La Marfisa bizzarra/Canto I

Canto I

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Prefazione Canto II
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CANTO PRIMO.


ARGOMENTO.


La pace, l’ozio e i nuovi libriccini
cambiari re Carlo Magno di natura.
Dietro al re quasi tutti i paladini
di poltrir solo e di sguazzare han cura.
Si fa nel primo canto agli Angelini,
agli Orlandi, a’ Rinaldi la pittura,
agli Olivieri e all’altre alme famose,
perché il lettor s’informi delle cose.


1
   Se non credessi offender gli scrittori
che han rotto con lo scrivere ogni sbarra,
e son fatti del mondo inondatorí,
io canterei di Marfisa bizzarra.
Ma appena m’udiranno, usciran fuori
con gli occhi tesi e con la scimitarra,
gridando che lo stil non è moderno,
e daran di gran colpi al mio quaderno.
2
     Io non vo’ rattenermi tuttavia,
e farò come il Cardellina e Svario,
e’ hanno l’interruttore dietrovia
al loro arringo che grida il contrario,
e seguono il parlar con energia,
con le ragion fondate del sommario,
buffoneggiando le voci accanite,
e finalmente vincono la lite.

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3
   Sien le ragioni del sommario mio,
se degli antichi autor seguo la traccia,
che invan per tanti secoli l’obblio
con essi ha fatto alle pugna, alle braccia.
Spesso in soccorso il vostro lavorio
egli ha chiamato a dar loro la caccia,
o susurroni, o scrittorei di paglia,
ed ha sempre perduta la battaglia.
4
   Che dopo un breve tuono e un parapiglia
v’andaste in fummo o dileguaste in guazzi;
e fu la vostra quella maraviglia
delle cittá di neve de’ ragazzi.
Cosí va chi aver fama si consiglia
dal rumorio di stolti popolazzi,
ch’oggi al poeta fan plauso e decoro
con la ragion che poi lo fanno al toro.
5
   Segua che vuole a questo mio libretto,
di Marfisa bizzarra io cantar voglio.
Cantolla un altro e non ebbe concetto,
perché non dice il ver d’essa il suo foglio,
e ’l buon Turpino non aveva letto,
disprezzando gli antichi con orgoglio;
onde rimase con Paris e Vienna
ad aspettar qualche moderna penna.
6
   Voi, che non isdegnate i versi miei
e de’ nostri buon padri avete stima,
né vi curate de’ furor plebei,
perché non giungon del Parnaso in cima;
voi, brigatella, in soccorso vorrei
sola all’oppressa mia povera rima;
voi ricogliete il parto, e fate nulla
l’arte che i figli nostri affoga in culla.

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7
     Io vi dirò siccome i paladini
cambiassero l’antico lor costume,
come mutaron gli elmi in zazzerini,
la guerra in sonno e in sprimacciate piume,
e come l’ozio e i nuovi libriccini
tolsero loro la ragione e il lume,
come la vecchia bizzarria Marfisa
cambiasse in nuova e i suoi casi da risa.
8
     Di Filinor, cavalier di Guascogna,
conterò fatti che non sian discari,
se care son le gesta che vergogna
fanno a’ ben nati cavalier suoi pari.
Pur, se il mal non è ben, non vi bisogna
udir per farvi a Filinor scolari,
ma sol per dar riforma alla natura,
voi che somigliate a sua figura.
9
     Vinto avea Carlo Agramante e Gradasso
e Rodomonte e gli altri suoi nimici,
e si viveva in pace fatto grasso:
tutti i re gli eran tributari e amici.
Vecchio e della memoria quasi casso,
solo avea briga a dispensar gli uffici
e qualche volta a por nuove gabelle,
del resto a tener morbida la pelle.
10
     Mancato il capo, male sta la coda.
I paladin, veggendolo poltrone,
si dierono a’ piattelli ed alla broda,
la state al fresco e il verno ad un focone,
ed a lagnarsi ch’era troppo soda
d’asse la sedia, e danno al codione;
donde inventaron sedie badiali,
sofá di lana e piume e co’ guanciali.

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11
A poco a poco l’agio e la quiete
gl’intabaccava sempre maggiormente;
le loro illustri imprese che sapete
eran lor quasi uscite dalla mente;
anzi ridevan spesso (or che direte?)
quando sentian raccontarle alla gente.
Alcun si vergognava aver ciò fatto,
e giudicava d’esser stato matto.
12
Se qualchedun si sentia male a’ denti
o tosse o doglia o qualche altra magagna,
tosto diceva: — Ecco il frutto de’ venti
e delle piogge della tal campagna. —
Pur nondimen mangiava ognun per venti,
beveva vin da Scopolo e di Spagna,
dormiva sodo e tenea concubine,
a’ passati disordin medicine.
13
Della religione il zelo santo,
per cui la vita a ríschio posta aviéno,
era scemato e raffreddato tanto
che parea non ne avessino piú in seno.
Ne’ dí di festa alla messa soltanto
ivan con rabbia o sonnolenti almeno,
e sol per uso o per veder la dama
ed attillati per acquistar fama.
14
I romanzieri dall’eroiche imprese,
dalle battaglie e da’ sublimi amori
piú non si nominavan nel paese,
perché i moderni eran usciti fuori
co’ fatti de’ baron, delle marchese,
che mille volte si tenean migliori
per certe grazie, e cosí piú alla mano,
e assai piú confacenti al corpo umano.

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15
     Leggeano in quei siccome entro alle mura
delle vergini sacre ivan gli amanti,
come fuggian da quelle alla ventura
le donzelle ivi poste, andando erranti.
E vestite come uomo, alla sicura
dormian co’ maschi del fatto ignoranti,
e il loro imbroglio al terminar de’ mesi,
ed altri casi all’uso de’ francesi.
16
     Nelle commedie il costume novello
correva ancora, e cavalieri e dame
si vedean entro con poco cervello,
per l’onor, per l’amore o per la fame.
E turchi in scena con un gran drappello
di mogli pronte sempre alle lor brame;
e dileggiar gli eunuchi le schiavacce
con mille detti lordi e parolacce.
17
     Donde gli amor, gli equivoci ed i gesti,
unití alla natura e al mal talento,
faceano i paladini al vizio presti,
o lo teneano in freno a tedio e a stento.
Altri scrittor piú dotti e disonesti
per i lor fini, a tal cominciamento,
stampavan libri sottili e infernali,
dipingendo i mal beni ed i ben mali.
18
     I paladin leggeano i frontispizi
e qua e lá di volo sei parole;
poi commettevan mille malefízi,
intuonando: — Il tal libro cosí vuole. —
Se v’era alcuno ch’abborrisse i vizi,
e dicesse: — Non dessi e non si puoi e, —
gridavan: — Chi se’ tu e’ hai tanto ardire
i paladin di Francia di smentire? —

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19
     E minacciavan di bando e galera;
ond’era forza rispettarli alfine.
Dunque la pace, l’ozio e la carriera
de’ libri nuovi, fuor d’ogni confine
non sol de’ paladini avean la schiera
corrotta, ma le genti parigine:
dal re Carlo sin quasi al mulattiere,
lascivo era e goloso e poltroniere.
20
     Lecita in chi poteva usar la forza
era la truffa, era la ruberia.
Ogni peccato avea buona la scorza,
e con nuove ragion si ricopria.
Fanciulli ed ebbri, andando a poggia e ad orza,
udiensi disputare per la via
ch’era il ner bianco e che il quadro era tondo
e che goder si debba a questo mondo.
21
     Gli abati in cotta e i santi monachetti,
che contra al mal dal pulpito gridavano,
sudando, trangosciando, e che a’ scorretti
mille maledizion dal ciel mandavano,
erano uditi come gli organetti;
e quando le persone fuori andavano,
un dicea: — Disse male, — un: — Disse bene,
ma predica all’antica e non conviene. —
22
     E chi diceva: — E’ canta l’astinenza,
ma so che i buon boccon non gli disprezza. —
Poscia ridean con poca riverenza,
e ognun restava nella sua mattezza.
Alle orazioni ed alla penitenza
diceano pregiudizi e leggerezza,
o ipocrisie per guadagnare i schiocchi,
o cose da mal sani e da pitocchi.

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23
     Rinaldo (perché aveva poca entrata,
piacendogli le donne e la bassetta
e il vin, che ne beeva una fregata,
sicch’ogni dí sembrava una civetta)
a Montalban fatto avea ritirata,
facendo vender senza la bolletta
acquavite, tabacco ed olio e sale
e vin contro la legge imperiale.
24
     S’erano i gabellier molto provati
a condur pe’ trasporti la sbirraglia;
Rinaldo avea sbanditi e disperati
che facevan co’ sassi la battaglia:
onde se n’eran sempre ritornati
senza poter oprar cosa che vaglia.
Carlo chiudeva un occhio e gli era amico
pe’ buon servigi suoi del tempo antico.
25
     Cosí Rinaldo un util grande avea
e s’aiutava i vizi a mantenere;
ma il troppo vino, ch’ogni dí bevea,
l’inebbriava, ed era un dispiacere;
perché Clarice sua talor volea
fargli l’ammonizion ch’era dovere,
ed egli bestemmiava come un cane
e le dicea parole assai villane.
26
     E minacciava un divorzio di fare,
poi la mandava alla rocca ed all’ago.
La poveretta lo lasciava stare,
e in un canton facea di pianto un lago.
Ed egli si metteva a berteggiare.
— Cosí, ben mio — dicea, — quel pianto pago: —
e colle fanti in sul viso di lei
faceva cose ch’io non le direi.

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27
     Il duca Namo nella sua vecchiaia
avaro ed usuraio s’era fatto.
Ogni dí fitta teneva l’occhiaia
in su’ processi per fare un bel tratto;
perché investia di scudi le migliaia,
e alfin temeva qualche scaccomatto
o dalle doti o da’ fideicommissi;
onde avea gli occhi in sulle carte fissi.
28
     Poi tanti dubbi e cavilli trovava
co’ poveretti che bisogno aviéno,
che sin per venti il cento comperava.
E usava un altro piace voi veleno,
che per il censo mai non molestava,
tanto che il foglio d’annate era pieno,
e poi tra il capitale e l’usufrutto,
«salvum me facche», e’ si toglieva tutto.
29
     Prestava a’ giuocator spesso danari
a un per dieci il giorno di vantaggio;
e i figli di famiglia aveva cari,
che avesser vizi assai ma non coraggio,
perché voleva il pegno e scritti chiari;
poi gí’inseguiva col viso selvaggio,
e alfin si vago il conto avea tenuto,
ch’avean pagato e il pegno anche perduto.
30
     Astolfo, dopo il costume novello,
era a Parigi inventor delle mode.
Or le calze riforma, ora il cappello,
ora le brache, e guadagna gran lode;
e tagli or lunghi or corti al giubbereílo,
i capelli or in borsa or con le code,
le fibbie or di metallo ed or di brilli,
ovate, tonde e quadre, e mille grilli.

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31
     E perché gli piacevano le dame,
ei fu inventor de’ cavalier serventi.
A vincer cori aveva mille trame,
perch’era un damerin de’ diligenti.
Né si curava di freddo o di fame,
per le servite, o di piogge o di venti,
ed ogni stravaganza sofferiva,
anzi lodava, anzi pur benediva.
32
     Spesso con esse alla lor tavoletta
si ritrovava e mai non stava fermo.
Or tien lo specchio, or fiorellin rassetta,
e le guatava che pareva infermo.
E poi diceva piano: — Oh benedetta!
oh occhi! oh bocca! omè, non ho piú schermo,
so dir ch’io ardo sin nella midolla. —
Poi sospirava e fiutava un’ampolla.
33
     Ed aveva anche pronte, non so co me,
le lagrimette quando credea bene.
Certo in far all’amor valea due Rome
e por sapeva a tutte le catene.
Addosso si può dir ch’avea le some
’di zaccarelle, o almen le tasche piene
di spille e nei e pomate e confetti,
essenze e diavolon ne’ bossoletti.
34
     E sapea dibucciare e mele e pere
e melarancie dolci, e in spicchi farle,
poi rivestirle che pareano intere,
e gentile alle dame presentarle.
In mille forme lor dava piacere,
che l’arte ha sin ne’ cori a tasteggiarle,
e conforme a’ cervei sa porre il zolfo,
tal che tutte voleano il duca Astolfo.

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35
     Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri
seguiano le sue fogge e i suoi vestigi,
e politi serventi cavalieri
passa van fra le dame di Parigi.
Ma Namo, il padre, mettea lor pensieri
di ragion mille, oscuri e neri e bigi,
perch’era avaro e dava poco il mese,
e le mode valevan di gran speso.
36
     Anzi patian da quello gran rabbuffi:
spesso d’emanciparli gli minaccia.
— Che cosa son que’ cappellin? que’ ciuffi?
que’ pennacchin? — gridava rosso in faccia.
— A che vi servon le frangie, i camuffi?
Di farmi impoverir qui si procaccia;
cervelli bugi, frasche, fumo e vento,
vi diserederò nel testamento. —
37
     Essi, che questa cosa pur temeano,
ma il bel costume non volean lasciarlo,
merci a credenza e danari toglieano,
dicendo: — Pagheremo al sotterrarlo. —
E da’ mercanti un avvantaggio aveano
ne’ libri, e si credea di poter farlo:
che ciò che valea trenta mettean cento;
e nondimeno ognuno era contento.
38
     Re Salomon, quantunque d’anni grave,
voleva anch’esso corteggiar le donne.
Nel luogo delle gote avea due cave
ed era di struttura un ipsilonne.
Pur s’ingegnava a ragionar soave
ed alle dame diceva: — Colonne,
e un giorno feci e dissi, e son terribile; —
e si facea da qualcosa al possibile.

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39
     E perch’egli era sordacchione affatto,
le dame, stanche di sue scempierie,
gli diceano: — Siam secche, vecchio matto,
vecchio bavoso — ed altre leggiadrie;
e poi ridean tutte quante del tratto.
Ei credea delle sue galanterie
ridesser, donde anch’egli smascellava,
sicché ognuno le risa raddoppiava.
40
     Il marchese Olivier faceva il saggio,
ed i serventi correggeva spesso.
— Io non intendo — dicea — qua! vantaggio,
qual piacer sia stare alle donne appresso.
M’infastidisce oltremodo il linguaggio,
la stravaganza e il pensar di quel sesso;
io l’ho ben mille volte maledette,
perocch’elle son macchine imperfette.
41
     Anzi non so com’uom, ch’abbia la testa,
con quelle gazze un’ora possa stare.
Vi giuro, piú la donna m’è molesta
quando la dotta e la saggia vuol fare.
S’ella avrá ben danzato ad una festa,
e l’andrienne si sentí lodare,
questo le basta a uscir fuor di se stessa
e a giudicarsi qualche monarchessa.
42
     Come mai non v’ammazzan le pretese
c’han sopra voi per quanto lungo è l’anno?
a quelle ciarle, a quelle lor contese
come non affogate dall’affanno? —
Cosí gridava Olivieri marchese;
ma vendea nondimen rascia per panno,
a si sapea che in certe catapecchie
era lo spasimato di parecchie.

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43
     A’ costumi cambiati, alla lettura
riformata ed all’ozio ed alla pace,
cambiata non avea la sua natura
Gan da Pontier, traditor pertinace.
Vero è che i tradimenti suoi misura
e rimoderna anch’esso, e si compiace
di non trattar co’ regi danno al regno,
ma in fraudi piú all’usanza pon l’ingegno.
44
     E verbigrazia, essendo assai persona
di Carlo vecchio, il conducea pel naso:
molte ingiustizie a sua santa corona
faceva fare in uno o in altro caso.
L’incarco tôrre a qualche anima buona
e darlo a un birro l’avea persuaso,
che de’ gran merti non ne dava un fico:
chi piú lo regalava era suo amico.
45
     Per venti scudi avrebbe querelato
di lesa maestade un suo fratello,
e s’infingeva ancor farsi avvocato
per le ragioni or di questo or di quello.
Chi s’affidava era poi consolato,
e si può dir gli menasse al macello,
perch’egli proteggeva tutti quanti,
ma la ragione avea quel da’ contanti.
46
     E nondimeno ogni giorno alla messa,
anzi alle messe andava: si può dire
che n’ascoltava con faccia dimessa
tre o quattro, che pareva il Dies irae.
Ed ogni settimana si confessa,
e a dir «mea culpa» si facea sentire;
massime quando avea l’assoluzione,
mette sospir ch’assordan le persone.

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47
     Quando giurare a qualchedun volea,
acciò credesse le bugie la gente:
— Per quella santa confession — dicea —
che feci stamattina indegnamente. —
E s’un giurava per Dio, si torcea
facendosi la croce prestamente;
e poi, volgendo l’occhio, dicea piano:
— Non nominate il Signor nostro invano. —
40
     Ma scandol sempre giva mulinando:
mai non tenea la sua mente in quiete.
Talor soletto andava passeggiando
lá dove son le dinunzie secrete,
e in quelle bullettin venia gettando
contro al tal uom, al tal frate, al tal prete,
e cagionava ben mille sciagure;
poscia ingrassava udendo le catture.
49
     Un altro spasso avea il fraudolente:
che tenea spia di tutti gli amoretti;
poi di soppiatto avvertiva il servente
e inventava raggiri, atti e viglietti,
tal che faceva piú d’un uom dolente,
e nascer mille ciarle e tristi effetti,
e dissension nelle case e vergogna,
e andar gli sposi in mitera ed in gogna.
50
     Gan cosí rimoderna i tradimenti
con l’aiuto de’ conti di Maganza,
Griffon, Viviano. Anselmo e piú di venti
di que’ paesi o razza o mescolanza,
i quali in viso parean buone genti,
divoti in chiesa e pieni di creanza,
ma poi la notte taluni rubavano
e alla bassetta e al faraon baravano.

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51
     Si spacciavano ognor quelle genie
con grave ostentazion da genti oneste,
ricomponendo le fisonomie,
portando fibbie antiche e antica veste.
Oltre a ciò, le fetenti ipocrisie,
le iniquitá, che furon sempre péste,
derise ed abborrite dall’uom saggio,
avevano in quel secolo un vantaggio.
52
     De’ maganzesi ipocriti cristiani
e de’ giusti Cristian buone persone
avevan fatto i scrittor furbi e cani
un certo guazzabuglio, un fascellone
da non separar piú da ingegni umani;
’in modo tal che il titol di «briccone»
era cassato dal vocabolario:
l’usava alcun tal or, ma pel contrario.
53
     Ugger danese, che della pagana
legge alla nostra era venuto un giorno,
fatto vecchio servente a Galerana,
con essa tutto il di facea soggiorno,
perch’ell’era decrepita e mal sana.
Ugger fedele l’era sempre intorno,
allo sputo porgendole la tazza,
né piú si ricordava la corazza.
54
     Poiché tra lor ragionato s’avea
di quel che giova al viver nostro e nuoce.
Galerana il rosario fuor mettea
ed ambidue si facevan la croce:
l’uno intuonava e l’altro rispondea,
insin che lor poteva uscir la voce.
Poi Galerana a letto si mettia;
Uggeri salmeggiando andava via.

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55
     Marco e Matteo dal pian di San Michele,
che della guerra un tempo eran vissuti,
avevan fatto parecchie querele
di quella pace, ch ’eran divenuti
poveri e al verde come le candele.
Ma finalmente anch’essi stavan muti,
e s’eran dati alla poetic’arte
per gxiadag^arsi il vitto in qualche parte.
56
     Poiché a Parigi allora era l’andazzo
di commedie, di critiche e romanzi,
e il popol n’era ghiotto anzi pur pazzo,
perché fosser riforme a quelli dianzi.
Marco in su’ fogli venia pavonazzo,
Matteo del scrittoio fuor non creder stanzi;
u, sicché ogni mese uscian da’ torchi al varco
^ due tomi: un di Matteo, l’altro di Marco.
57
     Ma potean ben su’ fogli intisichire,
a’ librai furbi alfin l’utile andava.
Pe’ manoscritti avevan poche lire,
ed il libraio il resto s’ingoiava.
.vean provato a lor spesa far ire
talor la stampa, e il capital mufifava,
perocché il libro senza de’ librai,
non so per qual malia, non vendean mai.
58
     Donde lor convenia pregar que’ tristi
e dir: — Quel libro fatemi dar via. —
Color, ch ’eran peggior degli ateisti,
diceano: — In ciò vi farem cortesia. —
E avuti i libri: — Non c’è chi gli acquisti
— dicean: — quella è cattiva mercanzia; —
tal che Marco e Matteo con grande affanno
vedean pochi ducati in capo all’anno.

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59
     Tanto che alfin lasciavano a’ librai
a tre soldi la libra i tomi a ^eso.
Allora il libro divenia d’assai,
e molto ricercato s’era reso.
Cosi viveano smunti in mille guai,
e un altro foco contr’essi era acceso,
il qual scemava loro i partigiani,
che gli tenean per scrittor sovrumani.
60
     Erano inver poetastri cattivi;
pur dicean che scrivevan all’usanza.
L’usanza era esser scorretti e lascivi,
d’uno stil goffo e gonfio d’arroganza,
gergoni e ragguazzar morti co’ vivi, •e
il far di tomi nel mondo abbondanza,
e il predicar che gli antichi scrittori
non si dovean piú aver per buoni autori.
61
     ir.tjri; Ma Dodon dalla mazza, paladino,
che a difender gli antichi era un Anteo,
sendo lor padri a lui sin da piccino,
non pativa l’apporsi a quelli un neo;
sicché stampava qualche libriccino
che facea disperar Marco e Matteo,
perch’ei rideva in esso a suo diletto,
dileggiando il compor grosso e scorretto.
62
     Infin chi nel Boiardo e l’Ariosto
Ietto ha de’ paladini e del re Carlo
e il costume d’allora, dirá tosto
che di lor per ischerzo oggi vi parlo.
Tuttavia starò saldo al mio proposto,
e so ch’io dico il ver, so autenticarlo:
l’ozio, la pace e le scritture nuove
gli avean cambiati, ed ho ben mille prove.

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63
     E vi dirò che Guottibuossi e seco
Gualtier da Mulion, famosi erranti,
perché sapeano un po’ latino e greco,
andaron preti e a servir di pedanti.
E quell’altra notizia anche vi reco,
che preti, e co’ caratter sacrosanti,
servian d’altri servigi lordi e goffi
prete Gualtieri e prete Guottibuossi.
64
     Orlando inver manteneva il suo g^ado
ed i nuovi costumi biasimava,
e per la corte e a tutto il parentado
di belle predichette sciorinava;
ma l’apprezzavan quanto un fraccurato.
Ognun dicea: — Ben dite, — e lo ascoltava;
e poi ridea quand’egli era partito,
gridando: — Grazie al elei se n’è pur g^to! —
65
     Ei tuttavia si ficca per le case,
co’ padri la volea delle famiglie.
— Questi romanzi nuovi son la base
— dicea — del far l’amor di vostre figlie.
Gli antichi forse le avean persuase
d’un eroismo e a troppe maraviglie,
ma i nuovi l’han ridotte tanto vili
che un di le troverete ne* porcili.
66
     Cembali, danze, musiche, canzoni,
riverenze, scamoffie, bei passini
sono inver giudiziose educazioni
per far le figlie candidi ermellini,
ed acquistare e cagionar passioni
da mandare i cervei fuor de’ confini,
destando dicerie ne’ popolazzi.
Voi siete padri saggi? Siete pazzi.

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67
     Che cosa son questi discorsi eterni,
divenuti importanti ed essenziali,
di cuffie, stoffe e di color moderni,
d’armonie, di buon gusti tra i mortali?
Le infinite botteghe, con quei perni
carchi di veli e nastri e merci tali
rese di conseguenza, che mai sono?
Rispondete! — dicea — con chi ragiono?
68
     Lunge le figlie da commedie nuove,
perché le dame vi si vedon dentro
o rinvilite o, se virtú le muove,
la foia le fa andare in sfinimento.
Ed alla fine il vizio a tutte prove
campeggia, ed è premiato ed ha il suo intento;
onde le figlie a casa rimenate
piene di tristi esempi e riscaldate.
69
     Io non iscopro in questi nuovi fogli
e in queste farse dette oggi «esemplari»
che debolezze e mal condotti imbrogli,
caratteracci arditi, e truffe e baci,
e tradimenti ai mariti e alle mogli;
poi sermon lunghi per porre i ripari.
Ma il vizio alletta e la predica stanca,
onde il mal cresce e il buon costume manca.
70
     Questa pace, quest’ozio, questa vita
del costume novel, Dio non lo voglia,
oltre che l’alma andar fará smarrita,
vi trarrá de’ gran mali entro la soglia. —
E novera i perigli sulle dita
Orlando, e povertá, vergogna e doglia
e mille tristi effetti e conseguenze;
ma tenta invan purgare le coscienze.

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71
     Né potè vincer altro il sir d’Anglante
che da Aldabella essere ubbidito:
non volle mai che servente od amante
se le accostasse a farle l’erudito.
Ella ch’era una dama delle sante,
di quelle ch’appelliam «tutte marito»,
a* suoi voleri abbassava la fronte,
e cita in tutti i suoi discorsi il conte.
72
     Ma l’amor coniugale e l’obbedire
della contessa verso il suo consorte
erano cose che facean languire
l’immensa schiera delle dotte e accorte.
Bisbigliar basso si sentien, e dire:
— Ecco la scempia, — se veniva a corte.
Era la dama grave e timorata
una «bella senz’anima» chiamata.
73
     Questo detto comun, che andava in giro:
— Bella è tale, ma l’anima le manca, —
avea posto un furore, un capogiro
nel sesso femminil, che a dritta e a manca
s’udiva: — Ferma, o pel mantel ti tiro;
vedi s’io son senz’anima e son franca. —
La cieca ambizione aveva fatte
donne infinite ed animate e matte.
74
     Tutto era smania e senso animalesco
in tutte le stagion senza riparo;
erano sempre in moto al caldo e al fresco
i corpi e il vuoto di Lucrezio Caro.
Non v’era distinzion dal fico al pesco;
l’esser ognor giuvenca, ognor somaro;
e l’imitare i piú bestiali ed empi
era detto «aver l’anima» in qua’ tempi.

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75
     Si vedean per le vie donne appassite,
livide sotto agli occhi e diroccate,
con certi maschi a’ fianchi, olmo alla vite,
che avean le guancie vizze ma lisciate.
E vecchi in gala e vecchie inviperite,
con nastri e piume e fiori e imbellettate,
l’essenze, i diavolon, l’odor di fogna
confondevano, e d’arca e di carogna.
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     E perché ad Aldabella virtuosa
non si poteva apporre alcun peccato,
ed era rispettata e gloriosa,
per la via d’un contegno misurato,
la schiera delle matte invidiosa
aveva il gran delitto in lei trovato,
cioè che dicea mal delle sfrenate:
— Ergo non è — dicea — tra le beate. —
77
     Il modo del pensar ridotto a tale
era, e guasta e corrotta si la gente
che non si potea dir piú mal del male,
senz’esser giudicato maldicente
e seccator misantropo bestiale
da punir colla sferza onnipossente,
o per lo men da chiudere in prigione
a far co’ topi e i cimici il Catone.
78
     De’ guidaleschi fracidi d’allora
io non vi do di cento una misura;
pur d’ogni bocca stretta uscivan fuora
queste parole: — Buon gusto e coltura,
delicatezza e buon senso c’infiora,
e veri lumi ed eleganza pura. —
S’un dicea «sterco» per inavvertenza,
gridavano: — Che porco! che indecenza! —

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79
     Io v’ho data un’idea cosí all’ingrosso
di Carlo, di Parigi e delia corte.
Dopo queste premesse a la fin posso
condurvi di Marfisa in sulle porte.
Se alcun pedante mi venisse addosso
a dirmi: — Tu potevi ir per le corte, —
dico di no, perché le cose in pria
convien apparecchiar. Pedante, via!
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     Anzi a te dico, pedante insolente:
della nostra Marfisa il naturale
io vo’ tacer sino al canto seguente,
benché paia la cosa vada male,
che non ho detto de’ fatti niente
nel primo canto, ch ’è sol liberale
d’umori e di caratteri cambiati,
e mi saranno i difetti addossati.
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     Ma ragion fate, il primo canto sia
una commedia di caratter nuova,
che andate poi lodando per la via,
bench ’altro in essa alfin non ci si trova
che di caratteracci una genia,
e vi tien per tre ore e nulla prova;
poscia a richiesta uni versai si chiama.
Diman gran cose dirò della dama.

fine del canto primo

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