.

Ottavio. Per amor del Cielo, raccontami questo sogno. Dov’è Brighella? Eh, tornerà.

Rosaura. Io mi sognai ch’ero sopra un monte alto, alto, alto.

Ottavio. Monte alto? Questo è il novanta.

Rosaura. Benissimo, e mi parea colassù giuocare alla gatta cieca con varie femmine mie compagne.

Ottavio. Che sono le figlie della lista del lotto54.

Rosaura. Indi cercando a tentone, come sapete che si fa, invece d’una, ne presi tre.

Ottavio. Ecco il terno.

Rosaura. Levatami allora la benda per riconoscer la preda, mi parve che fossero tre mie carissime amiche, una chiamata Menichina, l’altra Cecchetta, e la terza Tognina.

Ottavio. Hai la lista del lotto?

Rosaura. Signor no, in verità.

Ottavio. Se male non mi ricordo, Menichina è al numero 39, Cecchetta al 59, e Tognina al 60. Oh, che bel terno! Oh, che bel terno!

Rosaura. Sentite il meglio. Mi pare ch’io dicessi alle tre donne: niente voi mi date per la bravura d’avervi prese? Ed esse mi risposero: ti daremo dell’oro, quanto vorrai; ed infatti mi empirono il grembo di bellissime monete d’oro: allora tutta allegra mi svegliai, ma indovinate55. Sapete, ch’io tengo meco a dormire quel cagnolino; egli mi aveva empiuto il grembo di porcheria: v’è da sperare su questo sogno?

Ottavio. Se vi è da sperare? E come»! Lo sterco vuol dir oro, [p. 450 modifica] onde il temo è sicuro; bisogna giuocar molto, per guadagnar molto. In quanto a me, voglio far il possibile per giuocar ben questi numeri.

Rosaura. (Non vi giuocherei un bajocco). (da se) Come avete fatto, signor padrone, a farvi così esperto in questo difficilissimo giuoco?

Ottavio. Mi costa sudori. Prima di tutto ho consumato sei anni nello studio dell’arte di Raimondo Lullo, la qual apre il sentiero a tutte le scienze speculative, mistiche e misteriose. Indi passai allo studio dell’arte cabalistica del Mirandolano, servendomi di un grande aiuto ad intenderla Alessandro Farra, che scrisse di tal materia in volgare, non avendo io gran cognizione del latino. Mi trovai veramente imbrogliato nella moltitudine de’ nomi stravaganti; ma applicando alla stregonomanzia del Tritemio, spiegatami da un bottegaio erudito, ho inteso qualche cosa di più; ma è inutile, ch’io teco parli di tal materia, non potendo tu capirne i princìpi.

Rosaura. Come, signore? Io non ne capisco i princìpi! Perdonatemi, mi fate torto. So benissimo che l’arte di Raimondo Lullo è una solenne impostura. So che il Mirandolano si è servito di ciò che solevano praticare gli antichi Ebrei, i quali pretendono anche al presente avere la scienza cabalistica in retaggio da’ loro maggiori, ma che altro non hanno che alcune superstizioni, o per dir meglio stregonerie, le quali, se ben mi ricordo, consistono principalmente nella Capiromanzia, che fa veder la persona nello specchio, e nella Coschinomanzia, che indovina per via d’un crivello.

Ottavio. Oh diacine! Che sento mai? Tu ne sei molto meglio informata di me!

Rosaura. Oh, signore, fra voi ed io faremo56 delle belle cose57. [p. 451 modifica]

Ottavio. Cara la mia Rosaura. II Cielo ti ha mandato in mio soccorso. Ora sono il più felice uomo del mondo. Vedrai, vedrai che cosa farò per te. Ti comprerò un palazzo, lo fornirò alla moda, ti manterrò carrozza, e a sei cavalli, avrai un trattamento da Dama, gioje, abiti, biancherie, divertimenti, ricchezze e che la vada; allegri, Rosaura, allegri.

Rosaura. Allegri, signor padrone. (Oh, che bel pazzo!) (da sè)

Ottavio. Ma Brighella non viene. Voglio andarlo a ritrovare. Mancano poche ore all’estrazione: abbiamo detto 39, 59, 60, non è vero?

Rosaura. Sì, signore.

Ottavio. Oh bene, vado a giuocarli, se credessi58 restar in camicia. In meno di un anno ho speranza di cangiare stato59. (parte)

SCENA XIII.

Rosaura, poi Momolo.

Rosaura. Io crepo dalle risa60. Ma ecco il signor Momolo, quel bel Venezianotto amante della signora Diana: costui, per dirla, non mi dispiacerebbe; ma ho stabilito di non volermi più innamorare. Voglio però bensì procurare d’innamorar lui61. Se non altro, mi varrò di lui per fare qualche bravata a Florindo. Eccolo.

Momolo. Schiavo, siora Rosaura.

Rosaura. Serva, signor Veneziano garbato.

Momolo. Cossa fa siora Diana?

Rosaura. Oh, in quanto a quella cosa fredda, sta sempre a un modo. [p. 452 modifica]

Momolo. N’è vero62? Co molaa, che la xe? E pur ghe voggio ben.

Rosaura. Come avete fatto a innamorarvi di quel sorbetto gelato? Voialtri Veneziani siete pure di buon gusto.

Momolo. Ve dirò: el babiob no xe brutto. E pò, no so gnente, un incontro de sangue.

Rosaura. E che cosa sperate ca quest’amore?

Momolo. No so gnanca mi: qualcossa.

Rosaura. La volete per moglie?

Momolo. Fursi sì, fursi no.

Rosaura. Ah sì, vorreste, come dite voialtri, sticcarlac, licar qualcossa, goder a maccad: bravo, bravo, comparee, me piasèf.

Momolo. Olag: parlè venezian?

Rosaura. Qualcossa. Ho praticà con dei Veneziani.

Momolo. Voleu che ve diga, che me dè in tel genio?

Rosaura. Oh, oh, co mi no la stichè miga, vede. Son cortesanah anca mi.

Momolo. Eh, me n’ho intagiài alla prima. Vederessi Venezia volentiera?

Rosaura. Perchè no? Anderia anca mi volentiera a farme svogazzarj in gondolettak.

Momolo. Se volè vegnir con mi, se parona.

Rosaura. Bravo compare. Con vu, ah? Oe, credeu d’esser sul listonl a invidar una mascheretta al caffè?

Momolo. Oh, che diavolo che ti xe! Non ho miga praticà la campagna.

Rosaura. Oe digo, faravio fortuna a Venezia? [p. 453 modifica]

Momolo. E in che maniera!

Rosaura. Hoggio aria da Veneziana? (passeggia)

Momolo. Vardè che vita! Vardè63 che penin! Oh benedetta!

Rosaura. Oe, se volè che femo negozio...

Momolo. Comuodom? Comandè.

Rosaura. Eh sì, ma de mi no ve degnerè: daresto... Basta... Caro quel Momolo.

Momolo. Ah, v’ho capio; se volè una scritturetta, ve la fazzo subito.

Rosaura. Pettevelan la vostra scrittura; a mi me piase le cose preste.

Momolo. E l’impegno che gh’ho colla siora Diana?

Rosaura. Oh oh, mi vien da ridere. Uno scolare ha riguardo a mancar di parola!

Momolo. Sappiè che i Veneziani i xe galantomeni.

Rosaura. Sì, lo so benissimo, ma in queste cose i Veneziani ancora sogliono facilitare.

Momolo. Sentì: non saria gnanca fora de proposito.

Rosaura. Dirò come si suol dire a Venezia: Se me volè, feme domandar.

Momolo. Che cadeo? Giustemose tra de nu.

Rosaura. Cussì su do pie?

Momolo. Siben: che difficoltà gh’aveu?

Rosaura. E pò?

Momolo. Dopo el Po, vien l’Adesep.

Rosaura. Me fareu el ballo dell’impiantonq?

Momolo. Son un galantomo.

Rosaura. Tasè, che se i lo sa, i ve impicca.

Momolo. Orsù cossa resolveu?

Rosaura. Voggio pensarghe un poco. [p. 454 modifica]

Momolo. Recordeve, che ve voggio ben.

Rosaura. Cussì presto v’avè innamoraor?

Momolo. Vu savè far sta sorte de bravure.

Rosaura. Ma pò andereu al maga s? Portereu el stilo? Zioghereu alla bellat? Andereu a trovar le siorette? Tirereu el torou? Me maltrattereu? Me strappazzereu? Maledireu el zorno che m’ave sposao? (caricata)

Momolo. Via, via, siora, no burlè tanto. No son capace de nissuna de ste cosse. Son un putto da ben.

Rosaura. Puttov? No bestemmiè, caro vecchio.

Momolo. Orsù, cossa resolvemo64?

Rosaura. Oh, sentite che la padrona mi chiama. Andate, andate, ci rivedremo questa sera.

Momolo. Sì, muso bello, sì, muso inzucarao65. (parte)

Rosaura. Povero minchione66! Sarei una pazza a credere a questa banderuola: giovine, scolare, e veneziano: figuratevi che buona pezza67! Orsù, voglio andarmi a riposare: mi pare questa mattina aver fatta bene la mia parte68. Oh davvero, le donne la sanno più lunga degli uomini, e a tal proposito disse bene quel Poeta:

          La donna ha l’intelletto sopraffino.
               Ma l’uomo accorto non la fa studiare.
               Se la donna studiasse, l’uom meschino
               Con la conocchia si vedria filare;
               E se la donna il suo intelletto adopra,
               L’uomo starà di sotto, ella di sopra.

Fine dell’Atto Primo.



Note dell'autore
  1. Mola, patetica.
  2. Babio, volto, parola burlesca.
  3. Sticcarla, passar il tempo.
  4. A macca, a uffo, senza spesa.
  5. Compare, termine d’amicizia che si usa comunemente a Venezia.
  6. Me piasè, mi piacete, cioè, vi lodo.
  7. Ola, senza accento, vuol dire come!
  8. Cortesana, esperta.
  9. Me n’ho intagià, me ne sono accorto.
  10. Svogazzar, remigar con forza.
  11. Gondoletta, barchetta deliziosa.
  12. Liston, una parte laterale della gran piazza, ove si fa il corso delle maschere.
  13. Comuodo? Come?
  14. Pettevela, cacciatevela, ecc, termine di sprezzo.
  15. Che cade? Che serve?
  16. Dopo el Po vien l’Adese: dopo il Po l’Adige: due fiumi. Metafora, con cui si spiega che dopo una cosa vien l’altra.
  17. Me fareu el ballo dell’impianton? Per metafora, m'abbandonerete.
  18. Innamorao, innamorato, maniera della gente bassa, che per altro più civilmente dicesi: innamora
  19. Maga, burlescamente, cioè, Bettola, che in Veneziano dicesi comunemente: Magazzino
  20. Alla bella, per metafora, alla bassetta.
  21. Tirereu el toro, solito divertimento dei giovanotti allegri, tirar il toro.
  22. Putto, giovanetto, ma spiega per lo più anche casto.
Note dell'editore
  1. Ed. Bettinelli: M’ha piasso la vostra idea, e quantunque sappia, che per el più le Donne han el cuor diverso dal volto, ho però volesto crederle ecc.
  2. Bettinelli: Sì, ma non solo ecc.
  3. Bettinelli e Paparini: ed alcuni altri scolari di Pavia e non solo, ma buoni Lettori e Maestri, ecc.
  4. Bettin. ha invece: di quelle.
  5. Bettinelli: Così farò anco del padrone di casa ecc.
  6. Colombin sotto banca: Piccion grosso [nota originale]  1
    1. «Quelli che il Pollaiuolo tien per lo più sotto la banca e non esposti in vendita, per darli a qualche Avventore distinto, e farseli pagare di più:» Boerio, Dizionario citato.
  7. La fine di questa scena e il principio della seguente, com’è nelle edd. Bettin. e Paper., vedi nell’Appendice.
  8. Bettin. e Paper. aggiungono: Oh mia amorosissima serva, anzi fedel compagna e consolatrice di questo povero cuore; tu mi torni ecc.
  9. Bettin. e Paper.: Ora sentite: tutti ecc.
  10. Bettin. e Paper.: e noi dobbiamo servirci della finzione, ecc.
  11. Bettin. e Paper.: e s’ingannano i padri: con questa finalmente si assicura ecc.
  12. Bettin. e Paper, hanno invece: ed alquanto discolo.
  13. Bettin. e Paper.: la via da deluderlo.
  14. Bettin. e Paper, aggiungono: benchè ancor giovane.
  15. La fine di questa scena, com’è nelle edd. Bettinelli e Paperini, v. in Appendice.
  16. Bettinelli: libro morale.
  17. Bettinelli: (Oh che donna di garbo! Oh che serva ecc.
  18. Bettinelli aggiunge: questa si può dire una donna di garbo!
  19. Bettin. e Paper.: Io non posso veder cosa peggiore che la vanità delle mode. Credetemi, ho una rabbia con coleste mode, che mi vien voglia di romper la faccia a tutti i sarti, a tutti i calzolai, ed a tutte le crestaie ecc.
  20. Segue nelle edd. Bettin. e Paper.: Quanto stanno bene quelle che hanno i loro buoni fianchi naturali; è ben vero però, che tutto ciò che riluce non è oro, e che per lo più supplisce al difetto della carne l’ajuto della stoppa.
  21. L’ed. Bettin. aggiunge: a consigliare con Voi; e la Paper.: a far consiglio con voi.
  22. Bettin. e Paper.: ed i suoi interpreti nel Codice ecc.
  23. Questa scena nelle edd. Bettin. e Paper, fa parte della precedente.
  24. Segue nelle edd. Bettin. e Paper.: «Arl. Dice a me? Beat. A te, disgraziato, a te. Arl. Ma chi songio mi? Beatr. Uno che merita essere bastonato. Arl. A una fanciulla non si dice così. Beatr. Animo, levati quella cuffia».
  25. Bettin. e Paper.: Maladetto! chi è di là?
  26. Segue nelle edd. Bettin. e Paper.: «Beatr. Non crepa mai questo vecchio! Ros. Eh, penseremo la maniera per farlo crepare».
  27. Bettin. e Paper.: Colui, in quanto a me, è insoffribile.
  28. Segue nell’ed. Bettin.: I vostri guardinfanti, perdonatemi, sono piccoli; adesso si costumano grandi il doppio. I manicottoli devono essere lunghi quanto una manica da Gonfaloniere: ma sopratutto siate di buon gusto nella pulizia delle scarpe, mentre queste sono oggidì più di tutto osservate. A tale oggetto si costuma in certe occasioni il vestire assai corto, così che fra quello, che si scopre di sopra e quello che si scopre di sotto, non resti un terzo di persona coperto.
  29. Bettin. aggiunge: in ricciolini.
  30. Ciò che segue nelle cdd. Bettin. e Paper., vedi in Appendice.
  31. Bettin.: civile.
  32. L’ultima parte di questa scena e il principio della seguente, come sono nelle edd. Bettin. e Paper., si leggono in Appendice.
  33. Bettinelli: Lelio. (Giuro per la delicatezza dell’onor mio, che questa è veramente Donna di garbo! Ah, s’io potessi ecc.)».
  34. Bettinelli: Eh, voi ecc.
  35. Bettin.: i suoi convenevoli.
  36. Bettin.: convenevole.
  37. Bettin.: O Lei vada, o che io vado.
  38. Bettin.: me.
  39. Bettin. e Paper, aggiungono: «poverino! poverino! Arl. E compassionevole della carne umana? Ros. Canchero! e come!»
  40. Bettin. e Paper.: di quell'ingrediente in polvere, bellissimo come l’oro, chiamato farina gialla.
  41. Bettin.: prenderanno.
  42. Bettin.: faranno.
  43. Bettin. aggiunge: Va là, che ti è una donna de garbo.
  44. Bettin. e Paper.: per quella marfisa della sua figlia.
  45. Bettin. e Paper.: per quella squincia della sua serva.
  46. Bettin. e Paper. aggiungono: e squasi suriani.
  47. Bettin. e Paper. aggiungono: «Sì, l’offeso amor mio Vendetta grida, - Or se l’Africa piange, Asia non rida».
  48. Bettin.: per il lotto.
  49. Bettin.: agiutame.
  50. Bettin.: mille.
  51. Bettin.: cosa mi preme.
  52. Bettin.: cancaro!
  53. Così Bettin. e Paper.; nell’ed. Pasquali, andava e poi, era.
  54. Del lotto manca nelle edd. Bettin. e Paper.
  55. Bettin.: e Paper.: ma indovinate mo?
  56. Bettin.: faressimo; Paper.: faremmo.
  57. Segue nelle edd. Bettinelli, Paperini, Savioli ecc.: «Ott. Deb, per amor del Cielo, insegnami qualche cosa di più di quello ch’io so. Ros. Certo! che sono pazza io a gettar la fatica con una persona, che non ha alcuna premura per me. Ott. Ma io sono ammogliato. Ros. E per questo non potete avere qualche distinzione per la cameriera? Ott. Io veramente non sono portato a tali galanterie, ma in questa maniera mi obbligherai a volerti bene. Ros. E vostra moglie che direbbe? Ott. Dica ciò che vuole: se tu mi fai guadagnare un terno, ti stimo più di mia moglie, di mia madre, di mio padre, e di tutto l'universo mondo. Ros. E poi, guadagnato il terno, non vi ricorderete più di me. Ott. Mi maraviglio! Anzi sempre più ti amerò, e per il tuo merito e per il mio interesse. Ogni estrazione voglio che guadagniamo un bel terno. Cara la mia Rosaura ecc.».
  58. Bettin.: se credo.
  59. Bettin. e Paper. aggiungono: Che invidia avranno i miei nemici! Quante belle finezze mi faranno! ma non ne voglio dar loro uno per la rabbia.
  60. Bettin. aggiunge: Tutti mi credono, tutti mi amano, tutti mi dicono ch’io sono una donna di garbo. Non vedo l’ora che giunga Florindo. Ma ecco ecc.
  61. Bettin.: d’innamorarlo.
  62. Bettin.: ne vero?
  63. Bettin.: varè.
  64. Bettin.: risolvemio?
  65. Bettin. aggiunge: che prego el cielo de deventar un pulese(a) per vegnirte a bisegar(b) per tutto, (a) pulese, pulce, (b) bisegar, frugare.
  66. Bettinelli: Povero sporco, per dirla alla veneziana.
  67. Bettin.: lana.
  68. Bettin. e Paper. aggiungono: ed esser riuscita una donna di garbo.