Il Mercante di Venezia/Atto terzo

Atto terzo

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ATTO TERZO



SCENA I.

Una strada di Venezia.

Entrano Salanio e Salarino.

Sal. Ebbene, quali novelle sul Rialto?

Salar. La voce corre sempre, senza contraddizione, che un vascello di Antonio, carico di molte dovizie, abbia fatto naufragio nello stretto. Quello stretto credo si chiami Godwins; una pozzanghera delle più pericolose e spesso fatali, dove stan sepolti i carcami di molte navi; se il mio detto di comare è questa volta quello di una donna onesta e proba.

Sal. Vorrei che in ciò la tua comare avesse mentito, come sempre mentì quella che far volle credere ai suoi vicini di piangere la morte del suo terzo marito. Ma non è che troppo vero, che il buon Antonio, l’onesto Antonio... oh! avessi io un epiteto abbastanza degno per il suo nome.....

Salar. Ebbene, che avvenne?

Sal. Che avvenne? Egli ha perduto un vascello.

Salar. Così fosse questa la maggior delle sue perdite!

Sal. Dirò amen, per tema che il diavolo non attraversi la mia preghiera; perocchè eccolo che viene in sembianza di giudeo. (entra Shylock) Ebbene, Shylock? Quali novelle fra i mercanti?

Shy. Voi sapete, e niuno lo sa meglio di voi, come fuggita sia la mia figliuola.

Salar. È certo; io per parte mia conosco il sartore che le ha fatte le ali con cui s’è involata.

Sal. E Shylock sa che l’uccello aveva messo le penne, e quindi che era della sua natura di lasciare il nido.

Shy. Ella andrà dannata per ciò.

Salar. Certamente, se è il diavolo che la giudica.

Shy. La mia carne e il mio sangue si ribellano.

Salar. Come, vecchio cadavere, si ribellano alla tua età?

Shy. Dico che mia figlia è mia carne e mio sangue.

Salar. Vi è più differenza fra la tua carne e la sua, che fra l’ebano e l’avorio; più fra il tuo sangue e il suo, che fra la vernaccia [p. 245 modifica]e il Reno... Ma dinne, adisti che Antonio abbia sofferta alcuna perdita in mare?

Shy. Questo pure è un tristo negozio, egli è un fallito, un prodigo, che non ardisce più mostrarsi sul Rialto; e nondimeno il miserabile soleva fare lo zerbino in quel luogo. Ma attenda ai suoi impegni: e mi chiami usuraio. Attenda a’ suoi impegni: egli che soleva prestar denaro per carità cristiana... attenda a’ suoi impegni.

Salar. Son ben sicuro che se anche nol potesse, tu non gli vorresti prendere la carne: a che ti gioverebbe?

Shy. Ad adescare i pesci: e se a null’altro giovasse, varrebbe a satollare la mia vendetta. Egli mi ha disonorato e nociuto per un mezzo milione; ha riso delle mie perdite e de’ miei guadagni, si è fatto beffe della mia nazione, mi ha rotto i contratti, mi ha intepiditi gli amici, mi ha infiammati i nemici; e tutto ciò perchè? Perchè sono un ebreo. Un ebreo non ha forse occhi? Un ebreo non ha forse mani, membri, visceri, dimensioni, sensi, affezioni, passioni? Non si nutre egli forse collo stesso cibo, non rimane ferito dalle stesse armi, non va soggetto alle medesime infermità, non è sanato dai medesimi mezzi, riscaldato e assiderato dal medesimo inverno ed estate, come un cristiano? Se voi ne pungete, non mandiam noi forse sangue? Se ne solleticate, non ridiam forse? Se ne avvelenate, forsechè non moriamo? E se ne offendete, non dovremmo vendicarci? Poichè siamo simili a voi in tutto il resto, vogliamo esser simili anche in questo. Ove un ebreo insulti un cristiano, qual’è la carità di questo? La vendetta. Ove un cristiano offenda un ebreo, come deve comportarsi l’ebreo con tale esempio? Vendetta, vendetta. Porrò in pratica le lezioni che mi avete date, e se posso supererò i maestri.

(entra un domestico)

Dom. Signori, il mio padrone è a casa, e desidera parlare con entrambi voi.

Salar. Abbiamo tanto corso per trovarlo.     (entra Tubal)

Sal. Viene un altro della tribù: un terzo pari a costoro non si rinverrebbe, a meno che il diavolo non si facesse giudeo.

(esce con Salar. e il Dom.)

Shy. Ebbene, Tubal, quali novelle di Genova? Hai tu trovata mia figlia?

Tub. Ho udito molto parlare di lei dovunque andai, ma non potei trovarla.

Shy. Che, che, che, che, che! Ella mi ha rubato un diamante che mi costò due mila ducati a Francoforte. La maledizione non [p. 246 modifica]mai cadde sulla nostra nazione, come ora: io non mai la sentii come adesso... due mila ducati, e molte altre preziose, preziosissime gemme. — Vorrei fosse morta a’ miei piedi con quei vezzi alle orecchie! Vorrei giacesse dinanzi a me coi ducati nel suo feretro! Nessuna novella di loro? Oh, oh! ed io so bene quel che mi costa tale ricerca. Perdita sopra perdita! Tanto rapito dal ladro, e tanto per trovare il ladro; e non alcuna soddisfazione, non alcuna vendetta. Non v’è sciagura che non mi caggia sul dorso; non sospiro che non sia da me esalato; lagrima non v’è che versata non l’abbiano i miei occhi.

Tub. Sonvi nondimeno altri sfortunati; Antonio, da quello che udii a Genova......

Shy. Che, che, che? Male venture, male venture?

Tub. Ha perduto uno de’ suoi vascelli che veniva da Tripoli.

Shy. Ringrazio Dio, ringrazio Dio: è egli vero? è vero?

Tub. Parlai con alcuni naviganti che sfuggirono al naufragio.

Shy. Te ne ringrazio, buon Tubal; buone novelle, buone novelle. Ah, ah! e dove? In Genova?

Tub. Vostra figlia spese in Genova, da quel che intesi, in una sola notte, ottanta ducati!

Shy. Tu mi trafiggi il cuore. Non più rivedrò il mio denaro. Ottanta ducati a un tratto! Ottanta ducati!

Tub. Vennero meco a Venezia alcuni creditori di Antonio, che giurano ch’ei non può che fallire.

Shy. Ne godo: oh! lo farò ben cruciare; lo tribolerò assai; ne godo.

Tub. Uno di essi mi mostrò un anello che egli aveva avuto da vostra figlia per una scimmia.

Shy. Maledizione, maledizione! Tu mi torturi, Tubal: sarà stata la mia turchina ch’io ebbi da Lia, quand’ero ancor garzone. Non l’avrei data per un deserto pieno di scimmie.

Tub. Ma Antonio è certamente fallito.

Shy. Oh! ciò è vero, ciò è vero: va, Tubal, va a trovare il commissario: avvertilo quindici giorni prima. S’ei manca al patto, vuo’ mi dia il cuore. Se fosse fuori di Venezia, farei tutti quei contratti che più mi piacessero: va, Tubal, e vieni a raggiungermi alla nostra sinagoga: va, buon Tubal; alla nostra sinagoga, Tubal.     (escono) [p. 247 modifica]

SCENA II.

Belmont. — Un appartamento nella casa di Porzia.

Entrano Bassanio, Porzia, Graziano, Nerissa e seguito. Gli scrigni stanno scoperti.

Por. Fermatevi, ve ne prego; fermatevi un giorno o due, prima di avventurarvi: perchè, se eleggete male, io perdo la vostra compagnia; fermatevi, fermatevi. Vi è qualche cosa che mi dice (ma non l’amore) che non vorrei perdervi; e voi sapete che questi non sono i consigli dell’odio. Per tema che non indoviniate bene il mio pensiero (e una fanciulla non ha altra lingua che il pensiero) vorrei ritenervi qui un mese o due, prima che arrischiaste nulla per me. Saprei allora insegnarvi i mezzi di bene scegliere; ma con ciò diverrei spergiura, e non voglio esserlo. — Potreste ingannarvi, e se ciò accadesse pel mio silenzio, mi fareste desiderare un delitto: dolore mi prenderebbe di non essere stata spergiura. Sciagura a’ vostri occhi! essi si sono fissati sopra di me, e mi hanno divisa in due parti; una metà è vostra; l’altra è pur vostra... è mia, volevo dire. Ma se è mia, vi spetta; onde tutta intera vi appartengo. Oimè! questo secolo iniquo pone empie barriere fra il proprietario e i suoi diritti; perciò sebbene vostra, di voi non sono. Ebbene, sia: vada in inferno la fortuna, s’ella vi fa errare nella scelta; ma non io, violando il mio giuramento! Di troppo parlo, ma è per rallentare il tempo, per estenderlo, per allungarlo, per ritardare l’istante della vostra elezione.

Bas. Lasciatemi scegliere, perchè languo alla tortura.

Por. Alla tortura, Bassanio? confessate dunque qual tradimento è mescolato al vostro amore.

Bas. Nessuno, se non è quell’orribile tradimento della diffidenza che mi fa temere l’istante del godimento del mio amore. La neve e il fuoco potrebbero prima starsene amici insieme, che il tradimento e il mio amore.

Por. Sì, ma temo che non parliate come un uomo alla tortura, le cui rivelazioni non sono strappate che dalla violenza.

Bas. Promettetemi la vita, e confesserò la verità.

Por. Confessate e vivete.

Bas. Confessate ed amate, sarebbe stata la vera mia formola. Oh! felici tormenti, allorchè la mia tormentatrice m’insegna le [p. 248 modifica]risposte per disgravarmene! Ma lasciate ch’io vegga la mia fortuna, e faccia la scelta.

Por. Sia dunque: io sto schiusa in uno di quegli scrigni, e se mi amate, mi troverete. — Nerissa, e voi tutti, statevi in disparte. — S’oda la musica intantochè egli sceglierà, e se male sceglie, finisca, come il cigno che vien meno, in mezzo ai canti; e onde la comparazione sia più perfetta, i miei occhi formino il ruscello entro cui egli galleggi estinto. Se la sua scelta è felice, a che varrà la musica? Ella sarà come la squilla che tuona, allorchè sudditi fedeli rendono omaggio al loro monarca novellamente coronato. Sarà quello che sono, all’alzarsi dell’aurora, quei dolci concenti che penetrano l’orecchio di un novello sposo, allegrato da sogni lieti, e lo invitano alle voluttà dell’imeneo. — Eccolo ch’ei si avanza con eguale dignità, ma con maggior amore del giovine Alcide, allorchè abolì il tributo di una vergine, pagato da Troia gemente al mostro marino. Io sono vittima consacrata; le altre son le donne Troiane che cogli occhi commossi escono dalle mura, per veder l’esito dell’impresa. Va, Ercole! Se tu vivi, io vivo. Veggo il combattimento con terrore assai più alto di quello che non ne provi tu stesso che lo compi.

(s’ode la musica, intantochè Bassanio si accinge alla scelta dello scrigno)


Canzone.

1° «Dimmi, dove risiede l’amore, se nel cuore o nella testa? Dimmi, da che è generato e di che si alimenta?

Risposta 2ª «Generato è dagli occhi, e di sguardi si nutre; muore nella culla che l’ha veduto nascere. Suoniamo tutti il funerale dell’amore; io comincierò; ecco la squilla funebre».

Tutti. «Ecco la squilla funebre».

Bas. È così che spesso l’apparenza è al disotto della realtà! Il mondo è continuamente deluso dalle vane pompe, V’è forse ingiustizia, v’è causa tanto cattiva, tanto disperata, che, sostenuta da una voce eloquente, equa non rassembri? Vi è in religione eresia che una fronte schietta non santifichi, adattandovi un testo specioso, e nascondendo il veleno sotto i fiori? Non si trova vizio per quanto sicuro che non mostri all’esterno qualche sembianza di virtù. Quanti codardi, il di cui cuore è sempre trepido, che portano sul loro mento la barba di Ercole e del terribile Marte! Aprite loro il seno, e non vi rinverrete che visceri bianchi come il latte; essi non assumono che le esterne mostre del valore per rendersi terribili. Mirate la bellezza e vedrete che [p. 249 modifica]si acquista a peso d’oro; e questo metallo opera un miracolo nella natura, rendendo sempre più leggieri coloro che ne portano di più. Così quelle treccie ondeggianti con grazia, a senno dei zeffiri, sopra una beltà supposta, sono spesso riconosciute come l’appannaggio di una seconda testa, mentre il cranio che le alimentò è nel sepolcro. L’ornamento non è dunque che la riva ingannatrice di un mar pericoloso, la lucida stoffa che vela un’Indiana color di piombo; in una parola, il simulacro della verità che l’astuzia espone per accalappiare i più saggi. — Lucido oro, duro alimento di Mida, io non ti voglio; ne te voglio, pallido e volgare agente fra l’uomo e l’uomo. Ma tu, tu povero piombo, che minacci più che non prometti, la tua semplicità mi tocca meglio dell’altrui eloquenza. Qui fermo la mia scelta, e possa la gioia esserne il frutto.

Por. Come tutte le altre passioni si dissipano per l’aere! il sospetto inquieto, la forsennata disperazione, la pavida tema, la gelosia dall’occhio verde! Oh! amore, sii moderato, tempera la tua estasi, spandi le tue dolcezze con calma, diminuisci quest’eccesso di felicità. Sento troppo i tuoi favori, indeboliscimi, per tema che il tuo peso non mi opprima!

Bas. Che trovo io qui? (aprendo lo scrigno di piombo) Il ritratto della vaga Porzia? Qual semidio si avvicinò cotanto alla natura? Questi occhi si muovono essi, ovvero dipinti sulle mie mobili pupille mi sembrano in movimento? Qui stanno quelle labbra separate da un alito pieno di profumi. Barriera sì dolce ben divider doveva sì dolci amiche. In questi capelli il pittore ha eguagliata l’arte di Aracne, e ha tessuto questi fili d’oro, dove i cuori degli uomini saran presi, prima che le mosche nelle tele del ragno. Ma cotesti occhi... come ha egli potuto vedere per farli? Un solo terminato bastava, io credo, per privarlo dei suoi due, e fargli lasciar l’opera imperfetta. Ma quanto io oltraggio questo quadro con lodi troppo al disotto di lui, sebbene egli stesso sia tanto al disotto della persona che mostra! Ecco la pergamena che contiene il sunto del mio destino.

«Voi che scegliete non per l’apparenza, voi solo sapete scegliere. Poichè tal ventura vi è tocca, statevi pago, e non ne cercate altre. Se questa vi allieta e felice vi reputate, volgetevi verso la vostra amante, e prendetene possesso con un amoroso bacio».

Amabile scritta. — Vaghissima Porzia, sia col vostro permesso (baciandola). Seguo le mie istruzioni, e simile a uno dei concorrenti che si disputano un prezzo e che crede aver [p. 250 modifica]soddisfatto ai riguardi dovuti al popolo che, allorchè ode acclamazioni e applausi universali, si turba e guarda da tutte le parti, e cerca di assicurarsi, se è a lui che quelle lodi s’indirizzano; tale è, o bella, o tre volte bella Porzia, la mia condizione. Io dubito ancora di quello che veggo, fino a che voi l’abbiate confermato e ratificato.

Por. Signor Bassanio, voi mi vedete dove io sto, e tale qual sono! Per mia propria soddisfazione non nutro l’ambizioso desiderio di essere più bella; ma per amore di voi vorrei accrescere venti volte il valor mio, esser mille volte più leggiadra, e mille volte più ricca. Per darvi di me un’alta idea, vorrei avere virtù, beni, qualità, amici senza numero. Ma io non sono per dire vero, che una fanciulla semplice, poca istruita, senza esperienza: felice in ciò che non ho varcata l’età dell’imparare, più felice anche per non essere nata tanto imbelle da non poter apprendere ancora. Il maggiore mio bene dopo tutti questi è di poter sottomettere il mio spirito docile alla vostra direzione, come al suo signore, al suo governatore e re; perocchè io stessa, e tutto quello che mi appartiene è ora vostro. Dianzi io era signora di questa bella casa, dei miei domestici e di me stessa; ora questa casa, questi domestici ed io siam vostri, signore: con questo anello io tutto vi dono. Quando voi lo cedeste o il perdeste, sarebbe il presagio della nostra ruina; nè più mi resterebbe che il diritto di rimproverarvi la mia sventura.

Bas. Signora, voi mi avete tolto il potere di rispondervi. Il mio sangue solo vi parla nelle mie vene: perocchè regna in tutte le potenze del mio essere il medesimo disordine che si osserva in una moltitudine infiammata da una bella concione, profferita da un principe a lei caro. Il rumore dei differenti discorsi mischiati insieme forma un caos in cui altro non si distingue che l’espressione confusa di una gioia inarticolata; ma possa la vita separarsi dal mio cuore, allorchè quest’anello si separerà dal mio dito. Non temiate allora di dire che Bassanio è morto.

Ner. Signori, tocca a noi, ora che siamo stati testimoni della fortunata vostra sorte, di gridare: siate sempre, sempre felici!

Graz. Messer Bassanio e nobile signora, io vi auguro tutta la felicità che potete desiderare; perocchè son sicuro che non ne desiderate alcuna a danno mio. Ma allorchè disegnate di celebrare le vostre nozze, permettete, ve ne prego, a me pure di ammogliarmi.

Bas. Con tutto il cuore; poi cercarti la sposa.

Graz. Vi ringrazio; voi me ne avete trovata una. I miei occhi, [p. 251 modifica]signore, sono vivi come i vostri. Voi avete veduto la signora, ed io la fante. Voi avete amato, ed io ho amato al par di voi; gli indugi non mi talentano. La vostra sorte era racchiusa in questi scrigni, la mia vi era del pari. Ho fatta qui la mia corte tanto da sudar sangue ed acqua, ed ho sì a lungo giurato d’amare, che ne ho la gola secca; infine; se si può contare sulle promesse, ne ho ottenuta una da questa bella, che ha fatto voto di tenermi in buon conto, se la fortuna avevate di eleggere la sua padrona.

Por. È egli vero, Nerissa?

Ner. È vero, signora, così vi piaccia.

Bas. E parlate voi, Graziano, di buon senno?

Graz. Sì, in verità, signore.

Bas. Le nostre feste saran molto onorate dal vostro matrimonio.

Graz. Scommetteremo mille ducati a chi avrà prima un figlio. — Ma chi viene qui? Lorenzo colla sua infedele? Ed è anche con lui il mio vecchio amico veneziano Salerio?

(entrano Lorenzo, Gessica e Salerio)

Bas. Lorenzo e Salerio, siate i ben giunti; seppure un ospite così nuovo in questi luoghi è in diritto di ricevervi. — Con vostra licenza, mia cara Porzia, do ai miei amici e concittadini il benvenuto.

Por. Così faccio anch’io, signore; essi sono di cuore i ben arrivati.

Lor. Ve ne ringrazio. — Per me, signore, il mio disegno non era di venirvi a trovar qui; ma avendo incontrato Salerio, ei mi ha tanto pregato di accompagnarlo, che non seppi dirgli di no.

Soler. Così feci, signore, ed ebbi ragioni per ciò. Il signor Antonio ve lo raccomanda.     (dandogli ima lettera)

Bas. Prima ch’io apra questa lettera, ditemi, ve ne prego, come sta il mio buon amico?

Soler. Non male, signore, a meno che non sia nell’anima; non bene, a meno che nell’anima non sia. La sua lettera vi chiarirà il suo stato.

Graz. Nerissa, fate onore a quella straniera, e datele il benvenuto. La vostra mano, Salerio. Quali novelle di Venezia? Come sta il real mercatante, il buon Antonio? Son sicuro ch’ei godrà delle nostre fortune; noi siamo i Giasoni che abbiamo conquistati i velli.

Saler. Avreste voi conquistato quel vello che egli ha perduto?

Por. Stannovi in quella lettera fatalissime novelle che tolgono il colore alle gote di Bassanio. La morte forse di qualche caro amico, perocchè null’altra sventura nel mondo può abbuiare a [p. 252 modifica]tal segno i lineamenti di un uomo di coraggio. Che! di più in più?... permettetemi, Bassanio; sono una metà di voi, e debba dividere con voi senza riserva i segreti di quella lettera.

Bas. Oh dolce Porzia! sono qui alcune parole, nè mai di più nere macchiarono un foglio. Cara sposa, la prima volta che vi svelai la mia fiamma vi dissi con franchezza che tutto il bene che possedevo scorreva per le mie vene, che gentiluomo io ero, e il vero dissi. Nondimeno, signora, allorchè a nulla mi ragguagliavo io mentiva; allorchè vi dicevo che nulli erano i miei beni, avrei dovuto dirvi che al disotto erano del nulla. Vincolato io mi sono con un tenero amico, e vincolato ho quest’amico col più crudele de’ suoi nemici, per procacciarmi denaro. Ecco una lettera, signora, che mi sembra il cadavere dell’amico mio, e di cui ogni parola parmi una ferita che versi in larga copia il sangue. Ma è egli ben vero, Salerio? Tutti i suoi vascelli sono periti? Alcuno non ne è tornato nè da Tripoli, nè dal Messico, nè dall’Inghilterra, nè da Lisbona, nè dalla Barberia, nè dall’India? Alcuno non si è sottratto al terribile urto degli scogli, così funesto ai naviganti?

Soler. Nessuno, signore. Inoltre e’ pare che s’egli avesse anche ora il denaro della cedola, l’ebreo non vorrebbe prenderlo. Non ho mai veduto creatura, vestita di forma umana, così avventata, così ardente nella persecuzione di un uomo. Egli assedia dì e notte il doge, e pone innanzi la sicurezza dello Stato se rifiuta di rendergli giustizia. Venti mercatanti, il doge stesso e i Magnifici han cercato di mitigarlo; ma non poterono distoglierlo dall’atto crudo ch’ei vuol compito in nome del patto violato.

Ges. Quand’io era con lui l’ho udito giurare a Tubal e a Chus, suoi confratelli, che più gli piacerebbe aver la carne di Antonio, che venti volte la somma che gli è dovuta; e son sicura che se le leggi e le autorità e tutta la forza del potere non vi si oppongono, ei tratterà male il povero Antonio.

Por. È il vostro amico che si trova in tale condizione?

Bas. Il più caro de’ miei amici, il più onesto degli uomini, l’anima più nobile e il più ardente benefattore; l’uomo infine che mi ricorda l’antica virtù latina più che ogni altro abitante d’Italia.

Por. Quanto dev’egli all’ebreo?

Bas. Per me gli deve tremila ducati.

Por. Non di più? Dategliene sei mila, e annullate la cedola. Raddoppiate le sei mila, triplicatele, piuttosto che un amico, di cui mi fate tal ritratto, perda mai un capello per colpa di Bassanio. Andiamo insieme al tempio, chiamatemi vostra sposa, e [p. 253 modifica]correte tosto a Venezia a soccorrere il rostro amico; perocchè voi non sarete mai ricevuto nel letto di Porzia con un’anima inquieta. Vi darò oro abbastanza per pagare venti volte questo piccolo debito, e allorchè sarà scontato conducete il vostro amico con voi. Frattanto Nerissa ed io vivremo come fanciulle e come vedove. Amico, venite; perchè dovete partir nel giorno stesso delle vostre nozze. Adoprate bene coi vostri amici, mostrate loro un’ilare fronte; e poichè vi ho comprato caro, caro mi sarete. — Ma vediamo la lettera dell’amico vostro.

Bas. (legge) «Mio caro Bassanio, i miei vascelli son tutti periti, i miei creditori divengono crudeli, la mia fortuna è quasi annullata. Il termine prefisso dall’ebreo trascorse; e poichè adempiendo alla clausola che racchiude è impossibile ch’io viva, tutti i vostri debiti verso di me saranno soddisfatti, se vi potrò veder prima di morire. Pel resto fate quel che meglio vi talenta, e e se non è l’amicizia che vi ispira il desiderio di riabbracciarmi, non sia la mia lettera».

Por. Caro sposo, affrettatevi a partire.

Bas. Poichè ne ho da voi licenza mi affretterò. Ma fino al mio ritorno alcun letto non sarà complice del mio ritardo, alcun riposo non prolungherà il tempo della nostra separazione.

(escono)


SCENA II.

Venezia. — Una piazza.

Entrano Shylock, Salanio, Antonio e un carceriere.

Shy. Carceriere, badagli..... non parlarmi di compassione..... quest’è quel pazzo che prestava il danaro gratis..... Carceriere, badagli.

Ant. Ascoltami, buon Shylock.

Shy. Vuo’ che si adempia al vostro obbligo; non parlate contro l’obbligo vostro. Ho giurato che le condizioni ne sarebbero mantenute. — Tu mi hai chiamato cane senza averne alcun motivo, e poichè sono un cane, guardati dai miei denti. Il doge mi farà giustizia. — Stupisco, ribaldo carceriere, che tu abbia la fantasia di compiacerlo, uscendo per le strade con lui.

Ant. Te ne prego, lasciami parlare.

Shy. Vuo’ si adempia il patto, non vuo’ ascoltarti, vuo’ che riempito sia il patto. Non parlarmi di più; non avrò la sciocca debolezza di versare imbelli lagrime, di lasciarmi piegare e di [p. 254 modifica]cedere sospirando alle suppliche di un cristiano. Non seguirmi: non vuo’ ascoltarti; vuo’ si attenga il patto.     (esce)

Sal. È il cane più insensibile che mai si vedesse.

Ant. Lasciamolo, nol noierò più con preghiere inutili; ei vuole la mia vita, e ben ne so il motivo. Ho strappato spesso ai suoi artigli molti de’ suoi debitori che mi hanno implorato. Ecco perchè mi abborre.

Sal. No, ne son sicuro, il doge non permetterà mai che un tale patto abbia luogo.

Ant. Il doge non può esimersi dalle leggi, e convien rispetti i privilegi di cui godono gli stranieri a Venezia. Lo Stato soffrirebbe di quest’ingiustizia, perocchè la ricchezza del suo commercio è fondata sulla confidenza che hanno nelle sue leggi tutte le nazioni. Andiamo; le mie pene e le mie perdite mi han tanto abbattuto, che appena avrò dimani una libbra di carne pel mia crudele creditore. — Vieni, carceriere; prega Dio che Bassanio arrivi per vedermi a scontare il suo debito, e sarò quindi contento.     (escono)

SCENA IV.

Belmont. — Un appartamento nella casa di Porzia.

Entrano Porzia, Nerissa, Lorenzo, Gessica e Baldassare.

Lor. Signora, non temo di dirlo in vostra presenza, voi avete una nobile e giusta idea della divina amicizia. Essa trasparisce assai generosamente nel modo con cui sopportate la lontananza del vostro sposo. Ma se sapeste a quale oggetto la vostra grandezza d’animo fa questo sacrifizio, quanto l’uomo che soccorrete è amico tenero e pieno d’onore, quanto è affezionato allo sposo vostro, son sicuro che sareste anche più altera della vostra opera.

Por. Non mai mi pentii d’aver fatto il bene, nè oggi me ne pentirò. Fra due esseri uniti che vivono e passano i loro giorni insieme, le cui anime portano egualmente il giogo dell’amicizia, convien si trovi un’affinità di volti, di costumi, di sentimenti. È ciò che mi fa pensare che quell’Antonio, sendo l’amico del cuore dello sposo mio, deve rassomigliargli; e se questo è, ben poco mi è costato lo strappare l’imagine di una seconda me stessa ai tormenti che le apparecchiava una malizia infernale. Ma questo è troppo diffondersi sul mio elogio; taciamoci di ciò e veniamo [p. 255 modifica]ad altro. Lorenzo, io rimetto fra le vostri mani l’autorità del mio sposo e la mia; esercitatela nella mia casa fino al suo ritorno. Per me ho fatto segretamente voto al cielo di vivere in preghiere e in meditazioni, accompagnata dalla sola Nerissa, fino a che il suo consorte e il mio riedano a noi. Vi è un monastero distante due miglia; è la che ci ritireremo. Io vi scongiuro di non rifiutare il carico che la mia amicizia e la necessità vi impongono.

Lor. Signora, con tutto il cuore, obbedirò a questi onorevoli comandi.

Por. Le persone del mio servizio conoscono già il mio disegno, e staran sottomesse a voi e a Gessica, come lo starebbero a Bassanio e a me. Addio, possiate goder di ogni bene, fino al momento di riunirci.

Lor. Possiate voi non avere che lieti pensieri e momenti felici.

Ges. Vi auguro, signora, tutta la felicità che può desiderare un cuore.

Por. Ricevo questi voti con riconoscenza, e con piacere ve li ricambio. Addio, Gessica. (escono Ges. e Lor.) Baldassare, io ti ho sempre conosciuto per uomo onesto e dabbene; fa che anche ora ti trovi tale. Prendi questa lettera, e corri a Padova colla più gran sollecitudine; consegnala fra le mani del dottor Bellario, mio cugino; prendi le carte e le vesti ch’ei ti darà, e portale con celerità eguale nel luogo dove stanno per solito le barche che guidano a Venezia. Non gittar tempo in parole; parti, io là mi trovero prima di te.

Bald. Signora, andrò con tutta la possibile fretta.      (esce)

Por. Avvicinati, Nerissa; io sto molinando cosa che ignori. Noi rivedremo i nostri mariti prima che essi nol pensino.

Ner. Ci vedranno essi?

Por. Sì, Nerissa; ma sotto abiti che non ci faranno conoscere. Scommetto quello che vuoi che quando sarem vestite da uomini io sarò garzone più vago di te, e porterò la spada con maggior grazia. Vedremo chi assumerà meglio la stridula voce di quell’età che sta ai confini dell’adolescenza, e chi metterà meglio due piccoli passi in un gran passo d’uomo. Io parlerò di battaglie da gran millantatore, e dirò molte leggiadre menzogne; toccherò di molte donne di un grado elevato che mi avran ricercato d’amore, e cui i miei rifiuti avran fatto infermare e morire; aggiungendo che non potevo appagarle tutte, e pentendomi e dolorando il fine loro. — Farò mille di tai racconti, sicchè si giurerà che escito sono dalle scuole da più di un anno; e compierò tutte quelle mariuolerie che son proprie dei ragazzi storditi. [p. 256 modifica]

Ner. Ci muteremo dunque in uomini?

Por. Via! Qual dimanda se tu la facessi ad un astuto interprete! Ma vieni, ti dirò tutto quando saremo nella carrozza che ci aspetta alla porta del parco. Affrettiamoci, perocchè oggi dobbiamo correr venti miglia.     (escono)

SCENA V.

La stessa. — Un giardino.

Entrano Lancilotto e Gessica.

Lan. Sì, in verità: perocchè, vedete, i peccati dei padri ricadono sui figli; perciò vi giuro che temo per voi. Io fui sempre aperto vosco, e liberamente anche ora vi parlerò: armatevi di coraggio; perchè in verità io credo che siate dannata; non vi è che una sola speranza che possa salvarvi; ma è una speranza bastarda.

Ges. E qual è questa speranza, te ne prego?

Lan. In verità voi potreste sperare che non sia vostro padre che vi ha generata, che figlia non siate dell’ebreo.

Ges. Sarebbe bastarda infatti tale speranza, e i peccati di mia madre verrebbero visitati in me.

Lan. Dunque ho paura che non siate dannata così dal lato paterno, come dal materno: e volendo schivar Scilla vostro padre, cada in Cariddi vostra madre: siete perduta da tutte due le parti.

Ges. Sarò salvata da mio marito, che mi ha fatta cristiana.

Lan. Ei non merita che maggior biasimo: eravamo bastanti cristiani anche prima; ve n’erano quanti occorrevano per poter ben vivere gli uni cogli altri. Questo furore di far proseliti cristiani farà alzare il prezzo dei maiali: se tutti ci mettiamo a mangiar porco, non potremo fa breve, se non a peso d’oro, acquistare un po’ di presciutto.     (entra Lorenzo)

Ges. Dirò a mio marito, Lancilotto, quello che voi mi diceste; eccolo.

Lor. Diverrò geloso di voi in breve, Lancilotto, se attirate così mia moglie negli angoli della casa.

Ges. Oh! voi non avete nulla a temere, Lorenzo; Lancilotto ed io ci troviam male d’accordo. Ei mi diceva dianzi apertamente che non vi è compassione per me nel Cielo perchè son figlia di un giudeo: e aggiungeva che voi non siete un buon membro della Repubblica, perchè convertendo gli ebrei in cristiani farete alzare il prezzo dei maiali [p. 257 modifica]

Lor. Mi giustificherò meglio di quest’accusa verso la Repubblica, che egli nol potrà della gravidanza della Mora. La Mora, Lancilotto, è madre a cagion vostra.

Lan. Stupisco di essere cagione di tale effetto. Mia intenzione non fu mai di renderla madre.

Lor. Via, mariuolo, va ad ordinare il pranzo.

Lan. Volo a servirvi1.

Lor. Oh raro discernimento! Quanto è facile il celiare sulle parole! Quello sciocco si è appropriato una quantità di arguzie di cui si fa bello all’occasione, e che valgono a sconcertare ogni discorso. — Ebbene, Gessica, come state? Quale vi rassembra la sposa di Bassanio?

Ges. Amabile oltre ogni espressione. È molto bene che il signor Bassanio meni una vita regolare, perocchè avendo la fortuna di possedere una tale sposa, ei prova qui in terra tutte le felicità del cielo; e se non fosse atto a sentirle qui in terra, non sarebbe giusto che andasse mai in cielo. Sì, se due divinità facessero qualche scommessa, e per prezzo ponessero due donne della terra, e Porzia fosse una di quelle, converrebbe assolutamente aggiungere qualche cosa all’altra, perocchè questo povero mondo non ha la sua simile.

Lor. Ebbene, tu hai in me uno sposo, che vale il di lei prezzo come moglie.

Ges. Chiedimi anche intorno a ciò la mia sentenza.

Lor. Lo farò appena abbiamo pranzato.

Ges. Lascia che ti lodi finchè mi sento in appetito.

Lor. No, aspetta, te ne prego, a parlarmene a mensa: là venuti, io digerirò quello che tu potessi dirmi, insieme col resto.

Ges. Bene, vi dirò là quello che meritate.     (escono)




Note

  1. Stavano qui alcuni giuochi di parole che abbiamo stimato bene di omettere per le cagioni già altrove esposte.