L'Economico/Proemio

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Senofonte - L'Economico (IV secolo a.C.)
Traduzione di Girolamo Fiorenzi (1825)
Proemio
Dedica Il Tipografo

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V

PROEMIO

DEL CONTE

GIOVANNI FIORENZI


Qual si fosse Senofonte, e quando, e dove sia vissuto, e delle imprese da lui fatte, e dei modi del viver suo, e delle cose le quali scrisse, e’ mi pare che innanzi a tutto sia alquanto largamente a dire, sendo questo volgarizzamento del libro ch’egli compose intorno al governo domestico a coloro massimamente destinato, i quali non molto alle antiche storie, o alle lettere hanno avuto il tempo di attendere. E siccome il sapersi, che assai grave, ed illustre persona quella sia la quale si studia a persuaderci alcuna cosa, suole fortemente incitare gli animi a volerne praticare gl’insegnamenti, così avviso che mostrandosi da quanto grande, e maraviglioso uomo provengano gli ammaestramenti, che in questo libro si leggono, e facendosi di più conoscere in quali laudevoli tempi, e luoghi venissero quali seguitati, dovrà ciascuno riputare, che sia anche ad esso onesta, e convenevole cosa l’avervicisi a conformare.

Dico adunque che Senofonte visse nei più splendidi tempi della Grecia: poichè non di molto aveva [p. vi modifica]preceduto il suo nascere quella famosa sconfitta che in essa ebbe Serse, il quale con innumerevoli eserciti per terra, e per mare era venuto ad assaltarla, e contemporaneo egli si fu del grande Epaminonda, di Alcibiade, di Agesilao, e di tanti altri illustri capitani, e poeti, e oratori, e filosofi, e artefici di ogni genere, che vissero pure al suo tempo.

A commendazione poi della Grecia, lasciando stare l’arte della guerra in cui tutti sanno quanto eccellenti uomini in essa fiorirono, basterà il dire che noi, i quali di ogni nostra cosa ci diamo così gran vanto, costretti pur siamo a confessare di non poterne agguagliare la gloria, e nella poesia, e nella eloquenza, e in tutte quelle arti che belle si chiamano, e che pur dimostrano la più grande perfezione della umana natura: e molto più ancora dovressimo riconoscerci ad essa inferiori in quella sapienza che occulta, e velata si tenevano quegli antichi saggi, dei quali la Grecia abbondò, se ponessimo mente siccome con essa di tal modo sapevano ordinare le città, e gli stati, onde poi quasi gentili, e fruttifere piante avessero a sorgere, ed a levarsi a grandissima altezza, ed a durare per molti secoli producendo ognora di se frutti meravigliosi, e come pure per quella medesima sapienza di ogni città, o stato, ne distinguevano l’età, ne congetturavano le sorti, e convenevoli rimedi consigliavano a que’mali, che riparare si potevano. E il [p. vii modifica]vero che ben si potrebbe mostrare, quando questo il luogo ne fosse, che non già vane parole, ma vera lode si fu quella che attribuivasi agli antichi sapienti, di potere cioè col proprio avvedimento, e colla profondità della loro dottrina dar buon giudizio e delle cose presenti, e di quelle che avessero a venire, e che fossero già state.

La patria poi di Senofonte fu Atene, quella fra tutte le città della Grecia in cui più eccellenti si dimostrarono gl’ingegni, e nelle armi, e nelle lettere, e nelle arti, e in ogni altra laudevole disciplina: e quanto al viverci lietamente, e con diletto io non so se vi sia mai stata, o vi sia ora nel mondo alcuna città, dove questo, meglio che già in Atene, conseguire si potesse. Poichè in prima quivi con sommo studio bellissimi, e fortissimi si rendevano i corpi con ogni qualità di ginnastiche, ed equestri esercitazioni, e si addottrinava piacevolmente la gioventù colla conversazione dei saggi in luoghi aperti, ed ameni, quivi i tempii, ed i pubblici edificii, fabbricati con mirabile architettura, adorni si vedevano di statue, e di dipinture di tanta eccellenza, quanta neppure coll’immaginazione potressimo ora comprendere, ed anche le private abitazioni assai acconciamente erano disposte a tutti gli usi del viver loro, come in qualche parte da questo medesimo libro si potrà conoscere: quivi pure i campi studiosamente coltivati vaghissimi erano [p. viii modifica]a riguardarsi, e fiorentissimo essendovi il commercio venivano pure quivi recate nel celebre porto di Pireo le ricchezze, e le delizie di tutta l’Asia, e molti stranieri vi si conducevano ad abitare, onde tutta quella città rendevasi piena di dovizie, e di popolo, e abbondevole di tutto quello che ciascuno potuto avesse bramare, o per la comodità, o per la dilettazione della vita. La musica poi, e la danza, e gli spettacoli di ogni genere tenevano quivi tutti quasi del continuo in festa, ed in gioia, e quivi in ultimo quella grazia la quale, dice Pindaro, che tutte le cose rende soavi a’mortali, così si accompagnava ad ogni loro fatto, che l’attica eleganza passò di poi in proverbio presso i greci, e fra le altre colte nazioni.

In così fatta città nella olimpiade ottantesima seconda vale a dire quattrocento cinquanta anni circa avanti al nascimento del nostro Salvatore, nacque egli Senofonte di nobil gente, e in quelle liberali discipline fu educato, ch’erano allora comuni a tutti i nobili cittadini, e si fece ascoltatore di Socrate, a udire il quale concorrevano i più illustri giovani di Atene. Quindi chiamatovi da un suo amico si recò in Sardi presso Ciro il giovane a cui in breve tempo si rese assai caro.

In questo avvenne che volgendo nell’animo il medesimo Ciro di torre il regno al suo fratello Artaserse radunò un esercito di sopra due cento mila [p. ix modifica]barbari, e fece venire in suo aiuto oltre dieci mila greci sotto il pretesto di averne a far guerra ai Pisidi: con questo esercito avviandosi Ciro verso Babilonia il re Artaserse gli si fece incontro con le sue genti a combatterlo, e datasi la battaglia, mentre, dove quei greci combattevano, aveano compiutamente disfatte le genti di Artaserse, seppero che Ciro dall’altra parte era rimaso ucciso, e per tale avvenimento tutti i barbari tornati essendo all’ubbidienza del re, a un tratto soli si trovarono essi in mezzo a innumerevoli nimici: contro i quali essendo il re Artaserse fortemente sdegnato, e volendoli tutti far perire, fattisi venire a se i loro comandanti, come se avesse voluto trattare con essi delle condizioni del ritorno, a tradimento li fece uccidere, e ordinò al rimanente di quei greci di deporre tosto le armi, e di doversi a lui arrendere. Quale si fosse lo sbigottimento, il terrore, e la disperazione di quegli infelici, ciascuno sel dee poter pensare. Chiusi essi si vedevano nel cuore di quel vastissimo impero, stretti all’intorno da un immenso stuolo di armati, lontani per lunghissimo spazio dalle loro patrie, impediti nel cammino, o da monti asprissimi, o da vastissimi fiumi, ignari delle strade e della qualità dei paesi, senza cavalleria, senza vettovaglie, senza capitani: niuno vi era fra essi, che mai più sperasse di rivedere la Grecia, e tutti una pronta morte, o una misera servitù si aspettavano. [p. x modifica]

Senofonte ancor esso si trovava fra quelli, e non aveva in quell’esercito alcun comando, poichè volle militare con Ciro come privata persona, e quantunque a niuno quasi fosse noto, pure veggendo tutti starsene attoniti, senza prendere consiglio alcuno, e senza nemmeno curarsi di prender cibo, o riposo, incominciò egli a far loro animo, e ad esortarli a volersi cercare lo scampo colle armi, e così ben seppe dire, e di cotanto buone speranze potè empire gli animi di quei greci, che rimossa ogni viltà, ed ogni timore deposto, dove prima impossibile stimavano il trovare alcuna via alla loro salvezza, tutti poi si confidavano di avere a riportare dovunque la vittoria sopra quei barbari: ed ammirando ciascuno la sapienza de’ suoi ragionamenti, e il suo grande animo, elessero, seguendo i suoi consigli nuovi capi che li avessero a condurre, fra i quali ancor egli fu annoverato. E siccome bellissime erano state le sue parole, così non meno maravigliosi seguitarono i suoi fatti, poichè superando egli con avvedutezza e con ardire incredibile tutti gli ostacoli che gli si andavano interponendo, e dando ognora prove di moderazione e di valore, e di tutte quelle virtù che ad un sommo capitano si richiedono, pervenne in ultimo a ricondurre in sicuro quell’esercito, ed a consegnarlo a Timbrone il quale per gli spartani faceva guerra ai persi.

Quindi dopo alcun tempo tornò Senofonte un’ [p. xi modifica]

altra volta a guerreggiare nell’Asia insieme con quel fortissimo e virtuosissimo re di Sparta Agesilao, al quale divenuto essendo grandemente amico, cotanto giovò colli suoi consigli, e colli suoi ammaestramenti, che da quelli guidato, non solamente chiarissime vittorie ottenne con quelle poche truppe che di Grecia aveva recate, le quali non oltrepassavano il numero di otto mila, ma ancora in sì fatta guisa il medesimo Agesilao potè procacciarsi la benevolenza, e il favore di quei popoli, che molti ne vennero alla sua parte, e cotanto potente si rese, e in cotal modo divenne terribile ai nimici, che quella grande monarchia de’ persiani, parea vicina ad essere del tutto spenta: ma richiamato Agesilao a soccorrere Sparta posta in grave pericolo dagli altri greci, i quali contro di essa si erano collegati, preferì la salvezza della patria all’acquisto di così vasto impero. Tornossene adunque Agesilao in Grecia, e con esso ne venne Senofonte, liberando allora il regno di Persia dall’imminente rovina, che aveangli preparata. Gli splendidi successi però che, mediante il di lui senno e valore, si ebbero dai greci combattendo contro del re Artaserse entro il suo medesimo regno, in prima da quelli, che vi operarono la ritirata dopo la morte di Ciro, poscia da quelli, che vi andarono a fargli guerra sotto la condotta di Agesilao, ben dessi furono cagione, che non molto da poi il grande Alessandro [p. xii modifica]avesse a conoscere come sarebbe stato agevole ad un uomo, che veramente di grande animo fosse e virtuoso, l’insignorirsi di tutta l’Asia; di quell’Asia, che fu ognora copiosa, e nobil fonte di dovizie, e di diletti a chiunque la possedette. E quindi considerando quanto pia, e lodata opera sarebbe stata il togliere quei popoli dalla viltà, e dalla barbarie, a cui erano stati condotti, l’invitto macedone pose mano a quella magnanima impresa, la quale si è ancora la più gloriosa di quante altre mai ne ricordino le antiche storie.

Tornatosi poi Senofonte dall’Asia seguitò per alcun tempo il suo amico Agesilao nelle guerre della Grecia fino a quella terribil battaglia di Cheronea. Quindi avendo avuto il bando dagli ateniesi, perchè militava cogli spartani, contro i quali ad istigazione del re di Persia si erano essi collegati cogli altri greci, sentendosi già vecchio, e non giudicando di dovere sopportare più oltre le fatiche della milizia si comperò un bellissimo podere in Scillunte, luogo vicino ad Elide, e quivi lungamente dimorò: di poi essendosi dovuto di là partire per l’invasione de’ nemici si ritrasse prima nel Lepreo, e poscia in Corinto dove terminò di vivere, già oltrepassato avendo il novantesimo anno della sua età.

Ora egli è da dimostrare come quei felici avvenimenti, che nella guerra accompagnarono sempre le [p. xiii modifica]intraprese di Senofonte, e quegli egregi fatti, i quali combattendo tante volte ebbe egli potere di operare, e quella chiara fama che in ogni età si acquistarono le sue militari azioni, non d’altra sorgente trassero l’origine, che da quelle eccellenti qualità, delle quali il suo animo era meravigliosamente fornito. E in fatti niuno può ignorare, che Senofonte fu uomo sapientissimo, e di profondissima dottrina, poichè tale fu il grido ch’egli ebbe di sommo filosofo, che oscurò quasi l’alta sua rinomanza di ottimo capitano. E certamente questa sapienza fu quella, che lo rese atto a governare cotanto gravi, e difficili guerre, sapendo egli tutto con sagacità antivedere, e a tutto acconciamente provvedere, e tutti rendersi apparecchiati coll’efficacia delle sue parole a seguitare quello, ch’egli avesse voluto loro persuadere. Inoltre tanto modesta natura egli ebbe, e così lontana da ogni ambizione, che quantunque, dove si trovò a guerreggiare, ogni cosa fosse guidata dalla sua autorità, e dalla sua prudenza, tuttavia non si udì mai darsene alcun vanto, e nemmeno si curò mai di avere il supremo comando nell’esercito. Quindi da chi sappia dirittamente giudicare si ravviserà, ch’egli per tal guisa adoperando non menomò punto la sua riputazione, ma venne anzi da ognuno tenuto in maggiore stima, e si venne a procacciare la benevolena de’ suoi compagni, e spegnendo l’invidia, potè pervenire [p. xiv modifica]più di leggieri a dar compimento ai suoi sublimi divisamenti. Ancora quanto fosse grande oltre ogni credere la sua magnanimità nel dispregiare ogni guadagno, che onesto e glorioso non gli sembrasse, manifestamente lo die’ a divedere quando essendo già presso a lasciare quell’esercito de’ greci, il quale dopo la morte di Ciro, come abbiamo detto, aveva con tanta sua gloria ricondotto in salvo, scontratosi ad un suo amico, che il domandó quant’oro recasse egli seco, pensando che grandissima quantità dovesse averne, gli rispose giurandoglielo, che a poterne avere quanto se ne richiedeva a fare il viaggio per ritornarsene in Atene gli sarebbe stato d’uopo di vendere fino il suo cavallo, ed ogni altra cosa ch’egli avesse: e veramente si sa che altro non riportò da quella guerra se non quanto quei greci spontaneamente gli diedero in dono: questo però fu tanto, che non solo bastò a far divenire ricchissimo lui, ma anche gliene sopravvanzò, siccome egli medesimo scrisse, di che poterne far ricco anche altri. Niuno adunque dovrà maravigliarsi s’egli andò esente ognora da quei carichi di avarizia e di cupidità di ricchezze, i quali così spesso contaminano la fama dei più illustri capitani. Quella diligenza poi ch’ egli del continuo usò a rendersi sopra di ogni altro e robustissimo di corpo, e sommamente destro in tutte quelle operazioni che nella guerra si hanno a praticare, assai volte, come [p. xv modifica]egli è ben naturale, gli diede aiuto a scampare da più terribili rischi. Si fece pure palese il suo forte animo, e generoso, poichè sempre si trovò egli presente dove più d’uopo fosse di ardire, e dove più grave si dimostrasse il pericolo, e chi vorrà por mente a quell’ardore, che l’esempio di un uomo sì fatto eccitar doveva in ogni altro a seguitarlo, non durerà fatica nel ravvisare d’onde provenissero quelle sue tanto maravigliose vittorie. La giustizia, la mansuetudine, la fede furono ancor esse virtù tanto proprie di Senofonte, che le volle ognora costantemente osservate; nè per necessità in cui si trovasse, nè per utile che ne avesse a sperare, nè per danno che potesse temere dovergliene intervenire, non consentì giammai che a quelle si contraffacesse; e questo anzichè nuocergli, come alcuno avrebbe potuto forse pensare, moltissime gli agevolò delle sue più mirabili intraprese; poichè veruno degli amici, e de’ nimici non avendo a temere di essere da lui, o ingiustamente, o crudelmente trattato, e non potendo per niuna guisa dubitare della lealtà delle sue parole, tutti a lui si affidavano, e di buon grado conducevansi a fare tutto quello ch’ egli avesse richiesto; e così assai cose potè conseguire, che per niun’altra via non si sarebbero mai per alcun altro potute ottenere. Lungo sarebbe l’andare annoverando tutte quelle pregiabili doti, che pure gli furono di grande utilità nel guerreggiare: non è però [p. xvi modifica]da lasciarsi di rammemorare che Senofonte in tutte le sue operazioni osservantissimo si dimostrò della religione nella quale, per quanto discerner si poteva nelle tenebre del gentilesimo, si conobbe ch’egli assai convenevolmente sentiva della providenza, e di alcun’altra di quelle perfezioni che alla Divina Natura si appartengono, e per tale osservanza della religione in grande riverenza fu avuto da tutte le milizie, e bellissime speranze potè ad esse infondere negli animi, e da vituperevoli, e ingiuste opre ritrarle. E il vero che da quanto adoperò Senofonte ogni condottiero di eserciti potrà prenderne sicuro ammaestramento, che quelle imprese le quali riescono veramente grandi e belle, colle virtù, e non colle malvagie arti si conducono a buon fine.

Non meno però seppe egli illustrare con virtuose operazioni quel resto del viver suo, che in mezzo ad onorevole ozio condusse, di quello che virtuosamente operando avesse già reso chiaro, e memorabile tutto quel tempo che nella guerra aveva trapassato: perocchè mentre dimorò nel suo podere di Scillunte, non già si diede al riposo ed alla mollezza, ma intese a conservar sano e robusto il suo corpo, esercitandosi nella cavallerizza e nella caccia, per li quali esercizii era quel luogo che si aveva scelto opportunissimo. Quivi poi assai cortesemente accoglieva gli ospiti, che a lui ne venivano bramosi di vedere, e di udire un così [p. xvii modifica]grand’uomo, e massimamente questo facevano i più illustri giovani della Grecia, i quali egli aveva cura, che tali cose da lui apprendessero, ed ascoltassero, da divenire veramente uomini atti a dare accrescimento alle loro case, ed a giovare alle patrie loro nella pace, e nella guerra. Quanto poi di ozio gli sopravvanzava tutto da esso impiegavasi nello scrivere quelle tanto maravigliose opere, che per lo spazio di presso a duemila e dugent’anni furono sempre tenute in sommo pregio dai saggi, e con chiarissima fama a noi trasmesse, pochissime essendo quelle che non abbia il tempo rispettate. E non racchiuse già in esse arcane, e scure dottrine a far mostra della sua alta e profonda sapienza, bastandogli, che questa gli potesse servire a saper disporre in cotal guisa gli animi di ogni qualità di persone, le quali attendere volessero a trapassare lor vita in lodevoli, e virtuose operazioni: e perchè questo suo proposito avesse a compiersi, con soavissimo stile, più dolce di qualunque mele, d’onde poi ne acquistò il nome di Ape Attica, e con appropriata eloquenza in un modo facile, e chiaro di quelle cose prese a scrivere, che più convenevoli gli parvero a quel fine cui egli intendeva. Perciò considerando di quanto frutto esser potesse la notizia delle cose operate a suoi tempi nella Grecia, si diede a seguitare la bellisima storia, che Tucidide aveva lasciàta imperfetta. E in questo pure meritò [p. xviii modifica]somma loda, perchè pervenutagli quella storia alle mani in modo che poteva sopprimerla senza che alcuno il risapesse, ed aversi la gloria di esser egli lo scrittore della guerra del Peloponneso, con intera fede la pubblicò come opera di Tucidide, e non si curò nemmeno di emularne quella grandezza, e sublimità con cui essa è scritta; ma si contentò di continuarla con uno stile assai più umile, e rimesso, però chiaro e soave. Con somma modestia, e veracità scrisse anche la storia del ritorno dei greci dopo la morte di Ciro, in cui egli ebbe la più gran parte. Compose anche la Ciropedia in cui incominciando dalla nascita dell’antico Ciro viene dimostrando come fu quegli educato, e come si condusse a conquistare l’impero degli assiri: e questo libro fu sempre giudicato un perfettissimo modello per qualunque re, o capitano; e tale si è pure da riputare l’elogio ch’egli scrisse del suo amico Agesilao; ed ancora dal dialogo, ch’egli compose fra Gerone, e Simonide molte utili cose potrebbero apprendervi quelli che seggono nei troni. Un diligentissimo trattato inviò pure al comandante della cavalleria ateniese per ammonirlo di quanto si appartiene a quell’officio; ed essendo questo stato scritto nel tempo che gli ateniesi riconciliatisi con gli spartani facevano guerra ai beozi, egli è da credere che avessero anche tolto allora quel bando, che avevano [p. xix modifica]dato a Senofonte, e che fose egli già tornato in grazia ai suoi cittadini, leggendosi pure un altro suo trattatello sulle finanze di Atene diretto a quella repubblica, e molto più ancora ciò si può raccogliere dall’avere inviato i suoi due figli a combattere cogli ateniesi contro i tebani, l’uno dei quali nomato Grillo valorosissimamente pugnando, perì nella famosa battaglia di Mantinea. Siccome poi Senofonte ben conosceva quanto valese nella guerra l’essere esercitato nel maneggio de’ cavalli, e nella caccia, scrisse due trattati per animare, ed istruire i giovani a questi esercizi. Compose pure l’Apologia di Socrate, e i di lui ragionamenti memorabili, e il Convito, e l’Economico, ne’ quali libri a rendere onore al suo maestro narrò, come cose udite, e insegante da Socrate, quanto di più bello a emendare i costumi degli uomini, e a guidarli saggiamente in ogni parte della loro vita si fosse finora detto.

Di quale utilità fossero in fatti questi libri di Senofonte ben ne fa certa fede il sapersi quanto profitto da essi traevano i più grandi uomini, che illustrassero la romana repubblica: poichè del continuo studiosamente leggevanli, e a fare questo medesimo esortavano la gioventù. E per non li avere ad annoverar tutti, basterà il ricordare, che Scipione moltissimo apprese da questi libri, dei quali faceva le sue delizie, e pure di Lucullo venirci narrato, che [p. xx modifica]quando si recò a far guerra nell’Asia, quasi niuna dottrina, ed esperienza avendosi dell’arte militare, col leggere nel viaggio la Ciropedia di Senofonte, si rese quell’eccellente capitano, che ognuno sa. E non è da dubitarsi che dalla diligente lettura di questi libri simiglianti effetti non avessero ad uscirne anche presso di noi, se non fosse quella stolta consuetudine de’nostri tempi, per la quale avviene che quelle egregie opere le quali gli antichi saggi scrissero con tanta cura perchè avessero a guidare i re, i duci, i magistrati, ed anche ogni privata persona a fornire con virtù e con lode, quanto ad essi si richiede di fare, ora alle mani soltanto di coloro pervengono i quali si propongono di dover così trapassare lor vita, che da ogni civile, o domestica operazione si abbiano a tener lontani; come se questi libri potessero molto giovare a chi si vive senza far nulla, e che di essi non avesse d’uopo chi alle cose pubbliche o private abbia a soprastare.

Ora venendo più particolarmente a parlare di questo trattato dell’Economico, egli è d’avvertirsi, che non s’imprende già in esso ad insegnare distintamente, e con certe regole alcun’arte, o disciplina, nè si danno nuovi, ed inauditi precetti, di cosa ignota a ciascuno, ma che egli si è questo un libro scritto con colore, ed artificio di rettorica, il di cui fine si è di ammonire ogni qualità di persone a voler porre una [p. xxi modifica]diligente cura alle cose domestiche, senza la quale anche coloro, che ricchissimi sono, agevolmente venir possono in povero stato: che dimostrandosi in esso con assai bei modi con quanta facilità, e con quanto utile, e diletto si compiano quegli ufficii, che alle donne, e agli uomini si appartengono, si viene ad allettare, a commovere, e a persuadere ciascuno a volerli praticare: e che del coltivamento pure dei campi in più luoghi in cotal guisa vi si ragiona, da invaghire chiunque a doversi adoperare in quella fruttuosissima, e lodatissima arte dell’agricoltura. Quanto adunque sia da pregiarsi un cotal libro il quale abbia potere di ridurre la più gran moltitudine delle persone a voler procurare che bene ordinatamente sia tenuta la proria casa, e ad accrescerla con onorevoli, e giusti modi coll’esercizio dell’agricoltura, non credo che mi sia bisogno di spender parole a dimostrarlo. Però Cicerone di questo trattato volle farne dono ai romani e lo divise, come ci dice Servio, in tre libri. Nel primo trattò degli ufficii della donna, nel secondo di quelli dell’uomo, e nel terzo dell’agricoltura; e il medesimo Servio ci dice pure, che Virgilio molte cose dell’agricoltura trasse da questo libro di Senofonte. Ma poichè io fra molte altre più alte, e gravi cose udii già da persona oltre ogni credere dottissima, e di acutissimo ingegno, che quel sommo Poeta, veggendo per le guerre civili cacciati quasi da tutta [p. xxii modifica]l’Italia gli antichi coltivatori delle terre, e postivi in lor luogo quelli, ch’erano alla milizia accostumati, stimò che fosse da doversi accendere in essi l’amore dell’agricoltura. Ed avendo considerato che uno è dei principali ufficii della poesia il dirigere, e guidare convenevolmente le nazioni, prese egli a scrivere quei suoi maravigliosi libri delle Georgiche, non già per insegnare in effetto l’agricoltura, la quale non si apprende se non esercitandola; ma perchè delle opere di quelle, e della loro bellezza, e utilità udendosene soavemente ragionare, ciascuno avesse a disporsi a volere lietameme e di buon grado a quelle por mano. A questo adunque ponendo mente, son venuto, come parmi, a riconoscere che Virgilio nelle Georgiche usò, in quella guisa peraltro, che alla poesia si conveniva, quel modo stesso, che vide così bene aver praticato Senofonte nell’Economico, e però stimo, che a questo appunto si abbia a riferire il detto di Servio, tanto più che da questa conformità in fuori, non si scorge che altra cosa abbia tratta Virgilio da questo libro.

Inoltre parmi assai importante il considerare come in più luoghi di questo trattato si dà a divedere che quegli ammaestramenti i quali rendono l’uomo atto a sopraintendere all'agricoltura e alla casa, quelli medesimi sono, che lo rendono ancora atto a soprastare agli eserciti, alle città, ed ai regni, [p. xxiii modifica]dimostrandosi che non è già la scienza di quella particolar dottrina, ch’è propria della varia natura di ciascuna di queste cose, quella che dà potenza all’uomo di convenevolmente in esse adoperarsi, ma che questo fanno le sole virtù dell’animo, e quell’alta, ed universale sapienza, per la quale assai di leggieri si comprende di qual modo abbia a farsi tutto quello che in ogni cosa particolarmente fa d’uopo. Però ebbe a dire in altro luogo Senofonte, che rispetto a chi abbia quelle virtù che si richiedono a saper soprastare agli uomini, non si trova altra differenza fra una città, o un esercito, o un regno, o qual si voglia altra riunione di moltitudine, che nel solo numero; e il medesimo disse anche Platone: e benchè Aristotile biasimi questa opinione dicendo, che non per numero, ma per natura la città differisce dalla casa, e che diversa dottrina si richiede a saper governare l’una, o l’altra, tuttavia ben si vede che mostra egli di non intendere, perchè essi così dicessero: ma non credo già io che quel sommo ingegno di Aristotile non lo intendesse, e veramente si pensasse, che Platone, e Senofonte non sapessero una casa diversa cosa essere per natura da un esercito, o da una città; e ciascheduna doversi governare con modi particolari; parmi bensì ch’egli prendesse occasione di cavillare su questa loro opinione, perchè cercava ogni via di togliere presso la moltitudine quella riputazione, che [p. xxiv modifica]si avevano meritata gli antichi filosofi, e specialmente Platone, come si vede aver fatto in più luoghi. E per avventura così egli adoperava, perchè suo intendimento era di ridurre gli uomini ad una certa mediocrità, dove quegli altri intesero a farli sommi, ed eccellentissimi, e penciò parmi che volesse attribuire molta efficacia all’apprendere le particolari dottrine delle cose: quanto a me però stimo più grande, più nobile, e più vera la sentenza di Senofonte, di Platone, e di altri antichi saggi, che tutto davano alla virtù, all’altezza dell’animo, ed alla vera sapienza.

Aggiungeremo in ultimo, quantunque molto non rilevi il dirlo, essere opinione di alcuni, che questo libro dell’Economico faccia parte dell’altra opera di Senofonte dei Memorabili ragionamenti di Socrate, sembrando il suo principio piuttosto la continuazione, che l’incominciamento di un particolar libro. Comunque però siasi, contiene questo una compiuta trattazione, scritta in nome di Socrate, del governo della casa, ed è stato sempre annoverato separatamente dagli altri suoi libri.

Di quello adunque che si richiedeva sapere, intorno a Senofonte, queste cose sieno dette: ora seguiteremo ciò che ne rimane a dire di questo volgarizzamento, il quale incominciato essendosi da mio figlio per sua privata esercitazione nella lingua greca, che viene da me apprendendo, io lo confortai, e gli diedi [p. xxv modifica]aiuto a terminarlo, perchè potesse offerirlo alla sua sorella nelle di lei nozze. Ebbi però in animo, che la pubblicazione di questo libretto avesse anche a valere a correggere presso di noi quella vituperevole trascuraggine delle cose domestiche, dalla quale più che da ogni altra cagione deriva la rovina di tante famiglie; e pensai che dovesse pure ridestare l’amore per l’agricoltura, la quale fu ognora sommamente cara alle più illustri nazioni, ed ancora al presente si tiene in sommo pregio da quelle, che si vivono con fama, e con gloria nel mondo, e dessa fu poi particolarmente l’antica lode, e l’arte della nostra Italia. E nel vero che non potremmo abbastanza mai rammaricarci nel vedere questa dilettevole, innocente, nobile, e fruttuosissima arte che fu dovunque tanto studiosamente coltivata dai più illustri, e dotti uomini, e della quale fino dai tempi di Varrone se ne leggevano più di quaranta scrittori, i quali tutti furono o re, o capitani, o filosofi chiarissimi, venga in queste provincie abbandonata alla più rozza, e vil gente con tanto nostro danno, e disonore.

Mentre però io pensava, che convenevole rimedio a tali disordini sarebbe il trovare alcuna via che questo trattato dell’Economico di Senofonte venir potesse da ognuno studiosamente letto, e mi maravigliava come tutti coloro che presero fin’ora a traslatarlo nella nostra favella, e ben molti essi furono, [p. xxvi modifica]questo non abbiano potuto conseguire, fui saggiamente ammonito a dover considerare non esser questa un’opera didascalica di cui basta conoscere il significato delle parole per averne tutto il frutto; ma bensì un’opera diretta a commovere gli animi della volgar gente alla quale senza eloquente, e ben accomodato parlare non si può alcuna cosa mai persuadere, e che però se oltre il sentimento, non se le conservasse ancora la grazia e la bellezza del dire, di necessità verrebbe a perdere ogni efficacia di persuadere, ed a mancare totalmente del suo fine, e indarno quindi si aspetterebbe che fosse per produrre alcuna utilità. Pertanto riconosciuto avendo ciò essere verissimo, ed avvisando che per non essere stati scritti con tale considerazione que volgarizzamenti che ne furono fatti, sono riusciti al tutto inutili, acciocchè il medesimo non avesse anche di questo ad accadere, mi deliberai di studiarmi ad ogni mio potere a renderlo di tal modo, che, avesse almeno a trovarvisi quella chiarezza, che tanto si ammira nell’originale, e che lo stile non fosse affatto rozzo, e spiacevole. E veramente, se avrò saputo conservare anche la centesima parte di quella vaghezza, che seppe dargli Senofonte, non dubito che assai gioconda, ed utile non abbia a rendersi a ciascuno la lettura di questo libretto. Che se si rimarrà esso oscuro, e non perverrà alle mani che di pochi, i quali non abbiano a farne veruna [p. xxvii modifica]stima, riputerò di non aver saputo per niuna guisa convenevolmente eseguire quello che mi era proposto: poichè ciò non potrà intervenire per difetto dell’opera stessa la quale ha sicuramente in se tanta bellezza da rendersi grata ad ognuno, e nemmeno potrà pensarsi doversene accagionare la nostra età, quasi che di niuna onesta disciplina sia vaga, essendo appunto quest’opera stata composta a togliere questo vizio, dove esso fosse.

Nel considerare poi diligentemente il testo di questo trattato di Senofonte per averne ad emendare, e correggere dove fosse d’uopo il volgarizzamento fattone da mio figlio, mi avvidi che ci era esso pervenuto in molte parti alterato, e disordinato. Quindi particolarmente conobbi, che si conveniva cambiare il luogo ad un passo del capitolo 15, e porlo alquanto più innanzi, e che nel capitolo 20 vi sono stati intromessi alcuni periodi, una parte de’ quali si ha a trasferire nel medesimo capitolo 15; ed un’altra parte nel capitolo 16, in modo però, che volgendo l’ordine, si abbia a porre quella parte che precede, nel capitolo 16; e nel capitolo 15 quella che seguita. Quantunque però io non sappia con certezza indicare come in tutti i codici sia avvenuto un così stravagante tramutamento, tuttavia ho giudicato di dover collocare quei passi dove si conveniva, perchè altrimenti ne diverrebbe guasto il senso, e deforme in quei luoghi [p. xxviii modifica]si parrebbe quest’opera. Di poi ricercando se una tal cosa fosse stata notata da alcuno dei traduttori, o dei commentatori di questo libro, ho trovato, quanto al primo tramutamento, che fu già veduto doversi fare, dal celebre Ernesto: gli altri due poi, per quello che mi sappia, non avendo copia di libri da consultare per rendermene sicuro, niuno li ha avvertiti, sebbene assai agevole sia il ravvisare, che quei periodi i quali ho creduto doversi traslocare dal capitolo 20 dove ora si leggono, non possono per niun ragionevol modo collegarsi, nè con quello che precede, nè con quello che seguita, e nemmeno una parte di essi coll’altra, e che assai manifestamente si appartengono a quei luoghi, dove mi è parso doversi collocare. So benissimo che spesso molte cose si sogliono emendare, o riprendere negli antichi autori, perchè male s’intendono, ma ciò stimo, che non potrà dirsi di questi tramutamenti, da me fatti, i quali troppo chiaramente vengono domandati dal senso. Tuttavia se ad alcuno non piacessero, ho rinchiusi i luoghi tramutati entro di alcuni segni, e quei medesimi segni sono posti di nuovo nei luoghi d’onde sono stati tratti, onde possa ciascuno di leggieri tornare a collocar tutto nel luogo in cui già era. Anche nel capitolo 7 si è posto fra due virgole un passo che ho sospettato essere una di quelle note marginali, che si trovano nei codici, le quali sovente passarono nel testo per ignoranza di coloro che li copiarono. [p. xxix modifica]

Chiunque volesse poi confrontar questo volgarizzamento coll’originale di Senofonte, forse troverà che si sono rischiarati alcuni luoghi, i quali potevano sembrare oscuri, e mi lusingo che dovrà ancora riconoscere, che si è avuta somma cura di renderne da per tutto fedelmente il senso, conservandosene anche le parole dove la necessaria chiarezza, e la proprietà della nostra favella il pativano. Si è però stimato doverne togliere quelle invocazioni a Giove, o ad altri Numi, le quali così spesso usavano i greci nell’affermare alcuna cosa, sembrandoci che ciò sarebbe riuscito alle nostre orecchie disaggradevole.

In fine non sarà per avventura inutile di avvertire ognuno, che non si rimanga dal leggere più oltre in questo libro, se nel principio gli paresse che un certo sofistico modo si adoperi, atto piuttosto ad intricare che a fare intendere la materia di cui si tratta; perocchè non giudicando necessario di far conoscere per quali ragioni Socrate soleva spesso usare di un cotal modo ne’ suoi ragionamenti, mi basterà di assicurare i leggitori, che per brevissimo spazio avranno a sostenere questo fastidio, quando pure alcuno loro ne arrechi, e che procedendo innanzi, tutto troveranno facile e piano, e per quello che me ne sembri, tale da doverne avere utile insieme, e diletto.