Il vero amico/Atto III

Atto III

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Atto II Appendice

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ATTO TERZO.
SCENA PRIMA.
Camera di Ottavio con letto.
Ottavio solo, guarda se c’è nessuno, e serra la porta.

Qui nessuno mi verrà a rompere il capo. In questa camera, dove io dormo, nessuno ardisce venire. Non voglio che la servitù veda i fatti miei; non voglio che col pretesto di rifarmi il letto, di spazzarmi la camera, vedano quello scrigno che sta lì sotto. Pur troppo hanno preso di mira lo scrigno grande, in cui tengo le monete d’argento, e mi dispiace che è incassato nel muro, e non lo posso trasportar qui. Ma finalmente in quello non vi è il maggior capitale. (tira lo scrigno di sotto il letto) Qui sta il mio cuore, qui è il mio idolo, qui dentro si cela il mio caro. [p. 356 modifica] il mio amatissimo oro. Caro, adorato mio scrigno, lasciati rivedere; lascia che mi consoli, che mi ristori, che mi nutrisca col vagheggiarti. Tu sei il mio pane, tu sei il mio vino, tu sei le mie preziose vivande, i miei passatempi, la mia diletta conversazione: vadano pure gli sfaccendati a’ teatri, alle veglie, ai festini; io ballo, quando ti vedo; io godo, quando s’offre ai miei lumi l’ameno spettacolo di quel bell’oro. Oro, vita dell’uomo, oro, consolazione dei miseri, sostegno dei grandi e vera calamita de’ cuori. Ah! che nell’aprirti mi trema il cuore. Temo sempre che qualche mano rapace mi ti abbia scemato. Oimè! son tre giorni ch’io non t’accresco. Povero scrigno! Non pensar già ch’io t’abbia levato l’amore; a te penso, s’io mangio, te sogno, s’io dormo. Tutte le mie cure a te sono dirette. Per accrescerti, o caro scrigno, arrischio il mio denaro al venti per cento, e spero in meno di dieci anni darti un compagno non meno forte, non meno pieno di te. Ah! potess’io viver mill’anni, e potess’io ogni anno accrescere un nuovo scrigno, e in mezzo a mille scrigni, e in mezzo a mille scrigni morire... Morire? Ho da morire? Povero scrigno! Ti ho da lasciare? Ah che sudore! Presto, presto, lasciami riveder quell’oro, consolami, non posso più. (apre lo scrigno) Oh belle monete di Portogallo! Ah come ben coniate! Io mi ricordo avervi guadagnate per tanto grano nascosto in tempo di carestia. Tanti sgraziati allor piangevano, perchè non avevano pane, ed io rideva, che guadagnava le doble portoghesi. Oh belli zecchini! Oh! cari li miei zecchini; tutti traboccanti, e sembrano fatti ora. Questi li ho avuti da quel figlio di famiglia, il quale per cento scudi di capitale, dopo la morte di suo padre, ha venduto per pagarmi una possessione. Oh bella cosa! Cento scudi di capitale in tre anni mi hanno fruttato mille scudi. [p. 357 modifica]

SCENA II.
Trappola e detto.

Trappola dall’alto del prospetto cava fuori la testa dalla tappezzeria, osserva, e dice.

Trappola. (Oh vecchio maladetto! Guarda quant’oro!) (da sè)

Ottavio. Queste doppie di Spagna son mal tagliate, ma sono di perfettissimo oro, e quello che è da stimarsi, sono tutte di peso.

Trappola. (Oh! io, io le farò calare). (da sè)

Ottavio. Queste le ho avute in iscambio di tanto argento colato, portatomi di nascosto da certi galantuomini, che vivono alla campagna per risparmiare la pigione di casa. Oh, è pur dura questa pigione! Quando ho da pagar la pigione, mi vengono i sudori freddi. Quanto volentieri mi comprerei una casa, ma non ho cuore di spendere duemila scudi.

Trappola. (Getta un piccolo sasso verso lo scrigno, e si nasconde.)

Ottavio. Oimè! Che è questo? Oimè! Casca il tetto, precipita la casa! Caro il mio scrigno! Ah! voglia il cielo che tu non resti sepolto sotto le rovine.

Trappola. (Maledettissimo! Ha più paura dello scrigno, che della sua vita). (starnuta e si nasconde)

Ottavio. Chi è là? Chi va là? Presto. Povero me! Gente in camera; sono assassinato. Ma qui non vi è nessuno. La porta è serrata. Eh, sono malinconie. Caro il mio oro...

Trappola. Lascia star, lascia star. (contraffaccendo la voce forte)

Ottavio. Chi parla? Come? Dove siete? Chi siete?

Trappola. Il diavolo. (parte)

SCENA III.
Ottavio solo.

Oimè! Oimè! Brutto demonio, che cerchi? che vuoi? Ah! se tu vieni per prendere, prendi me, e lascia stare il mio oro. Presto, ch’io lo riponga; presto, ch’io lo chiuda; tremo tutto. Avrei [p. 358 modifica] bisogno d’un poco d’acqua, ma prima voglio riporre il mio scrigno. Oimè! non posso più. Trappola... Ah! no, non voglio che egli veda lo scrigno. Lo riporrò sotto il letto... Ma non ho forza. M’ingegnerò. Ah! demonio, lasciami stare il mio oro, lasciamelo godere anche un poco. (lo spinge, e lo fa andar sotto il letto) Eccolo riposto; ora vado a ber l’acqua, per lo spavento che ho avuto. é ben coperto? Si vede? Sarebbe meglio ch’io stessi qui... Ma se ho bisogno di bere. Anderò e tornerò. Farò presto. Due sorsi d’acqua, e torno. (apre ed incontra Lelio)

SCENA IV.
Lelio e detto.

Ottavio. Aiuto, il diavolo.

Lelio. Che cosa avete, signor Ottavio?

Ottavio. Oimè, non posso più!

Lelio. Che cosa è stato?

Ottavio. Che cosa volete qui?

Lelio. Veniva per parlarvi.

Ottavio. Andate via; qui non ricevo nessuno.

Lelio. Vi dico due parole, e me ne vado.

Ottavio. Presto... Non posso più.

Lelio. Ma che avete?

Ottavio. Ho avuto paura.

Lelio. Di che?

Ottavio. Non lo so.

Lelio. Andate a prender qualche1 ristoro.

Ottavio. In casa non ho niente.

Lelio. Fatevi cavar sangue.

Ottavio. Non ho danari da pagare il cerusico2.

Lelio. Bevete dell’acqua.

Ottavio. Sì, andiamo. [p. 359 modifica]

Lelio. Andate, ch’io vi aspetto qui.

Ottavio. Signor no; venite ancor voi.

Lelio. Vi ho da parlare in segreto.

Ottavio. Via, parlate.

Lelio. Andate a bever l’acqua.

Ottavio. Sto meglio un poco; parlate.

Lelio. Manco male. Io, come sapete, sono in parola di sposar vostra figlia.

Ottavio. Oimè! Acqua3 non posso più.

Lelio. Ma a concludere queste nozze ci vedo molte difficoltà. Andate a bevere, poi parleremo.

Ottavio. Mi passa, mi passa, parlate.

Lelio. Voi le dovreste dare la dote.4

Ottavio. Acqua, acqua, che mi sento morire.

Lelio. Una parola, ed ho finito. Ho sentito dire dalla signora Rosaura, che denaro voi non ne avete5.

Ottavio. Pur troppo è la verità.

Lelio. Dunque andate a bevere, poi parleremo.

Ottavio. Mi passa. Terminiamo il discorso.

Lelio. Volete maritar la figlia senza la dote?

Ottavio. Bene; io non la mariterò.

Lelio. E l’impegno che avete meco?

Ottavio. Se poi la volete per impegno, prendetela, ma senza dote.

Lelio. Sposarla senza dote? (alterato)

Ottavio. Se non volete, lasciate stare.6

Lelio. Non mi sarei creduto una cosa simile, (passeggia verso il letto)

Ottavio. Dove andate? La porta è qui.

Lelio. Dovrò abbandonar la signora Rosaura? (come sopra)

Ottavio. Ma io non posso più.

Lelio. Giuro7 al cielo! O sposarla senza dote, o lasciarla?

Ottavio. Una delle due. [p. 360 modifica]

Lelio. O rovinar la mia casa, o privarmi d’una giovine che tanto amo?

Ottavio. Avete finito di passeggiare?

Lelio. Oimè! Mi vien caldo.

Ottavio. Dove andate?

Lelio. Lasciatemi sedere un poco. (siede sul letto)

Ottavio. (Oh povero me! Lo scrigno). (da sè)

Lelio. Ma no. (s’alza)

Ottavio. (Manco male). (da sè)

Lelio. Parlerò con Florindo.

Ottavio. Signor sì.

Lelio. Qualche cosa risolverò.8 (parte)

Ottavio. È andato via? Addio, scrigno, addio, caro. Vado e torno. Ti lascio il cuore. (parte)

SCENA V.
Camera di Rosaura con lumi.
Rosaura sola.

E sarà vero che Florindo si prenda spasso di me? Che egli mostri dell’inclinazione per l’amor mio, nel tempo stesso che con Beatrice stabilisce le nozze? Ma perchè dirmi che parte, se devesi trattener per la sposa? Parmi ancora impossibile che ciò sia vero.9 Parmi impossibile che Florindo ami una donna di quell’età, e la desideri per isposa. Dubito che Lelio abbia una simil favoletta inventata, per qualche sospetto che abbia di Florindo e di me concepito, con animo di scoprire per questo mezzo il mio cuore. Ma se Florindo stesso alla presenza di Lelio lo ha confermato10? Eh! Lo può aver detto per secondar l’amico. Ma se avesse egli dell’amore per me, non mi avrebbe dato un sì gran tormento. Non so che dire; non so che pensare. [p. 361 modifica]

SCENA VI.
Colombina e detta, poi Beatrice di dentro.

Colombina. Signora padrona, una visita.

Rosaura. E chi è?

Colombina. La signora Beatrice, che vien per riverirla.

Rosaura. Venga pure, che viene a tempo.

Colombina. Dopo questa visita, vi ho da raccontare una cosa bella.

Rosaura. E che cosa?

Colombina. Ve lo dirò.

Rosaura. Dimmela ora.

Colombina. La signora Beatrice aspetta.

Rosaura. Che aspetti. Levami questa curiosità.

Colombina. Trappola ha scoperto lo scrigno dell’oro di vostro padre.

Rosaura. Dove?

Colombina. In camera sua, sotto il letto.

Beatrice. V’è in casa la signora Rosaura? (di dentro)

Colombina. Sentite? Vado.

Rosaura. V’è dell’oro assai?

Colombina. Assai.

Rosaura. Come l’ha veduto?

Colombina. Oh! siete più curiosa di me. Parleremo, parleremo. (parte)

SCENA VII11.
Rosaura e Beatrice.

Beatrice. Amica, compatitemi.

Rosaura. A voi chiedo scusa, se vi ho fatto aspettare.

Beatrice. Vengo a parteciparvi una mia vicina consolazione.

Rosaura. Sì? Avrò piacer di saperla.

Beatrice. Vi ha detto nulla mio nipote? [p. 362 modifica]

Rosaura. Non so di che vogliate parlare.

Beatrice. V’ha egli detto, ch’io sono sposa?

Rosaura. (Ah, pur troppo è la verità!) (da sè) Mi ha detto qualche cosa.

Beatrice. Bene, io vi dirò che il signor Florindo finalmente mi si è scoperto amante, e che quanto prima sarà mio sposo.

Rosaura. Me ne rallegro. (con ironia)

Beatrice. Credetemi, che io di ciò sono contentissima.

Rosaura. Lo credo. Ma vi vuol veramente bene il signor Florindo?

Beatrice. Se mi vuol bene? M’adora. Poverino! Un mese ha penato per me. Finalmente non ha potuto tacere.

Rosaura. Certamente non poteva fare a meno di non innamorarsi di voi.

Beatrice. Avrei perduto lo spirito, se in un mese non mi desse l’animo d’innamorare un uomo.

SCENA VIII.
Colombina e dette.

Colombina. Signora, un’altra visita.

Rosaura. Chi sarà?

Colombina. Il signor Florindo.

Beatrice. Vedete se m’ama? Ha saputo ch’io sono qui, e non ha potuto trattenersi di venirmi a vedere.

Rosaura. Di chi ha domandato? (a Colombina)

Colombina. Di voi, signora.

Beatrice. Si sa, per convenienza deve domandare della padrona di casa.

Rosaura. Lo sa che v’è la signora Beatrice? (a Colombina)

Colombina. Io non gliel’ho detto.

Beatrice. Eh! lo sa senz’altro. Mi tien dietro per tutto. Sa tutti i fatti miei.

Rosaura. Me ne rallegro.

Colombina. Lo faccio passare, sì o no?

Beatrice. Sì, sì, passi. [p. 363 modifica]

Rosaura. Sì, sì, comanda ella, passi.

Colombina. (Chi mai l’avrebbe detto, che a questa vecchia avesse a toccare un giovine di quella sorte? A me non arrivano di queste buone fortune).12 (parte)

SCENA IX.
Rosaura e Beatrice.

Beatrice. Il signor Florindo ha d’andare a Venezia per certi suoi interessi, e vorrà sollecitare le nozze; onde, cara Rosaura, credo sarò sposata prima di voi.

Rosaura. Avrò piacere. (con ironia)

Beatrice. Verrete alle mie nozze?

Rosaura. Sì, ci verrò.13 (come sopra)

SCENA X.
Florindo e dette.

Florindo. (Come? Qui la signora Beatrice?) (da sè)

Beatrice. Venite, venite, signor Florindo, non vi prendete soggezione. La signora Rosaura è nostra amica, e presto sarà14 nostra parente.15

Rosaura. Che vuol dire, signor Florindo? La mia presenza vi turba? Impedisco io che facciate delle finezze alla vostra sposa? Per compiacervi, me n’anderò.

Florindo. No, senta...

Rosaura. Che ho da sentire? Le dolci parole che le direte?16 Se l’impazienza di rivederla vi ha qui condotto, non ho io da esser testimonio de’ vostri amorosi colloqui...

Florindo. Non creda che sia venuto... [p. 364 modifica]

Rosaura. So perchè siete venuto. Eccola la vostra sposa. Eccola la vostra cara17; servitevi pure, che io per non recarvi soggezione e disturbo, già mi ritiro.

Florindo. Si fermi...

Rosaura. Mi maraviglio di voi. Conoscete meglio il vostro dovere, e vergognatevi di voi medesimo. (parte)

SCENA XI.
Florindo e Beatrice.

Florindo. (Sono cose da morire sul colpo). (da sè)

Beatrice. Avete sentito? È invidiosissima. Ha una rabbia maladetta ch’io sia la sposa; vorrebbe che non vi fossero altre spose che ella18.

Florindo. (Come ho io da fare a liberarmi da questa donna19 che mi perseguita?) (da sè)

Beatrice. Orsù, giacchè siamo soli,20 permettetemi ch’io vi spieghi l’estrema mia consolazione, per la felice nuova recatami da mio nipote.

Florindo. Che cosa le ha detto il suo signor nipote21?

Beatrice. Mi ha detto che voi veramente mi amate, e che mi fate degna della vostra mano.

Florindo. (Maladetta quella lettera! in che impegno mi ha posto!) (da sè)

Beatrice. Quando pensate voi che si concludano22 le nostre nozze?

Florindo. Mi lasci andare a Venezia; tornerò, e concluderemo.

Beatrice. Oh! questo poi no; a Venezia non vi lascio andare senza di me.

Florindo. Conviene ch’io vada per gli affari miei23.

Beatrice. Io non impedirò che facciate gli affari vostri.

Florindo. Avanti di condurre una moglie24, bisogna che vada io.

Beatrice. Bene; fate così, sposatemi, e poi andate. [p. 365 modifica]

Florindo. (Voglio veder, se mi dà l’animo di farle passar la voglia di avermi per marito). (da sè) Signora Beatrice, io la sposerei volentieri, ma non la voglio ingannare. Quando io l’ho sposata, temo che non si penta, onde, giacchè è in libertà, ho risoluto di dirle la verità25.

Beatrice. Dite pure; nulla mi fa specie, purchè abbia voi per marito.

Florindo. Sappia ch’io sono d’un naturale sofistico26, che tutto mi fa ombra, che tutto mi dà fastidio.

Beatrice. Se sarete di me geloso, sarà segno che mi amerete27.

Florindo. Non parliamo di gelosia. Ella non sarebbe in caso di darmene.

Beatrice. Perchè? Sono io sì avanzata?...

Florindo. Non dico questo; ma io sono stravagante. Non voglio che si vada fuori di casa.

Beatrice. Bene; starò ritirata.

Florindo. In casa non ha da venir nessuno.

Beatrice. Mi basterà che ci siate voi.

Florindo. A me poi piace divertirmi e andare a spasso.

Beatrice. Siete giovine, avete ragione.

Florindo. Tante volte non torno a casa.

Beatrice. Se avrete moglie, può essere che torniate a casa più spesso.

Florindo. Sono assuefatto così.28

Beatrice. Vi vorrà pazienza.

Florindo. Sappia, per dirle tutto, che mi piace giuocare.

Beatrice. Giuocherete del vostro.

Florindo. Vado qualche volta all’osteria cogli amici.

Beatrice. Qualche volta mi contenterò.

Florindo. Le dirò di più, perchè son uomo sincero, mi piace la conversazion delle donne29. [p. 366 modifica]

Beatrice. Oh! questo poi...

Florindo. Lo vede? È meglio30 che mandiamo a monte il trattato. Io sono un uomo pericoloso31, una moglie non può soffrir queste cose; la compatisco e la lascio in libertà.

Beatrice. Vi divertirete colle donne, ma onestamente.

Florindo. Non so, e non mi voglio impegnare32.

Beatrice. Sentite, se farete male, sarà peggio per voi. Se incontrerete delle disgrazie, la colpa sarà vostra. Per questo non vi rifiuto, e vi amerò in ogni modo.

Florindo. (Può essere costei più ostinata di quel che è?) (Da sè)

Beatrice. (Pare pentito d’avermi promesso, ma io lo voglio assolutamente). (da sè)

Florindo. Ascolti il resto.

Beatrice. Dite pure. Tutto è niente in confronto della vostra mano.

Florindo. Io sono assai collerico.33

Beatrice. Tutti abbiamo i nostri difetti.

Florindo. Se mai, per accidente, la mia brutalità facesse ch’io le perdessi il rispetto...

Beatrice. Mi basta che non mi perdiate l’amore.

Florindo. Vuol esser mia ad ogni modo?

Beatrice. Senz’altro.

Florindo. Con que’ difetti che di me ha sentito?

Beatrice. Chi ama di cuore, può soffrir tutto.

Florindo. Si pentirà, signora.

Beatrice. Non vi è pericolo.

Florindo. Collera34, giuoco, donne, osteria,35 non le importa niente?

Beatrice. Niente affatto. [p. 367 modifica]

Florindo. È pronta a soffrir tutto?36

Beatrice. Signor Florindo, quando concluderemo le nostre nozze?

Florindo. (Non so più cosa dire). (da sè) Ne parleremo.

Beatrice. Attenderò impaziente il momento felice.

Florindo. Ed ella vuol tanto bene ad un uomo così cattivo?

Beatrice. Anzi vi reputo per l’uomo più buono di questo mondo. Se foste veramente cattivo, non vi dichiarereste esser tale. Gli uomini viziosi hanno questo di male, che non si conoscono. Chi si conosce, o non è vizioso, o se lo è, si può facilmente correggere. La vostra sincerità è una virtù che maggiormente m’accende ad amarvi; poichè se farete vita cattiva, avrete il merito di avermi in tempo avvisata; se la farete buona, il mio contento sarà maggiore.37 Andiamo, caro: torniamo a casa; accompagnatemi, se vi contentate.

Florindo. Scusi; presentemente non posso.

Beatrice. Bene, di qui non parto, se voi non mi accompagnate. Vi aspetterò da Rosaura. (parte)

SCENA XII38.
Florindo solo.

Ho creduto di far bene, ed ho fatto peggio. Per distrigarmi, mi sono impegnato più che mai. Questa signora Beatrice è una cosa particolare; è di un temperamento estraordinario, pronta a soffrir tutto, disposta a tutto, umile, paziente, rassegnata; è vecchia, ed ha volontà di marito.

SCENA XIII.
Lelio e detto.

Lelio. Amico, quando avrete risoluto d’andare a Venezia, noi andremo insieme. [p. 368 modifica]

Florindo. Come? Anche voi volete andare a Venezia?

Lelio. Sì, vi farò compagnia.

Florindo. (Non vi mancherebbe altro per me, ch’ei conducesse a Venezia la signora Rosaura). (da sè)

Lelio. Vi dirò il perchè. Ho parlato col vecchio avaro, padre di Rosaura, egli insiste di non aver denaro, di non poter dar la dote alla figlia. Io, benchè ami Rosaura, non posso rovinar la mia casa; onde mi conviene distaccarmi da lei; risolvo fare un viaggio e venir con voi.

Florindo. Volete abbandonare la signora Rosaura?

Lelio. Consigliatemi voi, che cosa ho da fare? Ho da sposarla e precipitarmi39?

Florindo. Io non vi posso dare questo consiglio; ma non so con che cuore potrete abbandonare quella fanciulla.

Lelio. Assicuratevi che penerò moltissimo nel lasciarla. Ma un uomo d’onore ha da pensare a’ casi suoi. Una moglie costa dimolto40.

Florindo. Avete ragione, non so che dirvi. Ma che farà quella povera sfortunata41?

Lelio. Questo è il pensiere che mi tormenta. Che cosa farà la signora Rosaura? Alle mani di quel vecchio avaro passerà miserabilmente la gioventù.

Florindo. Poverina! mi fa pietà!

Lelio. Chi sa che, per non darle la dote, non la mariti con qualche uomo ordinario!42

Florindo. Una bellezza di quella sorta?

Lelio. In fatti è bella, è graziosa, ha tutte le ottime qualità.

Florindo. E voi avete cuore di abbandonarla?

Lelio. Bisogna fare uno sforzo, convien lasciarla. [p. 369 modifica]

Florindo. Dunque avete risolto?

Lelio. Ho fissata la massima, e non mi rimuovo.

Florindo. Lascerete la signora Rosaura?

Lelio. Senz’altro.

Florindo. E anderà in mano sa il cielo di chi?

Lelio. Contribuirei col sangue alla sua fortuna.

Florindo. Avreste cuore di vederla maritare con altri?

Lelio. Quando non la potessi aver io, penerei meno, se la vedessi ben collocata.

Florindo. Non avreste gelosia?

Lelio. Non avrei occasione d’averla.

Florindo. Non ne provereste dolore?

Lelio. L’amore cederebbe il luogo alla compassione.

Florindo. E se un vostro amico la sposasse, ne avreste piacere?

Lelio. Un amico? Non vi capisco.43

Florindo. Signor Lelio, se per esempio... Figuriamoci un caso. Se, per esempio... la sposassi io?

Lelio. Voi non la potete sposare.

Florindo. No? Perchè?

Lelio. Perchè avete promesso di sposare mia zia44.

Florindo. Se, per esempio... per esempio... io non avessi promesso niente alla vostra zia45?

Lelio. Avete promesso a lei, ed avete46 promesso a me.

Florindo. È vero; pare che abbia promesso; ma se fosse stato un equivoco?

Lelio. Come un equivoco? La vostra lettera vi manifesta.

Florindo. Quella lettera se, per esempio, non l’avessi scritta alla signora Beatrice?

Lelio. Per esempio, a chi la potevate avere scritta?

Florindo. Sì potrebbe dare che l’avessi scritta... alla signora Rosaura.

Lelio. Come? Voi amante di Rosaura? Voi rivale del vostro amico? Voi commettere un’azione simile contro tutte le [p. 370 modifica] dell’amicizia? Ora intendo perchè Rosaura non mi potea più vedere.

Florindo. Ditemi, amico, avete più quella lettera?

Lelio. Eccola.

Florindo. Datele una ripassata, rileggetela un poco.

Lelio. Confessate voi averla scritta alla signora Rosaura?

Florindo. Signor sì, a lei l’ho scritta. Sentite in quella lettera come scrivo47. Che vado via, che le voglio bene, che so che ella vuol bene a me; ma che sono un uomo d’onore, che sono un vero amico, e per non tradir le leggi dell’ospitalità, mi risolvo partire; e se avessi potuto finir la lettera, avrei soggiunto che non conviene coltivare un amore di questa sorte, che pensi al suo sposo, e che non faccia più conto che io sia in questo mondo. Signor Lelio, vi potete chiamare offeso? Ho mancato al mio dovere, alle buone leggi della vera amicizia? Mi sono innamorato, è vero; ma di questo mio amore ne siete voi la cagione. Voi m’avete introdotto, voi m’avete dato la libertà. Se fossi stato un uomo d’altro carattere, mi sarei approfittato dell’occasione, e avrei cercato di soddisfare il mio amore, e a quest’ora48 l’avrei sposata; ma son49 galantuomo, sono un uomo onorato, tratto da quel che sono. Adesso che vi sento risoluto di volerla abbandonare, che il prenderla voi per moglie può essere il vostro precipizio, che abbandonandola voi, può andare in mano di gente vile, di gente indegna50; mosso dall’amore, dal zelo e dalla compassione, non ho potuto dissimulare la mia passione. Se ho operato male, correggetemi, se penso bene, compatitemi, se vi piaccio, abbracciatemi, se vi dispiaccio, mi pento, mi ritiro e vi domando perdono.

Lelio. Caro amico, voi siete l’esemplare della vera amicizia.51 Compatisco il vostro amore, ammiro la vostra virtù; se voi amate [p. 371 modifica]

Rosaura, se la di lei situazione non vi dispiace, sposatela, ch’io son contento.

Florindo. Ma penerete voi a lasciarla?

Lelio. Mia non può essere. O di voi, o d’un altro sarò forzato vederla52.

Florindo. Quand’è così...

Lelio. Sì,53, sposatela voi.

Florindo. E vostra zia54, che cosa dirà?

Lelio. Dirà che troppo si è lasciata da un equivoco lusingare.

Florindo. Signor Lelio, badate bene che non ve ne abbiate a pentire.

Lelio. Non sono più in questo caso.55

SCENA XIV.
Ottavio e detti.

Ottavio. Signori miei, che fanno a quest’ora? Lo sanno che sono ormai due ore di notte? I lumi si consumano inutilmente, ed io non ho danari da gettar via.

Lelio. Caro signor Ottavio, abbiamo a discorrer con voi di un affare che vi darà piacere: di una cosa che vi può rendere del profitto56.

Ottavio. Lo voglia il cielo, che ne ho bisogno. Aspettate. Smorziamo una di queste candele, il troppo lume abbaglia la vista. (spegne un lume)

Lelio. Ho57 da parlarvi a proposito di vostra figlia.

Ottavio. Di mia figlia parlate pure; basta che non si parli di dote.

Lelio. Io, come sapete, non sono in caso di prenderla senza dote. [p. 372 modifica]

Ottavio. Perchè siete un avaro.

Lelio. Così va detto; ma perchè amo tuttavia la signora Rosaura, vi propongo io stesso un’occasione fortunata per collocarla senza dote.

Ottavio. Senza dote?

Lelio. Sì, senza dote.

Ottavio. Chi è questo galantuomo, che sa far giustizia al merito di mia figlia?

Lelio. Ecco qui, il signor Florindo. Egli non ne ha bisogno; è ricco, è solo, e la desidera per consorte. Io cedo a lui le mie pretensioni; la signora Rosaura si spera che sarà contenta, e non manca altro a concludere, che il vostro assenso.

Ottavio. Oh caro il mio amatissimo signor Florindo! La prenderete voi senza dote?

Florindo. Signor sì, bramo la ragazza, e non ho bisogno di roba.

Ottavio. Io non le posso dar nulla.

Florindo. A me non importa.

Ottavio. Voi le farete tutto il suo bisogno.

Florindo. Farò tutto io.

Ottavio. Sentite una cosa, in confidenza. Questi stracci d’abiti che ha intorno, li ho presi a credenza, e non so come fare a pagarli, mi converrà restituirli a chi me gli ha dati.

Florindo. Benissimo, gliene faremo de’ nuovi.

Ottavio. Dite, avrete difficoltà a farle un poco di contraddote?

Florindo. Circa a questo la discorreremo.

Ottavio. Signor Lelio, fate una cosa, andate a chiamare mia figlia e conducetela qui, e intanto il signor Florindo ed io formeremo due righe di scrittura.

Lelio. Vado subito.

Florindo. Amico, dove andate?

Lelio. A chiamar la signora Rosaura.

Florindo. E voi le darete questa nuova?

Lelio. Lo farò con pena, ma lo farò. (parte) [p. 373 modifica]

SCENA XV.
Florindo ed Ottavio,

Florindo. (Se le volesse bene davvero, non se la passerebbe con questa indifferenza). (da sè)

Ottavio. Orsù, signor Florindo, stendiamo la scritta.

Florindo. Son qui per far tutto quel che volete.

Ottavio. Questo pezzo di carta sarà bastante; ecco come tutte le cose vengono a tempo. (cava quel pezzo di carta, che ha trovato in terra)

Florindo. In quella carta poco vi può capire.

Ottavio. Scriverò minuto. Ci entrerà tutto. Tiriamo in qua il tavolino. L’aria che passa dalle fessure di quella finestra, fa consumar la candela. (tira il tavolino) Sediamo. (scrive) Il signor Florindo degli Ardenti promette di sposare la signora Rosaura Aretusi senza dote, senza alcuna dote, senza alcuna pretensione di dote, rinunziando a qualunque azione e ragione che avesse per la dote, professandosi non aver bisogno di dote e di non volere la dote.

Florindo. (A forza di dote ha empiuto la carta). (da sè)

Ottavio. Item, promette sposarla senz’abiti, senza biancheria, senza nulla, senza nulla, prendendola ed accettandola come è nata. Promettendo inoltre fare una contraddote... Ehi, quanto volete darle di contraddote?

Florindo. Questa contraddote io non l’intendo.

Ottavio. Oh! senza contraddote non facciamo nulla.

Florindo. Via, che cosa pretendereste ch’io le dessi?

Ottavio. Datele seimila scudi.

Florindo. Signor Ottavio, è troppo.

Ottavio. Per quel che sento, anche voi siete avaro.

Florindo. Signor sì, son avaro.

Ottavio. Mia figlia non la voglio maritare con un avaro.

Florindo. Certo fate bene, perchè è figliuola d’un uomo generoso.

Ottavio. Se ne avessi, vedreste s’io sarei generoso. Sono un58 [p. 374 modifica] miserabile.59 Ma via, concludiamo. Quanto le volete dare di contraddote?

Florindo. (Già deve esser mia, non importa). (da sè) Via, gli darò seimila scudi.

Ottavio. Promettendo darle di contraddote seimila scudi, e questi pagarli subito nella stipulazione del contratto al signor Ottavio di lei padre...

Florindo. Perchè li ho io da dare a voi?

Ottavio. Il padre è il legittimo amministratore dei beni della figliuola.

Florindo. E il marito è amministratore dei beni della moglie, e la contraddote non si dà, se non in caso di separazione o di morte.

Ottavio. Ma io ho da vivere sulla contraddote della figliuola.

Florindo. Per qual ragione?

Ottavio. Perchè son miserabile.

Florindo. I seimila scudi nelle vostre mani non vengono certamente.

Ottavio. Fate una cosa, mantenetemi voi.

Florindo. Se volete venire a Venezia con me, siete padrone.

Ottavio. Sì, verrò... (Ma lo scrigno?... Non lo potrò portare con me... E i danari che ho dati a interesse?... No, non ci vado). (da sè) Fate una cosa, datemi cento doppie, e tenetevi la contraddote.60

Florindo. Benissimo; tutto quel che volete. (Amore mi obbliga a sagrificare ogni cosa). (da sè)

Ottavio. Son miserabile. Non so come vivere. Mandatele le camicie.

Florindo. Signor sì, le manderò.

Ottavio. Mandate la tela, che le farò cucire da Colombina. (Ne farò quattro anche per me). (da sè) [p. 375 modifica]

Florindo. Benissimo; e se mi date licenza, manderò qualche cosa, e si pranzerà in compagnia.

Ottavio. No, no; quel che volete spendere, datelo a me, che provvedere io. Se vado io a comprare, vedrete che bell’uova, che preziosi erbaggi! che buon castrato! Vi farò scialare.

SCENA XVI.
Rosaura, Lelio e detti.

Lelio. Signor Florindo, ecco la vostra sposa.61 Voi siete degno di lei; ella è degna di voi. Confesso che con qualche pena ve la rinuncio, ma son costretto a farlo. Sposatela dunque, ed io per non soffrire maggior tormento, me n’anderò.

Florindo. Fermatevi: dove andate?

Lelio. Vado a disingannare mia zia62, che tuttavia andrà lusingandosi di esser vostra.

Florindo. Poverina, mi fa pietà.

Lelio. Sì, ella63 ed io siamo due persone infelici, che esigono compassione e pietà. (parte)

SCENA XVll.
Florindo, Rosaura e Ottavio.

Florindo. Oh cieli! Come è possibile ch’io possa soffrire il tormento d’un caro amico!

Rosaura. Signor Florindo, parmi tuttavia che siate innamorato più dell’amico che di me.

Florindo. Cara signora Rosaura, anche l’amico mi sta sul cuore.64

Ottavio. Animo, spicciamoci, sottoscriviamo. Il tempo passa, e la candela si consuma. [p. 376 modifica]

Rosaura. Via, avete ancora delle difficoltà? Ah! dubito che mi amiate poco. (a Florindo)

Florindo. Eccomi. Sottoscriviamo immediatamente.

SCENA XVIII.
Colombina con candela accesa, la pone sul tavolino, e detti.

Colombina. Signor padrone? (ansante)

Ottavio. Che c’è?

Colombina. Una disgrazia.

Ottavio. Oimè! Che cosa è stato?

Colombina. Il vostro scrigno...

Ottavio. Io non ho scrigno.

Colombina. Non avete scrigno?

Ottavio. No, no; ti dico di no.

Colombina. Quando non avete scrigno, non dico altro.

Ottavio. (Povero me!65) (da sè) Presto, dimmi, che cos’è stato?

Colombina. Trappola ha scoperto una finestrina in sala, sotto le tappezzerie, che corrisponde nella vostra camera.

Ottavio. Nella mia camera? Dove dormo?

Colombina. Signor sì, e con una scala è andato su, e con una corda si è calato giù.

Ottavio. Nella mia camera? Dove dormo?

Colombina. Sì, dove dormite. Ha aperto la porta per di dentro...

Ottavio. Della mia camera?

Colombina. Della vostra camera, ed ha strascinato fuori uno scrigno.

Ottavio. Oimè! il mio scrigno, il mio scrigno.

Colombina. Ma se voi non avete scrigno!

Ottavio. Povero me! Son morto. Dove è andato? Dove l’ha portato?

Colombina. L’ha aperto con dei ferri.

Ottavio. Povero scrigno! Povero scrigno! E poi? E poi?

Colombina. È arrivato il signor Lelio, e l’ha fermato. [p. 377 modifica]

Ottavio. Presto... Subito... Aiuto... Venite con me. (a Florindo) Ma no, non voglio nessuno. Lelio mi ruberà... Maledetto Trappola... Povero il mio scrigno... Povero il mio scrigno... Presto, aiuto66... (nel partire spegne una candela)

SCENA XIX.
Rosaura, Florindo e Colombina.

Rosaura. Andiamogli dietro, vediamo che cosa succede.

Florindo. Vada, l’aspetto qui.

Rosaura. Venite anche voi.

Florindo. Mi dispensi, la prego.

Rosaura. Bell’amore che avete per me! Di due amanti che mi volevano, non so ancora di chi potermi lodare. (parte)

SCENA XX.
Florindo e Colombina.

Colombina. Voglio vedere anch’io...

Florindo. Colombina, com’è quest’affare67? Sì è scoperto lo scrigno?

Colombina. Oh! è un pezzo ch’io sapeva che v’era. Anzi ce ne sono due, uno d’oro e uno d’argento.

Florindo. E la signora Rosaura lo sapeva?

Colombina. Certo che lo sapeva.

Florindo. E fingeva d’esser miserabile?

Colombina. Io so perchè diceva cosi.

Florindo. Perchè, Colombina? Perchè?

Colombina. Per non essere sposata dal signor Lelio.

Florindo. Può essere che sia così?

Colombina. E così senz’altro. Oh, se vedeste quant’oro!

Florindo. L’avete visto?

Colombina. L’ho veduto certo. [p. 378 modifica]

Florindo. Ma Trappola perchè ha fatto questa cosa?

Colombina. Credo volesse rubare, ma è stato scoperto dal signor Lelio.

Florindo. Andate, andate, e guardate se la vostra padrona ha bisogno di niente.

Colombina. Vado, vado; voglio rivedere quell’oro. In verità, quando vedo monete d’oro, fo subito tanto di cuore. (parte)

SCENA XXI.
Florindo solo.

Questo scrigno scoperto, quest’oro, questa ricchezza della signora Rosaura è un grande accidente, che fa variar d’aspetto tutte le cose, e mi mette in necessità di riflettere e di pensare. La ragione per la quale Lelio mi cedeva Rosaura, era fondata sull’immagine della sua povertà. Adesso Rosaura è ricca, l’avaro non può negarle la dote; onde, se io la sposo, non solo privo l’amico della fanciulla, ma gli tolgo una gran fortuna, il mio amore adesso è colpevole più che mai, diventa interessato, ed io sono in grado di commettere un latrocinio, e di commetterlo al più caro amico ch’io abbia. Che cosa dunque ho da fare? Come! Vi si pensa in questa sorta di cose? Orsù, Lelio68 sposi Rosaura, goda la dote,69 consoli il suo cuore, rimedii ai disordini della sua casa. Ma come s’ha da rimediare70 al mal fatto? Lelio ha rinunziato al padre di Rosaura le sue pretensioni... Non importa, la scrittura non è stracciata, e la può sostenere. Ma ho promesso al signor Ottavio di sposare la figlia senza la dote, e ciò è messo in carta... Non importa, la carta non è sottoscritta, non obbliga.71 La maggior difficoltà consiste in persuadere la signora Rosaura. Ella mi ama, ed essendo ormai [p. 379 modifica] l’affare quasi concluso, sarà difficile il quietarla. Due cose vi vogliono per piegare questa fanciulla a sposar il signor Lelio; la prima, farle conoscere il suo dovere, la seconda, farle perdere affatto la speranza di potermi aver per marito. Per la prima, vogliono esser parole, per la seconda, vogliono esser fatti. Animo, coraggio, bisogna fare un’eroica azione. Far che l’amore ceda il luogo alla buona amicizia. Far tutto per salvar quell’onore, che è la vita dell’uomo onesto e il miglior capitale delle persone ben nate.

SCENA XXII72.
Beatrice e detto.

Beatrice. Signor Florindo, che fate qui? La casa è in confusione. Non si sentono che strilli, pianti, disperazione. Venite meco, e partiamo.

Florindo. (Ah sì, questa è l’occasione di fare un bene, per rimediare a due mali). (da sè)

SCENA XXIII.
Lelio e detti.

Lelio. Amico, mi rallegro con voi.

Florindo. Con me? Di che mai73?

Lelio. Ho veduto lo scrigno del signor Ottavio; egli ha dell’oro in gran quantità. La signora Rosaura sarà ricca, e voi goderete una sì bella fortuna.

Beatrice.74 Che cosa e’entra il signor Florindo colla signora Rosaura? (a Lelio)

Florindo. Signor Lelio, sono degli anni che ci conosciamo.75 Ma compatitemi, mi conoscete ancor poco, e fate poca stima di me. Come? Mi credete capace d’un atto di viltà, d’un’azione [p. 380 modifica] indegna? No, non sarà mai vero. Florindo è un uomo d’onore.76 La signora Rosaura è ricca, la signora Rosaura è vostra; vostra è la fanciulla, e vostre saranno le sue ricchezze; e acciò non crediate che finga, acciò non crediate ch’io mi possa pentire, osservate77 che sicurezza vi do del mio amore, della mia fedeltà. Alla vostra presenza do la mano di sposo alla signora Beatrice78.

Lelio. No, fermatevi. (li trattiene)

Beatrice. Per che cosa lo volete impedire? (a Lelio)

Lelio. Conosco il sacrifizio del vostro cuore; non soffrirò mai che diate la mano a mia zia, per un capriccio, per un puntiglio. (a Florindo)

Beatrice. Mi maraviglio di voi. Egli mi sposa, perchè mi ama. (a Lelio)

Florindo. Sì, ho conosciuto il merito della signora Beatrice...

Lelio. Ella può aver del merito, ma son sicuro che non l’amate. (a Florindo)

Beatrice. Siete un bel temerario, signor nipote.

Lelio. Scusatemi, signora zia, e disingannatevi; egli ama la signora Rosaura, e quella lettera che vi ha lusingata, non era a voi, ma alla signora Rosaura diretta.

Beatrice. Sentite che cosa si va sognando. (a Florindo)

Lelio. Se siete un uomo d’onore, svelatele la verità. (a Florindo)

Florindo. Ah! così è, signora mia: sono costretto confessarlo con mio rossore.

Beatrice. Come! Vi siete dunque burlato di me?

Florindo. Vi domando perdono.

Beatrice. Perfido! Indegno dell’amor mio! Mi avete detto che eravate cattivo, ma conosco che siete pessimo. Andate, collerico, giuocatore, discolo, malcreato, impostore. Non siete degno di me, ed io non so che fare di voi. (parte) [p. 381 modifica]

SCENA XXIV.
Florindo e Lelio.

Florindo. Ah, perchè mi avete impedito?...

Lelio79. Amico, voi mi sorprendete, voi m’incantate; conosco l’animo vostro generoso, magnanimo. Ottavio non può più nascondere la sua ricchezza, non può negare alla figlia una bella dote; ella diviene una ricca sposa, e voi, sagrificando all’amicizia l’amore...

Florindo. Rendovi quella giustizia che meritate. Fo il mio dovere soltanto...

Lelio. Ma come poss’io sperare che Rosaura accesa di voi...

Florindo. Lasciate l’impegno a me. Secondatemi, e non dubitate. Permettetemi una leggiera finzione, e ne vedrete l’effetto.

Lelio. Sono nelle vostre mani, da voi può dipendere la mia felicità.

Florindo. Non dubitate di questo. Ditemi, come andò l’affar dello scrigno?

Lelio. Sono arrivato in tempo. Trappola è fuggito, ed io ho veduto un gran numero di monete d’oro. È arrivato l’avaro, ed a forza ha strascinato lo scrigno nella sua camera. Fra la la rabbia e il dolore è caduto due volte. Temeva di essere seguitato, abbracciava lo scrigno, volea coprirlo, volea nasconderlo... Ma ecco la signora Rosaura.

SCENA ULTIMA80.
Rosaura e detti

Rosaura. Ah! signor Florindo, il mio genitore è nell’ultima disperazione. Temo di lui, temo ch’egli termini i giorni suoi.

Florindo. Spiacemi infinitamente, signora, lo stato deplorabile del signor Ottavio, proveniente dal difetto dell’avarizia. Speriamo [p. 382 modifica] ch’ei si ravveda, e che guarisca la malattia dello spirito che principalmente l’opprime. Ella intanto prenda motivo di consolazione dal vedersi in grado di goder di uno stato comodo, di aver la dote che le conviene, e di consolare colla sua mano il suo sposo, il suo fedelissimo Lelio.

Rosaura. Il signor Lelio mio sposo? Fedele il signor Lelio, che mi ha ceduto?

Florindo. Ah! signora Rosaura, si può ben perdonare ad un amante un geloso strattagemma per provar il cuore della sua bella.

Rosaura. E bene, se il signor Lelio ha operato meco per strattagemma, avrà scoperte le inclinazioni del mio cuore. Egli a voi mi ha ceduta, ed io son vostra.

Lelio. (Misero me! ha ragione. Non saprei che rispondere), (da sè)

Florindo. Signora, voi non potete esser mia, se io non posso esser vostro.

Rosaura. E perchè non potete voi esser mio?

Florindo. Perchè ho di già sposata la signora Beatrice.

Rosaura. Sposata! (con ammirazione)

Florindo. Così è,

Lelio. (Capisco il fine dell’invenzion dell’amico). (da sè)

Rosaura. (Oh cieli!) E quando le avete dato la mano?

Florindo. Pochi momenti sono; allora quando ho saputo il cambiamento della vostra fortuna, io era pronto a sposarvi, quando Lelio non potea fario. L’amore che ha per voi quest’uomo degno dell’amor vostro, mi aveva indotto a sagrificarmi.

Rosaura. Come! a sagrificarvi?

Florindo. (Resisti, o mio cuore. Soffri questa pena mortale). (da sè) Sì, è vero, voi meritate di essere amata... La stima ch’io faceva del vostro merito... Ma che serve il più dilungarsi? Ho sposata la signora Beatrice. Voi di me non potete più lusingarvi...

Rosaura. Basta così, signore. Non rimproverate più oltre la mia debolezza. Lo dico in faccia del signor Lelio, ho avuto della stima di voi, ma voi non l’avete mai meritata.

Lelio. (Ah! sì, l’amor proprio ha trionfato della passione). (da sè)

Florindo. (Oh dolorosissima sofferenza! Facciasi l’estremo sforzo [p. 383 modifica] della più perfetta amicìzia!) (da sè) Signora, voi mi mortificate a ragione. Ma parmi ancora, malgrado ai vostri disprezzi, che abbiate della tenerezza per me.

Rosaura. Io della tenerezza per voi? La vostra vanità vi seduce; per maggiormente disingannarvi, eccomi pronta a dar la mano di sposa.

Lelio. Ah! sì, la mia adorata Rosaura.

Rosaura. Non ho ancora detto di darla a voi. (a Lelio)

Lelio. E a chi dunque, mia cara?

Florindo. Deh! credetemi. Confrontate la verità; non vi lusingate di me. (a Rosaura)

Rosaura. No, ingrato, non mi lusingo di voi. (a Florindo) Signor Lelio, eccovi la mia mano. Sappiatevi meritar il mio cuore.

Lelio. Sì, cara sposa, procurerò d’esser degno del vostro amore.

Florindo. Sia ringraziato il cielo. Ecco terminato un affare che mi ha costato finor tanti spasimi, e che non lascierà per qualche tempo di tormentarmi. Il cielo vi feliciti tutti e due. Partirò immediatamente per la mia patria.

Rosaura. Partirete contento colla vostra amabile sposa.

Florindo. Ah! signora Rosaura, disingannatevi...

Lelio. L’amico non ha sposata mia zia...

Florindo. Perdonate l’inganno alla più tenera, alla più costante amicizia.

Rosaura. Oh cieli! Non credeva si desse al mondo una sì rara, una sì perfetta virtù. Vi ammiro, signor Florindo, vi ammiro e non vi condanno. Spero il mio matrimonio felice, come opera di un cuor virtuoso; voi m’insegnate a superar le passioni; e prometto di trionfarne col vostro esempio. Il signor Lelio non avrà a dolersi di me.

Lelio. Voi sarete la mia vera felicità.

Florindo. Ed io trovo ricompensate tutte le pene sofferte del81 contento della vostra perfetta unione.

Fine della Commedia.


Note

  1. Pap.: qualche spiritoso.
  2. Pap.: barbiere.
  3. Zatta: Oimè, l’acqua.
  4. Pap. ha invece: Voi mi avete promesso seimila scudi di dote.
  5. Pap.: che questo denaro voi non l’avete.
  6. Segue nell’ed. Pap.: «Lel. Promettermi la dote, e poi mancarmi, passeggia adirato. Ott. Signor Lelio, andiamo. Lel. Non mi sarei ecc.».
  7. Pap.: Crepate. Giuro ecc.
  8. Segue nell’ed. Pap.: «Ott. Signor sì. Lel. Voi creperete. Ott. Signor no. Lel. Sì, creperete, e allora si vedrà se siete povero, o se avete lo scrigno, parte. Ott. Son povero, non ho scrigno. È andato via? ecc.».
  9. Il periodo che segue, manca nell’ed. Paperini.
  10. Pap.: ha confermato che ama Beatrice?
  11. Questa scena, com’è nell’ed. Paperini, vedasi in Appendice.
  12. Pap. ha invece: (Queste due signore si vogliono un gran bene).
  13. L’ed. Pap. continua: «Beatr. Lo dite colla bocca stretta. Ros. Avete il cuor nello zucchero, voi che siete la sposa. Beatr. Eccolo, eccolo. Non è bellino? Ros. (Costei non la posso soffrire). da sè».
  14. Paper.: e quasi.
  15. Paper. aggiunge: «Fior. (Sono in un brutto impegno). da sè».
  16. Segue nell’ed Pap.: Ciò a me non conviene; se l’amore che avete per la signora Beatrice, se l’impazienza di rivederla ecc.
  17. Pap.: cara Beatrice.
  18. Pap.: che lei.
  19. Pap.: fanciulla.
  20. Pap. aggiunge: caro signor Florindo.
  21. Pap.: fratello.
  22. Pap.: celebrino.
  23. Pap.: a dar sesto a fatti miei.
  24. Pap. aggiunge: a Venezia.
  25. Paper.: di dirle tutto.
  26. Pap.: geloso.
  27. Paper. continua: «non vi darò occasione di esserlo, e soffrirò, se lo sarete anche senza ragione. Fior. Non voglio che si vada fuori ecc.».
  28. Pap. aggiunge: La notte vado a spasso.
  29. Pap.: mi piace divertirmi col sesso femminino.
  30. Pap.: Lo vede, lo Vede? Non facciamo niente. È meglio ecc.
  31. Pap.: libertino.
  32. Pap.: Io non so niente, e non mi voglio impegnare a niente.
  33. Segue nell’ed. Pap.: «Beatr. Procederò con voi colle buone. Fior. Sono stravagante. Beatr. Tutti abbiamo i nostri difetti. Fior. Se mai per accidente mi scappasse qualche schiaffo? Beat. Oh, dare poi a una moglie civile... Fior. Ha ragione; sarebbe una villania. Sono furioso, non mi posso contenere. Si sciolga tutto. E stia nella sua libertà. Beatr. Disfar tutto? Restare in libertà? Datemi, ammazzatemi, voglio esser vostra. Fior. Vuol esser mia? Beat. Senz’altro. Fior. Con que’ pochi difetti che ha sentito? ecc.».
  34. Pap.: gelosia.
  35. Pap. aggiunge: schiaffi.
  36. Segue nell’ed. Paper.: «Beatr. Tutto, e anche di più. Fior. (Mi fa restare di sasso!) da sè. Beatr. Signor Florindo, quando ecc.».
  37. Così segue nell’ed. Pap.: «onde, o in un modo o nell’altro, buono o tristo che siate, siete mio, e mio sarete, ed io son vostra, e sarò vostra a dispetto di chi non vuole, parte». E ha fine la scena.
  38. Questa scena, com’è nell’ed. Paperini, vedasi in Appendice.
  39. Pap.: rovinarmi?
  40. Pap. aggiunge: se vengono figliuoli, povero me!
  41. Pap.: povera giovine.
  42. Segue nell’ed. Pap.: «Fior. Cospetto di bacco! Sarebbe un gran caso! Lel. Chi sa che non trovi uno che la bastoni! Fior. Oh povera fanciulla! non le mancherebbe altro. Lel. Potrebbe ridursi a morir di fame. Fior. Una bellezza di quella sorta morir di fame? Lel. In fatti è bella, e graziosa, e onesta, ha tutte le ottime qualità. Fior. E voi avete cuore di abbandonarla? Andate, che siete una tigre. Lel. Dunque mi consigliate voi a sposarla? Fior. È tanto bella! Lel. E per la sua bellezza ho da rovinarmi per sempre? Fior. Caro amico, avete ragione. Lel. Bisogna fare ecc.».
  43. Pap. ha invece: Certamente fra le mie pene troverei maggior conforto.
  44. Pap.: sorella.
  45. Pap.: a vostra sorella?
  46. Pap.: Se non avete promesso a lei, avete ecc.
  47. Pap. ha invece: Sentite che cosa dico.
  48. Pap. aggiunge: forse.
  49. Pap.: ma son vostro amico, son ecc.
  50. Pap.: cattiva.
  51. Segue nell’ed. Pap.: «Più che così non potevate voi fare per osservarmi la vostra fede. Compatisco il vostro amore, ammiro la vostra virtù; se voi amate Rosaura, se la di lei povertà non vi spiace, sposatela, ch’io son contento; anzi il vederla da voi sposata sarà il maggior conforto delle mie pene. Fior. Ma penerete ecc.»
  52. Pap.: o d’un altro sarà.
  53. Pap.: Sì, quando è così.
  54. Pap.: sorella.
  55. Segue nell’ed. Pap.: «Fior. Stimo la vostra amicizia soprattutto. Se per voi lascio l’amante, lascio la vita, se occorre. Lel. Quanto più mi siete amico, tanto più vi cedrò volentieri sposar Rosaura. Fior. (L’amicizia è bella e buona, ma subito che l’ho sposata, la conduco via). da sè».
  56. Pap. ha invece: a discorrer con voi di un affare che vi darà gusto. E segue: «Ott. Io ho finito d’aver gusto; niente più mi diletta. Lel. È una cosa questa, che vi può rendere del profitto. Ott. Lo voglia ecc.».
  57. Pap.: Signor Ottavio, ho ecc.
  58. Pap.: Ora sono.
  59. Segue nell’ed. Pap.: «Una volta, in mia giovenlù, ho speso per dar da pranzo a quattro amici, sino a sette paoli in un giorno. Fior. Cospetto di bacco! avete fatto assai. Ott. Oh, se avessi adesso quei sette paoli, beato me! Fior. Dopo tant’anni, ancora piangete sette paoli? Ott. Li piangerò eternamente. Ma via, concludiamo ecc.».
  60. Segue nell’ed. Pap.: «Flor. Per quel che vedo, volete far mercanzia della vostra figliuola. Ott. Son miserabile ecc.».
  61. Segue nell’ed. Pap.: «Fior. Caro amico, provate pena? Provate dolore? Siamo ancora a tempo. Lel. Sposatela, voi siete degno ecc.».
  62. Pap.: sorella.
  63. Pap.: mia sorella.
  64. Segue nell’ed. Pap.: «Ros. Lelio senza dote non può prender moglie; se voi mi abbandonate, sa il cielo che cosa sarà di me. Fior. Questo è quello che mi dà coraggio a sposarla, e fa che il mio amore superi tutte le violenze dell’amicizia. Ott. Animo, spicciamoci ecc.
  65. Pap. aggiunge: se l’avessero trovato!
  66. Pap. aggiunge: non posso più.
  67. Pap.: questo negozio?
  68. Pap.: Orsù, a monte ogni cosa. Lelio ecc.
  69. Pap. aggiunge: goda i danari.
  70. Pap.: s’ha da fare a rimediar.
  71. Segue nell’ed. Pap.: Lelio è un galantuomo, vorrà mantenere meco la sua parola, e vorrà obbligarmi a sposarla... Eh, un poco colle mie parole, un poco colle belle doppie del signor Ottavio, lo metteremo a segno; la maggior difficoltà consiste ecc.
  72. Questa scena, com’è nell’ed. Paperini, vedasi in Appendice.
  73. Pap.: di che cosa?
  74. Mancano queste parole di Beatr. nell’ed. Pap.
  75. Segue nell’ed. Pap.: A Venezia siamo quasi cresciuti insieme; ma, compatitemi ecc.
  76. Pap. aggiunge: Florindo mi vuol bene. Florindo è vostro fedel amico.
  77. Pap.: osservate che cosa faccio, osservate che sicurezza ecc.
  78. Pap.: «alla vostra sorella, se pure ella mi vuole. Beatr. Se vi voglio? e come, gli prende la mano con avidità». Il resto di questa scena nell’ed. Pap. manca.
  79. Qui ricomincia l’ed. Paperini, ma questa scena è unita con la precedente, come si vede nell’Appendice.
  80. È scena XXIV nell’ed. Paperini, e molto diversa, come si vede nell’Appendice.
  81. Così tutte le edizioni.
[p. 384 modifica]