Il vero amico/Atto II

Atto II

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Atto I Atto III

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ATTO SECONDO.
SCENA PRIMA.
Camera di Florindo, In casa di Lelio.
Florindo solo.

Son confuso, non so dove io abbia la testa. L’ultimo discorso tenuto colla signora Rosaura mi ha messo in agitazione. Non vi voleva andare; Lelio mi ha voluto condur per forza. Per quanto io abbia procurato di contenermi con indifferenza, credo che la signora Rosaura abbia capito che le voglio bene; siccome ho inteso io dalla sua maniera di dire, ch’ella ha dell’inclinazione per me. Ci siamo separati con poco garbo. Pareva ch’io fossi in debito, prima di partire, di rivederla. Ma se vi torno, fo peggio che mai1. [p. 334 modifica]

SCENA II.
Trivella e detto.

Trivella. Signor padrone, una lettera che viene a vossignoria.

Florindo. Di dove?

Trivella. Non lo so in verità.

Florindo. Chi l’ha portata?

Trivella. Un giovine che non conosco.

Florindo. Quanto gli avete dato?

Trivella. Nulla.

Florindo. Questa è una lettera che viene di poco lontano.

Trivella. Se lo domanda a me, credo che venga qui di Bologna, e all’odore mi par di femmina.2 (parte)

SCENA III.
Florindo solo.

Guardiamo un poco chi scrive3. (apre) Rosaura Foresti. Una lettera della signora Rosaura? Mi palpita il cuore. Caro signor Florindo... Caro! A me caro? Questa è una parola che mi fa venire un sudore di morte.4 Giacchè avete risoluto di partire... Ho creduto che ella abbia per me qualche inclinazione; ma caro? Ella mi dice caro? Ahimè... Non so più resistere. Ma piano, Florindo5, piano, andiam bel bello. Non facciamo che la passione ci ponga un velo dinanzi agli occhi.6 Leggiamo la lettera, leggiamola per pura curiosità. Giacchè avete risoluto voler partire. Caro signor Florindo... Sia maladetto questo caro! Leggo qui, e gli occhi corrono colassù. Non voglio altro caro; ecco, lo straccio e lo butto via. Giacchè avete risoluto voler partire, e non sapete, o non saper fingete in quale stato voi mi lasciate... Eh sì, so tutto. Ma ho risoluto7 di andare, e [p. 335 modifica] anderò. Domattina anderò: o non saper fingete!... Certo fingo di non saperlo, ma so. Tiriamo innanzi: sono costretta a palesarvi il mio cuore. Lo palesi pure, l’ascolterò con qualche passione; ma ho fissato8 e deve esser così, e niente mi muoverà. Sappiate, caro signor Florindo... Oimè! un’altra volta caro. Sappiate che io... che io... non ci vedo più. Sappiate, caro signor Florindo; vorrei saltar questa parola, e non so come fare. Io, dacchè vi ho veduto, accesa mi sono. Ella è accesa, ed io sono abbruciato. Accesa mi sono del vostro merito; grazie, grazie, oh povero me! E senza di voi morirò certamente... Morirà? Oh cielo! Morirà? Sì, che mora: morirò ancor io, non importa, purchè si salvi l’onore. Deh! muovetevi a compassione, caro signor Florindo. Un altro caro! Questo caro mi tormenta, questo caro mi uccide. Sentirmi dir caro da una mano sì bella, dettato da una bocca così graziosa, non posso più! Se seguito a leggere, cado in terra. Questa lettera per me è un inferno, non la posso leggere, non la posso tenere. Bisogna che io la strappi, bisogna che me ne privi. Non leggerò più quel caro, non lo leggerò più. (straccia la lettera) Ma che cosa ho io fatto? Stracciar una lettera piena di tanta bontà? Stracciarla avanti di finirla di leggere? Neppur leggeria tutta? Chi sa che cosa mi diceva sul fine? Almeno sentire il fine. Se potessi unire i pezzi, vorrei sentire che cosa concludeva; mi proverò. Ecco il caro; il caro mi vien subito davanti agli occhi; non voglio altro, non voglio altro; dica quel che sa dire, non voglio più tormentarmi; non voglio miseramente sagrificarmi. Ma che cosa pens’io di fare? Andar via9 senza risponderle? Senza dirle nulla? Sarebbe un’azion troppo vile, troppo indiscreta. Sì, le risponderò. Poche righe, ma buone. Siamo scoperti, convien parlar chiaro. Far che si penta di questo suo amore, come io mi pento del mio. E se Lelio vede un giorno questa mia lettera? Non importa; se la vedrà, conoscerà allora chi sia Florindo. Vedrà che Florindo per un punto d’onore è stato capace [p. 336 modifica] di sagrificare all’amico la sua passione10. (siede al tavolino, e scrive) Come devo io principiare? Cara? No cara, perchè se il cara fa in lei l’effetto, che ha fatto in me la parola caro, ella muore senz’altro. Animo, animo, voglio spicciarmi. (scrivendo) Signora. Pur troppo11 ho rilevato che avete della bontà per me; questa è la ragione per cui più presto partir risolvo, poichè trovando la vostra inclinazione pari alla mia, non sarebbe possibile trattare fra noi con indifferenza. L’amico Lelio mi ha accolto nella propria sua casa, mi ha posto a parte di tutti gli arcani del suo cuore; che mai direbbe di me, se io mancando al dovere dell’amico, tradissi l’ospitalità? Deh! pensate voi stessa che ciò non conviene...

SCENA IV.
Trivella e detto.

Trivella. Signor padrone... (con ansietà)

Florindo. Che cosa c’è?

Trivella. Presto, per amor del cielo; il signor Lelio è stato assalito da due nemici; ei si difende colla spada da tutti e due, ma è in pericolo; lo vada a soccorrere.

Florindo. Dove? (s’alza)

Trivella. Qui nella strada.

Florindo. Vado subito a sagrifìcar per l’amico anche il sangue, se fa di bisogno. (parte)

SCENA V.
Trivella solo.

So che il mio padrone è bravo di spada, e son sicuro che aiuterà l’amico. L’avrei fatto io, ma in questa sorta di cose non m’intrico. È meglio ch’io vada a fare i bauli. Manco male che andando via domattina, ho un poco più di tempo. E poi [p. 337 modifica] chi sa se anderemo nemmeno? II mio padrone è innamorato, e quando gli uomini sono innamorati, non navigano per dove devono andare, ma per dove il vento li spinge. (parte)

SCENA VI.
Beatrice sola.

Questo signor Florindo da me ancora non s’è lasciato vedere. E sarà vero che egli mi sprezzi, che non si curi dell’amor mio? Che non faccia stima di me? L’ho pur veduto guardarmi con qualche attenzione. Mi ha pur egli detto delle dolci parole, si è pur compiaciuto scherzar sovente meco, ed ora così aspramente mi parla? Così rozzamente mi corrisponde? Partirà egli dimani? Partirà a mio dispetto? Misera Beatrice! Che farò senza il mio adorato Florindo? Ah! tremo solamente in pensarlo. (siede) Qual foglio è questo? Il carattere è del signor Florindo. Signora. Oh cieli! a chi scrive? La lettera non è finita. La gelosia mi rode. Sentiamo.12 Pur troppo ho rilevato che avete della bontà per me. Questa è la ragione per cui più presto partire risolvo, poichè trovando la vostra inclinazione pari alla mia, non sarebbe possibile il trattar con voi con indifferenza. Foss’egli innamorato di me, com’io lo sono di lui? Fosse a me questo foglio diretto? Ma no, qual ostacolo potrebbe egli avere per palesarmi il suo amore e per gradire il mio? Ah! che d’altra egli parla, ad altra donna questa carta è diretta. Potessi scoprir l’arcano! L’amico Lelio m’ha accolto nella propria sua casa, mi ha posto a parte di tutti gli arcani del di lui cuore; che mai direbbe di me, se io mancando al dovere d’amico, tradissi l’ospitalità?... Tradissi l’ospitalità? Oh cieli! Egli parla di me, pensa che sarebbe un tradir l’ospitalità, se si valesse della buona fede di Lelio13... No caro, non è mala azione amar chi t’ama, non è riprensibile quell’amore che può terminare con [p. 338 modifica] piacere dell’amico stesso in un14 matrimonio. Ora intendo perchè ricusa di corrispondermi; teme disgustare l’amico, non ardisce di farlo per non offendere l’ospitalità. Deh! pensate voi stessa che ciò non conviene... Qui termina la lettera; ma qui principia a consolarmi la mia speranza. Non conviene? Sì che conviene svelar l’arcano, parlar in tempo e consolare i nostri cuori che s’amano. Ecco mio nipote15, Viene opportunamente.

SCENA VII.
Lelio e detta.

Lelio. Signora zia16, eccomi vivo in grazia dell’amico Florindo.

Beatrice. Come? V’è intravvenuto qualche disgrazia?

Lelio. Stamane, giuocando al faraone, fui soverchiato da un giuocator di vantaggio. Lo scopersi, rispose ardito, io gli diedi una mano nel viso, s’unì egli con un compagno, m’attesero sulla strada vicina, mi assalirono colle spade, mi difesi alla meglio; ma se in tempo non giungeva Florindo, avrei dovuto socombere.

Beatrice. Il signor Florindo dov’è?

Lelio. Il servitore l’ha trattenuto; ora viene.

Beatrice. È egli restato offeso?

Lelio. Oh pensate! La spada in mano la sa tenere; ha fatto fuggir que’ ribaldi.

Beatrice. Grand’uomo è il signor Florindo!17

Lelio. Sì, egli è un uomo di merito singolare.

Beatrice. Guardate fin dove arriva la sua delicatezza. Egli è invaghito di me, e non ardisce di palesarlo, temendo che per un tale amore possa dirsi violata l’ospitalità.

Lelio. Signora 18, voi vi lusingate senza verun fondamento.

Beatrice. Son certa che egli mi ama, e ve ne posso dar sicurezza19.

Lelio. Voi avete del merito; ma la vostra età... [p. 339 modifica]

Beatrice. Che parlate voi dell’età? Vi dico che sono certa dell’amor suo.

Lelio. Qual prova mi addurrete per persuadermi?

Beatrice. Eccola; leggete questa lettera del signor Florindo, a me diretta.

Lelio. A voi è diretta questa lettera?

Beatrice. Sì, a me: non ha avuto tempo di terminarla.

Lelio. Sentiamo che cosa dice. (legge piano)

Beatrice. (Mi pareva impossibile che non avesse a sentire dell’amore per me. Sono io da sprezzare? Le mie nozze sono da rifiutarsi? Povero Florindo, egli penava per mia cagione; ma io gli farò coraggio, io gli aprirò la strada per esser di me contento). (da sè)

Lelio. Ho inteso, parlerò seco20 e saprò meglio la sua intenzione. (a Beatrice)

Beatrice. Avvertite, non lo lasciate partire.

Lelio. No, no; se sarà vero che vi ami, non partirà.

Beatrice. Se sarà vero? Ne dubitate? È cosa strana che io sia amata? Lo sapete voi quanti partiti ho avuti; ma questo sopra tutti mi piace. Povero signor Florindo! andatelo a consolare: ditegli che sarà contento21, che questa mano è per lui, che non dubiti, che non sospiri, che io sarò la sua cara sposa. (parte)

SCENA VIII22.
Lelio solo.

Mi pare la cosa strana. Ma questa lettera è di suo carattere. Mia zia asserisce essere a lei diretta e in fatti a chi l’avrebbe egli a scrivere? Sempre è stato meco; pratiche in Bologna non ne ha. Eccolo che egli viene. [p. 340 modifica]

SCENA IX.
Florindo e detto.

Florindo. (Lelio è qui? Dov’è la mia lettera?) (da sè)

Lelio. Caro amico, lasciate che io teneramente vi abbracci, e nuovamente vi dica che da voi riconosco la vita.

Florindo. Ho fatto il mio debito e niente più. (osserva sul tavolino)

Lelio. Certamente, se non eravate voi, quei ribaldi mi soverchiavano. Amico, che ricercate?

Florindo. Niente... (osservando con passione)

Lelio. Avete smarrito qualche cosa?

Florindo. Niente, una certa carta.

Lelio. Una carta?

Florindo. Sì: è molto che siete qui23?

Lelio. Da che vi ho lasciato.

Florindo. Vi è stato nessuno in questa camera? (con (smania)

Lelio. Ditemi, cercate voi una vostra lettera?

Florindo. (Aimè! l’ha vista). (da sè) Si, cerco un abbozzo di lettera24.

Lelio. Eccola; sarebbe questa?

Florindo. Per l’appunto. Signor Lelio, siamo amici; ma i fogli, compatitemi, non si toccano.

Lelio. Né io ho avuto la temerità di levarlo dal tavolino.

Florindo. Come dunque l’avete in tasca?

Lelio. Mi è capitato opportunamente.

Florindo. Basta... torno a dire... è un abbozzo fatto per bizzarria25.

Lelio. Sì, capisco benissimo che voi avete scritto per bizzarria: ma scusatemi, un uomo saggio come voi siete, non mette in ridicolo una donna civile in cotal maniera.

Florindo. Avete ragione; ho fatto male e vi chiedo scusa.

Lelio. Non ne parliamo più. La nostra amicizia non si ha da alterare per questo. [p. 341 modifica]

Florindo. Non vorrei mai che credeste ch’io avessi scritto per inclinazione, per passione.

Lelio. Al contrario bramerei che la vostra lettera fosse sincera, che foste nel caso di pensar come avete scritto, e che un tal partito vi convenisse.

Florindo. Voi bramereste ciò?

Lelio. Sì, con tutto il mio cuore. Ma vedo anch’io quali circostanze si oppongono, ed ho capito fin da principio che avete scritto per bizzaria, e che vi burlate di una femmina che si lusinga.

Florindo. Io non credo ch’ella abbia alcun motivo di lusingarsi.

Lelio. Eppure vi assicuro che si lusinga moltissimo. Sapete le donne come son fatte. Le attenzioni di un uomo civile, di un giovane manieroso, vengono interpretate per inclinazioni, per amore. E per dirvi la verità, ella stessa mi ha detto che contava moltissimo sulla vostra inclinazione per lei.

Florindo. E voi che cosa le avete risposto?

Lelio. Le ho detto che ciò mi pareva difficile, che avrei parlato con voi, e se avessi trovato vero quanto ella suppone, avrei di buon animo secondate le di lei intenzioni.

Florindo. Caro amico, possibile che la vostra amicizia arrivi per me a quest’eccesso?

Lelio. Io non ci trovo niente di estraordinario. Ditemi la verità, inclinereste voi a sposarla?

Florindo. Oh cieli! Che cosa mi domandate? A qual cimento mettete voi la mia sincerità, in confronto del mio dovere?

Lelio. Orsù, capisco che voi l’amate. Può essere che l’amore che avete per me, vi faccia in essa trovar del merito; non abbiate riguardo alcuno a spiegarvi, mentre vi assicuro dal canto mio, che non potrei desiderarmi un piacer maggiore.

Florindo. Signor Lelio, pensateci bene.

Lelio. Mi fate ridere. Via, facciamolo questo matrimonio.

Florindo. Ma! E il vostro interesse?

Lelio. Se questo vi trattiene, non ci pensate. E vero ch’ella è più ricca di me, che da lei posso sperar qualche cosa, ma ad un amico sagrifico tutto assai volentieri. [p. 342 modifica]

Florindo. Nè io son in caso di accettare un tal sagrifizio.

Lelio. Parlatemi sinceramente. L’amate o non l’amate?

Florindo. Vi dirò ch’io la stimo, ch’io ho per lei tutto il rispetto possibile...

Lelio. E per questa stima, per questo rispetto la sposereste?

Florindo. Oh Dio! Non so; se non fosse per farvi un torto...

Lelio. Che torto? Mi maraviglio di voi. Vi replico questo sarebbe per me un piacere estremo, una consolazione infinita.

Florindo. Ma lo dite di cuore?

Lelio. Colla maggiore sincerità del mondo.

Florindo. (Son fuori di me. Non so in che mondo mi sia). (da sè)

Lelio. Volete ch’io gliene parli?

Florindo. (Oimè!) Fate quel che volete.

Lelio. La sposerete di genio?

Florindo. Ah! mi avete strappato dal cuore un segreto... ma voi ne siete la causa.

Lelio. Tanto meglio per me. Non potea bramarmi contento maggiore. Il mio caro Florindo, il mio caro amico, sarà mio congiunto, sarà il mio rispettabile zio.

Florindo. Vostro zio?

Lelio. Sì, sposando voi la signora Beatrice mia zia, avrò l’onore di esser vostro nipote.

Florindo. (Aimè, che sento! Che equivoco è mai questo! ) (da sè)

Lelio. Che avete, che mi sembrate confuso?

Florindo. (Non bisogna perdersi, non bisogna scoprirsi), (da sè) Sì, caro Lelio, l’allegrezza mi fa confondere.

Lelio. Per dire la verità, mia zia è un poco avanzata, ma non è ancora sprezzabile. Ha del talento, è di un ottimo cuore.

Florindo. Certo, è verissimo.

Lelio. Quando volete che si facciano queste nozze?

Florindo. Eh, ne parleremo, ne parleremo. (smania)

Lelio. Che avete che smaniate?

Florindo. Gran caldo.

Lelio. Via, per consolarvi solleciterò quanto sia possibile le vostre [p. 343 modifica] nozze. Ora vado dalla signora Beatrice, e se ella non s’oppone, vi può dare la mano quando volete.

Florindo. (Povero me: se la signora Rosaura sa questa cosa, che dirà mai!) (da sè) Caro amico, vi prego di una grazia, di quest’affare non ne parlate a nessuno.

Lelio. No? Per qual causa?

Florindo. Ho i miei riguardi. A Venezia non ho scritto niente; se mio zio lo sa, gli dispiacerà, ed io non lo voglio disgustare. Le cose presto passano di bocca in bocca, e i graziosi si dilettano di scriver le novità.

Lelio. Finalmente, se sposate mia zia, ella non vi farà disonore.

Florindo. Sì, va bene, ma ho gusto che non si sappia.

Lelio. Via, non lo dirò a nessuno. Ma alla signora Beatrice...

Florindo. Neppure a lei.

Lelio. Oh diavolo! Non lo dirò alla sposa? La sarebbe bella!

Florindo. S’ella lo sa, in tre giorni lo sa tutta Bologna.

Lelio. Eh via, spropositi. Amico, state allegro, non vedo l’ora che si concludano queste nozze. (parte)

SCENA X26.
Florindo solo.

Bella felicità, bellissima contentezza! Oh me infelice, in che impegno mi trovo! Che colpo è questo! Che caso novissimo non previsto e non mai immaginato! Che27 ho io da fare? Sposare la signora Beatrice? No certo. Rifiutarla? Ma come? Lelio dirà che son volubile, che son pazzo. Andar via, fo male. Restar? Fo peggio. E la signora Rosaura che cose dirà di me? Alla sua lettera non ho risposto. Se viene a saper ch’io abbia a sposar la signora Beatrice, che concetto formerà ella de’ fatti miei? Spero che Lelio non glielo dirà; ma se glielo dice? Bisognerebbe disingannarla. Ma come ho io da fare? In questo [p. 344 modifica] caso orribile nel quale mi trovo, non so a chi ricorrere, nè so a chi domandare consiglio. Un unico amico che mi potrebbe consigliare, è quei che manco degli altri ha da sapere i contrasti delle mie passioni: dunque mi consiglierò da me stesso. Animo, spirito e risoluzione. Due cose son necessarie: una parlar con Rosaura; l’altra andar via di Bologna. La prima per un atto di gratitudine, la seconda per salvar l’amicizia. Facciamole, facciamole tutte e due, e con questi due carnefici al cuore, amore da una parte, amicizia dall’altra, potrò dire che le due più belle virtù sono diventate per me i due più crudeli tormenti. (parte)

SCENA XI.
Camera di Ottavio.
Rosaura e Colombina.

Rosaura. Ma quella lettera a chi l’hai data?28

Colombina. Al facchino, ed egli in presenza mia l’ha consegnata a Trivella.

Rosaura. Io dubito che il facchino non l’abbia data.

Colombina. Vi dico che l’ho veduto io a darla al servitore del signor Florindo.

Rosaura. Ed egli non mi risponde?

Colombina. Non avrà avuto tempo.

Rosaura. E anderà via senza darmi risposta?

Colombina. Può anche darsi. Chi s’innamora d’un forestiere, non può aspettar altro.

Rosaura. Ciò mi pare impossibile. Il signor Florindo è troppo gentile, non può commettere una mala azione. Senza rispondermi non partirà.

Colombina. E se se vi risponde, che profitto ne avete voi?

Rosaura. Se mi risponde, qualche cosa sarà. [p. 345 modifica]

SCENA XII.
Ottavio e dette.

Ottavio. Ozio, ozio, non si fa nulla. (passa, e parte)

Colombina. Che diavolo ha questo vecchio avaro? Sempre borbotta da sè.

Rosaura. Non vedo l’ora di liberarmi da questa pena. (Ottavio torna con una rocca e una calza sui ferri)

Ottavio. Garbate signorine! Ozio, ozio, non si fa nulla. Tenga e si diverta. Tenga e pass’il tempo. (dà la calza a Rosaura e la rocca a Colombina)

Colombina. Questo filare mi viene a noia.

Ottavio. E a me viene a noia il pane che tu mi mangi. Sai tu che in due anni e un mese che sei in casa mia, hai mangiato duemila duecento ottanta pagnotte?

Colombina. Oh! oh! saprete ancora quanti bicchieri di vino ho bevuto.

Ottavio. Tu non sei buona che a bere e a mangiare, e non sai far nulla.

Rosaura. Via, non la mortificate. Ella è una giovane che fa di tutto. Quell’asinone di Trappola non fa niente in casa; tutto fa Colombina.

Ottavio. Trappola è il miglior servitore ch’io abbia mai avuto.

Rosaura. In che consiste la sua gran bontà?

Ottavio. Io non gli do salario, si contenta di pane, vino e minestra; qualche volta gli do un uovo, ma oggi che ne ho rotti quattro, non glielo do.

Colombina. Se non li date salario, ruberà nello spendere.

Ottavio. Ruberà? Vogliamo dir che rubi? Possibile che mi rubi? Se me ne accorgo, lo caccio subito di casa mia.

Rosaura. E allora chi vi servirà?

Ottavio. Farò io, farò io. Anderò io a spendere, e se spenderò io, non prenderò l’uova che passano per quest’anello.

Colombina. Siete un avaro.

Ottavio. Ma! a chi è povero, si dice avaro. Orsù, va a stacciare [p. 346 modifica] la crusca; e della farina che caverai, fammi per questa sera una minestrina con due gocciole d’olio.

Colombina. Volete far della colla per istuccar le budella?

Ottavio. Ma! con quella farina che consumate nell’incipriarvi, in capo all’anno si farebbe un sacco di pane.

Colombina. E con l’unto che voi avete intorno, si farebbe un guazzetto.

Ottavio. Impertinente! Va via di qui.

Colombina. Perchè mi discacciate?

Ottavio. Va via, che io voglio parlar colla mia figliuola.

Colombina. Bene, anderò a fare una cosa buona.

Ottavio. Che cosa farai?

Colombina. Una cosa utile per questa casa.

Ottavio. Brava, dimmi, che cosa hai intenzione di fare?

Colombina. Pregherò il cielo che crepiate presto. (parte)

SCENA XIII.
Ottavio e Rosaura.

Ottavio. Oh disgraziata! così parla al padrone?

Rosaura. Compatitela, lo dice per ischerzo.

Ottavio. La voglio cacciar via.

Rosaura. Se la mandate via, avvertite che ella avanza il salario d’un anno.

Ottavio. Basta, ditele che abbi giudizio. Figliuola mia, ho da parlarvi d’una cosa che importa molto.

Rosaura. Io vi ascolto con attenzione.

Ottavio. Ditemi, amate voi vostro padre?

Rosaura. L’amo teneramente.

Ottavio. Vorreste voi vedermi morire?

Rosaura. Il cielo mi liberi da tal disgrazia.

Ottavio. Avreste cuore di darmi una ferita mortale?

Rosaura. Non dite così, che mi fate inorridire.

Ottavio. Dunque, se non mi volete veder morire, se non mi volete [p. 347 modifica] dare una mortal ferita, non mi obbligate a privarmi di quanto ho al mondo, per darvi la dote lasciatavi da vostra madre.

Rosaura. Se non mi volete dar la dote, dunque non mi parlate di maritarmi.

Ottavio. Bene, che non se ne parli mai più.

Rosaura. Ma il signor Lelio, con cui avete fatta la scrittura29?

Ottavio. Se vi vuol senza dote, bene; se no, stracceremo il contratto.

Rosaura. Sì sì, stracciamolo pure. (Questo è il mio desiderio). (da sè) Il signor Lelio non mi vorrà senza dote.

Ottavio. Ma possibile che non troviate un marito che vi sposi senza dote? Tante e tante hanno avuto una tal fortuna, e voi non l’avrete?

Rosaura. Orsù, io non mi curo di maritarmi.

Ottavio. Ma cara Rosaura, or ora non so più come fare a mantenervi.

Rosaura. Dunque mi converrà maritarmi.

Ottavio. Facciamolo: ma senza dote.

Rosaura. In Bologna non vi sarà nessuno che mi voglia.

Ottavio. Dimmi un poco, quel Veneziano mi pare un galantuomo.

Rosaura. Certamente il signor Florindo è un giovine assai proprio e civile.

Ottavio. Mi ha sempre regalato.

Rosaura. È generosissimo. Ha regalato anche Colombina.

Ottavio. Ha regalato anche Colombina?30 Bene, anderà in conto di suo salario. Se questo signor Florindo avesse dell’amore per te, mi pare che si potrebbe concludere senza la pidocchieria della dote.

Rosaura. (Ah, lo volesse il cielo!) (da sè)

Ottavio. Che bisogno ha egli di dote? È unico di sua casa, ricco, generoso. Oh! questo sarebbe il caso. Dimmi, Rosaura mia, lo piglieresti?

Rosaura. Ah! perchè no? Ma il signor Lelio? [p. 348 modifica]

Ottavio. Lelio vuol la dote.

Rosaura. Basta, ne parleremo.

Ottavio. Ora che mi è venuto questo pensiero nel capo, non istò bene se non ci do dentro.

SCENA XIV.
Colombina e detti.

Colombina. Signora, il signor Florindo desidera riverirvi.

Rosaura. Il signor Florindo?

Ottavio. Ecco la quaglia venuta al paretaio.

Rosaura. Digli che è padrone.

Colombina. Ora lo fo passare.

Ottavio. Eh! ti ha donato nulla?

Colombina. Che cosa volete sapere voi?

Ottavio. Bene, bene, a conto di salario.

Colombina. Se non mi darete il salario, me lo prenderò.

Ottavio. Come? Dove?

Colombina. Da quel maledettissimo scrigno. (parte)

SCENA XV.
Ottavio e Rosaura.

Ottavio. Che scrigno? Io non ho scrigno. Una cassa di stracci, una cassa di stracci. Maledetto sia chi nomina lo scrigno; maledetto me, se ho denari.

Rosaura. Via, quietatevi, non vi riscaldate.

Ottavio. Colei mi vuol far crepare.

Rosaura. Ecco il signor Florindo.31

Ottavio. Digli qualche buona parola; se ha inclinazione per te, fa che mi parli; io poi aggiusterò la faccenda. Spero che ti mariterai senza dote, e che tuo marito farà le spese anche a me. (parte) [p. 349 modifica]

SCENA XVI.
Rosaura sola.

Gran passione è quella dell’avarizia! Mio padre si fa miserabile e nega darmi la dote, ma se ciò può contribuire a scioglier l’impegno mio con Lelio, non ricuso di secondarlo. Se la sorte non vuole ch’io mi sposi al signor Florindo, altro marito non mi curo d’avere.32

SCENA XVII.
Florindo e detta.

Florindo. Signora, ella dirà che son troppo ardito venendo a replicarle l’incomodo due volte in un giorno.

Rosaura. Voi mi mortificate parlando cosi; le vostre visite sempre care mi sono, ed ora le desidero più che mai.

Florindo. Son debitore di risposta ad una sua cortesissima lettera.

Rosaura. Voi mi fate arrossire, parlandomi scopertamente della mia debolezza.

Florindo. Non ha occasione d’arrossire, per una passione che vien regolata dalla prudenza.

Rosaura. Signor Florindo, ditemi in grazia una cosa, prima di parlar d’altro; siete ancor risoluto di partir domani?

Florindo. Vedo che sarò in necessità di farlo.

Rosaura. Per qual cagione?

Florindo. Perchè la violenza d’amore non m’abbia da mettere in cimento di tradire un amico.

Rosaura. Dunque mi amate.

Florindo. A chi ha avuto la bontà di confidarmi il suo cuore, è giusto che confidi il mio. Signora Rosaura, l’ho amata dal primo giorno che l’ho veduta, e adesso l’amo assai più.

Rosaura. Mi amate, e avete cuor di lasciarmi?

Florindo. Conviene far degli sforzi per salvare il decoro, per non esporsi alla critica e alla derisione. [p. 350 modifica]

Rosaura. Ma se si trovasse qualche rimedio facile e sicuro per far che Lelio mi33 rinunciasse, sareste in grado d’accettar la mia mano?

Florindo. È superfluo il figurarsi cose così lontane.

Rosaura. Favoritemi: sedete per un momento.

Florindo. Bisogna che vada via, signora.

Rosaura. Questa sola grazia vi chiedo, ed avrete cuor di negarmela? Sedete per un poco, ascoltatemi, e poi ve ne andrete.

Florindo. (Ci sono, bisogna starvi). (da sè, e siedono)

Rosaura. Spero, mediante la confidenza che vi farò delle cose domestiche della mia casa, aprirvi il campo di sperare ciò che or vi sembra diffìcile. Sappiate che mio padre...

SCENA XVIII.
Lelio e detti.

Lelio. Oh! amico, ho piacere di qui ritrovarvi.

Florindo. Era qui... per voi, signor Lelio, per cercar di voi. (s’alza)

Lelio. State fermo, non vi movete.

Rosaura. Signor Lelio, entrare senz’ambasciata mi pare troppa confidenza.

Lelio. È una libertà che la sposa può donare allo sposo.

R0SAUR.A. Questa libertà qualche volta non se la prendono ne tampoco i mariti.34

Florindo. Mi dispiace che per causa mia...

Lelio. No, niente affatto. Io prendo per bizzarrie i rimproveri della signora Rosaura. Signora, vi contentate che sieda ancor io?

Rosaura. Siete padrone d’accomodarvi.

Lelio. Vi prenderemo in mezzo. Florindo ed io siamo due amici che formano una sola persona; volgetevi di qua e volgetevi di la, è la stessa cosa.

Rosaura. Se è lo stesso per voi, non è lo stesso per me. [p. 351 modifica]

Florindo. (Neppur per me). (da sè)

Lelio. Acciò abbiate meno riguardi, signora Rosaura, a trattare col signor Florindo, sappiate che egli non solo è mio amico, ma è mio congiunto.35

Florindo. (Sto36 fresco).

Rosaura. Come? Vostro congiunto37?

Lelio. Quanto prima sposerà egli mia zia38.

Rosaura. Signore, me ne rallegro.39 (verso Florindo, cori ironia)

Lelio. Signor Florindo, non intendo violare il segreto, comunicandolo alla signora Rosaura. Ella è donna savia e prudente, e poi, dovendo esser mia sposa, ha ragion di saperlo.

Rosaura. Io dunque non lo doveva sapere?40 (con ironia, verso Florindo)

Florindo. (Mi sento scoppiare il cuore). (da sè)

Rosaura. Domani41 non partirà per Venezia.

Lelio. Oh pensate! Non partirà certamente.

Rosaura. Eppure m’era stato detto che egli partiva42. (verso Florindo, come sopra)

Florindo. Signora sì, partirò43 senz’altro.

Lelio. Caro44 Florindo, mi fate ridere. Questa è una cosa che si ha da sapere. È un mese che ha dell’inchnazione per mia zia45, e solamente questa mattina lo ha palesato con una lettera.

Rosaura. Con una lettera? (ironicamente, a Florindo)

Florindo. Per amor del cielo, non creda tutto ciò che egli dice.

Lelio. Oh compatitemi! Colla signora Rosaura non voglio passar per bugiardo. Osservate la lettera che egli scrive a mia zia46. (mostra la lettera a Rosaura)

Rosaura. Bravissimo, me ne consolo. (a Florindo, ironicamente)

Florindo. In quella lettera non vi è il nome della signora Beatrice47.

Rosaura. Eh via, non abbiate riguardo a dire la verità. [p. 352 modifica] Finalmente la signora Beatrice ha del merito. Vedo da questa lettera che l’amate.

Florindo. Non mi pare che quella lettera dica questo.

Lelio. Vi torno a dire, qui possiamo parlare con libertà. Siamo tre persone interessate per la medesima causa. Altri non lo sapranno fuori di noi. Ma non mi fate comparire un babbuino.

Rosaura. Caro signor Florindo, quello che avete a fare, fatelo presto.

Florindo. Non mi tormenti, per carità.

Lelio. Sì, faremo due matrimoni in un tempo stesso. Voi darete la mano a Beatrice, quando io la darò alla signora Rosaura.

Rosaura. Signore, se volete aspettare a dar la mano alla vostra sposa, quando io la darò al signor Lelio, dubito che non lo soffrirà l’impazienza del vostro amore. Mio padre non mi può dare la dote, io sono una miserabile, e non conviene alla casa del signor Lelio un matrimonio di tal natura, ne io soffrirei il rimprovero de’ suoi congiunti. Sollecitate dunque le vostre nozze, e non pensate alle mie. (parte)

SCENA XIX48.
Florindo e Lelio.

Lelio. (Come! il padre non le può dare, o non le vuol dare la dote?) (da sè)

Florindo. (Ah! quanto avrei fatto meglio a partirmi). (da sè)

Lelio. Amico, avete sentito?

Florindo. Ho sentito come mi avete mantenuto ben la parola.

Lelio. Vi domando scusa; il dirlo alla signora Rosaura non riporta alcun pregiudizio. Ma Florindo carissimo, avete inteso? La signora Rosaura è senza dote.

Florindo. Per una fanciulla questa è una gran disgrazia.

Lelio. Che cosa mi consigliereste di fare? Sposarla, o abbandonarla?

Florindo. Non so che dire: su due piedi non sono buono a dar questa sorta di consigli. [p. 353 modifica]

Lelio. Oh bene. Io vado a parlare col di lei padre, e poi sarò da voi. Aspettatemi, che partiremo insieme. Io voglio dipendere unicamente dal vostro consiglio. Se mi consiglierete sposarla, la sposerò; se lasciarla, la lascierò. L’amo, ma non vorrei rovinarmi. Pensateci, e se mi amate, disponetemi a far tutto quello che voi fareste, allorchè foste nel caso mio. Amico, in voi unicamente confido. (parte)

SCENA XX.
Florindo solo.

Anche questo di più49? Esser io obbligato a consigliarlo a far una cosa, che in ogni maniera per me ha da essere sempre di pregiudizio? Se lo consiglio a sposarla, faccio due mali, uno a lui, e uno a me. A lui, che per causa mia si mariterebbe50 senza la dote; a me, che perderei la speranza di poter conseguire Rosaura51. Se lo consiglio a lasciarla, de’ mali ne faccio tre: uno rispetto a Lelio, privandolo d’una donna che egli ama; uno rispetto a Rosaura, impedendo ch’ella si mariti; e l’altro riguardo a me, perchè se la sposo, l’amico dirà che l’ho consigliato a lasciarla per prenderla io. Dunque, che far deggio? Io ho più bisogno d’esser assistito, d’esser illuminato, (parte)

Fine dell’Atto Secondo.


Note

  1. Segue nell’ed. Pap.: Lelio e mio amico, per lui spargerei il mio sangue, non vi è pericolo che lo tradisca; ma non conviene esporsi all’occasioni, chi non vuol trovarsi in pericolo di cadere.
  2. Segue nell’ed. Pap.: Con sua licenza, signore, che guardi il sigillo. Di fuori vi è la cera di Spagna, guardi bene che dentro non vi sia la cera di Francia.
  3. Paper, aggiunge: questa lettera.
  4. Pap. qui aggiunge: Caro?
  5. Pap.: signor Florindo.
  6. Segue nell’ed. Pap.: Una parola sola sarà bastante a farmi dimenticare i sacri impegni della vera amicizia? Leggiamo ecc.
  7. Pap.: Eh, signora sì, so tutto. Ma niente; ho risoluto ecc.
  8. Pap.: ma son uomo, son vero amico, ho fissato.
  9. Pap. aggiunge: con questa bella grazia.
  10. Paper. aggiunge: il suo cuore e la vita stessa.
  11. Pap.: Quantunque abbia io dissimulato d’intendere il linguaggio degli occhi vostri, pur troppo ecc.
  12. Segue nell’ed. Pap.: «Quantunque abbia io ecc. bontà per me. Oh cielo! Se non muovesse colla sua uoce sprezzala, direi che parlasse di me. Questa è la ragione ecc.».
  13. Segue nell’ed. Pap.: per rapirgli il cuore della sorella; no, caro ecc.
  14. Pap.: in un felicissimo.
  15. Pap.: fratello.
  16. Pap.: Sorella.
  17. Segue Dell’ed. Pap.: «Beatr. Grand’amico È con voi. Lel. Certamente la di lui amicizia è una cosa rara. Beatr. Guardate fin dove ecc.».
  18. Pap.: Sorella.
  19. Segue subito nell’ed. Pap.: «Lel. Qual prova mi addurrete ecc.».
  20. Pap.: Ho inteso, Florindo è un amico assai delicato; parlerò seco ecc.
  21. Zatta: che sarò contenta.
  22. Questa scena, com’è nell’ed. Paperini, vedasi in Appendice.
  23. Pap.: qui voi?
  24. Pap. aggiunge: scritta per bizzarria.
  25. Come segue questa scena nell’ed. Paperini, vedasi in Appendice.
  26. Il principio di questa scena, com’è nell’ed. Paperini, vedasi in Appendice.
  27. Pap.: Adesso che.
  28. Segue nell’ed. Pap.: «Col. Al facchino marito della lavandara, ed egli in presenza mia t’ha consegnata a Trivella. Ros. Perchè non l’hai data tu a Trivella? Col. Per non passare per una solennissima mezzana. Ros. Io dubito che il facchino ecc.».
  29. Pap.: scritta?
  30. Segue nell’ed. Pap.: «Quanto le ha dato? Ros. In più volte tre scudi. Ott. Bene, anderà ecc.».
  31. Il resto di questa scena, com’è nell’ed. Paperini, vedasi in Appendice.
  32. Pap. aggiunge: Eccolo per l’appunto.
  33. Pap.: a voi mi.
  34. Segue nell’ed. Pap.: «Lel. Certo, non si prendono lai libertà colla moglie quei mariti che hanno riguardo a dar soggezione. Fior. Mi dispiace ecc.».
  35. Pap.: cognato.
  36. Pap.: Ora sto.
  37. Pap.: Cognato? Come?
  38. Pap.: Beatrice mia sorella.
  39. Segue nell’ed. Pap.: «Fior. Scherza il signor Lelio, sa ella? Lel. No, no; dico davvero. Ros. Me ne rallegro, a Fior., come sopra. Fior. Non gli creda, che burla. Lel. Signor Florindo, non intendo ecc.».
  40. Pap.: Io non lo dovevo sapere?
  41. Pap.: Dunque domani ecc. per Venezia?
  42. Pap.: che partiva
  43. Pap.: vado.
  44. Pap.: Oh, caro’.
  45. Pap.: che è innamorato di mia sorella.
  46. Pap.: scriveva a mia sorella.
  47. Il resto di questa scena, com’è nell’ed. Paperini, vedasi in Appendice.
  48. Questa scena, com’è nell’ed. Paperini, vedasi in Appendice.
  49. Paper.: Anche questo ci voleva.
  50. Pap.: si mariterà.
  51. Pap.: la mia cara Rosaura.
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